Breve storia, notizie e curiosità

 

 

 

BREVE STORIA DELLA SICILIA

 

In epoche remotissime la Sicilia fu popolata originariamente dai Sicani, popolazione mediterranea proveniente, probabilmente, dalla Spagna. Intorno al 1400 a.C. giunsero i Siculi, di ceppo osco-umbro, scacciati dalla Calabria, ai quali fecero seguito gli Elimi, imparentati, forse, con popolazioni celto-liguri.

Nel IX secolo a.C. penetrarono i Fenici, semiti, ai quali si deve la fondazione di Palermo. Nell'arco del X-VIII secolo sorsero numerose colonie greche lungo le coste che portarono ad una fuga delle popolazioni autoctone all'interno. Le polis, città stato greche, raggiunsero notevole prosperità ed importanza nel mediterraneo, commerciando con altre popolazioni italiche come gli Etruschi. Prima Atene (413 a.C.), poi Cartagine, grazie alla presenza di colonie fenice, cercarono di impossessarsi della Sicilia magnogreca, ma le polis resistettero, sotto la guida di Siracusa, potenza egemone fra il quinto e il quarto secolo. Nel 266 a.C. incominciò la campagna di conquista dei Romani che si perfezionò mezzo secolo dopo con la definitiva sconfitta di Agrigento e Siracusa: la Sicilia divenne la prima provincia di Roma ed importante centro di produzione agricola. La Sicilia romana vive un'età prospera e tranquilla, con l'eccezione delle guerre degli schiavi nel 132 e 138 a.C. e le scorrerie di Verre. Dal 44 al 33 a.C. è teatro del tentativo di Sesto Pompeo di resistere e rovesciare il II triumvirato costituitosi dopo l'assassinio di Giulio Cesare.

Con la caduta di Roma la Sicilia è oggetto delle invasioni dei vandali e viene, in seguito, presa da Odoacre. L'isola è teatro della guerra gotica e solo con la morte di Totila e la sconfitta di Teia i bizantini riescono a impossessarsi di Palermo.

L'occupazione araba inizia nell'827 ma la caduta dell'ultima roccaforte greca (Rometta) è del 963. Dopo un altro breve tentativo di riconquista greca per mano di Giorgio Maniace, la Sicilia viene conquistata dai Normanni nel 1060. Non si assiste ad una cacciata dei musulmani ma ad un'integrazione e sintesi delle due culture che produrranno dei risultati artistici e letterari notevoli. Nel 1129 Ruggero II d'Altavilla è incoronato re di Sicilia e di Puglia. La dominazione sveva inizia con il matrimonio di Enrico VI, figlio dell'imperatore Barbarossa e Costanza d'Altavilla. Sotto il governo di Federico II la Sicilia raggiunge inarrivabili vette in campo politico, giuridico, artistico e letterario. In seguito l'isola diviene oggetto delle mire espansionistiche dei Francesi, anche grazie all'interesse del papa, acerrimo nemico della dinastia sveva. Dopo la sconfitta di Manfredi e la morte di Corrado e Corradino, gli angioini stabiliscono definitivamente il loro governo sul Regno di Sicilia. La loro mala signoria, come era definita da Dante, gli invalse l'odio dei Siciliani che insorgono per cacciarli e favorire l'avvento della corona Aragonese (Vespri Siciliani) in quanto Costanza, la figlia di Manfredi, era la sposa di Pietro D'Aragona. Nel 1282 Carlo d'Angiò viene sconfitto ed il potere passa alla famiglia spagnola.

Con la Pace di Caltabellotta (1302) gli aragonesi si impossessarono della Sicilia costituendo il Regno di Trinacria e gli angioini istituirono il loro regno su tutta l'Italia meridionale (Regno di Napoli). Lo scontro nel Sud fra spagnoli ed aragonesi si ripetè nel 1442 quando Alfonso V il Magnanimo, divenuto anche Re di Napoli, riunisce i due regni.

L'unificazione della corona di Spagna col matrimonio fra Ferdinando II d'Aragona e Isabella di Castiglia trasforma Napoli e la Sicilia in due viceregni. La Sicilia, ormai periferica per gli interessi spagnoli viene retta da stranieri non più interessati ad uno sviluppo reale del territorio: dal 1500 fino al 1713 il viceregno è retto dagli Asburgo. Poi passa ai Savoia e ritorna, nuovamente in mano Spagnola.

Dopo il Congresso di Vienna Ferdinando I di Borbone riunisce di nuovo Napoli e Sicilia nel nuovo Regno delle Due Sicilie. Il Regno dei Borbone si dimostra ambivalente, coniugando forte autoritarismo e un certo spirito reazionario di appoggio alle classi più retrive dei proprietari terrieri, con una moderna politica economica protezionistica e di sviluppo e valorizzazione del territorio (bonifiche, acquedotti, strade) che porta un certo grado di prosperità attraverso la valorizzazione delle risolse agricole, cerealicole e dello zolfo. Ciò nonostante, i siciliani si dimostrano insofferenti alla dominazione straniera. Scoppiano insurrezioni autonomiste e separatiste nel 1820 e nel 48. I Borboni resisteranno fino all'Unità d'Italia.

I primi anni post-unitari sono caratterizzati dalla contrazione del patrimonio manifatturiero della Sicilia in virtù delle politiche liberistiche della Destra Storica e del patto sociale del "Ferro e della Segale" che emargina il settore agricolo siciliano più innovativo. Si acuiscono i problemi sociali; mafia, brigantaggio, inumane condizioni di vita di braccianti e minatori. Queste tensioni portano a numerose manifestazioni contadine per la richiesta della riforma agraria e all'insurrezione dei Fasci Siciliani, duramente repressi da Crispi (1891/1894).

I primi anni del Novecento vedono acuirsi le difficoltà sociali ed economiche ed il consolidamento della situazione di arretratezza della Sicilia e dell'Italia meridionale. In occasione della seconda guerra mondiale la Sicilia subisce distruzioni e bombardamenti. Durante gli anni dell'occupazione alleata sorge il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia che sfocerà anche in un esercito clandestino. Fra seconda metà degli anni quaranta del Novecento e gli anni cinquanta lo Stato Italiano riesce a pacificare l'emergenza siciliana attraverso un duro intervento militare e saldando gli interessi della classe politica nazionale e locale con i poteri mafiosi attraverso la spesa pubblica, i pubblici appalti e la speculazione edilizia. Questo particolare aspetto della questione meridionale è un punto molto problematico e dibattuto della storia italiana contemporanea.

Negli anni settanta e ottanta la mafia consolida il proprio potere. Una parte delle istituzioni viene assorbita dai poteri occulti malavitosi, mentre un'altra parte lotta contro questo cancro. Molte le vittime di questa lunga crisi politica e sociale, fra i quali il generale Dalla Chiesa e i giudici Falcone e Borsellino.

La Sicilia è sconvolta dal terremoto del Belice nel 1968.

 

 

 

 

Quando Dio creò il mondo, volle che una piccola parte della Terra

riunisse in sé tutte le bellezze del creato...........................

.......Volle, cioè, che fosse lambita tutto intorno, da tre incantevoli mari e guardata da monti altissimi e scintillanti di ghiacciai perenni.

Volle che fosse chiomata di boschi folti e rigata di ruscelli, ammantata di pascoli verdi, ingioiellata di laghi azzurri, irrigata da fiumi limpidi e sonori.

Volle che vi fossero ampie distese di frumento, ulivi e viti, limoni ed aranci, e pesche e meli e peri.

Volle che fosse ricca di vallate ubertose, cosparsa di paesi ridenti e di splendide città.

Volle che diventasse ricca di monumenti, di opere d'arte e di ricordi storici.

Volle che fosse abitata da un popolo di sobri lavoratori e che desse al mondo

i più grandi santi, i più grandi artisti e i più grandi eroi.

 

Tutto questo volle Dio . . . Ed ecco che sorse l'Italia, l'Italia bella, l'Italia nostra. E la tua regione fa parte di questa terra!

Se vuoi seguire e comprendere bene la storia e la vita di questa nostra meravigliosa isola, ti consiglio di guardare bene, prima,

una carta geografica che rappresenti tutto il Mare Mediterraneo.

 

Osserva ora con attenzione la posizione della Sicilia: essa è proprio . . .

Al centro del Mare Mediterraneo ! — mi interrompi subito tu.

Sicuro! Ora, devi sapere che questo mare ha avuto in ogni tempo una grandissima importanza: tanto grande che i popoli affacciati ad esso diventavano veramente potenti solo se riuscivano a dominarlo e a navigare da padroni nelle sue acque.

