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PAROLE SICILIANE che non provengono dall'italiano ma da varie lingue straniere
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SICILIA Un jornu ca Diu Patri era cuntenti e passiava 'n celu cu li Santi, a lu munnu pinsau fari un prisenti.... e da curuna si scippau un diamanti. Cci addutau tutti li setti elementi
e lu pusau a mari 'n facci a lu
livanti. ma di l'Eternu Patri è lu diamanti. (Anonimo) |
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NOTIZIE STORICHE SUL DIALETTO SICILIANO
La
conformazione geografica di isola, ha certamente permesso al dialetto
siciliano di mantenersi lontano da influenze di confine. Il risultato è
una certa omogeneità dei dialetti siciliani, che comunque si distinguono
per alcuni tratti fondamentali.
La Lingua siciliana Una delle delle prove più convincenti dell'unità spirituale del popolo siciliano è costituita dall'uniformità sostanziale del linguaggio parlato dai sui abitanti. In assoluto contrasto con la sardegna e con l'Italia meridionale, i dialetti siculi danno l'impressione di una grande uniformità. Tolte alcune piccole divergenze fonetiche locali, vige nell'isola, un dialetto unitario. Le differenze che si possono riscontrare nel lessico derivano quasi esclusivamente dalla maggiore o minore presenza di relitti arabi e greci. Il lessico latino presenta in tutta l'isola tale uniformità quale di rado e dato di constatare nel resto d'Italia.
La romanità della Sicilia non ha le sue origini nel latino importato nell'isola dai romani, ma deve essere piuttosto il risultato di una nuova romanizzazione compiutasi gradatamente, solo dopo il crollo della dominazione araba. In Sicilia non si è sempre parlato e non si parla tuttavia, unicamente ed esclusivamente il siciliano. Già nell'antichità greco-romana i siciliani parlavano correttamente tre lingue: il greco, il latino e il punico e fino all'età di Augusto le monete siciliane avevano iscrizioni in greco. Sotto i romani e gli svevi l'isola divenne altresì paese di colonizzazione: si giustificano così le isole linguistiche, come Aidone, Nicosia, Piazza Armerina che conservano il loro dialetto gallo-italico o quelle che conservano forti tracce di linguaggio settentrionale come Bronte e Randazzo, dovuto alle immigrazioni di notevoli masse di persone che dall'Italia settentrionale si spostarono in Sicilia nell'undicesimo-tredicesimo secolo,sia come soldati con le loro famiglie, sia come coloni, che desideravano abbandonare le terre del Nord travagliate dalle lotte comunali, per lavorare nei campi tranquilli della Sicilia. Altre piccole isole linguistiche si formarono in Sicilia nel quindicesimo secolo, quando gli albanesi abbandonarono la patria per non sottostare alla dominazione dei turchi. Quali sono le stratificazioni linguistiche più notevoli nel dialetto siciliano? Esse sono senza dubbio evidenti anche ai giorni nostri e possono suddividersi in cinque stratificazioni fondamentali: la greco-classica, la greco-bizantina, l'araba, la franco-latina del periodo normanno e la catalano castigliana del periodo aragonese spagnolo; e in talune stratificazioni minori, come la francese moderna o l'anglosassone, fino ad arrivare agli americanismi importati in Sicilia dalle truppe di occupazione nel periodo 1943-1945. Limitando le esemplificazioni a quelle strettamente essenziali per ogni stratificazione. Si nota che l'influsso greco-classico è ancora evidente nell'uso che i siciliani fanno del passato remoto invece del passato prossimo, per indicare un fatto recentemente accaduto (glielo dissi, invece di gliel'ho detto), sono poi vocaboli grecoclassici naca (culla), cannata (anfora), taddarita (pipistrello) ecc... L' influenza greco-bizantina è soprattutto notevole nei toponimi, come nel caso di Adrano che per secoli diventa Adernò. L' influsso arabo è chiarissimo in un numero notevole di toponimi, come: sciarra (rissa) da "sciarrah"; favara (sorgente) da "favarah"; giarra (Giara) da "giarrah" ; e tanti altri. Numerosi sono gli influssi castigliano-catalani del periodo aragonese e spagnolo. Per influsso catalano si ha il siciliano abbuccari per versare, attrassari per attardarsi, accanzari per conseguire, e tanti altri potrebbero elencarsene. L'influsso castigliano da truppicari per inciampare, scupetta per fucile, taccia per bulletta ecc.. Quanto agli influssi più recenti, i mercenari tedeschi delle truppe spagnole e borboniche che inperversarono in Sicilia dal sedicesimo al diciannovesimo secolo, hanno lasciato la lora tipica negazione nixi (da "nichts"). Il francese moderno ha dato al linguaggio siciliano lammuarru per armadio, buffetta per tavolino, tabbaré per vassoio, tirabusciò per cavatappi, tutti termini legati al confort della società abbiente, dal Settecento in poi. Gli inglesi hanno lasciato un ricordo della loro permanenza in Sicilia nel periodo napoleonico, influenzando anche la formazione del superlativo degli aggettivi (in sicilia bellissimo si dice è veru bellu); fino ad arrivare ai recentissimi influssi americani come giobba per posto di lavoro, importati dai siciliani emigrati e poi tornati in patria. Le stratificazioni linguistiche del dialetto siciliano fanno fede della travagliata storia del popolo che l'ha parlato attraverso i secoli e che lo ha innalzato a dignità di lingua. La validità del linguaggio siciliano attraverso i secoli, apparirà ancor più chiaramente, se si pensa che esso, lungo il quattordicesimo secolo, fu relativamente autonomo dal toscano e costituì un vero e proprio tentativo di nazionale italiana. I siciliani sono molto attaccati al loro linguaggio, e la ricchezza e la bellezza dei canti popolari lo dimostra. Così scrive Ignazio Scimonelli da Palermo (1753-1831) nel 1793: Nun mettu peccu a Grecu o Germanisi né a Toscu o Francu, a Latinu o Spagnolu; ma bedda carta mi canta in cannolu lingua e paisi. E pri sta lingua sugnu tantu vanu ca mortu, e prima di essiri urvicatu lu misereri lu vogghiu cantatu 'n sicilianu. Sarà in latinu ben fattu e ben dittu, ma un misereri in lingua nostra misu l'arma mi la fa jiri 'n paradisu drittu pi drittu!
