STORIA DI RIBERA

 

 

 

(A cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

 

 

 

NASCE RIBERA

 

Sin dall'epoca medievale, numerosi erano gli abitanti della vicina e antica città di Caltabellotta, dediti alla coltivazione dei campi, che, a piedi, o con muli e carretti, scendevano a lavorare oltre le sponde del fiume Sosio-Verdura.

La freschezza, la purezza e la bontà delle sue acque, che sgorgavano da una copiosa sorgente nei pressi di Prizzi, in provincia di Palermo, unitamente al clima, alquanto favorevole e mite, avevano fatto di quelle terre, una delle oasi più feconde e produttive dell'intera Sicilia.

Vi si produceva di tutto, dal riso al cotone, dal grano agli agrumi, dalle mandorle alle olive, dalle numerose varietà di uva ad ogni tipo di frutta di stagione ed ogni genere di ortaggi.

Tante primizie, rinomate per sapore e fragranza, trovavano nel territorio di Ribera, anticamente detto "Allava", l'ambiente più adatto, facendo sì, che in breve tempo, l'agricoltura diventasse la principale fonte di reddito.

Le origini di Ribera, secondo recenti studi effettuati dallo storico locale Raimondo Lentini, si fanno risalire all'anno 1635, quando alcuni abitanti di Caltabellotta, stanchi delle immani fatiche,  durante i tortuosi e impervi percorsi, che erano costretti ad affrontare, hanno deciso di costruire in sito le proprie case, scegliendo il Piano di San Nicola, l'attuale quartiere di Sant'Antonino.

Una moderna cittadina, concepita con criteri urbanistici d'avanguardia per quei tempi, ha così cominciato a delinearsi, per volere supremo dell'allora Principe di Paternò Don Luigi Moncada, padrone e signore di immensi feudi.

In pochissimi anni il nuovo paese si è notevolmente ampliato, fino a costituire un grosso agglomerato di case prospettanti in vie larghe e bene allineate, al quale è stato dato il nome di Ribera, forse in omaggio alla bellissima moglie del Principe, Maria Afan de Ribera, figlia del Duca di Alcalà.

 

Col passare del tempo, le case aumentavano e così anche gli abitanti e pertanto cominciavano a sorgere le prime Chiese, una delle quali è stata dedicata a San Nicola di Bari, che successivamente è stato eletto Patrono del nuovo paese.

La parola Ribera, nella lingua spagnola si pronuncia "rivera" ed indica per l'appunto, una riviera, una costa, un lido, ovvero un tratto di territorio lambito dalle acque.

 

La Chiesa Madre in una foto degli anni '60

 

Pertanto, considerato che il nostro territorio è bagnato per 11 km. dal Mare Mediterraneo ed è attraversato dai tre fiumi: Verdura, Magazzolo e Platani, il nome che è stato dato alla città è risultato meravigliosamente appropriato.

 

Ben presto, il clima, la posizione geografica, oltre, naturalmente la grande genialità ed operosità dei nostri agricoltori, hanno contribuito a creare un territorio di circa 12 mila ettari, che per prosperità e produzione agricola è considerato una perla per la Sicilia intera.

Nei primi anni, le case sorte a Ribera, sono rimaste di pertinenza del Comune di Caltabellotta, ma col passare del tempo è venuta fuori, prepotentemente, una  nuova realtà, che ha determinato la nascita ufficiale di Ribera e col tempo anche di due popolose frazioni: Borgo Bonsignore e la località balneare di Seccagrande, meta nei periodi estivi di numerosi gitanti, molti dei quali provenienti dall’estero.

 

Posizionato su una vasta pianura a 230 m. sul livello del mare e distante da questo circa 7 km., Ribera si trova sul percorso della S.S. 115, denominata Sud-Occidentale Sicula, che va da Trapani a Siracusa.

 

E’ posizionata tra i due fiumi Verdura e Magazzolo, a 46 km. da Agrigento, a 20 Km. da Sciacca e a 130 km. da Palermo. A circa 3 Km. a Sud-Ovest di Ribera, sopra  un colle dal quale è possibile ammirare il mare, i lussureggianti giardini della Valle di Verdura e il panorama del paese, si trova il diroccato, ma ancora imponente Castello di Poggiodiana,  con la sua maestosa Torre merlata che, sullo stemma ufficiale, rappresenta la nostra cittadina.

                                                                                 

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

                                                     

Una cartina geografica di un vasto territorio attorno a Ribera.

 

 

 

 

 

LO STEMMA DI RIBERA

(Ricerche fatte all'archivio comunale di Ribera da Giuseppe Nicola Ciliberto. Un ringraziamento doveroso va al Prof. Giuseppe Polizzi, dirigente dell'Archivio storico del Comune di Ribera che mi aveva permesso di trovare la Delibera n.28 del 1 Giugno 1924, riguardante la nascita dello stemma di Ribera. La stessa delibera viene riportata sotto.)

 

Lo stemma di Ribera é caratterizzato da una grande torre merlata, tre colli, il sole nascente e un fiume,

sul quale campeggia la scritta latina "ALLAVAM SIGNAT ALBA" .

 

Il predetto stemma venne adottato ufficialmente dal Consiglio Comunale di Ribera con la Delibera n. 28 del 1 Giugno 1924, presieduto dall'allora Sindaco Cav. Carmelo Vella.

Dalla predetta deliberazione, che ho avuto la fortuna di trovare con l’aiuto del Prof. Giuseppe Polizzi, presso l’Archivio Comunale di Ribera, si trascrive “testualmente”, uno stralcio dal quale emergono le motivazioni, i cenni storici e le direttive che erano state allora impartite per dotare la nostra cittadina di un proprio stemma :.....Il Presidente riferisce all'Assemblea che essendo il Comune di Ribera sfornito di stemma, nell'intento di dotare il Comune di uno stemma, affido' l'incarico al Sig. Prof. G. Battista Giuliana, competente in materia di araldica, di disegnare uno stemma che mettesse in rilievo le peculiarità e le caratteristiche del territorio riberese e della sua storia. Contemporaneamente affido' l'incarico al Prof. Ignazio Scaturro per fornire i dati storici che potessero essere di guida e simboleggiati nello stemma stesso dal Prof. Giuliana, il Prof. Scaturro diede i seguenti cenni storici :

<< Ribera comincio' ad esistere nel 1628. Prese tale nome per omaggio a Donna Maria Afan Ribera di Moncada e moglie di Don Luigi Moncada Principe di Paterno', suo fondatore. Essa giace nella vicinanza dell'antica Allava menzionata dall'itinerario di Antonino (sec. IV), piccola stazione presso il fiume Verdura, chiamato anticamente Alba, come si legge in Diodoro Siculo ed in Erdrisi geografo acato.  Ad occidente di Ribera, sopra un poggio pittoresco, lambito dal fiume Verdura (fonte di ricchezza per le campagne che irrigua) esiste la magnifica torre rotonda  del castello medioevale di Putigiana (detto italianamente Poggio Diana) di proprietà della famiglia fondatrice di Ribera. E su tali cenni storici il Sig. Prof. Giuliana presenta il disegno dello stemma così concepito : una torre medioevale elevantesi su un poggetto tra il sole nascente e il fiume Verdura con sotto la dizione ALLAVAM SIGNAT ALBA su campo blu  >>.... Quindi, il significato più appropriato che si può ricavare dalla predetta frase latina, verosimilmente, dovrebbe essere pressappoco questo : “Alba (oggi fiume Verdura) delimita  Allava (oggi territorio di Ribera)“ che, nel suo significato più completo, utilizzando le denominazioni attuali dei luoghi, si può intendere così:

<<IL FIUME VERDURA DELIMITA IL TERRITORIO DI RIBERA>> .  

