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Ribera: Il Castello di Poggiodiana
Testo del Prof. Arch. Giuseppe Scaturro, (tratto dal capitolo introduttivo del volume "Misilcassim seu Poggiodiana - UN CASTELLO A RIBERA)
(Foto di Giuseppe Nicola Ciliberto) |
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Il castello e il territorio Agli occhi del viandante che percorre l'unica strada che costeggia il litorale meridionale della Sicilia appare, nei pressi di Ribera, una piana fertilissima e ricca di aranceti: è la pianura solcata dal fiume Verdura, il quale sfocia, non lontano a meridione, nel Canale di Sicilia. Se egli gira il capo volgendo lo sguardo a settentrione, può notare i ruderi di un antico Castello, con una torre cilindrica sulla quale si focalizza l'immagine, che si ergono su un colle chiamato Poggiodiana, che domina tutta la valle sottostante. Su un adiacente altopiano, più a occidente, si nota la città di Ribera che domina anch'essa la pianura, non avendo però un rapporto visivo diretto con il Castello Infatti se il nostro viandante vuole raggiungere il sito di Poggiodiana dal comune agrigentino, non vedrà mai dal luogo di partenza il nostro maniero poiché, tra la città di Ribera e il colle, è posto un arco calcarenitico che unisce geologicamente i due siti ma, per la sua forma planimetrica ad arco, ne impedisce la vista. Il Castello è collegato con la città mediante una strada comunale che lambisce l'arco calcarenitico da destra, permettendo la vista della valle sottostante dal lato opposto. Ma il rapporto visivo con il Castello si ristabilisce soltanto alla fine del percorso, solo dopo aver superato l'ultimo sperone roccioso, quando, con una sensazione di sorpresa, improvvisamente si offrono alla vista i resti della fortezza di Poggiodiana. Ci si accorge subito che il nostro maniero è inserito in un contesto ambientale di eccezionale bellezza, essendo posto su quell'altura che domina la lussureggiante pianura solcata dal tracciato del fiume Verdura. Questo corso d'acqua, in prossimità del Castello, ha un andamento tortuoso e, scorrendo in una strettissima gola incisa nella roccia calcarenitica, il Vallone del Lupo, forma tre grandi anse.
L'ultima di queste lambisce il colle di Poggiodiana, che si configura come una penisola bagnata dalle acque del tracciato fluviale che, dunque genera il sito del Castello. A settentrione, il baluardo difensivo svetta su uno strapiombo di oltre cento-cinquanta metri, che offre la vista della sottostante ansa del fiume e di una cascata artificiale che con un grande salto si riunisce alle acque fluviali. Ad est si scorge Ribera, che è adagiata sul pianoro di una collina a 234 m. sul livello del mare, mentre dagli altri lati, sud e ovest, si può ammirare la valle sottostante. Questa ultima visione, data la posizione dominante caratteristica del sito castellano, è la più suggestiva poiché offre una vista panoramica di tutta la valle che, gradatamente, scende fino al mare, di cui si scorge la riva e l'orizzonte. Una distesa di aranceti occupa tutta la pianura, disegnata dal caratteristico tipo di piantumazione, con regolari giaciture ortogonali interrotte soltanto dal tortuoso tracciato del fiume. Fino a pochi mesi fa, vicino alle sponde del corso fluviale, giacevano i resti di un ponte cinquecentesco, ma insensati lavori di canalizzazione ne hanno letteralmente falciato i piloni, facendoci perdere inesorabilmente le tracce del più antico ponte del territorio di Ribera. Nella parte meridionale della collina di Poggiodiana sono stati operati dei terrazzamenti per gli aranceti i quali hanno "emaciato" il profilo della collina, mutandone sia la forma planimetrica che quella altimetrica. Sul pendio della collina si scorge il tracciato di alcuni sentieri erti, negli spazi attigui ai terrazzamenti, grazie ai quali si raggiunge in sommità, dopo una "faticosa" salita, il sito del Castello. Ed ecco così, che si offre ai nostri occhi, uno spettacolo misto di desolazione e meraviglia, miscuglio di sgomento e ammirazione. Questa duplice sensazione è dettata dallo stato di abbandono in cui versa il maniero che suscita rabbia e rancore e dal fascino dei ruderi che inducono riflessione e ammirazione per il nostro passato.
