IL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO

di  RIBERA

Nella foto a sinistra:  L'ex Salone dei Congressi, dentro la Villa Comunale, che ospita migliaia di oggetti

della civiltà contadina, utensili vari e oggetti ormai in disuso, che costituiscono la Storia del nostro passato.

LA NASCITA DEL MUSEO

(Sezione speciale realizzata da Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

Il Prof. Giuseppe Puma

Docente di Lettere in pensione, nasce a Ribera il 31 Marzo del 1932. 

Da anni è responsabile dell'Associazione "RIBERA VERDE" con la quale ha condotto diverse battaglie sociali e culturali. Lotta in prima persona per salvare dalla rovina la casa natale dello statista Francesco Crispi ed è protagonista delle azioni di protesta per liberare Ribera dal fumo del sansificio.

Nel tempo libero segnala problematiche sociali ai responsabili locali degli organi di informazione e si dedica a scrivere poesie in dialetto e in lingua. Prende parte a diverse manifestazioni poetiche e ha in corso la traduzione in endecasillabi siciliani della Divina Commedia di Dante Alighieri. Il fiore all'occhiello della sua attività è la raccolta di migliaia di reperti della civiltà contadina e la realizzazione del Museo etnoantropologico comunale che, all'interno della Villa Comunale di Ribera, raccoglie oltre 4000 oggetti.

Il Museo Etnoantropologico, nel quale sono stati raccolti, catalogati ed esposti alla libera fruizione, i reperti della civiltà contadina, pastorale ed artigianale del territorio di Ribera, è nato il 6 maggio del 1989, all’interno della villa comunale, nel salone dei congressi.

Gli oggetti esposti, che superano le quattromila unità, provengono alcuni dalle donazioni e altri dai componenti dell’Associazione  “Ribera Verde” che li hanno acquistati per farne un Museo.

A partire dalla seconda metà degli anni ’60, con l’avvento della meccanizzazione agricola e artigianale, tutti gli oggetti della secolare attività contadina caddero subito in disuso. Molti reperti furono abbandonati in campagna, all’interno di casolari e bagli, altri invece per decenni sono rimasti relegati negli angoli bui di pagliere, stalle e solai, tra polvere, tarme e ragnatele.L’Associazione, memore di una tale ricchezza patrimoniale, per non far perdere la memoria storica, per salvaguardare le radici, e per far conoscere alle giovani generazioni gli oggetti tradizionali agricoli, gli aspetti della civiltà della terra e i presupposti della moderna economia, ha creduto opportuno, nell’interesse della comunità di raccogliere, restaurare, salvaguardare ed esporre le migliaia di reperti di una civiltà che ha cambiato fisionomia.

Indefesso ricercatore e tutore dell’immensa mole di oggetti è, in particolare, il Prof.Giuseppe Puma, che continua a custodire e incrementare, attraverso acquisti personali e altre donazioni, il Museo in oggetto che, per numero e varietà, è superiore a qualsiasi altro della Sicilia.

 

 

IL  LIBRO SUL MUSEO

 

 

 

Dalla semina al pane

Pubblicazione edita da Regione Siciliana - Assessorato Agricoltura e Foreste Unità Operativa 102,

distretto Belice-Carboj Via Ovidio, n. 26 - 92019 Sciacca (AG) e-mail: soat76@regione.sicilia.it

A cura di:

Giuseppe Puma - Docente di lettere

Enzo Minio - Pubblicista

Giuseppe Pasciuta - Dir. Resp. V. 0.102 Sciacca

Collaborazioni

Mario Turturici - Funz. Dir. U. 0.102 Sciacca

Camillo Bongiovì - U.0.102 Sciacca

Progetto grafico

Giuseppe Marciarne, Michele Lentini (collaboratore)     -

Elaborazione fotografica: Giuseppe Cordella

Fotografie:

Enzo Minio, Pietro Giacomazzo, Giuseppe Marciante, Luigi Marino, Filippo Vitali

Stampa

Priulla - Palermo

Dalla semina al pane: II museo etnoantropologico di Ribera/ a cura di Giuseppe Puma,

Enzo Minio, Giuseppe Pasciuta; prefazione di Andrea Camilleri. - [S. n.]: Regione Siciliana,

Assessorato Agricoltura e Foreste, 2006.