 

 

 

 

 

 

 

 

Stemma del Comune di Ribera,

Dipinto nel 1988 da  Giuseppe Nicola Ciliberto

 

ed utilizzato da allora,  ufficialmente

su pubblicazioni, manifesti, opuscoli turistici, siti internet e stampe varie,

sia prodotti dall'Amministrazione Comunale che da enti,

associazioni o  privati cittadini .

 

 

(Si nota la firma in verticale, apposta

sulla destra alla base dell'ultimo colle)

 

 

 

RIBERA: Una foto del 1920, ripresa nella Via Chiarenza,

all'altezza della Via Belmonte.

NOTIZIE SULLA RIBERA DELL’800

 

 

(Tratte da “Monografia su Ribera – Un manoscritto del 1894”,  di Giuseppe Salerno, trascritto, annotato e integrato da Raimondo Lentini. Considerato che il sito si è limitato  ad inserire solo alcuni stralci, per  maggiori dettagliate notizie, approfondimenti, informazioni

e cenni, storici, che trovano riferimento in un apposita bibliografia, si consiglia di consultare  direttamente i libri dello storico locale Raimondo Lentini, reperibili  presso la Biblioteca Comunale di Ribera )

 

Al lettore

Ho l'ardire, anzi la sfacciataggine di presentarti la monografia sopra la mia rìdente Ribera, dopo che l'esimio mio compatriota dottor Vincenzo Navarro, ne ha fatto il suo cenno, e qualche cosa ha anco detto l'egregio storico mio fratel cognato Commendatore Gaetano Di Giovanni.

Non fartene meraviglia, perché il pigmèo non può da se farsi atleta! E perché, quando ne scrisse il Navarro, Ribera era lorda dal fango, e piena di letami che le faceano da corona all'esterno, e le vie interne piene di melma col verde muschio, che ce ne rattristavano l'animo. Ivi miriadi di insetti, e vermi vi brulicavano, ed i porci vaganti fra le vie, vi tuffavano l'arrotondato grifo, che facendo da vomere nel suolo, sprigionavano il puzzolente measma, pel che ti regalava la febbre intermittente.

E tu certo non devi sconoscerlo, portando l'impronta abbronzata, il pallore nel viso, e la taciturnità, non che la pancia tumida, da sbottonare l'occhiello del panciotto, e piedi polverosi.  A questa infernale palude, un'altra se ne presentava, quella per la risicultura nei feudi sottostanti, ed adiacenti, e che lo stesso Navarro ebbe a dire: - Riso? No!  Pianto nomar si deve! 

Ora invece la mia Ribera, te la presento pulita, con tutte le vie bene sistemate, brecciate, coverte d'arena da cava, levigate da pesante cilindro, e con i suoi marciapiedi. Non manca dell'illuminazione notturna, ed il tuo cuore si rallegra anco al suono delle due bande musicali imposte da paesani, che t'allietano, e ti vivificano.

Seguimi se non altro, e cerchi di far meglio di me, poiché non t'invidio, e con chiederti perciò benigno compatimento,

credimi tutto tuo

                                                                                                                           Devotissimo Giuseppe Salerno

 

Tornando a te, caro lettore benevolo, in grazia dimmi: Sei stato mai in Caltabellotta ? dove da lì guardando da quella sublime altezza, specchiansi il mare d'Affrica, che con l'azzurro suo instabile pavimento, increspato talor dal leggiadro venticel di ponente, vedere pure biancheggiare il sinuoso lido di candida schiuma, ed a gara le barchette scivolan dritte, cullandosi i marinai sotto le bianche vele remando in pescare gli svariati pesci, e nei pressi il maestoso battello col suo pennacchio di fumo con le ruote entro il mare, trottar più di cavallo in corsa, carco di gente che guarda, e passa?

E nel lato destro, in direzione all'occaso, vedere nel cielo istallarsi gradatamente il monte Madore, Nadorello, ed il rinomato Cronio che per le termali sue stufe nominate di San Calogero chiama a se molti forestieri in quello eremitaggio, onde ottenere la perduta salute molti infelici sofferenti pei vari mali ?

E dal sinistro lato ancor mirando, presentarsi alla vista il solitario Monte di Giuliana, avente come campanile d'arma Necropoli, un Castello, innalzato nel ciglione dell'alta ripida balza ?  II rotondo Monte di Bisacquino, che per la doppia abbondanza delle acque, ti porta l'amontino? Poi fan catena, come le giogaie alpine, gli altri monti di Cristia dove si osservano i ruderi d'un vecchio castello, che porta l'odierno nome di pizzo di Ruggiero, quello di Catamaio, di Campello, di Rifesi , di Adriano, di cui prende l'appellativo il greco-latino comune di Palazzo Adriano; quello delle Rose, così nomato per le Rose pratensi, vermiglie inodori, vi nascono spontanee; delle acque bianche, e così di grado in grado quelli di Prato San Filippo, Campute, di Melia, Buonanotte, ecc.

E più in là verso levante, ancor sbirciando, gigante istallasi, atto ad afferar le nubi, quello di Cammarata, il quale nella stagione invernale, sembrati come candido lenzuolo, coperto di neve, sopra tappeto di verdi colline, che gli baciano il lembo azzurro della veste? Quello di Garifo, di Serrapia, di Sutera, e seguendo con l'occhio avido gradatamente ad est  in poggetti, ed amene colline aver termine nella foce del fiume Platani (Lieo), dove un dì brillava la storica Eraclea? Vi ti reca, ed indi torni a guardare verso sud, e vedrai un'estesa pianura, coperta di verdeggianti vigneti, ondulata di molti adusti, e giovani oliveti, spezzati d'alquanti orti, e giardini. Più vedrai come due larghe, e lunghe bisce sinuose incamminarsi verso il mare d'Affrica, i due fiumi di Verdura, ovvero di San Carlo, di Calatabellotta che deriva dalle sorgive del Lobro che sgorga presso Prizzi, e Palazzo Adriano, e Montescuro, e Magazzolo, o fiume Albo, o Sosio, o di Majasolo; che mettono foce, il primo alla fine del feudo omonimo, e di Camemi inferiore, il secondo tra i feudi di Camemi superiore e Giardinelli. E più in là il tranquillo Platani, l'anzicennato Lico, che mette foce in baciare i ruderi della vecchia Eraclea; e l'azzurra isola di Pantellaria, che par galleggia tra il mar di Tunisi e Sicilia, e lo stesso mare tempestato d'ogni parte di barche con bianche vele, che popola la marina di Sciacca.

Per l'appunto colà siede Regina la nostra Ribera, sopra alto piano, avente per corona i ricordati monti, al rezzo dei venti freschi, e leggieri, che ce ne alitano il bel sembiante.

Essa dista dal livello del mare metri 223, longitudine dell'osservatorio di Napoli 0.59.20.0, latitudine boreale 37.30.5 scala nel rapporto di 1:2000.