Durante il corso della Storia, diversi furono i popoli che vi riuscirono e, secondo che furono l'uno o l'altro, ecco che la Sicilia,

posta com'è proprio nel bel mezzo di quel mare, divenne oggetto di conquista dell'uno o dell'altro di quei popoli.

— Santo cielo — dirai tu; ma allora i Siciliani non sono . . . Siciliani;   sono . .. tutti quei popoli messi assieme!

— Beh, ora esageri! I Siciliani sono Siciliani, e come !   C'è, però, qualcosa di vero in quanto tu dici, perché ognuno di quei popoli

lasciò nell'isola i segni della propria civiltà: usi, costumi, arte, eco., che si fusero sempre mirabilmente insieme,

dando vita, col passare del tempo, ad un'unica civiltà che è appunto quella siciliana.

Vicina com'è all'Italia, però, la Sicilia ha soprattutto assorbito, in ogni tempo, la grandissima civiltà italiana.

In quest'ultimo secolo, poi, essa è entrata addirittura a far parte della Storia d'Italia; e in modo così vivo e così completo,

che non è più possibile pensare l'una senza l'altra.

Infatti, oggi, anche se qualcuno sostiene il contrario, l'Italia non può più fare a meno della « sua Sicilia »,

così come la Sicilia non può più fare a meno della « sua Italia ».

 

NEI PRIMISSIMI TEMPI

Vi sono presso Palermo, e altrove, profonde grotte e caverne che testimoniano come anche in Sicilia vissero uomini in tempi antichissimi.

Sulle pareti di quelle grotte si notano pitture e disegni incisi che rappresentano animali

(fra i quali anche gli elefanti, i cervi e i bisonti).

Fu quella l'epoca dei Cavernìcoli, la cui vita è confusa con la leggenda.

I primi popoli civili apparsi nell'isola, all'alba della Storia, furono i Sicani ed i Siculi.

 

— Da dove venivano? Non si può dirlo con esattezza. Forse i  Sicani venivano dall'Africa, e forse i Sìculi dall'Italia Centrale, guidati da un certo re di nome Siculo.

Si sa, però, che, mentre i Sicani occuparono la parte occidentale della Sicilia, restandovi, poi, per molto tempo isolati, i Sìculi, giunti più tardi, si stabilirono in quella orientale.

Un altro popolo, gli Elimi, venne, secondo la leggenda, da Troia. Era loro capo Elimo, figlio del re Priamo,

che fondò le città di Érice e di Segesta.  Di quest'ultima rimangono ancor oggi stupende rovine.

 

/ Sìculi, però, divennero ben presto i più potenti e i più civili dell'isola. Ottimi agricoltori, oltre che guerrieri, essi coltivarono, per i primi, il grano e la vite; conobbero l'arte della ceramica; lavorarono i metalli ed eressero grandi templi ai loro dèi, nelle città di Ibla e Pàlica, Inoltre, credendo nell'immortalità dell'anima, i Sìculi ebbero un culto profondo per i morti.  Li seppellivano in piccole celle, con accanto oggetti preziosi, armi, anfore e cibi che dovevano servire per il lungo viaggio nell'oltre tomba.

 

 

I  FENICI  E  I  GRECI

Frattanto andava sempre più crescendo, nel bacino del Mediterraneo, la potenza di due popoli che, certamente, conosci già : i Fenici e i Greci.

I Fenici, come sai, erano audaci naviganti. Assai abili nel commercio, inoltre, essi fondavano spesso nuove colonie nei paesi in cui svolgevano i loro affari.

Una di queste, in Africa, proprio di fronte alla Sicilia, fu Cartagine.

Attratti dalla prosperità dei Sìculi, i Fenici giunsero ben presto da Cartagine anche in Sicilia, fondarono, sulle coste nord-occidentali, la città di Panormo (Palermo),

e da li presero a penetrare nell'interno dell'isola.

I Greci, venuti anch'essi a contatto coi Sìculi nel sec. Vili a. Cristo, per ra­gioni di commercio, si stabilirono invece in numero sempre maggiore nella parte orientale dell'isola, dove fondarono le città di Leontinoi (Lentini), Catania, Zancle (Messina), I mera, Siracusa, Gela e Selinunte.

Queste città, divenute assai potenti, estesero in breve il loro dominio verso occidente, fondando, a loro volta, altre città.

Successe così che Sicani, Elimi e Sìculi, a poco a poco, si trasformarono di fronte alla superiore civiltà dei Greci; ne adottarono usi, costumi, arte, religione; e fondendosi in un solo popolo, diedero vita a quell'originale e splendida civiltà siciliana che rese famosa l'isola in tutto il Mediterraneo.

Che periodo meraviglioso, quello per la Sicilia! Prosperarono V'agricoltura e il commercio, fiorì la poesia che creò miti e  leggende bellissime, si diffuse la cultura,

si costruirono templi e monumenti, di cui ancor oggi rimangono grandiose testimonianze.

La città che più di ogni altra espresse, a quei tempi, la raffinata civiltà dell'isola fu Siracusa.

Grande, magnifica e potente, Siracusa suscitò ben presto la rivalità della stessa Atene che mirava al predominio nel Mediterraneo. '

Era naturale che le due città un bel giorno si facessero guerra. E ciò avvenne nel 413 avanti Cristo.

In quell'anno, infatti, gli Ateniesi cercarono di invadere la Sicilia, ma il generale siracusano Ermocrate, capo del par­tito democratico, li affrontò e li sbaragliò, assicurando in tal modo la libertà e la supremazia alla sua città.

Nel 405 divenne tiranno di Siracusa Dionigi il Vecchio.

 

// tiranno volle provare. Liberò Damane e tenne prigioniero Pizia.

Damane si recò al suo villaggio su un veloce cavallo, abbracciò la madre, i figli, la sposa e, senza perdere altro tempo, rimontò sul cavallo e riprese la vìa del ritorno verso Siracusa dove lo attendeva la morte.

A un tratto il cavallo, stanco, inciampò e cadde senza potersi più rialzare. Disperato, Damane si mise a girare per la campagna, perdendo tempo prezioso, in cerca di un altro cavallo, col timore di non giungere in tempo a salvare l'amico. Passarono così quattro ore, poi cinque. Già l'ora sesta era vicinissima, allorché Dionigi diede l'ordine alle guardie di portare Pizia sul luogo del supplizio.

Il tiranno crudelmente beffava il giovane coraggioso che aveva creduto alla sincerità dell'amico. Ma Pizia gli rispose:

— Non temo di sacrificarmi per Damane, Dionigi! Questo è il più bel giorno della mia vita, perché sono riuscito a salvare dalla morte il mio diletto amico. Io sono solo e la mia morte non porterà lutto ad alcuno.

Non aveva ancora finito di pronunciare l'ultima parola, che si udì un furioso galoppo: Damane arrivava a tempo.

Pizia, dispiaciutissimo, si buttò ai piedi del tiranno e lo supplicò di lasciarlo morire al posto di Dèmone. Ma Dionigi, impressionato per così grande amicizia, non solo con­cesse il suo perdono a Damane, ma volle che i due giovani diventassero suoi amici.

 

CARTAGINE    E    ROMA

Intanto, proprio di fronte alla Sicilia (ove oggi sorge Tunisi) Cartagine, diventata grande, bella, ricca e potente, era andata sempre più affermandosi.

Ora, i Cartaginesi, diretti discendenti dei Fenici, considerando come proprio questo territorio, avevano cercato di impadronirsene.

Ma erano stati sconfitti duramente, nel 480 avanti Cristo, in una grande battaglia, ad Imera, da Gelone, tiranno di Siracusa e dai suoi alleati.

I Cartaginesi, però, non si perdettero d'animo e diventati potentissimi nel mare, grazie alla loro flotta, nel 410 si presentarono nell'isola

più forti e più minacciosi di prima. Non trovarono resistenza, o quasi, questa volta e l'isola, ad eccezione della parte occidentale,

cadde ben presto nelle loro mani.

 

La Storia, però (e questo anche se sei un bambino l'avrai capito), non permette mai che la potenza di una nazione duri troppo a lungo.

Infatti, ecco farsi avanti, assai temibile per i Cartaginesi, una nuova potenza, che nel frattempo era giunta sino allo Stretto di Messina: Roma.

Ormai i due colossi erano di fronte: uno dei due doveva soccombere. E bastò una piccola scintilla per far scoppiare la più terribile lotta della storia romana, lotta che si ricorda sotto il nome di Guerre Puniche.