(Traduzione) Non trovo nulla da dire sulla lingua greca o tedesca ne su quella toscana o francese, latina o spagnola; ma il documento linguistico ci fa apprezzare con sicurezza lingua e paesi. E per questa lingua io nutro un affetto così vivo che, quando morirò, prima di essere sotterrato il "De profundis" lo voglio cantato in siciliano. Sarà in latino ben fatto e ben detto ma un "De profundis" recitato nella nostra lingua l'anima me la farà andare in paradiso direttamente!
Nei primi dell'Ottocento, un medico novatore di Modica, Carlo Amore (1768-1841) scriveva nel suo poemetto pedagocico in sestine intitolato L'educazioni:
Nun scrivu lu linguaggiu italianu pirchì nun su' lumbardu o bolognisi. Nascii in Sicilia, sugnu muducanu, usu la lingua di lu me' paisi. Si a tia, litturi, sta lingua nun piaci strazza lu libru, e a mia làssami in paci.
(Traduzione) Non adopero il linguaggio italiano perchè non sono lombardo o bolognese. Sono nato in Sicilia, sono di Modica, uso la lingua del mio paese. Se a te, lettore, questa lingua non piace strappa il libro, e lasciami in pace
Da dove deriva il nome SICILIA? Il nome Sicilia deriva dalla radice SIK (fertilità) e dal suffisso -ILIA (terra), e pertanto Sicilia vuol dire terra fertile, non per caso i romani la chiamarono “il granaio di Roma”. Anche il nome Italia deriva da “Vìtulia”, che era il tratto di costa jonica tra Taormina e Messina, dove si allevavano i vìtuli, ovvero i vitelli sacri al dio Sole.
Cos'è la Trinacria? Il simbolo della trinacria (una testa con tre gambe) è un simbolo solare. La testa gorgònide che sta al centro ha un valore apotropaico, cioè di talismano portafortuna, infatti secondo la tradizione mitologica, la testa della gorgòne aveva il potere di pietrificare i nemici, mentre le tre gambe rappresentano i raggi del sole.
I colori della bandiera. Perchè rosso e giallo? La bandiera giallo e rossa della Sicilia esiste da 720 anni. Venne fatta nel 1282 dalla Confederazione delle Città della Sicilia che, dopo la rivolta del VESPRO del 30 marzo 1282 a Palermo, con un patto solenne, il 3 aprile del 1282, decisero di cacciare i Francesi da tutta la Sicilia. I colori di questa bandiera sono il rosso ed il giallo con la Trinacria in mezzo. Il rosso è il colore del Comune di Palermo (ancora oggi), il giallo è il colore del Comune di Corleone, a quel tempo era la grande capitale agricola nel cuore della Sicilia. Furono le prime due città a fondare la Confederazione contro gli Angioini. La Trinacria esiste da circa 30 secoli in varie versioni. La testa della Trinacria era nel petto di tutte le statue della dea Atena presso i Greci. Identificata con MEDUSA da scultori e pittori, rappresentata in tutte le epoche. Dal gennaio 2000 con la Legge N.1 del Parlamento Siciliano è la BANDIERA UFFICIALE della Sicilia. Questa Legge ne regola l'uso e l'esposizione su tutti gli edifici pubblici. Deve essere esposta sugli edifici comunali, sulle scuole, sugli edifici pubblici ed in tutti i luoghi in cui la Sicilia è rappresentata. La Polizia Municipale di tutta la Sicilia ha due stemmi uguali sulle divise. I Carabinieri delle caserme Siciliane hanno uno stemma con la Sicilia e la bandiera giallo rossa, la Guardia di Finanza e la Guardia Forestale anche. La Trinacria è usata da milioni di Siciliani in tutto il mondo come simbolo dei loro prodotti e delle associazioni. La troviamo nello stemma dell'università di Palermo, negli uffici postali prima dei Piemontesi ed è stata usata anche sulle medaglie delle Universiadi in Sicilia nel 1997. Le navi della Marina Mercantile Siciliana sino al 1861 issavano la bandiera giallo-rossa con la Trinacria su tutti i mari del mondo (anche sotto i Borboni). Allo stadio viene usata in tutta la Sicilia, anche dove i colori della squadra non sono il giallo ed il rosso come invece sono a Messina da quel 1282. Tutte le Città della Confederazione inviarono i loro uomini a Messina per difendere la "porta della Sicilia" dall'esercito Angioino che, insieme a tutte le città Guelfe d'Italia inviate dal papa francese anche lui, voleva vendicarsi sterminando coloro che avevano osato fare una rivoluzione contro il re incoronato dal papa. 5 mesi di assedio a Messina non bastarono per piegare i Siciliani chiusi dentro le poderose e insuperate mura. 60.000 armati, 200 navi da guerra, 15.000 cavalieri NON RIUSCIRONO A TOGLIERE QUESTA BANDIERA DALLE ANTICHE MURA DELLA CITTA' STATO DI MESSINA, LIBERA REPUBBLICA. Nella precipitosa fuga, a settembre, restò sul campo lo stendardo della città di Firenze (guelfa), è ancora conservato nel Duomo di Messina.
