La festa di San Giuseppe

a Ribera

 

(a cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

 

 

  Ribera, Festa di S. Giuseppe 2014 :

LA SFILATA DEI CAVALLI

 

ALTARI E MINESTRONI

 

UN ALTARE DA...SOGNO !  

 

(Servizi e Foto di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

 

 

 

Foto ripresa Domenica 9 Marzo 2014

 

Ribera: 19 Marzo 2014 - La Sacra Famiglia impersonata da bambini, gira per le vie

del paese, attorno all'Altare allestito in Via Ginevra dalla famiglia Caternicchia.

 

 

 

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LE NOTIZIE

 

 

LA FESTA DI SAN GIUSEPPE  a Ribera

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

La mattinata del 19 marzo, giorno di San Giuseppe, si apre con la ormai tradizionale "arburata", cioè con lo sparo di "li mascuna" che accompagnano le marce della banda musicale per le vie del paese, il cui corso principale, la sera, viene fastosamente illuminato dal gioco di luci degli "archi".

Il momento di maggiore interesse per la cittadinanza e per i fedeli avviene durante la prima mezza giornata, quando il Gruppo di "pellegrini", costituito da San Giuseppe, la Madonna e il Bambino Gesù su un asinello, seguiti dai 12 Apostoli vanno a far visita ai tradizionali "Altari".

Ma prima di raccontare come si svolge tale processione è bene dare uno sguardo al passato, per conoscere alcune antiche usanze, legate a questa tanto attesa ricorrenza popolare.

Parecchi anni fa, alcuni giorni prima della festività vera e propria, si organizzava con grande sfarzo, una manifestazione dedicata  alla giornata "di l'addauru", cioè dell'alloro, che ancora oggi, in tono un po’ minore resta in uso.

 

Una imponente sfilata di uomini a cavallo con in mano rami di alloro riccamente adornati di nastri multicolori, che veniva chiamata "la cravacata di l'addauru", sfilava lungo le vie principali del paese. Solitamente, erano gli stessi membri del Comitato della Festa, che facevano l'andatura e precedevano tutti i partecipanti, distinguendosi dagli altri per il collare con l'immagine di San Giuseppe, che portavano addosso.

 

Tutti gli altri cavallerizzi, erano solitamente i cosiddetti "burgisi", cioè agricoltori facoltosi che facevano a gara a chi sfoggiava il più elegante  abbigliamento, i migliori stivali o l'addobbo più sfarzoso per il proprio animale, per poter vincere l'ambito trofeo assegnato ogni anno da una apposita Commissione.

Al gruppo dei cavalieri seguiva "La straula", una altissima torre, con un'immagine di San Giuseppe, tutta tappezzata di "purciddata" e foglie di alloro, che veniva trainata da due buoi.

 

 

IN RIBERA: ENTRATA DELL'ALLORO. LA "STRÀGULA"

(descritta da Giuseppe Pitrè)

 

E' la Domenica precedente al 19 Marzo, festa di San Giuseppe, e le campane di Ribera suonano mezzogiorno. Una banda musicale, accompagnata da tamburini, alterna con i rulli di essi le sue reboanti note: e l'una e gli altri procedono tra la immensa folla accorsa alla "entrata dell'alloro". Sono già tutti ad una porta del paese, e un improvviso sparo di mortaretti annunzia imminente la entrata.

Ed ecco due lunghe file di cavalieri preceduti da un capo con cavallo dalla più gaia bardatura farsi innanzi giubilanti con un grosso ramo d'alloro ciascuno. Sono i deputati (retturà) della festa col loro capo (guvernaturì), i quali, ossequenti alla vecchia usanza, sono andati a raccogliere in un vicino bosco quei rami, e in omaggio a S. Giuseppe, li portano per la stragula.

Il loro arrivo è accolto con liete grida, con razzi lanciati in aria (furgarunà) e con pezzi musicali. E girano in vero trionfo il paese, fino a ridursi alla casa del governatore, dove, secondo le facoltà di lui, vengono trattati con generose offerte di vino.

Da questo momento la festa può dirsi cominciata e non si perde un istante ad allestire la stràgula, che ne dev'essere il perno, lo spettacolo principale.

La stràgula è una torre alta una decina di metri, dalla estremità a forma di corona. Vien costruita sopra un grandissimo carro, il cui trasporto, da un magazzino alla abitazione del governatore, è una festa per sé, resa più allegra dalla immancabile banda musicale. Il lavoro di costruzione procede rapidamente: i falegnami non perdono un quarto d'ora per riuscire a compierlo subito. Il rivestimento è di rami d'alloro e tutta la superficie coperta di grossi buccellati (cuddurì) di pane legati tra loro per mezzo di cordicella di cerfuglione (giummara, giummarra). La quantità di questo pane è tale che supera le due salme(ettol.5,48), e dev'esser tanto, perché rappresenta l'abbondanza; come l'alloro, la gloria del taumaturgo. Nel davanti, verso il centro della stràgula, è collocato un quadro di S. Giuseppe, il padre della provvidenza, ed in cima un fazzoletto rosso che svolazza al vento.

Questa curiosissima torre vien tirata da due buoi dalle corna rivestite di nastri a vari colori.

Per procedere con ordine dovrei dire che la sera del 17 percorre tutte le vie del paese una grande fiaccolata. Il lettore non immagini qualcosa di simile alle fiaccolate moderne. Contadini e villani portano ciascuno un mazzo di saracchio (busi) acceso ad una estremità, e dietro i soliti tamburini, che bastano a tenere scosso tutto un comune. Ma la fiaccolata dei contadini è fuoco di paglia è non lascia nulla di fronte alla stràgula del giorno seguente, come questa impallidisce a paragone dei Santi del 19.

 

IL BANCHETTO DI S. GIUSEPPE E LE SCHIOPPETTATE AD OGNI PIATTO.

Solo chi non è nato in provincia non sa che cosa siano i Santi, un vecchio, una giovane ed un bambino, tutti e tre poveri, vestiti da S. Giuseppe, da Maria e da Bambino, per voto fatto da una persona o da una intiera famiglia.

D benefattore o tutta la sua famiglia, - che la non è impresa da una persona sola, - sin dal dì della entrata dell'alloro si da opera ad apparecchiare le pietanze per i Santi: cardoni, finocchi di campagna, asparagi, broccoli cotti in tutte le maniere, pasta fritta e coperta di zucchero, riso bollito e colorato con zafferano, pignolata, frittelle, cannali colossali pieni di ricotta, e quanto di più greve offra la cucina siciliana. Tutto questo ben di Dio, apparecchiato da alcuni giorni, e diviso per piatti, la mattina del 19 viene esposto in una gran mensa coperta di bianchissima tovaglia in una stanza parata a festa con coltri, fazzoletti ed altro già tenuto in serbo dalla famiglia. Un particolare degno di nota in codesto addobbo è il costante simbolo dell'abbondanza, il pane, consistente in parecchie cudduri, ossia buccellati di pane, di grandezza straordinaria, attaccate alle pareti. Sopra un fornello improvvisato per la circostanza si posa una grande caldaia, e lì si riversa in combutta a cuocere, horresco reference! Riso, pasta, broccoli, fagiuoli, finocchielli selvatici, e chi più ne ha più ce ne metta.

Che cosa ne debba venire di questa nuova olla podrìda, lascio considerare! Chi ne può dire qualche cosa sono i Santi, i tre poverelli.  ai quali quel minestrone si scodella in un tavolo a parte, che non è quello dei piatti esposti, i quali devono restare solo per figura, oggetto di lode pei visitatori, che resteranno a bocca aperta. Meno male che i Santi si sono agguerriti il palato con lo rituale antipasto di una mezza arancia acida, sparsa di sale e pepe!

I Santi si rimpinzano del minestrone: e li attende a nuovo pasto, un saggio di ciascuna delle pietanze esposte sulla mensa. Dove al primo ufficio attendono il padrone e la padrona di casa, a questo attende la persona di servizio, mentre il padrone di casa sta innanzi la porta con lo schioppo in mano, sparando un colpo ad ogni piattello che ai Santi vien servito. E siccome questo voto del banchetto ai Santi, cioè a S. Giuseppe ecc., è molto comune e si ripete in un gran numero di famiglie, così tanti padroni ripetono questa storia delle schioppettate quanti banchetti si fanno, e tante sono le schioppettate quanti i piatti recati in tavola. I colpi si contano: e che più ne tira, più è tenuto in considerazione di uomo splendido, ricco, generoso, sommamente devoto. Chi non sapesse del costume e si trovasse da Ribera in quel giorno e in quell'ora, crederebbe ad una vera rivolta, dove per lo meno si faccia alle fucilate.

LA SACRA FAMIGLIA OSPITATA DA UN DEVOTO, 

CHE L 'ACCOGLIE A MENSA

Altra maniera di mostrare devozione è questa: si cerca di un vecchio e si camuffa con la barba posticcia e parrucca di stoppa; lo si veste di un lungo camice bianco e gli si attacca sul capo una aureola (taddemì) di cartone con un nastro sotto il mento; sulle spalle gli si pone una corba (coffa), con gli arnesi da falegname ed in mano un bastone fiorito. Accanto al vecchio è una ragazza con tunica e manto azzurro e una corona di latta sul capo: e tra loro un bambino con veticciuiola a colore; sono Giuseppe, Maria e Gesù: personaggi che si vedono così frequenti in questo giorno in molte famiglie della Sicilia. Ma con essi si vedono anche nella nostra festa tredici altri personaggi: gli apostoli, coperti d'un camice bianco, i quali di conserva con la Sacra Famiglia si mettono in giro. Giungono innanzi un fondaco, e ne trovano chiusa la porta; S. Giuseppe col bastone picchia a riprese dicendo: "Patruni di chistu funnacu, apriti a tanti poviri pilligrini, vinuti d'Alissandria d'Agittu! . Il padrone finge di non sentire: e S.   Giuseppe, conduttore della comitiva, si volge, piagnucolando, ad essi. - "Muglieri, figliu, Apostuli mei, nun avemu stasira rizzettu; durmirimu fora e staremu morti di fami .

A questo punto uno dei presenti si fa avanti commosso, ed in tono umile e rispettoso pronuncia queste parole: - "S. Giuseppi, Maria, Gesù, signuri Apostuli, viniti a la me casa, 'ntra lu me pettu! Nun viditi chi stufunnacu è cori di tigrir '. Qui il vecchio Giuseppe, a cui un'ora dev'esser parsa mill'anni, dimenticando la serietà del personaggio, che rappresenta, si abbandona a saltare, ad abbracciare il generoso ospite, il quale lo conduce con tutti i suoi nella propria casa, dove è una mensa apparecchiata, e li fa rifocillare. A banchetto finito, giacché si tratta di vero banchetto, da ad ognuno di essi una delle grandi cudduri, che erano attaccate alle pareti, perché le mangino poi a loro comodo. E comincia la distribuzione delle pietanze collocate nella tavola. Una massaia preleva di volta in volta un piatto e vi pone prima una mestolata del famoso minestrone, poi un po' di pasta fritta, poi una frittella, poi un mozzicone di baccalà, poi un ciuffo di broccoli, da ultimo mezzo cannalo, e avvolto il piatto in una candida salvietta lo manda in dono alla famiglia tale, poi alla tal'altra, e così di seguito a tutti i parenti ed amici, nella intelligenza che essi debbano per divozione mangiar tutta quella miscela.

Le ore passano e la massaia è tuttavia lì a dividere e a mandare, finché, tramontato il sole, tutti vanno ad assistere alla processione della statua di S. Giuseppe, seguita dalla stràgula.

A festa finita il governatore ha facoltà di distribuire ai rettori ed ai cappeddi del paese il pane e l'alloro della stràgula, il pane perché sia mangiato per divozione, l'alloro, perché venga impiegato a sedare i dolori di ventre infondendone una fogliolina in acqua bollente.

                                                                                                                         Giuseppe Pitrè

 

San Giuseppe : Alcune notizie storiche

 

Nota: Tutte le foto in bianco e nero dove ad impersonare San Giuseppe è

il riberese Francesco Virzì, appartengono alla collezione privata di G.N.Ciliberto

che le ha avute in copia dal figlio Andrea Virzì.

 

   Il culto per san Giuseppe è diffuso in moltissimi paesi della Sicilia

dei quali il santo è patrono.

Nella tradizione popolare egli svolge un ruolo ben determinato, quello di avvocato delle cause impossibili. Il Pitré (Feste patronali, cit.) descrive così la devozione dei siciliani per il santo:

«Dei santi il più carezzato patrono è S. Giuseppe che occupa 13 comuni».

Il suo culto si manifesta attraverso un complesso di elementi rituali, pubblici e privati, quali il banchetto sacro, la preparazione dell'altare, la raccolta delle offerte, la sacra rappresentazione, l'accensione dei fuochi e la processione, che hanno luogo in due diversi periodi dell'anno: a marzo e a fine agosto. Anticamente il santo veniva celebrato con messe e novene ogni mercoledì sin dal mese di gennaio, oggi invece ci si limita al solo mese di marzo e la data della sua festa coincide con l'equinozio di primavera.

Nella tradizione popolare, oltre ad essere il protettore degli orfani e delle ragazze nubili, san Giuseppe protegge soprattutto i poveri, ed è per questo motivo che esiste l'usanza di preparare il pranzo sacro offerto ai bisognosi e agli orfani.

 

Il banchetto per la festa di san Giuseppe viene denominato in vari modi a seconda del paese: cena, ammitu, artaru, tavulata. Anche il giorno della sua preparazione può variare: il 19 marzo, giorno della ricorrenza liturgica, la domenica delle palme, il primo maggio, ogni mercoledì del mese di marzo e in qualunque altro momento dell'anno. L'uso di imbandire mense su altari allestiti per l'occasione, diffuso in tutta l'area del Mediterraneo, risale fin alle epoche più antiche. Il cibo, nella sua valenza simbolica e rituale, diventa quindi l'elemento principale nei festeggiamenti dedicati al santo. La preparazione dell'altare consiste nell'edificazione di una cappelletta utilizzando come materiali il legno o il ferro.

 

La struttura viene ricoperta da rami di mirto e di alloro, simboli agresti con chiaro significato propiziatorio, e in ultimo essa viene decorata con arance, limoni e piccole forme di pani, legati tra di loro con delle cordicelle. All'interno della cappelletta viene preparato un altarino disposto su un ripiano e sotto di esso vi sono altri tre ripiani dove vengono collocati i pani votivi e i simboli religiosi tradizionali della festa del santo. Tutto l'altare è decorato da lumini, vasi di fiori, piatti con germogli, brocche di acqua e di vino e al suo centro viene posto un grande quadro che raffigura la Sacra Famiglia.

Una volta la preparazione dell'altare avveniva fuori dalle case, nei cortili o nelle piazze del paese, oggi invece viene allestito dentro casa, mentre il pranzo continua ad essere consumato all'aperto, in spazi pubblici o su appositi palchi allestiti nelle piazze riccamente ornati di rami di alloro, palme e rami di cedro.

 A Ribera, in provincia di Agrigento, paese che nel 1627 prese il nome di Maria Afan de Ribera, moglie del principe di Paternò, vi è l'usanza di raccogliere dei  rami di alloro per rivestire la stragula, una torre di legno alta circa una decina di metri, collocata sopra un grande carro e decorata da forme di grandi pani chiamate cudduri o "purciddata", legati tra loro per mezzo di cordicelle.  Davanti alla torre è collocata l'immagine di San Giuseppe. La stragula, trainata da due buoi, rappresenta, secondo la tradizione popolare, l'abbondanza e la gloria del santo patriarca, mediante alcuni elementi carichi di valore simbolico, quali il pane e i rami di alloro.

