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IL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO di RIBERA Nella foto a sinistra: L'ex Salone dei Congressi, dentro la Villa Comunale, che ospita migliaia di oggetti della civiltà contadina, utensili vari e oggetti ormai in disuso, che costituiscono la Storia del nostro passato. |
LA NASCITA DEL MUSEO
(Servizio speciale a cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)
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Docente di Lettere in pensione, nasce a Ribera il 31 Marzo del 1932. Da anni è responsabile dell'Associazione "RIBERA VERDE" con la quale ha condotto diverse battaglie sociali e culturali. Lotta in prima persona per salvare dalla rovina la casa natale dello statista Francesco Crispi ed è protagonista delle azioni di protesta per liberare Ribera dal fumo del sansificio. Nel tempo libero segnala problematiche sociali ai responsabili locali degli organi di informazione e si dedica a scrivere poesie in dialetto e in lingua. Prende parte a diverse manifestazioni poetiche e ha in corso la traduzione in endecasillabi siciliani della Divina Commedia di Dante Alighieri. Il fiore all'occhiello della sua attività è la raccolta di migliaia di reperti della civiltà contadina e la realizzazione del Museo etnoantropologico comunale che, all'interno della Villa Comunale di Ribera, raccoglie oltre 4000 oggetti. |
Il Museo Etnoantropologico, nel quale sono stati raccolti, catalogati ed esposti alla libera fruizione, i reperti della civiltà contadina, pastorale ed artigianale
del territorio di Ribera, è nato il 6 maggio del 1989, all’interno della villa comunale, nel salone dei congressi.
Gli oggetti esposti, che superano le quattromila unità, provengono alcuni dalle donazioni e altri dai componenti dell’Associazione “Ribera Verde” che li hanno
acquistati per farne un Museo.
A partire dalla seconda metà degli anni ’60, con l’avvento della meccanizzazione agricola e artigianale, tutti gli oggetti della secolare attività contadina
caddero subito in disuso.
Molti reperti furono abbandonati in campagna, all’interno di casolari e bagli, altri invece per decenni sono rimasti relegati negli angoli bui di pagliere, stalle e solai,
tra polvere, tarme e ragnatele.L’Associazione, memore di una tale ricchezza patrimoniale, per non far perdere la memoria storica, per salvaguardare le radici,
e per far conoscere alle giovani generazioni gli oggetti tradizionali agricoli, gli aspetti della civiltà della terra e i presupposti della moderna economia, ha creduto
opportuno, nell’interesse della comunità di raccogliere, restaurare, salvaguardare ed esporre le migliaia di reperti di una civiltà che ha cambiato fisionomia.
Indefesso ricercatore e tutore dell’immensa mole di oggetti è, in particolare, il Prof.Giuseppe Puma, che continua a custodire e incrementare, attraverso acquisti
personali e altre donazioni, il Museo in oggetto che, per numero e varietà, è superiore a qualsiasi altro della Sicilia.
IL LIBRO SUL MUSEO
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Pubblicazione edita da Regione Siciliana - Assessorato Agricoltura e Foreste Unità Operativa 102, distretto Belice-Carboj Via Ovidio, n. 26 - 92019 Sciacca (AG) e-mail: soat76@regione.sicilia.it A cura di: Giuseppe Puma - Docente di lettere Enzo Minio - Pubblicista Giuseppe Pasciuta - Dir. Resp. V. 0.102 Sciacca Collaborazioni Mario Turturici - Funz. Dir. U. 0.102 Sciacca Camillo Bongiovì - U.0.102 Sciacca Progetto grafico Giuseppe Marciarne, Michele Lentini (collaboratore) - Elaborazione fotografica: Giuseppe Cordella Fotografie: Enzo Minio, Pietro Giacomazzo, Giuseppe Marciante, Luigi Marino, Filippo Vitali Stampa Priulla - Palermo Dalla semina al pane: II museo etnoantropologico di Ribera/ a cura di Giuseppe Puma, Enzo Minio, Giuseppe Pasciuta; prefazione di Andrea Camilleri. - [S. n.]: Regione Siciliana, Assessorato Agricoltura e Foreste, 2006. 1. Ribera - Museo etnoantropologico. I. Puma, Giuseppe. II. Minio, Enzo. III. Pasciuta, Giuseppe. IV. Camilleri, Andrea <1925->. 390.0744582224 CDD-21 SBN Pal0205945 CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana "Alberto Bombace" Si ringrazia il maestro Gianbecchina per aver concesso l'autorizzazione alla riproduzione delle opere Sportello Unico delle attività produttive del Comune di Ribera |

PRESENTAZIONE
Le pagine iniziali di questo libro sugellano la breve vicenda civile e culturale di Giuseppe Puma. Al centro di questa vicenda ci sono il lavoro tradizionale e la cultura contadina. Tutto il resto si muove attorno a questa ragione centrale, fondamentale.
Ribera è stato un grande centro contadino e bracciantile, con una storia ricca e nobile. Una grande continuità. Giuseppe Puma ne è interprete ai livelli più alti.
Non tutte le comunità - grandi e piccole - hanno avuto la ventura di avere testimoni e interpreti tutti interni alle trame comunitarie, trame comunitarie che sono interamente attraversate dalla cultura contadina. La cultura contadina è cultura dialettale. L'una e l'altra hanno imboccato la via del tramonto ormai da vari decenni: si è trattato di un declino lento, impercettibile, con individuabili nuclei di resistenza (la tradizione alimentare, la tradizione devozionale), che si attestano fuori e dentro di noi. Argini di tenace testimonianza - non dico resistenza - sono costituiti, per esempio, dalla rete di piccoli e grandi musei etnoantropologici, di raccolte locali degli attrezzi del lavoro contadino; dalle gran quantità di libri di storia e di cultura popolare pubblicati in non pochi comuni siciliani; dal gran numero di poeti dialettali, alcuni dei quali di sicuro valore. E tuttavia non è facile farsi testimoni di una civiltà, di una cultura che si avviano al tramonto. Non è facile, perché l'autentica testimonianza richiede, assieme alla competenza, anche la persistenza del sentimento dei luoghi, delle cose, dei gesti, delle parole. Giuseppe Puma è un testimone autentico, perché ha saputo - ha voluto - mantenere intatte quelle percezioni e quei segni che, per l'appunto, si sono fatte testimonianza autentica, colta, profonda: nella raccolta di oggetti-documenti; nella ispirazione poetica necessariamente dialettale; nella capacità di ricostruire, assieme alle mappe dei luoghi, la grande mappa della memoria.