Ha larghe, e lunghe vie tutte rette a croce tagliate in bellissima moderna simmetria, rozze chiese, e palazzi d'ammirevole arte paesana. È divisa in quattro sezioni, a Nord Napoli, a Sud Milano, ad Est Palermo, ad Ovest Roma. Conta n. 247 isole in tutte le vie, oltre a varie piazze, e recinti fuori abitato.

La piazza del Duomo, Madre Chiesa, abbellita d'una doppia filiera di Pepe selvatico, ed Acaci, che a propria stagione, i primi, ti presentano il roseo colore del frutto a grappolo, col perenne verde della fronda a punta di sega, che mano mano si cambia, nel suo maturo, in bruno, e proietta l'ombra del sole che irradia, dove come sotto a parapioggia, vi stanno coloro che attendono per la messa, ed altri che per diletto vi passeggiano.

Nel pratello della menzionata Chiesa Madre, sonvi due grandi candelabri di ferro fuso con tre lampadari a petrolio per ciascuno, che servono per dare la luce notturna, oltre ad altri sei lampadari posti nelle adiacenti cantonate. Ci duole l'animo però, come in tempi di progresso e di civiltà, possa vedersi ancora innanti dello spiazzo di esso pratello, il Carcere Mandamentale, il quale forma avanzo dei ricordi medievali, quando i Baroni valevansi dei dritti di vassallaggio, dell'imperio e del dispotismo. Ivi l'intera cittadinanza bazzica per le vicine chiese onde attendere agli uffici religiosi; pel passeggio; pel vicino  ufficio del Regio Lotto; della Segreteria comunale; Delegazione di Pubblica Sicurezza; Cancelleria di Pretura; Posta e Telegrafo, ed è increscioso sentire il monotono lamentevole canto a bestemmie continuate dei rinchiusi; lo schianto e grida di molte persone nel vedere stretti in catene i propri parenti trascinati dalla mano dei polizziotti, che ne rendono orrido lo spettacolo. Ci consigliamo impertanto, che i signori amministratori del comune, siccome con molta lode han migliorata la condizione del comune sistemando le vie interne, col mantenimento degli spazzini, e d'illuminazione notturna, rendendolo pulito, igienico, ed ammirevole al forestiero, vorranno darsi il pensiero di trasportare ('anzidetto carcere in località acentrica e così verranno appagati i desideri dei cittadini. Tutte le cantonate delle vie del paese infissi in appositi bracci di ferro dei lampadari, anco a petrolio, che ne illuminano l'intero comune. Nello spiazzo accanto la valle di Randazzo sonvi ben pure degli alberi di Pepe selvatico, che ne rallegrano quella contrada. È quindi la nostra Ribera, una di quelle cittadine moderne, delle quali non v'è seconda, e tu caro lettore non sdegnerai certo di dire:

A chi ti mira sembri una stella Sopra altopiano Ribera bella. (Citato Navarro da Ribera)

 

La sua popolazione conta n. 10.111 abitanti, giusta l'ultimo censimento ufficiale del 31 dicembre 1893.

I suoi abitanti furono, nel 1652 n. 462, nel 1723 n. 2.511, nel 1798 n. 4.656, nel 1831 n. 5.099, nel 1852 n. 5.774,

nel 1861 n. 6.493, nel 1871 n. 7.111. La superficie territoriale ettare 11.479 di terreni ubertosissimi sulla totale

superficie della Sicilia di salme 931.905 così dipartita:

Valle di Mazzara salme 391.797

Valle di Demone salme 252.720

Valle di Noto salme 287.188

Qui facciamo osservare, che non tutte le misure in Sicilia sono le stesse. Si conviene dappertutto, che quattro corde fanno un lato di una salma, la quale è il quadrato di quelle. Le corde non sono le stesse, ma ecco le principali differenze.

Ve ne sono di canne 18, di 18 e palmi 2; di 19.2; di 20; di 20.3 60/327; di 21.4; di 22.67; di 22.2, qual'è quella di Ribera, che corrisponde alla canna legale di canne 16.  Più Ribera quella del feudo Piana S. Nicola, ov'è sorto il paese, e nelle sue adiacenze, si è di canne 21.2.

In altri comuni parimenti di canne 22.4; di 22.2.316/355; di 22.5.7/263; di  23.36/47; di 23.6; di 25.25/51; di 25.

Non stiamo alle misure adottate da Cluverio, il quale nelle sue ricerche, benché fu diligentissimo, pur tuttavia, com'egli stesso attesta, che girò a piedi tutta la Sicilia, notando le distanze da paese a paese, lasciò per conseguenza assai sinuosità nella spiaggia, e reputiamo non esatta la misura ch'egli assegnò.

Si aggiunga che la misura delle miglia da lui adottate non è dappertutto la stessa, per come sopra abbiamo fatto osservare, imperocché da Messina per Palermo e Marsala sino a Girgenti, usò di miglia diverse di quelle che adoperò nel notare la distanza da Girgenti per Palermo sino a Messina.

La più esatta sembra essere la .carta della Sicilia del signor Schmettau, che d'ordine dell'imperatore Carlo VI sia stata negli anni 1720 e 1721 esattissima delineata, e adoperando la scala di miglia italiane nella carta stessa, siccome sono delineate nella carta anzidetta:

Da Pelerò a Lilibeo miglia italiane 282  .  Da Lilibeo a Pachino miglia italiane 208

Da Pachino a Peloro miglia italiane 160 .  Intero giro dell'Isola miglia italiane 656

Ridotta quindi la superfìcie in miglia quadrate italiane, e prese le misure, e fatti i calcoli sulla carta stessa, si è trovato che contiene: II Val di Mazzara miglia quadrate italiane 4.837  -  II Val di Demone miglia quadrate italiane 3.120.

Il Val di Noto miglia quadrate italiane 3.548

Intera superficie dell'Isola miglia quadrate italiane 11.505

E siccome si è detto che le miglia si hanno diversa misura, secondo gli usi dei diversi  paesi,  non  deve  recar meraviglia, se secondo  i  calcoli  degli oltramontani la superficie della Sicilia si trova espressa in numero assai minore di miglia quadrate. Essi d'ordinario hanno usato del miglio geografico di Alemagna, il quale è composto di 6.000 passi geometrici, ed è considerato il quadruplo del miglio d'Italia.

 

In oggi si sono tolte tutte queste differenze, e come precipuo elemento di civile società, si è adottato un'uniforme sistema di misure, e pesi, non che per le monete, attuandosi in tal modo quei principi che il celebre Giuseppe Piazzi metteva di fronte alla sua relazione del 1° febbraio 1809 pel codice metrico siculo. Verità proclamata in ogni tempo, e d'ogni legislatore, e per lo spesso invocata da Carlo Magno, Acquales mensuras, et rectas omnes habeant, Pondera vel mensume ubique acqualia sint etjusta.

Per le misure di superficie agraria l'unità è l'Ara (dal greco Aroco, campo: essa risulta dal quadrato costruito sopra una lunghezza di dieci metri, quindi l'Ara è uguale a cento metri quadrati).

 

La prima planimetria del Comune di Ribera eseguita nelle fasi dei lavori del primo catasto provvisorio della Sicilia, ordinato dai Borboni, Architetto agrimensore Giuseppe Tedesco.