 

In provincia di Trapani, a Salerai (l'antica Halicyae fondata dagli che durante l'epoca romana fu una delle cinque città libere della Sicilia e che poi, sotto la dominazione araba, prese il nome attuale della parola araba Salam, cioè salubrità e sicurezza) nel mese di marzo è tradizione locale fare una promessa di voto al santo o ringraziarlo per la grazia ricevuta. I preparativi durano otto giorni e durante questo periodo viene allestito l'altare in casa e si provvede ad invitare un certo numero di bambini, in base al voto fatto, di solito in numero di tre in quanto devono rappresentare la Sacra Famiglia: Maria, Giuseppe e il Bambin Gesù. Un paio di giorni prima di ogni mercoledì del mese o il 19 marzo, il devoto che ha fatto promessa di voto gira per il paese per chiedere delle offerte, che di solito consistono in farina, olio, uova o anche in danaro. Questo atto penitenziale è la questua, rituale comune non solo alla festa di san Giuseppe ma anche ad altri santi patroni che si celebrano in Sicilia. :

L'altare viene decorato con molti rami di mirto e di alloro, mentre la preparazione del pane impegna per diversi giorni non solo le donne di casa, ma anche quelle del vicinato. L'impasto della farina segue un rituale ben preciso: i pani devono essere di peso e dimensione diversi e le forme rappresentano fiori, frutta e animali, mentre la loro collocazione sull'altare spetta per tradizione al capofamiglia. Il segno dell'abbondanza nell'altare è rappresentato dagli ortaggi, soprattutto dal finocchio, e dalla frutta collocata in grandi cesti. Al centro vengono invece disposti i cucciddati, grandi forme di pani votivi. La forma di pane dedicata al santo ne riproduce il bastone, u vastuni, decorato con un giglio simbolo di purezza; il pane dedicato a Maria è decorato con una rosa che rappresenta la verginità e guarnito da datteri (che, secondo la tradizione, la Vergine mangiò durante la fuga in Egitto), e da un ramo di palma simbolo di pace; questo pane è destinato alla fanciulla che impersona la Madonna, mentre il pane dedicato a Gesù viene decorato con gelsomini, con uccelli e con i simboli della sua passione. I pani, una volta benedetti dal parroco, saranno regalati a parenti e amici. Questi pani votivi assumono nella maggior parte delle feste religiose (e soprattutto nella festa del santo patriarca) un profondo significato sacrale, a cui la festa di san Giuseppe allude esplicitamente poiché è legata all'arcaico simbolismo agrario del rinnovamento della natura, che avviene proprio nel mese di marzo.

La preparazione del pranzo offerto ai poveri e agli orfani comprende un certo numero di portate, da un minimo di diciannove a un massimo di centouno. Le pietanze vengono preparate sin da un paio di  giorni prima della data del banchetto e poste sulla tavola in una stanza adiacente a quella in cui è stato allestito l'altare. Quando tutto è pronto, il primo giorno dei festeggiamenti il prete benedice sia l'altare che la tavola imbandita.

L'abbondanza del cibo rappresenta anche il trionfo della carità e della solidarietà cristiana e quando più tardi giungeranno i bambini invitati sarà il capofamiglia, dopo aver loro ritualmente lavato le mani, a condurli a prendere posto attorno alla tavola.

 

A Pietraperzia, in provincia di Enna, è consuetudine celebrare il santo con un grande banchetto pubblico. Le pietanze sono offerte dagli abitanti del paese, mentre per rappresentare la Sacra Famiglia vengono scelte tre persone povere, di età diversa, che sono invitate a sedersi alla tavola per consumare pubblicamente il pranzo votivo. Dal 1922 si rappresenta uno spettacolo che rievoca la fuga in Egitto della Sacra Famiglia.

 

Alcuni personaggi in costume d'epoca, che interpretano gli ufficiali di Erode, si dirigono a cavallo verso la chiesa del Carmine, dove rimarranno in attesa. I falegnami del paese, orga­nizzatori dei festeggiamenti, si recano prima a casa del ragazzo che è stato scelto per impersonare l'angelo, poi dai ragazzi che impersonano Maria e Gesù e quindi tutti insieme si dirigono in corteo verso la chiesa di Santa Maria, dove li attende il ragazzo che impersona san Giuseppe. Verso mezzogiorno inizia la messa con la partecipazione dei fedeli, e dopo la funzione religiosa, parte la processione preceduta dall'angelo e dal bambino che impersona Gesù, tenuto per mano da san Giuseppe e Maria, quest'ultima seduta sull'asino. Giunto davanti alla chiesa madre, il corteo viene avvicinato da tre soldati di Erode, i quali annunciano a Giuseppe che hanno avuto l'ordine di uccidere Gesù. Lo spettacolo si conclude allorché i soldati si rifiutano di eseguire la loro missione e tornano indietro. A questo punto i tre personaggi che rappresentano la Sacra Famiglia salgono sul palco per consumare pubblicamente le pietanze che sono state preparate per loro.

A Rosolini, in provincia di Siracusa, la devozione per san Giuseppe si manifesta con la tradizionale cavalcata, alla quale assiste e partecipa tutto il paese. Le strade vengono transennate per lasciare passare i cavalieri, che montano cavalli sfarzosamente bardati, mentre nel po­meriggio, dopo la funzione religiosa, il simulacro del santo viene portato in processione per le vie del paese sotto una pioggia di volantini su cui è scritto «viva san Giuseppe».

 

Ad Alimena, in provincia di Palermo, antico centro costruito nel 1603 da don Pietro Alimena, la mattina del 19 marzo si svolge il banchetto promesso al patrono. Un tempo venivano invitati a sedersi alla tavola imbandita tredici ragazzi orfani e poveri, i virgineddi.

 

A Favara, il cui nome di origine araba Fawwara significa 'polla d'acqua', la devozione per san Giuseppe costituisce una testimonianza concreta di fede e fervore religioso. In questo paese dell'agrigentino, sviluppatosi verso il XIII secolo intorno al castello di Federico II Chiaramonte, ogni mercoledì i fedeli si recano in pellegrinaggio alla chiesa del Rosario, dov'è situata la statua del santo che regge per mano il Bambin Gesù. Un tempo la festa si svolgeva il 19 marzo, invece oggi è stata spostata alla prima domenica di settembre. Fino a non molto tempo fa i festeggiamenti erano affidati ad un "governatore", un falegname del luogo, il cui nome veniva estratto a sorte su un palco allestito nella piazza principale. Si inserivano in una urna i nominativi dei falegnami del paese aggiungendo dopo nove nomi un biglietto sul quale era scritto «viva san Giuseppe». L'estrazione veniva affidata ad un bambino bendato: sarebbe stato nominato governatore colui che fosse stato estratto immediatamente dopo il biglietto con la scritta «viva san Giuseppe». Oggi l'estrazione avviene in modo più semplice, direttamente in chiesa, ed è il primo nominativo ad essere estratto che designa il nuovo "governatore". I festeggiamenti in onore del santo cominciano di venerdì, con l'ingresso in paese di tre bande musicali di cui una locale e le altre due provenienti da altri centri.

 

I devoti, prima di portare in giro per il paese una piccola statua raffigurante il santo, usano recitare per una settimana consecutiva la novena. La processione viene accompagnata dai fedeli che recano in mano delle torce, le caratteristiche fanare, preparate con una pianta graminacea popolarmente chiamata disa. Nella piazza del paese viene allestito il palco sul quale verrà offerto il pranzo alla Sacra Famiglia. La domenica mattina, vicino all'ingresso della chiesa, gli organizzatori della festa raccolgono li prummisioni, cioè le promesse dei fedeli. I muli e i cavalli, per l'occasione, vengono bardati sfarzosamente con ricchi finimenti e vengono caricati delle offerte in grano; quindi vengono condotti dai contadini, i quali reggono un grosso ramo di abete. Questo bastone reca incisi dei grandi tagli, delle vere e proprie tacche nelle quali sono infilate le offerte in denaro, promesse per sciogliere un voto o come doni devozionali. La festa si conclude con la processione della statua, che inizia la domenica all' Avemaria in un frastuono di spari di mortaretti accompagnati da imponenti spettacoli pirotecnici.

A Marettimo, nelle isole Egadi, per festeggiare san Giuseppe è tradizione fare la (luminaria, che consiste nell'accendere tre falò o vampi di san Giuseppe, l'uno vicino all'altro, in onore di Gesù, Giuseppe e Maria. Ciò accade alla vigilia del 19 marzo, secondo una tradizione popolare per la quale il santo rappresenta tutti i poveri che soffrono il freddo e la fame. Il pranzo tradizionale viene preparato la mattina del 19 e la Sacra Famiglia è impersonata, secondo l'usanza, da tre persone scelte tra le più povere del paese. Al pranzo partecipano tutti gli abitanti dell'isola mentre coloro che non possono parteciparvi, perché malati o impossibilitati, vengono serviti in casa. Nel pomeriggio i devoti del santo si dividono in due gruppi, di cui uno si dirige

in chiesa e l'altro si ferma all'esterno. Una volta chiuso il portale il gruppo di fedeli rimasto fuori della chiesa comincia a bussare, mentre dall'interno gli altri chiedono: «Chi cercate?». Dopo tre volte il portone viene aperto e la statua di san Giuseppe compare sulla soglia. Inizia così una pantomima in cui il gruppo dei fedeli che si trova all'interno della chiesa cerca di trattenere la statua del santo, mentre l'altro gruppo tenta di portarla fuori. I festeggiamenti si concluderanno con la processione.

 

A Caccamo, in provincia di Palermo, divenuta al tempo dei Normanni uno dei punti strategici dell'isola, il 19 marzo si celebra san Giuseppe con a rètina, una sfilata di muli bardati a festa che, accompagnati dalla banda musicale, fanno il giro del paese per raccogliere offerte. Dopo la solenne funzione liturgica nella chiesa della Santissima Annunziata, il simulacro del santo viene portato in processione lungo una scalinata illuminata da ceri.

 

A Santa Croce Camerina, paese in provincia di Ragusa fondato nel 1598 dal marchese Celestri, il culto di san Giuseppe risale a quando venne rinvenuta su una spiaggia vicina, chiamata Punta Braccetto, una statua del santo. A seguito di una serie di miracoli, la statua venne collocata in una chiesa. La tradizione locale festeggia il santo con una cena che il Pitré (Feste patronali, cit., p. 450) descrive così:

«Non vi è famiglia di Santa Croce che per devozione non imbandisca una mensa per ricevere, in onore di S. Giuseppe, della Madonna e di Gesù, tre poveri, che sceglie tra le persone più bisognose del paese».

 

Il 19 marzo i tre santi, invitati alla cena e accompagnati da chi ha preparato il pranzo votivo, vanno in chiesa per ricevere la benedizione. Quindi si recano alla casa dove è stata preparata la tavola imbandita per consumare la cena: la tradizione locale vuole che i tre santi debbano bussare tre volte prima di poter entrare.

Come si è visto, tutte le feste che si celebrano in onore di san Giuseppe condividono una caratteristica fondamentale, cioè la preparazione del banchetto collettivo che, come nelle feste di origine agricola, assume un valore propiziatorio teso ad assicurare dei buoni raccolti ricorrendo ai segni dell'abbondanza.

 

Ma la festa di san Giuseppe non è soltanto la festa del pane, del raccolto e del risveglio della natura, è soprattutto la festa della famiglia, in cui attraverso la preparazione del pranzo votivo, i fedeli ritualizzano un momento quotidiano fondamentale della tradizione e della cultura contadina.

 

 

 

 

 

La "STRAULA" di oggi, molto più ridimensionata, rispetto a quella dei primi anni del secolo scorso, va in giro per le strade di Ribera, seguita oltre che dai membri del Comitato,

anche dalla banda cittadina e da numerose persone.

Uno splendido altare di San Giuseppe, realizzato, qualche anno fa, presso il plesso Imbornone della Scuola Elementare a tempo pieno -  2° Circolo - Ribera.

Una grandissima tavolata con centinaia di pietanze è stata preparata dalle mamme degli alunni ed è stata letteralmente presa d'assalto  da gran parte della cittadinanza. Inoltre, tutti  hanno avuto anche modo  di gustare il tradizionale minestrone preparato all'aperto.

 

 

Tra gli anni ''30 e '40 del secolo appena trascorso, "La straula", è stata notevolmente ridimensionata in altezza, anche perchè, con l'avvento della luce elettrica, i numerosi fili posti nella città non permettevano più il transito di quella originaria, che era alta circa 10 metri.

La straula, che ancora oggi è in uso è alta circa 4 metri e viene fatta circolare per le vie del paese su un carretto siciliano trainato da un mulo, unitamente alla banda musicale che esegue allegre marce, mentre i membri del Comitato si prodigano per raccogliere le offerte dei cittadini.

 

S.GIUSEPPE: LA “CRAVACATA DI L’ADDAURU

(Articolo di Giuseppe Nicola Ciliberto, pubblicato su 15 GIORNI)

 

La festa di "L'addauru" . Festa dell'alloro con la famosa "cravacata" (cavalcata)

di numerosi cavalli e cavalieri fastosamente addobbati (foto tratta da

"Monografia su Ribera"  curata da Raimondo Lentini).

Parecchi anni fa, alcuni giorni prima del 19 marzo, festività vera e propria di San Giuseppe, si organizzava con grande sfarzo, una manifestazione dedicata  alla giornata "di l'addauru", cioè dell'alloro, che ancora oggi, molto ridimensionata resta in uso. Un gran numero di uomini a cavallo con in mano rami di alloro riccamente adornati di nastri multicolori, partecipavano ad una suggestiva sfilata, comunemente  chiamata "la cravacata di l'addauru" (la cavalcata dell’alloro), attraversando le vie principali del paese. Solitamente, erano gli stessi membri del Comitato della Festa, che facevano l'andatura e precedevano tutti i partecipanti, distinguendosi dagli altri per il collare con l'immagine di San Giuseppe, che portavano addosso.

Solitamente gran parte dei cavallerizzi, erano i cosiddetti "burgisi", cioè gli agricoltori più facoltosi che facevano a gara a chi sfoggiava il più elegante  abbigliamento, i migliori stivali o l'addobbo più sfarzoso per il proprio cavallo, per poter vincere  un ambito trofeo, assegnato ogni anno da una apposita Commissione giudicatrice.  

C’era grande amore e attaccamento per i cavalli, dei quali molti riberesi erano proprietari e qualcuno anche allevatore. I cavalli venivano veramente trattati con ogni cura necessaria ed all’occorrenza preparati con le migliori bardature per esibirli con grande orgoglio in questo tipo di sfilate cittadine. L’occasione della Festa di San Giuseppe era sempre la più attesa e numerosi erano i partecipanti che facevano a gara tra di loro per attirare di più l’attenzione dei numerosi cittadini che si riversavano nelle strade del paese al loro gioioso passaggio, spesso allietato da suonatori di tamburo.

Avendo già descritto ampiamente la Festa di San Giuseppe nei precedenti numeri di 15 Giorni, il N. 36 del 12 marzo 2004 con “La Festa di San Giuseppe” e il  N. 61 del 11 marzo 2005 con “Le pietanze della Festa di San Giuseppe”, voglio per l’edizione di quest’anno 2006, riportare alcune notizie e curiosità sui cavalli,  portando in primissimo piano, questi bellissimi animali che hanno sempre ricoperto un ruolo determinante nella storia del progresso umano, aiutando l’uomo in numerosi lavori e partecipando, oltre che a cortei, parate e spettacolari esibizioni circensi,  anche a disastrose guerre.

Oggi, raramente i cavalli sono adibiti ai pesanti lavori di una volta, ma spesso impiegati per liete passeggiate o per gare di ippica, ancora oggi molto diffuse. Le prime vere competizioni ufficiali risalgono ai primi dell’800 e sono da attribuire all’Inghilterra che ha dettato norme e regolamenti che vengono applicati ancora oggi. Il cavallo, se curato bene può vivere sino a 40 anni, ma se trascurato o addirittura maltrattato si può considerato molto vecchio già a 20 anni.

Una antica foto dei primi anni del 1900, con il Comitato

riunito al gran completo durante la Festa dell'alloro.