Cenni di etimologia
Se oggi, in questo nostro incontro, io inframmezzassi il mio intervento con termini quali: LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI, SPARAGNARI, nessuno di noi - credo - si allarmerebbe, lamenterebbe di non comprendere, si riterrebbe escluso. Tutti, piuttosto, troveremmo palese conferma a una nostra sensazione che uno studio del Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: < Il Siciliano è differente dall’Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui > in Siciliano e in Italiano standard. Quelle, LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI, SPARAGNARI, sono parole che adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, parole con le quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione. Ma la cosa più rilevante ai nostri fini è che esse fanno parte, a pieno titolo, del nostro odierno parlare, sono pregne di attualità. Ciò detto ( dando per superata la “ vexata quaestio ” lingua-dialetto ), non ci rendiamo forse conto, perché magari mai ci siamo interrogati in tal senso, che esse sono antiche di secoli quando addirittura non di millenni. Il Siciliano, le cui radici diciamo così ufficiali affondano nel lontano 424 a. C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate della nazione siciliana, è dunque un organismo vivo, palpitante. Un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “ incontrato ”, capace di acquisire da ognuna di esse quanto di volta in volta più utile al suo arricchimento e di stratificare tali conquiste sulle proprie, originarie fondamenta. Ecco, allora, si avvicendano nel tempo il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma sostanzialmente sempre una lingua, una sola: il Siciliano. Ricordando, per inciso, che l’etimologia è < la scienza che studia l’origine delle parole e la derivazione delle parole di una lingua > ci poniamo quindi la domanda: < Quali sono le origini del Siciliano? > La risposta, in parte, è insita già nella premessa appena fatta, ma il quesito necessita comunque di una ( succinta, nel nostro caso ) trattazione, impone una esposizione esemplificativa. Apuleio, scrittore siciliano del II secolo d.C., asseriva che i Siciliani parlavano tre lingue: il Greco, il Punico e il Latino. Ma, da allora e fino al XIX° secolo, ne sono passati di “ ospiti ”! Veniamo pertanto a rievocare le frequentazioni del Siciliano servendoci di alcuni esempi. Dal Greco, VIII secolo a.C.: Bastaz - Vastasu; Kerasos - Cirasa; Babazein - Babbiari; Lipos - Lippu; Baukalis - Bucali; Keiro - Carusu; Rastra - Grasta; Bubulios - Bummulu; Apestiein - Pistiari. E ancora: Naca, Cannata, Taddarita, Ammatula … Dal Latino, III secolo a.C.: Muscarium - Muscaloru; Crassus - Grasciu; Hodie est annus - Oggiallannu; Ante oram - Antura; et cetera et cetera. Dall’Arabo, che come il Greco e il Latino, ha fortemente influenzato la lingua siciliana, 827 d.C.: Zbib - Zibibbo; Qafiz - Cafisu; Suq - Zuccu; Tabut - Tabbutu; Qashatah - Cassata; Saut - Zotta; Giâbiah - Gebbia; Babaluci - Babbaluci; Giulgiulan - Giuggiulena; Sciarrah - Sciarra. E poi: Lemmu, Funnacu, Giarra, Margiu, Zagara, Burnia, Zimmili … Una curiosità: l’Etna è chiamato Mungibeddu, termine che assomma la radice latina di mons ( monte ) e quella araba di gebel ( bello ). Il vulcano era ritenuto da credenze popolari il padre di tutti i monti e di tutti i vulcani. Dalla radice Francese, in conseguenza della dominazione normanna e angioina, tra il 1060 e il 1282: Ache - Accia; Mucer - Ammucciuni; Boucherie - Vucciria; Couturie - Custureri; Trousser - Truscia; Raisin - Racina. E inoltre: Giugnettu, Accattari, Avanteri … Dallo Spagnolo, che praticammo quasi ininterrottamente per cinque secoli dal 1412 al 1860: Abocar - Abbuccari; Lastima - Lastima; Encertar - Nzirtari; Scopeta - Scupetta; Esgarrar - Sgarrari; Alcanzar - Accanzari; Tropezar - Truppicari. E quindi: Muschitta, Sarciri, Picata, Ammurrari ... Dal Tedesco ( tra il 1720 e il 1734 quando la Sicilia venne assegnata dagli Spagnoli all’impero Austriaco ): Hallabardier - Laparderi; Rank - Arrancari; Sparen - Sparagnari; Wastel - Guastedda; Nichts - Nixi. Ci siamo ovviamente limitati a pochi condivisi esempi, ma le relazioni sono innumerevoli quante le parole stesse del dialetto siciliano e di certo ognuno di voi potrebbe immediatamente suggerire chissà quanti e quali altri vocaboli o locuzioni. Riportiamo infine, giacché inerente al nostro argomentare, uno stralcio della tesi di Giovanni Ragusa: I Siculi erano un popolo indo-europeo. Dall’India essi vennero verso l’Europa e quelli che, in seguito, giunsero nella nostra Isola, guidati da Siculo, furono chiamati Siculi. La loro lingua pertanto doveva essere, se non la sanscrita, una che certamente ne derivava. Alcuni vocaboli: il nostro pùtra ( puledro ) nel sanscrito è pùtra che vuol dire figlio; il nostro màtri, non deriva dal latino mater, ma dal sanscrito màtr; il nostro bària ( balia ) nel sanscrito è bhâryâ e vuol dire moglie. E prosegue: I Siculi, sottomessi dai Greci, furono costretti per necessità a far proprio il lessico dei dominatori, ma lo espressero con la fonetica che era ad essi congenita, naturale. Ciò avviene anche a noi che, dovendo parlare l’italiano, lo esprimiamo ( foneticamente e sintatticamente ) come ci è naturale, e ciò fa sì che veniamo riconosciuti “ siciliani ” in ogni luogo e da tutti. Sappiamo che la nostra lingua, figlia del sanscrito, ha come il sanscrito soltanto vocali a, i, u. Sappiamo che la lingua siciliana rifiuta in modo assoluto la e e la o atone. Sappiamo anche che si esprime con regole diverse da quelle delle lingue latina e italiana. Di essa non dobbiamo vergognarci, perché non ci rivela,come dicono i concittadini del Nord Italia, terroni, ma gente di antica e nobile civiltà. La lingua siciliana a sua volta ha influenzato in qualche maniera la lingua italiana: Cannolu - Cannolo; Trazzera - Trazzera; Ntrallazzu - Intrallazzo; Salmurigghiu - Salmoriglio; Picciotti - Picciotti; Sfinciuni - Spincione; ma questa è un’altra storia. Non possiamo tuttavia chiudere questo capitolo senza fare una breve allusione al dialetto gallo-italico di Sicilia. Tra il secolo XI e il secolo XIII, schiere di militari, di cavalieri, di fanti, con a seguito le famiglie, dal Monferrato e dalla Gallia Cisalpina calarono in Sicilia. Le popolazioni di Piazza Armerina, Aidone, Nicosia, San Fratello, Sperlinga e Novara di Sicilia, ove costoro si stabilirono, mantengono tuttora nella loro parlata le connotazioni fonetiche, morfologiche e lessicali, ben differenti da quelle del Siciliano, che hanno determinato il c.d. gallo-italico. Marco Scalabrino |
CURIOSITA' SUL NOSTRO DIALETTO
Come è risaputo, in millenni di storia la Sicilia ha subìto nel tempo varie dominazioni, da parte di popoli
stranieri, dagli arabi, ai normanni, dagli svevi agli angioini, dagli aragonesi, agli spagnoli ai francesi.