 

Ribera perciò, come sopra abbiamo detto, possiede un territorio di ettare 11.744 di terra ubertosissima, e molte terre isole innaffiate dai due ricordati fiumi di Macasoli, e Verdura, e ti da abbondanza di frumenti, orzo, cotone, tabacco, fave, ceci, legumi, civaie, lino, canape, vino, olio, riso, mandorle, sommacco, miele, caciocavallo, caci, ricotte, frutta d'ogni specie, vasti orti, larga pastorizia, e bestiame, ed a buon dritto può chiamarsi l'emporio della provincia.

Gli agenti della Natura non mancano. Mare vicino, e per le rade di Seccagrande, Verdura, e S. Pietro, le granaglie veleggiano per altri mari.

Ha molte cave di gesso nei feudi Donna superiore ed inferiore, sebbene questi   due   feudi   stranamente   appartengono   alla   giurisdizione   di

Caltabellotta, epperò i proprietari fratelli signori Parlapiano, essendo riberesi, ne permettono, per gli usi dei comunisti (N.d.R. abitanti del comune),

l'estirpazione; quelle dell'ex feudo Strasatto di Donna inferiore, Strasatto di Corbo di spettanza dei signori Duchi di Bivona, ed iri contrada Gisternazza proprietà censita. Nello Strasatto di Corbo, si ha pure una bellissima cava di pietra, di natura levigata, la quale è bene adatta per gradini di scale, per pavimenti, davanzali di finestre, e balconi, poco dissimile dal marmo, essendo men dura. Il territorio si ha ben'anco molte cave di marna, usabile per gli impasti idraulici. Tra le tante la più pregiata è quella esistente in ex feudo Gulfa Panetteria di proprietà dei sullodati Bivona, per come ne han fatto fede  gl'ingegneri qui, nell'occasione della costruzione dei ponti del Macasoli, e di Verdura, per la strada provinciale Sciacca-Porto Empedocle. Nelle terre comunali, che rasentano l'abitato, vi sono delle utilissime cave di pietra arenaria, della quale pietra è sorto il comune, e si sono edificati i palmenti, case rurali, e vasche nei giardini. In ex feudo Belmonte, proprietà Bivona, havvi una fortissima pietra diluviana,

la quale serve per le macine dei mulini, e per trappeti d'olive, a somiglianzà di quella d'Alcamo, e di Palermo detta dell'Aspra, e buona anco per soglia. Non ha saline ed i comunisti se ne provvedono per sale di quello delle cave dei vicini comuni di Cattolica Eraclea, e di Cianciane, che qui l'importano con carretto, e con muli. Esistono dei valloni salati in ex feudo Finocchio proprietà dei fratelli Bonifacio pure da questa, le cui acque seccandosi, lasciano un'abbondante deposito, e molti naturali, se ne provvedono.

Vi è della pietra calcare, di che se ne fa Ja calce per gli impasti fabbrili, e per biancheggiare le stanze. Per tutt'altro ne parleremo più innanzi, esaurendo primariamente ciò che riguarda l'origine del comune. Il comune di Ribera, com'anzi abbiamo «accennato, siede nell'alto piano dell'ex

feudo Piano S. Nicola ai piedi d'una ridente collina che ne forma la proprietà del comune, alla cui cima havvi la croce nella quale in ogni anno si ripete la morte del Redentore Gesù, e nella parte di dietro, il recinto del Cimitero con una Cappella a forma ovale, dove vi si celebrano le messe in suffragio dei defunti. Ivi vi sono due stanze, una addetta al servizio mortuario, ed una per l'abitazione del custode. Dal sottosuolo di questa collina si estrae la pietra arenaria, la quale è servita per l'edificazione dell'abitato, e per le case che si vanno costruendo per l'ingrandimento, e miglioramento di esso, che si manifesta nei ciglioni circostanti da occidente a settentrione, e ad oriente, mentre in quei di mezzogiorno sono di pietra molare sovrapposta a del carbonato di calce, o creta azzurra assai densa, che ne formano di questa tegole, mattoni, e vasi diversi.  Il comune è fiancheggiato da due incantevoli vallate, una nominata di S. Rosalia nella quale havvi l'acqua potabile, della quale si servono gli abitanti, che sono chiare, dolci, e fresche, tutte le acque che si filtrano dalla roccia arenaria che le sovrasta. Quella di Porcospino e Piccirilla, che la valle di Chiusa del Petrarca non ne sarebbe prima di bellezza.

Il territorio facea parte della Contea di Caltabellotta, la quale risale all'epoca feudale sorta in Sicilia nello scorcio del secolo XI, quando il Gran Conte Ruggiero coi beni dei Musulmani, diede larga rimunerazione, ed assegni di podere, villaggi, città, castella, e casali ai suoi congiunti, ed ai propri commilitoni.

 

Stemma dei Luna (diviso, nel 1° d'argento, con una mezza luna riversata di due file a scacchi d'argento e di nero; nel 2° scaccheggiato del primo e del secondo di quattro file.  Corona di Duca)

 

Stemma della famiglia Moncada, circondato

dagli stemmi  degli ascendenti  della linea femminile  incisione del Lengueglia)

Stemma della famiglia Peralta

(diviso d'azzurro e d'argento. Corona di Conte)

 

 

Nel  1336 Re Federico, resosi fellone Federico d'Antiochia, costui venne sostituito nel Contado di Caltabellotta da Raimondo Peralta, il quale ne fu il primo conte. Anno 1337. Indi a poco vi successe Guglielmo Peralta terzo conte di Caltabellotta, nominato Guglielmone, per distinguerlo da Guglielmo suo padre, che nel 1339 era successo a Raimondo Peralta. Nella successione dei viceré di Sicilia, il Guglielmo Peralta fu Presidente del

Regno, ed uno dei quattro Vicari, quando la Sicilia era funestata dalle fazioni dei Latini, e dei Catalani. Da Guglielmo Peralta, la contea anzidetta, passò nelle mani del di lui figlio Nicolo, che per le nozze con Isabella Chiaramente figlia di Manfredi III ebbe anco la signoria di Bivona, 1338, che per manco di discendenza maschile, passarono ad Artale de Luna sposo di Margherita Peralta, 1404. Nella contea di Caltabellotta, e nella Signoria di Bivona continuò la famiglia De Luna nobilissima, tanto che certa Maria Luna nel 1407 non fu Regina, per essere morta. Vi fu un Carlo De Luna conte di Caltabellotta, e. Signore di Bivona, nepote d'Artale Luna; Presidente del Regno un Giovanni Vincenzo De Luna conte di Caltabellotta; Un Giovanni De Luna vescovo di Catania, Sigismondo De Luna figliolo di Giovanni conte di Caltabellotta, cui Re Carlo aveva scelto per Presidente del Regno, dopo la espulsione di Ugo Moncada, e Giacomo Peralta barone di Pandolfina, che per la sua splendidezza primeggiava fra tutti; Un Pietro De Luna duca di Bivona, sposo della figlia del Viceré Giovanni De

Vega, anno 1551. Egli avea tre carrozze, e per i loro sponsali in Palermo, e nelle magnifiche feste, le dame intervennero nel convito montate sopra chinee guarnite di selle dorate, e di adorne coverte. Il ricordato Pietro, non solo elevò Bivona all'onordi Ducato 1554, ma ricuperò alla casa molti latifondi ch'erano stati alienati dai suoi predecessori, tra i quali i due feudi di Gulfa di sopra, e Gulfa di sotto alla destra del Macasoli e la Baronia pure di Macasoli, e che dopo i Parapertusa era passata nel 1456 alla casa Lucchesi di Sciacca. I quali feudi, e Baronia il De Luna aggregò al contado di Caltabellotta.  Con Giovanni De Luna figlio di Pietro, si estinse la famiglia De Luna, sicché la contea di Caltabellotta, il Ducato di Bivona, e la Baronia di Macasoli passarono a Cesare Moncada secondo principe di Paterno sposo di Aloisia De Luna, metà secolo XVI ed è probabile che sia stato il Paterno colui, che abitando lontano degli appannaggi li abbia fatto amministrare, parte dal suo segreto di Caltabellotta a parte di quello di Bivona, alle quali sue amministrazioni ebbe allora a dividere la Baronia di Macasoli, aggregando a Caltabellotta i tre feudi che stavano lungo il corso inferiore di Macasoli, cioè le due Donne, e lo Strasatto a sinistra dello stesso Macasoli, unendo a Bivona gli altri sei cioè, Millaga, Pinocchio, Balata, Ferrarla, e le due Mailla.

