PRIMA DEL RESTAURO

IL  MIO CARRETTO  SICILIANO

 

 

 

 

 

 

Storia di un restauro

 

 

 

 

 

 

 

di Giuseppe Nicola Ciliberto

 

DOPO IL RESTAURO

 

Un po’ di storia del carretto

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

Oggi ci troviamo in un’epoca dove la tecnologia in ogni settore, avanza con un ritmo talmente veloce e impressionante che non ci lascia nemmeno il tempo di usufruire ed apprezzare una nuova invenzione, che già ne subentra un’altra "riveduta e corretta", con un più alto livello di funzionalità. Il campo è vastissimo e si va dagli automezzi di ogni genere, alle macchine agricole, agli elettrodomestici, fino ad arrivare ai moderni computers che ormai sostituiscono l’uomo in qualunque campo dello scibile umano. Nell’ultimo cinquantennio, le scoperte e le realizzazioni tecnologiche hanno fatto passi da gigante e si è riusciti a fare ciò che per secoli e secoli non era ancora stato fatto.

Una delle conseguenze di tali progressi è stata quella di fare scomparire quasi del tutto tantissimi mestieri artigianali, che oggi rimangono solo un nostalgico ricordo per i più anziani e per chi ha avuto modo di viverli e conoscerli a fondo.

 Anche Ribera, come tante altre città, ha visto scomparire negli ultimi decenni alcuni tra i mestieri più praticati da provetti artigiani, specie negli anni dal dopo guerra agli inizi degli anni ’60. Tanta gente è stata costretta a cambiare lavoro, a cercare altre attività più consone alla vita sociale che è cambiata in tutte le sue espressioni. E’ molto raro oggi, vedere alcuni lavoratori ambulanti che, gridando a squarciagola per le strade offrivano le loro abilità artigianali a domicilio.

Ed è il caso dell’ombrellaio, che riparava gli ombrelli rotti, l’arrotino, "lu quarararu", che aggiustava le pentole, "lu conza piatta", che incollava e ricuciva con filo di ferro i piatti o il vasellame di terra cotta che si erano rotti. Sono inoltre quasi del tutto scomparsi gli abilissimi artigiani che lavoravano a mano rami, giunchi, canne e vegetali vari per ricavarne, ceste, panieri, "coffe", "zimmila", ventagli per accendere il fuoco e tantissimi altri oggetti utili al vivere quotidiano.

Ma il mestiere che qui voglio di più evidenziare è quello dei maestri carradori, cioè dei costruttori di carretti siciliani, utili un tempo agli agricoltori e alla gente di campagna. Con la scomparsa dei carretti, sostituiti implacabilmente dai nuovi mezzi a motore, anche i provetti artigiani del legno hanno dovuto cambiare mestiere. Numerosi sono stati a Ribera i carrettieri che hanno lavorato per una vita intera con questo mezzo di trasporto, sia come proprietari che come dipendenti di qualche ricco feudatario. Il carretto veniva utilizzato per trasportare le merci più svariate, che andavano dai prodotti agricoli, come riso, frumento, cereali, ai materiali da costruzione, dai concimi chimici, ai mobili e alle suppellettili di ogni tipo.

A volte, i tragitti da percorrere erano brevi, ma spesso i carrettieri di mestiere intraprendevano lunghi viaggi che li portavano da Ribera a Sciacca, Agrigento, Castelvetrano ed anche a Palermo.

PALERMO 1937 : Una coppia di sposi in gita su un carretto siciliano, addobbato a festa. (Archivio D.Cappellani)

 

Allora, e parliamo del periodo che va dai primi del ‘900 fino ai primi anni del 1960, quando si è avuto un boom economico, esistevano numerosi "funnaci", locande o taverne, dove i carrettieri potevano trovare riposo e ristoro sia per se stessi che per l’amato animale, mulo o cavallo che sia.

In tali posti si poteva sempre trovare un bel piatto caldo di "pasta cu l’aglia e l’ogliu", un bel bicchiere di vino, quando non si preferiva consumare un modesto pasto a base di pane e "cubanaggiu" (companatico), costituito spesso da olive, sarde salate, mortadella, formaggio e qualche frutto di stagione.

Solitamente il riposo non era molto lungo perché alle prime luci dell’alba si doveva riprendere il cammino.

Nei fondaci sovente si incontravano carrettieri di vari paesi e nelle poche ore che stavano insieme, si scambiavano esperienze, si narravano le proprie "avventure" di viaggio e discutevano anche dei prezzi delle merci trasportate.

Spesso chi sapeva cantare, intratteneva gli altri, tra un bicchiere e l’altro, per trascorrere allegramente qualche oretta e per dimenticare le fatiche già affrontate e quelle ancora da affrontare. I canti dei carrettieri erano sempre caratterizzati dalla "cadenza" e dall’incitamento rivolto al fido animale che  durante i loro viaggi,

anche notturni, era l’unica e sola compagnia che si avevano. Tanti possessori di carretto, durante le fiere e le feste paesane, vi si recavano portando spesso la propria famiglia e con l’occasione potevano comprare nuovi finimenti per la bardatura del proprio cavallo o mulo e nuovi attrezzi sia per l’agricoltura che

per i normali usi domestici. Anche a Ribera si svolgeva l’8 settembre di ogni anno, una visitatissima Fiera del bestiame nella zona del Vivaio forestale e questa era una occasione unica per molte persone di trovare tutto l’occorrente per il proprio lavoro.

