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Breve storia, notizie e curiosità |
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Quando Dio creò il mondo, volle che una piccola parte della Terra
riunisse in sé tutte le bellezze del creato...........................
.......Volle, cioè, che fosse lambita tutto intorno, da tre incantevoli mari e guardata da monti altissimi e scintillanti di ghiacciai perenni.
Volle che fosse chiomata di boschi folti e rigata di ruscelli, ammantata di pascoli verdi, ingioiellata di laghi azzurri, irrigata da fiumi limpidi e sonori.
Volle che vi fossero ampie distese di frumento, ulivi e viti, limoni ed aranci, e pesche e meli e peri.
Volle che fosse ricca di vallate ubertose, cosparsa di paesi ridenti e di splendide città.
Volle che diventasse ricca di monumenti, di opere d'arte e di ricordi storici.
Volle che fosse abitata da un popolo di sobri lavoratori e che desse al mondo
i più grandi santi, i più grandi artisti e i più grandi eroi.
Tutto questo volle Dio . . . Ed ecco che sorse l'Italia, l'Italia bella, l'Italia nostra. E la tua regione fa parte di questa terra!
Se vuoi seguire e comprendere bene la storia e la vita di questa nostra meravigliosa isola, ti consiglio di guardare bene, prima,
una carta geografica che rappresenti tutto il Mare Mediterraneo.
Osserva ora con attenzione la posizione della Sicilia: essa è proprio . . .
— Al centro del Mare Mediterraneo ! — mi interrompi subito tu.
Sicuro! Ora, devi sapere che questo mare ha avuto in ogni tempo una grandissima importanza: tanto grande che i popoli affacciati ad esso diventavano veramente potenti solo se riuscivano a dominarlo e a navigare da padroni nelle sue acque.
Durante il corso della Storia, diversi furono i popoli che vi riuscirono e, secondo che furono l'uno o l'altro, ecco che la Sicilia,
posta com'è proprio nel bel mezzo di quel mare, divenne oggetto di conquista dell'uno o dell'altro di quei popoli.
— Santo cielo — dirai tu; — ma allora i Siciliani non sono . . . Siciliani; sono . .. tutti quei popoli messi assieme!
— Beh, ora esageri! I Siciliani sono Siciliani, e come ! C'è, però, qualcosa di vero in quanto tu dici, perché ognuno di quei popoli lasciò nell'isola i segni della propria civiltà: usi, costumi, arte, eco., che si fusero sempre mirabilmente insieme,
dando vita, col passare del tempo, ad un'unica civiltà che è appunto quella siciliana.
Vicina com'è all'Italia, però, la Sicilia ha soprattutto assorbito, in ogni tempo, la grandissima civiltà italiana.
In quest'ultimo secolo, poi, essa è entrata addirittura a far parte della Storia d'Italia; e in modo così vivo e così completo,
che non è più possibile pensare l'una senza l'altra.
Infatti, oggi, anche se qualcuno sostiene il contrario, l'Italia non può più fare a meno della « sua Sicilia »,
così come la Sicilia non può più fare a meno della « sua Italia ».

NEI PRIMISSIMI TEMPI
Vi sono presso Palermo, e altrove, profonde grotte e caverne che testimoniano come anche in Sicilia vissero uomini in tempi antichissimi.
Sulle pareti di quelle grotte si notano pitture e disegni incisi che rappresentano animali
(fra i quali anche gli elefanti, i cervi e i bisonti).
Fu quella l'epoca dei Cavernìcoli, la cui vita è confusa con la leggenda.
I primi popoli civili apparsi nell'isola, all'alba della Storia, furono i Sicani ed i Siculi.
— Da dove venivano?
Non si può dirlo con esattezza. Forse i Sicani venivano dall'Africa, e forse i Sìculi dall'Italia Centrale, guidati da un certo re di nome Siculo.
Si sa, però, che, mentre i Sicani occuparono la parte occidentale della Sicilia, restandovi, poi, per molto tempo isolati, i Sìculi, giunti più tardi, si stabilirono in quella orientale.
Un altro popolo, gli Elimi, venne, secondo la leggenda, da Troia. Era loro capo
Elimo, figlio del re Priamo, che fondò le città di Érice e di Segesta.
Di quest'ultima rimangono ancor oggi stupende rovine.
/ Sìculi, però, divennero ben presto i più potenti e i più civili dell'isola. Ottimi agricoltori, oltre che guerrieri, essi coltivarono, per i primi, il grano e la vite; conobbero l'arte della ceramica; lavorarono i metalli ed eressero grandi templi ai loro dèi, nelle città di Ibla e Pàlica, Inoltre, credendo nell'immortalità dell'anima, i Sìculi ebbero un culto profondo per i morti.
Li seppellivano in piccole celle, con accanto oggetti preziosi, armi, anfore e cibi che dovevano servire per il lungo viaggio nell'oltre tomba.
I FENICI E I GRECI
Frattanto andava sempre più crescendo, nel bacino del Mediterraneo, la potenza di due popoli che, certamente, conosci già : i Fenici e i Greci.
I Fenici, come sai, erano audaci naviganti. Assai abili nel commercio, inoltre, essi fondavano spesso nuove colonie nei paesi in cui svolgevano i loro affari. Una di queste, in Africa, proprio di fronte alla Sicilia, fu Cartagine.
Attratti dalla prosperità dei Sìculi, i Fenici giunsero ben presto da Cartagine anche in Sicilia, fondarono, sulle coste nord-occidentali, la città di Panormo (Palermo), e da li presero a penetrare nell'interno dell'isola.
I Greci, venuti anch'essi a contatto coi Sìculi nel sec. Vili a. Cristo, per ragioni di commercio, si stabilirono invece in numero sempre maggiore nella parte orientale dell'isola, dove fondarono le città di Leontinoi (Lentini), Catania, Zancle (Messina), I mera, Siracusa, Gela e Selinunte.