Ci giova in questo incontro fare rilevare, che i detti feudi in oggi, forse per mal consiglio dei propri amministratori, gli attuali Duchi di Ferrandina, han venduto cioè, Millaga e Balata ai fratelli Saporito di Castelvetrano, Finocchio ai fratelli Bonifacio fu Gaetano da Ribera, Ferrarla con le due Donne ai fratelli Parlapiano Carmelo e Antonino pure da Ribera, cosicché agli attuali Duchi di Bivona rimase solo lo Strasatto di Donna inferiore, come dipendente dalla Baronia di Macasoli.

Come, con molto rincrescimento possiamo fare marcare, sempre per come si suppone, causa dei propri amministratori, che i due feudi di Cirstea, Acristia, o Cristia, e di Garlalufo, con i due molini nominati delle Favare, e terre adiacenti, furono dai Duchi stessi di Bivona parimenti alienati, ed acquistati, il primo dal sig. Pietro De Michele Fleres da Burgio, il secondo dal Barone Antonino Ferrantelli Barucco, ed i molini, e le terre adiacenti dal dottor Giacomo Marchese della stessa Burgio.

Tornando a noi sull'appunto.

Francesco Moncada, Principe di Paternò, figlio di Cesare Moncada e di Aloisia de Luna  (incisione del Lengueglia)

Antonio Moncada, Principe di Paternò e figlio di Francesco Moncada  (incisione del Lengueglia)

Cesare Moncada, Principe di Paternò e marito di Aloisia de Luna (incisione del Lengueglia in "Ritratti della prosapia et heroi Moncadi nella Sicilia, Valenza, 1657).

Ferdinando Moncada, Principe di Paternò e figlio di Luigi Moncada

(incisione del Lengueglia)

 

A Cesare Moncada successe Francesco, indi Antonio, poi Luigi Guglielmo Moncada Aragona e La Cerda, il quale a 22 anni fu Viceré di Sicilia che in Palermo fabbricò la porta detta Montalto dal titolo del suo Ducato; compì porta Felice; ed ordinò quella del baluardo presso la porta Carini; ed alzò la nuova fontana con la cupola, ch'è presso l'arsenale al molo, e quella di Fiera vecchia. 1627, sotto i suoi auspici surse la nostra Ribera, 1628, ch'ebbe origine alla nuova università baronale col nome di Ribera, e perché posta fra le due riviere, e per onorare il nome di Maria Afan de Ribera, di lui prima moglie, figliuola di Ferdinando Duca di Alcalà viceré di Sicilia, e di Napoli, e si unì poscia a Caterina Moncada, e di Castro, sita nella Piana suddetta di S. Nicola tra il mare, il fiume Macasoli, e quello di Caltabellotta. Gli abitatori caltabellottesi la coltivavano, e scendendo dal monte il lunedì della settimana, e ritornavano alla sera del sabato.

 

Guglielmo Raimondo Moncada

Conte di Adernò, Augusta e Caltanissetta, padre di Diana Moncada.

(incisione del Lengueglia)

 

Ma questo stentuoso andare, e venire finalmente venne in uggia ai caltabellottesi agricoltori, che avevano ancora più fiumi a valicare, i quali spesso al verno divengono tumidi e fragorosi, tanto che per parecchi dì si fanno spesso guardare da lontano con qualche sgomento. Il nuovo comune rimase per lungo tempo senza territorio, ed il suo abitato era quindi girato dalle terre di Caltabellotta, se non che, estintasi la famiglia Moncada con Ferdinando figliolo di Luigi Guglielmo, 1713, Caltabellotta, Bivona, e Ribera passarono nel dominio di Giuseppe di Toledo Duca di Ferrandina, Marchese di Villafranca, sposò Caterina, ultima dei Moncada, cui tramandò in dote della famiglia Moncada ed Aragona il ricchissimo retaggio, i di cui successori influirono a che Ribera, malgrado le tante opposizioni caltabellottesi, avesse in fine un territorio.

E così avvenne. Caltabellotta conservò quanto dal suo abitato va al fiume omonimo, oggi Verdura, non che i tre feudi della Baronia di Macasoli, e dovè cedere a Ribera tutti i feudi intermedi tra quei due compartimenti caltabellottesi, ch'erano chiusi dai due fiumi, dal mare, e dell'agro di Calamonaci, meno di Gulfa di sopra che rimase invece a Caltabellotta, 1782, la quale in quest'incontro, venne anco privata della sede della signorile amministrazione, che fu passata invece a Ribera, dove in atto esiste dopo che una gran lite ebbe a sostenere coi suoi comunali di Caltabellotta che ad esigere dritti angarici fin dietro alle sue mura venivano.

Il territorio di Ribera, per conseguenza, si compone dei seguenti feudi: Strasatto di Donna inferiore facente parte e residuo della Baronia di Macasoli, ex feudo di Belmonte con lo Strasatto dei Mositi e Roveti con le terre staccate di Ciagolaro; Strasatti di Ciagolaro, Greco Morto, Quartolongo, Porcospino, e Piccirilla; dei due feudi Gulfa Giummarella, e Gulfa Panetteria, ex feudo Castellana, ex feudo di Camemi superiore, ed inferiore; ex feudo Torre, e Piana appartenenti ai signori Giuseppe Alvarez deToledo y Acuna Duca di Bivona, e conte di Xiquena, e nobilissimo di lui figlio D.Tristano Alvarez De Toledo della Conca y Guttierrez, domiciliati in Madrid, nonché dell'ex feudo di Xirinda-Scirinda di spettanza del sig.

Principe di Villafiorita qual domino diretto. In oggi il fastoso titolo di Conte di Caltabellotta viene assunto dall'Eccellentissimo Ferdinando Alvarez de Toledo y Acuna figlio del fu Giuseppe Alvarez de Toledo y Palafax e Porto Carrero Duca di Bivona, e della fu Carmela Acuna de Witt residente in Napoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

Stemma dei Toledo e di tutte le famiglie

della linea femminile da cui discendevano.

