|
|
Breve storia, notizie, curiosità e leggende |
|
|
STORIA In epoche remotissime la Sicilia fu popolata originariamente dai Sicani, popolazione mediterranea proveniente, probabilmente, dalla Spagna. Intorno al 1400 a.C. giunsero i Siculi, di ceppo osco-umbro, scacciati dalla Calabria, ai quali fecero seguito gli Elimi, imparentati, forse, con popolazioni celto-liguri. Nel IX secolo a.C. penetrarono i Fenici, semiti, ai quali si deve la fondazione di Palermo. Nell'arco del X-VIII secolo sorsero numerose colonie greche lungo le coste che portarono ad una fuga delle popolazioni autoctone all'interno. Le polis, città stato greche, raggiunsero notevole prosperità ed importanza nel mediterraneo, commerciando con altre popolazioni italiche come gli Etruschi. Prima Atene (413 a.C.), poi Cartagine, grazie alla presenza di colonie fenice, cercarono di impossessarsi della Sicilia magnogreca, ma le polis resistettero, sotto la guida di Siracusa, potenza egemone fra il quinto e il quarto secolo. Nel 266 a.C. incominciò la campagna di conquista dei Romani che si perfezionò mezzo secolo dopo con la definitiva sconfitta di Agrigento e Siracusa: la Sicilia divenne la prima provincia di Roma ed importante centro di produzione agricola. La Sicilia romana vive un'età prospera e tranquilla, con l'eccezione delle guerre degli schiavi nel 132 e 138 a.C. e le scorrerie di Verre. Dal 44 al 33 a.C. è teatro del tentativo di Sesto Pompeo di resistere e rovesciare il II triumvirato costituitosi dopo l'assassinio di Giulio Cesare. Con la caduta di Roma la Sicilia è oggetto delle invasioni dei vandali e viene, in seguito, presa da Odoacre. L'isola è teatro della guerra gotica e solo con la morte di Totila e la sconfitta di Teia i bizantini riescono a impossessarsi di Palermo. L'occupazione araba inizia nell'827 ma la caduta dell'ultima roccaforte greca (Rometta) è del 963. Dopo un altro breve tentativo di riconquista greca per mano di Giorgio Maniace, la Sicilia viene conquistata dai Normanni nel 1060. Non si assiste ad una cacciata dei musulmani ma ad un'integrazione e sintesi delle due culture che produrranno dei risultati artistici e letterari notevoli. Nel 1129 Ruggero II d'Altavilla è incoronato re di Sicilia e di Puglia. La dominazione sveva inizia con il matrimonio di Enrico VI, figlio dell'imperatore Barbarossa e Costanza d'Altavilla. Sotto il governo di Federico II la Sicilia raggiunge inarrivabili vette in campo politico, giuridico, artistico e letterario. In seguito l'isola diviene oggetto delle mire espansionistiche dei Francesi, anche grazie all'interesse del papa, acerrimo nemico della dinastia sveva. Dopo la sconfitta di Manfredi e la morte di Corrado e Corradino, gli angioini stabiliscono definitivamente il loro governo sul Regno di Sicilia. La loro mala signoria, come era definita da Dante, gli invalse l'odio dei Siciliani che insorgono per cacciarli e favorire l'avvento della corona Aragonese (Vespri Siciliani) in quanto Costanza, la figlia di Manfredi, era la sposa di Pietro D'Aragona. Nel 1282 Carlo d'Angiò viene sconfitto ed il potere passa alla famiglia spagnola. Con la Pace di Caltabellotta (1302) gli aragonesi si impossessarono della Sicilia costituendo il Regno di Trinacria e gli angioini istituirono il loro regno su tutta l'Italia meridionale (Regno di Napoli). Lo scontro nel Sud fra spagnoli ed aragonesi si ripetè nel 1442 quando Alfonso V il Magnanimo, divenuto anche Re di Napoli, riunisce i due regni. L'unificazione della corona di Spagna col matrimonio fra Ferdinando II d'Aragona e Isabella di Castiglia trasforma Napoli e la Sicilia in due viceregni. La Sicilia, ormai periferica per gli interessi spagnoli viene retta da stranieri non più interessati ad uno sviluppo reale del territorio: dal 1500 fino al 1713 il viceregno è retto dagli Asburgo. Poi passa ai Savoia e ritorna, nuovamente in mano Spagnola. Dopo il Congresso di Vienna Ferdinando I di Borbone riunisce di nuovo Napoli e Sicilia nel nuovo Regno delle Due Sicilie. Il Regno dei Borbone si dimostra ambivalente, coniugando forte autoritarismo e un certo spirito reazionario di appoggio alle classi più retrive dei proprietari terrieri, con una moderna politica economica protezionistica e di sviluppo e valorizzazione del territorio (bonifiche, acquedotti, strade) che porta un certo grado di prosperità attraverso la valorizzazione delle risolse agricole, cerealicole e dello zolfo. Ciò nonostante, i siciliani si dimostrano insofferenti alla dominazione straniera. Scoppiano insurrezioni autonomiste e separatiste nel 1820 e nel 48. I Borboni resisteranno fino all'Unità d'Italia. I primi anni post-unitari sono caratterizzati dalla contrazione del patrimonio manifatturiero della Sicilia in virtù delle politiche liberistiche della Destra Storica e del patto sociale del "Ferro e della Segale" che emargina il settore agricolo siciliano più innovativo. Si acuiscono i problemi sociali; mafia, brigantaggio, inumane condizioni di vita di braccianti e minatori. Queste tensioni portano a numerose manifestazioni contadine per la richiesta della riforma agraria e all'insurrezione dei Fasci Siciliani, duramente repressi da Crispi (1891/1894). I primi anni del Novecento vedono acuirsi le difficoltà sociali ed economiche ed il consolidamento della situazione di arretratezza della Sicilia e dell'Italia meridionale. In occasione della seconda guerra mondiale la Sicilia subisce distruzioni e bombardamenti. Durante gli anni dell'occupazione alleata sorge il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia che sfocerà anche in un esercito clandestino. Fra seconda metà degli anni quaranta del Novecento e gli anni cinquanta lo Stato Italiano riesce a pacificare l'emergenza siciliana attraverso un duro intervento militare e saldando gli interessi della classe politica nazionale e locale con i poteri mafiosi attraverso la spesa pubblica, i pubblici appalti e la speculazione edilizia. Questo particolare aspetto della questione meridionale è un punto molto problematico e dibattuto della storia italiana contemporanea. Negli anni settanta e ottanta la mafia consolida il proprio potere. Una parte delle istituzioni viene assorbita dai poteri occulti malavitosi, mentre un'altra parte lotta contro questo cancro. Molte le vittime di questa lunga crisi politica e sociale, fra i quali il generale Dalla Chiesa e i giudici Falcone e Borsellino. La Sicilia è sconvolta dal terremoto del Belice nel 1968. |

Quando Dio creò il mondo, volle che una piccola parte della Terra
riunisse in sé tutte le bellezze del creato...........................
.......Volle, cioè, che fosse lambita tutto intorno, da tre incantevoli mari e guardata da monti altissimi e scintillanti di ghiacciai perenni.
Volle che fosse chiomata di boschi folti e rigata di ruscelli, ammantata di pascoli verdi, ingioiellata di laghi azzurri, irrigata da fiumi limpidi e sonori.
Volle che vi fossero ampie distese di frumento, ulivi e viti, limoni ed aranci, e pesche e meli e peri.
Volle che fosse ricca di vallate ubertose, cosparsa di paesi ridenti e di splendide città.
Volle che diventasse ricca di monumenti, di opere d'arte e di ricordi storici.
Volle che fosse abitata da un popolo di sobri lavoratori e che desse al mondo
i più grandi santi, i più grandi artisti e i più grandi eroi.
Tutto questo volle Dio . . . Ed ecco che sorse l'Italia, l'Italia bella, l'Italia nostra. E la tua regione fa parte di questa terra!
Se vuoi seguire e comprendere bene la storia e la vita di questa nostra meravigliosa isola, ti consiglio di guardare bene, prima,
una carta geografica che rappresenti tutto il Mare Mediterraneo.
Osserva ora con attenzione la posizione della Sicilia: essa è proprio . . .
— Al centro del Mare Mediterraneo ! — mi interrompi subito tu.
Sicuro! Ora, devi sapere che questo mare ha avuto in ogni tempo una grandissima importanza: tanto grande che i popoli affacciati ad esso diventavano veramente potenti solo se riuscivano a dominarlo e a navigare da padroni nelle sue acque.
Durante il corso della Storia, diversi furono i popoli che vi riuscirono e, secondo che furono l'uno o l'altro, ecco che la Sicilia,
posta com'è proprio nel bel mezzo di quel mare, divenne oggetto di conquista dell'uno o dell'altro di quei popoli.
— Santo cielo — dirai tu; — ma allora i Siciliani non sono . . . Siciliani; sono . .. tutti quei popoli messi assieme!
— Beh, ora esageri! I Siciliani sono Siciliani, e come ! C'è, però, qualcosa di vero in quanto tu dici, perché ognuno di quei popoli lasciò nell'isola i segni della propria civiltà: usi, costumi, arte, eco., che si fusero sempre mirabilmente insieme,
dando vita, col passare del tempo, ad un'unica civiltà che è appunto quella siciliana.
Vicina com'è all'Italia, però, la Sicilia ha soprattutto assorbito, in ogni tempo, la grandissima civiltà italiana.
In quest'ultimo secolo, poi, essa è entrata addirittura a far parte della Storia d'Italia; e in modo così vivo e così completo,
che non è più possibile pensare l'una senza l'altra.
Infatti, oggi, anche se qualcuno sostiene il contrario, l'Italia non può più fare a meno della « sua Sicilia »,
così come la Sicilia non può più fare a meno della « sua Italia ».

NEI PRIMISSIMI TEMPI
Vi sono presso Palermo, e altrove, profonde grotte e caverne che testimoniano come anche in Sicilia vissero uomini in tempi antichissimi.
Sulle pareti di quelle grotte si notano pitture e disegni incisi che rappresentano animali
(fra i quali anche gli elefanti, i cervi e i bisonti).
Fu quella l'epoca dei Cavernìcoli, la cui vita è confusa con la leggenda.
I primi popoli civili apparsi nell'isola, all'alba della Storia, furono i Sicani ed i Siculi.
— Da dove venivano?
Non si può dirlo con esattezza. Forse i Sicani venivano dall'Africa, e forse i Sìculi dall'Italia Centrale, guidati da un certo re di nome Siculo.