Andò così: i Mamertini, soldati mercenari provenienti dalla Campania, si erano impadroniti di Messina.

Cerone, tiranno di Siracusa, ne fu allar­mato e li assalì. I Mamertini si rivolsero, allora, ai Romani i quali non si fecero pregare molto e vennero nell'isola.

Posto piede in Sicilia (anno 270 a. C.) essi pensarono, naturalmente, a diventarne i padroni.

Scoppiò così la prima (264-241 a. C.) delle tre Guerre Puniche al termine delle

quali Roma si trovò padrona di tutto il Mare Mediterraneo. I Cartaginesi furono vinti a Panormo, a Licata e nelle acque di Mylae (Milazzo), nella famosissima battaglia navale, al comando del console Caio Duilio.

I Romani, poi, portarono la guerra contro Siracusa, che venne assediata. Cerone, però, con grande abilità, riuscì a schierarsi  dalla loro parte, salvando  così l'indipen­denza della sua città.

Fu, però, una libertà che durò assai poco. Morto Cerone, rimasto sempre fedele a Roma, gli successe Geronimo, il quale, durante la Seconda Guerra Punica, si alleò con i Cartaginesi, in un momento particolarmente difficile per i Romani.

Roma accusò il colpo, ma non si scoraggiò. Con sacrifici immensi allestì un esercito al comando del console Claudio Marcella e Siracusa venne nuovamente cinta d'assedio (anno 212 a. C.). Nella difesa della città rifulse il genio del celebre scienziato Archimede, il quale escogitò ingegnose macchine che contribuirono magnificamente alla resistenza. Alla fine, però, Siracusa dovette cedere e... addio libertà.

Dopo secoli di gloriosa vita, la grande Siracusa dovette accontentarsi di diventare una città qualunque, in quella provincia romana che era ormai diventata la Sicilia.

Da allora, per quasi mille anni, l'isola rimarrà sotto il dominio di Roma.

Pochi gli avvenimenti, durante questo millennio. La vita della Sicilia continuò nel nuovo ordinamento civile che Roma le impose, cercando di rispettare i suoi costumi e le sue tradizioni. A poco a poco, però, scomparvero o decaddero, a causa della malaria e dell'abbandono, quasi tutte le città un tempo famose, come Selinunte, Gela, Leontinoi. Sorsero, invece, nuovi borghi e soprattutto in campagna. La popolazione, infatti, preferiva, ora, la vita dei campi a quella delle città, e si distribuì in modo da fa­vorire il diffondersi dell'agricoltura.   Così, attraverso questi secoli, la Sicilia si trasformò e acquistò a poco a poco un nuovo aspetto: non più poche, splendide e potenti città, ma una fitta rete di piccoli centri per mezzo dei quali il pro­gresso civile ed economico si diffuse, portando dovunque maggior benessere e maggior prosperità.

 

 

Archimede era riuscito a costruire specchi speciali

detti « ustori ». Essi raccoglievano i raggi del sole

e li riflettevano, concentrandoli sulle navi nemiche

ed incendiandole.

 

 

IL CRISTIANESIMO IN SICILIA

 

Tu già conoscerai certamente la vita di Nostro Signore. Sappi, ad ogni modo, che nei primi anni dell'Impero Romano, anche in Sicilia apparve la nuova religione di Gesù. Anzi, ti dirò che l'Isola del Sole fu la prima fra le province romane che sentì pronunciare, per bocca degli apostoli Pietro e Paolo, il nome di Cristo.

L'apostolo Paolo, infatti, durante i suoi lunghi viaggi per la diffusione del Cristia­nesimo, era sbarcato a Siracusa e vi si era fermato per tre giorni.

 

La nuova religione si diffuse molto rapidamente e anche la Sicilia ebbe i suoi martiri.

Tra i martiri siciliani, che sacrificarono la loro vita per la fede di Cristo, ricordiamo Sant'Agata, che subì il martirio a Catania nel 250 e Santa Lucia, siracusana, martirizzata nel 304.

Di   esse   parleremo   diffusamente   più avanti.

 

Eccetto un breve periodo, durante il quale subì il dominio dei Vandali e poi dei Goti, la Sicilia fece parte sino al secolo VI dell'Impero Romano.

Caduto quello d'Occidente, che aveva per capitale Roma, appartenne poi per altri tre secoli (VII - Vili e IX secolo) all'lmpero d'Oriente, con capitale Costantinopoli.  Quest'ultimo periodo fu uno dei più infelici dell'isola.

 

 

ARRIVANO GLI ARABI

Mentre la Sicilia era occupata dai Bizantini (cioè soggetta all'Impero d'Oriente) un nuovo grande Impero si era affacciato alle sponde del Mediterraneo; quello degli Arabi. Esso, infatti, si era esteso su tutto il nord Africa, dall'Egitto alla Spagna.

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IL TRADITORE  EUFEMIO DA MESSINA

/ tentativi degli Arabi per occupare la Sicilia furono parecchi. Tutti, però, erano risultati inutili, per il grande valore che i Siciliani avevano sempre dimostrato contro ogni loro assalto.

Fu Eufemio da Messina che, col suo tradimento, spinse e agevolò gli Arabi alla conquista dell'isola.

Eufemio, governatore di Messina, avendo rapito una giovane da un convento a Siracusa, era stato condannato dall'imperatore Balbo, ad avere mozzate le mani.

Eufemio si ribellò e iniziò l'occupazione di alcune città. Sconfitto dalle truppe bizantine, riparò in Africa presso il capo arabo Adalcamo e lo esortò ad occupare la Sicilia. Il momento era favorevole.

Adalcamo nell'827 sbarcò a Mazara con un fortissimo esercito ed iniziò la conquista dell'isola.

Eufemio, che doveva divenire governatore in nome degli Arabi, venne ucciso poco dopo, nei pressi di Enna, dai suoi nemici, pagando così a. duro prezzo il suo tradimento.

La conquista della Sicilia da parte de­gli Arabi non si concluse, ad ogni modo, in quattro e quattr'otto. Fu assai lunga e ven­ne resa più difficile dal fatto che i Siciliani si difendevano, come ti ho detto, con grande valore.

A Panormo, tanto per fare un esempio, gli Arabi entrarono solamente dopo quattro anni di continuo assedio.

La città, chiamata in seguito Baiar m, venne scelta come sede dell'Emiro, cioè del governatore arabo della Sicilia.

Dopo Panormo gli Arabi estesero la loro conquista a Messina, a Enna e, più tardi, a tutta l'isola.

Quanto ai brutti Mori (detti anche Saraceni o Musulmani) beh, sì! erano « mori », ma molto civili e se dapprima si dimostrarono feroci furono, poi, più umani e generosi. Trattarono con benevolenza la popolazione e il periodo della loro dominazione (secoli IX e X) è da considerarsi fra i più felici della Storia siciliana.

 

Costumi arabi

 

Gli Arabi, bravi agricoltori, introdussero in Sicilia la coltivazione della canna da zucchero e quella degli agrumi, oggi grande ricchezza dell'isola.

Costruirono, inoltre, canali per irrigare le terre là dove veniva coltivato il cotone e la canapa ; divisero pure le grandi estensioni di terreno in tante piccole proprietà.

Le città della Sicilia, sotto gli Arabi, divennero assai belle, ricche di magnifici giardini e di splendidi edifici.

Palermo, sede dell'Emiro che abitava nel palazzo della Kalsa circondato da un fasto orientale, divenne una delle città più splendide, tanto splendida da superare in magnificenza le stesse Bagdad, Damasco, II Cairo, Cordova . . .

Con tutto ciò (non ti preoccupare!) i Siciliani rimasero Siciliani. Assorbirono il meglio della civiltà araba, ecco tutto; e questo meglio lo trasmisero all'Europa di quei tempi che, chiusa nel suo povero mondo feudale, non brillava certamente per civiltà e per cultura.

 

 

... E DOPO  GLI ARABI, ECCO I NORMANNI……  E GLI SVEVI

Nel 1060 ecco appa­rire all'orizzonte dell'isola i Normanni (uomini del Nord). Dico all'orizzonte, perché un forte gruppo di Normanni,

guidato dal conte Ruggero d'Altavilla, aveva conquistato la Calabria che, come sai, è proprio di fronte alla Sicilia.

Ruggero nel 1060, come ti ho detto, sbarcò nell'isola, iniziandone la conquista che portò a termine nel 1091.

 

Il Re Federico II

 

A lui successe il figlio Ruggero II che nel 1130 cinse la corona di Re di Sicilia.