La fabbrica architettonica si sviluppa su una pianta irregolare che, coprendo tremila metri quadrati, segue la natura e la forma del terreno. Oggi il manufatto è un rudere, ma fra le sue rovine si possono individuare strutture architettoniche di grande interesse. La torre cilindrica a beccatelli mostra al suo interno una volta a crociera costolonata su pianta ottagonale, un tipo di copertura adottata all'interno delle torri castellane di età sveva-federiciana, di cui oggi in Sicilia esistono pochissimi esempi ancora integri. Fra i muri diruti si possono notare: la colombaia, in ottimo stato di conservazione e il bastione angolare quadrato, che è un notevole esempio di fortificazione militare, adottato in Sicilia, soprattutto, nel caso delle torri costiere di avvistamento del Cinquecento. "Delle mura perimetrali rimangono in piedi soltanto dei miseri brandelli; la parte che volge a nord è quasi del tutto distrutta; di quella ad est si conserva quasi intatta la torre; dei piani superiori tutto è crollato; di quelli inferiori resta solo un mucchio di macerie cosparse di muschio. 1 E tutto il resto è una "silenziosa rovina".
Misilcassim e Poggiodiana: le ipotesi storiche II mistero ha avvolto, storicamente, il nostro castello. Questa sensazione non è stata avvertita solamente per l'alone di magia che avvolge quasi generalmente gli antichi manieri, ma, soprattutto, per la totale confusione che è regnata a proposito della sua origine e del suo processo di crescita. A rafforzare questa realtà è stato poi il venire alla luce di due diverse denominazioni, cioè Misilcassim, nome di chiara origine araba e Poggiodiana, attuale appellativo dato alla odierna struttura fortificata; nasceva così l'indecisione sull'identificazione con due nomi di un solo castello. Tale confusione si è trasferita inevitabilmente sulle ipotesi storiche sviluppate nel passato, prima di questo nostro lavoro. Infatti, sin dai primi anni del nostro secolo (1919) sono sorte notevoli controversie e posizioni contrapposte a proposito della storia del maniero. Nel numero 204 (marzo 1919) del giornale riberese "II Lavoratore", fondato dall'arciprete Nicolo Licata, una nota sul nostro castello scritta dallo storico saccense Ignazio Scaturro, affermava che Misilcassim e Poggiodiana non erano altro che due nomi per un'unica struttura architettonica. Questo articolo faceva nascere una polemica tra lo storico saccense e l'avvocato riberese Baldassare Castelli,2 che sarebbe durata quasi un anno, perpetuata nelle righe del giornale riberese, che faceva da tramite nei rapporti epistolari intercorrenti tra i due personaggi.
Infatti alla nota in questione il Castelli, nel numero 265 del marzo dello stesso anno,3 rispondeva : "...a proposito del castello di Misilcassimo, ch'egli, a torto, confonde in un col castello di Poggiodiana, ...", considerando autorevoli le notizie riportate da Gaetano Di Giovanni e da Vito Amico. Sosteneva, altresì, che il castello di Misilcassim si trovava sulla riva destra del fiume Magazzolo, come, secondo lui, dice l'Amico, ed il castello di Poggio Diana alla destra del fiume Verdura o di Caltabellotta. In un numero successivo rettificava dicendo che entrambi i castelli si trovavano alla sinistra dei rispettivi fiumi.4 Lo Scaturro rispondendo da Roma, con una lettera datata 27 aprile 1919 5, così ribatteva: «In verità il Sig. Castelli mi sarebbe riuscito più gradito, se invece di addurmi due autori di seconda mano mi avesse addotto le fonti, che in questo caso non possono essere se non scrittori più antichi e documenti ufficiali.» Cita così alcuni autori tra cui l'Amico e il Di Giovanni, che noi segnaleremo nel primo capitolo, ma dice anche che Francesco Savasta nella sua "Sciacca Nobile" (ms. Pag. 114) afferma espressamente che "Berlingano Perapertusa... ottenne la signoria di Misilcassini, oggi detto Poggio di Diana,..." A questo punto afferma inoltre: «Credo però di aver dimostrato che il castello di Misilcassim si identifica col castello di Poggio di Diana, sulla destra del fiume Verdura.»6 "Il Fazello, cinquecentista — continua lo Scaturro — nella prima parte della sua opera, De rebus Siculis, descrisse tutti i luoghi della Sicilia. Nella deca I, lib. VI, cap. II in fine dice che cinque miglia dopo il fiume Magazzolo succede il fiume di Caltabellotta, il quale dopo molte tortuosità lascia a destra le rovine di Triocola, Caltabellotta e Misilcassim "...et Misilcassimum postea arcem ad dexteram deserti...". — Nella stessa deca I, lib. X, capo III, dice ancora più precisamente che l'arce di Misilcassim è due miglia dopo le rovine di Triocala verso il mare.