1. Ribera - Museo etnoantropologico. I. Puma, Giuseppe. II. Minio, Enzo.

III. Pasciuta, Giuseppe. IV. Camilleri, Andrea <1925->.

390.0744582224 CDD-21 SBN Pal0205945

CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana "Alberto Bombace"

Si ringrazia il maestro Gianbecchina per aver concesso l'autorizzazione

alla riproduzione delle opere Sportello Unico delle attività produttive

del Comune di Ribera

PRESENTAZIONE

Le pagine iniziali di questo libro sugellano la breve vicenda civile e culturale di Giuseppe Puma. Al centro di questa vicenda ci sono il lavoro tradizionale e la cultura contadina. Tutto il resto si muove attorno a questa ragione centrale, fondamentale.

Ribera è stato un grande centro contadino e bracciantile, con una storia ricca e nobile. Una grande continuità. Giuseppe Puma ne è interprete ai livelli più alti.

Non tutte le comunità - grandi e piccole - hanno avuto la ventura di avere testi­moni e interpreti tutti interni alle trame comunitarie, trame comunitarie che sono interamente attraversate dalla cultura contadina. La cultura contadina è cultura dialettale. L'una e l'altra hanno imboccato la via del tramonto ormai da vari decenni: si è trattato di un declino lento, impercettibi­le, con individuabili nuclei di resistenza (la tradizione alimentare, la tradizione devozionale), che si attestano fuori e dentro di noi.  Argini di tenace testimonianza - non dico resistenza - sono costituiti, per esem­pio, dalla rete di piccoli e grandi musei etnoantropologici, di raccolte locali degli attrezzi del lavoro contadino; dalle gran quantità di libri di storia e di cultura popolare pubblicati in non pochi comuni siciliani; dal gran numero di poeti dialet­tali, alcuni dei quali di sicuro valore. E tuttavia non è facile farsi testimoni di una civiltà, di una cultura che si avvia­no al tramonto. Non è facile, perché l'autentica testimonianza richiede, assieme alla competenza, anche la persistenza del sentimento dei luoghi, delle cose, dei gesti, delle parole. Giuseppe Puma è un testimone autentico, perché ha saputo - ha voluto - mantenere intatte quelle percezioni e quei segni che, per l'appunto, si sono fatte testimonianza autentica, colta, profonda: nella raccolta di oggetti-documenti; nella ispirazione poetica necessariamente dialettale; nella capacità di ricostruire, assieme alle mappe dei luoghi, la grande mappa della memoria.

Ribera deve essere grata a questo suo cittadino, così come deve esser gli grata la cultura regionale.

Giovanni Ruffino

Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Palermo

 

PREFAZIONE

Nella prefazione alla riedizione Cappelli 1968 delle "Parità morali" di Serafino Amabile Guastella pubblicate per la prima volta nel 1884, l'insigne Giuseppe Cocchiara scriveva che "nella seconda metà dello Ottocento la Sicilia ebbe una particolare forma di cultura che, in un certo senso, l'affiatò con l'Europa e non soltanto con essa". La nuova forma di cultura era quella delle tradizioni popolari che concretamente si manifestò attraverso gli studi e le ricerche di Vigo, nei venticin­que volumi della "Biblioteca delle tradizioni popolari" di Pitrè, nei "Costumi e usanze dei contadini siciliani" di Salamone Marino, nelle "Parità" e ne "L'Antico carnevale di Modica" di Amabile Guastella, ecc.  Insomma, la cultura contadina (e altra non poteva darsi allora in Sicilia) con i suoi racconti, i suoi canti e le sue leggende, i suoi usi, le sue usanze e i suoi costumi ebbe la fortuna di trovare non solo degli attenti ricercatori, degli appassionati storici che ne raccolsero la documentazione scritta, ma anche dei veri e propri poeti che quella cultura cantarono. Si è potuto così consegnare al comune patrimonio culturale un'ulteriore ricchezza che altrimenti sarebbe andata perduta. Ma, nello stesso tempo, una ristretta accezione del termine cultura arretrò in secondo piano la conservazione degli oggetti di uso quotidiano e di lavoro che a quella civiltà, diventata oggetto di studio, avevano permesso in definitiva di esistere, crescere e svilupparsi.