Ribera deve essere grata a questo suo cittadino, così come deve esser gli grata la cultura regionale.
Giovanni Ruffino
Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Palermo
PREFAZIONE
Nella prefazione alla riedizione Cappelli 1968 delle "Parità morali" di Serafino Amabile Guastella pubblicate per la prima volta nel 1884, l'insigne Giuseppe Cocchiara scriveva che "nella seconda metà dello Ottocento la Sicilia ebbe una particolare forma di cultura che, in un certo senso, l'affiatò con l'Europa e non soltanto con essa". La nuova forma di cultura era quella delle tradizioni popolari che concretamente si manifestò attraverso gli studi e le ricerche di Vigo, nei venticinque volumi della "Biblioteca delle tradizioni popolari" di Pitrè, nei "Costumi e usanze dei contadini siciliani" di Salamone Marino, nelle "Parità" e ne "L'Antico carnevale di Modica" di Amabile Guastella, ecc. Insomma, la cultura contadina (e altra non poteva darsi allora in Sicilia) con i suoi racconti, i suoi canti e le sue leggende, i suoi usi, le sue usanze e i suoi costumi ebbe la fortuna di trovare non solo degli attenti ricercatori, degli appassionati storici che ne raccolsero la documentazione scritta, ma anche dei veri e propri poeti che quella cultura cantarono. Si è potuto così consegnare al comune patrimonio culturale un'ulteriore ricchezza che altrimenti sarebbe andata perduta. Ma, nello stesso tempo, una ristretta accezione del termine cultura arretrò in secondo piano la conservazione degli oggetti di uso quotidiano e di lavoro che a quella civiltà, diventata oggetto di studio, avevano permesso in definitiva di esistere, crescere e svilupparsi.
Faccio un solo esempio che serve per spiegarmi meglio: tra le centinaia di fotografie scattate da Giovanni Verga, forse per una documentazione verista della vita dei campi, difficile trovarne qualcuno che metta a fuoco un oggetto, si vedono solo volti giovani o segnati dal tempo, solo figure umane avvolte in miseri panni o in abiti da festa. Al massimo, Verga fotografa qualche carretto. Singolare contraddi
zione. Perché, se da un lato si è riusciti a ricostruire civiltà andate perdute e delle quali non è rimasta nessuna documentazione scritta, solo attraverso il ritrovamento e lo studio di oggetti d'uso comune quali vasi, monili, e piccoli arnesi, dall'altro non si è mai pensato (se non assai tardi, praticamente dalla seconda metà del novecento in poi) che la raccolta e la conservazione degli oggetti quotidianamente usati in un recente passato avevano forse un valore più probante di una narrazione orale? Più di trentenni fa mi capitò di visitare, a Palazzolo Acreide, la "Casa museo" che il poeta ed eminente folklorista Antonino Uccello aveva fondato e tenuta in vita tra mille difficoltà economiche, nella generale sordità degli organismi regionali.
Si trattava di una casa contadina con tutti gli oggetti d'uso della vita famigliare e per i lavori campestri.
Ebbene, debbo confessare che mi sono dovuto far dare spesso delle spiegazioni su certi oggetti dei quali non riuscivo a capirne l'uso.
Eppure, gran parte della mia infanzia e della mia giovinezza si era svolta in campagna! Solo dopo la spiegazione mi tornava in mente che sì, proprio quell'oggetto l'avevo visto adoperare da bambino, ma poi era stato assai facile scordarmelo. Ci vuole poco a dimenticarsi delle cose
che ci sono servite per vivere, ma che vengono rapidamente sostituite da altre. Sembra inutile ricordarsene, mentre invece
è una sostanziale perdita.Questo prezioso e amoroso libro del Professar Giuseppe Puma,
"Dalla semina al pane", ha, tra le altre, una sezione intitolata
"Repertorio fotografico e didascalico".
Guardare queste fotografie è stato per me non solo un emozionante ritrovare cose sepolte, ma anche un riappropriarmi di parole
che credevo perdute per sempre, come la muligna, lo zimmili, il rincigliu, ecc. A parte il desiderio che fanno venire di andare
a visitare il Museo etnoantropologico di Ribera e vedere "dal vivo " questi oggetti, rinnovandone la memoria.
Perché chi non ha memoria del passato e delle sue radici è destinato a perdere la propria identità in un mondo sempre più multietnico.
Andrea Camilleri , Scrittore
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Due dipinti del maestro Giambecchina, inseriti nel libro
IL MUSEO COME UN LIBRO
Il mondo rurale è da sempre un luogo di tradizioni, di saperi che, tramandati nei secoli, hanno contribuito alla creazione di mestieri, costumi e prodotti nonché alla formazione di gruppi sociali ed economici dalla rilevante connotazione etno-culturale.
Il luogo della conoscenza, spesso, è anche il connubio di archetipi e di memoria presenti a vario titolo nel patrimonio culturale di ciascun siciliano che viva e che operi in un contesto dalle straordinarie risorse e dalla inimitabile atmosfera della campagna siciliana.
E questa, intrisa di tradizioni che le numerose dominazioni hanno impresso, è un vasto patrimonio che via via nei secoli si è arricchito di metodiche produttive e di tecniche agronomiche, artigianali sempre più perfezionate ed adattate alle realtà cerealicola, agrumicola, viticola, zootecnica, tradizionali indirizzi produttivi di eccellenza della nostra economia agraria.
Le esperienze maturate dagli imprenditori di un tempo giungono ai nostri giorni, in un momento in cui lo sviluppo rurale passa attraverso la riscoperta delle tradizioni proprie di generazioni vissute nelle campagne traendone sostentamento non solo con la forza delle braccia ma anche con l'impegno e la volontà di guardare avanti verso un mercato divenuto nel frattempo sempre più vasto e aperto.
L'intento di riscoprire tale bagaglio culturale, scongiurandone una definitiva perdita, trova in iniziative quali quella che mi pregio
di presentare una necessaria e concreta alleata.
La nascita del museo etnoantropologico di Ribera offre ai visitatori gli strumenti, gli attrezzi che per secoli hanno alleviato
il gravoso lavoro di contadini, artigiani ed operai.
Sono utensili che hanno scandito i tempi dell'evoluzione e dell'innovazione che gradatamente ha condotto un'antica civiltà di valori
fino ai giorni nostri; e se riconoscerli, catalogati e puntualmente descritti, per pochi di noi gioverà alla memoria, farli conoscere
ai molti giovani e fruitori del bene museale, contribuirà, invece, a mantenere vivo nel tempo un enorme tesoro di cultura della nostra Sicilia.