«Osservo — dice sempre lo Scaturro — che al tempo in cui scriveva Fazzello (1558), bisogna ritenere che non fosse ancor nato il nome di Poggio di Diana, altrimenti egli lo avrebbe riportato, come fa per tanti altri castelli e fiumi, dei quali menziona il nome antico e il nome nuovo, per esempio del castello della Sambuca, del quale dice che anticamente era chiamato Zabut.» Lo Scaturro, inoltre, fa notare al Castelli che il Savasta (1673-1733) è il primo scrittore che identifica il nome arabo con l'attuale nome italiano.7 Il Castelli 8 risponde allo storico saccense e riesce a convincerlo, con argomenti e ipotesi azzardate, ma soprattutto senza documenti originali, che i manieri dovevano essere due. Lo Scaturro fa sua questa ipotesi tanto che nella sua grande opera, uscita nel 1925, sulla storia di Sciacca e dei paesi limitrofi, afferma per ben cinque volte che il castello di Misilcassim si trovava "a due miglia dalla borgata di S. Anna (antica Triocala) verso il mare, nell'attuale contrada Cassaru." Dice, altresì, che tale maniero non esisteva più da parecchio tempo. Parecchi anni dopo, nel 1966, si ritorna a scrivere sul nostro castello. Nicolo Inglese, nel suo volume "Storia di Ribera", sostiene l'esistenza di un solo castello che cambia nome col passare dei secoli. Afferma addirittura che la struttura fosse stata costruita dagli arabi: «Nel secolo IX i Saraceni costruirono sopra un poggio, sulla sinistra del fiume Verdura (Alba-Sosio) a due miglia dal mare, un castello che, da quello del feudo, prese il nome di Misilcassin.
Il 7 novembre 1510 Gian Vincenzo de Luna, sposato con Diana Moncada, signore delle terre comprese fra Caltabellotta ed i fiumi Verdura e Magazzolo (Isburo), ebbe l'investitura del feudo Misilcassin e, attratto dal clima mite e dalla bellezza incomparabile dei luoghi, annualmente, nella stagione invernale, scese dal castello di Caltabellotta a quello di Misilcassin, che chiamò "castello di Poggio Diana"». Giuseppe Grado, qualche anno dopo, negli appunti inediti per la pubblicazione del libro "Ribera e l'Orfanotrofio San Giuseppe" sostiene: «II Savasta lo identifica con la saracenica Misilcassim ed afferma che Putigiana è la sicilianizzazione del nome Poggio Diana, nome nobile ancora in uso. Afferma, altresì, che tal nome venne applicato da Gian Vincenzo De Luna in onore della consorte Diana Moncada o Montecateno, nel 1510 quando fabbricò il castello. Nello stesso periodo fabbricò il castello nuovo di Sciacca. (...) Io seguo G. Luca Barberi, Fazello e Scaturro e ritengo Misilcassim a destra del fiume Verdura, vicino Sant'Anna di Caltabellotta, nella località Cassare (Qasr in arabo vuoi dire appunto castello). Sono spinto a crederlo, oltre che dalle valevoli ragioni addotte dagli storici, dal fatto che gli Arabi chiamavano Misil un villaggio o casale mentre indicavano col nome Hisn una rocca o castello isolato. A Poggio Diana, che io sappia, si trovano i ruderi di un castello isolato, non di un villaggio o casale.» Si ritorna dunque a parlare di due castelli ! Di contro Vincenzo Cardillo, 9 nell'opuscolo "II castello Conte Luna a Ribera", pubblicato nel 1971, sostenendo la tesi dello Scaturro asserisce: «II Fazello sostiene che questa fortezza si trovava "a due miglia, lontana verso la marina, dalle rovine di Triocòla, che sono presso l'attuale villaggio di S. Anna; e quindi corrisponde all'odierna contrada del Cassare (Qasr, castello)". Il Savasta lo identifica con i ruderi del castello di Putigiana (Poggiodiana in lingua italiana), che sorge su un colle a 500 metri di altitudine, a sei chilometri dal mare e a quattro da Ribera.