Ecco alcune terminologie dialettali siciliane per saper riconoscere un cavallo:Cavaddu palummu  (con mantello bianco),  cavaddu mirrinu (con mantello grigio), cavaddu mirrinu arrutatu (con mantello bianco e macchie nere), cavaddu mirrinu corvu (con mantello scuro), cavaddu sauru (con mantello scuro tra il bigio e il dorato), cavaddu muschiatu (con mantello brizzolato di macchie nere),  cavaddu mureddu (morello, di colore moro), cavaddu baju (con mantello rossiccio chiaro o scuro), cavaddu fasolu (di qualsiasi colore ma con le zampe bianche), cavaddu ‘nsainatu (di colore grigio e con la testa scura), cavaddu facciolu (con una macchia bianca sulla fronte), cavaddu fruciuni (che ha le barbette alle zampe), cavaddu sarvaggiu

( non ancora domato), cavaddu fausu o fazu (disobbediente e recalcitrante), cavaddu scugghiu (castrato),  cavaddu rattu (che si agita alla vista di una cavalla), cavaddu currituri (da corsa), cavaddu di carrozza ( adatto a tirare il calesse), cavaddu di carrettu (robusto e lento, adatto a tirare il carretto), cavaddu giannettu (da corsa, molto agile e rapido), cavaddu appagnusu (che facilmente si imbinzarrisce), e ne segnono ancora altri.

Per ritornare alla Festa di San Giuseppe, ricordo che la cosiddetta “Cravacata di l’addauru” era sempre accompagnata dalla “Straula”, una altissima torre su ruote, con un'immagine del Santo, tappezzata di "purciddata" e foglie di alloro, molto alta ed imponente e che appunto, per le sue notevoli dimensioni,  veniva trainata da due possenti buoi. 

Ancora oggi, spesso assistiamo a sfilate di cavalli e sembra che stia tornando in auge l’antico amore e interesse per questi meravigliosi animali che grande importanza rivestono da sempre nell’ambito delle nostre più belle feste e tradizioni popolari.

 

 
 

Negli anni '40-'50, anche se c'era più povertà, gli altari preparati a Ribera erano molto più numerosi ed a volte superavano la decina, ma ancora oggi, ogni anno non manca qualche famiglia disposta a sacrificarsi, sia fisicamente, che economicamente per adempiere ad una promessa fatta al Santo.

Naturalmente, ogni volta che si prepara un Altare, vengono chiamate persone molto esperte, che curano nei minimi particolari, il rivestimento di pareti e soffitti con elegantissimi capi di corredo, nastri, veli e palme davanti all'ingresso.

 

Grande risalto viene dato all'Altare vero e proprio, dove campeggia una statua o un grande quadro di San Giuseppe e viene adornato di fiori di ogni genere, luci, ceri, dolci e cibi molto saporiti e decorativi.

Alcune delle pietanze più tipiche che vengono disposte in bella evidenza su un lungo tavolo, sono: "la pasta cu la muddica", "la 'mpignulata cu lu meli", "li sfingi", "li carduna fritti" e poi finocchietti selvatici, fave, piselli, uova, verdure, frutta secca, frutta fresca e dolci preparati in tanti modi diversi.

Bella mostra di sé fanno, infine, i grossissimi "purciddata" , sistemati l'uno sull'altro per occupare meno spazio. Insomma, la visita ad uno di questi singolari Altari è uno spettacolo di colori, di profumi, di pietanze e di religiosità, che ha un suo fascino tutto particolare, di cui gli ideatori vanno orgogliosi.

Alcune prelibatezze esposte nell'Altare di san Giuseppe,

con in primo piano i caratteristici "purciddata".

 

E' una antichissima tradizione, che è bene non far morire, ed anzi, con il patrocinio delle istituzioni, occorrerebbe stimolare sempre di più la gente, dando loro possibilmente, anche un aiuto economico.

Una cinquantina di anni fa questi bellissimi addobbi venivano realizzati in magazzini chiamati "funnaci" che durante la mattinata, prima dell'arrivo del Gruppo di pellegrini, venivano chiusi dal di dentro dai rispettivi proprietari.

Il momento di maggiore interesse era sempre l'arrivo di San Giuseppe, seguito dalla Madonna seduta su un asinello,

con il Bambino in braccio e i 12 Apostoli impersonati da ragazzi, scelti tra i più bisognosi

e comunemente chiamati "li virgineddi".  

Francesco Virzì che per almeno 40 anni, negli anni passati

ha impersonato la figura di San Giuseppe, durante la visita

agli altari.

 

A questo punto, dietro alla porta trovata chiusa, San Giuseppe, che fino agli anni '60 veniva sempre impersonato da Francesco Virzì, bussava con il suo lungo bastone adornato di fiori e pronunciava le seguenti parole (che venivano recitate per tre volte):                      

 San Giuseppe:  

"Patruni di 'stu funnacu, semu 'na pocu di passaggeri,  venuti di l'Egittu,

 stanchi di tanta via,  morti di fami e di  la siti. Ci 'nn'è alloggiu pi sta sira? "

 

Ogni volta il padrone di casa sbatteva la porta dicendo:  Nun c'è alloggiu pi vui !

 

Alla terza volta seguivano  queste commosse parole :

San Giuseppe (rivolto a Maria)Maria come farò !

Maria:  Giuseppe, combattemolo ssu sdegnu, vidi ca pi nui alloggiu nunn'hannu !

San Giuseppe:  Vedi Maria, sono rifiutato anche dai miei parenti.

Maria:  Andiamo Giuseppe perchè si è fatto tardi. Tu cammini avanti che io vengo appressu, che le preggi 'nni li livassi una grutta, chiamassi una voce al salvatore chi 'nni mandassi un poco di lustru !

San Giuseppe: Viva lu Patriarca di San Giuseppi !

Il padrone o la padrona, dapprima fingevano di non sentire, ma dopo un pò la porta veniva aperta e si negava la richiesta ospitalità. San Giuseppe, a questo punto, offeso ed amareggiato si rivolgeva, con grande delusione e tristezza, a Maria, al Figlio e agli Apostoli, dicendo, con evidente commozione:

 

                                                      San Giuseppe:      "Muglieri, Figliu, Apostuli mei,

                                                                                   stasira unn'avemu rizzettu;

                                                                                   stasira 'nni tocca durmìri fora e morti di fami".

 

Ma prima che la Sacra Famiglia con "li dudici virgineddi" andassero via amareggiati, i proprietari di "lu funnacu", mossi a pietà, spalancavano la porta, mettendo a disposizione tutto quanto era stato preparato per l'occasione.

 

La Sacra Famiglia e "li virgineddi", interpretati dai bambini della Scuola del plesso Imbornone, dopo la visita all''Altare, vengono finalmente invitati a partecipare al lauto pranzo, preparato per la solenne occasione, in una magica atmosfera di fede e folklore.

 

Anche i numerosi vicini di casa e i visitatori, alla fine potevano ottenere qualche pietanza della ricca mensa. Inoltre, poteva essere degustato un bel piatto caldo del tradizionale "Minestrone di San Giuseppe", a base di spaghetti sminuzzati e verdure varie, che veniva preparato fin dalle prime ore del mattino in mezzo alla strada, in un grande "casdaruni" di alluminio. Ancora oggi, qualche famiglia usa cucinare e distribuire questo semplice ma saporito minestrone, il cui assaggio viene considerato di buon auspicio.

La giornata festiva, come ancora è in uso a Ribera, viene conclusa a tarda sera, con la tradizionale e solenne processione del Santo per le vie del paese e con lo sparo degli immancabili fuochi artificiali.

 

Notizie sull'origine del nome: GIUSEPPE: (Dio aggiunga)

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

(Articolo già pubblicato sul periodico "15 GIORNI",  N. 49 del 24 settembre 2004)

 

E' il nome più popolare in Italia e sono circa 2 milioni le persone che lo portano, anche se molti, erroneamente , lo giudicano poco elegante ed oggi sono sempre meno i genitori che lo impongono ai loro figli.

La sua straordinaria diffusione è dovuta principalmente al culto di San Giuseppe, sposo della Madonna e padre putativo di Gesù, patrono della Chiesa universale, dei falegnami, e dei lavoratori in genere.

Il nome Giuseppe proviene dall'ebraico Jòsef, abbreviazione del più antico Johosèf che era composto da due parole: Jèhowa (Dio) e yasàf, (aggiunga), sicchè assume il significato di "Dio aggiunga", che in origine, più specificamente voleva dire "Dio aggiunga un altro figlio".

Pertanto deve desumersi che per credenza popolare o se si vuole, per volontà divina, dopo aver dato il nome Giuseppe ad un proprio figlio, sarà quasi doveroso tentare di farne nascere almeno un'altro, come fece, secondo la Bibbia, Rachele, moglie di Giacobbe, che pur essendo sterile, per volontà di Dio partorì il suo figlio prediletto che chiamò Giuseppe ed esclamò la frase: "Dio me ne aggiunga un'altro !"

Nel Medioevo il nome si è trasformato in Ioseppus e poi man mano, nel corso dei secoli, è diventato definitivamente Giuseppe.

Alcuni Giuseppe famosi sono stati : Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, eroi del nostro Risorgimento, Giuseppe Verdi, il più grande musicista e compositore di grandi opere liriche dell'ottocento. Inoltre, la storia ricorda: Giuseppe I (1678-1711) che fu re d'Ungheria e dei romani; ed un'altro Giuseppe I (1714-1777) che è stato re del Portogallo. Non si conoscono Papi che abbiano assunto questo nome.

Tra le donne, una delle più conosciute è stata Giuseppina, imperatrice dei francesi (1763-1814), nota per essere stata ripudiata nel 1796, da Napoleone Bonaparte, perchè rea di non avergli saputo dare un figlio.

Il 19 marzo, in Italia, oltre a festeggiare San Giuseppe è in uso, ormai da parecchi anni celebrare la "Festa del papà" in onore del santo più amato dai riberesi, che lo hanno eletto, assieme a San Nicola compatrono della nostra cittadina. Quale protettore di tutti i lavoratori viene ricordato il 1° maggio.

Personaggi di Ribera di nome Giuseppe

Giuseppe Ganduscio, pacifista (1925-1963), Gueli Giuseppe (1834-1917) sindaco nel 1882, Coniglio Giuseppe, sindaco facente funzioni nel 1920, Bonifacio Giuseppe (1882-1970) sindaco eletto il 23-10-1920 e dimessosi il 21-11-1920, Noto Giuseppe, commissario prefettizio nel 1939, Contino Giuseppe, commissario prefettizio nel 1944.

Infine, il nome Giuseppe è comune agli ultimi tre sindaci di Ribera e precisamente: Giuseppe Brisciana dal 17-6-1993, Giuseppe Di Salvo dal febbraio 1994 al mese di giugno 1998 e per ultimo, dopo la vittoria al ballottaggio del 7 giugno 1998 contro Antonio Sgrò, l'attuale sindaco Giuseppe Cortese, rieletto dopo un breve periodo di declassamento, dovuto ad una sfiducia da parete del Consiglio Comunale.

Un'altro riberese che merita senz'altro una citazione particolare è il Gen. Giuseppe Tavormina, già Generale dei Carabinieri, ex capo della D.I.A. (Direzione Investigativa Antimafia), segretario generale del Cesis ed oggi, nominato Consigliere per le questioni giuridiche ed amministrative del Ministero del Tesoro diretto da Azeglio Ciampi.

Varianti e forme dialettali del nome Giuseppe.

Del nome Giuseppe esistono a Ribera numerose varianti, diminutivi e trasformazioni dialettali come:

Peppi, Pippu, Pippineddu/a, Peppucciu, Pippinu/a, Piddu, Pidduzzu, Pepè, Pepeddu, Giusy , ecc.

Alcuni Modi di dire:

"Essiri un Peppi 'nnappa" (Essere un ingenuo bonaccione , che prende la vita con allegria senza crearsi problemi), "Essiri un Peppi coppula" (Essere un buono a nulla, senza alcuna autorità e che non sa farsi rispettare).

 

 

    

 
 

Festa di S. Giuseppe

(Dal manoscritto di Giuseppe Salerno del 1894)

 

In Sicilia, come altrove, i costumi e gli usi sono vari, come vario è il pensamento, il gusto, il linguaggio, ed il sentimento dei popoli. E perciò, mio caro lettore, che ti prego di non meravigliartene, se talune feste religiose, in tempi ora civili, hanno tutt'ora l'apparenza del carnevalesco, e del caratteristico mediovale. Cedimi un po'di posto nel lato della tua pazienza, ed ascolta ora ciò che avviene in Ribera in tale solenne giorno 19 marzo, per la festa del taumaturgo S. Giuseppe. Oltre ai mercoledì di tutti i giorni di quaresima che vengono celebrati a S. Giuseppe con messe cantate, panegirici, e banda musicale, nel detto giorno 19 di marzo, viene in processione condotto, per le vie consuete del comune, il simulacro, seguito dalla suddetta banda, con un immenso stuolo di popolo d'ambo i sessi.

All'anti vigilia della festa si fa la sera una numerosa fiaccolata di torce di pece e gesso con persone tutte a cavallo, che seguono le vie in processione, ed il Governatore della festa vestito in abito di gala, con ai suoi lati i propri assistenti, porta fra le mani un gagliardetto vermiglio, come segno del trionfo. Percorse, come si è detto le vie, si fermano tutti nel pratello della Madre Chiesa e bruciano le fiaccole facendone un mucchio.  

Nel medesimo giorno 19, quasi tutte le famiglie d'ogni ceto, sono usi fare li "Santuzzi", cioè prendere fra il basso popolo i più poveri, e costoro, chi rappresenta la Sacra Famiglia, e chi gli Apostoli del SS.mo Salvatore, viene loro preparata una mensa con varie vivande di sostanze macre, e d'erbe, come sarebbero riso, pasta, baccalà, cavoli fiori, finocchi di montagna, cardi, pepi, uova, ed altro, e con dei dolci pignolate, sfince, composte di farina, miele, e zucchero, non che raviole con ricotta zuccherata, ingnoccoloni e sfogliatelle dello stesso genere, con impasto di farina, miele, e zucchero.

Tutte le vivande, da mangiare i Santi, vengono poste sopra un altare a bella posta eretto in casa, ornato con dei candelieri che si ritirano dalle chiese, e vari mazzetti d'odorosi fiori sotto paramenti di serici drappi, e di carte indorate. In ogni piattello che contiene la vivanda, vi si trovano ben'anco dei fiori, ed un piattello con dentro una melarancia acida. Nell'altare medesimo vi sono parimenti collocati pani "vucciddati" per quanto ne sono i Santi, cioè pane a largo cerchio con vernice di giallo d'uovo, ornato d'alloro, e rosmarino, legati con serico nastro,

e nel centro anco una melarancia di quelle acide.

 

Pria che si da'principio al desinare, il prete in cotta bianca e stola col triregno sul capo, prende l'aspersorio, e benedice la casa e la mensa con acqua benedetta. II sagrestano, o qualche altro individuo, anco con semplice cotta, lo segue con un paniere nelle braccia, dove vengono riposte le uova che ricevono in complimento dalla padrona di casa per la benedizione fatta. Indi uno dei membri della famiglia, a capo scoverto, e piedi scalzi mette una tovaglia a tracollo, si piega in ginocchio dinanti l'altare benedetto, e dopo fatte le dovute preci, bacia la mano ai Santi che sono seduti nella mensa. Indi va'a rilevare dall'altare la melarancia acida, la conduce nella mensa, la spacca, e ne fa tanti pezzi, per quanti sono i Santi; li condisce con pepe e sale, e così viene dato principio ai pasti.

Se un curioso, senz'essere lì presente, volesse sapere il numero dei piatti che vengono serviti ai Santi, basta stare attento allo sparo del mortaretto, del fucile, e della pistola, dappoicchè per ogni piatto che viene ai Santi servito, viene annunziato con lo sparo di una di esse armi. I tamburinai coi tamburi girano le vie, e dove vedono gli altari, si fermano e fanno battere le mazzoline di legno sopra il tamburo in segno di tripudio. A costoro vengono complimentati dei soldi, o regalie di uova, ovvero qualche piatto dei cibi preparati ai Santi.