Prof. Giovanni La Via
Assessore all'Agricoltura e Foreste della Regione Siciliana

UNA CIVILTÀ CONTADINA PER I POSTERI
L'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste Servizi allo Sviluppo da anni svolge azioni finalizzate
alla promozione ed alla tutela dei prodotti tipici e delle tipicità, intendendo con queste locuzioni non solo le attività
che hanno ad oggetto la valorizzazione delle produzioni agroalimentari
di qualità che presentino determinate caratteristiche organolettiche, ma anche e soprattutto il legame che unisce,
in maniera inscindibile, i prodotti al territorio di origine.
E', infatti, tale legame che deve rappresentare la carta vincente per il rilancio dell'agroalimentare siciliano, in un mercato globalizzato che, purtroppo, oggi, offre valide opportunità soltanto ai prodotti agroalimentari che si sappiano contraddistinguere per la loro tipicità, ottenuti con processi produttivi antichi e tradizionali, nel rispetto delle odierne norme sull'igiene e salubrità dei prodotti.
Ciò che caratterizza le pregiate produzioni agroalimentari siciliane è, per l'appunto, il legame con le antiche tradizioni, che è evidente nei metodi di produzione originali e che caratterizzano il prodotto finale, non solo per le tecniche ma anche per le attrezzature utilizzate.
Non a caso il Pane Nero di Castelvetrano è unico nel suo genere, con il suo profumo intenso e la sua fragranza, legati sì alla materia prima, il rarissimo grano di varietà "Timilia", ma soprattutto ai metodi di lievitazione e di cottura, che si tramandano da generazione a generazione.
Ed ancora i formaggi storici siciliani e tante altre prelibatezze, che meritano di essere apprezzati dai consumatori più esigenti, sono ottenuti seguendo scrupolosamente le tecniche di lavorazioni di una volta, che costituivano l'ordinartela della vita quotidiana delle campagne.
Quelle attività di vita quotidiana in campagna, minuziosamente raccontate in questa importante pubblicazione dal Prof. Giuseppe Puma, storico e cultore delle tradizioni popolari siciliane, e supportate da numerose immagini fotografiche che rappresentano e descrivono gli antichi attrezzi e gli oggetti utilizzati nella produzione tradizionale di molti prodotti tipici, oggi sono presenti nel museo etno-antropologico di Ribera.
Quindi, memoria storica di cultura e civiltà contadina che è possibile apprezzare, non solo visitando lo splendido museo etno-antropologico di Ribera, dove sono stati raccolti, minuziosamente, moltissimi attrezzi ed oggetti di vita contadina, ora gelosamente custoditi, ma disponibili per il visitatore, ma anche leggendo i testi ed ammirando le immagini raccolte nel suo prezioso libro. L'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste - Servizi allo Sviluppo -
ha voluto sostenere la pubblicazione di questo libro nella consapevolezza del ruolo che tale importante pubblicazione riveste nel consegnare ai posteri il ricordo di una civiltà contadina, purtroppo oggi destinata a scomparire.
La conoscenza ed il rispetto per il passato, le tradizioni, gli usi, le regole di vita quotidiana, costituiscono sicuramente un aspetto fondamentale per la crescita culturale delle giovani generazioni e rappresentano le fondamenta della stessa civiltà su cui si basa la nostra stessa essenza.
Dott. Dario Cartabellotta
Dirìgente Generale Dipartimento Interventi Infrastrutturali - Regione Siciliana
Dott. Giuseppe Pasciuta
Dirigente responsabile U. O. 102 - Assessorato Agricoltura e Foreste - Regione Siciliana

UN LIBRO PREZIOSO
Ritengo doveroso rivolgere un plauso al Prof. Giuseppe Puma, rinomato personaggio dell'impegno culturale e sociale di Ribera che ha contribuito, "simpliciter et libere" (oltrepassando, pressoché indenne, ma potendo vantare d'esser si genuflesso unicamente dinanzi a Dio, anche qualche immancabile posto di blocco sulle frontiere della burocrazia) alla costruzione, ed alle fondamenta, di un magnifico Museo etnoantropologico (bisognoso, comunque, di una sede adeguata, che ne valorizzi contenuti ed obiettivi, veicolandoli anche su itinerari di turismo in un'organica progettualità di sviluppo territoriale) ed alla redazione di questo interessante supporto editoriale (pregevole per vastità documentaria, copia di supporti fotografici ed alto livello di apporti poetici generalmente nella "lingua delle madri", nonché ulteriore testimonianza di concretezza della carta stampata rispetto all'impalpabilità della comunicazione "per flussi"): una struttura chiamata a lievitare per quantità e qualità ed un testo che, mi auguro, sia seguito da opportuni ampliamenti.
Due iniziative in parallelo, quindi, che andranno senz'altro, ed al meglio, a colmare vuoti, a sanare amnesie, a strappare all'Oblìo (venerato dalla triturante dittatura della multimedialità) moltissimi tasselli d'una struttura musiva per "microstorie", riconsegnandoli alla Memoria individuale e collettiva ("ricordati di ricordare", affermava e ammoniva un recente "spot" tv) ed offrendoli alla Ribera ed a tutta la Sicilia del Duemila, in modo che esse non dimentichino fondamentali aspetti del proprio e nostro passato: laddove è fuor di dubbio che "un popolo che non ha memoria storica non è un popolo civile " (Goethe) e che, anzi, come affermò gravemente Puskin, è proprio "il rispetto per il passato quel tratto che distingue l'istruzione dalla barbarie".
C'è bisogno, allora, di chi - come il carissimo amico Puma - voglia essere e sia interprete d'una "Memoria IMater" che non ha difficoltà alcuna a reincarnarsi,per amore di ricordi e reperti, in un libro e in un Museo, alfine di ricostruire un mondo ritrovato, visibile e tangibile, prima che sia troppo tardi: prima, cioè, che avvenga quel che accadde a Gertrude Stein nel suo "viaggio di ritorno" tra alcuni vecchi quartieri della sua infanzia
nella periferia di New York, rasi al suolo e sostituiti da decine di grattacieli anonimi per disumanizzanti esigenze di "progresso":
un dolore ed una delusione inenarrabili, che lei comunicò ad alcuni amici (i quali, ignari di tale scempio umano più che urbanistico
"strictu sensu", volevano raggiungerla) solo con sette parole di pietra, quasi da rituale della Passione:
"Quando arriverete laggiù, laggiù non esisterà più".