Oggi, di questo fantastico e semplice mondo e modo di vivere, cosa è rimasto ? Nulla, o quasi; ma ci conforta qualche anziano ex carrettiere, che, orgoglioso del proprio passato, racconta con entusiasmo e nostalgia del passato, in particolare ai più giovani, tutto ciò che è stata la sua vita, molto diversa da quella di oggi, ma degna di essere ricordata e tramandata ai posteri. I carretti siciliani sono andati via via scomparendo verso la fine degli anni ’50, ma molti sono stati i carrettieri che, non essendo disposti ad emigrare come tanti altri, hanno sostituito il vecchio e glorioso mezzo con una più moderna "lapa" a tre ruote o addirittura

un camioncino e poter rimanere per sempre nella propria amata terra di Sicilia.

Oggi il carretto in alcune parti della sicilia si produce e si costruisce solo per scopi specifici, a serizio di promozioni turistiche o industrialmente come souvenirs in piccoli e coloratissimi modelli, a simboleggiare una Sicilia che per anni è stata caratterizzata da questo glorioso mezzo di trasporto.

Giuseppe Nicola Ciliberto

 

 

IL CARRETTO SICILIANO

Fin dall'antichità, il trasporto delle merci e delle persone avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e culturale dell'isola. Dalla caduta dell'impero romano a tutto il sec. XVII, il deterioramento e poi l'assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote, limitava l'uso del carro, lasciando così ai "vurdumara", mulattieri al servizio dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli. La più antica forma di carro in Sicilia è lo "stràscinu" o stràula, un primitivo carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle zone dell'interno dell'isola; ma la ruota era conosciuta fin dai tempi più antichi, come dimostrano i profondi solchi delle carraie classiche, esistenti ad Agrigento presso il tempio di Èrcole e che sono stati cantati da S. Quasimodo nella sua lirica "Strada di Agrigentum". Dantofilo da Enna (II sec. a.c.) attraversò la Sicilia su bassi carri a quattro ruote, " il carramattu " ottocentesco, adoperato per trasportare mosti e vini in botte.

La storia del carretto siciliano risale ai primi dell'ottocento, infatti, fino al '700, lo scarso sviluppo delle strade nell'isola aveva limitati i trasporti al dorso degli animali. Antonio Daneu (critico d'arte palermitano), in un suo saggio, osserva che i viaggiatori della Sicilia del '700 non hanno mai accennato al carretto siciliano perché il carretto siciliano non esisteva e non esisteva perché non c'erano le strade e tutti i commerci e i trasporti nell'isola avvenivano via mare. E' solo nel 1778 che il Parlamento siciliano approvò uno speciale stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in Sicilia. Il governo borbonico nel 1830 si preoccupò di aprire strade di grande comunicazione, le cosiddette "regie trazzere", non tanto per motivi economici, quanto per ragioni militari. La prima di queste "regie tazzere" fu la" regia strada Palermo-Messina montagne" che passava per Enna (allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania. Erano strade fatte da grossi sentieri a fondo naturale, con salite ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di fossi; fu per questi percorsi che fu creato il carretto siciliano, con ruote molto alte, per potere superare gli ostacoli delle "trazzere".

La prima descrizione del carretto siciliano risale al 1833, nel resoconto del viaggio fatto in Sicilia dal letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo (1840-1897) che rimase in Sicilia un mese per raccogliere materiale per il suo libro di viaggio. Egli è il primo viaggiatore che racconti di aver visto sulle strade siciliane dei carretti, le cui fiancate recavano l'immagine della Vergine o di qualche santo, derivata dalla pittura su vetro, molto popolare a quei tempi in Sicilia. Così dice: " Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l'immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati", porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso". I colori giallo e rosso sono i colori della Sicilia.

Un'altra descrizione è quella del geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l'eruzione dell'Etna: "A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d'arte. La cassa del veicolo posa sopra un'asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi. Ciascuna delle pareti esteme del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant'Agata.....".

Quando Guy de Maupassant, scrittore francese, nella Primavera del 1885, sbarcò a Palermo, la prima cosa che lo colpi fu proprio un carretto siciliano e lo definisce " un rebus che cammina " per il valore degli elementi decorativi. " Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati. Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena....Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l'occhio e la mente e vanno in come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere". Molti critici isolani hanno descritto il carretto siciliano, da G. Pitrè a G. Cocchiara, da Enzo Maganuco ad A. Buttitta.

Chi arti strana ch'è lu carritteri,
passa la vita 'mmenzu li vadduna,
'mmenzu li campi e 'mmenzu li stratuna,
espostu sugnu 'mmenzu li latruna.

Trotta cavaddu, trotta cu primura,
'nta n'ura l'àmu a fari sti muntati,
à gghiunciri 'nPalermu a la citati

              Calogero Vara, Vallelunga

 

LA MIA PASSIONE PER I CARRETTI

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

Erano già anni che ero alla ricerca di un carretto siciliano, anche molto vecchio, anche mal ridotto, per poter finalmente soddisfare una tra le mie tante passioni: quella di provare a cimentarmi in una eventuale opera di recupero tramite restauro e principalmente provare a dipingerlo.

Il carretto siciliano ha sempre destato in me un grande interesse e un notevole fascino oltre ad una innata curiosità, sia per l’abilità tecnica degli antichi carradori, che per la vivacità e bellezza delle scene e delle decorazioni, dipinte da abilissimi pittori.