Delle vivande se ne fanno in molta copia, ed eccoti, come cibi benedetti, vengono distribuite al vicinato, agli amici, ed anco alle famiglie civili portati in  appositi piatti, o entro zuppiere di terraglia senza covertura, e tu vedi per le vie un andiriviene di persone con piatti pieni, e vuoti al ritorno, che van conducendo le contadinelle incaricate per la distribuzione. Tutte le famiglie d'ogni ceto van girando per tutte le vie, onde visitare gli altari e vedere mangiare i Santuzzi. A chi non è stato in Ribera, e non sa l'uso di tal giorno, lo schioppettare continuo, farebbegli tale impressione, come se trovato si fosse in un accampamento militare, dove i nemici si contendono il Regno.Terminati i pranzi Santi, ogn'uno di essi, si mette sul capo il proprio vucciddato, guarnito come sopra si è detto, e se lo porta in casa, il quale per essere bastantemente voluminoso, serve per parecchi giorni d'alimento a lui non solo, ma ben'anco agli altri componenti la famiglia.

Poscia segue la processione d'alcuni Santi, rappresentanti il Gesù, Maria, Giuseppe.

Il rappresentante S. Giuseppe indossa una cappa bianca e di sotto una veste azzurra con diadema d'argento sul capo, piedi scalzi, e bastone pure d'argento in mano, carico di fiori alla punta superiore. Ai lombi tiene la cofanella legata con dentro la sega, la pialla, il succhiello, il martello, e la tenaglia, per dinotare che S. Giuseppe era un falegname. 

La Madonna una mantella e veste azzurra di broccato, ed il bambino Gesù, una tunica turchina con diadema d'argento sul capo, tenuto con la mano destra dalla sua madre Maria. Scendono così il corso Maggiore, preceduti dal suono del tamburo, con un codazzo di gente devota a capo scoverto d'ambo i sessi, in atto di contrita rassegnazione. Giunti entro la Madre Chiesa, s'inginocchiano tutti innanti l'altare maggiore, e fatte le dovute preci, e ringraziamenti, escono così in locomotiva come di sopra, e si recano in una delle stalle degli alberghi.

Ivi giunti, trovano la porta chiusa, ed il S. Giuseppe col bacolo che tiene in mano picchia, e ripicchia l'uscio.

 Dopo alquanto esitanza finalmente, una voce dal di dentro come d'uomo dispettoso dice: - Cu è chi tuppia? cioè "Chi è che bussa?" ,_

Ed il San Giuseppe risponde: - lu sugnu, apriti. Semu vinuti di l'Aggittu e semu

stanchi di la via, datini pri carità tanticchiedda d'alloggiu.

Cioè a dire:"lo sono S. Giuseppe, siamo venuti dall'Egitto e ci troviamo stanchi, abbattuti. Dateci perciò per carità un poco di alloggio".

 

Alla risposta negativa, gli astanti mostrano il muso aggrinzato, e con gli occhi piangolosi, brontolano, addimostrando il dispiacere, per l'ingiuria ed il disprezzo ricevuto il San Giuseppe con la sua Sacra Famiglia. Così continuano poi a girare per le altre stalle, facendo la stessa funzione, ricevente in ogni parte sempre il rifiuto. Indi si ritirano nelle case dove han mangiato come Santi, si spogliano delle sacre vestimenta, e con il grosso pane, vucciddatu, in testa, se ne ritornano nelle rispettive case.

Tale devoto giorno, pei popolani, è un'orgia addirittura, un trastullo, una gazzarra, ed un passatempo molto divertito per alcuni, i quali, credo, desidererebbero ripetuto un simile giorno nel corso dell'anno, per così gonfiarsi bene il ventre, e vivere contenti con assaporare il delizioso vino!

(Nelle 3 foto di cui sopra (Collezione Giuseppe Nicola Ciliberto),  è sempre Francesco Virzi ad impersonare

il Patriarca di San Giuseppe, durante la visita agli altari, accompagnato da un asinello

con la Madonna e il Bambino Gesù e i 12 apostoli (li virgineddi), scelti sempre tra le famiglie meno abbienti).

 

 

san giuseppe

II culto - Le cappelle - La statua - La vara

(Notizie tratte da  "FESTE PATRONALI NELLA SICILIA OCCIDENTALE" di Giuseppe Pitrè,

e dal libro "Monografia sopra Ribera" di Giuseppe Salerno, da un manoscritto del 1894, trascritto, annotato e integrato da Raimondo Lentini)

 

La prima notizia di una edificanda cappella di San Giuseppe, quindi della diffusione del suo culto, ci perviene dal testamento di Giovanni Antonio Spataro di Caltabellotta, primo secreto del Principe Luigi Moncada fondatore di Ribera, del 20 febbraio 1642 (Archivio di Stato di Sciacca, notaio V. Scoma, voi. 1848, cc. 51-53); ivi leggiamo tra l'altro: Item testator ipse legavi et legat Cappelle Sancti Joseph edificande in Ecclesia dicta terre Ribere de Moncada, vel in Ecclesia Sancti Antonini terra predicta magasenum ipsius testatoris cum duabus fonei situm in terra predicta Ribere cum onere solvendi unciarum 1 et tarinos 3 anno quolibet....

La cappella, comunque, non fu fatta a breve scadenza come abbiamo notato dalle Sacre Visite. La troviamo edificata, invece, nel 1678; quindi si suppone che col legato dello Spataro e sicuramente anche di altri, accumulatisi per parecchi anni, essa si potè edificare però nella seconda Chiesa Madre.

In un atto del 6 giugno 1717 (Archivio di Stato di Sciacca, notaio G. Greco, voi. 4200, e. 121) abbiamo, inoltre, notizie della vara di San Giuseppe; in tale data infatti mastro Giovanni di Giorgi di Castelvetrano ed abitante a Ribera si obbligava con Carlo Scarpinato alias Milano, in qualità di Governatore della cappella, a fare un tabernaculo di legname d'abbito (abete) per tenerci dentro la statua di dicto glorioso San Giuseppe secondo il disegno tiene dicto Mastro Carolo, nec non un palio d'altare di legname della medesima maniera di quello dell'altare dell'lmmaculata Concezione....

 

È probabile, quindi, che anche una prima statua risalga a quel periodo (1678-1717), visto che ne venne fatta la cappella e la vara. Comunque queste non sono certamente la statua e la vara attualmente in uso. Infatti secondo l'Alliata (vedi più avanti) dovrebbe essere della seconda metà dell'800 ed è stata realizzata da Gioacchino Agliata. Mentre la statua, come vedremo, verrà sostituita nel XIX secolo. Ritorniamo ora all'altare. Di quello realizzato nella seconda chiesa madre non abbiamo più notizie poiché essa è stata demolita durante la costruzione dell'attuale. All'inaugurazione di questa chiesa, nel 1760, l'altare di San Giuseppe doveva essere posto nella navata di destra, guardando verso l'altare maggiore, e alla destra dell'altare dell'Immacolata. Restò lì fino alla metà dell'800.

Questo originario altare era stato voluto dalla famiglia Turano Campello. Infatti nel testamento di don Antonino Turano del 7 Gennaio 1761 (Archivio di Stato di Sciacca, notaio Giaccone A., voi. 5799, minute, carta 147 e ss.) troviamo una notizia interessante. Questa riguarda i legati che lo stesso Turano fa a favore della chiesa madre, disponendo in primo luogo al suo erede universale di versare un quarto degli introiti del raccolto di alcune sue terre, e la somma di onze 10 da impiegarsi nella formazione della Venerabile Cappella del Glorioso San Giuseppe in detta Venerabile Madrice Chiesa .... Don Antonino Turano era nato a Ribera il 9 Giugno 1720 da don Gioacchino e donna Caterina Navarro, si era sposato con donna Domenica Cuffaro ed era morto a Ribera all'età di 41 anni il 10 gennaio 1761. La stuccatura di questa cappella si deve ai mastri Luca Gualajanni e Giuseppe Guarneri di Corleone ed era stata eseguita nel 1764. Della statua che ivi venne collocata non si hanno notizie. È probabile, anche se attualmente non verificabile, che sia quella che era stata portata nella chiesa di San Pellegrino insieme a un Sant'Antonio (che era anche nella chiesa madre) ritrovato recentemente e che padre Territo, nel dopoguerra, aveva affidato a dei privati. 

 

Infine nell'elenco dei beni della chiesa madre stilato nella Sacra visita del 17 giugno 1846 fatta dal vescovo don Domenico Maria Lo Jacono, (era arciprete, in quell'anno, don Filippo Santangelo, che, però, già dal 1839, era ricoverato a Palermo per malattia mentale. La chiesa era retta dal sacerdote don Vito Miceli, in qualità di Economo, insieme ai Cappellani Sacramentali don Giuseppe Mule e don Liborio Puccio ed al Vicario foraneo don Antonino Montalbano.) leggiamo tra l'altro: "15 - Un diadema d'argento e bastone d'argento per S. Giuseppe che si conserva dalla signora Vincenza Cambisano; 16 - Una corona d'argento pel bambino di S. Giuseppe che si conserva dalla stessa."

 

Quindi il San Giuseppe di quell'anno, che non sappiamo se era questo o il precedente, era fornito di bastone e di corona per il Bambino Gesù.

L'altare di San Giuseppe rimase in quel posto fino al 1857. Da quell'anno e in seguito all'insediamento del nuovo arciprete, Michele Vaccaro, la chiesa subì dei restauri e delle modifiche interne. Tra queste abbiamo trovato una notizia risalente al 15 gennaio 1857 giorno in cui vennero pagate lire 15 a mastro Antonino Garamella per riformare ed ingrandire la Cappella di Maria SS.ma delle Grazie per ponervi la Statua di S. Giuseppe. Quindi l'altare della Madonna delle Grazie, che in precedenza aveva sostituito il SS. Sacramento, fu rimpiazzato da quello di S. Giuseppe. A controprova di ciò si può vedere ancora sull'arco dell'attuale altare il bassorilievo del Cuore di Gesù.

 

Questa notizia la ritroviamo pure in un documento del 1873 che si trova nell'Archivio della Chiesa Madre scritto dall'arciprete Vaccaro, riguardante i "Conti che si presentano al Consiglio Comunale di Ribera" dal 1855 a tutto il 1872 sulle erogazioni fatte dal detto Consiglio a vantaggio della chiesa madre. Infatti nell'ultima pagina leggiamo:

"Nel resoconto non si è fatto cenno di tante altre erogazioni in vantaggio della Chiesa, perché in esse l'Arciprete ha concorso non già col denaro della Chiesa, perché non ne avea  disponibile, ma bensì colla sua cooperazione animando la pietà dei fedeli a beneficio della Chiesa Parrocchiale. E per cennarne alcuni di tali ben fatti, e rendere la dovuta lode a chi la merita, si è costruito un elegante altare di marmo nell'antica cappella di S. Alfonzo e per dedicarsi a S. Giuseppe, in gran parte a spese dei fratelli Pasciuta fu Filippo." Nicolo Inglese (Storia di Ribera, Agrigento 1966) ci riferisce la stessa notizia aggiungendo delle informazioni sulla statua: "Caratterizzano quel tempo (XIX secolo) le offerte di statue di gran pregio artistico fatte da privati alle chiese.

Si devono: ai fratelli Pasciuta il decoratissimo altare di S. Giuseppe, in legno intarsiato d'oro ed artisticamente colorato, la ninfa di cristallo nella navata della cappella, il simulacro del Santo."

Quindi la statua attuale è del XIX secolo e non del XVIII come si credeva. Degli esperti ci riferiscono anche che è della scuola del Bagnasco, se non addirittura sua. Non avendo altri documenti allo stato attuale a provare ciò possiamo supporre che la statua sia stata fatta da Salvatore Bagnasco, scultore in legno palermitano che eseguì durante moltissime statue di San Giuseppe. Ad Aragona quella della chiesa del Carmine, a Santa Croce Camerina nella Chiesa Madre (1819), a Canicattì nella Chiesa dèi Purgatorio, a Casteltermini nella chiesa di San Giuseppe, ecc. (L Sarullo, Dizionario degli Artisti Siciliani - Scultura, Palermo 1994). Salvatore Bagnasco era, quindi, in auge in quel periodo per l'esecuzione di parecchie statue di San Giuseppe così niente di strano che i fratelli Pasciuta si sono rivolti a lui personalmente o a chi lavorava per lui per l'esecuzione della statua di Ribera.

I fratelli Pasciuta, per precisione storica, erano: don Michele (n. 13/4/1839 - m. 11/6/1902 e sindaco dal 1869 al 1871) sposato il 29/4/1873 con donna Maria Pasciuta di don Emanuele e donna Faustina Musso; don Luigi (n. 28/11 /1832 - m. 5/8/1862); don Emanuele (n. 29/9/1831 ). Questi erano figli di don Filippo (m. 17/4/1861) sposato il 27/8/1830 con donna Rosa Cambisano di don Pietro e donna Giuseppa Licata.

Un altro ramo di questa famiglia e cioè quella del marchese Gaspare Pasciuta prendeva invece la cura dell'altare e della festa dell'Immacolata e ne faceva eseguire anche la statua. Tale cura passava poi in casa Parlapiano-Vella.

Per i lavori fatti nel secolo scorso nella cappella il Cardillo nell'opuscolo "La Chiesa Madre di Ribera", aggiunge, a pagina 11, "L'arciprete Licata, lieto ma non pago, fedele al suo programma di rendere sempre più bella la Casa del Signore, chiamò per le decorazioni interne il prof. Luciano Vitabile da Sciacca, il quale con grande perfezione artistica seppe ornare il maestoso Tempio, precipuamente di ori i capitelli e di sacri dipinti le cappelle del SS. Sacramento e di San Giuseppe"

Dopo la caduta della Chiesa Madre avvenuta il 29 dicembre 1969, la cappella restò intatta ma abbandonata, insieme alla chiesa, per più di 20 anni. In questo periodo subì delle mutilazioni orrende fatte da individui che chiamarli "vandali" sarebbe lodarli. Tutte le colonne tortili vennero rimosse e sono scomparse, così anche lo sportellino del tabernacolo, e via di seguito. II Comitato per la festa, in seguito all'apertura della chiesa si prodigò al restauro e, praticamente, vennero ricostruiti tutti i pezzi mancanti grazie a delle foto d'epoca. Infine per quanto riguarda la vara apprendiamo da una lettera pubblicata su Paesi (Paesi, Periodico mensile d'informazione, Ribera, Anno III, n. 21, novembre-dicembre 1984, pag. 8.), un mensile che usciva a Ribera negli anni 80, quanto segue: "Scempio del sacro . Caro Direttore, Vi scrivo per ricordarvi di raccogliere documenti e notizie, possibilmente in originale o in fotocopia, sulla Chiesa Matrice di Ribera, tutti quelli che potete. Ricordatevi dei falsi storici e l'attribuzione delle poche cose d'arte che si trovano in paese. L'ultimo riguarda, ad esempio, una "oscena", per la sua pessima riproduzione, cartolina illustrata della "Vara di S. Giuseppe".  Ma quale autore ignoto?

E quale secolo XVIII? La "Vara"  è opera di Don Gioacchino Agliata, riconosciuta tale per lunga tradizione familiare, e risalente alla seconda metà dell'800. Essa è a forma di "tempietto"dalla volta a crociera con costoloni leggeri e con effetto esterno di minicupola a base quadrata , poggiante su quattro colonne di stile corinzio: dalle generali proporzioni classiche o, se si vuole, neoclassiche. Il solito analfabeta clericale o laico, incapace di un minimo d'analisi storico-stilistica dell'opera, deve averla confusa con la "Vara del Crocifisso". Questa, sì, anteriore a quella di San Giuseppe, probabilmente del secolo XVIII, tardo barocco, strutturalmente greve, dalle colonne bianco-gelido, tortili. Oggi certamente distrutta, data la sensibilità estetica o comunque storico-conservatrice che contraddistingue parte del clero agrigentino. Così dunque, vanno le pubbliche cose a Ribera nell'anno di (poca) grazia 1984. Bisognerà lottare finché possibile. Ma, alla fine, nessuno di noi piangerà "super fulmina Babylonis". Un consiglio. Ricordatevi che le battaglie culturali, se si vogliono vincere, vanno fatte unitariamente. "Super partes". Firmato: C. F. Alliata".  Quindi il culto di San Giuseppe era aumentato maggiormente, forse a discapito di quello di San Nicola, al punto che con lo spostamento dell'altare in un posto più consono al Santo e con la nuova statua, assunse conseguentemente una importanza maggiore anche la festa.