Per fortuna, e malgrado tutto, dalle nostre parti non siamo ancora a questo punto. Poiché, pur nella dittatura della massificazione, vi sono sacche di resistenza ancora inespugnabili, e soprattutto in quell'entroterra che, con iniziative portate avanti da uomini veri ed intellettuali autentici
come il nostro Prof. Puma, da molti anni accumula testi di paremiologia, di etno antropologia, di novellistica e poesia vernacolare, di storia patria, di iconografia del vissuto, intensifica convegni ed incontri sul valore della "Memoria I Mater", sensibilizza insegnanti ed allievi dalle elementari alle superiori, classifica ed espone infinite tipologie di testimonianza dentro strutture (e nella nostra Provincia sono già diverse) divenute museali "strictu sensu " a seguito delle legittime aspirazioni di chi, privatamente, le realizza, ma fin troppo spesso pubblicamente dirottate in locali incongrui e angusti, a volte persino senza luce elettrica (accade anche questo) pur se illuminate di luce propria.
Si può arrivare, quindi, ed anche senza confidar troppo nell'entusiasmo di chi non capisce o non vuole capire (ma che, a un certo punto, deve pur fare i conti con gli apporti ed i successi di chi ha capito) a razionali e ragionevoli prospettive di rivalutazione e di tutela d'un patrimonio straordinario: ed in tal senso va a manifestarsi oltremodo significativo anche questo Museo riberese della civiltà contadina, della civiltà della pastorizia, della civiltà artigiana, della civiltà d'un Ieri che era fondato sull'estremo rispetto dei valori umani, sull' "humanitas" e sulla tolleranza, sul vivere in semplicità ed il convivere paziente e cosciente, sulla solidarietà di classe fra i contadini e gli operai, gli artigiani e i braccianti, a fronte del cinismo, dei pregiudizi, della violenza operata dal Potere e da tanti e troppi suoi alleati, spesso imprevedibili, ergo ancor più laceranti. Questo libro va a presentarci una struttura museale fortunatamente aliena dal mito funereo del "grembo di pietra in cui tutto entra e tutto sta " (Giorgio Manganelli) poiché, invece, microcosmo di vita, di luce, di fruizione, di coinvolgimento, al fine di far scaturire, da tutte queste essenze d'esistenze, un "feedback" comunitario e di comunione abilitato a dar forma, sostanza e valenza e concretezza ad un "trovarsi" multigenerazionale che divenga collante di antichi percorsi esistenziali e motore di nuove consapevolezze.
"Quando un popolo, un paese, una collettività, grande o piccola che sia, non perde la memoria, vuoi dire che non è nemmeno disposto a perdere la libertà", ebbe a sottolineare icasticamente quell'acutissimo ed insostituibile "speculum memor" che fu il compianto Leonardo Sciascia: "password" decriptata, e non da ora, anche da Giuseppe Puma, che a Ribera non ha donato solo poesie, ricerche, scoperte e collezioni ma tutta un'esistenza contrassegnata da strenuo ed esemplare impegno di riscatto del territorio in termini di progresso civile; e che, adesso, ha due ragioni in più - un Museo, un libro - per darcene altre testimonianze.
Prof. Nuccio Mula
Scrittore, docente universitario, studioso di paremiologia ed etno antropologia siciliana
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NOTIZIE SUL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO II museo etnoantropologico di Ribera, nel quale sono stati raccolti con cura certosina, catalogati ed esposti alla libera fruizione, i reperti della civiltà contadina, pastorale ed artigianale del territorio agrigentino compreso tra le valli dei fiumi Verdura, Magazzolo e Platani, nasce alla fine degli anni '80, all'interno della villa comunale, nell'ampio salone già destinato in passato a conferenze e congressi, grazie all'operosità di un gruppo di appassionati ricercatori dei variegati reperti della civiltà contadina. Gli oggetti esposti, che superano le 3000 unità, provengono alcuni da disinteressate donazioni fatte negli anni scorsi da famiglie di agricoltori e di artigiani ed altri dall'attività dei componenti dell'associazione locale "Ribera Verde" i quali hanno in parte raccolto e in parte acquistato gli oggetti e le attrezzature agricole appositamente per la costituzione del museo riberese della civiltà rurale. La cittadina di Ribera, in provincia di Agrigento, nasce essenzialmente come centro agricolo per la fertilità delle sue vallate, un tempo ricoperte da coltivazioni di cereali e perfino nei secoli scorsi dalla canna da zucchero e nell'Ottocento dalla presenza delle risaie che causavano la malaria. Ne parlano, nelle loro opere, storici come Vincenzo Navarro, Ignazio Scaturro, Nicolo Inglese, Giovanni Farina e Raimondo Lentini i quali, grazie a documenti inoppugnabili come gli atti notarili, fanno riferimento agli agricoltori della vicina Caltabellotta i quali scendevano a valle per coltivare le terre e che successivamente si insediarono, in maniera stabile, nel territorio nell'odierno quartiere di Sant'Antonino, primo nucleo urbano e storico della cittadina. Nei secoli scorsi, e fino agli anni successivi alla seconda guerra mondiale, l'agricoltura del comprensorio di Ribera, come quella provinciale, è stata praticata con attrezzature, strumenti ed arnesi che, di fattura prettamente artigianale, hanno costituito il patrimonio indispensabile per le coltivazioni agricole prima nei grandi feudi e successivamente nella piccola proprietà contadina che, nata dallo smembramento del latifondo, permise a migliaia di riberesi e di agrigentini di diventare proprietari e di avere saputo creare, negli anni, con laboriosità, coraggio e sacrifici economici che hanno richiesto grossi investimenti finanziari per il cambio delle colture, lo sviluppo economico odierno. A partire dalla seconda metà degli anni '60, grazie anche alla poderosa spinta impressa dalla presenza a Ribera della Fiera Mercato per l'Agricoltura, la Meccanica Agricola, l'Artigianato e la Zootecnica che,. promossa dall'allora amministrazione comunale, per circa un quarto di secolo, ha proposto ai lavoratori della terra le costanti innovazioni della meccanizzazione agricola ed artigianale per cui, in pochi anni, tutti gli oggetti della secolare e tradizionale civiltà contadina caddero subito in disuso. Molti attrezzi, alcuni nuovi di zecca, furono abbandonati in campagna, all'interno di casolari e bagli; altri, invece, per decenni sono rimasti relegati