Queste città, divenute assai potenti, estesero in breve il loro dominio verso occidente, fondando, a loro volta, altre città.
Successe così che Sicani, Elimi e Sìculi, a poco a poco, si trasformarono di fronte alla superiore civiltà dei Greci; ne adottarono usi, costumi, arte, religione; e fondendosi in un solo popolo, diedero vita a quell'originale e splendida civiltà siciliana che rese famosa l'isola in tutto il Mediterraneo.
Che periodo meraviglioso, quello per la Sicilia! Prosperarono V'agricoltura e il commercio, fiorì la poesia che creò miti e leggende bellissime, si diffuse la cultura, si costruirono templi e monumenti, di cui ancor oggi rimangono grandiose testimonianze.
La città che più di ogni altra espresse, a quei tempi, la raffinata civiltà dell'isola fu Siracusa.
Grande, magnifica e potente, Siracusa suscitò ben presto la rivalità della stessa Atene che mirava al predominio nel Mediterraneo. '
Era naturale che le due città un bel giorno si facessero guerra. E ciò avvenne nel 413 avanti Cristo.
In quell'anno, infatti, gli Ateniesi cercarono di invadere la Sicilia, ma il generale siracusano Ermocrate, capo del partito democratico, li affrontò e li sbaragliò, assicurando in tal modo la libertà e la supremazia alla sua città.
Nel 405 divenne tiranno di Siracusa Dionigi il Vecchio.
// tiranno volle provare. Liberò Damane e tenne prigioniero Pizia.
Damane si recò al suo villaggio su un veloce cavallo, abbracciò la madre, i figli, la sposa e, senza perdere altro tempo, rimontò sul cavallo e riprese la vìa del ritorno verso Siracusa dove lo attendeva la morte.
A un tratto il cavallo, stanco, inciampò e cadde senza potersi più rialzare. Disperato, Damane si mise a girare per la campagna, perdendo tempo prezioso, in cerca di un altro cavallo, col timore di non giungere in tempo a salvare l'amico. Passarono così quattro ore, poi cinque. Già l'ora sesta era vicinissima, allorché Dionigi diede l'ordine alle guardie di portare Pizia sul luogo del supplizio.
Il tiranno crudelmente beffava il giovane coraggioso che aveva creduto alla sincerità dell'amico. Ma Pizia gli rispose:
— Non temo di sacrificarmi per Damane, Dionigi! Questo è il più bel giorno della mia vita, perché sono riuscito a salvare dalla morte il mio diletto amico. Io sono solo e la mia morte non porterà lutto ad alcuno.
Non aveva ancora finito di pronunciare l'ultima parola, che si udì un furioso galoppo: Damane arrivava a tempo.
Pizia, dispiaciutissimo, si buttò ai piedi del tiranno e lo supplicò di lasciarlo morire al posto di Dèmone. Ma Dionigi, impressionato per così grande amicizia, non solo concesse il suo perdono a Damane, ma volle che i due giovani diventassero suoi amici.
CARTAGINE E ROMA
Intanto, proprio di fronte alla Sicilia (ove oggi sorge Tunisi) Cartagine, diventata grande, bella, ricca e potente, era andata sempre più affermandosi.
Ora, i Cartaginesi, diretti discendenti dei Fenici, considerando come proprio questo territorio, avevano cercato di impadronirsene. Ma erano stati sconfitti duramente, nel 480 avanti Cristo, in una grande battaglia, ad Imera, da Gelone, tiranno di Siracusa e dai suoi alleati.
I Cartaginesi, però, non si perdettero d'animo e diventati potentissimi nel mare, grazie alla loro flotta, nel 410 si presentarono nell'isola più forti e più minacciosi di prima.
Non trovarono resistenza, o quasi, questa volta e l'isola, ad eccezione della parte occidentale, cadde ben presto nelle loro
mani.
La Storia, però (e questo anche se sei un bambino l'avrai capito), non permette mai che la potenza di una nazione duri troppo a lungo.
Infatti, ecco farsi avanti, assai temibile per i Cartaginesi, una nuova potenza, che nel frattempo era giunta sino allo Stretto di Messina: Roma.
Ormai i due colossi erano di fronte: uno dei due doveva soccombere. E bastò una piccola scintilla per far scoppiare la più terribile lotta della storia romana, lotta che si ricorda sotto il nome di Guerre Puniche.
Andò così: i Mamertini, soldati mercenari provenienti dalla Campania, si erano impadroniti di Messina.
Cerone, tiranno di Siracusa, ne fu allarmato e li assalì. I Mamertini si rivolsero, allora, ai Romani i quali non si fecero pregare molto e vennero nell'isola.
Posto piede in Sicilia (anno 270 a. C.) essi pensarono, naturalmente, a diventarne i padroni.
Scoppiò così la prima (264-241 a. C.) delle tre Guerre Puniche al termine delle
quali Roma si trovò padrona di tutto il Mare Mediterraneo. I Cartaginesi furono vinti a Panormo, a Licata e nelle acque di Mylae (Milazzo), nella famosissima battaglia navale, al comando del console Caio Duilio.
I Romani, poi, portarono la guerra contro Siracusa, che venne assediata. Cerone, però, con grande abilità, riuscì a schierarsi dalla loro parte, salvando così l'indipendenza della sua città.
Fu, però, una libertà che durò assai poco.
Morto Cerone, rimasto sempre fedele a Roma, gli successe Geronimo, il quale, durante la Seconda Guerra Punica, si alleò con i Cartaginesi, in un momento particolarmente difficile per i Romani.
Roma accusò il colpo, ma non si scoraggiò. Con sacrifici immensi allestì un esercito al comando del console Claudio Marcella e Siracusa venne nuovamente cinta d'assedio (anno 212 a. C.).
Nella difesa della città rifulse il genio del celebre scienziato Archimede, il quale escogitò ingegnose macchine che contribuirono magnificamente alla resistenza. Alla fine, però, Siracusa dovette cedere e... addio libertà.