Forse in cuor mio, da bambino avevo nutrito una qualche voglia di poter lavorare ed imparare presso una bottega di "maestri carradori" per dedicarmi in particolare all’arte pittorica di questo caro e glorioso mezzo di trasporto che, grande importanza ha rivestito per parecchi anni al servizio dell’agricoltura e dell’imprenditoria in genere.

Ma tale mestiere di costruttore di carretti è quasi sempre rimasto riservato a pochi esperti che si sono tramandati di generazione in generazione i loro segreti come se, l’umile veicolo trainato da muli o cavalli, rappresentasse un’opera d’arte da mostrare ai posteri, come i famosi violini di Stradivari, i mobili di Benvenuto Cellini e, perché no, come le pregiate ed esclusive campane fuse dalla famiglia Virgadamo nella vicina Burgio.

Ricordo ancora bene che, il mio passatempo preferito nell’età dell’adolescenza era quello di costruire carrettini di vario genere, usando di volta in volta i materiali più svariati e più strani che riuscivo a reperire per le strade o rovistando tra gli scarti di qualche falegnameria.

Alcuni li costruivo usando tavole e chiodi recuperati qua e là, e non era raro che usassi anche robuste pale di fichidindia per ricavarne i vari pezzi, assemblandoli con listelli di legno. A volte per le ruote usavo i coperchi di lucido da scarpe o le tavolette circolari che si usavano per comprimere le sarde salate.

Altre volte mi cimentavo, come tanti miei coetanei nella costruzione di  "motopattìni"  in legno con ruote fatte con cuscinetti a sfere, con i quali ci andavamo a giocare nella Piazzetta del quartiere Sant’Antonino o anche nella Via Roma detta "Strata larga" che, si trasformavano in autentiche piste da corsa e per fare delle vere e proprie gimkane.

Insomma, in quegli anni a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 ci si divertiva con qualunque mezzo. Non si conosceva ancora la televisione, c’erano pochissime radio e le possibilità economiche di varie famiglie non potevano certo permettere ai figli l’acquisto di giocattoli che si vedevano solo in occasioni rare come la Fiera di Sant’Antonino, la Fiera dell’8 Settembre o durante il periodo dei Morti.

Ma per tornare al carretto vero e proprio dirò che quella mia antica passione è sempre rimasta forte dentro di me e in questi ultimi anni, da adulto lo è diventata ancora di più, tanto che le mie ricerche, oltre che a Ribera, sono state condotte anche in alcuni paesi vicini come Villafranca Sicula, Lucca Sicula, Calamonaci, Burgio ed anche a Caltabellotta, ma sempre senza alcun esito.

In qualche occasione sono venuto a conoscenza di qualche persona che possedeva ancora un carretto che teneva in campagna abbandonato a se stesso, ma quasi nessuna di esse era disposta a disfarsene se non dietro la corresponsione di grosse cifre, non consentite dalle mie tasche.

Pertanto l’idea è sempre stata abbandonata ma è rimasta sempre la speranza di trovare questo benedetto carretto se non proprio a titolo gratuito, anche dietro il compenso di una modica cifra.

Ma ecco che, quando già la speranza aveva lasciato il posto alla rassegnazione, la "grande occasione" è arrivata quasi per caso.

 

COME HO TROVATO IL CARRETTO

Era una caldissima giornata d’estate, precisamente il 7 settembre 1991, quando, sotto un sole cocente, con pantaloncini, maglietta e zoccoli da mare, ho fatto una delle mie rarissime passeggiate pomeridiane, a piedi, sul lungomare Gagarin di Seccagrande, dove da un ventennio ormai,  trascorro con la famiglia il periodo estivo nella mia casa, costruita nella tranquilla e rilassante zona dietro la Chiesa.

Manco a farlo apposta chi incontro ? come sempre l’amico Pietro Spallino che, con la sua immancabile chitarra a tracolla mi ferma e mi chiede di accordargli lo strumento. Volentieri ho proceduto alla semplice operazione di accordatura, facendo nel contempo i complimenti al simpatico Pietro che, anche senza conoscere alcun accordo è un "appassionato musicista" che pretende sempre che l’intonazione della sua chitarra sia perfetta.

Terminata l’operazione ci siamo seduti su una panchina a parlare del più e del meno, fino a quando, non ricordo come, il discorso è scivolato, manco a farlo apposta, sui carretti siciliani. Per Pietro Spallino si trattava di pane per i suoi denti, in considerazione del fatto che, fin da ragazzo e per parecchi anni, con la propria famiglia aveva esercitato il mestiere di costruttore e riparatore di carretti siciliani. La bottega dei fratelli Spallino, come comunemente veniva chiamata, era molto conosciuta sia a Ribera che nel circondario, ed il lavoro, portato anche da forestieri, non mancava mai.

Negli anni ’20 a Ribera, operava anche la bottega dei fratelli Millefiori ove venivano costruiti carretti siciliani per la gran parte del tipo "a la catanisa".

Successivamente, oltre ai fratelli Spallino che hanno iniziato l’attività nel 1949, anche altri artigiani riberesi come Francesco Di Giorgi e Giuseppe Sferlazza sono stati dei bravi ed apprezzati carradori.

Mentre io e Pietro Spallino eravamo intenti a discutere, dopo un po’ è venuto a prendere posto sulla stessa panchina un distinto signore che conoscevo solo di vista in quanto dipendente ed ora pensionato dell’E.A.S. di Ribera: il Geom. Giuseppe Lo Greco, conosciuto da tutti.