Tutti naturalmente hanno lasciato il segno della loro dominazione nella nostra isola, soprattutto nel dialetto,
che oggi è molto diverso da paese a paese.
Qui voglio dare solo alcuni cenni su un elenco alquanto limitato di parole che traggono la loro origine
proprio da questi popoli stranieri. Il capitolo non vuole assolutamente essere un trattato completo di termini,
sia in uso che fuori uso, ma un modo di appagare una certa curiosità e, perchè no,
divertirsi anche con il nostro antico e affascinante idioma siciliano.
Si riporta un elenco che comprende solo alcune delle parole dialettali siciliane, delle quali molte restano ancora in uso in Sicilia.
Come si può notare in parecchi termini, in origine veniva usata la lettera K al posto della lettera C.
Mi riservo di apportare ulteriori integrazioni e approfondimenti a questo nuovo capitolo del sito,
certo che desterà la curiosità e l'interesse di tutti coloro che amano la loro terra e vogliono conoscerla sempre di più.
Un particolare invito lo rivolgo ai giovani studenti di tutte le scuole di Ribera, affinchè studino le nostre origini,
non certo per rivivere il passato ch emai più tornerà, ma per trarne sicuramente una grande e significativa lezione di vita.
Giuseppe Nicola Ciliberto
PAROLE...PAROLE...PAROLE...siciliane
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Banditore medievale (vanniaturi) |
abbanniàri (a Ribera si dice "vanniari") (proclamare, gridare) [gotico: bandujan = dar pubblico annuncio, intimare] Dal basso latino BANNUM, editto |
abbukkàri (cadere, versare, inclinare, capovolgere)
[latino: bucca
= bocca; greco: apokhèo = versare fuori, cadere; catalano e spagnolo: abocar]
anonimo siciliano, "Sposizione della Passione del Vangelo secondo Matteo", anno
1373: santu Binidictu dissi a killu lu quali avia ascusu lu flascuni: - Figlu,
guarda a zo ki tu truvirai dintru a killu ki tu amuchasti a lu boscu -, et killu
abbuccau lu flascu et ixiundi unu scursuni.
akkabbàri (terminare, finire)
[catalano e
spagnolo: acabar, da una creazione propria del latino volgare peculiare delle
terre ispaniche ACCAPARE, a sua volta dal latino volgare CAPU, da CAPUT=testa;
quindi vale per "portare a capo, portare a termine"] Termine attestato già nel
1519; difficile determinare se di origine catalana o castigliana
akkattàri (comprare)
[latino: ad +
captare = cercare di prendere; normanno: acater; francese: acheter; napoletano:
accattare; italiano arc.: accattare = prendere in prestanza, mendicare,
comprare] Statuto Messinese, anno 1320: Di li mircatantii ki si accactirannu et
vindirannu intra li terri infra mircadanti et mircadanti, oy mircatanti et altri
pirsuni, non si diia pagari kistu dirictu...
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Sedano |
àccia (sedano)
[latino: apium;
spagnolo: apio; francese: ache] |
addumàri (accendere)
[catalano-rossiglionese:
allumar; francese: allumer; italiano arc.: allumare = illuminare] Giovanni
Campulu, "Libru de lu dialagu de sanctu Gregoriu", anni 1302-37: et in killa
hura mideme le lampe de la ecclesia, le quali eranu ammortati, foru allumate...
addunàrisi (accorgersi, darsi conto)
[catalano:
adonar-se; italiano: addarsi] Termine di probabile origine catalana. Giovanni
Campulu, "Libru de lu dialagu de sanctu Gregoriu", anni 1302-37: Kistu monacu
davanti de li monachi paria ki fachissi abstinencia ma jn privatu maniava e
saturàvassi benj: li monachi non si nde adunavanu de zo ki fachìa.
addurmiscìrisi (addormentarsi)
[latino:
obdormiscere, addormiscere; spagnolo: adormecerse] Accurso di Cremona, "Libru di
Valeriu Maximu translatatu in vulgar messinisi", anni 1321-37, issu medemmi
dannau lu sou humanissimu propositu commu vacanti et repentendusi di l'andari,
turnau a lu lectu et addurmisiusi
affruntàrisi (vergognarsi)
[catalano:
afrontar-se]
aggrifari (rapinare)
[ant.