negli angoli bui di pagliere, stalle e solai di abitazioni, tra polvere, tarme e ragnatele, suscitando qualche volta l'interesse e la curiosità delle giovani generazioni. L'associazione "Ribera Verde", memore di una tale ricchezza patrimoniale, per non fare perdere la memoria storica alla popolazione ancora legata alla coltivazione della terra, per salvaguardare le radici e per fare conoscere ai giovani di oggi gli oggetti tradizionali agricoli, il cui uso ha fatto la fortuna di migliaia di famiglie, per fare apprezzare gli aspetti genuini e a volte anche onerosi della civiltà della terra e per capire i presupposti materiali della moderna economia, ha creduto opportuno, nell'interesse della comunità, individuare, raccogliere, far restaurare, salvaguardare ed esporre migliaia di reperti di una civiltà che ha cambiato decisamente volto per essere al passo con i tempi. Oggi il museo della civiltà contadina di Ribera, situato in un unico ambiente, nel grande salone della bella villa comunale, si presenta agli occhi del visitatore suddiviso in quattro sezioni, ben distinte. Entrando, a sinistra, si trova collocato il settore dell'agricoltura. Sono esposti centinaia e centinaia di oggetti, tra i quali, i più importanti per l'uso, vale la pena di ricordare gli aratri in legno e in ferro, le variegate selle degli animali, le diverse tipologie di zappe, le caratteristiche falci per la mietitura dei cereali, gli strumenti per la legatura dei covoni di spighe e per la pulitura del grano appena trebbiato. Sono sistemati in bella evidenza pale, tridenti, bisacce, grandi reti per il trasporto della paglia, crivelli in metallo e in cuoio, contenitori di misura, tipici della zona, come quarto, mondello, tumolo e decalitro, "canceddi" per il trasporto della frutta e dell'acqua e bisacce per il grano. Di particolare interesse è un marchio comunale in ferro con le lettere a stampatello "RI" (forse le iniziali di Ribera), utilizzato per marchiare gli animali e per fare pagare ai proprietari la tassa municipale. Al centro della grande sala campeggia un artistico (perché fatto artigianalmente da maestranze locali) ed ancora intatto carretto siciliano e un crivello di notevoli dimensioni, montato quest'ultimo su un treppiede, un tempo in uso per la cernita e la pulitura del frumento. Poco più indietro, sulla parete, in fondo, trovano posto tutta una serie di contenitori, ceste e paniere, in canne, vimini ed arbusti, di varia grandezza e forma, realizzati da operose mani artigianali, utilizzati un tempo per la raccolta e il trasporto di frutta ed ortaggi, nonché capienti recipienti, realizzati da industriosi agricoltori con la palma nana e detti "zimmili" e "coffe".
Continuando la visita, in fondo alla sala, a sinistra, è situato il comparto artigianale con reperti di arti e mestieri che furono anche als servizio dell'agricoltura. Ancora, intatto è, infatti, il deschetto del calzolaio con gli arnesi da lavoro come forme, martello, trincetto, lesine e raspa; come integro si presenta il bancone in legno del falegname con i vari attrezzi che vanno dalle pialle e seghe ai martelli, chiodi e scalpelli. Innumerevoli e di diverso materiale sono gli strumenti di lavoro, esposti alle pareti, appartamenti a sarti, macellai, barbieri, fabbri-ferrai, falegnami, potatori, muratori, spaccalegna, calzolai e pastai. Su un grande ripiano, davanti alla parete frontale del salone, fanno davvero bella mostra gli oggetti della pastorizia, in passato molto fiorente nella cittadina. Si va dal calderone in rame alle fiscelle di vimini per la preparazione e fattura della ricotta e del formaggio, dalle forbici per tosare le pecore ai campanotti di latta e di bronzo che i pastori legavano al collo degli ovini per averli sempre sotto controllo. Tra gli arnesi peculiari del lavoro del pastore vanno ricordati la "rotula", "lu zubbu" e la schiumarola. Poco più indietro, in buona mostra, si erge, alto almeno due metri , "lu cannizzu", ampio recipiente di canne secche, intrecciato a mano, di forma cilindrica, all'interno del quale venivano riposti i cereali, soprattutto il frumento che le massaie facevano uscire, per portarlo alla macina, da una piccola apertura frontale, ricoperta da un tappo di stoffa. E' stato per decenni il salvadanaio alimentare delle famiglie. Appoggiati alla parte frontale sono allocati una ricca serie di crivelli, un tempo in uso per la cernita del grano, orzo, fave e ceci, cereali quest'ultimi utilizzati spesso in passato in occasione di feste di famiglia come fidanzamenti, matrimoni, battesimi. Sul lato sinistro del salone sono stati sistemati utensili ed oggetti dell'ambiente domestico. Si possono ammirare, infatti, piatti di ceramica, e di terracotta, posaterie varie, tazze, scolapasta, giare, fiaschi, cantari, lumi a petrolio, bilance di diverso tipo e misura, pile in legno e in pietra, pentole, gavette, imbuti, piatti di diverso materiale, caffettiere e teghiere in alluminio, tripode in ferro con bacile, caraffe smaltate, ferri da stiro a carbone, guantiere e rosoliere, "quartare", lemme" e "scanatura". Una serie di cappotti in panno, di cerate nere usate dagli agricoltori per ripararsi dalla pioggia, di scarponi di cuoio e di calzettoni di cotone completano la ricchissima esposizione museale. Il museo, che raccoglie oltre quattromila reperti, compresi quelli ancora ammucchiati nei magazzini della villa comunale perché doppioni, è stato inaugurato il 25 aprile del 1999, in occasione di una Fiera per l'agricoltura, dal sindaco Giuseppe Cortese, dal presidente della Provincia Regionale Enzo Fontana, dall'onorevole Giovanni Manzullo e da autorità religiose e militari. La struttura museale ha fatto registrare in questi anni una notevole affluenza di visitatori provenienti dalla la Sicilia, dalla tutta la penisola e perfino dall'estero. I maggiori frequentatori sono stati e lo sono anche oggi gli studenti e i docenti delle scuole di ogni ordine e grado che hanno voluto conoscere le radici economiche della popolazione riberese, apprezzare le certosine ricerche e le non poche fatiche dei componenti dell'associazione "Ribera Verde" e prendere confidenza con i reperti che hanno fatto la storia dell'agricoltura locale. I turisti e soprattutto gli emigrati sono stati gli altri visitatori interessati alla conoscenza dell'autentica storia del popolo e della civiltà contadina siciliana.