Il Lo Greco ascoltando casualmente i discorsi tra me e Pietro sui carretti siciliani è subito entrato in discussione con noi e quando ha capito che io avevo tanto desiderio di trovarne uno, anche in pessime condizioni, per operarne un recupero, inaspettatamente mi ha detto di averne uno abbandonato da oltre 25 anni sotto un albero di mandorlo in Contrada Donna Vanna nel territorio riberese e, praticamente a pochi chilometri da Seccagrande.

Visto il mio grande interesse per il vecchio "reperto" e constatato anche che ero disposto ad offrire una congrua somma in denaro, il Sig. Lo Greco da vero gentiluomo si è dichiarato pronto a regalarmelo, avvertendomi però che quel vecchio veicolo non era certamente in condizioni tali da essere restaurato.

 

UNA PASSEGGIATA A "DONNA VANNA"

 

Tutti e tre, di comune accordo abbiamo deciso, su due piedi, di fare una passeggiata in macchina e recarci sul posto, per effettuare una visita al tanto desiderato "carretto" e senza pensarci due volte, ci siamo subito recati a Donna Vanna.

Arrivati sul posto ed effettuate le prime sbirciate, rimuovendo a fatica numerosi rami secchi, tavole e fili di ferro arruginiti, il primo a pronunciarsi è stato proprio Pietro Spallino, l’esperto, che, forte appunto delle sue esperienze e forse abituato a vedere carretti nuovi o quasi, non ha retto allo spettacolo che si è presentato alla nostra vista ed ha sentenziato: - Piccatu com’è arridduttu " (Peccato come è ridotto). – "Nun c’è nenti di fari ! (Non c’è niente da fare).

Ci sono rimasto un po’ male anch’io perché, a dire il vero, le condizioni del glorioso mezzo di trasporto di un tempo erano davvero disastrose. Tutto o quasi, rotto:

"la casciata", "li masciddara", "li barruna", "lu frenu", li "chiavi di davanti e di darreri" e parte delle aste e delle ruote presentavano numerose parti infradicite dalle piogge, dall’umidità del terreno e dalle intemperie di tanti anni.

Ma tra me e me mi son fatta veloce una attenta analisi di quanto restava di quella specie di carretto e in particolare delle parti artistiche e pregiate in ferro battuto, dei cerchioni, della ferramenteria in genere e della struttura portante, ho riflettuto velocemente, venendo alla conclusione che Pietro Spallino aveva ragione, ma non proprio del tutto. Quindi, mi sono preso di coraggio, se di coraggio si può parlare e deciso a provare l’impresa ho detto al Sig. Lo Greco che lo accettavo ugualmente e mi impegnavo a fare tutto il possibile per salvarlo dal completo dimenticatoio verso cui era avviato per riportarlo a nuova vita.

Convinto del mio grande amore per questa impresa, il Sig. Lo Greco mi ha invitato a trovare un mezzo per andare a prelevare il vecchio carretto dalla sua campagna e portarlo a casa dove sarebbe stato sottoposto a tutte le cure del caso.

 

FINALMENTE A CASA MIA

L’ho tanto ringraziato sia per il dono che mi aveva fatto, sia per la fiducia che riponeva in me circa l’operazione di restauro. Dopo soli due giorni, servendomi di un trasportatore fornito di furgone a tre ruote, il tanto "desiderato carretto" era già nella mia casa di Seccagrande.

La prima impressione di mia moglie è stata quanto meno scoraggiante in quanto le ho letto negli occhi una sicura disapprovazione nel vedersi arrivare tra i piedi un "cimelio" che secondo i suoi pensieri poteva solo andare bene per accendere il fuoco del forno a legna. Son certo che in cuor suo si sarà detto: - forse mio marito sarà rincretinito ? ma perchè mi porta a casa altre cianfrusaglie ? non bastano quelle che già abbiamo ?

E credo, non avesse tutti i torti a pensare questo, poiché anch’io dopo il primo entusiasmo avevo un po’ rallentato e frenato le mie certezze di riuscire a fare un accettabile restauro. Ma ormai ero in gioco, mi ero già espresso con il donatore e non potevo certo tirarmi indietro. A costo di lavorare per mesi e mesi dovevo lasciare tutti i miei hobby e dedicarmi solo a questo lavoro.

 

TENTARE IL RESTAURO

Ho tranquillizzato mia moglie e piano piano, osservando bene insieme a lei le varie parti del carretto ancora recuperabili, di comune accordo è stata accettata l’idea di tentare almeno di cominciare a far qualcosa.

Dal giorno dopo, munito di spazzole d’acciaio, pennelli e attrezzi di vario genere ho iniziato a smontare e pulire ciò che ero riuscito a portare a casa. Dopo i primi interventi ho notato la notevole bellezza e il grande pregio della cosiddetta "cascia di fusu", tutta lavorata in ferro battuto, che rappresentava numerose teste di guerrieri abilmente cesellati, unitamente a torciglioni, fiori, bandiere e "rabischi" di una certa eleganza. Poi ho notato che la parte in legno scolpita, detta "pizzu di fusu" rappresentava un putto alato che suonava il mandolino, strumento a me tanto caro ed era affiancato da due draghi , unitamente a eccellenti decorazioni nonché, in basso la grande scritta in rilievo: "Costruito dai F.lli Millefiore" – Ribera" . Credo che, l’artigiano del tempo che aveva eseguito l’intaglio del legno, anche se molto abile, si sia sbagliato a scrivere "Millefiore" in quanto in realtà la bottega che operava a Ribera si chiamava "Millefiori".