Faccio un solo esempio che serve per spiegarmi meglio: tra le centinaia di fotografie scattate da Giovanni Verga, forse per una documentazione verista della vita dei campi, difficile trovarne qualcuno che metta a fuoco un oggetto, si vedono solo volti giovani o segnati dal tempo, solo figure umane avvolte in miseri panni o in abiti da festa. Al massimo, Verga fotografa qualche carretto. Singolare contraddi­

zione. Perché, se da un lato si è riusciti a ricostruire civiltà andate perdute e delle quali non è rimasta nessuna documentazione scritta, solo attraverso il ritrovamento e lo studio di oggetti d'uso comune quali vasi, monili, e piccoli arnesi, dall'altro non si è mai pensato (se non assai tardi, praticamente dalla seconda metà del novecento in poi) che la raccolta e la conservazione degli oggetti quotidianamente usati in un recente passato avevano forse un valore più probante di una narrazione orale? Più di trentenni fa mi capitò di visitare, a Palazzolo Acreide, la "Casa museo" che il poeta ed eminente folklorista Antonino Uccello aveva fondato e tenuta in vita tra mille difficoltà economiche, nella generale sordità degli organismi regionali.

Si trattava di una casa contadina con tutti gli oggetti d'uso della vita famigliare e per i lavori campestri.

Ebbene, debbo confessare che mi sono dovuto far dare spesso delle spiegazioni su certi oggetti dei quali non riuscivo a capirne l'uso.

Eppure, gran parte della mia infanzia e della mia giovinezza si era svolta in campagna! Solo dopo la spiegazione mi tornava in mente che sì, proprio quell'oggetto l'avevo visto adoperare da bambino, ma poi era stato assai facile scordarmelo. Ci vuole poco a dimenticarsi delle cose

che ci sono servite per vivere, ma che vengono rapidamente sostituite da altre. Sembra inutile ricordarsene, mentre invece

è una sostanziale perdita. Questo prezioso e amoroso libro del Professar Giuseppe Puma,

"Dalla semina al pane", ha, tra le altre, una sezione intitolata

"Repertorio fotografico e didascalico".

Guardare queste fotografie è stato per me non solo un emozionante ritrovare cose sepolte, ma anche un riappropriarmi di parole

che credevo perdute per sempre, come la muligna, lo zimmili, il rincigliu, ecc. A parte il desiderio che fanno venire di andare

a visitare il Museo etnoantropologico di Ribera e vedere "dal vivo " questi oggetti, rinnovandone la memoria.

Perché chi non ha memoria del passato e delle sue radici è destinato a perdere la propria identità in un mondo sempre più multietnico.

Andrea Camilleri , Scrittore

 

Due dipinti del maestro Giambecchina, inseriti nel libro

 

IL MUSEO COME UN LIBRO

Il mondo rurale è da sempre un luogo di tradizioni, di saperi che, tramandati nei secoli, hanno contribuito alla creazione di mestieri, costumi e prodotti nonché alla formazione di gruppi sociali ed economici dalla rilevante connotazione etno-culturale.

Il luogo della conoscenza, spesso, è anche il connubio di archetipi e di memoria presenti a vario titolo nel patrimonio culturale di ciascun siciliano che viva e che operi in un contesto dalle straordinarie risorse e dalla inimitabile atmosfera della campagna siciliana.

E questa, intrisa di tradizioni che le numerose dominazioni hanno impresso, è un vasto patrimonio che via via nei secoli si è arricchito di metodiche produttive e di tecniche agronomiche, artigianali sempre più perfezionate ed adattate alle realtà cerealicola, agrumicola, viticola, zootecnica, tradizionali indirizzi produttivi di eccellenza della nostra economia agraria.

Le esperienze maturate dagli imprenditori di un tempo giungono ai nostri giorni, in un momento in cui lo sviluppo rurale passa attraverso la riscoperta delle tra­dizioni proprie di generazioni vissute nelle campagne traendone sostentamento non solo con la forza delle braccia ma anche con l'impegno e la volontà di guardare avanti verso un mercato divenuto nel frattempo sempre più vasto e aperto.

L'intento di riscoprire tale bagaglio culturale, scongiurandone una definitiva perdita, trova in iniziative quali quella che mi pregio

di presentare una necessaria e concreta alleata.

La nascita del museo etnoantropologico di Ribera offre ai visitatori gli strumenti, gli attrezzi che per secoli hanno alleviato

il gravoso lavoro di contadini, artigiani ed operai.