Si sa, però, che, mentre i Sicani occuparono la parte occidentale della Sicilia, restandovi, poi, per molto tempo isolati, i Sìculi, giunti più tardi, si stabilirono in quella orientale.
Un altro popolo, gli Elimi, venne, secondo la leggenda, da Troia. Era loro capo
Elimo, figlio del re Priamo, che fondò le città di Érice e di Segesta.
Di quest'ultima rimangono ancor oggi stupende rovine.
/ Sìculi, però, divennero ben presto i più potenti e i più civili dell'isola. Ottimi agricoltori, oltre che guerrieri, essi coltivarono, per i primi, il grano e la vite; conobbero l'arte della ceramica; lavorarono i metalli ed eressero grandi templi ai loro dèi, nelle città di Ibla e Pàlica, Inoltre, credendo nell'immortalità dell'anima, i Sìculi ebbero un culto profondo per i morti.
Li seppellivano in piccole celle, con accanto oggetti preziosi, armi, anfore e cibi che dovevano servire per il lungo viaggio nell'oltre tomba.
I FENICI E I GRECI
Frattanto andava sempre più crescendo, nel bacino del Mediterraneo, la potenza di due popoli che, certamente, conosci già : i Fenici e i Greci.
I Fenici, come sai, erano audaci naviganti. Assai abili nel commercio, inoltre, essi fondavano spesso nuove colonie nei paesi in cui svolgevano i loro affari. Una di queste, in Africa, proprio di fronte alla Sicilia, fu Cartagine.
Attratti dalla prosperità dei Sìculi, i Fenici giunsero ben presto da Cartagine anche in Sicilia, fondarono, sulle coste nord-occidentali, la città di Panormo (Palermo), e da li presero a penetrare nell'interno dell'isola.
I Greci, venuti anch'essi a contatto coi Sìculi nel sec. Vili a. Cristo, per ragioni di commercio, si stabilirono invece in numero sempre maggiore nella parte orientale dell'isola, dove fondarono le città di Leontinoi (Lentini), Catania, Zancle (Messina), I mera, Siracusa, Gela e Selinunte.
Queste città, divenute assai potenti, estesero in breve il loro dominio verso occidente, fondando, a loro volta, altre città.
Successe così che Sicani, Elimi e Sìculi, a poco a poco, si trasformarono di fronte alla superiore civiltà dei Greci; ne adottarono usi, costumi, arte, religione; e fondendosi in un solo popolo, diedero vita a quell'originale e splendida civiltà siciliana che rese famosa l'isola in tutto il Mediterraneo.
Che periodo meraviglioso, quello per la Sicilia! Prosperarono V'agricoltura e il commercio, fiorì la poesia che creò miti e leggende bellissime, si diffuse la cultura, si costruirono templi e monumenti, di cui ancor oggi rimangono grandiose testimonianze.
La città che più di ogni altra espresse, a quei tempi, la raffinata civiltà dell'isola fu Siracusa.
Grande, magnifica e potente, Siracusa suscitò ben presto la rivalità della stessa Atene che mirava al predominio nel Mediterraneo. '
Era naturale che le due città un bel giorno si facessero guerra. E ciò avvenne nel 413 avanti Cristo.
In quell'anno, infatti, gli Ateniesi cercarono di invadere la Sicilia, ma il generale siracusano Ermocrate, capo del partito democratico, li affrontò e li sbaragliò, assicurando in tal modo la libertà e la supremazia alla sua città.
Nel 405 divenne tiranno di Siracusa Dionigi il Vecchio.
// tiranno volle provare. Liberò Damane e tenne prigioniero Pizia.
Damane si recò al suo villaggio su un veloce cavallo, abbracciò la madre, i figli, la sposa e, senza perdere altro tempo, rimontò sul cavallo e riprese la vìa del ritorno verso Siracusa dove lo attendeva la morte.
A un tratto il cavallo, stanco, inciampò e cadde senza potersi più rialzare. Disperato, Damane si mise a girare per la campagna, perdendo tempo prezioso, in cerca di un altro cavallo, col timore di non giungere in tempo a salvare l'amico. Passarono così quattro ore, poi cinque. Già l'ora sesta era vicinissima, allorché Dionigi diede l'ordine alle guardie di portare Pizia sul luogo del supplizio.
Il tiranno crudelmente beffava il giovane coraggioso che aveva creduto alla sincerità dell'amico. Ma Pizia gli rispose:
— Non temo di sacrificarmi per Damane, Dionigi! Questo è il più bel giorno della mia vita, perché sono riuscito a salvare dalla morte il mio diletto amico. Io sono solo e la mia morte non porterà lutto ad alcuno.
Non aveva ancora finito di pronunciare l'ultima parola, che si udì un furioso galoppo: Damane arrivava a tempo.
Pizia, dispiaciutissimo, si buttò ai piedi del tiranno e lo supplicò di lasciarlo morire al posto di Dèmone. Ma Dionigi, impressionato per così grande amicizia, non solo concesse il suo perdono a Damane, ma volle che i due giovani diventassero suoi amici.
CARTAGINE E ROMA
Intanto, proprio di fronte alla Sicilia (ove oggi sorge Tunisi) Cartagine, diventata grande, bella, ricca e potente, era andata sempre più affermandosi.
Ora, i Cartaginesi, diretti discendenti dei Fenici, considerando come proprio questo territorio, avevano cercato di impadronirsene. Ma erano stati sconfitti duramente, nel 480 avanti Cristo, in una grande battaglia, ad Imera, da Gelone, tiranno di Siracusa e dai suoi alleati.
I Cartaginesi, però, non si perdettero d'animo e diventati potentissimi nel mare, grazie alla loro flotta, nel 410 si presentarono nell'isola più forti e più minacciosi di prima.
Non trovarono resistenza, o quasi, questa volta e l'isola, ad eccezione della parte occidentale, cadde ben presto nelle loro
mani.
La Storia, però (e questo anche se sei un bambino l'avrai capito), non permette mai che la potenza di una nazione duri troppo a lungo.
Infatti, ecco farsi avanti, assai temibile per i Cartaginesi, una nuova potenza, che nel frattempo era giunta sino allo Stretto di Messina: Roma.
Ormai i due colossi erano di fronte: uno dei due doveva soccombere. E bastò una piccola scintilla per far scoppiare la più terribile lotta della storia romana, lotta che si ricorda sotto il nome di Guerre Puniche.
Andò così: i Mamertini, soldati mercenari provenienti dalla Campania, si erano impadroniti di Messina.
Cerone, tiranno di Siracusa, ne fu allarmato e li assalì. I Mamertini si rivolsero, allora, ai Romani i quali non si fecero pregare molto e vennero nell'isola.
Posto piede in Sicilia (anno 270 a. C.) essi pensarono, naturalmente, a diventarne i padroni.
Scoppiò così la prima (264-241 a. C.) delle tre Guerre Puniche al termine delle
quali Roma si trovò padrona di tutto il Mare Mediterraneo. I Cartaginesi furono vinti a Panormo, a Licata e nelle acque di Mylae (Milazzo), nella famosissima battaglia navale, al comando del console Caio Duilio.
I Romani, poi, portarono la guerra contro Siracusa, che venne assediata. Cerone, però, con grande abilità, riuscì a schierarsi dalla loro parte, salvando così l'indipendenza della sua città.
Fu, però, una libertà che durò assai poco.
Morto Cerone, rimasto sempre fedele a Roma, gli successe Geronimo, il quale, durante la Seconda Guerra Punica, si alleò con i Cartaginesi, in un momento particolarmente difficile per i Romani.
Roma accusò il colpo, ma non si scoraggiò. Con sacrifici immensi allestì un esercito al comando del console Claudio Marcella e Siracusa venne nuovamente cinta d'assedio (anno 212 a. C.).
Nella difesa della città rifulse il genio del celebre scienziato Archimede, il quale escogitò ingegnose macchine che contribuirono magnificamente alla resistenza. Alla fine, però, Siracusa dovette cedere e... addio libertà.
Dopo secoli di gloriosa vita, la grande Siracusa dovette accontentarsi di diventare una città qualunque, in quella provincia romana che era ormai diventata la Sicilia.
Da allora, per quasi mille anni, l'isola rimarrà sotto il dominio di Roma.
Pochi gli avvenimenti, durante questo millennio. La vita della Sicilia continuò nel nuovo ordinamento civile che Roma le impose, cercando di rispettare i suoi costumi e le sue tradizioni.
A poco a poco, però, scomparvero o decaddero, a causa della malaria e dell'abbandono, quasi tutte le città un tempo famose, come Selinunte, Gela, Leontinoi.
Sorsero, invece, nuovi borghi e soprattutto in campagna. La popolazione, infatti, preferiva, ora, la vita dei campi a quella delle città, e si distribuì in modo da favorire il diffondersi dell'agricoltura.
Così, attraverso questi secoli, la Sicilia si trasformò e acquistò a poco a poco un nuovo aspetto: non più poche, splendide e potenti città, ma una fitta rete di piccoli centri per mezzo dei quali il progresso civile ed economico si diffuse, portando dovunque maggior benessere e maggior prosperità.

Archimede era riuscito a costruire specchi speciali
detti « ustori ». Essi raccoglievano i raggi del sole
e li riflettevano, concentrandoli sulle navi nemiche
ed incendiandole.
IL CRISTIANESIMO IN SICILIA
Tu già conoscerai certamente la vita di Nostro Signore. Sappi, ad ogni modo, che nei primi anni dell'Impero Romano, anche in Sicilia apparve la nuova religione di Gesù. Anzi, ti dirò che l'Isola del Sole fu la prima fra le province romane che sentì pronunciare, per bocca degli apostoli Pietro e Paolo, il nome di Cristo.
L'apostolo Paolo, infatti, durante i suoi lunghi viaggi per la diffusione del Cristianesimo, era sbarcato a Siracusa e vi si era fermato per tre giorni.
La nuova religione si diffuse molto rapidamente e anche la Sicilia ebbe i suoi martiri.
Tra i martiri siciliani, che sacrificarono la loro vita per la fede di Cristo, ricordiamo Sant'Agata, che subì il martirio a Catania nel 250 e Santa Lucia, siracusana, martirizzata nel 304.
Di esse parleremo diffusamente più avanti.
Eccetto un breve periodo, durante il quale subì il dominio dei Vandali e poi dei Goti, la Sicilia fece parte sino al secolo VI dell'Impero Romano.
Caduto quello d'Occidente, che aveva per capitale Roma, appartenne poi per altri tre secoli (VII - Vili e IX secolo) all'lmpero d'Oriente, con capitale Costantinopoli. Quest'ultimo periodo fu uno dei più infelici dell'isola.