 

La parte sottostante del carretto, in ferro battuto e legno intagliato detta "cascia di fusu"

dopo la decorazione.

Da notare la scritta scolpita: "CARRO COSTRUITO DAI FRATELLI MILLEFIORI - RIBERA"

 

A seguito di quell’accurata analisi e delle relative "scoperte" ho avuto modo di constatare che i vari artigiani che avevano lavorato alla costruzione

di quel carretto, erano dotati di grande maestria e chi lo aveva commissionato, certamente era una persona che amava l’arte e le cose belle.

 

CARATTERISTICHE DEL CARRETTO

Inoltre, ho potuto recuperare numerose targhette metalliche in alluminio e in lamierino, con le quali si poteva tracciare un significativo profilo di quel veicolo che, sicuramente tanto aveva aiutato nel lavoro il suo proprietario. Una targhetta rettangolare con fondo blù e scritta bianca, oltre a riportare le caratteristiche del carretto, il numero di matricola e il peso di 250 Kg.. Era riportato anche il nome del primo ed unico proprietario, Musso Rosario, suocero del Sig. Lo Greco. Un’altra targa di forma romboidale, che ritengo molto preziosa riportava oltre alla data del 1939 ed alla sigla AG, anche la tassa di circolazione che allora era di £. 12,50, nonché il simbolo del fascismo. Un’altra targhetta del 1957 riportava la tassa di £. 500 e sempre del 1957 un piccolo disco di alluminio con la scritta "verifica" lasciava supporre che il mezzo era stato sottoposto a revisione, come per le automobili avviene ancora oggi.

Infine, nella parte posteriore del carretto erano ancora affisse tre targhette rifrangenti, rese sicuramente obbligatorie quando anche a Ribera hanno fatto la comparsa le prime macchine e pertanto era necessaria una certa prudenza per circolare sulle strade, in un traffico misto di automobili e mezzi agricoli trainati da animali.

Insomma, quel vecchio carretto era stato dotato a suo tempo, di tutti gli accorgimenti necessari per potere circolare in regola.

Da successive analisi ho potuto accertare che l’asse principale che collegava le ruote, detto "fusu" era ancora in ottime condizioni e i relativi dadi che bloccavano le ruote si potevano ancora svitare. Anche le ruote, "li barruna" e le aste presentavano in alcune parti, delle zone di legno marcio, che necessitavano di opportune riparazioni e c’era da rifare la "casciata" e le sponde dette "masciddara".

 

INIZIA IL LAVORO

Così, facendo sfoggio di tutti i miei migliori attrezzi da lavoro presenti nella mia modesta bottega del "far da sé" e consultando libri specializzati ho proprio deciso di lasciare ogni indugio e porre subito mano al lavoro. Non avevo idea di quanto tempo avrei impiegato, ma occorreva intanto cominciare e ho cominciato subito, smontando e pulendo tutte le parti, sia in ferro che in legno.

L’impatto con i primi pesanti e difficoltosi lavori non è stato dei più semplici ma con una certa dose di pazienza, mista a passione e curiosità di completare il lavoro, ho alla meglio cercato di superare i vari ostacoli.

In un vecchio libro trovato presso la Biblioteca di Sciacca ho trovato tantissime notizie utili per la conoscenza dei carretti siciliani ed ho appreso le varie tecniche di costruzione e decorazione. Inoltre ho scomodato qualche amico falegname per il taglio di alcuni pezzi di faggio o di grosse tavole che ho provveduto poi a rifinire ed intagliare con i miei soli mezzi.

Non c’è stato attrezzo che non abbia usato, dal martello al cacciavite, dalla pinza alla tenaglia, dallo scalpello alla raspa, dalla carta vetrata alla levigatrice orbitale. Dopo circa quattro mesi è arrivato il momento che desideravo di più: i disegni, la decorazione, la pittura e la creazione di tutte le scene garibaldine affiancate da parecchi motivi ornamentali, volti di personaggi siciliani famosi e stemmi vari.

 

LA SOSPIRATA FINE DEI LAVORI

Quel carretto meritava ormai di essere completato e mese dopo mese i vari interventi si susseguivano lasciando di volta in volta intravedere qualcosa in più, fino alla fine tanto desiderata che è arrivata dopo circa 7 mesi dall’inizio.

Tutte le fasi della lavorazione sono state da me fotografate in ogni dettaglio ed alla fine osservando le prime foto e confrontandole con le ultime, sinceramente, io stesso, ho provato tanta emozione. Non credevo davvero di ridare a quell’antico mezzo popolare una nuova vita. Ricordo ancora con un certo orgoglio le parole del Prefetto di Agrigento che, vedendo il carretto esposto alla Fiera Mercato di Ribera nel mese di maggio del 1992 e le relative foto del restauro, stringendomi la mano, mi ha detto pressappoco queste parole: - Complimenti Signor Ciliberto, lei ha fatto rivivere un glorioso mezzo di trasporto, che ormai appartiene al nostro passato e alla Storia della nostra bella terra di Sicilia.

 

Dal GIORNALE DI SICILIA del 29 gennaio 1993

 

si trascrive integralmente un articolo di Totò Castelli.