 
 

 

La festa

Per quanto riguarda la festa la prima notizia certa ci perviene dai Riveli (ossia dai censimenti) dell'Università (Comune) di Ribera dell'anno 1714; infatti i Giurati prò tempore Vito La Pasciuta, Stefano Cammisano, Nicolo Riggio e Giuseppe Ajello dichiararono tra le spese comunali di pagare ogn'anno onze 2 per la Sollennità del Glorioso Patriarca San Giuseppe I Patrono, ma sicuramente già da molto tempo prima veniva fatta la festa. Nel 1746 venne erogata soltanto un'onza, invece nel 1787 si ritornava a due onze.

Ma l'auge la festa, come abbiamo detto, l'assunse nel XIX secolo grazie alla famiglia Pasciuta e alle persone devote al Santo.

La prima descrizione scritta della festa è stata fatta e pubblicata dal Pitré nella sua collana dedicata agli usi, costumi e tradizioni popolari della Sicilia pubblicata nel 1900. In loco il Pitré usufruì dell'aiuto di Domenico Chiaramente che era Segretario comunale dal 1895 al 1915, anno della morte (vedi foto pag. 38).

 

La stràgula è una torre alta una decina di metri, dalla estremità a forma di corona. Vien costruita sopra un grandissimo carro, il cui trasporto, da un magazzino all'abitazione del governatore, è una festa per sé, resa più allegra dalla immancabile banda musicale. Il lavoro di costruzione procede rapidamente: i falegnami non perdono un quarto d'ora per riuscire a compierlo subito. Il rivestimento è di rami d'alloro e tutta la superfìcie è coperta di grossi buccellati (cudduri) di pane legati tra loro per mezzo di cordicella di cerfuglione (giummara, giummarm).

 

La quantità di questo pane è tale che supera le due salme (ettol. 5,48), e dev'essere tanto, perché rappresenta l'abbondanza; come l'alloro, la gloria del taumaturgo. Nel davanti, verso il centro della stràgula, è collocato un quadro di S. Giuseppe, il padre della provvidenza, ed in cima un fazzoletto rosso che svolazza al vento.

 

Questa curiosissima torre vien tirata da due buoi dalle corna rivestite di nastri a vari colori. Per procedere con ordine dovrei dire che la sera del 17 percorre tutte le vie del paese una grande fiaccolata. Il lettore non immagini qualcosa di simile alle fiaccolate moderne.

 

Contadini e villani portano ciascuno un mazzo di saracchio (busi) acceso ad una estremità, e dietro i soliti tamburini, che bastano a tenere scosso tutto un comune. Ma la fiaccolata dei contadini è fuoco di paglia e non lascia nulla di fronte alla stràgula del giorno seguente, come questa impallidisce a paragone dei Santi del 19, (S. Giuseppe, Maria, Gesù, signori Apostoli, venite a casa mia, al mio petto, non vedete voi che questo albergo è [raccoglie persone che hanno] cuore di tigre !).

Qui il vecchio Giuseppe, a cui un'ora dev'essere parsa mill'anni, dimenticando la serietà del personaggio che rappresenta, si abbandona a saltare, ad abbracciare il generoso ospite, il quale lo conduce con tutti i suoi nella propria casa, dove è una mensa apparecchiata, e li fa rifocillare.

 

Successivamente, ed in ordine cronologico, ha scritto qualche cosa sulla festa anche Nicolo Inglese nella sua storia di Ribera (Storia di Ribera, Agrigento 1966), ci riferisce: "Così, per rendere più solenne la festa di S. Giuseppe, si praticò di farla precedere dall'ingresso nel paese e giro per le vie di un centinaio d'uomini, in duplice fila, a cavallo, con accompagnamento di tamburi e musica. Ogni uomo reggeva in mano un ramo d'alloro raccolto sulle rive del fiume Magazzolo, nei pressi di Bivona, ornato con nastri di seta di vario   colore; ordinatamente teneva il proprio posto nella fila, e faceva da seguito al governatore ed agli assistenti della festa, riconoscibili dalle insegne che portavano al petto.

 

Al termine dello sfilamento l'alloro veniva deposto davanti alla casa del governatore della festa per essere poi impiegato nel rivestimento d'una torre di legno costruita per l'occasione, alta sino oltre il tetto delle case a primo piano, arricchita nell'interno da altare con simulacro del Santo, ed all'esterno, alla vigilia della festa, letteralmente rivestita di pani destinati ai poveri.

La torre (straula), trainata per la sua pesantezza da due buoi, seguiva la processione, come avviene tuttora, ma con una torre molto ridotta di proporzioni, trainata da un asinello.

 

Musica, scampanio, rullo di tamburi e sparo di petardi, prima ancora dell'alba, annunziavano il giorno della festa e, nelle ore del mattino, si mettevano in giro cortei raffiguranti S.Giuseppe, Maria col Bambino ed i tredici Apostoli, i quali, dopo avere chiesto invano ospitalità presso i vari fondaci del paese, finivano nella casa della persona che per grazia ricevuta dal Santo li aveva predisposti e là trovavano accoglienza affettuosa, pasto abbondante e doni.

Localmente S. Giuseppe era chiamato il "Santo dei poveri" ed in realtà dalla festa i poveri traevano larghi benefici. La stessa festa, in modo alquanto ridotto ma sempre solenne, veniva di nuovo celebrata ogni anno nella domenica successiva a quella di Pasqua; scomparve nel 1913.»

 

Secondo l'Inglese è la seconda festa di S. Giuseppe si svolgeva dunque la domenica successiva alla pasqua, invece sia il Salerno nel nostro manoscritto sia il Grado, come leggeremo sotto, dicono che la festa si svolgeva il Lunedì dell'Angelo.

Giuseppe Grado nella sua opera inedita sull'orfanotrofio S. Giuseppe (Ribera e l'Orfanotrofio San Giuseppe, Palermo 1968),  ci riferisce:

San Giuseppe "lu patruzzu di la pruvidenzia" ha in Ribera un culto particolare, una speciale venerazione. Lo dimostra il gran numero di icone che si vedono in ogni famiglia, la quantità delle cappellette che si trovano nel comune e nella campagna, lo dimostra ancora un fatto a cui non tutti i riberesi forse hanno posto attenzione: se in una riunione qualsiasi di uomini o donne si prova a chiedere il nome di tutti i presenti ei si sentirà rispondere in gran maggioranza: Giuseppa, Giuseppe; su dieci tre o quattro, se non cinque, portano quel nome. La festa di S. Giuseppe assume particolare importanza. Sino a poco tempo fa si festeggiava due volte: il 19 marzo e il lunedì di Pasqua. Inizia "cu l'addauru" l'offerta dell'alloro. Una cavalcata imponentissima dai cavalli ornati da ricche gualdrappe, dai cavalieri caracollanti gira le vie del paese recando "la cima" fronzuti rami di alloro intrecciati con tanti nastri multicolori. Qualcuno porta addirittura un mezzo albero i cui rami intrecciati formano una cappelletta ove si colloca l'immagine del Santo. I picciotti (i giovinastri) fanno scoppiettare "li trona" (mortaretti), per rendere più viva la festa e un po' per fare imbizzarrire i cavalli e collaudare l'abilità dei cavallerizzi improvvisati. In tanto trambusto fra tanti animali e qualche caduta da cavallo, non è successo mai un guaio: particolare grazia del Patriarca. La "Cima" più bella è quella "d'u guvernaturi" il direttore della festa che coi membri del Comitato apre il corteo a cavallo. Governatore e comitato per distinguersi portano al collo con vari nastri bianco gialli, una placca d'argento dov'è inciso il Patriarca che regge in braccio il Bambino Gesù.

 

Fatto il giro delle vie principali (la strada di li Santi) la cavalcata accompagna il direttore di festa a casa e questi offre "lu scacciu": ceci, fave e mandorle abbrustolite un vinello frizzante che monta alla testa e allieta la festa. Ho voluto ricercare l'origine di questa tradizione, l'intimo significato dell'offerta dell'alloro,

non l'ho trovato: il popolo mantiene le sue tradizioni, le colora di poesia ma spesso non sa darne spiegazione. Interrogai un tale che volendo eccellere e portare una bella cima aveva addirittura stroncato un alloro e mi rispose snocciolando un canto popolare tanto ingenuo e tanto poetico

"S. Giseppi avia 'u vastuni

-'u vastuni ci sciurì e S. Giseppi vinci

- Si potti maritari cu la Vergini Maria

- la cchiù bedda, la cchiù pura chi ci sia.

L'addauru ca portu pi la via nni dici sta fattata -

Chi voli vossia?..."

Descriveva la scena del matrimonio di Giuseppe nel tempio come viene riprodotta nell'iconografia antica popolare: S. Giuseppe aveva il bastone - il bastone fiori e S. Giuseppe vinse tutti gli altri aspiranti - potè sposare la Vergine Maria la donna più pura e più bella che ci sia. L'alloro che porto per la via ricorda quest'episodio. Cosa vuoi sapere di più?... Dando una significazione anagogica alla tradizione penso che il significato e il motivo dell'offerta dell'alloro possa essere questo: l'alloro è il simbolo, l'emblema della vittoria, S. Giuseppe casto, vinse le passioni, con la sua modestia vinse g.li altri patriarchi tanto da meritare di essere scelto come padre putativo di Gesù; vinse il demonio che voleva speculare sullo stato di Maria; con ardore di padre lottò e vinse Erode e la sua sbirraglia, è un vittorioso a lui si deve l'alloro. La manifestazione vuole rendergli perciò il meritato omaggio offrendogli l'alloro della vittoria.

 

La sagra dei poveri.

Per onorare San Giuseppe, il padre dei poveri, nel giorno della sua festa le famiglie facevano a gara per aiutare i miseri, ognuno secondo le proprie possibilità. Alcune preparavano una caldaia di minestra e la distribuivano:

"A Minestra di S. Giseppi" altre a facianu' u S. Giseppi" offrivano un pranzo pantagruelico a tre poveri: un uomo, una donna, un bambino che raffiguravano la Sacra Famiglia.

Anche le famiglie povere facevano "u S. Giseppi" a volte andavano in giro ad accattare la farina, l'olio e gli altri ingredienti pur di offrire un pranzo ai più poveri di loro, un pranzo forse non tanto assortito ma sempre abbondante e ricchissimo di amore e di fede. Per i poveri che facevano da santi qualche giorno avanti si preparavano "i purciddata  tumminara o cudduri" pani rotondi alla cui confezione s'impiegava la farina di un tomolo dP' grano (15-16 Kg.) rabescati bellamente e resi lucidi con vari spruzzi d'uovo e di papaverina. Si facevano pure "li varbi"pani a doppio cono rovesciato che grosso modo assomigliava alla barba di S. Giuseppe. I buccellati venivano cotti in un forno"camiatu cu li strippuna"riscaldato con i sarmenti di vite e appena sfornati, portati in giro dalla fornaia ancora sporca di fuliggine: Tajà ch'è beddu 'u purciddatu! Guardate quant'è bello il pane di S. Giuseppe, ripeteva con orgoglio. Le donne si segnavano e baciavano il pane croccante, ben cotto. Per la propria famiglia si preparavano la "pasta cu 'a muddica "spaghetti conditi con mollica di pane fritto e zucchero, e a la minestra di tutt'ammischi" minestrone di cavolfiori, piselli, finocchielli di montagna, altre verdure e pasta di diversa qualità che veniva "addimannata" chiesta in elemosina: ogni massaia per penitenza si umiliava e chiedeva alle vicine n pugnello di pasta, quelle le davan la pasta che avevano e così com'era si buttava nella pentola e si mangiava per devozione. Inoltre si preparavano i ravioli (frittelle di ricotta), fritto di asparagi ed altre leccornie che variavano di paese in paese.

 

A tuppiata o funnacu.

Ora non si fa più. Quante belle tradizioni piene di significato, dense d'insegnamenti non si ricordano e non si praticano più. Tre poveri: un uomo, una donna, un bambino vestiti alla foggia orientale raffiguravano la Sacra Famiglia e rappresentavano una scena del ritorno dall'Egitto. Maria e Gesù erano a cavallo di un asino e Giuseppe, carico degli attrezzi del falegname "cu li stigli 'ncoddu" guidava lo stanco animale. La povera bestia aveva portato la madre e il bambino per monti e per valli ma i pellegrini non erano meno di lui: Giuseppe

aveva fatto la strada a piedi col suo pesante fardello. Necessitavano di un rifugio ove potere passare la notte e riposarsi; la tempesta era imminente. C'era in vista un fondaco, una stalla di passaggio, gli unici alberghi di allora e vi si avviano sperando di trovare delle persone buone che avessero voluto accoglierli bene. Il popolo si assiepava e attendeva riverente il compiersi della rappresentazione. Giuseppe bussava alla porta col suo bastone fiorito e chiedeva asilo. Nessuno rispondeva. Tornava a bussare inutilmente. All'interno si sentiva giolito di bicchieri e acciottolio di piatti, c'era gran pranzo. Il santo tentennava, avrebbe voluto andarsene ma era quasi notte, Gesù e Maria erano molto stanchi. Tornava a battere per la terza volta:

"Patruni di stu funnacu,

semu tri poviri pilligrini,

vinuti di l'Egittu, stanchi di longa via,

dati rizzettu a'nnomu di Maria"

(Padrone di questo fondaco, siamo tre poveri pellegrini, veniamo dall'Egitto, siamo stanchi per la lunga strada percorsa, dateci alloggio in nome di Maria.)

Il fetico portone si apriva, ma un solo spiraglio per vedere chi fosse l'importuno, poi un vocione rauco, avvinazzato, minaccioso li ributtava: Andate, non c'è posto per i pezzenti! La scena si ripeteva davanti ad altri due o tre fondachi poi lu bonu cristianu, una persona pia, li accoglieva benevolmente e li portava sul palco, alla tavola appositamente preparata ove i tre poveri consumavano un pranzo luculliano con le pietanze offerte dai buoni fedeli.

 

 
 

La tavola di San Giuseppe

Si preparava in piazza su un grande palco a cura del Comitato della festa e di solito tutto il popolo approntava le varie portate: "si scrivianu", ogni famiglia prenotava la pietanza che avrebbe offerta per non avere doppioni o deficienze.

In qualche paese il signorotto del luogo si arrogava il diritto di offrire tutti gli ingredienti, la Signora approntava la sua tovaglia più bella di Pizzo Cantù e la posateria d'argento e le donne del vicinato "cunzavanu" gli addobbi e le vivande.

 

La Tavola era un altare, ogni cibo un simbolo: simbolo della vita, della passione e della morte del Cristo. Sul bordo esterno della tavola, nella parte più visibile, in bell'ordine erano posti “purciddata tumminara" quelli che i santi dovevano portare a casa. Tra lo alloro e il rosmarino c'erano le prime spighe e i baccelli di fava dell'annata, simbolo dell'abbondanza che viene da Dio e che come primizia si offriva a Dio in propiziazione e ringraziamento. Al centro, davanti al posto del Bambino si poneva un pane tricorne e del vino: simbolo della Trinità e del corpo e del sangue del Figlio di Dio. Il pane tricorne era tagliato in quattro parti dalla croce tre croci quindi, le tre croci del Calvario. Il pane diviso in dodici spicchi ricordava i dodici apostoli. A destra si ponevano i carciofi che ricordavano la corona di spine del Redentore e a sinistra i fichi e le sfingi (frittelle di farina e uova): i primi rappresentavano la dolcezza delle parole di Gesù, le sfingi il suo mistero.