ARRIVANO GLI ARABI
Mentre la Sicilia era occupata dai Bizantini (cioè soggetta all'Impero d'Oriente) un nuovo grande Impero si era affacciato alle sponde del Mediterraneo; quello degli Arabi. Esso, infatti, si era esteso su tutto il nord Africa, dall'Egitto alla Spagna.
-
IL TRADITORE EUFEMIO DA MESSINA
/ tentativi degli Arabi per occupare la Sicilia furono parecchi. Tutti, però, erano risultati inutili, per il grande valore che i Siciliani avevano sempre dimostrato contro ogni loro assalto.
Fu Eufemio da Messina che, col suo tradimento, spinse e agevolò gli Arabi alla conquista dell'isola.
Eufemio, governatore di Messina, avendo rapito una giovane da un convento a Siracusa, era stato condannato dall'imperatore Balbo, ad avere mozzate le mani.
Eufemio si ribellò e iniziò l'occupazione di alcune città. Sconfitto dalle truppe bizantine, riparò in Africa presso il capo arabo Adalcamo e lo esortò ad occupare la Sicilia. Il momento era favorevole.
Adalcamo nell'827 sbarcò a Mazara con un fortissimo esercito ed iniziò la conquista dell'isola.
Eufemio, che doveva divenire governatore in nome degli Arabi, venne ucciso poco dopo, nei pressi di Enna, dai suoi nemici, pagando così a. duro prezzo il suo tradimento.
La conquista della Sicilia da parte degli Arabi non si concluse, ad ogni modo, in quattro e quattr'otto. Fu assai lunga e venne resa più difficile dal fatto che i Siciliani si difendevano, come ti ho detto, con grande valore.
A Panormo, tanto per fare un esempio, gli Arabi entrarono solamente dopo quattro anni di continuo assedio.
La città, chiamata in seguito Baiar m, venne scelta come sede dell'Emiro, cioè del governatore arabo della Sicilia.
Dopo Panormo gli Arabi estesero la loro conquista a Messina, a Enna e, più tardi, a tutta l'isola.
Quanto ai brutti Mori (detti anche Saraceni o Musulmani) beh, sì! erano « mori », ma molto civili e se dapprima si dimostrarono feroci furono, poi, più umani e generosi. Trattarono con benevolenza la popolazione e il periodo della loro dominazione (secoli IX e X) è da considerarsi fra i più felici della Storia siciliana.

Costumi arabi
Gli Arabi, bravi agricoltori, introdussero in Sicilia la coltivazione della canna da zucchero e quella degli agrumi, oggi grande ricchezza dell'isola. Costruirono, inoltre, canali per irrigare le terre là dove veniva coltivato il cotone e la canapa ; divisero pure le grandi estensioni di terreno in tante piccole proprietà.
Le città della Sicilia, sotto gli Arabi, divennero assai belle, ricche di magnifici giardini e di splendidi edifici.
Palermo, sede dell'Emiro che abitava nel palazzo della Kalsa circondato da un fasto orientale, divenne una delle città più splendide, tanto splendida da superare in magnificenza le stesse Bagdad, Damasco, II Cairo, Cordova . . .
Con tutto ciò (non ti preoccupare!) i Siciliani rimasero Siciliani. Assorbirono il meglio della civiltà araba, ecco tutto; e questo meglio lo trasmisero all'Europa di quei tempi che, chiusa nel suo povero mondo feudale, non brillava certamente per civiltà e per cultura.

... E DOPO GLI ARABI, ECCO I NORMANNI…… E GLI SVEVI
Nel 1060 ecco apparire all'orizzonte dell'isola i Normanni (uomini del Nord). Dico all'orizzonte, perché un forte gruppo di Normanni, guidato dal conte Ruggero d'Altavilla, aveva conquistato la Calabria che, come sai, è proprio di fronte alla Sicilia.
Ruggero nel 1060, come ti ho detto, sbarcò nell'isola, iniziandone la conquista che portò a termine nel 1091.

Il Re Federico II
A lui successe il figlio Ruggero II che nel 1130 cinse la corona di Re di Sicilia.
Da allora, il periodo di prosperità, già iniziato per i Siciliani sotto gli Arabi, andò sempre aumentando. Ruggero II, infatti, fu un gran Re: egli avviò rapporti commerciali con le Repubbliche Marinare di Genova, Pisa, Amalfi e Venezia; fece della propria corte, a Palermo, uno splendido centro d'arte e di cultura e abbellì la città di edifici famosi, come la Cappella Palatina.
Questo felice periodo, sebbene in tono minore, continuò anche coi successori di Ruggero II: i figli Guglielmo I e Guglielmo II.
Ora devi sapere che Costanza, figlia anch'essa di Ruggero II, aveva sposato Enrico VI, figlio di Federico I (il Barbarossa della battaglia di Legnano, ricordi?).
Alla morte di Guglielmo II, Costanza rimase l'unica erede al trono. Naturalmente Enrico, con la moglie, venne in Sicilia per regnarvi, ma trovò fortissima opposizione. Tutti i tentativi di rivolta furono però da lui ferocemente domati.
L'isola ritrovò un po' di pace solo dopo qualche anno, allorché, alla morte di Enrico e di Costanza, venne eletto Re il loro giovane figlio Federico II.
Federico II aveva ricevuto un'educazione italiana. Coltissimo e d'ingegno aperto, egli fu il primo Re veramente moderno nell'Europa di quei tempi. Con lui il popolo siciliano raggiunse la propria unità morale.
Nel Regno di Sicilia, egli istituì il Parlamento, il primo che la storia ricordi.
Era composto da tre Camere o Bracci :
— la Camera militare, formata dai baroni più potenti. A capo di questa Camera era il principe di Butera ;
— la Camera ecclesiastica, formata dai vescovi e dagli abati più importanti. A capo di questa Camera era l'arcivescovo di Palermo;
— la Camera demaniale, formata dai deputati delle diverse città e delle terre demaniali, cioè dipendenti dal re. A capo di questa Camera era il pretore di Palermo.
Le tre Camere si riunivano e discutevano delle necessità della Sicilia. In tal modo ognuno poteva far presente i propri bisogni e le proprie lamentele.
Federico II morì nell'anno 1250. Egli ,fu, certamente, il più grande sovrano della Sicilia che soleva chiamare Pupilla degli occhi suoi. Venne sepolto, con grandi onori, nella Cattedrale di Palermo, la città che sotto il suo regno era diventata la più fiorente d'Europa, la città che egli sopra tutte le altre aveva amato.

NASCONO IN SICILIA
LE PRIME POESIE IN LINGUA ITALIANA
La corte del grande Federico risiedette, come hai visto, a Palermo. Ed egli ne fece un ritrovo di poeti, di artisti e di scienziati. Anzi egli stesso fu poeta e buon poeta!
Durante il suo regno avvenne uno stranissimo fatto. Tu sai che fino allora la lingua dell'isola era stata il greco, oppure l'arabo. Sotto Federico II, ecco che si fa strada il « dialetto », cioè la nuova lingua italiana. E noi vediamo lo stesso Re che scrive le sue poesie in questa lingua. E così suo figlio Enzo; e così tutti i poeti della sua corte.
Pensa: erano i primi poeti che scrivevano nella nuova lingua e venivano chiamati i poeti della Scuola Siciliana; non perché essi fossero solo Siciliani, ma perché erano a Palermo, alla corte dell'Imperatore-poeta.
E' da ricordare qui, anche se non appartenne a questa Scuola, il poeta siciliano Giullo d'Àlcamo, il quale scrisse una poesia che è uno dei più antichi documenti della letteratura italiana. Essa è famosa e comincia con queste belle parole:
Rosa fresca aulentissima
ch'apari in ver la state ... In Sicilia, quindi, comparve la prima poesia italiana.
ARRIVANO I FRANCESI......
Federico II, dunque, morì nel 1250. Il periodo che seguì fu un periodo agitato per l'isola.
A lui era successo il figlio Manfredi, usurpando il diritto del fratellastro Corrado e del figlio di questi, Corradino.
Il Papa, allora, temendo la potenza di Manfredi, chiese aiuto al re francese Carlo d'Angiò.
La lotta, non solo fra Carlo d'Angiò e Manfredi, ma fra i partigiani dell'uno e dell'altro, fu lunga e molto dannosa per l'isola. Alla fine Carlo d'Angiò ebbe la meglio, sconfisse a Benevento Manfredi ( 1266) e, poco dopo, anche il povero Corradino, tradito e abbandonato da tutti.
// governo di Carlo d'Angiò (che Dante, vissuto in quei tempi chiamò « mala signoria »), portò tristi cambiamenti in Sicilia.
Tutte le terre e i castelli, già appartenenti ai nobili siciliani, furono dati ai nuovi nobili francesi, suscitando così odi e rancori, che certo non giovarono al benessere della popolazione. La capitale venne trasferita a Napoli.
Inoltre le tasse e i tributi assai gravosi, accrebbero ancor più il malcontento dei Siciliani.
Nel 1282 la rivolta scoppiò d'improvviso, nel famosissimo e glorioso giorno dei Vespri Siciliani.
Costumi
spagnoli
... E GLI SPAGNOLI
Cacciati i Francesi, i Siciliani commisero il grave errore di rivolgersi . . . agli Spagnoli.
Essi non sapevano, affidando allora la corona del regno appunto a uno spagnolo, Pietro d'Aragona, che il dominio di quella gente sulla loro isola sarebbe poi durato per quasi cinque secoli ! Il dominio spagnolo, infatti, durò fino al 1712. E furono secoli infelici, e di grave decadenza per la Sicilia.
Dopo un breve periodo di ripresa, in seguito alla cacciata dei Francesi, i Re aragonesi si trasferirono in Ispagna, mandando nell'isola dei Viceré . . . buoni a nulla, capaci solo di arricchirsi a spese della povera popolazione.
Un altro malanno, in quel periodo, era dato dai continui assalti alle coste da parte dei pirati saraceni.
Tuttavia i Siciliani furono sudditi leali verso la Spagna e combatterono spesso da valorosi nell'armata spagnola.
Nella famosa battaglia navale di Lepanto del 1571 contro i Turchi, la squadra siciliana si distinse per la sua eroica condotta.
I BORBONI
Negli anni che vanno dal 1713 al 1735 la Sicilia passò, di volta in volta, sotto il dominio dei Savoia, degli Austriaci e dei Barboni di Napoli.
Nel 1735 divenne Re di tutto il meridione Carlo di Barbone che si trasferì a Napoli e, pur cercando di riattivare commerci e industrie, non ottenne certamente brillanti risultati.