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L'ASSOCIAZIONE "RIBERA VERDE"
L'associazione "Ribera Verde" nasce il 17 marzo del 1989, quando un gruppo di appena dieci volontari, sensibili alle molteplici tematiche dell'ambiente, del variegato tessuto urbano, dei beni storici, artistici e monumentali, della storia della civiltà contadina locale, decise di recarsi dal notaio Antonino Giaccio per sottoscrivere l'atto costitutivo dell'associazione che vede la luce per porsi essenzialmente come sentinella per la salvaguardia di tradizioni, mestieri, opere e storia della città.
Per la verità, già da alcuni anni, l'associazione di fatto era operante nella ricerca e nella raccolta di reperti della civiltà contadina, pastorale, artigianale, essendo stata Ribera, fin dalle origini, una cittadina dall'economia prettamente agricola. Infatti, già nel 1985, in occasione della Fiera per l'Agricoltura, l'Artigianato e la Meccanica Agricola, venne allestita, per la prima volta, all'interno della villa comunale, una mostra di oggetti e reperti della civiltà contadina, visitata allora anche dall'architetto Paolo Portoghesi di passaggio a Ribera.
Dall'associa/ione furono raccolte tra i visitatori oltre tremila firme di cittadini che chiedevano all'amministrazione comunale, con una petizione popolare, l'istituzione permanente di un museo etnoantropologico. Negli anni successivi, mentre la raccolta degli oggetti continuava quotidianamente e in maniera organica e certosina, accrescendo notevolmente la storia del patrimonio etnoantropologico locale, l'associazione "Ribera verde", il cui presidente è il prof. Giuseppe Puma, organizzava dei convegni finalizzati alla costituzione e al decollo della struttura mussale. Difatti, vennero, invitati a Ribera su intervento dell'associazione, per relazionare sui beni etnografici raccolti, i docenti dell'università di Palermo Giuseppe Aiello e Jannee Vibaeck, i quali ebbero ad affermare che alcuni reperti dell'alierà istituendo museo, per numero e varietà, costituivano un patrimonio unico e raro, in tutta la Sicilia.
Tutt'oggi con il museo aperto alla fruizione pubblica, l'associazione resta impegnata
con i propri volontari, nella ricerca peculiare di altri singolari accrescere la quantità
e per recuperare ancor di più la memoria, la civilà e la cultura delle passate generazioni.
Oggi l'associazione "Ribera Verde" e il museo restano dei baluardi di i che non deve scomparire, ma che deve convivere con l'oggi e il domani.
LA FONDAZIONE
II Museo interpreta la profonda necessità di recuperare le radic folcloristiche e tradizionali di un popolo, di un periodo storico poraneamente,
il bisogno sentito di "raccontare" con mezzi nuovi. In questa ottica si rende alquanto necessario intraprendere iniziative che possano
meglio valorizzare il Museo nel suo contesto territoriale in modo permanente. Si auspica pertanto al più presto:
- la proposizione di sistemi innovativi che coinvolgano il visitatore, stimolandolo nei suoi cinque sensi, attraverso il supporto di strumenti multimediali
che lo accompagnino nella visita dell'incantevole atmosfera dei diversi ambienti con racconti, musiche, canti, nenie, immagini
e con l'esposizione, la degustazione delle produzioni tipiche agroalimentari e la vetrina dei prodotti dell'artigianato potranno essere acquistati.
- l'istituzione di un nuovo soggetto - la "Fondazione Museo etnoantropologico di Ribera" - che coinvolga tutte le istituzioni pubbliche e i privati,
in qu strumento di diffusione culturale di un territorio. La scelta di costituire una Fondazione nasce dalla volontà di individuar ce mezzo per attivare sinergie tra risorse pubbliche e private, per la costituzione di sistemi di partenariato con le imprese e con le istituzioni. Partecipare alla fondazione sia come soci fondatori, sia come sostenitori, sia come semplici soci aderenti, significa diventare parte attiva di un progetto
che mira all'arricchimento culturale dell'intera comunità.
L'Associazione Ribera Verde, il Comune di Ribera, il Consorzio di Tutela Arancia Ribera di Sicilia e l'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste
aderiscono a questa iniziativa convinti che diventare soci della Fondazione significa avere una realtà importante da guidare
e modellare rendendola motore di sviluppo del territorio.
Si riportano alcune pagine tratte dal libro e scritte dal Prof. Giuseppe Puma
RICORDI
II tempo trascorso nell'infanzia e nella prima giovinezza resta impresso nella memoria e nelle parti più profonde del nostro io. Avevo varcato la soglia dei miei 16 anni quando con la mia indomita volontà decisi di riprendere gli studi, interrotti per necessità di famiglia, all'età di 9 anni.
In quei 7 anni avevo già fatto una grande esperienza nel mondo lavorativo della campagna: raccogliere uva nel periodo della vendemmia, le mandorle e le olive, seminare, zappare per ripulire il grano, le fave, i piselli, condurre l'orto preparando il terreno per piantarvi pomidoro, melanzane, peperoni, cavolfiori ed irrigare e concimare e diserbare e poi raccogliere nei cestoni per portare i prodotti al mercato o venderli alle donne riberesi lungo la strada Parlapiano.
Negli anni trascorsi in collegio, all'università e infine nell'insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie in Sardegna per circa 6 anni e poi a Ribera sino all'età della pensione, quel duro passato nei vari lavori di campagna non mi lasciava mai: mi si riaffacciava in maniera tumultuosa, ripetitiva e dolente. Mi rivedevo nelle lontane terre del Pinocchio, di Borgo Bonsignore, di Verdura, del Giardinello, di Seccagrande, intento a ripulire il grano mentre piovigginava, a raccogliere il cotone di primo mattino, quando l'alba era ancora lontana, a raccogliere le olive cadute per terra per i signori Riggi nella zona del Garufo, e le fragoline.
Non riuscivo ad annullare
quei ripetuti e secchi tocchi alla porta di casa mia dei ricchi borgesi, quel
presentarmi nella loro stalla per fare uscire i grossi muli e legarli all'anello
appiccicato al muro esterno e raccogliere il concime nei cestoni e poi caricarli
sul carretto assieme agli altri arnesi di lavoro: aratri, zappe, sementi,
lanceddi.

Mi tornavano alla mente quei casolari di grossi proprietari lontani dal paese, dove io e decine di ragazzi ci recavamo a piedi percorrendo 10-13 chilometri e dove si pernottava per intere settimane sulla paglia e sul fieno tra l'aria irrespirabile e il caratteristico puzzo
degli escrementi degli animali ed i topi.