Tra il pane, il vino e i buccellati erano poste le pinocchiate, per la forma e il nome ricordavano il calvario, il legno della Croce, strumento di martirio e di redenzione che il Cristo ebbe sempre avanti agli occhi. Mentre il parroco, in pompa magna, benediceva la tavola e i presenti, la persona più rappresentativa del paese, in ginocchio, spesso a piedi nudi (dolce fraternità dei tempi antichi!) serviva le pietanze. Ai santi si offriva uno strano antipasto: le arance amare (asciutte) condite con pepe e olio. Perché?... Siccome ogni cosa aveva un significato, penso che volesse ricordare la verginità dei Santi e le mistiche nozze del Cristo con la Chiesa: la zagara da cui viene l'arancia è il simbolo della verginità e delle nozze. Veniva servito il melangolo perché il bambino, i santi e il popolo ricordassero che al Cristo fu dato il fiele e perché non dimenticassero che anche nella gioia, nell'abbondanza, nella felicità per essere degni seguaci del Cristo bisogna far penitenza. Tutto era un simbolo, una reminiscenza, un'allegoria che hanno del santo, del fantastico, altamente significativo e educativo. La musica intanto sonava le tarantelle più allegre perché la gente potesse divertirsi e stare allegra, le castagnole scoppiettavano, i giovanotti e le ragazze... occhieggiavano pudicamente e i tre poveri santi godevano felici di tutta quella grazia di Dio che veniva loro offerta.

La straula

Quando le strade non erano state ancora invase dalla rete telegrafica e telefonica, quando i fili elettrici non si accavallavano sulle strade, dalla Domenica dell'Alloro alla festa, andava in giro per le vie del paese la straula accompagnata da centinaia di ragazzi che battevano i campanacci. (In agricoltura la straula è un attrezzo di lavoro, è un carro che poggia su sci e serve per raccogliere i covoni di grano sparsi per i campi e trasportarli alle biche. Da lei deriva il gergo siciliano "strauliari" raccogliere i covoni.)

Era una piramide verde, alta cinque o sei metri, posta su un carro a due ruote, trainato da due buoi. Era molto instabile, a volte si rovesciava, "abbattìa" perciò nel 1903-4 il governatore della festa Sebastiano Amato detto "lu biancu" invogliato da Ciciu Lu Monacu, membro del comitato, commise a Gioacchino Abisso falegname - carradore, una straula alta undici metri poggiente su un carro a quattro ruote da far trainare da due coppie di buoi. Sulla barcaccia, mascherata di alloro, a volte prendevano posto elementi della musica locale per allietare con mazurche e canzonette il lento procedere del carro.

La Straula, ornata di alloro e di mirto, portava in cima una statuetta di S. Giuseppe e girava per le vie per la questua dei panini tondi (purciddateddi o cuddureddi) che la sera venivano distribuiti ai poveri. Ogni purciddateddu pesava circa un chilogrammo e qualcuno ricorda che più di mille se ne attaccavano alla straula. Accanto ai pani, nella festa dei proprietari che si celebrava il lunedì di Pasqua, i pastori di Parlapiano appendevano alla straula Tanieddi di cascavaddu"gli agnellini, cavallini e i torelli di caciocavallo.

La straula era un simbolo, ogni cosa in lei aveva un significato. La torre dava l'idea della fortezza della fede; il pane benedetto l'istituzione dell'Eucarestia; gli agnellini, i cavallini, i torelli erano emblemi dell'agricoltura, della pastorizia e del lavoro da cui promana la ricchezza degli uomini. L'alloro, il mirto il segno della gloria per l'umano riscatto; il rosmarino il profumo e la fragranza dell'amore cristiano che tutti affratella e accomuna.

Oggi la simula non si fa più per cause di forza maggiore però non si dovrebbe dimenticarne il significato e il fine nelle feste prima di pensare a spari e baccanali bisogna pensare ai derelitti e ai poveri.»

Anche un periodico riberese si interessò alla festa e Giovanni Russo scriveva così nel 1982

(Paesi, Periodico mensile d'informazione, Ribera, Anno I, n. 2, marzo 1982, pag. 19):

«La festa di San Giuseppe a Ribera

Una festa caratteristica di Ribera e anche, se pur con qualche variante, di altri paesi della nostra zona è quella del patrono San Giuseppe. Anticamente si svolgeva così: per le vie cittadine sfilavano un centinaio di uomini a cavallo tenendo in mano un ramoscello di alloro con nastri di seta di vario colore. Precedevano la sfilata i membri del comitato organizzatore della festa, distinguibili dall'insegna che portavano sul petto: uno spettacolo che suscitava curiosità. Notevole la gara per adornare il ramoscello nella maniera più bella possibile, ed inoltre, "li burgisi" (contadini benestanti) si distinguevano per la sfolgorante bardatura dello spumoso cavallo e per i lucidi gambali. La sfilata si concludeva davanti la porta del governatore della festa, dove si deponevano i ramoscelli che servivano per adornare una torre di legno, costruita per l'occasione, alta fino oltre il tetto di una casa. La torre veniva ornata internamente da un altare con il simulacro del Santo ed esternamente veniva rivestita di pani da distribuire ai poveri.

La torre, chiamata "straula" veniva trainata da buoi durante la processione.

Precedeva la festa, la famosa "arburata", con scampanio, musica e spari di mortaretti; poi un piccolo corteo che rappresentava San Giuseppe e Maria col Bambino Gesù su un asinelio, si metteva in giro per le vie cittadine, seguito dagli Apostoli. San Giuseppe con la barba, la parrucca, il bastone fiorito, il camice e il manto bianco, portando sulle spalle una "coffa" (cesta di vimini) con la sega ed altri strumenti da falegname, se ne andava bussando ai fondaci del paese, dicendo:

 

"Patruni di stu funnacu

apriti a tanti pilligrini

stanchi di tanta via

morti di fami e di la siti".

 

Il padrone fingeva di non sentire, anzi gli sbatteva la porta in faccia; San Giuseppe, offeso, rivolto ai suoi, singhiozzando diceva:

 

"Muglieri, figliu, apostuli mei

stasira nun avemu arrizzettu, •• •'

stasira nni tocca durmiri '

fora e morti di fami".

Oggi la festa di San Giuseppe non si svolge alla maniera tradizionale: per esempio è scomparsa la "cavalcata" per le vie cittadine ed altri particolari.

San Giuseppe è riconosciuto il Santo dei poveri e a testimonianza di ciò i devoti si astenevano da pranzi lauti mangiando la "pasta cu la muddica". Caratteristico ancora "lu vurciddatu " adornato con rosmarino, che i fanciulli conducono per le vie cittadine.»

Nel 1991, invece, Giuseppe Scaturro pubblicava sul settimanale riberese Momenti di vita locale, un articolo sulla Straula,

(Momenti di vita locale, Ribera, Anno III, n. 70, 24 marzo 1991, pag. 14):

 

"Un Carro Trionfale chiamato Straula"

Passa la processione: "Evviva lu Patriarca di San Giuseppi!"; spunta una torre fatta di alloro e di pane, un bimbo domanda al nonno:"Ma cos'è quella?" e il vecchio, fiero e intriso di ricordi, risponde: "È la Straula!". Ecco sintetizzata in una piccola domanda la conoscenza delle tradizioni popolari oggi: oramai solo gli anziani sono testimoni e depositar! dei segni del passato. La società consumistica, fatta di aberranti corse al Dio denaro, va spazzando via, inesorabilmente, la storia e le tradizioni di un popolo. E anche la Straula, anno dopo anno, va volando via.

Lo storico Giuseppe Pitrè ("Feste patronali in Sicilia") ci testimonia la presenza di alcuni carri trionfali nella nostra isola nel secolo passato. Tra questi i più noti erano quello della Santuzza Santa Rosalia a Palermo, di Gesù Nazareno a San Giovanni Gemini e la Straula di San Giuseppe a Ribera.

 

Quasi sicuramente, però, il carro trionfale visto dallo storico palermitano nella Ribera dell'ultimo ottocento non era e non poteva essere quel misero carretto visto da noi oggi. Ci raccontano i nostri nonni, infatti, che il carro aveva assai più vaste dimensioni e che, addirittura, prima della processione che si svolgeva in serata il governatore della festa passava per le vie dicendo:"Livati li curdini di li barcuna ca stasira passa la Straula". E dal racconto certosino dei nostri anziani (descritto fedelmente anche da Nicolo Inglese nella sua Storia di Ribera) apprendiamo molte altre abitudini oggi quasi del tutto svanite. La festa di San Giuseppe si faceva sempre precedere dall'ingresso lungo le vie del paese di un centinaio di uomini a cavallo i quali reggevano in mano un ramo di alloro, raccolto sulle rive del fiume Magazzolo, ornato con nastri di seta di vario colore. Al termine della sfilata l'alloro veniva deposto davanti la casa del governatore della festa per essere poi utilizzato nel rivestimento di una torre di legno alta più di dieci metri, arricchita nell'interno con un simulacro del Santo e rivestita all'esterno di pani, i quali a festa ultimata, diventati ormai duri venivano inzuppati

in grandi calderoni di "ricotta cu lu seru" e venivano destinati ai poveri e alle prummisioni. La torre, per la sua pesantezza data dalle ampie dimensioni, veniva trainata da due buoi. Era questo uno dei momenti più importanti della festa di San Giuseppe, il Santo più amato e venerato dai riberesi. Oggi queste abitudini sono scomparse. Quel carro trionfale chiamato Straula è poco più di un misero carretto. Al posto dei maestosi buoi che lo trainavano sta un lento e stanco asinelio che sembra guardarci dritto negli occhi incredulo, forse per ammonirci di guardare il passato con amore e mantenere fedelmente i segni della sua memoria nel presente.»

 

Per finire, allo scopo di evidenziare la particolare devozione che il popolo riberese nutre nei confronti di San Giuseppe, riportiamo un episodio tratto dal libro su monsignor Licata (Gerlando e Raimondo Lentini, Nicolo Licata - Prete, Giornalista e Tribuno del popolo, Ribera 1995):

«La devozione a San Giuseppe è profondamente radicata nei Riberesi: se lo sentono vicino sempre, ma soprattutto nei momenti più dolorosi e drammatici della vita. Ebbene, ben 35 soldati riberesi si ritrovarono assieme nella settima compagnia comandata dal capitano Giuseppe Fraticelli; unanimamente si fecero promotori di un particolare atto di devozione a San Giuseppe, così descritto dallo stesso capitano in una lettera all'arciprete Licata nel luglio 1916: "Reverendo, il sentimento religioso non mai spento nel soldato Italiano, si è rafforzato oggi di fronte all'immane flagello

di questa universale guerra e si manifesta tutti i giorni in forme diverse.

 

Fra i soldati della mia compagnia è sorta questa mane un'idea. Offrire a San Giuseppe un dono per sottoscrizione volontaria. In breve tempo è stata raccolta la somma di lire 120,50, che io a nome loro le rimetto e di cui Lei disporrà come meglio crede. Il dono dovrà essere tangibile e noto al pubblico, messo davanti a San Giuseppe, non per vanità dei sottoscrittori, ma per dimostrare che la fede qui è viva e conseguentemente la fede nella prossima vittoria è sicura.

E con questa fede che anima i miei soldati, non disgiunta dall'affetto che mi portano, noi ci accingiamo agli ardui cimenti che, ridonando all'Italia i confini naturali, abbatteranno per sempre un popolo che calpestando la religione e ogni sentimento di umanità, sta trasformando il mondo in un lago di sangue.

Il Capitano Comandante la VII Compagnia Fraticelli Giuseppe" (II Lavoratore, luglio 1916).

Il capitano Fraticelli era di Teramo. I 35 riberesi erano: Drago Carmelo, Farulla Amedeo, Di Giorgi Paolo, Di Lucia Gerlando, Cullo Antonino, Cullo Leonardo, Caterinicchia Antonio, Genna Nicolo, Buono Pietro, Buono Francesco, Amico Luigi, Perricone Calogero, Cimino Vincenzo, Calati Michelangelo, Di Leo Giuseppe, Colletti Luigi, Di Salvo Giuseppe, Truzzolino

Giacomo, Ruvolo Vincenzo, Barbera Leonardo, Guddemi Vincenzo, Antinoro Antonio, Maretta Pietro, Trizzino Andrea, Lo Giudice Giuseppe, Cagliano Pietro, Zambito Liborio, Castagna Onofrio, Bellanca Vincenzo, Ferranti Francesco, Giglio Antonio, Passare Paolo, D'Anna Vito, Smeraglia Giovanni, Miliano Giuseppe.»

 

 

I CANTI POPOLARI

Si riportano alcuni canti popolari che raccontano il pellegrinaggio di San Giuseppe e la Madonna in cerca di un alloggio

per l'imminente nascita di Gesù. Alcuni sono tratti da vecchi dischi dove sono stati cantati dal noto cantastorie calabrese Otello Profazio.

Altri canti provengono dalla tradizione orale che si è tramandata di generazione in generazione e che, se non raccolti

e stampati su libri o incisi in versioni cantate, sarebbero andati insesorabilmente perduti.

 

 NUVENA DI NATALI

(Tradizionale -  Tratta dal libro “LA STRINA” di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

La "nuvena" viene eseguita in molti comuni della Sicilia ed è caratterizzata da suoni e strumenti particolari quali zampegne,

ciarameddi, zufoli, cianciani, che ben rendono l'atmosfera natalizia.

Questa "nuvena" è ancora in uso nelle zone dell'agrigentino ove ne esistono altre, con testo e musica diversa,

ma altrettanto belle e toccanti.

 

A la notti di Natali ca nasci lu Bammineddu

ca nasci 'mmezzu la paglia, tra lu vo' e l'asineddu.

Ca nasci 'mmezzu la paglia tra lu vo' e l'asineddu.

 

La ninna nanna ti vogliu cantari, la ninna nanna ti vogliu cantari,

 la ninna nanna mio caro bambino la ninna nanna ti vogliu cantà.

La ninna nanna mio caro bambino la ninna nanna ti vogliu cantà.

 

San Gisippuzzu lu vicchiareddu a la Virgini Maria

ci dicia quant'era beddu, cchiu' lu cori si grapia,

ci dicia quant'era beddu, cchiu' lu cori si grapia.

 

La ninna nanna ecc. ..........

 

Figliu miu la cammisedda ti la vogliu arraccamari

e si vo' ca ti l'allestu fammi un pocu arripusari,

 e si vo' ca ti l'allestu fammi un pocu arripusari.

 

La ninna nanna ecc. ..........

 

'Ntra 'na gruttidda c'è natu Gesù, ca di lu chiantu accurdari un si po',

o virginedda v'accordalu tu facci la naca 'nti lu cori tò.

La naca è fatta pi fari a vovò Bamminu Gesù nun chianciri cchiu',

Bamminu Gesù nun chianciri cchiu'.

Cugliemu rosi e pampini

e sciuri di gelsuminu,

pi fari a stu Bamminu lu litticeddu so',

pi fari a stu Bamminu lu litticeddu so'.

 

LU VIAGGIU GLURIUSU

(Tradizionale -  Tratta dal libro “LA STRINA” di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

In tempi ormai quasi del tutto dimenticati, durante la notte di Natale, a Ribera andavano in giro per le strade alcuni gruppi di "sampugnara" (zampognari),

accompagnati da altri suonatori con vari strumenti musicali, per cantare la storia del viaggio di San Giuseppe con Maria verso Betlemme

ove doveva nascere Gesù.Si riporta per intero il canto di autore ignoto, cosi per come è stato tramandato fi­no ai nostri giorni.

 

Ascutati bona genti stu ' viaggiu gluriusu

'ntra la nivi, affanni e stenti di Maria cu lu so ' spusu.

San Giuseppi era cunfusu, stu' viaggiu avia di fari,

'ntra lu 'mmernu nivicusu, 'ntra la nivi a viaggiari.

Viaggiannu la Signura tutta savia e mudesta

è Maria la criatura santa, casta, pura e onesta.