Sono utensili che hanno scandito i tempi dell'evoluzione e dell'innovazione che gradatamente ha condotto un'antica civiltà di valori

fino ai giorni nostri; e se riconoscerli, catalogati e puntualmente descritti, per pochi di noi gioverà alla memoria, farli conoscere

ai molti giovani e fruitori del bene museale, contribuirà, invece, a mantenere vivo nel tempo un enorme tesoro di cultura della nostra Sicilia.

Prof. Giovanni La Via

Assessore all'Agricoltura e Foreste della Regione Siciliana

 

UNA CIVILTÀ CONTADINA PER I POSTERI

 

L'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste Servizi allo Sviluppo da anni svolge azioni finalizzate

alla promozione ed alla tutela dei prodotti tipici e delle tipicità, intendendo con queste locuzioni non solo le attività

che hanno ad oggetto la valorizzazione delle produzioni agroalimentari

di qualità che presentino determinate caratteristiche organolettiche, ma anche e soprattutto il legame che unisce,

in maniera inscindibile, i prodotti al territorio di origine.

E', infatti, tale legame che deve rappresentare la carta vincente per il rilancio dell'agroalimentare siciliano, in un mercato globalizzato che, purtroppo, oggi, offre valide opportunità soltanto ai prodotti agroalimentari che si sappiano contraddistinguere per la loro tipicità, ottenuti con processi produttivi antichi e tradizionali, nel rispetto delle odierne norme sull'igiene e salubrità dei prodotti.

Ciò che caratterizza le pregiate produzioni agroalimentari siciliane è, per l'appunto, il legame con le antiche tradizioni, che è evidente nei metodi di produzione originali e che caratterizzano il prodotto finale, non solo per le tecniche ma anche per le attrezzature utilizzate.

Non a caso il Pane Nero di Castelvetrano è unico nel suo genere, con il suo profumo intenso e la sua fragranza, legati sì alla materia prima, il rarissimo grano di varietà "Timilia", ma soprattutto ai metodi di lievitazione e di cottura, che si tramandano da generazione a generazione.

Ed ancora i formaggi storici siciliani e tante altre prelibatezze, che meritano di essere apprezzati dai consumatori più esigenti, sono ottenuti seguendo scrupolosamente le tecniche di lavorazioni di una volta, che costituivano l'ordinartela della vita quotidiana delle campagne.

Quelle attività di vita quotidiana in campagna, minuziosamente raccontate in questa importante pubblicazione dal Prof. Giuseppe Puma, storico e cultore delle tradizioni popolari siciliane, e supportate da numerose immagini fotografiche che rappresentano e descrivono gli antichi attrezzi e gli oggetti utilizzati nella produzione tradizionale di molti prodotti tipici, oggi sono presenti nel museo etno-antropologico di Ribera.

Quindi, memoria storica di cultura e civiltà contadina che è possibile apprezzare, non solo visitando lo splendido museo etno-antropologico di Ribera, dove sono stati raccolti, minuziosamente, moltissimi attrezzi ed oggetti di vita contadina, ora gelosamente custoditi, ma disponibili per il visitatore, ma anche leggendo i testi ed ammirando le immagini raccolte nel suo prezioso libro. L'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste - Servizi allo Sviluppo -

ha voluto sostenere la pubblicazione di questo libro nella consapevolezza del ruolo che tale importante pubblicazione riveste nel consegnare ai posteri il ricordo di una civiltà contadina, purtroppo oggi destinata a scomparire.

La conoscenza ed il rispetto per il passato, le tradizioni, gli usi, le regole di vita quotidiana, costituiscono sicuramente un aspetto fondamentale per la crescita culturale delle giovani generazioni e rappresentano le fondamenta della stessa civiltà su cui si basa la nostra stessa essenza.