provenzale: grifar]
ajeri (ieri)
[spagnolo: ayer]
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Una pianta di alàstra |
alàstra (pianta spinosa selvatica simile alla ginestra) [greco: kèlastron = agrifoglio] Termine di probabile antichissima origine mediterranea, pre-indoeuropea |
ammarràri (munire di argini un luogo per difenderlo da inondazioni)
[spagnolo:
embarrar = infangare, intonacare col fango] Termine di probabile antichissima
origine mediterranea, pre-indoeuropea, la cui forma precedente potrebbe essere
stata ambarràri
ammàtula (invano, inutilmente, senza risultato)
[arabo: batil;
catalano: debades; occitano: en de bados; spagnolo: en balde] Direttamente dalla
lingua araba. Probabilmente la parola siciliana originariamente era a mbàtula
ammucciàri (nascondere)
[latino volg.:
muciare; normanno: mucher] Giovanni Campulu, "Libru de lu dialagu de sanctu
Gregoriu", anni 1302-37, jn killa silva chi era unu àrburu cavatu, e dintru
kistu àrburu chi era amuchatu unu prisuni ki avia fugutu.
ammuntuàri
(a Ribera:"annintuvari")
(nominare)
[francese ant.:
mentevoir]
ammuttàri (spingere, imprimere movimento)
[latino:
ad+motum]
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Acciughe |
anciòva (acciuga) [catalano: anxova; spagnolo: anchoa; portoghese: anchova; ligure: anciöa] Il termine anxova è attestato per la prima volta nella lingua catalana nel 1383 e sembra provenire da un dialetto dell'Italia meridionale (il Siciliano ?) o dal basco "antzu" (= secco, da cui sardina essiccata); probabilmente dal latino volgare APIUVA |
ankuni (gomito)
[greco: ankòn =
gomito]
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Una altalena legata tra due alberi |
annakàri (cullare, dondolare)
[greco: naka =
culla] |
antùra (poco fa)
[latino: ante
horam = un'ora fa]
appizzari (perdere, sprecare, sciupare, attaccare)
[greco:
ekspipto]
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Alberi di arance |
arbulu (albero)
[spagnolo:
arbol] |
arrassàri/arrastari (allontanare)
[arabo: arasa;
greco: a?asse?? = scagliare]
arricintari (risciacquare)
[lombardo:
rexentar]
arriciuppàri (racimolare frutta dopo il raccolto)
[spagnolo:
rechupar = succhiare di nuovo]
arrikugghìrisi
(a Ribera: "arricoglisi")
(ritornare, rincasare)
[spagnolo:
arrecogerse; catalano: recollir-se]
arrivintàri (ansimare per la fatica)
[spagnolo:
reventar (spagnolo reg.: arreventar)] Di sicura provenienza castigliana
arruciàri (bagnare)
[latino volg.:
roscidare; catalano: ruixar, arruixar; spagnolo: rociar]
asciàri (trovare)
[latino:
afflare; portoghese: achar; spagnolo: hallar]
astraku (terrazzo, pavimento di coccio)
[latino volg.: astracum = coccio] Angelo Senisio, "Declarus", anno 1348: pavimentum calcis et sabulis
cum lapillis vel testulis minutis confectum, qui dicitur astrechu.
attrivìtu (temerario, ardito, audace)
[spagnolo:
atrevido; catalano: atrevit]
attummuliari
(a Ribera "arrizzulari)
(cadere)
[normanno:
tomber]
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Castagne tostate sulla griglia |
atturràri (tostare) [spagnolo: torrar, turrar; catalano: torrar; latino: torrere] |
azzizzàri (abbellire, adornare, sistemare)
[arabo: aziz =
splendido, prezioso; provenzale: azesmar = disporre; italiano: azzimare]
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Chiocciola (babbalucia) |
babbalùciu (a Ribera: babbalucia) (lumaca) [greco: boubalàkion; arabo: babush] anonimo siciliano, "Thesaurus pauperum", secolo XIV: Item li buvalagi ki si trovanu a li arboli, emplastati, balinu supra ogni cosa ad rompiri la stinantia. Parola attestata nel siciliano antico anche con la grafia buvalachi (Accurso di Cremona, "Libru di Valeriu Maximu translatatu in vulgar messinisi", anni 1321-37) |
babbiàri (scherzare)
[greco: babazo = ciarlare]
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"Baddottula" (Donnola) |
baddòttula (donnola) [francese fam.: belotte] Angelo Senisio, "Declarus", anno 1348: animal simile muri, quod dicitur billocta. Da biddòtta (belluccia) a biddòttula, infine baddòttula. |
balàta (pietra)
[arabo: balàt]
anonimo siciliano, "Sposizione della Passione del Vangelo secondo Matteo", anno
1373: dananti la porta di la gructa di lu sepulcru, una grandi petra balata
taglata, per clusura
banna (lato, parte, posto)
[ant.
provenzale: banda]
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Fioroni di fico, detti comunemente "bifari" |
bìfara (varietà di fico) [latino: bifera] |
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Una "buatta" di sarde salate. (Scatola di latta) |
buàtta (barattolo)
[normanno:
boite] |
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Un "bucali" (boccale in ceramica) |
bukali (boccale) [greco: baukalis] |
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"Bummulu e "Lancedda" |
bùmmulu (brocca)
[greco:
bombùlion] |
burgìsi (possidente)
[franco-provenzale: borgés; catalano: burgés]
bùrgiu (cumulo di paglia)
[arabo: burg]
Termine introdotto in Siciliano durante la dominazione araba
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"Burnìa" in terra cotta. |
burnìa (vaso per conserve, barattolo) [arabo: burníya; catalano: albúrnia, búrnia; persiano: barni; piemontese:
burnìa, amburnìa;
spagnolo: albornía] |
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"Cafisu" (Misura per olio |
kafìsu (cafiso: misura d'olio) [arabo: qafiz] Recipiente cilindrico di zinco, a forma di anfora o di cono rovesciato.Era provvisto di due manici laterali dello stesso materiale, posti ad angolo tra la parte terminale cilindrica e quella finale del calice. Era usato come unità di misura dell’olio. Aveva una capacità di 10 litri e per questo veniva detto decalitro. Ma poteva avere una capacità diversa a seconda della località. Il nome deriva forse dall’arabo o dal latino capis, cioè vaso ad anfora e veniva probabilmente usato in particolare nei sacrifici. |
kalankùni (onda di fiume)
Termine di
probabile antichissima origine mediterranea pre-indoeuropea
kalànna (scoscendimento,
frana di rocce di un fianco montuoso, terreno in forte pendio)
Termine di
probabile antichissima origine mediterranea pre-indoeuropea
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Kalia, ceci abbrustoliti |
kàlia (ceci abbrustoliti) [arabo: haliah] |
kamara (camera) [spagnolo: camara]
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Tarme (kamule) checorrodono un tessuto. |
kàmula (tarma) [arabo: qaml, qamla = pidocchio; latino: camura; piemontese: càmola] Angelo Senisio,
"Declarus", anno 1348: vermis, qui dicitur camula, quasi
terens et rodens vestem. |
kanìgghia (crusca)
[latino volg.:
canilia] Angelo Senisio, "Declarus", anno 1348: acus farine, que dicitur canigla.