Da allora, il periodo di prosperità, già iniziato per i Siciliani sotto gli Arabi, andò sempre aumentando.

Ruggero II, infatti, fu un gran Re: egli avviò rapporti commerciali con le Repubbliche Marinare di Genova, Pisa, Amalfi e Venezia; fece della propria corte, a Palermo, uno splendido centro d'arte e di cultura e abbellì la città di edifici famosi, come la Cappella Palatina. Questo felice periodo, sebbene in tono minore, continuò anche coi successori di Ruggero II: i figli Guglielmo I e Guglielmo II. Ora devi sapere che Costanza, figlia anch'essa di Ruggero II, aveva sposato Enrico VI, figlio di Federico I (il Barbarossa della battaglia di Legnano, ricordi?).

Alla morte di Guglielmo II, Costanza rimase l'unica erede al trono. Naturalmen­te Enrico, con la moglie, venne in Sicilia per regnarvi, ma trovò fortissima opposizione. Tutti i tentativi di rivolta furono però da lui ferocemente domati.

L'isola ritrovò un po' di pace solo dopo qualche anno, allorché, alla morte di Enrico e di Costanza, venne eletto Re il loro giovane figlio Federico II.

Federico II aveva ricevuto un'educazione italiana. Coltissimo e d'ingegno aperto, egli fu il primo Re veramente moderno nell'Europa di quei tempi. Con lui il popolo siciliano raggiunse la propria unità morale.

Nel Regno di Sicilia, egli istituì il Parlamento, il primo che la storia ricordi.

Era composto da tre Camere o Bracci :

— la Camera militare, formata dai baroni più potenti. A capo di questa Camera era il principe di Butera ;

la Camera ecclesiastica, formata dai vescovi e dagli abati più importanti. A capo di questa Camera era l'arcivescovo di Palermo;

la Camera demaniale, formata dai deputati delle diverse città e delle terre  demaniali, cioè dipendenti dal re. A capo di questa Camera era il pretore di Palermo.

Le tre Camere si riunivano e discutevano delle necessità della Sicilia. In tal modo ognuno poteva far presente i propri bisogni e le proprie lamentele.

Federico II morì nell'anno 1250. Egli ,fu, certamente, il più grande sovrano della Sicilia che soleva chiamare Pupilla degli occhi suoi. Venne sepolto, con grandi onori, nella Cattedrale di Palermo, la città che sotto il suo regno era diventata la più fiorente d'Europa, la città che egli sopra tutte le altre aveva amato.

 

NASCONO IN SICILIA

LE PRIME POESIE IN LINGUA ITALIANA

La corte del grande Federico risiedette, come hai visto, a Palermo. Ed egli ne fece un ritrovo di poeti, di artisti e di scienziati. Anzi egli stesso fu poeta e buon poeta!

Durante il suo regno avvenne uno stranissimo fatto. Tu sai che fino allora la lingua dell'isola era stata il greco, oppure l'arabo. Sotto Federico II, ecco che si fa strada il « dialetto », cioè la nuova lingua italiana. E noi vediamo lo stesso Re che scrive le sue poesie in questa lingua. E così suo figlio Enzo; e così tutti i poeti della sua corte.

Pensa: erano i primi poeti che scrivevano nella nuova lingua e venivano chiamati i poeti della Scuola Siciliana; non perché essi fossero solo Siciliani, ma perché erano a Palermo, alla corte dell'Imperatore-poeta.

E' da ricordare qui, anche se non appartenne a questa Scuola, il poeta siciliano Giullo d'Àlcamo, il quale scrisse una poesia che è uno dei più antichi documenti della letteratura italiana. Essa è famosa e comincia con queste belle parole:

Rosa fresca aulentissima ch'apari in ver la state ... In Sicilia, quindi, comparve la prima poesia italiana.

 

ARRIVANO  I  FRANCESI......

Federico II, dunque, morì nel 1250.   Il periodo che seguì fu un periodo agitato per l'isola.

A lui era successo il figlio Manfredi, usurpando il diritto del fratellastro Corrado e del figlio di questi, Corradino.

Il Papa, allora, temendo la potenza di Manfredi, chiese aiuto al re francese Carlo d'Angiò.

La lotta, non solo fra Carlo d'Angiò e Manfredi, ma fra i partigiani dell'uno e dell'altro, fu lunga e molto dannosa per   l'isola.

Alla fine Carlo d'Angiò ebbe la meglio, sconfisse a Benevento Manfredi ( 1266) e, poco dopo, anche il povero Corradino, tradito e abbandonato da tutti.

// governo di Carlo d'Angiò (che Dante, vissuto in quei tempi chiamò « mala signoria »), portò tristi cambiamenti in Sicilia.

Tutte le terre e i castelli, già appartenenti ai nobili siciliani, furono dati ai nuovi nobili francesi, suscitando così odi e rancori,

che certo non giovarono al benessere della popolazione. La capitale venne trasferita a Napoli.

Inoltre le tasse e i tributi assai gravosi, accrebbero ancor più il malcontento dei Siciliani.

Nel 1282 la rivolta scoppiò d'improvviso, nel famosissimo e glorioso giorno dei Vespri Siciliani.

 

 

 Costumi spagnoli

 

 

... E    GLI    SPAGNOLI

Cacciati i Francesi, i Siciliani commisero il grave errore di rivolgersi . . . agli Spagnoli.

Essi non sapevano, affidando allora la corona del regno appunto a uno spagnolo, Pietro d'Aragona, che il dominio di quella gente sulla loro isola sarebbe poi durato per quasi cinque secoli !  Il dominio spagnolo, infatti, durò fino al 1712. E furono secoli infelici, e di grave decadenza per la Sicilia.

Dopo un breve periodo di ripresa, in seguito alla cacciata dei Francesi, i Re aragonesi si trasferirono in Ispagna, mandando nell'isola dei Viceré . . . buoni a nulla, capaci solo di arricchirsi a spese della povera popolazione.

Un altro malanno, in quel periodo, era dato dai continui assalti alle coste da parte dei pirati saraceni.

Tuttavia i Siciliani furono sudditi leali verso la Spagna e combatterono spesso da valorosi nell'armata spagnola.

Nella famosa battaglia navale di Lepanto del 1571 contro i Turchi, la squadra siciliana si distinse per la sua eroica condotta.

 

I BORBONI

Negli anni che vanno dal 1713 al 1735 la Sicilia passò, di volta in volta, sotto il dominio dei Savoia, degli Austriaci e dei Barboni di Napoli.

Nel 1735 divenne Re di tutto il meridione Carlo di Barbone che si trasferì a Napoli e, pur cercando di riattivare commerci e industrie, non ottenne certamente brillanti risultati.

Il suo successore Ferdinando IV '(1759-1825) inviò nell'isola il suo ministro Domenico Caràcciolo, perché vi compisse delle riforme.

Ma i Siciliani, gelosi della supremazia di Napoli, non accolsero con entusiasmo l'inviato del Re. I baroni soffiarono sul fuoco e accusarono il ministro di attentare alla libertà dell'isola. Alla fine il popolo, vittima delle trame dei baroni, si ribellò alle benefiche riforme.

Arriviamo così al 1789, l'anno della grande Rivoluzione Francese. Nuovi princìpi di libertà si diffondevano dovunque ed i popoli chiedevano la Costituzione . . .

Cos'è la Costituzione?

E' un complesso di leggi che afferma i diritti del popolo e impegna lo Stato a rispettarli.

Allorché, cacciato dai Francesi, Ferdinando di Borbone giunse a Palermo, an­che i Siciliani chiesero ed ottennero la Costituzione.

Qualche anno dopo, però, dopo la caduta di Napoleone, tornato a Napoli col titolo di Re delle Due Sicilie, Ferdinando la soppresse.

Era certamente un tradimento! Però, co­me dice il proverbio, ogni male non viene per nuocere.

Ecco, infatti, da allora, diffondersi anche in Sicilia la Carboneria (la società segreta italiana che mirava all'indipendenza della Penisola).

Per opera della Carboneria e dei più colti patrioti dell'isola, ecco destarsi, per la prima volta, nella coscienza dei Siciliani, il desiderio di una Sicilia libera, ma unita al resto dell'Italia . . .

Quando, nel 1820, scoppiarono a Napoli i primi moti, anche la Sicilia insorse e chiese l'indipendenza, riuscendo a cacciare le truppe borboniche.

Presto, però, i Borboni tornarono e la rivolta fu domata nel sangue.

Più tardi, nel 1848 (anno di rivoluzioni in tutta l'Europa), la Sicilia fu la prima a insorgere per la libertà.