E all'ordine dei soprastanti, con la zappa in spalla, già prima del sorgere del sole si era sul posto di lavoro (all'antu") e si lavorava sino al suo tramonto. E si ci ristorava con una minestra brodosa a base di cavoli o altra verdura. Mi colpiva anche il vedere dei ragazzini di 8-9 anni condannati a spingere il gregge nei pascoli e sotto il sole cocente e sotto la pioggia scrosciante; privati della socializzazione della scuola e del gioco, costretti a crescere abbrutiti in compagnia delle pecore e dei cani pastori e solo per pochi soldi.
IL MONDO CONTADINO NEL NOSTRO PASSATO
Premetto che, da bambino sino all'età di 18 anni, la mia vita era trascorsa nelle varie attività di campagna: sia nelle terre prese a mezzadria da mio padre sia nelle terre dei ricchi borgesi o degli inesistenti feudatari ribere-si, relegati nella sfolgorante Palermo spensierati e intenti a divertirsi. Perciò quando ripigliai gli studi, interrotti per necessità di sopravvivenza della mia famiglia, e mi laureai in Lettere Moderne all'Università di Palermo e quindi iniziai l'insegnamento nelle Scuole Medie prima in Sardegna e poi a Ribera, il passato con tutte le vicende piacevoli e dolorose mi si riaffacciavano vivide fra le mille pieghe della mia memoria.
Rivedevo allora la stalla che faceva parte della mia casa assieme alla "gaggia" costruita con listelli di legno a mo' di casupola, con le sue rumorose galline ed il gallo, che, alle ore tre di mattino circa, rompeva il silenzio col suo chicchirichì, che si associava a quello dei tanti galli del vicinato e comandava ai lavoratori della campagna di balzar giù dal letto e prepararsi ad avviarsi in campagna e di trovarsi sul posto di lavoro (all'antu).
Tra le materie che
insegnavo includevo anche quella della mia esperienza che oggi chiameremmo della
civiltà contadina.
Notavo che i ragazzi mi seguivano con intensità e con molto interesse ma anche con una certa sorpresa, forse perché ero il solo a parlare di questo. Ogni volta che affrontavo un argomento riguardante il complesso mondo dei contadini, i visi dei ragazzi si illuminavano di una gioia sempre nuova, e con la mente e con la fantasia si sforzavano di immaginare e di afferrare le gioie e i dolori di quella brava e povera gente che trascorreva tutta la vita in un ristretto angolo di terra dimenticata e disprezzata.
Ora cercherò, per quanto posso, di descrivere, in parte, lo svolgimento della vita dei contadini nel mio paese.
Occorre però prima rilevare che la terra per i contadini era la cosa più cara e preziosa della loro vita e dei loro familiari.
Essi la curavano e vi si dedicavano a tempo pieno a prezzo di tanti sacrifici, sacrificavano per essa anche i giorni festivi. Ed il motivo era molto chiaro. Loro compito primario era quello di procurare alle loro famiglie il grano necessario e sufficiente per poter trascorrere l'annata per quanto possibile tranquilla, senza cioè soffrire la fame e senza privazioni.

I contadini si recavano nei loro poderi o in quelli presi a mezzadria con i muli o con gli asini e talvolta con i carretti portandosi appresso gli attrezzi e gli arnesi di lavoro: zappe, runche, lincigli, "facigliuna", per ripulire il terreno dalle erbacce infestanti: ortiche ("ardiculi"), rovi ("ruvetti"), erbe spinose... Dopo aver bruciato i cespugli estirpati, si passava quindi alla zappatura per mezzo di una grossa zappa se il terreno era docile, per mezzo di un piccone invece se il terreno era molto duro.
Chi possedeva un mulo o un asino arava in profondità il terreno con aratri trainati da due animali o da una sola bestia.
Con la frasca poi si rompevano le zolle più grosse preparando così il campo per la semina del frumento, dell'orzo, dell'avena o delle fave e dei ceci. Intanto le donne e i loro figlioli preparavano le sementi, "nettandole" da semi indesiderati, quale il "giogliu", dalle pietruzze e da altre impurità. Questa operazione veniva effettuata sul tavolo da pranzo o sullo spianatore ("scanaturi"). Tutto era già pronto per la semina. I sacchi delle sementi allineati.
L'aratro rispolverato con il vomere dalla punta acciaiata, con il pulisci solco (l'annetta sulicu") apposto, con "lu pinturu" munito di raschiello ("varbuscia") levigato ed affilato.
Con l'entrare del mese di ottobre le strade, quasi sempre in terra battuta od acciottolate, si affollavano di muli, di asini e di cavalli ed anche di carretti. Le direzioni erano le più disparate: s'imboccava, all'uscita del paese, la strada per la Castellana, Giardinello, Bizzì, ... la strada per la Cannaranni, Li Pupi, la Verdura, ... la strada per Scirinda, Casteddu, Martusa, ... quella per Canalottu, Bellimunti,... quella per la Balata, lu Finocchiu, Munti di Sara.
Oltre al calpestio ed al cigolio dei carretti, si sentiva di tanto in tanto, anche il raglio dell'asino ed il nitrito dei cavalli, nonché il belato di qualche capra.
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GLOSSARIO PER CONOSCERE GLI OGGETTI ESPOSTI NEL MUSEO
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LE FOTO RAPPRESENTANO SOLO UNA PARTE DEI NUMEROSI OGGETTI ESISTENTI NEL MUSEO
(Foto scattate da Giuseppe Nicola Ciliberto il 22 Maggio 2006)
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VISITATORI AL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO Carissimo Ciliberto, finalmente posso iniziare con l'inviarti alcune foto di visitatori del Museo. Sono di insegnanti e scolari francesi e tedeschi che avevano fatto un gemellaggio con lo Istituto per Geometri Giovanni XXIII di Ribera. A nome di tutti i frequentatori del tuo ricchissimo sito ti ringrazio per il tuo encomiabile lavoro sia di scavo etnoantrpologico nelle sue innumerevoli sfaccettature sia per l'apporto di conoscenza di Ribera e del suo territorio. Ormai il tuo sito è universale: raggiunge tutti gli angoli della Terra. Con sincero affetto Prof.Giuseppe Puma - 17 giugno 2008
I VISITATORI
Il Prefetto di Agrigento Umberto Postiglione, tra il Comandante della Caserma dei CC e il Prof. Puma, visita il Museo Etnoantropologico di Ribera.
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Ribera: Maggio 2008. Gli alunnii della I C e II A, visitano il Museo, accompagnate
dalle insegnanti: Cinzia Messina e Antonia Daino. In primo piano a sinistra il Prof. Giuseppe Puma.