kanigghiòla (forfora)
[latino volg.:
canilia = crusca]
(A Ribera si usa dire: "canigliola")
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Un bell'esemplare di "cantaru" dei primi anni del secolo appena trascorso (1900 - 1950). |
kàntaru (càntero, vaso da notte)
[latino:
cantharus; greco: kantaros = vaso da vino] |
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"Capuliatu" (polpette di carne tritata) |
kapuliàri (tritare la carne) [aragonese: capolar; catalano e spagnolo: capolar = fare a pezzettini; latino volg.: capulare] |
karnizzerìa (macelleria)
[spagnolo: carnicerìa] Termine introdotto in Siciliano direttamente dalla lingua castigliana karrivàli (roccia rossastra).
Termine di probabile antichissima
origine mediterranea, pre-indoeuropea kartèdda (cesta) [greco: kartallos]
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"Carusi" che lavoravano nelle miniere di zolfo. |
karusu
(ragazzo)
[greco: kouros]. (A Ribera si dice "addevu" , mentre con il termine "carusu" si indica il salvadanaio in argilla. Il "Caruso" riberese deriva dal fatto che i salvadanai di un tempo avevano la forma di testa di bambino (Caruso appunto). |
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Lombrico, detto "casentaru" |
kasèntaru (lombrico)
[greco: ges
enteron' = intestino della terra] |
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Una cassata siciliana |
kassata (cassata, dolce tipico siciliano) [arabo: qashatah; latino: caseata = qualcosa fatta di formaggio; spagnolo: quesada, quesadilla] |
katàmmari (adagio, piano; usato specie nell'espressione
"catàmmari catàmmari" )
= adagio adagio,lentamente)
[greco: katamera = giorno per giorno]
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Secchio ("catu") |
katu (secchio) [greco: kados; latino: cadus] |
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Cavallo |
Kavaddu (cavallo) dal latino "caballus" e poi dallo spagnolo "caballo" |
ciaràri
(a Ribera "sciavurari")
(odorare, emanare odore)
[latino:
fragrare; italiano: fragrare; catalano: flairar]
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Ceci abbrustoliti, comunemente chiamati "kalia" |
cìciru (cece) [latino: cicer] |
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Ciliegie o "cirasi" |
ciràsa (ciliegia) [latino: cerasium; greco: kérasos; spagnolo: cereza; italiano arc.: cerasa] "Thesaurus pauperum", secolo XIV: Item li chirasi dulchi, maniati cum li ossa a diunu stomacu, provoca multu lu ventri. |
ciùnku (storpio)
[italiano arc.: cionco; tedesco: cionk] "Sposizione della Passione del Vangelo secondo Matteo", anonimo siciliano,
anno 1373: Cristu a zo mustrari, illuminava li cheki. Item,
putia diri: "Kistu sanau unu chuncu...
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Una antica icona che rappresenta la "Sacra Famiglia" |
kona (icona)
[greco: eikona;
latino: icona] |
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Un bell'esemplare di montone, detto "crastu" |
krastu (montone)
[greco: kràstos] |
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Cameriera (criata o cammarera" |
kriàta (serva, cameriera) [spagnolo: criada] Termine introdotto direttamente dalla lingua castigliana |
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Cucchiaio (cucchiara) |
kukkiara (cucchiaio) [spagnolo: cuchara] |
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Zucca (Cucuzza) |
[latino tar.:
cucutia; italiano arc.: cocuzza] Angelo Senisio, "Declarus", anno 1348:
Cucurbita etiam dicitur, que nos dicimus cucuzza. |
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Cudduruna o Kudduruna |
kuddùra o Kudduruni (pane a forma di ciambella) [greco: kollura = ciambella] |
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Curtigliu (cortile |
kurtìgghiu (cortile) [spagnolo fam: cortijo = masseria] |
Kustureri (custureri- sarto) |
kusturèri (sarto) [francese: costurier; spagnolo: costurero; catalano ant.: costurer, custurer] anonimo siciliano, "Quedam Prophetia", anno 1354 (?): Non vali a custurer, mi pari, arti et a zimmaturi, a iudichi et a nutari, ancor lavuraturi, a mastri et a sculari et homini ki aspettanu hunuri: tinuti sun plui cari li michidari furi. |
dammusu (soffitto)
[arabo:
dahmmusu]
dimmura, dimmurari
(a Ribera: "addimurari")
(ritardo, ritardare))
[spagnolo:
demora]
dudda (mora)
Termine di
origine sicana
farfànti (bugiardo, millantatore)
[provenzale:
forfant; spagnolo: farfante]
firranti (grigio)
[normanno:
ferrant]
foddi (pazzo) [normanno: fol]
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"Forficia" (forbice) |
fòrficia (forbici)
[latino: forfex,
forficis; italiano arc.: forfici] |
fumèri (letame, concime stallatico)
[francese:
fumier]
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Gebbia (abbeveratoio per gli animali) |
gèbbia (vasca) [arabo: gièbja o giabiya] Angelo Senisio, "Declarus", anno 1348: locus tenens aquas, ut gebia, gisterna |
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Pane riccamente decorato con la "giuggiulena" (sesamo) |
giuggiulena (seme di sesamo) [arabo: giulgiulan] |
giugnèttu (luglio)
[normanno:
juillet]
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Un magnifico esempio di carretto siciliano il cui cavallo è adornato con numerosi paramenti e il tipico doppio "giummu" (pennacchio) |
giùmmu (fiocco, pennacchio) [arabo: giummah; latino: glomus = gomitolo] |
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Una tipica e comune rana, detta comunemente "giurana". |
giuràna (rana) - [arabo: giarànat] |
gràscia (grasso, sporcizia)
[latino:
crassus]
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Alcuni tipi di "grasti" (vasi per fiori) |
grasta (vaso da fiori in terracotta) [dal greco: ??st?a (trovato termine incomprensibile), gastra] |
guardari (controllare, custodire)
[spagnolo:
guardar]
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Guastedda o vastedda |
guastèdda, vastèdda (pane rotondo)
[ant. tedesco:
wastil = cibo; ant. francese: gastel; latino med.: vastellum] |
guddefi (foresta)
[ant. tedesco:
wald]
guzzuniari (scuotere, agitare)
[tedesco:
hutsen]
jovi
(a
Ribera: jovidi")
(giovedì)
[spagnolo:
jueves]
lariu
(a Ribera "lasdu")
(brutto)
[normanno: laid]
largasìa (generosità)
[normanno:
largesse]
lasku (sottile, raro, sparso)
[ant.