Cacciati di nuovo i Borboni, venne formato un Comitato Siciliano di Liberazione,

composto da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giacinto Carini.

Da quel momento le sorti dell'isola sono legate per sempre alle sorti dell'Italia.

 

ROSA DONATO

La  mattina   del   12   gennaio   1848   la rivolta scoppiò ancora una volta a Palermo.

Come hai visto, venne formato un Comitato Siciliano di Liberazione., composto da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giacinto Carini. Le truppe borboniche furono, in breve tempo, costrette ad abbandonare la città.

 

Alla notizia della sollevazione di Palermo insorsero anche Messina, Catania, Agrigento, Caltanissetta e Termini Imerese.

In quell'occasione Giuseppe La Masa fece sventolare, per la prima volta, il tricolore italiano. ..

Capo del governo provvisorio fu Ruggero Settimo.

La sconfitta a Novara dell'esercito piemontese di Carlo Alberto, che poneva fine alla guerra per l'Indipendenza d'Italia,

ebbe, però, gravi conseguenze anche per la Sicilia.

Infatti il Re, domate le rivolte nel Napoletano, potè inviare nell'isola un forte esercito comandato dal generale Filangeri.

In quell'occasione, tra i difensori di Messina, brillò il nome di una povera popolana' : Rosa Donato.

 

Rosa   Donato   gettò   la   miccia   accesa   nella   cassa delle  munizioni che scoppiò  con grande  fragore.

Ella era riuscita a trascinare un piccolo cannone presso una barricata dove ferveva furiosa la battaglia. La barricata, ad un certo punto, stava per cadere in mano nemica, ma Rosa non volle abbandonare il cannone. Rimase sola là con la miccia in mano.

E allorché i Barboni furono a due passi da lei, gettò improvvisamente la miccia accesa nella cassa delle munizioni che scoppiò con orrendo fragore, facendo strage dei nemici. Rosa Donato, pur travolta dalle macerie, scampò per miracolo.

Purtroppo,   le  truppe   borboniche,   nonostante l'eroismo dei difensori, riuscirono nuovamente   a   riconquistare   l'isola   commettendo atti di crudele barbarie.

E così mentre gli Austriaci ritornavano in Lombardia, la Sicilia vedeva i Borboni nuovamente padroni.

Seguirono dodici anni di cospirazioni e di insurrezioni, purtroppo senza esito. I Martiri di quel periodo furono: il barone Bentivegna, Salvatore Spinuzza e il giovanissimo Niccolo Garzilli.

 

1860  FINALMENTE SI FA L’ITALIA

Giungiamo, finalmente, al meraviglioso Maggio 1860, anno in cui s'incide nella storia dell'Italia il nome di due città siciliane : Marsala e Calatafimi.

Garibaldi, giudicando ormai maturo il momento della liberazione, decise, infatti, la Spedizione dei Mille che aveva lo scopo di liberare dai Borboni tutta l'Italia Meridionale.

I Mille erano giovani volontari, affluiti al richiamo dell'Eroe da ogni parte della Penisola.

Partiti il 5 Maggio 1860 da Quarto, presso Genova, i Mille sbarcarono a Marsala sei giorni dopo.

E subito dopo Marsala, ecco a Salèmi le squadre dei picciotti unirsi a Garibaldi.

— Che  entusiasmo,  piccolo  Siciliano,  che entusiasmo! Ovunque si correva a Garibaldi; ovunque si gridava: Viva l'Italia !

Le truppe borboniche, inviate contro il minuscolo esercito garibaldino, si disposero a battaglia sulla collina detta « Pianto Romano », nei pressi di Calatafimi.

I Garibaldini, assai minori di numero, dovettero conquistare là collina palmo a palmo. Ad un certo momento il pericolo fu grande.

Nino Bixio, allora, consigliò Garibaldi di ritirarsi, ma il generale rispose:

—  Bixio, qui si fa l'Italia o si muore!

Finalmente i Borboni, molestati da ogni parte dai « picciotti », dovettero ritirarsi e Garibaldi, acclamato dal popolo, entrò trionfalmente in Calatafimi.

Purtroppo, a San Martino, colpito da una fucilata morì il bravo Rosolino Pilo.

Garibaldi, ingannando il nemico che lo aspettava a Monreale, condusse i suoi a Piana degli Albanesi, poi passò per Marineo e si l'ermo a Misilmeri.

La mattina del 27 Maggio, dopo breve e furiosa lotta a Porta Termini, Garibaldi, con i suoi e con i bravi picciotti, entrava trionfalmente in Palermo.

Le truppe borboniche vennero inesorabilmente chiuse in un cerchio di ferro al Palazzo Reale, al Molo e al Castello. Infine, furono costrette a chiedere l'armistizio.

Intanto, inviati da Camillo Cavour, arrivarono a  Garibaldi  altri aiuti:   da  Trapani,  da Agrigento,  da Catania,  da Messina e da altre località dell'isola. Il 20 Luglio, a Milazzo, i Garibaldini attaccarono nuovamente i Borboni, li sbaragliarono completamente e li costrinsero a lasciare definitivamente la Sicilia.

Il 24 Luglio Garibaldi entrava in Messina fra il tripudio della popolazione.

In Ottobre un plebiscito (votazione popolare) univa l'isola al resto d'Italia, sotto il governo di Vittorio Emanuele II,

che sarà proclamato Re nel Marzo 1861.

— E poi? — chiederai tu a questo punto. Pòi, la storia della Sicilia è quella dell'Italia.

E come l'Italia ha dato molto alla Sicilia, cercando di migliorarne le condizioni di vita con molteplici iniziative economiche e sociali, così la Sicilia ha dato molto all'Italia con l'ingegno, l'operosità e persino col sangue dei suoi figli che accorsero numerosi allorché la Patria li chiamò nella Prima Guerra Mondiale, per liberare i fratelli di Trento e di Trieste.

 

LA SICILIA DIVENTA REGIONE AUTONOMA

Giungiamo così all'anno 1939, anno in cui scoppiò la Seconda Guerra Mondiale.

L'Italia, in principio, rimase lontana dalla mischia, ma nel Giugno del 1940

vi entrò a fianco della Germania contro la Francia, l'Inghilterra, l'America e la Russia. Fu una guerra sventurata!

La nostra Patria subì terribili distru­zioni che sconvolsero la vita di tutta la nazione : i viveri scarseggiarono ben presto e le armi mancavano.

// 10 Luglio del 1943 gli alleati sbarcarono in Sicilia, presso Gela, e iniziarono, verso nord, la lenta marcia contro i Tedeschi, marcia che durò fino al 29 Aprile del 1945, giorno in cui venne firmato l'armistizio. Ma quali tremende rovine!

Le devastazioni subite e le tristi condizioni di vita, fecero rinascere in molti l'antico sentimento di indipendenza. (Ne abbiamo già parlato, ricordi?).

— La Sicilia può far da sé! — dicevano costoro.

Per fortuna, però, la maggiore e la miglior parte dei Siciliani capì che era assurdo e dannoso voler separare di nuovo l'isola dall'Italia.

La questione, infine, fu risolta nel Maggio del 1940. Un decreto legislativo istituì la Regione Siciliana, riconoscendo all'isola la necessità di un'autonomia sì, ma semplicemente amministrativa.

— Come per la Val d'Aosta, allora ? — osserverai tu.

— Proprio così, e cioè : Sicilia, ma Italia.

Che cosa vuoi dire Sicilia autonoma?

Vuoi dire che si amministra da sé. La Regione infatti ha una propria assemblea, i componenti della quale eleggono un governo regionale, composto da un presidente e da una giunta di assessori, che sono incaricati dei vari problemi della regione.

Il governo regionale può emanare leggi particolari riguardanti i problemi più urgenti della regione, adatti ad accelerare lo sviluppo agricolo, industriale e sociale dell'isola. Concludiamo, ricordando che la Sicilia è uno dei più affascinanti paesi non solo per l'incanto della sua natura, per la dolcezza del suo clima e per le sue ricchezze artistiche. Essa offre, al turista che sa visitarla con amore, anche lo splendore della sua anima, e cioè quel complesso di usi, di costumi e di tradizioni che costituiscono la sua più intima e preziosa vita.

 

E lo offre:

attraverso la sua musica, così ricca di cadenze ;

attraverso le sue canzoni, piene di dolcezza e di malinconia;

attraverso la sua poesia, che è una delle più varie e più ricche del mondo;

attraverso le sue feste;

attraverso la schietta e generosa ospitalità del suo popolo;

attraverso le sue favole, i suoi proverbi e i suoi motti.