Impiegato di Ribera restaura un antico carretto siciliano

RIBERA (tc). << Ma che bel carretto>>. E’ quanto ha esclamato Giuseppe Nicola Ciliberto, 47 anni, dipendente della Condotta agraria di Ribera, con la passione per la pittura, la musica e la ricerca delle tradizioni popolari, quando, abbandonato in un appezzamento di terreno nelle campagne di Ribera, su indicazione del geometra Giuseppe Lo Greco ha rinvenuto un vecchio carretto siciliano in condizioni a dir poco disastrose.

<<Era da anni che cercavo un carretto siciliano autentico dice Ciliberto – e, può sembrare strano, era difficilissimo trovarlo: ho provato perfino a Lucca Sicula, Villafranca sicula, Calamonaci, Burgio, Caltabellotta>>.

<<In qualche caso – aggiunge Ciliberto – i proprietari per potermelo cedere, hanno chiesto cifre inaccessibili. Per questo, anche se le condizioni di quell’antico veicolo erano disastrose, ho visto in prospettiva la possibilità di ricavarne un…bel carretto e recuperare un pezzo della <<memoria>> artigianale della città di Ribera, dove in passato hanno operato parecchi costruttori di carretti siciliani e dove vivevano parecchi carrettieri>>.

<<Come il mestiere del "carrettiere" così molti altri mestieri (come quello di "lu firraru", di "lu vuttaru", di "lu stagnataru") sono ormai scomparsi>> - dice Ciliberto.

<<A instradarmi nelle mie ricerche è stato Pietro Spallino, artigiano riberese, uno dei costruttori di carretti tra i più apprezzati del circondario riberese, dove fin dagli anni ’20 ha operato la la bottega dei fratelli Millefiori, nella quale si realizzavano carretti del tipo "catanese". Dopo, oltre ai fratelli Spallino, che hanno cominciato l’attività nel 1949, anche alcuni altri artigiani come Francesco Di Giorgi e Giuseppe Sferlazza sono stati dei bravi "carradori" >>.

<<Poi – prosegue Ciliberto – ho conosciuto il geometra Giuseppe Lo Greco, dipendente in pensione dell’EAS, che, visto il mio interesse, mi ha parlato di un vecchio carretto di sua proprietà abbandonato in contrada Donna Vanna. Era in uno stato a dir poco pietoso: "la casciata", "li masciddara", "li barruna", "lu frenu", "la chiavi di davanti" ed altre parti del carro erano rovinati da umidità ed intemperie. Ma non mi sono scoraggiato ed ho lo stesso pensato di recuperarlo>>.

L’opera di restauro nell’arco di otto mesi è stata completata e il carretto è stato esposto nel corso della recente Sagra dell’Arancia, meta obbligata di migliaia di visitatori incantati dalla bellezza dei dipinti, che raffigurano Francesco Crispi, nato da queste parti, Garibaldi e i Mille, stemmi molto complessi della Sicilia, di Ribera e di nobili famiglie, ma anche Renato Guttuso e Luigi Pirandello.Nel carretto alcune curiosità come la <<targa>> AG 1939 con le indicazioni sul pagamento della "tassa di circolazione" che nel 1939 era di Lire 12,50 e nel 1950 di Lire 500.

 

CURIOSITA' SUL CARRETTO

La chiave è la componente più conosciuta del carretto artistico siciliano e ogni museo etnografico siciliano che si rispetti ne possiede una nutrita collezione: si tratta di una traversa di legno scolpito che ha il compito di raccordare sul retro le due stanghe del veicolo. Ma è importante soprattutto perché nella lavorazione di questo elemento si è cimentata gran parte della tradizione figurativa dell’isola.
L’uso esclusivo della pittura ad olio, in grado di attecchire meglio sul legno e allo stesso tempo di resistere di più alle intemperie, è preparato sempre da una spalmatura di minio, la vernice rossa che costituisce la base di colore del carretto tipico della Sicilia orientale, mentre nella parte occidentale dell’isola si preferisce una base di giallo.
Per ciò che riguarda i temi figurativi, il maestro Guastella ci introduce un’ulteriore distinzione: mentre nella Sicilia occidentale il tema figurativo più ricorrente nelle chiavi è quello dei paladini di Francia, nella parte sud orientale dell’isola si preferisce il filone religioso, con una particolare predilezione per San Giorgio, anche perché santo riconosciuto come protettore dei cavalli: in ogni caso, è da notare che l’iconografia tradizionale del santo, cavaliere cristiano che sconfigge un drago per salvare la vita a una principessa berbera, non ci allontana poi tanto dal genere avventuroso, esotico e fantastico delle leggende carolinge trapiantate in Sicilia.

"Cascia di fusu"
 

Il carretto: un concentrato d’arte
Il maestro Guastella ha iniziato giovanissimo ad avvicinarsi all’arte del carretto, come aiutante nell’officina di un carradore, per poi successivamente specializzarsi nella pittura. Il carretto artistico siciliano è infatti il prodotto finale del contributo di diversi mestieri: l’intagliatore realizza tutte le parti in legno, di solito utilizzando noce o faggio; il fabbro si occupa degli elementi in ferro battuto, come la càscia i fusu, griglia di elementi ornamentali che decora l’asse delle ruote - anch’esso di ferro - detto appunto fusu; il carradore propriamente detto assembla le varie parti e il pittore decora tutte le superfici su cui è possibile dipingere: oltre alla chiave e alla cascia i fusu, le parti che si prestano di più sono le sponde (o masciddàra), cioè le pareti della cassa del carro, dove è possibile raffigurare intere scene. Ma il carretto è un’opera d’arte integrale, un concentrato di creatività e tecnica minuziosa, ed è questa cura dei dettagli che porta l’artista a cimentarsi nella decorazione di tutte le sue parti: è così che anche un elemento puramente meccanico – come la ruota – diventa nelle sue mani uno incantevole caleidoscopio d’immagini e colori.