Dott. Dario Cartabellotta

Dirìgente Generale Dipartimento Interventi Infrastrutturali - Regione Siciliana

Dott. Giuseppe Pasciuta

Dirigente responsabile U. O. 102  - Assessorato Agricoltura e Foreste - Regione Siciliana

 

 

UN LIBRO PREZIOSO

Ritengo doveroso rivolgere un plauso al Prof. Giuseppe Puma, rinomato personaggio dell'impegno culturale e sociale di Ribera che ha contribuito, "simpliciter et libere" (oltrepassando, pressoché indenne, ma potendo vantare d'esser si genuflesso unicamente dinanzi a Dio, anche qualche immancabile posto di blocco sulle frontiere della burocrazia) alla costruzione, ed alle fondamenta, di un magnifico Museo etnoantropologico (bisognoso, comunque, di una sede adeguata, che ne valorizzi contenuti ed obiettivi, veicolandoli anche su itinerari di turismo in un'or­ganica progettualità di sviluppo territoriale) ed alla redazione di questo interessante supporto editoriale (pregevole per vastità documentaria, copia di supporti fotografici ed alto livello di apporti poetici generalmente nella "lingua delle madri", nonché ulteriore testimonianza di concretezza della carta stampata rispetto all'im­palpabilità della comunicazione "per flussi"): una struttura chiamata a lievitare per quantità e qualità ed un testo che, mi auguro, sia seguito da opportuni ampliamenti.

Due iniziative in parallelo, quindi, che andranno senz'altro, ed al meglio, a colmare vuoti, a sanare amnesie, a strappare all'Oblìo (venerato dalla triturante dit­tatura della multimedialità) moltissimi tasselli d'una struttura musiva per "micro­storie", riconsegnandoli alla Memoria individuale e collettiva ("ricordati di ricordare", affermava e ammoniva un recente "spot" tv) ed offrendoli alla Ribera ed a tutta la Sicilia del Duemila, in modo che esse non dimentichino fondamentali aspet­ti del proprio e nostro passato: laddove è fuor di dubbio che "un popolo che non ha memoria storica non è un popolo civile " (Goethe) e che, anzi, come affermò gravemente Puskin, è proprio "il rispetto per il passato quel tratto che distingue l'istruzione dalla barbarie".

C'è bisogno, allora, di chi - come il carissimo amico Puma - voglia essere e sia interprete d'una "Memoria IMater" che non ha difficoltà alcuna a reincarnarsi,per amore di ricordi e reperti, in un libro e in un Museo, alfine di ricostruire un mondo ritrovato, visibile e tangibile, prima che sia troppo tardi: prima, cioè, che avvenga quel che accadde a Gertrude Stein nel suo "viaggio di ritorno" tra alcuni vecchi quartieri della sua infanzia

nella periferia di New York, rasi al suolo e sostituiti da decine di grattacieli anonimi per disumanizzanti esigenze di "progresso":

un dolore ed una delusione inenarrabili, che lei comunicò ad alcuni amici (i quali, ignari di tale scempio umano più che urbanistico

"strictu sensu", volevano raggiungerla) solo con sette parole di pietra, quasi da rituale della Passione:

"Quando arriverete laggiù, laggiù non esisterà più".

Per fortuna, e malgrado tutto, dalle nostre parti non siamo ancora a questo punto. Poiché, pur nella dittatura della massificazione, vi sono sacche di resistenza ancora inespugnabili, e soprattutto in quell'entroterra che, con iniziative portate avanti da uomini veri ed intellettuali autentici

come il nostro Prof. Puma, da molti anni accumula testi di paremiologia, di etno antropologia, di novellistica e poesia vernacolare, di storia patria, di iconografia del vissuto, intensifica convegni ed incontri sul valore della "Memoria I Mater", sensibilizza insegnanti ed allievi dalle elementari alle superiori, classifica ed espone infinite tipologie di testimonianza dentro strutture (e nella nostra Provincia sono già diverse) divenute museali "strictu sensu " a seguito delle legittime aspirazioni di chi, privatamente, le realizza, ma fin troppo spesso pubblicamente dirottate in locali incongrui e angusti, a volte persino senza luce elettrica (accade anche questo) pur se illuminate di luce propria.