 

Giuseppe Pitrè, il dotto siciliano che ha raccolto in un'immensa opera tutto il patrimonio novellistico dell'isola,

ha scritto che <<non vi è forse in Italia una regione che abbia tante e così svariate forme di vita come la Sicilia ».

Ed è vero!

 

PER I PIU’ CURIOSI

Narra un'antichissima leggenda greca che Nettuno, dio del mare, correndo un giorno sulle onde, a cavallo di veloci delfini, vide apparire un'isola meravigliosa. Era la Sicilia, e al dio piacque tanto che vi mandò ad abitarla, facendoli uscire dal mare, i suoi figli.

Costoro erano giganteschi esseri con un occhio solo, posto in mezzo alla fronte, e si chiamavano Ciclopi. I Ciclopi vissero in Sicilia, pascolando greggi di pecore e capre. Furono ottimi pastori e insegnarono agli uomini l'uso del burro e del formaggio.

 

 Gli   scienziati   che   studiano   i   resti   fossili degli animali e delle piante (i paleontologi, per dirla con una parola un po' difficile) assicurano che nei tempi antichissimi la Sicilia era popolata da orsi, da iene, da cervi e perfino da ippopotami e da enormi elefanti.

 

Molti luoghi situati sulle alture, specialmente nell'interno della Sicilia, e già occupati dagli Arabi per ragioni di difesa, contengono tutti la parola Kalt che in arabo significa fortezza.

Così Caltanissetta (fortezza delle vergini); Caltagirone (fortezza di el Geruna); Calatafimi (fortezza di Al Fimi); Caltavuturo (fortezza di Abu -Thur); Calascibetta, eretta dai Saraceni col nome di Kalat-Scibet, nel 851; Caltabellotta (da Kal-at al-Ballut) cioè rocca delle querce, ecc.

Altri nomi provengono da Gebel, cioè montagna. Così Mongibello, Gibilmanna, Gibellina, Gibilimesi, Gibilrossa, ecc.

Perfino molti cognomi di famiglia derivano dall'arabo, e sono comunissimi in Sicilia. Così Zappalà, Badalà, Fragalà, Vadalà.

Essi contengono il nome Allah e significano: Servo di Dio, forte in Dio, consolazione di Dio.

 

II Teatro delle marionette è molto diffuso in Sicilia.

« II popolo segue con passione le fantasiose leggende e le cavalleresche imprese. L'uditorio inveisce non solo con parole ingiuriose, ma spesso con oggetti contro il traditore, contro lo straniero, contro la spia e contro il vigliacco. Prova, invece, grande simpatia per l'eroe; il generoso guerriero che offre la sua spada per la difesa degli umili e dei deboli ... ».

 

E' noto che i Siciliani usano molto i gesti per esprimersi. Ecco che cosa ne scrive il grande studioso Giuseppe Pitré: «... questo muto linguaggio esprime sentimenti, affetti, volontà che sfuggono ai forestieri. Coi gesti il siciliano afferma, nega, comanda e ubbidisce, dispone ed esegue, prega, concede, chiama e risponde, loda e biasima fino a comporre interi discorsi ».

 

 

 

LA SICILIA E LE SUE 9 PROVINCE

 

PALERMO

PA

 

 

 

 

 

 

 

 

CATANIA

207

CT

 

 

 

 

 

 

 

SIRACUSA

259

60

SR

 

 

 

 

 

 

RAGUSA

248

103

86

RG

 

 

 

 

 

CALTANISSETTA

127

110

161

131

CL

 

 

 

 

ENNA

136

85

137

136

38

EN

 

 

 

AGRIGENTO

126

167

218

133

57

95

AG

 

 

TRAPANI

107

316

368

308

236

245

180

TP

 

MESSINA

237

94

158

197

204

183

261

346

ME

RIBERA

130

217

268

183

107

145

50

130

311

 

DISTANZE CHILOMETRICHE

TRA RIBERA E LE PROVINCE SICILIANE

 

 

PALERMO

 

Superf. Kmq. 5016 - 82 Comuni -

Circa 1.300.000 abitanti.

Centri principali: Palermo,

Bagheria, Partinico,

Termini Imerese, Monreale.

AGRIGENTO

 

Superf. Kmq. 3042 - 43 Comuni -

Circa 500.000 abitanti.

centri principali: Agrigento, Licata, Sciacca,

Favara, Canicattì, Ribera.

CALTANISSETTA

 

Superf. Kmq. 2104 - 22 Comuni –

Circa 300.000 abitanti

. Centri principali: Caltanissetta, Gela, Niscemi,

San Cataldo.

 

CATANIA

 

Superf. Kmq. 3552 - 56 Comuni -

Circa 1.000.000 di abitanti.

Centri principali: Catania,

Acireale, Paternò,

Caltagirone, Adrano, Giarre,Misterbianco,

Bronte, Biancavilla.

ENNA

 

Superf. Kmq. 2562 - 20 Comuni -

Circa 230.000 abitanti.

Centri principali: Enna,

Piazza armerina.

MESSINA

 

Superf. Kmq. 3247 - 107 Comuni -

Circa 700.000 abitanti.

Centri principali: Messina,

Barcellona Pozzo di gotto, Milazzo.

RAGUSA

 

Superf. Kmq. 1614 - 12 Comuni -

Circa 300.000 abitanti.

Centri principali: Ragusa, Vittoria, Modica,

Comiso, Scicli.

SIRACUSA

 

Superf. Kmq. 2109 - 20 Comuni -

Circa 400.000 abitanti.

Centri principali: Siracusa, Augusta,

Lentini, Avola, Noto, Pachino.

TRAPANI

 

Superf. Kmq. 2462 - 23 Comuni -

Circa 450.000 abitanti.

Centri principali: Trapani, Marsala,

Alcamo, Mazara del Vallo,

Castelvetrano, Erice.

 

 

PIRCHI’ LA SICILIA… SI CHIAMA SICILIA

(Racconto popolare riscritto ed elaborato in dialetto riberese da G.Nicola Ciliberto)

 