Dopo secoli di gloriosa vita, la grande Siracusa dovette accontentarsi di diventare una città qualunque, in quella provincia romana che era ormai diventata la Sicilia.
Da allora, per quasi mille anni, l'isola rimarrà sotto il dominio di Roma.
Pochi gli avvenimenti, durante questo millennio. La vita della Sicilia continuò nel nuovo ordinamento civile che Roma le impose, cercando di rispettare i suoi costumi e le sue tradizioni.
A poco a poco, però, scomparvero o decaddero, a causa della malaria e dell'abbandono, quasi tutte le città un tempo famose, come Selinunte, Gela, Leontinoi.
Sorsero, invece, nuovi borghi e soprattutto in campagna. La popolazione, infatti, preferiva, ora, la vita dei campi a quella delle città, e si distribuì in modo da favorire il diffondersi dell'agricoltura.
Così, attraverso questi secoli, la Sicilia si trasformò e acquistò a poco a poco un nuovo aspetto: non più poche, splendide e potenti città, ma una fitta rete di piccoli centri per mezzo dei quali il progresso civile ed economico si diffuse, portando dovunque maggior benessere e maggior prosperità.

Archimede era riuscito a costruire specchi speciali
detti « ustori ». Essi raccoglievano i raggi del sole
e li riflettevano, concentrandoli sulle navi nemiche
ed incendiandole.
IL CRISTIANESIMO IN SICILIA
Tu già conoscerai certamente la vita di Nostro Signore. Sappi, ad ogni modo, che nei primi anni dell'Impero Romano, anche in Sicilia apparve la nuova religione di Gesù. Anzi, ti dirò che l'Isola del Sole fu la prima fra le province romane che sentì pronunciare, per bocca degli apostoli Pietro e Paolo, il nome di Cristo.
L'apostolo Paolo, infatti, durante i suoi lunghi viaggi per la diffusione del Cristianesimo, era sbarcato a Siracusa e vi si era fermato per tre giorni.
La nuova religione si diffuse molto rapidamente e anche la Sicilia ebbe i suoi martiri.
Tra i martiri siciliani, che sacrificarono la loro vita per la fede di Cristo, ricordiamo Sant'Agata, che subì il martirio a Catania nel 250 e Santa Lucia, siracusana, martirizzata nel 304.
Di esse parleremo diffusamente più avanti.
Eccetto un breve periodo, durante il quale subì il dominio dei Vandali e poi dei Goti, la Sicilia fece parte sino al secolo VI dell'Impero Romano.
Caduto quello d'Occidente, che aveva per capitale Roma, appartenne poi per altri tre secoli (VII - Vili e IX secolo) all'lmpero d'Oriente, con capitale Costantinopoli. Quest'ultimo periodo fu uno dei più infelici dell'isola.

ARRIVANO GLI ARABI
Mentre la Sicilia era occupata dai Bizantini (cioè soggetta all'Impero d'Oriente) un nuovo grande Impero si era affacciato alle sponde del Mediterraneo; quello degli Arabi. Esso, infatti, si era esteso su tutto il nord Africa, dall'Egitto alla Spagna.
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IL TRADITORE EUFEMIO DA MESSINA
/ tentativi degli Arabi per occupare la Sicilia furono parecchi. Tutti, però, erano risultati inutili, per il grande valore che i Siciliani avevano sempre dimostrato contro ogni loro assalto.
Fu Eufemio da Messina che, col suo tradimento, spinse e agevolò gli Arabi alla conquista dell'isola.
Eufemio, governatore di Messina, avendo rapito una giovane da un convento a Siracusa, era stato condannato dall'imperatore Balbo, ad avere mozzate le mani.
Eufemio si ribellò e iniziò l'occupazione di alcune città. Sconfitto dalle truppe bizantine, riparò in Africa presso il capo arabo Adalcamo e lo esortò ad occupare la Sicilia. Il momento era favorevole.
Adalcamo nell'827 sbarcò a Mazara con un fortissimo esercito ed iniziò la conquista dell'isola.
Eufemio, che doveva divenire governatore in nome degli Arabi, venne ucciso poco dopo, nei pressi di Enna, dai suoi nemici, pagando così a. duro prezzo il suo tradimento.
La conquista della Sicilia da parte degli Arabi non si concluse, ad ogni modo, in quattro e quattr'otto. Fu assai lunga e venne resa più difficile dal fatto che i Siciliani si difendevano, come ti ho detto, con grande valore.
A Panormo, tanto per fare un esempio, gli Arabi entrarono solamente dopo quattro anni di continuo assedio.
La città, chiamata in seguito Baiar m, venne scelta come sede dell'Emiro, cioè del governatore arabo della Sicilia.
Dopo Panormo gli Arabi estesero la loro conquista a Messina, a Enna e, più tardi, a tutta l'isola.
Quanto ai brutti Mori (detti anche Saraceni o Musulmani) beh, sì! erano « mori », ma molto civili e se dapprima si dimostrarono feroci furono, poi, più umani e generosi. Trattarono con benevolenza la popolazione e il periodo della loro dominazione (secoli IX e X) è da considerarsi fra i più felici della Storia siciliana.

Costumi arabi
Gli Arabi, bravi agricoltori, introdussero in Sicilia la coltivazione della canna da zucchero e quella degli agrumi, oggi grande ricchezza dell'isola. Costruirono, inoltre, canali per irrigare le terre là dove veniva coltivato il cotone e la canapa ; divisero pure le grandi estensioni di terreno in tante piccole proprietà.
Le città della Sicilia, sotto gli Arabi, divennero assai belle, ricche di magnifici giardini e di splendidi edifici.
Palermo, sede dell'Emiro che abitava nel palazzo della Kalsa circondato da un fasto orientale, divenne una delle città più splendide, tanto splendida da superare in magnificenza le stesse Bagdad, Damasco, II Cairo, Cordova . . .