provenzale: lasc]
làstima (lamento, pena, fastidio)
[spagnolo:
làstima = pena, lamento]
lavànka (dirupo, frana)
[ant.
provenzale: lavanca = valanga]
likku (ghiotto)
[greco: liknos]
liestu
(a Ribera "lestu")
(veloce)
[normanno:
lest]
lìmàrra (terra mista a acqua, fanghiglia)
[latino: limus = fango; italiano: limaccia] Termine di probabile antichissima origine mediterranea,
pre-indoeuropea, forse rafforzato dal vocabolo latino "limus"
lìmpiu
(a Ribera: "limpitu")
(pulito)
[spagnolo:
limpio; latino: limpidus] Termine di chiara origine castigliana
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Lippu (muschio) |
lippu (grassume, muschio di conduttura d'acqua) [greco: lipos = grasso] |
luni
(a
Ribera "lùnidi")
(lunedì)
[spagnolo: lunes]
manciaciùmi (prurito)
[francese: demangeaison]
(A
Ribera si usa dire: "manciasciuni")
|
Manta, cutra (coperta da letto) |
manta (coperta da letto)
[spagnolo:
manta] |
marti
(a Ribera "màrtidi")
(martedì)
[spagnolo:
martes]
màttula (bambagia, cotone idrofilo)
[latino: matula]
merkuri
(a Ribera "mèrculi")
(mercoledì)
[lombardo:
mercòr]
|
Meusa (Milza) |
mèusa(milza) (a Ribera non si usa il termine "meusa" ma si dice solo "milza")
[catalano:
melsa] |
midèmma, vidèmma (anche, pure)
[latino: idem;
francese: medesme = medesimo]
miskinu (poverino)
[arabo: miskin]
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Un elegante "muccaturi", fazzoletto in uso nei primi anni del secolo appenna trascorso. |
mukkatùri (fazzoletto)
[catalano:
mocador] Parola di origine catalana attestata sin dal 1464 |
munzeddu (cumulo, mucchio)
[francese:
moncel = piccolo monte]
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"Muscaloru" (E' il ventaglio fatto con "curina" (erba nana), che serviva a ravvivare il fuoco. |
muskalòru (ventaglio per le mosche o per ravvivare il fuoco) [latino: muscarium] |
naka
(culla)
[greco: naka;
sumerico: nâcher = riposare] Questo termine dovrebbe essere arrivato in Sicilia
sin dall'epoca della Magna Grecia; In greco indicava il vello e la culla; le
culle, infatti, erano costituite da un vello di pecora posto accanto al letto
dei genitori a modo d'amaca
nennè (mammella)
[greco: nenné]
niku
(piccolo)
[greco: mikròs]]
ntamàtu (sbalordito),
[greco: thàuma;
francese: entamé]
nsajàri (provare)
[spagnolo:
ensayar]
nsémmula (insieme)
[latino: in
simul; francese: ensemble]
ntonsi
(allora)
[spagnolo:
entonces]
nutrikari (accudire, nutrire)
[latino:
nutricare]
nzirtàri (indovinare, colpire con precisione)
[catalano:
encertar]
oggellànnu (l'anno scorso)
[latino: hodie
est annus]
orbu
(cieco)
[latino: orbum]
palatàru
(a Ribera: "balataru")
(palato)
[catalano e
spagnolo: paladar; latino volg.: palatare]
|
"Palumma" (Colomba) |
palumma (colomba)
[spagnolo:
paloma] |
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"Ombrellu" . "Umbrella" (Ombrello) |
parakku (ombrello) [spagnolo: paragua] |
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"Parrini" (preti) che celebrano la messa. |
parrìnu (prete)
[francese
ant.: parrin = padrino] |
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"Aranciu patuallu" (Arancia del tipo Portogallo) |
partuàllu (arancia) [greco: portokàli] |
paru (uguale)
[ant.