Il suo successore Ferdinando IV '(1759-1825) inviò nell'isola il suo ministro Domenico Caràcciolo, perché vi compisse delle riforme.
Ma i Siciliani, gelosi della supremazia di Napoli, non accolsero con entusiasmo l'inviato del Re. I baroni soffiarono sul fuoco e accusarono il ministro di attentare alla libertà dell'isola. Alla fine il popolo, vittima delle trame dei baroni, si ribellò alle benefiche riforme.
Arriviamo così al 1789, l'anno della grande Rivoluzione Francese. Nuovi princìpi di libertà si diffondevano dovunque ed i popoli chiedevano la Costituzione . . .
Cos'è la Costituzione?
E' un complesso di leggi che afferma i diritti del popolo e impegna lo Stato a rispettarli.
Allorché, cacciato dai Francesi, Ferdinando di Borbone giunse a Palermo, anche i Siciliani chiesero ed ottennero la Costituzione.
Qualche anno dopo, però, dopo la caduta di Napoleone, tornato a Napoli col titolo di Re delle Due Sicilie, Ferdinando la soppresse.
Era certamente un tradimento! Però, come dice il proverbio, ogni male non viene per nuocere.
Ecco, infatti, da allora, diffondersi anche in Sicilia la Carboneria (la società segreta italiana che mirava all'indipendenza della Penisola).
Per opera della Carboneria e dei più colti patrioti dell'isola, ecco destarsi, per la prima volta, nella coscienza dei Siciliani, il desiderio di una Sicilia libera, ma unita al resto dell'Italia . . .
Quando, nel 1820, scoppiarono a Napoli i primi moti, anche la Sicilia insorse e chiese l'indipendenza, riuscendo a cacciare le truppe borboniche.
Presto, però, i Borboni tornarono e la rivolta fu domata nel sangue.
Più tardi, nel 1848 (anno di rivoluzioni in tutta l'Europa), la Sicilia fu la prima a insorgere per la libertà.
Cacciati di nuovo i Borboni, venne formato un Comitato Siciliano di Liberazione,
composto da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giacinto Carini.
Da quel momento le sorti dell'isola sono legate per sempre alle sorti dell'Italia.

ROSA DONATO
La mattina del 12 gennaio 1848 la rivolta scoppiò ancora una volta a Palermo.
Come hai visto, venne formato un Comitato Siciliano di Liberazione., composto da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giacinto Carini.
Le truppe borboniche furono, in breve tempo, costrette ad abbandonare la città.
Alla notizia della sollevazione di Palermo insorsero anche Messina, Catania, Agrigento, Caltanissetta e Termini Imerese.
In quell'occasione Giuseppe La Masa fece sventolare, per la prima volta, il tricolore italiano. ..
Capo del governo provvisorio fu Ruggero Settimo.
La sconfitta a Novara dell'esercito piemontese di Carlo Alberto, che poneva fine alla guerra per l'Indipendenza d'Italia,
ebbe, però, gravi conseguenze anche per la Sicilia.
Infatti il Re, domate le rivolte nel Napoletano, potè inviare nell'isola un forte esercito comandato dal generale Filangeri.
In quell'occasione, tra i difensori di Messina, brillò il nome di una povera popolana' : Rosa Donato.
Rosa Donato gettò la miccia accesa nella cassa delle munizioni che scoppiò con grande fragore.
Ella era riuscita a trascinare un piccolo cannone presso una barricata dove ferveva furiosa la battaglia. La barricata, ad un certo punto, stava per cadere in mano nemica, ma Rosa non volle abbandonare il cannone. Rimase sola là con la miccia in mano. E allorché i Barboni furono a due passi da lei, gettò improvvisamente la miccia accesa nella cassa delle munizioni che scoppiò con orrendo fragore, facendo strage dei nemici. Rosa Donato, pur travolta dalle macerie, scampò per miracolo.
Purtroppo, le truppe borboniche, nonostante l'eroismo dei difensori, riuscirono nuovamente a riconquistare l'isola commettendo atti di crudele barbarie. E così mentre gli Austriaci ritornavano in Lombardia, la Sicilia vedeva i Borboni nuovamente padroni.
Seguirono dodici anni di cospirazioni e di insurrezioni, purtroppo senza esito. I Martiri di quel periodo furono: il barone Bentivegna, Salvatore Spinuzza e il giovanissimo Niccolo Garzilli.
1860 FINALMENTE SI FA L’ITALIA
Giungiamo, finalmente, al meraviglioso Maggio 1860, anno in cui s'incide nella storia dell'Italia il nome di due città siciliane : Marsala e Calatafimi.
Garibaldi, giudicando ormai maturo il momento della liberazione, decise, infatti, la Spedizione dei Mille che aveva lo scopo di liberare dai Borboni tutta l'Italia Meridionale.
I Mille erano giovani volontari, affluiti al richiamo dell'Eroe da ogni parte della Penisola.
Partiti il 5 Maggio 1860 da Quarto, presso Genova, i Mille sbarcarono a Marsala sei giorni dopo.
E subito dopo Marsala, ecco a Salèmi le squadre dei picciotti unirsi a Garibaldi.
— Che entusiasmo, piccolo Siciliano, che entusiasmo! Ovunque si correva a Garibaldi; ovunque si gridava: Viva l'Italia !
Le truppe borboniche, inviate contro il minuscolo esercito garibaldino, si disposero a battaglia sulla collina detta « Pianto Romano », nei pressi di Calata/imi.
I Garibaldini, assai minori di numero, dovettero conquistare là collina palmo a palmo. Ad un certo momento il pericolo fu grande. Nino Bixio, allora, consigliò Garibaldi di ritirarsi, ma il generale rispose:
— Bixio, qui si fa l'Italia o si muore!
Finalmente i Borboni, molestati da ogni parte dai « picciotti », dovettero ritirarsi e Garibaldi, acclamato dal popolo, entrò trionfalmente in Calatafimi.
Purtroppo, a San Martino, colpito da una fucilata morì il bravo Rosolino Pilo.
Garibaldi, ingannando il nemico che lo aspettava a Monreale, condusse i suoi a Piana degli Albanesi, poi passò per Marineo e si l'ermo a Misilmeri.
La mattina del 27 Maggio, dopo breve e furiosa lotta a Porta Termini, Garibaldi, con i suoi e con i bravi picciotti, entrava trionfalmente in Palermo.
Le truppe borboniche vennero inesorabilmente chiuse in un cerchio di ferro al Palazzo Reale, al Molo e al Castello. Infine, furono costrette a chiedere l'armistizio.
Intanto, inviati da Camillo Cavour, arrivarono a Garibaldi altri aiuti: da Trapani, da Agrigento, da Catania, da Messina e da altre località dell'isola. ~Il 20 Luglio, a Milazzo, i Garibaldini attaccarono nuovamente i Borboni, li sbaragliarono completamente e li costrinsero a lasciare definitivamente la Sicilia.
Il 24 Luglio Garibaldi entrava in Messina fra il tripudio della popolazione.
In Ottobre un plebiscito (votazione popolare) univa l'isola al resto d'Italia, sotto il governo di Vittorio Emanuele II,
che sarà proclamato Re nel Marzo 1861.
— E poi? — chiederai tu a questo punto.
Pòi, la storia della Sicilia è quella dell'Italia.
E come l'Italia ha dato molto alla Sicilia, cercando di migliorarne le condizioni di vita con molteplici iniziative economiche e sociali, così la Sicilia ha dato molto all'Italia con l'ingegno, l'operosità e persino col sangue dei suoi figli che accorsero numerosi allorché la Patria li chiamò nella Prima Guerra Mondiale, per liberare i fratelli di Trento e di Trieste.
LA SICILIA DIVENTA REGIONE AUTONOMA
Giungiamo così all'anno 1939, anno in cui scoppiò la Seconda Guerra Mondiale.
L'Italia, in principio, rimase lontana dalla mischia, ma nel Giugno del 1940
vi entrò a fianco della Germania contro la Francia, l'Inghilterra, l'America e la Russia. Fu una guerra sventurata!
La nostra Patria subì terribili distruzioni che sconvolsero la vita di tutta la nazione : i viveri scarseggiarono ben presto e le armi mancavano.
// 10 Luglio del 1943 gli alleati sbarcarono in Sicilia, presso Gela, e iniziarono, verso nord, la lenta marcia contro i Tedeschi, marcia che durò fino al 29 Aprile del 1945, giorno in cui venne firmato l'armistizio. Ma quali tremende rovine!
Le devastazioni subite e le tristi condizioni di vita, fecero rinascere in molti l'antico sentimento di indipendenza. (Ne abbiamo già parlato, ricordi?).
— La Sicilia può far da sé! — dicevano costoro.
Per fortuna, però, la maggiore e la miglior parte dei Siciliani capì che era assurdo e dannoso voler separare di nuovo l'isola dall'Italia.
La questione, infine, fu risolta nel Maggio del 1940. Un decreto legislativo istituì la Regione Siciliana, riconoscendo all'isola la necessità di un'autonomia sì, ma semplicemente amministrativa.
— Come per la Val d'Aosta, allora ? — osserverai tu.
— Proprio così, e cioè : Sicilia, ma Italia.
Che cosa vuoi dire Sicilia autonoma?
Vuoi dire che si amministra da sé. La Regione infatti ha una propria assemblea, i componenti della quale eleggono un governo regionale, composto da un presiden te e da una giunta di assessori, che sono incaricati dei vari problemi della regione.
Il governo regionale può emanare leggi particolari riguardanti i problemi più urgenti della regione, adatti ad accelerare lo sviluppo agricolo, industriale e sociale dell'isola.
Concludiamo, ricordando che la Sicilia è uno dei più affascinanti paesi non solo per l'incanto della sua natura, per la dolcezza del suo clima e per le sue ricchezze artistiche.
Essa offre, al turista che sa visitarla con amore, anche lo splendore della sua anima, e cioè quel complesso di usi, di costumi e di tradizioni che costituiscono la sua più intima e preziosa vita.
E lo offre:
— attraverso la sua musica, così ricca di cadenze ;
— attraverso le sue canzoni, piene di dolcezza e di malinconia;
— attraverso la sua poesia, che è una delle più varie e più ricche del mondo;
— attraverso le sue feste;
— attraverso la schietta e generosa ospitalità del suo popolo;
— attraverso le sue favole, i suoi proverbi e i suoi motti.
Giuseppe Pitrè, il dotto siciliano che ha raccolto in un'immensa opera tutto il patrimonio novellistico dell'isola,
ha scritto che <<non vi è forse in Italia una regione che abbia tante e così svariate forme di vita come la Sicilia ».