Ci facianu gran festa cu pi via l'accumpagnava,

curaggiu sempiri ci dava ma la pena un ci livava.

Piccaturi chi ti sponi, dacci l'arma 'ncumpagnia,

accumpagna cu lu cori a Giuseppi cu Maria.

Apparicchiati, arma mia stu ' secunnu jornu tu

a lu partu di Maria fu la nascita di Gesù.

Stanchi su di tanta via, stanchi morti su arrivati

San Giuseppi cu Maria già traseru 'ntì li citati.

Firrìannu pi li strati nun tròvanu cchiù rizettu.

a 'na stadda senza lettu

'nti 'na povira mangiatura parturì la Gran Signura.

'Mmezzu lu vò e l'asineddu nasci Gesù Bammineddu.

 'Ddrivigliativi pastura ca nasci lu veru Missia

'ntra la nivi e li friddura postu 'mbrazza di Maria.

A sta nova santa e pia li pastura puviredda

si 'nni eru 'ncumpagnia a ddì affrittì pagliaredda. 

Arrivannu salutaru lu Bamminu e la Signura,

 tanti beddi raziunedda ci ficiru la bonura.

San Giuseppi è cunsulatu unn'avia cchiù malincunia,

Gesù già l'accumpagnatu a la so' spusa Maria.

Cu mudestia e cu alligna rivinendu umiliatu

dati grazia a Maria c'ogni pena 'nn'ha livatu.

 

 

LE NOZZE DI MARIA E GIUSEPPE

O quant'è duci, sapurita e beddha...

l'Angiuli la vòssiru fari zita (1).

Non c'era nuddhu cu cui apparentari...

sulu Giuseppi, cu barba fiurita... (2)

Giuseppi si partìu pe' li paisi... e la lassàu 'ddha rosa culurita...

Quandu fici ritornu a li sei mesi,

la trova tutta gravita cumpìta...

« O Diu, chi avissi 'na spata ammolata!...

(3)a menzanotti la vorrìa ammazzari!... ».

Calàu di 'n Cielu un Angelu d'Amuri:

« Chi fai, Giuseppi?... chi ti vo' dannari?...

Tu vo' ammazzari a lu Diu Celestiali...

Chiddu chi creàu Cielu, Terra e Mari?...

Chi vói ammazzari, cu 'ssu to' spatuni?...

A Diu, chi t'ha fiuritu lu bastuni?!... » (4).

Iddhu, sentendu 'stu duci parrari,

a la Madonna cci duna un basuni...

Iddhu, sentendu 'sti duci parlari,

a la Madonna si stringi a lu cori!!...».

 

(1)   fidanzata - (2) si allude all'età avanzata di Giuseppe -(3) arrotata - (4) s; allude al bastone di Giuseppe che fiorì, determinando la sua scelta come sposo di Maria.

 

GIUSEPPE E MARIA A BETLEMME

San Giuseppi, un jornu, .stannu

nta 'na piazza a Nazzarètti  

pe'  so'  affari  caminandu,

senti un sònu di trumbetti...

senti lèggiri un edittu,

chi lu cori assai cci ha afflittu.

Quandu Cesari jettàu

'ddhu gran bandu rigurusu,

San Giuseppi si trovava

nta la piazza, rispettusu...

San Giuseppi era cunfusu:

« Cumu fazzu cu Maria?...

s'iddha senti chistu bandu,

vóli vèniri cu mia!... »

Ma Maria cci ha rispundutu

 « Fatta sia la voluntati!...

Ca si Dio l'ha disponutu,

vegnu a undi (1) mi purtati!... ».

Si partìu di Nazzaretti

San Giuseppi cu Maria:

non avivanu rizzettu (2)

'n Bettilemmi a la campìa!... (3)

San Giuseppi caminava

'ntra muntagni e boschi scuri:

San Giuseppi e la Madonna

arridutti a li fridduri!... (4).

San Giuseppi cci sperava

d'arrivari 'ddha jurnata...

ma, a lu friddu e a la jlàta, (5)

 cci scuràu 'mmenzu a la stratal... (6)

Acqua, nivi, friddu e ventu...

 lampi e tròna accussì forti...

San Giuseppi amaramenti

tuppuliandu (7) va' a li porti-

San  Giuseppi   cci  spiava:   (8)      

« Cci sta postu a 'sta locanda? ».

E ognidunu: «non c'è nènti!...

Va' provati a 'n'àutra banna » (9)

San Giuseppi era cunfusu,

avvilitu e dispiratu:

c'era pocu 'i stari allegri,

cu  Maria nta chiddhu statu...

Caminandu pensérusi

San Giuseppi cu  Maria...

cci va' 'ncontru un pellegrinu,

chi li pigghia in simpatia...

« Unni iti, bona genti,

cu 'sti grandi friddurati?... (10)

ccà vicinu c'è 'na grutta:

iti ddhà, e vi rizzittati!... (11)

'Sennu ddà Maria arrivata,

vitti  poi  'na mangiatura:

c'era un bòi, un asineddhu,

pocu fienu e pagghia dura...

Chidda pagghia ricogghìu (12)

San Giuseppi, e la 'ddhumàu... (13)

E a la Vérgini Maria

accussì  la ristoràu...

A quattr'uri di la notti,

San Giuseppi cci dicia:

« Haiu fattu quantu pottil...

cchiù non pozzu, spusa mia!... ».

 

(1) dove - (2) requie - (3) per i campi - (4) ridotti all'addiac­cio - (5) gelo - (6) fece notte che erano ancora in viaggio -(7) bussando -

(8) chiedeva - (9) altro posto - (10) gran freddo - (11) andate là e riposatevi - (12) raccolse - (13) la accese.

 

 

LA NASCITA DI GESÙ'    

A la notti di Natali, chi nasciu lu Re Putenti...   

era jornu naturali, cu li stiddi risplendenti!...

Quella notti desiata...chi nasciu lu Verbu Eternu...

la Divina Putestati temperàu lu friddu invernu...

Li Tri Re dill'Orienti, quannu 'ntìsiru la nova, (1)

chi  nasciu  lu  Re  Putenti, e non sannu unni si trova...

... e si  mìsiru  in  caminu, pi truvari a lu Bambinu.

Tridici jorna li Re caminarù... accumpagnati di 'na stella furù...

 E 'o Bambinellu duci (2) cci purtarù incensu e mirra,

e un sacchitteddhu d'oru..

Furù allegri li pasturi quannu è natu lu Messìa...

nta 'na stalla, 'u criaturi. (3) nacque in  braccio di  Maria...

Ora arrivanu i pasturi... e non sannu chi portari...

biancu latti nta 'na cisca, (4) cascavaddhi e tuma frisca.... (5)

Cu chitarra e frischialettu, (6) ciarameddha e mandulinu...

ti cumbìnanu un cuncertu, pe'  divèrtiri  'o  Bambinu...

« Bambineddhu, abballa abballa... ca ti sònu cu la chitarra...

ca ti sónu c'u mandulinu, Bambineddhu, malandrinu!... (7)

 Bambineddhu, abballa abballa... ca lu chianu è tuttu to'... (8)

 Unni appoggi lu to' péduzzu nasci gigghiu e basilico!!!... (9).

 

(1)   sentirono la notizia - (2) torma poetica per dolce - (3) non significa Creatore ma è il maschile di creatura -(4) secchio - (5) caciocavalli e formaggio fresco -

(6) fischietto di canna, zufolo - (7) usato in senso aftettuoso e vezzeggiativo, nel senso di vispo, vivace - (8) che la terra è tutta tua - (9) nasce giglio e basilico.

 

 

LA FUGA IN EGITTO  

Era Giuseppi Santu addormisciutu, e avìa Gesuzzu l'età di tri anni; l'infami Erodi era risolutu d'ammazzarlu per mano de i tiranni.

Un Angelo dal Cielo è discendutu supra a Giuseppi, lu Gran Santu Granni, e in sonnu 'sti parali cci dicìa:

<< Giuseppi Santu, ascolta un pocu a mia! >>

« Pìgghiati la to' spusa e lu Messìa, e partiti 'i 'stu locu prestamente.. perchì re Erodi, cu gran tirannia, vóli ammazzar! a seimila innocenti...

 e inoltri vóli decidere a Maria, e lu Bambinu Gesù Onnipotenti... Pàrtiti prestu, senza cchiù tardari, pe' ti potìri d'a stragi salvar!!... ».

Giuseppi si svegghiàu senza tardari, e lu sonnu (1) a Maria cci raccuntàu... Non jìu (2) cercandu roba né dinari...

in braccio il Bambinello si pigghìau!... Si mìsero di prèscia (3) a caminari... 'n'Angilu versu Egittu li guidau:

l'accumpagnava l'Angilu pe' via a Gesù, a San .Giuseppi ed a Maria!...

 

'Na nùvula lu suli  riparava

a la sagrata testa di Maria,

e di li parti undi Maria passava

comu a 'nu parasuli cci facìa.

L'Arabia l'oduri cci mandava,

la terra meli (4) -e manna cci offirìa... (5)

e lu fiumi Giordanu li rubini,

e l'Orienti li perii cchù fini...

Aviva siti la Vergini pia,

pe' lu gran caldu chi facìa pe' strata...

e alTura di 'na pétra fora uscìa

l'acqua cchiù duci, frisca e 'nzuccarata...

La pétra cci parrava, e cci dicìa:

« Bivìti pure, Vergini Beata!... ».

Tutti ubbidienti a Diu, Nostru Signuri,

li pétri, l'erbi, li pianti e li ciurli... (6)

 

L'animali niscianu (7) di li grutti pe' vìdiri passari lu Messja,

e festa grandi cci facìanu tutti, cu sàuti, piroletti (8) ed allegria...

L'aceddhuzzi (9) tenìvanu un cuncertu di canti duci,

chini d'armunia... l'àrburi si piegàvanu pe' via,

pe' riverenza a la Mairi Maria!...

 

Sutta un pèdi di palma s'assetlarù, (10)

pe' riposarsi d'u longu caminu...

e ddhà Maria taliava paru paru 'nu ramu àutu,

di dàttuli chinu. (11) Ascùta (12) e senti

Miraculu rarul... la rama si calàu a Maria vicinu...

Li  belli frutti  cci  l'appresentàu:  (13)

Maria li cogghi, e la palma s'àzàul...

Cristu a la palma cci parrà e cci dici:

« Palma, ti dugnu la benedizioni!...

Comu onorasti li me' cari amici,

sarai cumpagna a a me' Passioni!...

E ancora, cu li tòi rami felici, portami ogni alma a la salvazioni...

E ancora, cu li toi pampini santi,

trasimu (14) a Gesalemmi triunfanti... ».

 

(1)   sogno - (2) non andò - (3) fretta - (4) miele - (5) offriva -(6) fiori - (7) uscivano - (8) salti e piroette - (9) gli uccellini - (10) si sedettero sotto una palma -

 (11) guardava fisso un alto ramo, pieno di datteri - (12) ascolta - (13) le offri -(14) entriamo.

 

 

GESÙ' FRA I DOTTORI ,

La  Pasqua  era finita  a  Gesalemmi,

e San Giuseppi coi dissi a Maria:

« E' inutili chi stàmu cchiù ccà fermi; ricògghiti (1)

 a Gesuzzu, e jàmu via!».

Maria 'na vuoi cci jetta a so figghiu...

« Vegnu sùbitu, mamma iti jéndu!,,, » (2).

Giuseppi misi manu a lu bagagghiu...

ca tutti l'àutri stavanu partendu...

Pigghiata avìa la via di Nazzaretti

la carovana cu Maria e Giuseppi...

cu cincu o sei carretti, muli e scecchi... (3)

chini 'i 'mbarazzi, trusciceddhi e pacchi (4).

A 'na cert'ura, prima pe' 'mu scura (5),

Maria chiama a Gesuzzu pe' mangiari...

Ma Gesù non rispundi,

e cu premura lu va' cercandu...

e non lu po' trovari.

Cunsiderati  la povera mamma comu lu cori cci facìa spisiddhi... (6)

Non si potiva certu stari calma,

e si sciuppava spènziri e capiddhi!... (7)

San Giuseppi si sbigghia a lu clamuri

chi sunnicchiava supra a lu carrettu

e si metti a pregari lu Signuri, pe' ritrovari lu figghiu dilettu.

Ma non si po' trovari a nuja vanda.... (9)

e patri e matri  cu  li téni fermi?...

Cu l'occhi chini e lu cori chi abbunda (10)

 ripigghianu la via di Gesalemmi!...

Pe tri jorna lu cercanu cu amuri e infini, bellu frischu e pettinatu, (11)

chi dissertava ammenzu a li dutturi lu tròvanu a lu Tempiu assettatu!...

« 'Ngratu, cu quali cori nni lassasti?...

e d'i to' genituri ti spartisti?... ».

Iddhu cci rispondìu senza crianza:

« Avìa pe' mani affari d'importanza! ».

Sentendu 'sti paroli, infuriatu,

San Giuseppi si caccia la curria... (12)

ed  a Gesuzzu  l'avissi  ammazzatu,

si la Madonna ammenzu 'un si mittìa!...

Gesuzzu, vista la mala pigghiata (13),

lassa i dutturi, e guadagna la via!...

Pe'  Nazzaretti  curri  di filatu...

di San Giuseppi Santu assicutatu!... (14)

Giuseppi sparra (15), e cci dici a Maria:

« O chi destinu bruttu,  mogghi  mia!...

Avìmu un figghiu chi pari 'nu gigghiu... (16)

ma comu vagabundu 'un n'ha paraggiu!... » (17).

 

(I) sbrigati - (2) « andate», andate avanti -(3) asini - (4) pieni di ingombri, grandi e piccoli - (5) prima di notte - (6) scintille - (7) si strappava la veste e i capelli -

(8) si sveglia - (9) in nessun posto - (10) col cuore grosso -

(II) spensierato - (12) la cinghia - (13) la mala parata -(14) inseguito - (15) sparla, sbraita - (16) giglio - (17) non ha pari.

 

 

IL TESTAMENTO   DI  SAN  GIUSEPPE

Figghiu meu, ora ti lassù

la verrina e lu cumpassu,

l'ascia grandi e lu chianozzu: (1)

 lassari àutru non ti pozzu!...

O Maria, staju pensandu...

chinu 'i piriculi è lu mundu:

a Gesù ti  raccumandu...

non 'mi crisci (2) vagabundu!...

 

(1)   la pialla - (2) che non cresca.

 

 

QUANDO NASCE IL BAMBINELLO

Quando nasci il Bambinello

tutto il mondo fa' tremari...

Fa' trimari il Mongibello

e Lucifero infernali...

Sutta un pèdi di nucilla (1)

c'è 'na naca (2)  piccirilla...

chi 'nnacàvanu (3) 'u Bambinu

San Giuseppi e San Giacchinu...

Sutta un pèdi di 'na vacca

c'è 'na donna chi cogghi acqua...

Ndi cogghìu 'nu bagghioleddhu (4), pe' lavari 'o Bambineddhu....

 

(1)   sotto un nocciolo - (2) culla - (3) cullavano - (4) secchiello.

 

 

PASTORALE NATALIZIA

E la notti di Natali è la festa principali...    

E scindìru li pasturi p'adurari a Nostru Signuri...

E ninna, e ninna la vo'... Dormi, Gesù, e fai la vo'...

 E ninna, e ninna la vo'... Dormi, Gesù, e fai la vo'...

Bambineddhu duci duci, jeu ti portu li me' nuci...

Ti li scacci (1) e ti li mangi, accussì zittu e non chiangi...

Bambineddhu duci e amatu, jeu ti portu lu nuciddhatu... (2)

Ti lu mangi in cumpagnia cu Giuseppi e cu Maria...

Bambineddhu duci assai, 'nu petrali (3) ti portai...

ti lu manda la mamma mia, ch'è cchiù ricca di Maria...

 

(1)   schiacci - (2) dolce a base di noci - (3) dolce a base di fichi, probabilmente chiamato così per la sua forma simile a pietra.