provenzale: paratge]
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"Pèrcia" (gruccia) - A Ribera comunemente viene chiamata "crozza". |
pèrcia (gruccia)
[spagnolo:
percha; francese: perche; catalano: perxa; latino: pertica] |
pidikùddu (picciuolo di frutto)
[latino:
pediculus]
|
Pignata (Pentola) |
pignàta (pentola) [spagnolo: piñata; italiano: pignatta] Secondo il Muratori, dal latino OLLA PINEATA, ossia pentola a forma di pigna. Il termine spagnolo è sicuramente un apporto dell'italiano "pignatta" |
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"Pinseddu" (pennello) |
pinzèddu (pennello) [spagnolo: pincel; catalano: pinzell; latino: penicillus] |
pistiàri (mangiare)
[greco: estìo]
pitàzzu (quaderno)
[greco:
pitàkion = tavoletta per scrivere; latino: pittacium = ricevuta]
|
Pitrusinu (Prezzemolo) |
pitrusìnu (prezzemolo)
[latino:
petroselinum; greco: pet??s??????, petroselinon] |
prèscia, prìscia (fretta)
[latino: pressa
= premuta]
priàrisi
(compiacersi, provar diletto)
[catalano: prear-se = mostrarsi soddisfatto, compiacersi delle proprie qualità o di altro]
Termine passato in Siciliano direttamente dal Catalano
purrìtu (fradicio, marcio)
[francese:
pourrit]
pusèri (pollice)
(termine non in uso a Ribera)
[normanno:
poucier]
putìa (bottega)
[spagnolo,
aragonese: botiga; greco: apotheke; latino: apotheca = magazzino]
|
"Racina" (Uva) |
racìna (uva) [normanno: raisin; latino: racemus = grappolo] |
racioppu (grappolo con poca uva)
Termine di
antichissima origine mediterranea, probabilmente pre-indoeuropea
raggia (rabbia)
[francese: rage]
ragògghia (anello di ferro)
[catalano e spagnolo: argolla] La parola fu introdotta in Castigliano dall'Arabo Al-ghulla;
nel 1533 si ha la prima attestazione anche in Catalano. Castiglianismo
retrè (gabinetto)
(non in uso a Ribera)
[francese: ]
Francesismo
ricìvu (ricevuta)
(a Ribera: "ricivuta")
[spagnolo:
recibo] Castiglianismo
rifard(i)àrisi (tirarsi indietro)
[arabo: rafarda
= rifiutare]
runfuliàri
(russare) (a Ribera: "rumpuliari")
[italiano:
ronfare; francese: ronfler; provenzale: ronflar; latino: proflare] Probabilmente
dal latino RE + IN + FLARE
saìa
(canale)
[arabo: saqiya]
saìmi (grasso)
[latino: sagina;
francese ant.: saïn; provenzale: sa(g)in; spagnolo: saín; arabo: schaim]
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"Salaguni" (salice) |
salaguni (salice) [ant. tedesco: salaha] |
sciàrra (litigio, rissa, zuffa)
[italiano arc.:
sciarra; persiano: sciur; arabo: sciara = litigò; alto tedesco medioevale: zar =
atto dello strappare]
skatò (di bassa qualità)
[greco: skatò =
merda]
skittu (non condito, semplice, puro)
[greco: skètos
= schietto]
|
"Scupetta" (Fucile) |
skupetta (fucile) [spagnolo: escopeta] |
sfunnakata (moltitudine)
(termine non in uso a Ribera)
Termine di
origine indoeuropea, derivante dall'antico Siculo
soggiru (suocero)
[latino: socer]
sparagnari (risparmiare)
[ant. tedesco:
sparen]
spatari (disarmare)
[spagnolo:
espadar]
|
"Sponza di mari" (Spugna di mare |
sponza (spugna)
[greco:
spongìa; spagnolo: esponja] |
strikari (strofinare)
[catalano:
estregar]
tabbùtu (bara, cassa da morto, sarcofago)
[arabo: tabut; greco: t?f??
= sepolcro; spagnolo: ataúd]
taliari (guardare)
[arabo: talayi = luogo dal quale si può osservare senza esser visti; spagnolo:
atalayar = osservare dall'alto o spiare le azioni degli altri].
(La parola "taliari" deriva anche
da una radice verbo greco "orao"
(Teamos) ovvero "osservare" da cui deriva anche Teatro e PoliTeama).
tannu (in quel tempo, allora)
[latino: ante annum = un anno prima; spagnolo: antaño; francese: antan; latino:
tandiu = tanto
tempo, un così lungo tempo]
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Vari tipi di tegami |
tiànu (tegame)
[greco: tèganon] |
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Terreno ridotto in zolle (timpe) |
timpa (poggio) Termine di probabile antichissima origine mediterranea. (A Ribera per "timpa" si intende indicare anche una grossa zolla di terreno arato da poco). |
tràsiri (entrare)
[latino:
transire = passare, andare oltre]
travagghiari (lavorare)
[francese:
travaller; spagnolo: trabajar]
trippari (inciampare)
[normanno:
triper; catalano: trepar]
troffa (cespo, zolla d'erba)
[greco: t??f??
= pezzo, cosa staccata] Termine arrivato in Sicilia probabilmente ai tempi della
Magna Grecia
truppikàri (inciampare)
[spagnolo:
trompicar; greco: t??pt??? = rompersi, piegarsi]
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Una "truscia" legata ad un bastone |
trùscia (fagotto) [francese: trousse] |
tuppuliàri (battere)
[greco: tupto =
battere]
unni
(dove)
[latino: unde]
venniri (venerdì)
[lombardo:
vènner]
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Un "vucceri" (macellaio) intendoa preparare i vari tagli di carne. |
vuccèri (macellaio) [francese: boucher] |
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"Zabbara" (agave |
zabbàrra (agave) [arabo: sabbar] |
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Fiori di arancio (zagara) |
zagara (fiore dell'arancio)
[arabo: zahr =
fiore] |
zaffarana (zafferano)
[persiano:
zahfaràn; spagnolo: azafràn]
zammù (anice)
[arabo: zammùt]
|
"Zotta" (Frusta |
zotta (frusta)
[spagnolo:
azote; arabo: sawt] |
zukku (ramo che nasce dalla parte bassa del tronco, tronco)
[arabo: suq; latino: soccus]

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