Ed è vero!
|
PER I PIU’ CURIOSI
Narra un'antichissima leggenda greca che Nettuno, dio del mare, correndo un giorno sulle onde, a cavallo di veloci delfini, vide apparire un'isola meravigliosa. Era la Sicilia, e al dio piacque tanto che vi mandò ad abitarla, facendoli uscire dal mare, i suoi figli. Costoro erano giganteschi esseri con un occhio solo, posto in mezzo alla fronte, e si chiamavano Ciclopi. I Ciclopi vissero in Sicilia, pascolando greggi di pecore e capre. Furono ottimi pastori e insegnarono agli uomini l'uso del burro e del formaggio.
Gli scienziati che studiano i resti fossili degli animali e delle piante (i paleontologi, per dirla con una parola un po' difficile) assicurano che nei tempi antichissimi la Sicilia era popolata da orsi, da iene, da cervi e perfino da ippopotami e da enormi elefanti.
Molti luoghi situati sulle alture, specialmente nell'interno della Sicilia, e già occupati dagli Arabi per ragioni di difesa, contengono tutti la parola Kalt che in arabo significa fortezza. Così Caltanissetta (fortezza delle vergini); Caltagirone (fortezza di el Geruna); Calatafimi (fortezza di Al Fimi); Caltavuturo (fortezza di Abu -Thur); Calascibetta, eretta dai Saraceni col nome di Kalat-Scibet, nel 851; Caltabellotta (da Kal-at al-Ballut) cioè rocca delle querce, ecc. Altri nomi provengono da Gebel, cioè montagna. Così Mongibello, Gibilmanna, Gibellina, Gibilimesi, Gibilrossa, ecc. Perfino molti cognomi di famiglia derivano dall'arabo, e sono comunissimi in Sicilia. Così Zappalà, Badalà, Fragalà, Vadalà. Essi contengono il nome Allah e significano: Servo di Dio, forte in Dio, consolazione di Dio.
II Teatro delle marionette è molto diffuso in Sicilia. « II popolo segue con passione le fantasiose leggende e le cavalleresche imprese. L'uditorio inveisce non solo con parole ingiuriose, ma spesso con oggetti contro il traditore, contro lo straniero, contro la spia e contro il vigliacco. Prova, invece, grande simpatia per l'eroe; il generoso guerriero che offre la sua spada per la difesa degli umili e dei deboli ... ».
E' noto che i Siciliani usano molto i gesti per esprimersi. Ecco che cosa ne scrive il grande studioso Giuseppe Pitré: «... questo muto linguaggio esprime sentimenti, affetti, volontà che sfuggono ai forestieri. Coi gesti il siciliano afferma, nega, comanda e ubbidisce, dispone ed esegue, prega, concede, chiama e risponde, loda e biasima fino a comporre interi discorsi ».
|

LA SICILIA E LE SUE 9 PROVINCE

|
PALERMO |
PA |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
CATANIA |
207 |
CT |
|
|
|
|
|
|
|
|
SIRACUSA |
259 |
60 |
SR |
|
|
|
|
|
|
|
RAGUSA |
248 |
103 |
86 |
RG |
|
|
|
|
|
|
CALTANISSETTA |
127 |
110 |
161 |
131 |
CL |
|
|
|
|
|
ENNA |
136 |
85 |
137 |
136 |
38 |
EN |
|
|
|
|
AGRIGENTO |
126 |
167 |
218 |
133 |
57 |
95 |
AG |
|
|
|
TRAPANI |
107 |
316 |
368 |
308 |
236 |
245 |
180 |
TP |
|
|
MESSINA |
237 |
94 |
158 |
197 |
204 |
183 |
261 |
346 |
ME |
|
RIBERA |
130 |
217 |
268 |
183 |
107 |
145 |
50 |
130 |
311 |
DISTANZE CHILOMETRICHE
TRA RIBERA E LE PROVINCE SICILIANE
|
PALERMO
Superf. Kmq. 5016 - 82 Comuni - Circa 1.300.000 abitanti. Centri principali: Palermo, Bagheria, Partinico, Termini Imerese, Monreale. |
AGRIGENTO
Superf. Kmq. 3042 - 43 Comuni - Circa 500.000 abitanti. centri principali: Agrigento, Licata, Sciacca, Favara, Canicattì, Ribera. |
CALTANISSETTA
Superf. Kmq. 2104 - 22 Comuni – Circa 300.000 abitanti . Centri principali: Caltanissetta, Gela, Niscemi, San Cataldo. |
|
CATANIA
Superf. Kmq. 3552 - 56 Comuni - Circa 1.000.000 di abitanti. Centri principali: Catania, Acireale, Paternò, Caltagirone, Adrano, Giarre,Misterbianco, Bronte, Biancavilla. |
ENNA
Superf. Kmq. 2562 - 20 Comuni - Circa 230.000 abitanti. Centri principali: Enna, Piazza armerina. |
MESSINA
Superf. Kmq. 3247 - 107 Comuni - Circa 700.000 abitanti. Centri principali: Messina, Barcellona Pozzo di gotto, Milazzo. |
|
RAGUSA
Superf. Kmq. 1614 - 12 Comuni - Circa 300.000 abitanti. Centri principali: Ragusa, Vittoria, Modica, Comiso, Scicli. |
SIRACUSA
Superf. Kmq. 2109 - 20 Comuni - Circa 400.000 abitanti. Centri principali: Siracusa, Augusta, Lentini, Avola, Noto, Pachino. |
TRAPANI
Superf. Kmq. 2462 - 23 Comuni - Circa 450.000 abitanti. Centri principali: Trapani, Marsala, Alcamo, Mazara del Vallo, Castelvetrano, Erice. |
|
PERCHE’ LA SICILIA SI CHIAMA SICILIA
Si conta e si racconta che c'era una volta un Re e una Regina che avevano un'unica bambina, una picciridda bella quanto Dio la potè fare. Questo Re e questa Regina erano tanto felici di avere questa Reginella e si beavano solo al guardarla. Quando la picciridda ebbe sette anni e mezzo passò una vecchia chiromante. — Oh, — disse il Re, — vogliamo far predire il futuro a nostra figlia ? — Buono è, — disse la Regina, — facciamoglielo predire. E chiamarono la vecchia. — Eccoti cinque monete: predici il futuro a questa picciridda. La vecchia le guardò la palma della mano, la osservò avanti e dietro, poi le mise una mano sui capelluzzi biondi, e restò senza dire niente. — Allora, buona vecchia, — disse il Re, — nessuna ventura ci dici ? — E che posso dire, Maestà? — Come che posso dire? Parlare devi. La vecchia, costretta, dovette allora parlare, e disse: — Che io sappia, Maestà, questa picciridda corre un pericolo grande assai: fra altri sette anni e mezzo, quando avrà appunto quindici anni, ci sarà una forte nebbia, una scossa di terremoto, e in città arriverà qualcuno: se non proteggete questa picciridda - ma proteggerla sarà inutile! - l'agguanterà e, povera figlia, morta sarà. A questa mala nova, il povero padre e la povera madre si sentirono morire. Che si fa, che non si fa, nessuna speranza avevano, e intanto gli anni passavano. La picciotta aveva ormai quattordici anni e mezzo, e padre e madre, meschini, piangevano, si strappavano i capelli, non sapendo cosa fare, che entro sei mesi la figlia loro era perduta. Un giorno il Re scese al mare per sfogarsi a piangere senza farsi sentire dalla figlia, e vide una barchetta senza padrone, senza remi e senza vela. All'improvviso la mente gli si aprì. — Fu Dio a mandarla, — si disse, — ogni cosa s'è aggiustata! Tornò di corsa al palazzo e disse alla figlia: — Senti, Sicilia, — così la picciotta si chiamava, — Dio mi offrì il mezzo per salvarti. Salirai su una barca, dove ci saranno tesori in quantità, pane, vino e companatico. Dio te la mandi buona: il mare e la fortuna ti porteranno in salvo. Sicilia salì sulla barca, e la barca partì spinta dalle onde. Gira di qua, gira di là, la povera Sicilia per tre mesi andò per mare senza sapere sotto quale cielo fosse, e senza mai vedere la faccia d'un cristiano. Poi il pane finì e cominciò a sentir fame. — Ora muoio per davvero, — si disse, e si sdraiò sul fondo della barca. Era proprio allo stremo, quando Dio le dette aiuto. Venne una forte mareggiata e un'onda altissima si caricò la barca e la trascinò sopra una spiaggia. Che combina la fortuna? La terra sulla quale arrivò era questa nostra, l'isola dove abitiamo noi, e così Sicilia si salvò dal mare, e per di più con tutti i tesori che aveva. Camminando per quella terra, Sicilia trovò un vero ben di Dio: frutta d'ogni qualità, uccelli, frumento e ogni genere di selvaggina, insomma tutto quello che può desiderare una donna incinta o malata; ma di uomini non si vedeva neanche l'ombra. — Come faccio sola sola? Vero è che sono in un paradiso, ma così deserto che neanche gli animali ci stanno bene! La meschina piangeva perché, di riffe o di raffe, era sempre sventurata. Si sentiva persa e veramente disperata. Ma dopo un mese che era stata spinta a terra, mentre si lamentava ad alta voce vide apparire un uomo bellissimo, alto quanto uno stendardo. — Che hai, bella giovane, — chiese l'uomo, — perché piangi? — E come non potrei piangere, — rispose lei, — sfortunata come sono? Sentite... — e gli raccontò tutta la sua storia. L'uomo prima si stupì, poi, tutto contento, disse: — Non disperare, le cose si sono aggiustate, e noi saremo felici. Devi sapere che in questa terra venne la peste, tutti gli abitanti morirono fino all'ultimo, e restai io solo, per mia disgrazia, disperato come un condannato alla galera a vita. Ora per fortuna arrivasti tu, è il cielo che ti mandò. Solo lui, sola lei, belli e picciotti tutti e due, la cosa non si poteva combinare meglio, e si può immaginare come ne furono contenti. Sicilia si maritò infatti con quest'uomo che era veramente capace e coraggioso, dall'aspetto d'un vero cavaliere. Così, padrone di tutto quel regno, con tanti tesori e con tutto ciò che quella terra produceva, lui fu felice e stimava Sicilia quanto la pupilla degli occhi suoi; per amor suo volle chiamare quella terra Sicilia, come infatti si chiama da allora. I due sposi ebbero un esercito di figli, tutti robusti, ingegnosi e belli come il padre e la madre, e, di madre in figlio, l'isola si popolò di nuovo e meglio di prima.
|
|
Il simbolo della Trinacria
Il simbolo che rappresenta la Sicilia e che
si trova anche al centro del suo stemma ufficiale ha origini molto
antiche. Raffigura una testa gorgonica, con i caratteristici serpenti al
posto dei capelli, con due ali, sovrapposta a tre gambe piegate (triscele).