TIPOLOGIE DI CARRETTO

Nelle diverse aree dell'isola si distinguono quattro fondamentali varianti tipologiche del carretto; il tipo palermitano, diffuso nella provincia di Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Trapani. Gli elementi che li distinguono sono: l'asse delle ruote, incassate in un travetto di legno scolpito e dipinto (casciafusu), ornato di arabeschi in ferro battuto (rabeschi) e sormontato da due mensole di legno; tre pioli suddividono i laterali della cassa, di forma trapezoidale, in due riquadri; il tipo castelvetranese, diffuso nel retroterra della provincia di Trapani e aree vicine della provincia di Palermo. L'asse delle ruote e le mensole sono simili a quello di Trapani, la cassa con i laterali è simile al tipo palermitano; il tipo trapanese si distingue per le ruote di grande diametro, sulle fiancate ha quattro pioli che suddividono i laterali della cassa in tre riquadri, sormontata da una barra orizzontale, il tipo catanese diffuso nella Sicilia orientale, è simile a quello palermitano.
Nei riquadri (scacchi) si possono distinguere cinque generi figurativi: devoto (scene della bibbia o della vita dei santi); storico-cavalleresco; leggendario-fiabesco;
musicale (opere liriche); realistico (scene di caccia o altro). Il costume di dipingere i carri è documentato in Sicilia a partire dai primi dell'Ottocento, sull'esempio delle portantine, delle lettighe e delle carrozze del Seicento e del Settecento riccamente decorate e dipinte.

 

 

Si racconta a Palermo

·       .............."MASTRU RAIA" CARRUZZERI E INTAGLIATORE DOC DEL CORSO DEI MILLE............

 

"Non si può fare un passo nella città di Palermo, senza incontrare dozzine di carretti tirati da cavalli, da asini, da muli. La città ne conta la bellezza di 4758 e quando si celebrano feste in campagna essi sono una vera delizia dell'occhio" (G. Pitrè).
Oggi, i carretti siciliani si ammirano nei musei e nelle manifestazioni folcloristiche. Un tempo, a Palermo, la via che ospitava molte botteghe artigiane di carretti era il Corso dei Mille. Intere famiglie vivevano con questa attività: i Ferrare, i Lo Monaco, i Cardinale, i Murdolo. Di tutte queste ne è rimasta una sola, al civico 147 ed è la bottega di Giovanni Raia, un grande locale che è anche officina di camion, il carretto del XX secolo.
Mastro Raia, nato a Palermo nel 1919, ha là , veneranda età di 81 anni, ma il suo aspetto è giovanile e trasmette una carica di simpatia in chi l'ascolta "raccontare" il suo mestiere, che è quello di "carruzzeri" (carrozziere) e intagliatore del carretto siciliano. Ciò è per lui motivo di orgoglio e di vanto se si considera che è l'ultimo carradore rimasto e dopo di lui ne i suoi figli ne i suoi nipoti continueranno il suo mestiere.

L'amore per la Sicilia, la passione e il desiderio di far rivivere il passato si leggono nel suo lavoro. Siamo andati a intervistarlo, l'abbiamo trovato intento al suo lavoro, le sue mani ancora agili ed esperte si muovono sicure sul legno, mentre smussa gli angoli vivi e li arricchisce di figure, scolpisce le facce interne ed esterne delle aste, trasformando i terminali dei "barami" (i pioli delle fiancate) in teste di donne o pupi; scolpisce la chiave e il pizzo al centro del casciafusu che è l'asse portante del carretto.
Un carretto sta dinanzi la sua bottega ed egli lo descrive in tutte le sue parti, con ricchezza di particolari. È un'esplosione di colori: scene della "cavalleria rusticana" (opera lirica) ricoprono la parte interna delle sponde. Sulla cassa spicca l'immagine di S. Rosalia, patrona di Palermo e all'esterno delle sponde sono dipinte scene tratte dalla bibbia e da episodi cavallereschi.

Ogni spazio è dipinto con i colori più vivi e smaglianti. Sotto la cassa vi è la chiave che regge le stanghe del carretto, sulla controchiave sono scolpite e dipinte rappresentazioni cavalleresche. Mastro Raia ci parla anche del segreto delle "cùsciuli", dentro le quali gira il fuso del carretto e questo segreto è il suono che si produce nell'attrito tra il fuso e le cùsciuli.

I carrettieri vogliono che il rumore delle ruote non sia stridente, perciò pagano di più affinché i materiali metallici delle cùsciuli siano a "lega di campana" cosicché le loro cantilene siano più dolci ed armoniose. Giovanni Raia ha esercitato il suo mestiere fino all'entrata degli Americani in Sicilia fino a quando, dice, c'era molta richiesta di carretti perché servivano per lavorare, poi si è impiegato ai cantieri navali per vivere.