Una corografia dove si possono notare, il Comune di Ribera, il sito dove si trova il Castello di Poggiodiana e la stradella che li collega. Da una valutazione storica obiettiva e da una indagine anche litologica non riteniamo di poter identificare l'antico castello arabo di Misilcassim con quello dei Peralta, che — come abbiamo detto — fu costruito in un'epoca molto posteriore. I ruderi abbastanza chiaramente lo testimoniano, sorgendo a circa otto chilometri dal mare, e non a due miglia, e inoltre i resti, specialmente la torre, dimostrano con molta evidenza — ripetiamo — un'architettura non certo di tipo arabo, ma di uno stile, che ricorda piuttosto le grandiose costruzioni del XIV e XV secolo. Si aggiunge ancora una precisazione di grande importanza, fatta dallo stesso Scaturro, storico molto preciso ed oculato, quando esplicitamente afferma che "la torre di Misilcassim sorge sulla DESTRA del fiume Verdura, a due miglia di S. Anna verso il mare", mentre — come già detto — il castello dei Peralta si trova sulla SINISTRA, distante da S. Anna molto più che due miglia. Inoltre lo Scaturro con maggiore chiarezza, accennando a Ribera, dice che "dei due castelli non esiste che quello in parte ruinato in prossimità del paese (Ribera) sul ridente Poggio Diana (in dialetto Putigiana); mentre l'altro castello, che credo debba intendersi quello assai più lontano di Misilcassim, in contrada Cassero, è del tutto scomparso". Da ciò si può facilmente dedurre che il castello costruito dai Peralta non è da. confondere, quindi, con quello arabo di Misilcassim.» Infine nel volume "Ribera e il suo territorio" che Giovanni Farina pubblica nel 1979 si ritorna a sostenere la tesi dell'esistenza di un unico castello, potendo leggere infatti che: «Su un ameno colle nella valle del Verdura, sulla riva destra del fiume omonimo, a tre chilometri da Ribera, sorgono le suggestive rovine di un castello di nome saraceno, "Misilcassino", cioè "luogo discesa da cavallo" il cui nome scompare nel secolo XVI, per prendere quello, più suggestivo, di "Poggiodiana".» 10
Con Farina si chiude così, la rassegna di deduzioni storielle formate nel passato intorno al nostro castello, le quali delineano due posizioni contrapposte. La prima ammette l'esistenza nel passato di due castelli a Ribera: la fortezza araba di Misilcassim, localizzata in contrada Cassare, non lontana dal villaggio di S. Anna, e il castello medievale di Poggiodiana, nelle vicinanze dell'abitato riberese. Mentre la seconda posizione identifica Misilcassim con Poggiodiana, ammettendo, dunque, l'esistenza di un unico castello il cui nome muta col passare dei secoli. Senza alcun dubbio sarà inevitabile nel lettore una sensazione di indecisione mista a confusione.
Una delle poche realtà
che si può desumere sta nella constatazione del fatto che le suddette ipotesi
storiche fanno riferimento ad una unica fonte, rappresentata dallo scritto di
Tommaso Fazello. Infatti esse sono deduzioni, supposizioni, pensieri ipotetici,
scaturiti dalla lettura delle pagine del grande storico saccense.
Nessuno però ha dato risposta a questa domanda: - Perché il Fazello, che ha scritto nel 1558, ha taciuto sul castello di Poggio Diana, cioè quello attuale, come se non fosse mai esistito? e perché ha parlato di quello di Misilcassim come di una fortezza funzionante? Se qualcuno avesse risposto che il maniero di Poggiodiana ancora non era stato costruito in quell'epoca, nessuno avrebbe potuto smentirlo non avendo alcun documento a supporto. A questo punto tocca a noi "smentire", e far luce sul mistero Misilcassim-Poggiodiana, con l'ausilio di fonti documentarie. Infatti le nostre ricerche non si basano sulla critica delle fonti bibliografiche già pubblicate, ma puntano direttamente alla sorgente primaria di ogni verità storica, rappresentata dai registri dei notai defunti custoditi negli archivi di Stato, che sono certamente molto freddi in quanto, appunto, documenti ufficiali, ma sui quali c'è poco da discutere poiché sono rigorosamente veri. Queste preziose e nobili fonti ci hanno condotto alla verità sulla differenza di localizzazione e sulla duplice denominazione, consentendoci di elencare tutti i proprietari fino ai nostri giorni, potendo così delineare la genesi e il processo di crescita della struttura esistente su quel colle chiamato Poggiodiana. La storia del castello era custodita, dunque, all'interno delle polverose e degradate carte dei notai del passato.