Le monetazioni delle città di Palermo, di
Jatia e di Agrigento sono databili al I sec. A.C., mentre le
raffigurazioni vascolari col simbolo della Trinacria rimontano al VII
sec. A.C.: nè sono ipotizzabili influenze puniche sulla ceramica gelese.
Quindi questi dati archeologici consentono di sostenere la tesi di una
mediazione greca, e non punica, per l'introduzione del simbolo
triscelico dall'Oriente in Sicilia.
Nota finale: Il simbolo della TRINACRIA campeggia sulla Bandiera ufficiale della Sicilia
|
I MITI E LE LEGGENDE DI SICILIA
La Sicilia, una delle isole più importanti del Mar Mediterraneo, è forse la terra che più delle altre offre uno dei migliori
scenari culturali e folcloristici in grado di provocare nel visitatore grande suggestione ed emozione.
Culla di passate e varie dominazioni come quella dei remoti Fenici, Greci e Bizantini
e dei “più vicini” Normanni, Spagnoli ed Austriaci.
Crocevia di miti, leggende e tradizioni sacre e profane millenarie dalle radici che affondano nelle tradizioni greche,
nella religione e nelle più profane credenze popolari.
Queste sono solo alcune definizioni di tale isola che offre un’alta concentrazione artistica ed umana dai significati
e contenuti elevati e profondi che contribuiscono ad aumentarne il fascino e la magnificenza.
Contribuiscono ad aumentarne l’importanza e l’imponenza, inoltre, la sua storia millenaria, il fatto d’essere la patria
di filosofi, santi, artisti, scienziati e poeti, le sue tradizioni ed i suoi valori.
Se a tutto questo si unisce la maestosità delle sue caratteristiche ambientali, la bellezza del suo mare e delle sue montagne,
lo splendore dei suoi monumenti, la bontà della sua cucina e la cordialità e forte senso dell’ospitalità dei suoi abitanti,
si evince che la Sicilia offre uno scenario complessivo davvero unico nel suo genere.
Le leggende ed i miti profani
La storia di Aretusa
Aretusa, figlia di Nereo e di Doride, amica della dea
Diana, fu trasformata da quest’ultima in una fonte di acqua dolce che sgorga
lungo la riva bagnata dalle acque del porto grande di Siracusa.
La metamorfosi fu attuata per sottrarre la timida ninfa alla corte del dio Alfeo. Costui, però, è la divinità fluviale, quindi scorrendo sotto le acque del mare Egeo, arriva in prossimità della fonte nella quale era stata trasformata la sua amata per consentire alle sue acque di raggiungere quelle della fonte stessa e quindi mescolarsi con loro.
In realtà, Alfeo era un piccolo fiume della Grecia che effettua un breve tragitto in superficie per poi scomparire sotto terra.
Quando i Greci trovarono la piccola sorgente nei pressi della fonte di Aretusa, trovarono la spiegazione fantasiosa alla scomparsa del fiume Alfeo in Grecia, che sarebbe riapparso in superficie in Sicilia.
La leggenda di Aci e Galatea
Tale leggenda ha un’origine greca e spiega la ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea.
Aci era un pastorello che viveva lungo i pendii dell’Etna.
Galatea, che aveva respinto le proposte amorose di Poliremo, lo amava. Poliremo, offeso per il rifiuto della ragazza, uccide il suo rivale nella speranza di conquistare la sua amata.
Ma Galatea continua ad amare Aci.
Nereide, grazie all’aiuto degli dèi, trasforma il corpo morto di Aci in sorgenti d’acqua dolce che scivolano lungo i pendii dell’Etna.
Non lontano dalla costa, vicino l’attuale Capo Molini, esiste una piccola sorgente chiamata dagli abitanti del luogo "il sangue di Aci" per il suo colore rossastro.
Sempre nei pressi di Capo Molini esisteva un modesto villaggio chiamato, in memoria del pastorello, Aci.
Nell’undicesimo secolo dopo Cristo un terremoto distrusse il villaggio, provocando l’esodo dei sopravvissuti che fondarono altri centri. In ricordo della loro città d’origine, i profughi vollero chiamare i nuovi centri col nome di Aci al quale fu aggiunto un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro. Si spiega così, ad esempio, l’esistenza di Aci Castello (appellativo dovuto alla presenza di un castello costruito su di un faraglione che poi fu distrutto da una colata lavica nell’XI secolo) ed Acitrezza (la cittadina dei tre faraglioni).
La storia di Colapesce
Cola o Nicola è di Messina ed è figlio di un pescatore di Punta Faro. Cola ha la grande passione per il mare. Amante anche dei pesci, ributta in mare tutti quelli che il padre pesca in modo da permettere loro di vivere. Maledetto dalla madre esasperata dal suo comportamento, Cola si trasforma in pesce. Il ragazzo, che cambia il suo nome in Colapesce, vive sempre di più in mare e le rare volte che ritorna in terra racconta le meraviglie che vede. Diventa un bravo informatore per i marinai che gli chiedono notizie per evitare le burrasche ed anche un buon corriere visto che riesce a nuotare molto bene. Fu nominato palombaro dal capitano di Messina. La sua fama aumenta di giorno in giorno ed anche il Re di Sicilia Federico II lo vuole conoscere e sperimentarne le capacità. Al loro incontro, il Re getta una coppa d’oro in mare e chiede al ragazzo di riportargliela. Al ritorno Colapesce gli racconta il paesaggio marino che ha visto ed il Re gli regala la coppa. Il Re decide di buttare in mare la sua corona ed il ragazzo impiega due giorni e due notti per trovarla. Al suo ritorno egli racconta al Re d’aver visto che la Sicilia poggia su tre colonne, una solidissima, la seconda danneggiata e la terza scricchiolante a causa di un fuoco magico che non si spegneva. La curiosità del Re aumenta ancora e decide di buttare in acqua un anello per poi chiedere al ragazzo di riportarglielo. Colapesce è titubante, ma decide ugualmente di buttarsi in acqua dicendo alle persone che avessero visto risalire a galla delle lenticchie e l’anello, lui non sarebbe più risalito. Dopo diversi giorni le lenticchie e l’anello che bruciava risalirono a galla ma non il ragazzo, ed il Re capì che il fuoco magico esisteva davvero e che Colapesce era rimasto in fondo al mare per sostenere la colonna corrosa.
La storia di Scilla
Scilla, figlia di Crateide, era una ninfa stupenda che si aggirava nelle spiagge di Zancle (Messina) e fece innamorare il dio marino Glauco, metà pesce e metà uomo. Rifiutato dalla ninfa, il dio marino chiede l’aiuto della maga Circe, senza sapere che la maga stessa era innamorata di lui.
La maga, offesa per il rifiuto del dio marino alla sua corte, decide di vendicarsi preparando una porzione a base di erbe magiche da versare nella sorgente in cui Scilla si bagna usualmente.
Appena Scilla si immerge, il suo corpo si trasforma e la parte inferiore accoglie sei cani, ciascuno dei quali con una orrenda bocca con denti appuntiti. Tali cani hanno dei colli lunghissimi a forma di serpente con cui possono afferrare gli esseri viventi da divorare.
A causa di questa trasformazione, Scilla si nasconde in un antro presso lo stretto di Messina. Decide anche di vendicarsi di Circe privando Ulisse dei suoi uomini mentre lui stava attraversando lo stretto. Successivamente ingoia anche le navi di Enea.
La leggenda vuole che Eracle, attaccato dalla ninfa mentre attraversa l’Italia con il bestiame di Gerione, la uccide, ma il padre della ragazza riesce a richiamarla in vita grazie alle sue arti magiche.
Il suo nome ricorda “colei che dilania”. Insieme a Cariddi, per i greci impersona le forze distruttrici del mare. Queste due divinità, localizzate tra le due rive dello stretto di Messina, rappresentano i pericoli del mare.
La storia di Cariddi
Tale mostro impersona, nell’immaginario collettivo, un vortice formato dalle acque dello stretto. Tale ninfa mitologica greca è figlia di Poseidone e di Gea ed era tormentata da una grande voracità. Giove la scaglia sulla terra insieme ad un fulmine. E’ abituata a bere grandi quantità di acqua che poi ributta in mare Anche in questo caso, come il precedente, il passaggio di Eracle dallo stretto di Messina insieme all’armento di Gerione è provvidenziale: quando essa gli rubò alcuni buoi per divorarli, Giove la colpisce con il fulmine e la ninfa precipita in mare trasformata in un mostro. Il primo a raccontare questo mito fu Omero spiegando che Cariddi si trova di fronte a Scilla. Anche Virgilio parla di Cariddi nel suo poema Eneide.
La storia della Fata Morgana
La leggenda ci tramanda che, dopo aver condotto suo fratello Artù ai piedi dell'Etna, Morgana si trasferisce in Sicilia tra l'Etna e lo stretto di Messina, dove i marinai non si avvicinano a causa delle forti tempeste, e si costruisce un palazzo di cristallo. Sempre in base alla leggenda, Morgana esce dall'acqua con un cocchio tirato da sette cavalli e getta nell'acqua tre sassi, il mare diventa di cristallo e riflette immagini di città. Grazie alle sue abilità, la Fata Morgana riesce ad ingannare il navigante che, illuso dal movimento dei castelli aerei, crede di approdare a Messina o a Reggio, ma in realtà naufraga nelle braccia della fata. La Fata Morgana non è altro che un fenomeno ottico che si ammira spesso nello stretto di Messina e nell'isola di Favignana a causa di particolari condizioni atmosferiche. Guardando da Messina verso la Calabria, si vede come sospesa nell'aria l'immagine di Messina e, viceversa, guardando da Reggio Calabria verso Capo Peloro, si vede nello stretto Reggio.
La storia di Mata e Grifone
A Messina viveva una bella ragazza dalla grande fede cristiana, figlia di re Cosimo II da Casteluccio; il suo nome Marta in dialetto si trasforma in Matta o Mata. Verso il 970 dopo Cristo il gigante moro Hassan Ibn-Hammar sbarcò a Messina, con i suoi compagni pirati e incominciò a depredare nelle terre in cui passava. Un giorno il moro vide la bella fanciulla e se ne innamora, la chiede in sposa ma ottiene un rifiuto. Ciò provocò l'ira del pirata che uccise e saccheggiò più di prima. I genitori, preoccupati, nascosero Marta, ma il moro riuscì a rapirla con la speranza di convincerla a sposarlo. Marta non ricambiava il suo amore trovando nella preghiera la forza a sopportare le pressioni del moro. Alla fine, il moro si converte al cristianesimo e cambia il suo nome in Grifone. Marta apprezza il gesto e decide di sposarlo. La tradizione ci tramanda che furono loro a fondare Messina.