Affresco che si trova nella casa del Duca di Bivona

di Ribera, oggi appartenente alla famiglia

Vassallo (foto di Enzo Geraci)

 

 

Prima di chiudere questo capitolo, trascriviamo parte degl'innumerevoli titoli che hanno i Duchi di Ferrandina, che noi abbiamo desunto da una patente in persona del dottor Emanuele Cutino del 24 agosto 1804 detto giudice criminale del sig. Antonio Villanueva procuratore, ed amministratore generale del signor don Francesco de Borgia Alvarez de Toledo; Nos D. Antonio Villanueva cavaliere de la religion de San Juan De Jerusalem, procurator y administrator generai par el EX.mo Senor D. Francisco de Borgia Alvarez de Toledo, Perez de Guzman el Bueno, Gonzaga, Zuniga, Portugal, Silva, y Mendoza. Duque de Montalto, de Ferrandina, de Medina Sidonia, y de Bivona. Marquez de Villafranca, de Villanueva de Baldueza, de Los Valez, de Molina, y Martarelli principe di Paterno y Montelvan, Conte di Pana Ramiro, de Caltanisetta, de Collesano, de Adernò, de Sclafani, de Caltabellotta, y Centorvi, Baron de Meli, de la Mota de Santa Anastasia, de Belici, y de San Bartolomé, Senor de las Baronias de Castelvi, de Rosano, de Melius de Reis, de Santa Cruz del Arden de San Andres de la Barca, de San Pedro de Abrera, de San Esteban de Serviras y de San Vicente de Castelbisval i Senor de Cabrerà, de Ribera, del Valle de Losada, de Coto de Balboa, de Matilla de Serzon, de las Villas de Mula, Albama Librilla, los Cuebas, Pontilla, Cantaria, y Portoloba; del Real Sitio Casos di Alacansera, Almizaques, Albenehez, Benitogla, Orde, Alba, Zarzena, y Arboleas, de Belpaso, de San Nicolavi, de la Guardia, del Campo 

 

Rotando, de Biancavilla, de Los Bosques y Montes del Etna, de Pugidiana, Villan de Aragona con sus distritos de San Sixto de Baquerizo de la Marre, de Ribera de Moncada,19 de Las Petralias Alta y Baja, de Scillato, de Caltabuturo, de Fenicia de Moncada, y de las Montes Miariniano, patrono della Capilla de Nuastra Senora de la Victoria del Palan de la Candesa de Palamòs, con la Ciudad de Barcelona; Adelantado, i Capitan Major del Regno di Murcia, Marquesado de Villana, Alcaràz, Campo de Mantiel, y Sierra de Seguna; Alcalde perpetuo de Las Reales Alcazares de Las Ciudades de Murcia, y Lorea, y de la Fortaleza de Panferrada; Conde de Niebla, Marquez de Cuzaza en Africa, Senor de Las Alcuadrabas de Las Costas de Andalucia, y Regno de Granada, de Las Villas de Trabuzena, Conis Chielana, Vezer Ballalas, Stuelva, San Juan del Puerto, y Alxaraque de la de Nievena, Gunsiu Almonte, y Dazala parte de la Palos; Grande de Espana de primiera Clase; y Gentil hombre de Camera di S.M.C, con exercicio ecc, ecc. (Sono trascritti così come li abbiamo letti. N.d.R.)

 

Tutto ciò spingeva il Barone non solo a fondare, ma anche ad interessarsi personalmente e direttamente del paese e dei suoi problemi; addirittura non pochi di essi vi andavano ad abitare: per esempio i Tornasi di Lampedusa a Palma di Montechiaro. Nel paese allora sorgeva il Palazzo del Barone o del Principe, e col Palazzo anche chiese e monasteri sia maschili che femminili. La presenza dei religiosi, infatti, era richiesta principalmente perché si credeva al valore fondamentale della religione nella convivenza anche civile e politica, ed anche perché la loro presenza voleva dire cultura, arte, scuola, prestigio; scienza ...

 

Purtroppo, Ribera è stata fondata da un Signore, Luigi Moncada, il quale non aveva alcun interesse di salire nella scala sociale spagnolesca; era già Grande di Spagna, Principe, Duca, Conte, Signore di molte città e paesi di Sicilia e di Spagna: Paterno, Adrano, Caltanissetta, Bivona, le due Petralie, Caltabellotta, Collesano, ecc; fu anche Viceré di Sicilia, poi di Sardegna, ed in seguito di Valenza; infine fu anche Cardinale di Santa Romana Chiesa. Ribera, dunque, non interessava alcun che al suo fondatore, se non per quel tanto che poteva rendergli sul piano strettamente economico.

Egli, pertanto, impegnato com'era al servizio del Re di Spagna, lontano dall'isola, fini col disinteressarsi delle singole terre di cui era Signore, per eredità o per fondazione; fu perciò costretto ad affittare i suoi "Stati", ossia le sue città con i feudi circostanti. Anzi, oppresso anche da difficoltà economiche crescenti, fu addirittura costretto a vedere amministrato il suo patrimonio dalla cosiddetta "Deputazione degli Stati", che era un organismo voluto dal Re di Spagna per curare i patrimoni feudali ih passivo.

 

Tali cause spiegano, allora, perché Ribera, seguendo le sorti della vicina e più antica Caltabellotta, passò da un affittuario all'altro: l'Abate Castiglione Antonino da Cammarata all'epoca della fondazione, il Di Giovanni Calogero all'inizio del Settecento il quale fece costruire il "Casino" nella di lui Baronia del Magone, il Turano Barone Campello da Burgio che si trasferì poi a Ribera, il Lo Scasso, il Greco, ecc., che appartenevano alla piccola e media nobiltà del tempo. A costoro poco o niente interessava la vita religiosa, sociale, culturale del paese, in cui risiedevano quel tanto che bastava per sbrigare gli affari e riscuotere quanto era loro dovuto. Non esiste perciò a Ribera casa alcuna del Principe o del Duca, ma solo quella dell'amministratore, oggi detta appunto "del Duca".

A chi dunque era affidata la vita religiosa e civile del popoloso centro? Al locale clero ed ai giurati che facevano quel che potevano e sapevano fare, senza alcun apporto di gente che venisse da fuori. Ecco perché a Ribera non abbiamo chiese artisticamente pregevoli, le quali sono generalmente annesse a conventi e monasteri, opere d'arte importanti, ecc.

Vediamo adesso la vera origine del comune di Ribera che ha inizio, dunque, durante il dominio spagnolo della Sicilia. L'Isola era governata da un viceré, e precisamente nel periodo in cui nacque Ribera ricoprirono tale carica Ferdinando Afan de Ribera duca di Alcalà (1632-1635) e il genero Luigi Moncada principe di Paterno, duca di Bivona e conte di Caltabellotta (1635-1639).

 

Premettiamo che nella nostra zona sorsero in questo periodo alcune terre (così venivano chiamati i paesi rurali): Calamonaci, Montallegro, Cattolica, S. Anna, S. Carlo, Cianciana, ecc. Comunque i motivi che spinsero il principe di Paterno a fondare Ribera non sono gli stessi, ma come vedremo di reazione allo spopolamento delle sue terre.

Luigi Moncada, Principe di Paterno, Duca di Montalto e di Bivona, Conte di Caltanissetta, Caltabellotta, Adernò (oggi Adrano), Sclafani, Collesano, Centorbi, Barone di Melilli, di Motta di S. Anastasia, di Malpasso, Signore di Camporotondo, di Biancavilla, ecc., i cui feudi comprendevano buona parte della Sicilia con i vecchi centri baronali era preoccupato da tale spinta a fondare nuovi paesi, perché molti abitanti delle sue città trovavano conveniente emigrare e stabilirsi nei nuovi centri abitati: lì il feudatario concedeva case e terre a censo, sgravi fiscali, nuova personalità giuridica e, quel che contava di "più, l'esonero dai debiti contratti nei luoghi d'origine.