Con tutto ciò (non ti preoccupare!) i Siciliani rimasero Siciliani. Assorbirono il meglio della civiltà araba, ecco tutto; e questo meglio lo trasmisero all'Europa di quei tempi che, chiusa nel suo povero mondo feudale, non brillava certamente per civiltà e per cultura.

... E DOPO GLI ARABI, ECCO I NORMANNI…… E GLI SVEVI
Nel 1060 ecco apparire all'orizzonte dell'isola i Normanni (uomini del Nord). Dico all'orizzonte, perché un forte gruppo di Normanni, guidato dal conte Ruggero d'Altavilla, aveva conquistato la Calabria che, come sai, è proprio di fronte alla Sicilia.
Ruggero nel 1060, come ti ho detto, sbarcò nell'isola, iniziandone la conquista che portò a termine nel 1091.

Il Re Federico II
A lui successe il figlio Ruggero II che nel 1130 cinse la corona di Re di Sicilia.
Da allora, il periodo di prosperità, già iniziato per i Siciliani sotto gli Arabi, andò sempre aumentando. Ruggero II, infatti, fu un gran Re: egli avviò rapporti commerciali con le Repubbliche Marinare di Genova, Pisa, Amalfi e Venezia; fece della propria corte, a Palermo, uno splendido centro d'arte e di cultura e abbellì la città di edifici famosi, come la Cappella Palatina.
Questo felice periodo, sebbene in tono minore, continuò anche coi successori di Ruggero II: i figli Guglielmo I e Guglielmo II.
Ora devi sapere che Costanza, figlia anch'essa di Ruggero II, aveva sposato Enrico VI, figlio di Federico I (il Barbarossa della battaglia di Legnano, ricordi?).
Alla morte di Guglielmo II, Costanza rimase l'unica erede al trono. Naturalmente Enrico, con la moglie, venne in Sicilia per regnarvi, ma trovò fortissima opposizione. Tutti i tentativi di rivolta furono però da lui ferocemente domati.
L'isola ritrovò un po' di pace solo dopo qualche anno, allorché, alla morte di Enrico e di Costanza, venne eletto Re il loro giovane figlio Federico II.
Federico II aveva ricevuto un'educazione italiana. Coltissimo e d'ingegno aperto, egli fu il primo Re veramente moderno nell'Europa di quei tempi. Con lui il popolo siciliano raggiunse la propria unità morale.
Nel Regno di Sicilia, egli istituì il Parlamento, il primo che la storia ricordi.
Era composto da tre Camere o Bracci :
— la Camera militare, formata dai baroni più potenti. A capo di questa Camera era il principe di Butera ;
— la Camera ecclesiastica, formata dai vescovi e dagli abati più importanti. A capo di questa Camera era l'arcivescovo di Palermo;
— la Camera demaniale, formata dai deputati delle diverse città e delle terre demaniali, cioè dipendenti dal re. A capo di questa Camera era il pretore di Palermo.
Le tre Camere si riunivano e discutevano delle necessità della Sicilia. In tal modo ognuno poteva far presente i propri bisogni e le proprie lamentele.
Federico II morì nell'anno 1250. Egli ,fu, certamente, il più grande sovrano della Sicilia che soleva chiamare Pupilla degli occhi suoi. Venne sepolto, con grandi onori, nella Cattedrale di Palermo, la città che sotto il suo regno era diventata la più fiorente d'Europa, la città che egli sopra tutte le altre aveva amato.

NASCONO IN SICILIA
LE PRIME POESIE IN LINGUA ITALIANA
La corte del grande Federico risiedette, come hai visto, a Palermo. Ed egli ne fece un ritrovo di poeti, di artisti e di scienziati. Anzi egli stesso fu poeta e buon poeta!
Durante il suo regno avvenne uno stranissimo fatto. Tu sai che fino allora la lingua dell'isola era stata il greco, oppure l'arabo. Sotto Federico II, ecco che si fa strada il « dialetto », cioè la nuova lingua italiana. E noi vediamo lo stesso Re che scrive le sue poesie in questa lingua. E così suo figlio Enzo; e così tutti i poeti della sua corte.
Pensa: erano i primi poeti che scrivevano nella nuova lingua e venivano chiamati i poeti della Scuola Siciliana; non perché essi fossero solo Siciliani, ma perché erano a Palermo, alla corte dell'Imperatore-poeta.
E' da ricordare qui, anche se non appartenne a questa Scuola, il poeta siciliano Giullo d'Àlcamo, il quale scrisse una poesia che è uno dei più antichi documenti della letteratura italiana. Essa è famosa e comincia con queste belle parole:
Rosa fresca aulentissima
ch'apari in ver la state ... In Sicilia, quindi, comparve la prima poesia italiana.
ARRIVANO I FRANCESI......
Federico II, dunque, morì nel 1250. Il periodo che seguì fu un periodo agitato per l'isola.
A lui era successo il figlio Manfredi, usurpando il diritto del fratellastro Corrado e del figlio di questi, Corradino.
Il Papa, allora, temendo la potenza di Manfredi, chiese aiuto al re francese Carlo d'Angiò.
La lotta, non solo fra Carlo d'Angiò e Manfredi, ma fra i partigiani dell'uno e dell'altro, fu lunga e molto dannosa per l'isola. Alla fine Carlo d'Angiò ebbe la meglio, sconfisse a Benevento Manfredi ( 1266) e, poco dopo, anche il povero Corradino, tradito e abbandonato da tutti.
// governo di Carlo d'Angiò (che Dante, vissuto in quei tempi chiamò « mala signoria »), portò tristi cambiamenti in Sicilia.
Tutte le terre e i castelli, già appartenenti ai nobili siciliani, furono dati ai nuovi nobili francesi, suscitando così odi e rancori, che certo non giovarono al benessere della popolazione. La capitale venne trasferita a Napoli.
Inoltre le tasse e i tributi assai gravosi, accrebbero ancor più il malcontento dei Siciliani.