La leggenda del gigante Tifeo
E’ la leggenda che stabilisce che la Sicilia è sorretta dal gigante Tifeo che, osando impadronirsi della sede celeste, fu condannato a questo supplizio.
Con la mano destra sorregge Peloro (Messina), con la sinistra Pachino, Lilibeo (Trapani) poggia sulle sue gambe e sulla sua testa l'Etna. Tifeo vomita fiamme dalla bocca. Quando cerca di liberarsi dal peso delle città e delle grandi montagne la terra trema.
La leggenda del cavallo senza testa
Nasce nella Catania del 700. Leggenda ambientata nella Via Crociferi ed in passato residenza di nobili che vi tenevano i loro notturni incontri o intrighi amorosi che dovevano esser tenuti nascosti. Quindi, essi fecero circolare la voce che di notte vagasse un cavallo senza testa, voce che intimorì la cittadinanza ed impediva alle persone di uscire di casa una volta calate le tenebre. Soltanto un giovane scommise con i suoi amici che ci sarebbe andato nel cuore della notte, e, per provarlo, avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle Monache Benedettine. Gli amici accettarono la scommessa ed il giovane si recò a mezzanotte sotto l’arco delle monache, e vi piantò il chiodo ma non si accorse di avere attaccato al muro anche un lembo del suo mantello, quindi, quando volle scendere dalla scala, fu impedito nei movimenti e, credendo d’esser stato afferrato dal cavallo senza testa, morì. Pur vincendo la scommessa, la leggenda fu confermata.
La leggenda di Pippa la catanese
Popolana e lavandaia d’origine catanese, visse a cavallo tra il XIII e il XIV secolo. Il suo vero nome era Filippa. Giovanissima, diventa nutrice di Luigi, figlio di Roberto d’Angiò e Violante d’Aragona. Allorché gli Angioini furono cacciati dalla Sicilia e ritornarono a Napoli, Pippa seguì la Corte. Nel 1343 sul trono salì Giovanna I d’Angiò che aveva sposato il principe Andrea d’Ungheria che volle essere consacrato re di Napoli. I numerosi dissidenti facevano affidamento sull’antipatia che la sovrana, innamorata del cugino Luigi duca di Taranto, nutriva per il marito contro il quale fu ordita una congiura; in effetti, Andrea fu strangolato. Il Papa, supremo signore feudale sul Regno di Napoli, cominciò la caccia dei congiurati; la prima ad essere indiziata fu Pippa che era diventata confidente della Regina. L’ex lavandaia fu atrocemente torturata, per farle confessare quanto sapeva e la donna disse solo di sapere della congiura ma di non avervi partecipato. Coloro che avevano assassinato Andrea restarono impuniti.
Il clima della Sicilia - il ratto di Proserpina
Cerere, sorella di Giove e dea che aveva insegnato agli uomini come coltivare i campi, era la madre della bella Proserpina, amante dei fiori.
La leggenda mitologica ricorda che un giorno di primavera il Dio Plutone rimase colpito dalla vista della giovane Proserpina, se ne innamora e la rapisce portandosela negli inferi. Plutone era il più odiato fra gli dei, perché il suo regno era quello delle ombre. Proserpina era morta con lui e tutto ciò era avvenuto con il consenso di Giove. Plutone, in onore della sposa, aveva creato la fonte azzurra Ciana.Il ratto fu così improvviso che nessuno seppe informare bene la madre della ragazza, Cerere che per tre giorni e tre notti la cercò ininterrottamente per tre giorni e tre notti. La verità le fu rivelata da Elios, il dio Sole, che le confessò anche il consenso di Giove agli eventi.
Alla fine, Cerere si adirò e cominciò a far soffrire gli uomini provocando siccità, carestie e pestilenze. Gli uomini, privati dell’aiuto della Madre Terra, chiesero aiuto a Giove. Ma Proserpina aveva gustato il melograno, simbolo d'amore, donatole da Plutone e quindi a tuttii gli effetti sua sposa, e non poteva più tornare definitivamente da sua madre. Giove, commosso dal dolore della sorella, risolse il problema decidendo che Proserpina stesse per otto mesi, da gennaio ad agosto, sulla terra assieme alla madre; e per quattro mesi da settembre a dicembre, sotto terra col marito Plutone, creando così l’alternanza di due stagioni nel clima della Sicilia. La leggenda spiega che Proserpina risalga alla terra in primavera per portare all’isola l’abbondanza e per poi scompare ai primi freddi invernali.
Gli scongiuri del popolo siciliano
Tra le credenze popolari c’è la convinzione che dei poteri soprannaturali possono difendere e proteggere e per questo esistono vari scongiuri: contro il malocchio, contro varie malattie come quelle degli occhi e quelle esantematiche dei bambini, contro gli animali nocivi e le tempeste e per le questioni amorose. Buona parte di queste credenze popolari sono oggi raccolte nel Museo Etnografico Siciliano a Palermo, Museo fortemente voluto da Giuseppe Pitrè.
La pantofola della regina Elisabetta
Maletto è in provincia di Catania. Quando nel 1603 i diavoli gettarono la regina dentro il cratere dell’Etna sulla rupe "Rocca Calanna"
cadde una pantofola della regina Elisabetta.
Molto tempo dopo, un pastorello ritrova tale pantofola, la volle toccare, ma si bruciò.
Fu chiamato un frate esorcista e la pantofola volò su una torre del castello di Maniace, presso Bronte.
Nel 1799 tale castello fu donato dai Borbone all’ammiraglio inglese Orazio Nelson, durante una festa da ballo a Palermo. In quell’occasione una dama misteriosa, si dice il fantasma della regina Elisabetta, donò a Nelson un cofanetto contenente la fatidica pantofola;
e gli raccomandò di non farla mai vedere a nessuno.
Ma l’amante dell’ammiraglio, Emma Hamilton, riesce a trafugarla. La stessa notte l’ammiraglio vede in sogno la misteriosa dama che gli ricorda
che ha perso tutta la sua nfortuna. Pochi giorni dopo Nelson morì nella battaglia di Trafalgar, esattamente il 21 ottobre 1805.
La leggenda della bella Angelina
Spiega il toponimo di Francavilla di Sicilia (ME)
La leggenda popolare racconta della nobile fanciulla Angelina di cui era innamorato il delfino di Francia. Questi, durante il Vespro, la rapì
ed Angelina raccomanda alla sua ancella Franca di vegliare (Franca, vigghia!), per essere pronte al momento dell’atteso segnale di partenza.
La leggenda dei due fratelli
Spiega l’origine del monte Mojo, in provincia di
Messina, monte che ha l’aspetto di un cumulo di grano.
Essa parla di due fratelli, di cui uno era cieco e l’altro profittatore il quale, al momento della spartizione del grano, cercava di imbrogliare il fratello cieco riempiendo il moggio completamente quando toccava a lui e dal fondo quando toccava al fratello cieco. Quest’ultimo, passando la mano sul misero mucchio, si raccomandava agli occhi del Signore che attuò le giuste vendette: alla fine della fraudolenta spartizione una folgore bruciò il fratello ladro e trasformò il mucchio di frumento nell’attuale monte Mojo.
L’elefante di Catania
Il simbolo di Catania dal 1239 è legato ad un’antica
leggenda legata alla sua origine. Questa leggenda narra che quando Catania fu
abitata per la prima volta, tutti gli animali feroci furono allontanati da un
elefante al quale i catanesi, per ringraziamento, eressero una statua, da loro
chiamata “liotru”, correzione dialettale del nome Elidoro, un dotto catanese
dell’VIII secolo bruciato vivo nel 778 dal vescovo di Catania San Leone II il
Taumaturgo, perché, non essendo designato vescovo della città, disturbava le
funzioni sacre con magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra.
Diverse ipotesi sono state fatte per spiegare l’origine e il significato di tale statua, oggi visibile in Piazza Duomo.
Di queste ipotesi, due sono meritevoli di menzione:
1) quella dello storico Pietro Carrera da Militello che lo spiegò come simbolo di una vittoria militare dei catanesi sui libici;
2) quella del geografo arabo Idrisi nel XII secolo secondo la quale l’elefante è una statua magica costruito in epoca bizantina per allontanare da Catania le offese dell’Etna.
Pietra del mal consiglio
Ricorda gli eventi legati alla morte di Ferdinando il Cattolico (23 gennaio 1516), quando il viceré Ugo Moncada rifiutò di lasciare la carica e scatenò una guerra civile partì da Palermo e che funestò la Sicilia per tre anni. A Catania, dove la rivolta aveva numerosi seguaci, i nobili ribelli scelsero per le loro riunioni un giardino nel piano dei Trascini vicino un capitello dorico e un pezzo di architrave, entrambi in pietra lavica.La lotta continuò finche i fautori del Moncada non furono sconfitti. Il nuovo viceré, Ettore Pignatelli, stroncò le ribellioni colpendo direttamente e ferocemente i responabili. Il Senato della città, a ricordo di questi avvenimenti, spostò i due avanzi lavici: il capitello, da allora chiamato "Pietra del mal consiglio" fu innalzato nel piano della Fiera (oggi Piazza Università) mentre l’architrave fu sistemata all’ingresso del palazzo della Loggia. La pietra del mal consiglio nel 1872 fu posta nella corte del Palazzo Carcaci ai Quattro canti. L’architrave si trova nel cortiletto posteriore del teatro Massimo Bellini.
Il Viceré e la Baronessa
Alla fine del XVI secolo don Marcantonio Colonna era viceré in Sicilia. Quando giunse a Palermo si innamorò della nobildonna Eufrosina Valdaura, moglie del nobile Calcerano Corbera e baronessa del Miserendino. Il marito e il suocero pronunciarono minacce contro il viceré durante un ricevimento. Il viceré, temendo per la sua vita, fece arrestare il suocero della baronessa per debiti non pagati; l’uomo morì di li a poco nel carcere della Vicaria. Il marito fu trovato ucciso. Dopo un breve periodo di lutto la baronessa celebrò il suo amore con il viceré che fece preparare alcune stanze su Porta Nuova per i loro incontri amorosi e fece costruire una grande fontana nei pressi di piazza Marina adorna di sirene, putti e creature marine dove spiccava l’immagine di una sirena che ricorda l’effige della baronessa Eufrosina del Miserendino.