 

Tale inconveniente il Principe lo esperimentò specialmente a Caltanissetta e a Caltabellotta, quest'ultimo centro da 8000 abitanti si era ridotto, nel periodo in questione, ad averne circa la metà ed i rimasti si lamentavano e protestavano con gli amministratori perché dovevano pagare le gabelle per 8000 abitanti, nonostante che non fossero più tanti. Il principe Moncada, recependo tali lamentele, decise di rimediare allo spopolamento della contea di Caltabellotta fondando lui stesso un nuovo insediamento, con i privilegi suddetti, nel suo stesso territorio: nella baronia di Misilcassim: così, fatto strano, Caltabellotta si trovava ad avere nel suo territorio due città con non poche contraddizioni da risolvere.

 

 

Alcune immagini di una Ribera d'altri tempi

Misilcassim era il fortilizio, che nel Cinquecento diventò castello di "Poggiodiana", che sorgeva su un colle bagnato dal fiume Verdura e nel periodo del suo massimo splendore comprendeva oltre che ad un casale anche i feudi di: Canna Grande, Giardino Poggiodiana, Torre, Piana di Stampaci, Vigna di Stampaci, Gulfa soprana e sottana, Camemi inferiore e superiore, Castellana, Strasatti, Donna sottana e soprana. Con la nascita di Ribera cesserà piano piano l'importanza del castello, anche perché i tempi erano cambiati, ed esso diventerà soltanto un baglio per il ricovero dei prodotti e degli attrezzi agricoli. Poi verrà del tutto abbandonato ed oggi non possiamo che ammirarne i ruderi.

Non risulta che il Principe abbia chiesto ed ottenuto la "Licentia populandi o Jus asdificandi" la qual cosa si spiega con la carica di viceré che ricopriva in quel periodo. Egli, intanto, con la fondazione di Ribera provvedeva a meglio coltivare i terreni pianeggianti che stanno a valle rispetto a Caltabellotta (800 m. sul livello del mare), senza peraltro subire lo spopolamento della contea, anzi attirandovi nuovi abitanti.

L'insediamento abitativo sorse non a valle, ma sull'altipiano (242 'm. sul livello del mare) proprio sullo sperone che guarda verso il Verdura è il mare.

In quale anno fu fondata Ribera? Le risposte degli storici variano: chi dice nel 1627 (I. Scaturro, Storia della città di Sciacca, voi. Il, Ed.ri.si., 1983, pag. 240.), chi nel 1628 (V. Navarro, Intorno a Ribera. Parole, 1856, pag. 22; lo stesso Salerno che lo apprende dal Navarro), altri nel 1633 (R. Pirri, Sicilia Sacra, ed. 1733 riveduta e corretta da A. Mongitore, pag. 764, § XVII.), o ancora nel 1635 (R. Lentini, Le origini di Ribera alla luce di nuovi documenti, 1986). La varietà di queste date è spiegabile da questo fatto: nell'unico feudo assegnato per il nuovo insediamento, quello detto di Stampaci (alcuni sostengono, che la sottocontrada era chiamata Piano di S. Nicola), da diversi decenni vi era impiantato un esteso vigneto; e tale vigneto, come abbiamo rilevato in documenti notarili dell'epoca, era fornito di magazzini, di palmento, di abitazioni per i coloni, e probabilmente anche di una cappella per la sola celebrazione della messa. Tuttavia i documenti che ci rimangono e che ci possono dire qualcosa di certo sulla fondazione di Ribera sono due:

1) l'atto con cui il principe Moncada nomina amministratore ("secreto" come allora veniva chiamato) Giovanni Antonio Spataro il 29 marzo 1635 (Archivio di Stato di Palermo, notaio G. Cinquemani, 29 marzo 1635, II st, voi. 4459, da carta 797 recto a 798 verso.) dove egli ordina di concedere a censo parte del territorio del feudo di Piana Stampaci e iniziare la pianificazione vera e propria della città;

2) il resoconto degli anni 1635-38 che lo stesso Spataro presenta al Principe il 15 gennaio 1639 (R. Lentini, op. cit, pagg. 55 e ss.: Archivio di Stato di Palermo, notaio G. Cinquemani, II st., voi. 4463, da carta 304 a 365.) riguardante le entrate e le uscite per la fabbrica del nuovo paese.

in questo secondo atto leggiamo i costi per l'edificazione del primo quartiere di Ribera, attualmente chiamato di"Sant'Antuninu", con la chiesa dedicata a S. Nicola di Bari (oggi non più esistente), costruita probabilmente su un magazzino o addirittura una vecchia cappella, con la Corte luratoria (Municipio), con i magazzini del Moncada e con i primi isolati, costituiti da case sia private che da concedere a censo, dunque una entità abitativa ben definita. In questa prima toponomastica i primi lotti vennero chiamati "Isole" e denominate: "Prima, Prima di Castiglione, Seconda di Cucchiara, Destrino Ciancimino, Giuseppe Di Caro, Filippo Tallo, Pietro Pinello, Domenico Pipia, Gerlando Zirafi, Leonardo Sciascia, Leonardo Parlapiano, Michele Galati, Vincenzo Perricone, Giacomo Oliveri, Vincenzo Colletti, Luca Veneziano", cioè con i nomi dei primi abitatori degli stessi isolati.

Per gli incentivi che proponeva il Duca, per la sua posizione, per i suoi terreni fertili, la fondazione della nuova terra ebbe successo, tanto che la popolazione nei primi 20 anni era più che raddoppiata.

Per quanto riguarda le successioni feudali esatte rimandiamo il lettore ai seguenti testi: R. Lentini, Le orìgini di Ribera alla luce di nuovi documenti, 1986 e R. Lentini - G. Scaturro, Misilcassim seu Poggiodiana - Un castello a Ribera, Ribera 1996.

 

BORGO BONSIGNORE Costruito durante il periodo fascista, la località è diventata a carattere turistico.

Dista da Ribera circa 12 km. La bellezza delle spiagge, la riserva naturale protetta che costeggia il mare, i luoghi incantevoli e incontaminati come "Pietre Cadute"

 hanno contribuito a renderlo una rinomata località balneare.

SECCAGRANDE È la località preferita dai riberesi, si trova a 9 km dal paese e d'estate si riempie di persone che affollano le spiagge, il lungomare e i locali notturni. Da vedere i giochi pirotecnici musicali in spiaggia del 15 agosto, e la notte dei falò (14 agosto), quando il litorale si riempie di giovani, fuochi e musica.

Un altare di San Giuseppe

Le tre sacre statue dell'Incontro di Pasqua di Ribera:

San Miche, Gesù Risorto e la Madonna

 

 

 

 

 

 

BELLA RIBERA, TU M’INNAMORI, MA...

Così scriveva a metà dell’’800 Vincenzo Navarro, ma denunciava anche le "fetide vaste risiere".