Nel 1282 la rivolta scoppiò d'improvviso, nel famosissimo e glorioso giorno dei Vespri Siciliani.
Costumi
spagnoli
... E GLI SPAGNOLI
Cacciati i Francesi, i Siciliani commisero il grave errore di rivolgersi . . . agli Spagnoli.
Essi non sapevano, affidando allora la corona del regno appunto a uno spagnolo, Pietro d'Aragona, che il dominio di quella gente sulla loro isola sarebbe poi durato per quasi cinque secoli ! Il dominio spagnolo, infatti, durò fino al 1712. E furono secoli infelici, e di grave decadenza per la Sicilia.
Dopo un breve periodo di ripresa, in seguito alla cacciata dei Francesi, i Re aragonesi si trasferirono in Ispagna, mandando nell'isola dei Viceré . . . buoni a nulla, capaci solo di arricchirsi a spese della povera popolazione.
Un altro malanno, in quel periodo, era dato dai continui assalti alle coste da parte dei pirati saraceni.
Tuttavia i Siciliani furono sudditi leali verso la Spagna e combatterono spesso da valorosi nell'armata spagnola.
Nella famosa battaglia navale di Lepanto del 1571 contro i Turchi, la squadra siciliana si distinse per la sua eroica condotta.
I BORBONI
Negli anni che vanno dal 1713 al 1735 la Sicilia passò, di volta in volta, sotto il dominio dei Savoia, degli Austriaci e dei Barboni di Napoli.
Nel 1735 divenne Re di tutto il meridione Carlo di Barbone che si trasferì a Napoli e, pur cercando di riattivare commerci e industrie, non ottenne certamente brillanti risultati.
Il suo successore Ferdinando IV '(1759-1825) inviò nell'isola il suo ministro Domenico Caràcciolo, perché vi compisse delle riforme.
Ma i Siciliani, gelosi della supremazia di Napoli, non accolsero con entusiasmo l'inviato del Re. I baroni soffiarono sul fuoco e accusarono il ministro di attentare alla libertà dell'isola. Alla fine il popolo, vittima delle trame dei baroni, si ribellò alle benefiche riforme.
Arriviamo così al 1789, l'anno della grande Rivoluzione Francese. Nuovi princìpi di libertà si diffondevano dovunque ed i popoli chiedevano la Costituzione . . .
Cos'è la Costituzione?
E' un complesso di leggi che afferma i diritti del popolo e impegna lo Stato a rispettarli.
Allorché, cacciato dai Francesi, Ferdinando di Borbone giunse a Palermo, anche i Siciliani chiesero ed ottennero la Costituzione.
Qualche anno dopo, però, dopo la caduta di Napoleone, tornato a Napoli col titolo di Re delle Due Sicilie, Ferdinando la soppresse.
Era certamente un tradimento! Però, come dice il proverbio, ogni male non viene per nuocere.
Ecco, infatti, da allora, diffondersi anche in Sicilia la Carboneria (la società segreta italiana che mirava all'indipendenza della Penisola).
Per opera della Carboneria e dei più colti patrioti dell'isola, ecco destarsi, per la prima volta, nella coscienza dei Siciliani, il desiderio di una Sicilia libera, ma unita al resto dell'Italia . . .
Quando, nel 1820, scoppiarono a Napoli i primi moti, anche la Sicilia insorse e chiese l'indipendenza, riuscendo a cacciare le truppe borboniche.
Presto, però, i Borboni tornarono e la rivolta fu domata nel sangue.
Più tardi, nel 1848 (anno di rivoluzioni in tutta l'Europa), la Sicilia fu la prima a insorgere per la libertà.
Cacciati di nuovo i Borboni, venne formato un Comitato Siciliano di Liberazione,
composto da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giacinto Carini.
Da quel momento le sorti dell'isola sono legate per sempre alle sorti dell'Italia.

ROSA DONATO
La mattina del 12 gennaio 1848 la rivolta scoppiò ancora una volta a Palermo.
Come hai visto, venne formato un Comitato Siciliano di Liberazione., composto da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giacinto Carini.
Le truppe borboniche furono, in breve tempo, costrette ad abbandonare la città.
Alla notizia della sollevazione di Palermo insorsero anche Messina, Catania, Agrigento, Caltanissetta e Termini Imerese.
In quell'occasione Giuseppe La Masa fece sventolare, per la prima volta, il tricolore italiano. ..
Capo del governo provvisorio fu Ruggero Settimo.
La sconfitta a Novara dell'esercito piemontese di Carlo Alberto, che poneva fine alla guerra per l'Indipendenza d'Italia,
ebbe, però, gravi conseguenze anche per la Sicilia.
Infatti il Re, domate le rivolte nel Napoletano, potè inviare nell'isola un forte esercito comandato dal generale Filangeri.
In quell'occasione, tra i difensori di Messina, brillò il nome di una povera popolana' : Rosa Donato.
Rosa Donato gettò la miccia accesa nella cassa delle munizioni che scoppiò con grande fragore.
Ella era riuscita a trascinare un piccolo cannone presso una barricata dove ferveva furiosa la battaglia. La barricata, ad un certo punto, stava per cadere in mano nemica, ma Rosa non volle abbandonare il cannone. Rimase sola là con la miccia in mano. E allorché i Barboni furono a due passi da lei, gettò improvvisamente la miccia accesa nella cassa delle munizioni che scoppiò con orrendo fragore, facendo strage dei nemici. Rosa Donato, pur travolta dalle macerie, scampò per miracolo.
Purtroppo, le truppe borboniche, nonostante l'eroismo dei difensori, riuscirono nuovamente a riconquistare l'isola commettendo atti di crudele barbarie. E così mentre gli Austriaci ritornavano in Lombardia, la Sicilia vedeva i Borboni nuovamente padroni.
Seguirono dodici anni di cospirazioni e di insurrezioni, purtroppo senza esito. I Martiri di quel periodo furono: il barone Bentivegna, Salvatore Spinuzza e il giovanissimo Niccolo Garzilli.