La leggenda di Jana di Motta
Nel 1409 Bianca di Navarra divenne Vicaria del regno, e il Conte di Modica Bernardo Cabrera avrebbe voluto sposarla per aumentare il suo potere. La regina Bianca non volle sposarlo ed il conte la inseguì per tutto il regno. La regina chiese aiuto al suo ammiraglio Sancio Ruiz de Livori che catturò Giustiziere facendolo rinchiudere nel Castello di Motta. Una congiura era in atto contro il Conte: Jana, una fedele e astuta damigella della regina Bianca, d’accordo con l’ammiraglio Sancio e della regina, si travestì da paggio e si fece assumere dal conte convincendolo a tentare un’evasione per cercare di sposare la regina Bianca. Il conte abboccò e una notte, fattolo travestire da contadino, Jana lo fece calare da una finestra del castello con una corda; ma ad un certo punto, Jana mollò la corda,e il conte cadde dentro una grossa rete preparata precedentemente dove rimase tutta la notte; al mattino Jana, rivelatasi,lo fece imprigionare al Castello Ursino di Catania.
Il fiume di latte
A Catenanuova in provincia di Enna, ed esattamente in contrada Cuba, esiste un’antica masseria che in passato fungeva anche da albergo e da stazione di posta. Una lapide sotto il balcone ricorda che in quella stazione pernottarono un re e una regina nel 1714 ed il poeta tedesco Wolfgang Goethe con l’amico e pittore Crisoforo Kneip.
La coppia regale vi pernottò nel 1714 a causa del marchingegno del cavaliere Ansaldi da Centùripe, il proprietario della masseria-albergo, che voleva ossequiare personalmente il re Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sicilia dal 1713, che con la regina Anna d’Orlèanns si stava recando a Messina per tornare in Piemonte. Quando il corteo reale stava per giungere alla sua masseria, il cavaliere ordinò ai suoi dipendenti l’ordine di versare nel torrente vicino tutto il latte che avevano munto quel giorno. Quando il re fu avvisato dalle sue guardie, incredulo, volle assaggiare e riconobbe che i suoi uomini avevano ragione. Il cavaliere Ansaldi si rivelò ed ammise tutta la storia ed il suo desiderio. L’invito fu gradito al re che alla partenza nominò Ansaldi Capitano onorario delle Guardie reali.
L'isola Ferdinandea
Fra Pantelleria e Sciacca nel 1831 spuntò un’Isola vulcanica. I fenomeni eruttivi si presentarono a metà luglio, per cessare nei primi di agosto, quando l’isola raggiunse il suo massimo sviluppo. Nella parte nord c’era il cratere con due bocche eruttive, dalle quali uscivano i materiali vulcanici.
L'eruzione durava da mezz'ora ad un'ora ed era ad intermittenza. Cessata l'eruzione, le due bocche del cratere si riempirono di acqua marina formando due laghetti. L'analisi di questi laghetti dimostrò che erano formati da acqua marina con sali ferrosi ed idrogeno solforato. All'isola furono dati vari nomi (Sciacca, Nertita, Corrao, Hotham, Giulia, Graham, Ferdinandea), ma ebbe una breve vita perché, flagellata dalle onde, scomparve presto negli abissi.
La grotta delle colombe
La Grotta delle Colombe si trova a Santa Maria La Scala (frazione di Acireale, in provincia di Catania) e raccoglie due leggende. In base alla prima tale grotta era il rifugio segreto dei due innamorati Aci e Galatea. L'altra racconta la storia della ninfa Ionia che curava dei colombi che ogni inverno si rifugiavano in questa grotta. Purtroppo altre ninfe invidiose ne ostruirono l'entrata facendo morire i colombi e suscitando la disperazione della ninfa che fece crollare la grotta rimanendo seppellita insieme ai suoi amici.
La leggenda della Zisa
A Palermo c’è il Palazzo La Zisa. Questo palazzo fu costruito al tempo dei pagani e custodiva i tesori dell’imperatore. Qui c’è un incantesimo per tutelare un tesoro nascosto costituito da monete d’oro. Tale incantesimo è stato fatto dai Diavoli che non vogliono che il tesoro sia preso dai Cristiani. All’entrata della Zisa ci sono dipinti dei diavoli: chi li guarda nel giorno della festa dell’Annunziata (25 di marzo) vede che essi si muovono e non si finisce di contarli. Non si conosce neanche l’esatta quantità delle monete e nessuno è mai riuscito a prenderle.
Il terremoto del 1693
A questo cataclisma sono legate due leggende catanesi: quella di "Don Arcaloro" e quella del vescovo Carafa.
La prima narra che nella mattina del 10 gennaio 1693 si presentò al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scamacca una fattucchiera locale che gridò a Don Arcaloro di affacciarsi perché gli doveva dire una cosa di grande importanza. Don Arcolaio ordinò che la facessero salire. La vecchia strega confidò al barone che quella notte aveva sognato Sant’Agata che supplicava il Signore di salvare la sua città dal terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi rifiutò la grazia. Il Barone si rifugiò in aperta campagna, dove attese che la profezia della strega si verificasse.
Un vecchio quadro settecentesco di Salvatore Lo Presti rappresenta il barone con l’orologio in mano in attesa dell’evento.
La seconda leggenda è quella del vescovo di Catania Francesco Carafa, capo della diocesi dal 1687 al 1692. La leggenda dice che questo vescovo, mediante le sue preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua città il terremoto. Ma nel 1692 egli morì e l’anno dopo Catania fu distrutta. L’iscrizione posta sul suo sepolcro ricorda proprio tale evento ed il ruolo incisivo delle sue preghiere.
Le tradizioni religiose
La leggenda della messa interrotta
Riguarda la distruzione di Gulfi (Rg) nel 1299.In base a tale leggenda, dei soldati francesi penetrarono nella Chiesa dell’Annunziata uccidendo i fedeli ed il sacerdote interrompendo la messa durante l’elevazione del calice per poi andare a godere dei frutti del loro saccheggio. Allo scoccare della mezzanotte si sentì suonare messa nella stessa Chiesa ed appare il prete col calice in mano seguito da tutti i fedeli. Come trascinati da una forza misteriosa, tutti i soldati francesi entrarono in Chiesa insieme ai fedeli uccisi, la messa ricominciò dal punto in cui era stata interrotta; alla fine un turbine scosse la Chiesa e fece aprire una voragine nel pavimento dove precipitarono tutti i soldati francesi, voragine che poi si richiuse su di loro.
La leggenda del vascellazzu
Grazie ai Vespri siciliani Messina e Palermo si liberano dal dominio Angioino chiamando come re della Sicilia, nell’ordine, Pietro III d' Aragona, Giacomo e Federico II d'Aragona. Prima della pace di Caltabellotta, gli Angioini cercarono di riconquistare le città perdute, soprattutto Messina. Roberto D'Angiò, per conquistare tale città, mandò il suo esercito a Catona e assediò Reggio Calabria, in modo da bloccare gli aiuti per Messina che al momento era governata da Federico II D'Aragona. La città soffriva una grossa crisi alimentare. Nicolò Palizzi suggerì di andare da Alberto da Trapani, già considerato Santo per dei grandi prodigi che aveva effettuato. Il giorno seguente, Federico II e la sua corte si diressero alla Chiesa del Carmine in cui Sant'Alberto celebrava la messa. Egli cominciò a pregare ed alla fine delle sue preghiere una voce dal cielo gli confermò che le sue preghiere erano state esaudite: si videro arrivare tre navi i cui equipaggi scaricarono del grano. I messinesi si convinsero che le navi fossero state mandate dalla Madonna. L’evento determinò la nascita della tradizione del "vascelluzzo". Tutti corsero ai piedi del Santo per ringraziarlo, lui li benedì e lì esortò a credere in Dio e nella Madonna della Lettera. Qualche giorno dopo arrivarono altre quattro navi cariche di vettovaglie. Roberto d'Angiò capì che non poteva più sconfiggere la città per la fame e si convinse ad arrendersi e stabilì un trattato di pace con Federico II D'Aragona La leggenda narra che in quei giorni accadde un altro prodigio: una signora vestita di bianco passeggiava sugli spalti delle mura con lo stendardo di Messina, un francese lanciò una freccia contro di lei ma la freccia ritornò indietro. Anche in questa occasione la Madonna della Lettera difese Messina. Sant'Alberto morì nel 1307. Quando Federico II fece alloggiare i suoi cavalli nel convento del Carmine, trasformando in stalla la chiesa in cui era il Santo era sepolto, un male misterioso portò alla morte i cavalli ed i soldati. Aprendo la tomba di Sant'Alberto, questi fu trovato in ginocchio per chiedere la punizione per i profanatori.
Il miracolo di Suor Eustochia Calafato
Tale miracolo avviene a Messina, esattamente nel monastero di Montevergine ed al cadavere di tale suora morta del 1491: le crescono le unghie e i capelli che ogni anno, nel giorno a lei dedicato, le vengono tagliati. Esmeranda Calafato nacque nel 1837. Nonostante fosse una ragazza molto bella ed appartenente ad una ricca famiglia, si dedicava esclusivamente alla vita spirituale. Nell'adolescenza un giovane signore si innamorò di lei, ma la ragazza, per evitare le tentazioni, entrò nel monastero di Basicò. Non contenta delle ristrettezze e della vita spirituale di quel monastero, ottenne dei soldi da un ricco zio per fondare il monastero di Montevergine. Si dice che il suo spirito avverta le suore della loro prossima morte parecchie settimane prima attraverso un rumore cupo.
La Madonna dei Mirti
Nella campagna di Villafranca Sicula (AG) esiste una chiesetta dedicata alla Madonna dei Mirti la cui origine è spiegata da una leggenda locale. Un vecchio frate stava rientrando al suo convento di Bugio recando sul suo asinello due quadri sacri, di cui uno dedicato alla Madonna. Quando fu nei pressi del convento, si accorse di aver perduto proprio tale quadro.
Ritornando sui suoi passi, lo ritrova dentro un cespuglio di mirti. Arrivato al convento raccontò agli altri frati l’avventura; ma, quando volle mostrare il quadro in questione, esso scomparve per la seconda volta per essere nuovamente ritrovato dentro lo stesso cespuglio di mirti.Si capì che la Madonna voleva essere onorata in quel punto e così fu costruita la chiesetta.
San Corrado Gonfalonieri
Il Santo Patrono di Noto è tale santo d’origine piacentina che si ritirò a vita eremitica a Noto, dove visse dal 1343 fino alla morte nel 1351.Ttra i suoi miracoli c’è quello di avere allargato la sua grotta a forza di spallate Si dice che le campane delle chiese, alla sua morte suonarono da sole.