Ora, una volta in pensione ha ripreso l'attività che continuerà fino a che "si sente di lavorare". Una fase particolare della costruzione del carretto è "a fìrriatura da rota", l'applicazione cioè del cerchione di ferro nella ruota. Per questa operazione, che avviene fuori dalla bottega, Mastru Raia si reca a Sant'Erasmo: il cerchione viene fatto riscaldare nel fuoco e poi buttato a mare per due motivi, per farlo raffreddare e perché l'acqua salata fa da incrostazione tra il legno e il ferro. È un momento, dice, di grande tensione, i movimenti devono essere sincronizzati e veloci. Gli elementi naturali:
ferro e legno, acqua e fuoco vengono così dominati con grande "maestria" dall'artigiano.
La costruzione di un carretto dura in media tre mesi. Il costo di produzione è abbastanza alto se si pensa ai diversi tipi di legno utilizzati, perfettamente stagionati, alla quantità di forza-lavoro e alle varie fasi della tecnica di costruzione. Mastro Raia, maestro e artigiano, nella sua opera esprime 10 spirito creativo di tutto un popolo, regalandoci la ricchezza spirituale del passato. Per lui, al primo posto è il carretto con i suoi colori e le bellissime decorazioni: un singolare ricamo di legno e di ferro.
11 contatto diretto tra gli alunni e l'artigiano Raia da il chiaro concetto di ciò che è stato e di quanto rimane, di qualcosa cioè che non deve morire.
Il carretto è da sempre il simbolo della Sicilia e della sua tradizione. Nelle sponde, nelle ruote, nella cassa vi sono i colori del sole siciliano, dello zolfo, delle arance e dei limoni, del cielo e del mare, della lava dell'Etna e dei ficodindia.
Esso rappresenta una sintesi delle civiltà mediterranee che furono presenti nell'isola:
i colori arabi, gli arabeschi turco-bizantini, i costumi dei Greci, le cianciane spagnole. Nelle case degli emigranti, che il destino ha spinto lontano dalla loro terra, non manca mai il suo modellino in scala.
Il carretto siciliano è il simbolo della creatività dell'artigiano, che pur rimanendo anonimo, esprime lo spirito creativo di tutto un popolo. Alla sua realizzazione partecipano carrozzieri, carradori, intagliatori, fonditori, fabbri, pittore decoratori e pellettieri.

Giuseppe Cocchiara, studioso di folklore siciliano (1904 -1965) ha definito il carretto siciliano " l'opera più caratteristica che l'artigiano abbia prodotto in Sicilia" non solo perché costituisce l'oggetto tipico della Sicilia, come la gondola lo è per Venezia, il Colosseo per Roma, il duomo per Milano, ma perché alla sua costruzione concorrono armonicamente otto gruppi di artigiani.
Biagio Pace (1889-1955), studioso e conoscitore dell'anima siciliana, parlando della bellezza e dell'utilità del carretto siciliano ha scritto: "II carretto ha rappresentato nella Sicilia moderna un elemento caratteristico di bellezza ed un mezzo fondamentale di trasporto, che ha avuto la sua grande diffusione soltanto nel secolo scorso".

 

Il carretto restaurato interamente da G.N.Ciliberto

visto dalla parte di dietro. La scena scolpita sulla chiave

in legno di faggio, rappresenta Giuseppe Garibaldi con

lo sfondo del Castello di Poggiodiana di Ribera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ELEMENTI DEL CARRETTO

- 'u fusu, asse di ferro, a cui si attaccano le ruote;
- a cascia, ripiano in legno di abete, metri 1,30x1,15 che presenta due davanzali in faggio (tavulazzu davanti e tavulazzu darreri) poggianti su cunei.

 

Ai fianchi reca due sponde, detti masciddara, decorate dal lato estemo e dal lato intemo e sorrette da sei pioli (barruna) ad essi attaccati.


- l'asti, due stanghe in faggio, fomite di anelli (ucchiali) in ferro per l'attacco dell'animale.


- I roti, due ruote in frassino, con un circuni di ferro e dodici raggi che congiungono la corona della ruota,
- in noce, detta curva, col mozzo, che è fermato al fusu mediante un dado a vite detto cannula;
- I chiavi, le due traverse, anteriore e posteriore, in faggio, finemente lavorate e dipinte;


- U purteddu, la sponda posteriore, che viene tolta per le operazioni di carico e scarico;


- I viscidi, le boccole, che vengono inserite nei mozzi e producono il caratteristico suono del carretto;


- A casciafusu, griglia di ferro attaccata al fusu, riccamente decorata a ferro battuto con fiori, ricami e foglie,

che a Catania si chiamano "suspiri" e a Palermo "rabischi" (arabeschi);

 

ACCESSORI DEL CARRETTO
U rituni, rete di cordicella, posta sotto il tavulazzu  di davanti e dove vengono conservati i cibi,

la botticella del vino, la bonaccia per l'acqua e la bacinella per dare da bere all'animale;
- U suttapanza, cinghia di cuoio ch epassa sotto la pancia dell'animale;
- A coffa, cestino di paglia, attaccato sotto la cascia, per dare da mangiare all'animale;
- U lumi, penzolante sotto la cascia per illuminare la strada nelle notti senza luna;
- A catina, per il cane, legata alla cascia di fusu;
- L'umbrilluni, o "paraccu", per ripararsi dalla pioggia e dal sole.

 

 

    Dal periodico BOE' - Marzo - Aprile 2008

 

 

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