(Giuseppe Nicola Ciliberto) 

 

 

 

 

 

 

 

2^ SAGRA DELL'ARANCIA - 1991

La scenografia sul palco degli spettacoli, realizzata

con strutture in ferro tappezzate di arance riberesi,

da G.N.Ciliberto

 

 

 

 

Una cittadina che, comunque, vuole andare avanti, che non vuole essere passiva, che non vuole rassegnarsi ad un progresso lento che non riesce a decollare definitivamente.

Occorre valorizzare ciò che si ha e creare ciò che non si ha, sfruttando ed integrando al meglio quello che altri magari ci invidiano.

Non solo di arance però, deve vivere Ribera, anche se uniche, ma che rischiano spesso di rimanere sconosciute al resto del mondo, se non vengono addirittura schiacciate sotto impietosi trattori per mancanza di mercato.

Le intelligenze di sicuro non mancano, ma sono necessari gli sforzi di tutti, con in prima linea gli amministratori che si alternano alla guida della città.

Il futuro non può ignorare il Turismo, che è una via che si può senz'altro intraprendere, sfruttando sia i pochi ma significativi monumenti, che i siti archeologici, di notevole interesse artistico, oltre alle bellezze naturali quali possono essere i meravigliosi agrumeti, i frutteti, i boschi attrezzati e le limpide acque delle nostre incontaminate spiagge.

Il massiccio flusso turistico che ci passa sotto gli occhi e che fa capo ad Agrigento, Eraclea Minoa, Sciacca e Selinunte, non chiederebbe nulla di meglio che essere dirottato verso di noi, per una magica escursione agri-turistica, tra innumerevoli percorsi, che si potrebbero creare nel territorio, toccando arte, storia e natura, misti , perché nò ? ad una succulenta spremuta d’arancia o ad una inimmaginabile "mangiata di ricotta e tuma" presso " la mànnara" di qualche pastore locale.

Chi andrà ad amministrare la nostra città, non può che mettere in programma la necessaria e non più rinviabile risoluzione di annosi problemi, come la riapertura di una Casa Anziani, da tempo completata e miseramente abbandonata a se stessa, il completamento del Teatro, la funzionalità di Stadi e Palestre, per un rilancio dello sport, la realizzazione di un porticciolo a Seccagrande e tanto altro ancora.

Sarebbe anche auspicabile l’apertura definitiva e permanente, in una sede più adeguata e funzionale, del Museo etnoantropologico, di cui si parla da anni, ma che non si riesce ancora ad attuare.

Si potrebbero esporre al pubblico i numerosi reperti archeologici ritrovati nelle nostre zone, sia quelli terrestri che quelli trovati nel nostro mare. Ed oggi non sappiamo più nulla di quella famosa balena "Corvina" che, venuta a morire nelle nostre spiagge, non si sa verso quali lidi sia andata ad approdare ed in quale museo è esposto il suo imponente scheletro.

Anche le nostre Feste popolari, le Tradizioni, le iniziative culturali a vario livello, se, opportunamente pubblicizzate, potrebbero essere valorizzate per diventare un veicolo di flussi turistici, che darebbero a Ribera un sicuro ritorno economico.

Sappiamo anche che l’Italia è il paese delle Sagre, che pubblicizzano i più svariati prodotti come: il carciofo, il pesce, le castagne, le pesche, i tartufi, le mele, le noccioline, l’aglio, le cipolle, le zucche, la ricotta....e chi più ne ha più ne metta. Pertanto è assurdo che Ribera, che da oltre 60 anni produce le più belle arance d’Italia, non abbia la sua Sagra o se l’ha avuta, miseramente l’ha lasciata scomparire. Sicuramente, lavorando bene, senza fretta, ma costantemente e con il massimo impegno e diligenza, i frutti prima o poi arriveranno e non potranno che essere succosi e ricchi, portando sicuramente un maggiore benessere economico e sociale.

Non si pretende certamente di creare dei "business", come sanno fare gli americani con "Disneyland", i francesi con "Euro Disney" e come altri in Italia, che hanno creato turismo dal nulla, come "La città di Pinocchio", "L’Italia in miniatura", "Gardaland"  e numerosi  AcquaPark,  Zoo e Giardini botanici.

Il suggerimento più forte e concreto che faccio e credo, tutti i riberesi farebbero, non può essere che quello di ritornare ad organizzare la "Sagra dell’arancia" , abbinando anche "l’Agricoltura, l’Artigianato e soprattutto il Turismo" e caratterizzarli sempre più e sempre meglio, riprendendo la realizzazione di quei monumenti ed opere d’arte "all’arancia", molto suggestivi ed attraenti, già sperimentati con enorme successo.

A Ribera occorre qualcosa di unico, e questa sarebbe un’idea unica; i monumenti all’arancia costituirebbero davvero una esclusiva, in tutta la Sicilia e potrebbero a breve tempo diventarlo per tutta la Nazione. Ci vuole solo impegno, costanza e continuità come, ad esempio hanno fatto altri con "La Sagra del Mandorlo in fiore" di Agrigento, "Il Carnevale" di Sciacca, "Gli Archi di Pasqua" di S. Biagio Platani ed anche "Il Presepe vivente" di Caltabellotta, diventati ormai appuntamenti fissi e imperdibili, ricchi di fascino e spettacolarità.

La "Sagra dell’Arancia", per Ribera, che sui cartelli stradali viene presentata appunto,  come la Città delle Arance,  a parere del sottoscritto, è una occasione unica, una scelta quasi obbligata, che non doveva essere interrotta e, pertanto, dovrebbe essere subito ripresa e istituzionalizzata, facendola tornale al successo degli anni passati.

A Ribera si sà, anche se tanto si è fatto in anni più o meno recenti, quasi sempre ogni iniziativa, anche lodevole è sempre caduta nel dimenticatoio. Sembra che nel nostro paese, ogni cosa si fa solo per il gusto e il capriccio dell’amministratore di turno, per poi essere totalmente ignorata da chi viene dopo.

Ed esempi di Fiere, Feste, Rassegne, Iniziative culturali varie ed anche sportive da tempo scomparse, ce ne sarebbero a decine, ma non li voglio ricordare nel dettaglio, perché tante di queste "meteore" ce le ricordiamo molto bene, e spesso, qualcuna la rimpiangiamo.

Naturalmente si deve fare ciò che è possibile, e qualcosa sicuramente si potrebbe fare, affinchè una valvola di sfogo, creata da un turismo di massa, possa incrementare di più anche le produzioni agricole e facilitare la commercializzazione dei nostri pregiati prodotti, oltre che creare nuove fonti di occupazione.

Tra il "dire e il fare", si dice, che c’è di mezzo il mare, ma sappiamo che i riberesi vogliono, che il loro paese cresca, che sia ancora additato in tutto il circondario, come quello trainante e dal quale prendere esempio e per questo, non è più tempo di "fare poesia" ed agire seriamente.

Anche dei piccoli passi o dei segni tangibili in questa direzione, potranno mettere in luce all’occhio degli stessi riberesi e naturalmente anche degli eventuali turisti, qualcosa di nuovo e di diverso, di cui oggi ha tanto bisogno la nostra tanto bistrattata, ma sempre cara e BELLA RIBERA…..

 

 

SECCAGRANDE : La zona dietro la Chiesa di San Domenico Savio, che negli ultimi anni si è popolata

di numerose villette e case d'abitazione, dove gran parte dei riberesi trascorrono le loro vacanze estive.

La foto ripresa in 4 scatti, è stata eseguita dall'autore del sito, il 25 novembre 2006.

 

 

 

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