L'Amministrazione comunale di Lucca Sicula con i delegati del Portogallo, della Spagna, della Lituania
e della Polonia, in occasione del gemellaggio effettuato all'inizio della Amministrazione Scaturro.
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GLI ALUNNI DELLE SECONDE CLASSI ELEMENTARI Sezioni A, B e C della Scuola Don Bosco - Plesso Imbornone VISITANO IL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO
Scrive il Prof. Puma, che li ha guidati durante la visita al Museo: CARO CILIBERTO, INSTANCABILE PROMOTORE DI CULTURA, AMMIREVOLE CITTADINO CHE SA GUARDARE IN FACCIA LA REALTA' E LE PERSONE CHE STANNO AL POTERE , CON IL CIPIGLIO SINCERO DI CHI VUOLE MIGLIORARE LA SOCIETA' RIBERESE E L'AMBIENTE IN CUI ESSA VIVE. TI RINGRAZIO SENTITAMENTE A NOME DI TUTTA LA CITTADINANZA PER QUELLO CHE HAI FATTO E CONTINUI A FARE IN PARTICOLARE PER IL MONDO GIOVANILE E SCOLASTICO DI RIBERA. NEL CONTEMPO TI INVIO UNA FOTO DEL 26-03-09 CON CIRCA 60 ALUNNI DEL 2° CIRCOLO CHE HANNO VISITATO IL MUSEO DELLA CIVILTA' CONTADINA , ACCOMPAGNATI DALLE SOLERTI ED IMPEGNATE INSEGNANTI Annamaria Marretta, Daniela Birritteri, Anna Amari, Elsa Coniglio e Giacoma Calandrino, Prof. Giuseppe Puma - 30 marzo 2009
Caro Professore Puma, La ringrazio per la foto e per le belle parole nei confronti del sottoscritto che, auspica, da sempre, che il suo amore per la nostra città, possa essere trasferito a tutti i cittadini, in particolare a coloro che hanno, prima chiesto e poi ottenuto l’onore e l’onere di amministrare la nostra Ribera. L’auspicio di questo sito è stato e sarà sempre che ogni atto d’amore o di rispetto per la nostra “Città delle Arance” non avvenga solo nelle parole, ma soprattutto nei fatti. Un saluto cordiale a lei, alle insegnanti e agli alunni che hanno visitato il Museo. Giuseppe Nicola Ciliberto |
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Caro Nicola, mi permetto di inviarti due foto di alunni della II A e II B , che unitamente alle loro insegnanti Anna Maria Amari, Rosamaria Pilato, Angela Messina e Gisella Bellavia, hanno visitato con molto interesse in nostro Museo della Civiltà Contadina. Il 2° Circolo quest'anno si è distinto nella frequentazione del Museo. Le domande fattemi dagli alunni sono state numerose e pertinenti;questo significa chele loro brave insegnanti si sono prodigate nell'instillare l'amore e la passione per la storia di Ribera, intessuta di cultura contadina. Per questo il II Circolo merita il plauso mio e di tutta la cittadinanza. Con affetto e stima , il tuo amico Prof.G.Puma - Ribera 6 maggio 2009
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Carissimo Nicola, è con vero piacere che ti mando una foto scattata il giorno 30 c.m. presso il Museo della Civiltà Contadina di Ribera. Si tratta di ben 25 studenti che seguono un Corso di formazione "Piano Triennale tutela e ambiente 85" presso l'Università di Palermo. Provengono da diversi paesi: Ribera, Giuliana, Bisacquino, Contessa Entellina, Chiusa Sclafani, Cattolica Eraclea, Salemi, Palermo.
Assieme a loro c'era anche il tutor che si chiama Andrea Di Chiara. Ti saluto caramente e colgo l'occasione per farti tanti auguri di felicità per il lieto evento.
Prof. Giuseppe Puma - 2 luglio 2009
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Nell'ambito di un Progetto curato dal CIPA.AT di Ribera sul tema dell'Agriturismo, è stata fatta una visita al Museo Etnoantropologico di Ribera. Tale visita ha suscitato un vivo interesse su tutti i partecipanti per la ricchezza dei reperti esposti. Il docente Dott. Pasquale De Marco (al centro della foto col maglione rosso) ha evidenziato come custodire e valorizzare tutto il nostro patrimonio, può essere occasione di crescita generale.
Ribera 07 novembre 2009 |

Gent.mo Nicola la settimana scorsa un pulman di studenti e di professori della
Scuola IPIA "E.Fermi"
di Agrigento è venuto a far visita al Museo della Civilita' Contadina di Ribera.I docenti accompagnatori
erano: la prof.ssa Elisa Casalicchio, la prof.ssa Lina Gueli ed il prof.Vito Schicchi.
Accludo una foto
che li ritrae sulla scalinata dell'ingresso.
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RIBERA 28 gennaio 2011
Caro Nicola ti invio un paio di foto di studenti che ieri sono venuti da Agrigento per visitare il Museo Etnoantropologico. Sono venuti con due pulman, accompagnati dai loro inseganti uno dei quali si chiama Giovanni Bonsignore. Sono studenti del Liceo delle Scienze Umane e del Liceo Scientifico. Sono venuti a conoscenza del nostro Museo tramite il tuo sito "cilibertoribera" . che offre al mondo un mare di notizie interessanti. Con affetto e stima il tuo amico, Prof.Giuseppe Puma
Una delegazione canadese, che aveva espresso il desiderio di rivedere i ricordi di un tempo molto lontano fa una visita al Museo. Molti di essi erano originari di Ribera, Cattolica, Caltabellotta, e di altri paesi viciniori. Alcuni dalla pelle nera erano di Haiti. Tutti si sono congratulati per quello hanno visto. Prof. Giuseppe Puma Ribera 19 Maggio 2011
Anche oggi una classe della V A dell' Istituto Comprensivo V. Navarro è venuta ad onorarci di una visita al Museo Etnoantropologico. Gli alunni si sono comportati in maniera civile ed interessata. Non finivano mai di rivolgermi delle domande, alle quali io ero ben disponibile a rispondere. Debbo fare i miei complimenti alla signora insegnante che li ha accompagnati ed alla Scuola a cui appartengono. L'insegnante accompagnatrice era Manto Santina, anche lei attenta ed intenta a spiegare ai suoi alunni. Con sinceri ringraziamenti per la tua generosa accoglienza nel tuo ricchissimo sito di una foto ricordo.
Prof.Giuseppe Puma Ribera 21 Maggio 2011
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