1860 FINALMENTE SI FA L’ITALIA
Giungiamo, finalmente, al meraviglioso Maggio 1860, anno in cui s'incide nella storia dell'Italia il nome di due città siciliane : Marsala e Calatafimi.
Garibaldi, giudicando ormai maturo il momento della liberazione, decise, infatti, la Spedizione dei Mille che aveva lo scopo di liberare dai Borboni tutta l'Italia Meridionale.
I Mille erano giovani volontari, affluiti al richiamo dell'Eroe da ogni parte della Penisola.
Partiti il 5 Maggio 1860 da Quarto, presso Genova, i Mille sbarcarono a Marsala sei giorni dopo.
E subito dopo Marsala, ecco a Salèmi le squadre dei picciotti unirsi a Garibaldi.
— Che entusiasmo, piccolo Siciliano, che entusiasmo! Ovunque si correva a Garibaldi; ovunque si gridava: Viva l'Italia !
Le truppe borboniche, inviate contro il minuscolo esercito garibaldino, si disposero a battaglia sulla collina detta « Pianto Romano », nei pressi di Calata/imi.
I Garibaldini, assai minori di numero, dovettero conquistare là collina palmo a palmo. Ad un certo momento il pericolo fu grande. Nino Bixio, allora, consigliò Garibaldi di ritirarsi, ma il generale rispose:
— Bixio, qui si fa l'Italia o si muore!
Finalmente i Borboni, molestati da ogni parte dai « picciotti », dovettero ritirarsi e Garibaldi, acclamato dal popolo, entrò trionfalmente in Calatafimi.
Purtroppo, a San Martino, colpito da una fucilata morì il bravo Rosolino Pilo.
Garibaldi, ingannando il nemico che lo aspettava a Monreale, condusse i suoi a Piana degli Albanesi, poi passò per Marineo e si l'ermo a Misilmeri.
La mattina del 27 Maggio, dopo breve e furiosa lotta a Porta Termini, Garibaldi, con i suoi e con i bravi picciotti, entrava trionfalmente in Palermo.
Le truppe borboniche vennero inesorabilmente chiuse in un cerchio di ferro al Palazzo Reale, al Molo e al Castello. Infine, furono costrette a chiedere l'armistizio.
Intanto, inviati da Camillo Cavour, arrivarono a Garibaldi altri aiuti: da Trapani, da Agrigento, da Catania, da Messina e da altre località dell'isola. ~Il 20 Luglio, a Milazzo, i Garibaldini attaccarono nuovamente i Borboni, li sbaragliarono completamente e li costrinsero a lasciare definitivamente la Sicilia.
Il 24 Luglio Garibaldi entrava in Messina fra il tripudio della popolazione.
In Ottobre un plebiscito (votazione popolare) univa l'isola al resto d'Italia, sotto il governo di Vittorio Emanuele II,
che sarà proclamato Re nel Marzo 1861.
— E poi? — chiederai tu a questo punto.
Pòi, la storia della Sicilia è quella dell'Italia.
E come l'Italia ha dato molto alla Sicilia, cercando di migliorarne le condizioni di vita con molteplici iniziative economiche e sociali, così la Sicilia ha dato molto all'Italia con l'ingegno, l'operosità e persino col sangue dei suoi figli che accorsero numerosi allorché la Patria li chiamò nella Prima Guerra Mondiale, per liberare i fratelli di Trento e di Trieste.
LA SICILIA DIVENTA REGIONE AUTONOMA
Giungiamo così all'anno 1939, anno in cui scoppiò la Seconda Guerra Mondiale.
L'Italia, in principio, rimase lontana dalla mischia, ma nel Giugno del 1940
vi entrò a fianco della Germania contro la Francia, l'Inghilterra, l'America e la Russia. Fu una guerra sventurata!
La nostra Patria subì terribili distruzioni che sconvolsero la vita di tutta la nazione : i viveri scarseggiarono ben presto e le armi mancavano.
// 10 Luglio del 1943 gli alleati sbarcarono in Sicilia, presso Gela, e iniziarono, verso nord, la lenta marcia contro i Tedeschi, marcia che durò fino al 29 Aprile del 1945, giorno in cui venne firmato l'armistizio. Ma quali tremende rovine!
Le devastazioni subite e le tristi condizioni di vita, fecero rinascere in molti l'antico sentimento di indipendenza. (Ne abbiamo già parlato, ricordi?).
— La Sicilia può far da sé! — dicevano costoro.
Per fortuna, però, la maggiore e la miglior parte dei Siciliani capì che era assurdo e dannoso voler separare di nuovo l'isola dall'Italia.
La questione, infine, fu risolta nel Maggio del 1940. Un decreto legislativo istituì la Regione Siciliana, riconoscendo all'isola la necessità di un'autonomia sì, ma semplicemente amministrativa.
— Come per la Val d'Aosta, allora ? — osserverai tu.
— Proprio così, e cioè : Sicilia, ma Italia.
Che cosa vuoi dire Sicilia autonoma?
Vuoi dire che si amministra da sé. La Regione infatti ha una propria assemblea, i componenti della quale eleggono un governo regionale, composto da un presiden te e da una giunta di assessori, che sono incaricati dei vari problemi della regione.
Il governo regionale può emanare leggi particolari riguardanti i problemi più urgenti della regione, adatti ad accelerare lo sviluppo agricolo, industriale e sociale dell'isola.
Concludiamo, ricordando che la Sicilia è uno dei più affascinanti paesi non solo per l'incanto della sua natura, per la dolcezza del suo clima e per le sue ricchezze artistiche.
Essa offre, al turista che sa visitarla con amore, anche lo splendore della sua anima, e cioè quel complesso di usi, di costumi e di tradizioni che costituiscono la sua più intima e preziosa vita.