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NOTE BIBLIOGRAFICHE
TOMMASO FAZELLO
È nato a Sciacca, nel 1494, veste l'abito domenicana nel convento di Palermo dove si era professato e aveva studiato. Si laurea presso l'Università di Padova e ritorna a Palermo dove riceve la cattedra di Filosofia. L'opera imponente del Fazello vide la luce dopo lunghe e appassionate ricerche durate oltre vent'anni, dal 1535 circa al 1558, anno in cui apparve in Palermo la prima edizione di quel monumento storico che sono le «De rebus sìculis. décades duae» (La storia di Sicilia in due dècadi). L'opera è scritta in latino, come tante altre dello stesso genere, ed è dedicata all'imperatore Carlo V. Ebbe un'accoglienza favorevolissima tanto che in poco più di 15 anni se ne fecero altre due edizioni, nel 1560 e nel 1574. Quest'ultima edizione fu pubblicata in lingua italiana nella traduzione del frate domenicano Remigio Nannini, fiorentino quando il Fazello era già morto da quattro anni cioè I'8 aprile del 1570 a Palermo. Fazello è universalmente riconosciuto come il padre della Storia siciliana.
IGNAZIO SCATURRO - È nato a Sciacca l'8 maggio 1882. Studia all'Università di Palermo, dove consegue la laurea in giurisprudenza- Tra gli studi di legge ricordiamo: «I casi di collisione giuridica» (1909); tra le opere di carattere letterario il lavoro autobiografi-cosatirìco «Io, vero impiegato». Ma la fama di Ignazio Scatarro è affidata alle opere di carattere storico, tra le quali ricordiamo: Dove nacque Agatocle (In «Archivio storico siciliano»); La contessa normanna Giulietta di Sciacca (In «Archivio st. sicil.»); Del Vescovado Triocalitano Croniense (In «Archivio st. sicil.»); Storia della Città di Sciacca (Napoli, 1925); Storia di Sicilia (rimasta incompiuta, Roma, 1950). Ignazio Scaturro muore a Roma il 28 settembre 1956.
1 - V. Cardillo, // castello Conte Luna a Ribera, Estratto dall'«Archivio Storico Messinese», III Serie - Voi. XX - XXII (1969-1971), Tipografia Pantano - Messina. 2 - Vedi biografia e foto a pagina 17. 3 - Lavoratore, n. 265, Sciacca-Ribera, Marzo 1919. 4 - Dobbiamo a questo punto specificare che l'Amico considera l'Isburo l'attuale Verdura e il Magazzolo lo chiama anche Alba, mentre per il Fazello quest'ultimo era l'Isburo. 5 - Il Lavoratore, n. 266, Sciacca-Ribera, Maggio 1919. 6 - Qui commette un evidente errore poiché il castello si trova sulla sinistra del fiume.
BALDASSARE CASTELLI - Nato a Ribera il 24 aprile 1852 da Carmelo e da Caterina Pasciuta, ha la sui abitazione nel corso Umberto. Si laurea in f egge e rimane celibe, vince il concorso per Segretario comunale nel Comune di Ribera, è corrispondente de "L'Ora" e muore a Ribera il 12 giugno 1922. G. Farina, Ribera e il suo territorio, Palermo 1979, pag. 71.
7 - FRANCESCO SAVASTA - "Sortì i natali da genitori nobili ma in decadenza, nel 1673. Da fanciullo inclinò allo stato ecclesiastico, ma poi per trovare maggiori compensi alle strettezze della famiglia si addisse alla medicina, e riuscì valente tanto in fisica quanto in chirurgia, essendosi laureato nell'una e nell'altra facoltà. Amatore appassionato delle cose patrie, scrisse varie opere riguardanti Sciacca e la sua storia. E così il famoso caso di Sciacca, l'Istoria dell'orrendo terremoto del 1727, Sciacca nobile, Sacrum Saccae theatrum ed altre; ma non potè dare alla luce che le prime due soltanto (Un esemplare dei manoscritti Sciacca nobile e Sacrum Saccae theatrum esiste nella Biblioteca Nazionale di Palermo. In fondo al secondo havvi un epigramma latino, scritto in lode dell autore dal di lui figlio don Gioacchino Savasta). Coltivò eziandio la poesia nella quale riuscì assai bene; e scrisse sopra svariati soggetti in versi latini ed italiani. Ebbe anche cognizioni teologiche, e lasciò un grosso manoscritto sullo stato dei beati in paradiso, col titolo: La tetra dei viventi. Fa pena a pensare che la più parte dei suoi manoscritti andò perduta. Morì di anni 60 a' 2 aprile 1733, ed è seppellito nella Chiesa del Purgatorio della quale era uno dei Congregati (FARINA; Biografie, pag. 285)." (M. Giaccio, Sciacca. Notizie storiche e documenti, Edizioni Storiche Saccensi, Sciacca 1988.) 8 // Lavoratore, n. 267, Sciacca-Ribera, Settembre 1919. 9 V. Cardillo, // castello Conte Luna a Ribera, Estratto dall'«Archivio Storico Messinese», III Serie - Voi. XX - XXII (1969-1971), Tipografia Pantano - Messina.