Si cunta e si raccunta ca ‘na vota c’eranu un re e una regina chi avianu una piccilidda, duci e bedda pi quantu Diu la potti fari. Lu sò nomu era Sicilia ed era ‘na figlia unica. Ddu re e dda regina la taliavanu megliu di l’occhi so, senza mai stancarisi, sempiri estasiati e filici. Quannu Sicilia fici sett’anni e mezzu e jucava ‘nta la strata ,vicina a li maistusi mura di lu casteddu, vittiru passari ‘na vicchiaredda. Era canusciuta ‘nta tuttu lu reami e di misteri facia la chiromanti, avennu fama ca li sò privisioni sempiri s’avviravanu.
Oh – dissi lu Re a la sua consorti Regina – chi ffà ci facemu lèggiri lu futuru a nostra figlia ? – Bonu è rispunnì la Regina – facemuccillu lèggiri. Accussì fù ca chiamaru la vecchia chiromanti dicennucci: - Eccuti cincu moneti d’oru…..ora vidi di leggiri cosi boni ‘nta lu futuru di la nostra piccilidda. La vecchia chiamà vicinu l’addeva, ci grapì la mani sinistra e taliannu li linii chi c’eranu ‘nti lu sò parmu si misi a pinsari….Poi ci misi una manu ‘nta li capidduzzi biondi ma arristà muta senza pronunciari nudda palora. – Allura bona vecchia – dissi lu re – Chi ‘nni dici di lu futuru di nostra figlia ? E chidda, cu ‘na spressioni ‘nta la facci ca nun lassava prisagiri nenti di bonu ci fa: - E chi pozzu diri illustratissima Maistà….. nun trovu li palori. – Comu , nun trovi li palori…. – rebbica lu Re - chi c’è parla !…..nun ‘nni teniri ‘ncapu li spini……Parla ti dicu ! ‘Dda povira vicchiaredda vidennusi custritta a diri chiddu ca avia ‘nterpetratu cu ‘dda liggiuta di la manu, ci dissi a li dù regnanti: - A chiddu chi iu potti vidiri, Maistà eccellentissimi, sta bedda piccilidda curri un periculu troppo granni e chistu nun avvirrà subitu ma fra natri sett’anni e mmezzu, pi l’appuntu quannu avrà cumpiutu quinnici anni. Ci sarà ‘na forti neglia, po’ siguirannu tanti scossi di tirrimotu ca succidirà un veru finimunnu. Lu vostru Regnu subirà tanti danni ma vossignoria cu la so amata cunsorti fariti di tuttu pi proteggiri a sta criatura. Però sarà tuttu inutili, pruteggila nun servirà a nenti e idda, povira figlia ‘nni troverà la morti, a menu che nun ricivissi la prutizioni di Diu ‘mpirsuna. A sta trimenna nutizia lu re e la Regina, patri e matri liggittimi di ‘dda povira ‘nnuccenti si sinteru moriri e nun sapianu comu putiri porri rimediu a stu fatali distinu chi la vecchia chiromanti avia previstu. Intantu l’anni passavanu e la ragazzina crisciva e si faciva sempiri cchiù bedda e lustrusa. Lu patri e la matri, senza mai farisi vidiri chiancivanu lacrimi amari e si tiravanu li capiddi, vidennu l’anni chi passavanu e la figlia chi s’avvicinava sempiri di cchiù a li quinnici anni. La picciuttedda crisciva felici, ignasra di chiddu ca ci risirbava lu distinu ed era già arrivata a li quattordici anni e mezzu…e lu Re cu la regina suffrivanu sempiri di cchiù e chiancianu….senza farisi vidiri di idda, ma chiancianu lagrimi amari. E li misi passavanu comu lu ventu e pinsavanu tutti l’uri a lu mumentu di perdiri ‘dda bedda figlia.
Un jornu lu Re vozi scinniri a mari pi ghiri a chianciri sulu, senza farisi vidiri né di la figlia e mancu di la Regina. Mentri taliava l’acqua carma e sirena, tuttu ad’un trattu vitti ‘na varcuzza, senza nuddu ‘ncapu. ‘Na varca nica, senza remi e senza vela. Ci vinni una idea e pinsà ca ‘ddà varca l’avissi mannatu Diu in pirsuna, pi putiri sarvari a sò figlia. Turnà di cursa a la reggia e chiamà la figlia: - Senti Sicilia, ca appuntu Sicilia era lu nomu di ddà picciuttedda – t’ha diri ‘na cosa, ascutami. Tu curri un gravi piriculu figlia mia e oggi Diu mi sta dannu l’occasioni di putiriti sarvari da un bruttu distinu. Tu m’ha scutari pirchì è la vulutà di Diu . Acchiana supra sta varca ca è china di tisori e ricchizzi e c’è anchi una granni abbunnanza di cosi di mangiari, pani e frutti di la terra, ca sta terra ‘nni pruduci in granni quantità. Acchiana figlia mia e lassa ca lu distinu ti purtassi furtuna. Lu mari e la furtuna ti porteranno luntanu di li catastrofi di la natura e tu sarai in salvu. Accussì fici la bedda Sicilia ca salutà a sò patri e s’affidà a lu mari, misa ‘nti ‘dda varcuzza, senza sapiri quali sorti l’aspittava e senza spiranza di vidiri pirsuni umani. Passaru cchiù di tri misi e fineru li cosi di mangiari, finì lu pani e l’addeva accumincià a sentiri fami. – Ora moru pi davveru – pinsava – e truvannusi a lu stremu di li forzi si stinnicchià ‘nta lu funnu di la varca e s’addummiscì. Fu ccà ca Diu la vozi aiutari mannannu ‘na forti mariggiata cu cavadduna putenti chi strascinaru ‘dda varcuzza fina ad apprudari ‘nta un’isula ca un si sapia quali fussi lu so nomu.
Furtuna vozi ca la terra unni apprudà la varca era proprio sta nostra terra, china di ricchizzi e di biddizzi ca ‘nta lu munnu un ci ‘nn’è a la pari.
Sicilia accumincià a girari supra ‘dda terra, quasi ‘ncantata e la ammirava china di jardina, di frutta, di biddizzi senza pari e china di suli… e prufumata di li megliu pianti e sciuri chi la tappizzavanu tutta intera. Truvà di tuttu, ogni cosa ca unu po’ disidirari ma nun vitti nudda pirsuna umana, cu la quali parlari. Mancu l’ummira, nenti…..paria ‘na terra diserta senza né omini, né fimmini. Sicilia accuminciava a divintari tristi: - E comu fazzu ccà sula, ‘mmezzu a tanti ricchizzi, dintra un veru Paradisu ma senza cumpagnia di qualcunu ? Avia passatu già un bonu misi, si sintia persa e senza spiranza, ma mentri ancora chiancia, si vitti spuntari pi davati un giuvini beddu e gatu quantu un stindardu, un veru zuccu di ficudinnia, chinu di gioventù e di energia. – Chi hai bedda picciotta ca chianci ? – ci dissi – Parla, dicimi quarchi cosa. E chidda ancora incredula ma quasi rassicurata ci fa: - E comu unn’avissi a chianciri cu tuttu chiddu chi haiu passatu ? E accussì, spinta anche di ddu beddu giuvini ci cuntà tutti li piripizii e tutta la sò storia di chiddu chi avia passatu.
A lu sentiri tutta ‘dda ‘ntricata e drammatica storia, dapprima ddu cristianu si meraviglià, ma subitu ci dissi: - Nun ti scuraggiri ca li cosi ora si sunnu aggiustati e tu arresti cu mia e sicuramenti saremu filici. Anch’iu avissi quarchi storia di cuntariti ma nun ti vogliu fari rattristari ancora. Ti dicu sulu ca ‘nti sta terra ci fù ‘na trimenda pesti e mureru tutti li sò abitanti. Comu fu e comu nun fu mi sarbavu sulu iu e anch’iu haiu statu dispiratu. Mi cridia di essiri l’unicu supravvissutu e senza spiranza di truvari ‘na criatura ca mi tinissi cumpagnia. Ma ora semu ccà, tu e iu ; Sicilia cu la vuci spizzata di lu chiantu pinsava a la fini chi pottiru fari li so affiziunati ginitura ma appi la forza di vuliri cuntinuari la sò vita facennusi forza e curaggiu. - Fu lu celu ca ti mannà a ‘ncuntrari a mia – ci dissi a ‘ddu giuvini aitanti - ed iu pi chissu ringraziu a Diu. Eranu suli, ‘nta ‘na terra ca nun ci avissi fattu mancari nenti; suli ma chini di spiranza di ridari vita a un’isula ca ‘nta lu munnu ‘nteru ci ‘nni sunnu picca li stessi.

Di chistu già eranu cchiù chi filici e li storii ca si ‘ncrociaru, di sti dù beddi picciotti nun putianu aviri megliu cunclusioni. Sicilia doppu quarchi tempu si marità cu ‘ddu giuvini beddu e curaggiusu, ca ‘nti l’aspettu era un veru cavaleri ca anchi iddu s’era ‘nnamuratu di Sicilia cu ‘na granni passioni. Eranu li patruna di una terra china di tesori ca a picca a picca addivintà lu sò regnu. Pi amuri di ‘dda bedda picciuttedda ca ci purtà la gioia e la filicità lu picciottu vozi dari lu nomu a ‘dda terra d’oru, a ‘dda terra china di splinduri e la chiamà propriu SICILIA, comu ancora oggi veni chiamata la nostra amata isula, immersa ‘nti lu mari Mediterraneu. Li dù sposini appiru tantissimi figli, tutti robusti, giniusi e lavuratura, come lu patri e la matri e di allura fina a li tempi di oggi l’isula è ‘mpupulata di cchiù di prima.
Spirannu ca lu cuntu didicatu a la nostra amata e bedda SICILIA vi sia piaciutu, finisciu cu la solita frasi addivintata pupulari e ca ormai canuscinu tutti, nichi e granni, masculi e fimmini, addevi e anziani. – C’era’na vota ‘na vecchia ca cusìa e facia cazetta….ci scappà lu puntu…e finì lu cuntu.

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(Racconto popolare riscritto in dialetto riberese da Giuseppe Nicola Ciliberto).