E lo offre:
— attraverso la sua musica, così ricca di cadenze ;
— attraverso le sue canzoni, piene di dolcezza e di malinconia;
— attraverso la sua poesia, che è una delle più varie e più ricche del mondo;
— attraverso le sue feste;
— attraverso la schietta e generosa ospitalità del suo popolo;
— attraverso le sue favole, i suoi proverbi e i suoi motti.
Giuseppe Pitrè, il dotto siciliano che ha raccolto in un'immensa opera tutto il patrimonio novellistico dell'isola,
ha scritto che <<non vi è forse in Italia una regione che abbia tante e così svariate forme di vita come la Sicilia ».
Ed è vero!
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PER I PIU’ CURIOSI Narra un'antichissima leggenda greca che Nettuno, dio del mare, correndo un giorno sulle onde, a cavallo di veloci delfini, vide apparire un'isola meravigliosa. Era la Sicilia, e al dio piacque tanto che vi mandò ad abitarla, facendoli uscire dal mare, i suoi figli. Costoro erano giganteschi esseri con un occhio solo, posto in mezzo alla fronte, e si chiamavano Ciclopi. I Ciclopi vissero in Sicilia, pascolando greggi di pecore e capre. Furono ottimi pastori e insegnarono agli uomini l'uso del burro e del formaggio.
Gli scienziati che studiano i resti fossili degli animali e delle piante (i paleontologi, per dirla con una parola un po' difficile) assicurano che nei tempi antichissimi la Sicilia era popolata da orsi, da iene, da cervi e perfino da ippopotami e da enormi elefanti.
Molti luoghi situati sulle alture, specialmente nell'interno della Sicilia, e già occupati dagli Arabi per ragioni di difesa, contengono tutti la parola Kalt che in arabo significa fortezza. Così Caltanissetta (fortezza delle vergini); Caltagirone (fortezza di el Geruna); Calatafimi (fortezza di Al Fimi); Caltavuturo (fortezza di Abu -Thur); Calascibetta, eretta dai Saraceni col nome di Kalat-Scibet, nel 851; Caltabellotta (da Kal-at al-Ballut) cioè rocca delle querce, ecc. Altri nomi provengono da Gebel, cioè montagna. Così Mongibello, Gibilmanna, Gibellina, Gibilimesi, Gibilrossa, ecc. Perfino molti cognomi di famiglia derivano dall'arabo, e sono comunissimi in Sicilia. Così Zappalà, Badalà, Fragalà, Vadalà. Essi contengono il nome Allah e significano: Servo di Dio, forte in Dio, consolazione di Dio.
II Teatro delle marionette è molto diffuso in Sicilia. « II popolo segue con passione le fantasiose leggende e le cavalleresche imprese. L'uditorio inveisce non solo con parole ingiuriose, ma spesso con oggetti contro il traditore, contro lo straniero, contro la spia e contro il vigliacco. Prova, invece, grande simpatia per l'eroe; il generoso guerriero che offre la sua spada per la difesa degli umili e dei deboli ... ».
E' noto che i Siciliani usano molto i gesti per esprimersi. Ecco che cosa ne scrive il grande studioso Giuseppe Pitré: «... questo muto linguaggio esprime sentimenti, affetti, volontà che sfuggono ai forestieri. Coi gesti il siciliano afferma, nega, comanda e ubbidisce, dispone ed esegue, prega, concede, chiama e risponde, loda e biasima fino a comporre interi discorsi ».
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LA SICILIA E LE SUE 9 PROVINCE

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PALERMO |
PA |
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CATANIA |
207 |
CT |
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SIRACUSA |
259 |
60 |
SR |
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RAGUSA |
248 |
103 |
86 |
RG |
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CALTANISSETTA |
127 |
110 |
161 |
131 |
CL |
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ENNA |
136 |
85 |
137 |
136 |
38 |
EN |
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AGRIGENTO |
126 |
167 |
218 |
133 |
57 |
95 |
AG |
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TRAPANI |
107 |
316 |
368 |
308 |
236 |
245 |
180 |
TP |
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MESSINA |
237 |
94 |
158 |
197 |
204 |
183 |
261 |
346 |
ME |
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RIBERA |
130 |
217 |
268 |
183 |
107 |
145 |
50 |
130 |
311 |
DISTANZE CHILOMETRICHE
TRA RIBERA E LE PROVINCE SICILIANE
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PALERMO
Superf. Kmq. 5016 - 82 Comuni - Circa 1.300.000 abitanti. Centri principali: Palermo, Bagheria, Partinico, Termini Imerese, Monreale. |
AGRIGENTO
Superf. Kmq. 3042 - 43 Comuni - Circa 500.000 abitanti. centri principali: Agrigento, Licata, Sciacca, Favara, Canicattì, Ribera. |
CALTANISSETTA
Superf. Kmq. 2104 - 22 Comuni – Circa 300.000 abitanti . Centri principali: Caltanissetta, Gela, Niscemi, San Cataldo. |
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CATANIA
Superf. Kmq. 3552 - 56 Comuni - Circa 1.000.000 di abitanti. Centri principali: Catania, Acireale, Paternò, Caltagirone, Adrano, Giarre,Misterbianco, Bronte, Biancavilla. |
ENNA
Superf. Kmq. 2562 - 20 Comuni - Circa 230.000 abitanti. Centri principali: Enna, Piazza armerina. |
MESSINA
Superf. Kmq. 3247 - 107 Comuni - Circa 700.000 abitanti. Centri principali: Messina, Barcellona Pozzo di gotto, Milazzo. |
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RAGUSA
Superf. Kmq. 1614 - 12 Comuni - Circa 300.000 abitanti. Centri principali: Ragusa, Vittoria, Modica, Comiso, Scicli. |
SIRACUSA
Superf. Kmq. 2109 - 20 Comuni - Circa 400.000 abitanti. Centri principali: Siracusa, Augusta, Lentini, Avola, Noto, Pachino. |
TRAPANI
Superf. Kmq. 2462 - 23 Comuni - Circa 450.000 abitanti. Centri principali: Trapani, Marsala, Alcamo, Mazara del Vallo, Castelvetrano, Erice. |