GIUSEPPE GRADO Nato a Montallegro il 23 aprile 1909 da Leonardo e da Francesca Castellana consegue il diploma Magistrale, si sposa a Ribera il 3 luglio 1937 con Giuseppa Scalia figlia di Antonino. Qui insegna alle scuole elementari abitando per un periodo nel vicolo Samaritano e poi nel vicolo Albergo. Partecipa attivamente alla costruzione dell'orfanotrofio San Giuseppe di Ribera e consegna alle stampe un libro sul medesimo orfanotrofio. Vengono stampate le bozze, ma il volume non vedrà mai la luce. Nel 1960 si trasferisce ad Agrigento dove contìnua ad insegnare e dove muore il 17 aprile 1986.
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Una veduta panoramica con: a sinistra il Castello di Poggiodiana e a destra la cittadina di Ribera.
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LO STEMMA DI RIBERA (Ricerche fatte all'archivio comunale di Ribera da Giuseppe Nicola Ciliberto)
Lo stemma di Ribera é caratterizzato da una grande torre merlata, tre colli, il sole nascente e un fiume, sul quale campeggia la scritta latina "ALLAVAM SIGNAT ALBA" .
Il predetto stemma venne adottato ufficialmente dal Consiglio Comunale di Ribera con la Delibera n. 28 del 1 Giugno 1924, presieduto dall'allora Sindaco Cav. Carmelo Vella. Dalla predetta deliberazione, che ho avuto la fortuna di trovare con l’aiuto del Prof. Giuseppe Polizzi, presso l’Archivio Comunale di Ribera, si trascrive “testualmente”, uno stralcio dal quale emergono le motivazioni, i cenni storici e le direttive che erano state allora impartite per dotare la nostra cittadina di un proprio stemma :.....Il Presidente riferisce all'Assemblea che essendo il Comune di Ribera sfornito di stemma, nell'intento di dotare il Comune di uno stemma, affido' l'incarico al Sig. Prof. G. Battista Giuliana, competente in materia di araldica, di disegnare uno stemma che mettesse in rilievo le peculiarità e le caratteristiche del territorio riberese e della sua storia. Contemporaneamente affido' l'incarico al Prof. Ignazio Scaturro per fornire i dati storici che potessero essere di guida e simboleggiati nello stemma stesso dal Prof. Giuliana
.Il Prof. Scaturro diede i seguenti cenni storici
: << Ribera comincio' ad esistere nel 1628. Prese tale nome per omaggio a Donna Maria Afan Ribera di Moncada e moglie di Don Luigi Moncada Principe di Paterno', suo fondatore. Essa giace nella vicinanza dell'antica Allava menzionata dall'itinerario di Antonino (sec. IV), piccola stazione presso il fiume Verdura, chiamato anticamente Alba, come si legge in Diodoro Siculo ed in Erdrisi geografo acato. Ad occidente di Ribera, sopra un poggio pittoresco, lambito dal fiume Verdura (fonte di ricchezza per le campagne che irrigua) esiste la magnifica torre rotonda del castello medioevale di Putigiana (detto italianamente Poggio Diana) di proprietà della famiglia fondatrice di Ribera. E su tali cenni storici il Sig. Prof. Giuliana presenta il disegno dello stemma così concepito : una torre medioevale elevantesi su un poggetto tra il sole nascente e il fiume Verdura con sotto la dizione ALLAVAM SIGNAT ALBA su campo blu >>.... Quindi, il significato più appropriato che si può ricavare dalla predetta frase latina, verosimilmente, dovrebbe essere pressappoco questo : “ Alba (oggi fiume Verdura) delimita Allava (oggi territorio di Ribera) “ che, nel suo significato più completo, utilizzando le denominazioni attuali dei luoghi, si può intendere così: <<IL FIUME VERDURA DELIMITA IL TERRITORIO DI RIBERA>> . |