 

 

 

Il simbolo della Trinacria

 

Il simbolo che rappresenta la Sicilia e che si trova anche al centro del suo stemma ufficiale ha origini molto antiche. Raffigura una testa gorgonica, con i caratteristici serpenti al posto dei capelli, con due ali, sovrapposta a tre gambe piegate (triscele).
L'associazione del simbolo con la Sicilia lo si deve alla particolare configurazione geografica dell'isola, caratterizzata da tre promontori, Pachino, Peloro e Lilibeo.
Enrico Mauceri, illustre studioso della storia dell'arte siciliana, così dice nella sua descrizione della Sicilia, occupandosi di questo specifico problema: "Da questa configurazione a tre vertici venne alla Sicilia antica il nome di Triquetra o Trinacria che diede, forse in epoca ellenistica, quella rappresentazione strana e caratteristica al tempo stesso, di una figura gorgonica a tre gambe, adottata perfino in alcune monete dell'antichità classica, e divenuta poi il simbolo, diremo così, ufficiale dell'isola".
Triscele (triskeles) per i greci, Triquetra per i romani.
Gli studiosi sono concordi nell'affermare che si tratta di un antico simbolo religioso orientale, sia che rappresentasse il dio Baal, o il sole, nella sua triplice forma di dio della primavera, dell'estate e dell'inverno, sia che rappresentasse la luna con le gambe talora sostituite da falci lunari. Le sue più antiche manifestazioni documentarie, si trovano in monete di varie città dell'Asia Minore, come Aspendo in Panfilia, Olba in Cilicia, Berrito e Tebe nella Troade, ed in città della Licia, con datazione variabili da VI al IV secolo a.C..

Il simbolo della Trinacria si riscontra altresì nella monetazione di Atene del VI sec. A.C., della Macedonia della stessa epoca, e di Corinto. Nella monetazione della Magna Grecia, il simbolo a tre gambe si riscontra in cinque città e precisamente a Paestum, Elea, Terina, Metaponto e Caulonia.
In Sicilia lo troviamo a Siracusa, nella monetazione di Agatocle, per cui giustamente Adolfo Holm ha detto che "Agatocle aveva una speciale predilizione per il simbolo della Triquetra", anche se non si è certi che il signore siracusano adoperasse questo simbolo come suo sigillo personale, come ha congetturato il numismatico inglese G. F. Hill, e la derivazione sarebbe in tal caso punica, per i rapporti che Agatocle ebbe col mondo cartaginese.

In età romana il simbolo perde completamente il suo originario valore religioso, per assumere soltanto quello geografico di emblema della Sicilia.
Questo è evidente nella monetazione di Palermo, in cui la trinacria appare col suo aspetto definitivo e cioè con le tre gambe unite da una testa gorgonica adorna di spighe - che ribadisce il concetto della fertilità dell'isola e della Sicilia "granaio di Roma" - con la scritta "PANORMITAN"; e nella monetazione di Entella, di Gela, di Agrigento e di Lipari.

La Trinacria si riscontra inoltre su altri monumenti e reperti siciliani, quali mattoni timbrati o suggelli di piombo per i tessuti; e, fuori di Sicilia, nell'arte celtica del III sec. A.C., come dimostra il disco argenteo di Manerbio in provincia di Brescia, nella pietra trovata presso la città di Vacca in Numidia, con una dedica fenicia al dio solare Baal; e nella base marmorea trovata a Malta, dove delle raffigurazioni di giovani che portano dei pesci hanno fatto pensare allo Holm che si tratti della luna, piuttosto che del sole, perchè, come sappiamo da Ateneo, soltanto alla dea Ecate - che è una delle personificazioni di Diana Trivia, cioè della luna - venivano sacrificati dei pesci nella religione greca.

Le monetazioni delle città di Palermo, di Jatia e di Agrigento sono databili al I sec. A.C., mentre le raffigurazioni vascolari col simbolo della Trinacria rimontano al VII sec. A.C.: nè sono ipotizzabili influenze puniche sulla ceramica gelese. Quindi questi dati archeologici consentono di sostenere la tesi di una mediazione greca, e non punica, per l'introduzione del simbolo triscelico dall'Oriente in Sicilia.

il simbolo religioso orientale, una volta venuto in Sicilia, subì qualche trasformazione di significato. Sia che rappresentasse il sole, o la luna, o l'eterno movimento, questo simbolo nella sua origine orientale aveva un valore squisitamente religioso; ma trasferendosi in Sicilia esso assunse un valore assolutamente geografico.

Tuttavia se è venuta meno la religione, non è venuta meno la superstizione, com'è dimostrato dalla presenza della testa gorgonica al centro delle tre gambe.
Questo particolare figurativo rivela degli aspetti tipicamente siciliani.

E' stato giustamente osservato, che la specialità del simbolo siciliano è la testa centrale, perchè nelle rappresentazioni orientali le gambe venivano unite da un punto o da un anello centrale; ed è stato notato altresì che la testa della medusa conferma l'origine mediterranea della "Trichetria", ed il suo aggancio alla mitologia greco orientale.
In Sicilia furono tipiche, per la loro funzione decorativa ed apotropaica, le maschere gorgoniche che decoravano i templi di Gela, che venivano poste nel timpano del frontone con antefisse in terracotta; e di cui una, di eccezionale grandezza, è stata ritrovata nel santuario ubicato presso l'odierno scalo ferroviario gelese.
Il simbolo della Trinacria dunque, se perdette il suo originario valore solare, ne acquistò uno sacrale in sicilia, dato il suo valore apotropaico, che lo trasformo in una sorta di talismano. Ma il suo valore divenne essenzialmente geografico e si identificò talmente con la Sicilia, nelle sue diverse denominazioni di Trinacria, Triscele, Triquetra, Trichetria, che fu addirittura esportato, come ha sostenuto in una ricerca il Colocci.
Egli ha notato che il simbolo della Trinacria, o Trichetria, si trova nell'isola di Man del mare d'Irlanda, portatovi, secondo una leggenda locale, dai normanni che venivano dalla Sicilia nei secoli X e XI, che sostituirono con la Trinacria l'antico simbolo dell'isola irlandese, che sotto i re scandinavi era costituito da un vascello; e lo stesso autore ha notato che il simbolo siciliano si trova in stemmi di famiglie nobili straniere, come gli inglesi Stuart d'Albany ( probabilmente per indicare il loro dominio su isole del mare d'Irlanda, come l'isola dianzi ricordata di Man), i Drocomir di Polonia, i Rabensteiner di Franconia, gli Schanke di Danimarca; e che in tempi più recenti anche re Gioacchino Murat inquartò la trinacria nel suo stemma.

Infine, il nome di Trinacria è ritornato nella storia di Sicilia - basti ricordare il trattato di Caltabellotta, che nel 1302 imponeva a Federico III d'Aragona il titolo di rex Trinacriae, mentre quello di rex Siciliae rimaneva agli angioini di Napoli
Nel 1814 fu coniata da re Ferdinando di Borbone, IV di Napoli e III di Sicilia (e non ancora I delle due Sicilie), una moneta d'oro che valeva due once, e che fu denominata Trinacria dalla figura simbolica rappresentata nel verso.
Quanto alla diffusione in Sicilia del vecchio simbolo della Trinacria, è interessante notare come esso si trovi nei pavimenti degli edifici pubblici, come è attestato ancora oggi dai mosaici delle terme di Marsala e di Tindari, ambedue di età romana, che recano raprresentazioni della testa gorgonica circondata da tre gambe.

Per la sua diffusione fuori dalla Sicilia, nel museo di Olimpia, in Grecia, esiste un rivestimento di bronzo di uno scudo militare, databile al VI sec. A.C. che rappresenta una testa gorgonica circondata da tre ali, arcuate come fossero gambe, ed in tutto simile al simbolo siciliano. Ed è singolare, in periodo normanno, la stilizzazione in forma umana che il simbolo della Trinacria assume in un capitello del chiostro dei benedettini di Monreale.

Infine, per quel che riguarda il vessillo ufficiale della regione siciliana, esso è costituito da un drappo bicolore giallorosso, che diagonalmente esprime il giallo della bandiera civica di Palermo e il rosso della bandiera civica di Corleone, che fu il primo comune siciliano a seguire l'esempio di Palermo nella vigorosa rivolta antifrancese del Vespro siciliano, scoppiata nella generosa città di Palermo il 30 Marzo del 1282. Pochi giorni dopo, e precisamente il 3 Aprile 1282, venne stipulato il patto d'alleanza fra i palermitani e i corleonesi e nello stesso giorno, con rogito del notaio Benedetto da Palermo, nacque il vessillo dei siciliani liberi, unendo i colori delle due città.

Da allora, questo vessilo raffigura l'unione spirituale dei siciliani e al centro reca il vecchio simbolo triscelico della Trinacria. In tempi recenti, questo vessillo è stata l'insegna ufficiale del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia (MIS), fondato nel 1943 a Palermo dall'on. Andrea Finocchiaro Aprile; ed oggi è il vessillo ufficiale della Regione siciliana, che il 15 Maggio 1946 ottenne la sua autonomia a statuto speciale.

Fonte: http://www.retesicilia.it/

Nota finale: Il simbolo della TRINACRIA campeggia sulla Bandiera ufficiale della Sicilia

 

 

 

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