 

 

BUON NATALE E BUON ANNO

Vinni 'mi cantu chi finisci l'annu:

Cristu chi mi m'aiuta non 'mi sgarrul... (1)

Auguri Bon Natali e di Bon Annu:

Chi 'mi ndavìti beni cu lu carru... (2).

 

Eccu la Santa Notti di Natali,

quandu nescìu la Stiddha (3) d'Orienti...

'Rrivarù li tre 'Mmàgini Reali:

è natu lu Messìa... simu cuntenti!...

 

Trìdici jorna cu pensèri uguali...

UrCielu era chinu d'armonìa...

E, quando in quella grotta su arrivati,

vìttiru (4) a Cristo in braccio di Maria...

Si la parola mia non la cridìti,

'mu v'aiuta (5) a vui l'Eterno Patri  !

 

Gasparri, Melchiorri e Baldassarri...

 lu primu trasìu (6) Gàspari, e dicìa:

« portai per donu la curuna mia,

a li pèdi sagrati di tò MatriL. ».

Si la parola mia no la criditi,

 'mu v'aiuta (5) a vui l'Eterno Patri !

 

Melchiorri a Baldassarri cci dicìa:

« O  Figlio Dolce dell'Eterno  Patre...

Comu ti riducisti a la 'strania (7),

tu chi cumandi li Celesti Squatri  !... ».

 

Bon Capudannu e Bon Capu di misi...
arrétu 'a porta 'na pétra vi misi (8);
e vi la misi e pi tuttu l'annu:
Bon Capu 'i misi e Bon capu d'annui...
E vi la mTsi, e v'a seppi mentìri (9):
pigghia lu fiascu, ca vogghiu mbivìri!... (10).


Ed éu lu sacciu chi ficu 'nnavìti...

puru castagni di chiddhi 'nfurnati... (11)

Si mi ndi dati, e si non mi ndi dati...

li bòni festi sempri 'mi facìti!... (12).


Bon Capudannu e Bon Capu di misi,

Bon Capudannu Diu vi lassa fari!...

Arrétu 'a porta 'na pétra vi misi:

Bon Capudannu e Bon Capu di misi!...

E vi la misi, e v'a seppi mentìri (9):

pigghia lu fiascu, ca vogghiu mbivìri!...

E vi la misi cu tanta grandizza

centu lumina ogni cannizza!!... (12).


(I) a non sbagliare - (2) che possiate avere bene con il carro, in abbondanza - (3) stella - (4) videro - (5) che vi aiuti - (6) entrò - (7) misconosciuto -

(8) vi ho messo dietro la porta una pietra augurale - (9) mettere - (10) bere -
(II) ed io so che avete fichi e castagne infornate - (12) me li date o non, fate sempre buone feste - (13) cento tomoli per ogni canniccio.

 

 

E1 da notare che gli ultimi tre distici che proponiamo sono assimilabili per il contenuto del testo verbale

a quello che nel Corpus di Favarà viene detto   repertorio dei canti di ' carcere o vicariate

 

a)      A mamma ca passa lu Palermitanu canusciu la so vuoi a lu cantari (a ddà)

b)      A ca unni lu fazzu echio lu carritteri a ca lu cavaddu un mi voli tirar! (a nni va)

E nti la muntata di Musulumena si lassa u suttapanza o pitturali

e)      A c'haiu un curuzzu comu na nucidda vaiu circannu una picciotta bedda

E nun mi nni curu ca e' piccilidda ci fazzu lu mantuzzu e la faredda (a dda unni va)

E li cazitteddi comu voli idda

e la scarpuzza cu la ciancianedda (anni va)

d)        A cu lu dici ca lu carzaru è galera a mia mi pari una villeggiatura

Carzaru ca mi teni carzaratu privu da libirtà senza l'aiutu

tutti l'amici m'hannu abbannunatu li parintuzzi m'hannu scanusciutu

Trad: a) A mamma passa il palermitano/ riconosco la sua voce quando canta.

b) Non lo faccio più il carrettiere/ che il cavallo non vuole tirare/ Nella salita di Misilmer!/ si rompe il sottopancia ed il

pettorale.

e) Ho un cuore come una nocciolina/vado cercando una ragazza bella/ non faccio caso se è piccolina/ le regalo un

mantello e la gonnella/ e le calze come le vuole lei/ e la scarpetta con una campanella.

d) (c'è) Chi dice che il carcere è galera/a me sembra una villeggiatura/ carcere che mi tieni carcerato/ privo della

libertà senza aiuto/ tutti gli amici mi hanno abbandonato/ i parenti mi hanno dimenticato.

 

Ninne nanne e canti vari

Nell'ambito della tradizione orale la ninna nanna rappresenta senza dubbio una delle forme di canto più diffuse e conosciute.

Essa, come è noto, rivela  nella  maggior parte dei

28 A. Favarà , Corpus di  Musiche  Popolari  Siciliane, Palermo, 

Accademie di  Scienze Lettere ed Arti di Palermo,  1957.

 

casi una struttura semplice, dove all'utilizzo di un ristretto numero di note, si accompagna un'estensione altrettanto ristretta della melodia,

in genere non più ampio di una quinta29.

Nelle quattro ninne nanne che aprono questa sezione si ritrovano senz'altro buona parte degli elementi stilistici tipici di questo genere:

divisione del canto in strofe musicalmente di senso conchiuso, ciascuna delle quali suddivisa in due parti, la prima con andamento

oscillante intorno ad una nota sul terzo o quarto grado della scala, la seconda con andamento discendente con chiusura sul primo

grado affidata in genere ad una nota tenuta. Assai considerevole è la presenza di forti glissando e di portamenti di voce.

L'esecutrici sono nell'ordine: Maria Cocchiara di 76 anni, Francesca Perricone di 70 anni, Vita Vacante di 79 anni e Antonina Spataro di 80 anni.

Dopo le ninna nanne proponiamo tre brani assimilabili al genere di canti che R. Leydi definisce "rime e giochi infantili"30.

Si tratta di canzoni dalla ritmica assai marcata che scandiscono movimenti

che contribuiscono alla interrelazione motoria ed emotiva tra adulti e bambini.

 

L'esecutrice è Emanuela Scorsone di 78 anni.

L'ultimo brano della nostra selezione è un canto senza una specifica occasione.

In genere, comunque, esso veniva eseguito quasi sempre da donne, in campagna, durante le pause nella raccolta delle olive,

come ringraziamento a Dio per il cibo consumato nel pranzo.

Interpreti sono Maria Cocchiara (76 anni) e Antonina Spataro (80 anni).

a) Di quantu è beddu di quant'è finu/ stu    figliu   miu figliu divinu

E la seggia ch'è misa di latu/ ci l'ama fari stu figliu avvocata -

E la seggia ch'è a ffaccia buccuni/ ci l'ama ffari stu figliu baruni.

Trad: Quant'è bello quant'è delicato/ questo figlio mio figlio divino/ e la sedia che è di lato/

dobbiamo farlo questo figlio avvocato/ e la sedia che messa bocconi/ dobbiamo farlo questo figlio barone.

 

b) A la ninna alalo lu figliu è bbeddu/ la mamma l'ava fari o munacheddu

E munacheddu lu voli la mamma / e munacheddu di Santa Maria

E munacheddu di Santa Maria/ lu curduneddu d'oru iu ci farri a

E bo ed alavò/ dormi tu beddu e la mamma no

Ed alavò ed alavò/ dormi tu beddu e la mamma no

Trad: A la ninna alalo il figlio è bello/la mamma lo vuoi fare monachelle/ e monachelle lo vuole la mamma/e monachelle

di Santa Maria/ e monachelle di santa Maria/il cordoncino d'oro io gli farei/ e bo ed alavò /dormi tu bello e la mamma no/

ed alavò ed alavò dormi tu bello e la mamma no.

 

c)    E vo e vo e vo/ finu a chi veni la mamma to

E la vovò finu a dumani/ sin'a chi ssonanu li campani

Trad: E vo e vo e vo /fino al ritorno della tua mamma/

e la nanna fino a domani/fino a quando suonano le campane.

 

d)    Nti la nacuzza cci trasi lu ventu/ pampini d'oru e nuciddi d'argentu Nti la nacuzza cci trasi lu sul!/

pampini d'oru e nuciddi d'amuri E ninna bo e ninna bo/ stu figliu bbeddu si dormentò /

Si dormentoni e nti la culla/ e cu Gesù! e la Madonna.

 

E lu papa quantu ritorna/trova stu figliu ca fa la nanna

Stu figliu beddu ca dici papa/ che se misuzzì dumani li fa

Stu figlia beddu acchiana acchiana/ cci l'è ddutari lu fegu a la Chiana

Stu figliu bbeddu e scinni scinni/ ca c'è ddutari lu fegu a Scilinna

Figliu beddu je curri curri/ ca c'è dutari lu fegu a la Turri

Figliu beddu je concad'Oru/ lu parrineddu ti tinnì lu sonu

E lu papa fu un galantomu/ca un ti nni tinnì ne tintu ne bonu

O si pò o nun si pò/Iu cappidduzzu pi San Calò

Lu cappidduzzu c'un veni a tutti/che a me figliu lu megliu di tutti

E la raggia di cu nun moli/ a' ava viniri un'anficori

E ad onta je l'hama fari/ pi la raggiazza di me cummari

E lu papa' mi lu dissi arre/ e jocalu bonu e lu figliu me

Jocalu bonu je tu un ti curar!/ ca iu travaglia e vi dugnu a mangiari

Joca lu bonu je tu un fari nenti/ ca iu travaglia e m'impignu li denti

 

d) Nella piccola culla entra il vento/ foglie d'oro e noccioline d'argento/ nella piccia culla entra il sole/ foglie d'oro e noccioline d'amore/

e ninna bo e ninna bo/questo figlio bello si addormentò/ si addormentò e nella culla/ è con Gesù e la Madonna/ e il papa quando ritorna/trova

questo figlio che fa la nanna/ questo figlio bello che dice papa/che sei mesetti domani farà/ questo figlio bello sali sali/ gli darò in dote il feudo

alla Piana/questo figlio bello e scendi scendi/gli darò in dote il feudo di Scirinda/ figlio bello e corri corri/gli darò in dote il feudo della Torre/

figlio bello e conca d'Oro/il padrino tenne (per te) una festa/ e il papa fu un galantuomo/che non la tenne né brutta né bella/ o si può o non si può/

il cappellino per San Calò/ il cappellino che non va a tutti/che a mio figlio viene meglio di tutti/ e la rabbia di chi non vuole/

gli deve venire un attacco di cuore/ ed a dispetto dobbiamo farlo/per la rabbia di mia commare/ ed il papa me lo disse ancora/

gioca tranquillo oh il figlio mio/ gioca tranquillo e non ti curare/che io lavoro e vi do da mangiare/ gioca tranquillo e tu non fare niente/

che io lavoro e mi impegno i denti.

e)      La Madunnuzza quannu j i1 a la fera

si j' accattari una prisa di linu/ si j' accanar! una prisa di linu

Lu bammineddu vinci la bannera

e vozi accattatu lu tammurineddu/ vozi accattatu lu tammurineddu

Li circhi d'oru e li cordi d'argentu

li mazzuledda di cristallu finu/ li mazzuledda di cristallu finu

E l'angili calaru ad unu ad unu

pi sentiri sunari a lu bamminu/ pi sentiri sunari a lu bamminu

// Signore sia lodato.

Trad: La madonnina quando andò a la fiera/andò a comprare una presa di lino/ il Bambinello vinse una bandiera/e volle comprato un tamburinello/

i cerchi d'oro e le corde d'argento/ i piccoli mazzuoli di cristallo fino/e gli angeli scesero ad uno ad uno/per sentire suonare il Bambino

 

f)      Sant'Anna e San Jachinu era cuntenti/ vidennu a Maruzzedda caminari

Si la purtaru a li cilesti deli / cci dettiru cusuzzi di mangiari

Cci dettiru pumidda cannameli / evviva la reggina di li deli // Signore sia lodato..

Trad: S.Anna e S.Gìoacchino erano contenti/vedendo Maruzzella camminare/ la portarono ai celesti cieli/le diedero piccole cose da mangiare/

le diedero meline cannameli/evviva la regina dei deli.

 

g)    Rusalia ncapù li munti/ chi cuntava li belli cunti Lu dimoniu cci dicia / va maritati Rrusalia Sugnu bona maritata/ cu Gesù sugnu spusata 

Cu Giuseppi e cu Maria/ stamu nsemmula ncumpagnia

// Signore sia lodato.

Trad: Rosalia sopra i monti/ che 'narrava bei racconti/ il demonio le diceva/ "Vai a sposarti Rosalia"/ "Son ben maritata/ con Gesù sono sposata/

con Giuseppe e con Maria/ stiamo insieme in compagnia.

 

h)   Ora c'hamu mangiat'hamu vivutu

ladari e cu la grazia Diu nn'ha datu/1 ad ari e cu la grazia Diu nn'ha datu

Ladari e lu vulemu arrisalutu

amari a Santi ed a Cristu Aduratu/ amari a Santi ed a Cristu Aduratu

Cristu fici lu munnu e nta un mumentu

che nta un mumentu lu binidiciu/ che nta un mumentu lu binidiciu

Ca fici l'omu e cu travagli e stentu

cu lu so stessu sangu e lunurriu/ cu lu so stessu sangu e lunurriu ^?l

Livannu di la tavula si dici

lu Santu Sacramenti sia lodatu/ lu Santu Sacrament'é sia lodatu

Sia lodatu e miili e voti e centu ':

evviva lu Santissimu Sacramenti/ evviva lu Santissimu Sacramentu

 

h) Ora che abbiamo mangiato e abbiamo bevuto/ lodare e con la grazia (che) Dio ci ha dato/ lodare Lo vogliamo e ringraziarLo/ amare

i Santi ed a Cristo adorato/ Cristo fece il mondo ed in un momento/ in un momento lo benedisse/ e fece l'uomo con fatiche e stenti/

con il suo stesso sangue e nutrimento./ alzandosi dalla tavola si dice/ il Santo Sacramento e sia lodato/ sia lodato e mille volte

e cento/evviva il Santissimo Sacramento 

 

NOVENA   DI   NATALE 

La novena natalizia si suole svolgere soprattutto in chiesa, cantata dai fedeli. Questo canto è stato registrato nel santuario di Custonaci,

un paese del Trapanese: è eseguito da donne ed accompagnato dall'organista del santuario, Angelo Messina, il quale suona l'armonium.

Sopraffatte dallo strumento musicale, dal mormorio dei fedeli e dall'eco della chiesa, le parole vengono quasi sommerse.

Trascrivo il testo così come me l'ha fornito il maestro Angelo Messina, il quale m'informa che il canto veniva eseguito anche durante

l'esposizione del SS. Sacramento.

 

lo vi adoro o Diu putenti con il cuore e con la mente

Ed a tutti l'autri invitu p'adurarvi in infinita

W ringrazio o Diu d'amuri di li grazii e li lavuri

Dirò sempre mentre ho

sciatu viva Dio sacramintatu.

Vi  cunsacru stu* me  cori chi pi Vui suspira e mori.

Tuttu quantu aiu e

mantegnu pi Vui sulu o Diu lu tegnu.

lo mi pentu chi piccai, chi vi offenda nun sia mai.

Dammi aiutu ed assistenza pi io fari pinitenza.

A prigarvi io ritornu chi nun vi offenda in chistu jornu.

Dammi grazia  e buona sorte

Così spera allegru visu

 pi godervi in paradisu.

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FESTA DI S. GIUSEPPE 2013:

ALBUM FOTOGRAFICO

 ALTARI E MINESTRONI

 

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ALTARI E MINESTRONI DI SAN GIUSEPPE - 2012 - ENTRA

 

LE FOTO DELLA SFILATA "DI L'ADDAURU" 2011

 

LE FOTO DEGLI ALTARI E DEI MINESTRONI - 2011

LE FOTO DELLA STRAULA 2010

 

FOTO DELLA GIORNATA DI S. GIUSEPPE 2010

 

 

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