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PERCHE’ LA SICILIA SI CHIAMA SICILIA
Si conta e si racconta che c'era una volta un Re e una Regina che avevano un'unica bambina, una picciridda bella quanto Dio la potè fare. Questo Re e questa Regina erano tanto felici di avere questa Reginella e si beavano solo al guardarla. Quando la picciridda ebbe sette anni e mezzo passò una vecchia chiromante. — Oh, — disse il Re, — vogliamo far predire il futuro a nostra figlia ? — Buono è, — disse la Regina, — facciamoglielo predire. E chiamarono la vecchia. — Eccoti cinque monete: predici il futuro a questa picciridda. La vecchia le guardò la palma della mano, la osservò avanti e dietro, poi le mise una mano sui capelluzzi biondi, e restò senza dire niente. — Allora, buona vecchia, — disse il Re, — nessuna ventura ci dici ? — E che posso dire, Maestà? — Come che posso dire? Parlare devi. La vecchia, costretta, dovette allora parlare, e disse: — Che io sappia, Maestà, questa picciridda corre un pericolo grande assai: fra altri sette anni e mezzo, quando avrà appunto quindici anni, ci sarà una forte nebbia, una scossa di terremoto, e in città arriverà qualcuno: se non proteggete questa picciridda - ma proteggerla sarà inutile! - l'agguanterà e, povera figlia, morta sarà. A questa mala nova, il povero padre e la povera madre si sentirono morire. Che si fa, che non si fa, nessuna speranza avevano, e intanto gli anni passavano. La picciotta aveva ormai quattordici anni e mezzo, e padre e madre, meschini, piangevano, si strappavano i capelli, non sapendo cosa fare, che entro sei mesi la figlia loro era perduta. Un giorno il Re scese al mare per sfogarsi a piangere senza farsi sentire dalla figlia, e vide una barchetta senza padrone, senza remi e senza vela. All'improvviso la mente gli si aprì. — Fu Dio a mandarla, — si disse, — ogni cosa s'è aggiustata! Tornò di corsa al palazzo e disse alla figlia: — Senti, Sicilia, — così la picciotta si chiamava, — Dio mi offrì il mezzo per salvarti. Salirai su una barca, dove ci saranno tesori in quantità, pane, vino e companatico. Dio te la mandi buona: il mare e la fortuna ti porteranno in salvo. Sicilia salì sulla barca, e la barca partì spinta dalle onde. Gira di qua, gira di là, la povera Sicilia per tre mesi andò per mare senza sapere sotto quale cielo fosse, e senza mai vedere la faccia d'un cristiano. Poi il pane finì e cominciò a sentir fame. — Ora muoio per davvero, — si disse, e si sdraiò sul fondo della barca. Era proprio allo stremo, quando Dio le dette aiuto. Venne una forte mareggiata e un'onda altissima si caricò la barca e la trascinò sopra una spiaggia. Che combina la fortuna? La terra sulla quale arrivò era questa nostra, l'isola dove abitiamo noi, e così Sicilia si salvò dal mare, e per di più con tutti i tesori che aveva. Camminando per quella terra, Sicilia trovò un vero ben di Dio: frutta d'ogni qualità, uccelli, frumento e ogni genere di selvaggina, insomma tutto quello che può desiderare una donna incinta o malata; ma di uomini non si vedeva neanche l'ombra. — Come faccio sola sola? Vero è che sono in un paradiso, ma così deserto che neanche gli animali ci stanno bene! La meschina piangeva perché, di riffe o di raffe, era sempre sventurata. Si sentiva persa e veramente disperata. Ma dopo un mese che era stata spinta a terra, mentre si lamentava ad alta voce vide apparire un uomo bellissimo, alto quanto uno stendardo. — Che hai, bella giovane, — chiese l'uomo, — perché piangi? — E come non potrei piangere, — rispose lei, — sfortunata come sono? Sentite... — e gli raccontò tutta la sua storia. L'uomo prima si stupì, poi, tutto contento, disse: — Non disperare, le cose si sono aggiustate, e noi saremo felici. Devi sapere che in questa terra venne la peste, tutti gli abitanti morirono fino all'ultimo, e restai io solo, per mia disgrazia, disperato come un condannato alla galera a vita. Ora per fortuna arrivasti tu, è il cielo che ti mandò. Solo lui, sola lei, belli e picciotti tutti e due, la cosa non si poteva combinare meglio, e si può immaginare come ne furono contenti. Sicilia si maritò infatti con quest'uomo che era veramente capace e coraggioso, dall'aspetto d'un vero cavaliere. Così, padrone di tutto quel regno, con tanti tesori e con tutto ciò che quella terra produceva, lui fu felice e stimava Sicilia quanto la pupilla degli occhi suoi; per amor suo volle chiamare quella terra Sicilia, come infatti si chiama da allora. I due sposi ebbero un esercito di figli, tutti robusti, ingegnosi e belli come il padre e la madre, e, di madre in figlio, l'isola si popolò di nuovo e meglio di prima.
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Il simbolo della Trinacria
Il simbolo che rappresenta la Sicilia e che
si trova anche al centro del suo stemma ufficiale ha origini molto
antiche. Raffigura una testa gorgonica, con i caratteristici serpenti al
posto dei capelli, con due ali, sovrapposta a tre gambe piegate (triscele).
Le monetazioni delle città di Palermo, di
Jatia e di Agrigento sono databili al I sec. A.C., mentre le
raffigurazioni vascolari col simbolo della Trinacria rimontano al VII
sec. A.C.: nè sono ipotizzabili influenze puniche sulla ceramica gelese.
Quindi questi dati archeologici consentono di sostenere la tesi di una
mediazione greca, e non punica, per l'introduzione del simbolo
triscelico dall'Oriente in Sicilia.
Nota finale: Il simbolo della TRINACRIA campeggia sulla Bandiera ufficiale della Sicilia
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