Si può arrivare, quindi, ed anche senza confidar troppo nell'entusiasmo di chi non capisce o non vuole capire (ma che, a un certo punto, deve pur fare i conti con gli apporti ed i successi di chi ha capito) a razionali e ragionevoli prospettive di rivalutazione e di tutela d'un patrimonio straordinario: ed in tal senso va a mani­festarsi oltremodo significativo anche questo Museo riberese della civiltà contadina, della civiltà della pastorizia, della civiltà artigiana, della civiltà d'un Ieri che era fondato sull'estremo rispetto dei valori umani, sull' "humanitas" e sulla tolleranza, sul vivere in semplicità ed il convivere paziente e cosciente, sulla solidarietà di classe fra i contadini e gli operai, gli artigiani e i braccianti, a fronte del cinismo, dei pregiudizi, della violenza operata dal Potere e da tanti e troppi suoi alleati, spesso imprevedibili, ergo ancor più laceranti. Questo libro va a presentarci una struttura museale fortunatamente aliena dal mito funereo del "grembo di pietra in cui tutto entra e tutto sta " (Giorgio Manganelli) poiché, invece, microcosmo di vita, di luce, di fruizione, di coinvolgimento, al fine di far scaturire, da tutte queste essenze d'esistenze, un "feedback" comunitario e di comunione abilitato a dar forma, sostanza e valenza e concretezza ad un "trovarsi" multigenerazionale che divenga collante di antichi percorsi esistenziali e motore di nuove consapevolezze.

"Quando un popolo, un paese, una collettività, grande o piccola che sia, non perde la memoria, vuoi dire che non è nemmeno disposto a perdere la libertà", ebbe a sottolineare icasticamente quell'acutissimo ed insostituibile "speculum memor" che fu il compianto Leonardo Sciascia: "password" decriptata, e non da ora, anche da Giuseppe Puma, che a Ribera non ha donato solo poesie, ricerche, scoperte e collezioni ma tutta un'esistenza contrassegnata da strenuo ed esemplare impegno di riscatto del territorio in termini di progresso civile; e che, adesso, ha due ragioni in più - un Museo, un libro - per darcene altre testimonianze.

Prof. Nuccio Mula

Scrittore, docente universitario, studioso di paremiologia ed etno antropologia siciliana

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTIZIE SUL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO

II museo etnoantropologico di Ribera, nel quale sono stati raccolti con cura certosina, catalogati ed esposti alla libera fruizione, i reperti della civiltà con­tadina, pastorale ed artigianale del territorio agrigentino compreso tra le valli dei fiumi Verdura, Magazzolo e Platani, nasce alla fine degli anni '80, all'in­terno della villa comunale, nell'ampio salone già destinato in passato a conferenze e congressi, grazie all'operosità di un gruppo di appassionati ricercatori dei variegati reperti della civiltà contadina.

Gli oggetti esposti, che superano le 3000 unità, provengono alcuni da disinteressate donazioni fatte negli anni scorsi da famiglie di agricoltori e di artigiani ed altri dall'attività dei componenti dell'associazione locale "Ribera Verde" i quali hanno in parte raccolto e in parte acquistato gli oggetti e le attrezzature agricole apposi­tamente per la costituzione del museo riberese della civiltà rurale. La cittadina di Ribera, in provincia di Agrigento, nasce essenzialmente come cen­tro agricolo per la fertilità delle sue vallate, un tempo ricoperte da coltivazioni di  cereali e perfino nei secoli scorsi dalla canna da zucchero e nell'Ottocento dalla presenza delle risaie che causavano la malaria. Ne parlano, nelle loro opere, storici come Vincenzo Navarro, Ignazio Scaturro,

Nicolo Inglese, Giovanni Farina e Raimondo Lentini i quali, grazie a documenti inoppugnabili come gli atti notarili, fanno riferimento

agli agricoltori della vicina Caltabellotta i quali scendevano a valle per coltivare le terre e che successivamente si insediarono,

in maniera stabile, nel territorio nell'odierno quartiere di Sant'Antonino, primo nucleo urbano e storico della cittadina.

Nei secoli scorsi, e fino agli anni successivi alla seconda guerra mondiale, l'agri­coltura del comprensorio di Ribera, come quella provinciale, è stata praticata con attrezzature, strumenti ed arnesi che, di fattura prettamente artigianale, hanno costituito il patrimonio indispensabile per le coltivazioni agricole prima nei grandi feudi e successivamente nella piccola proprietà contadina che, nata dallo smembramento del latifondo, permise a migliaia di riberesi e di agrigentini di diventare proprietari e di avere saputo creare, negli anni, con laboriosità, coraggio e sacrifici economici che hanno richiesto grossi investimenti finanziari per il cambio delle colture, lo sviluppo economico odierno. A partire dalla seconda metà degli anni '60, grazie anche alla poderosa spinta impressa dalla presenza a Ribera della Fiera Mercato per l'Agricoltura, la Meccanica Agricola, l'Artigianato e la Zootecnica che,. promossa dall'allora amministrazione comunale, per circa un quarto di secolo, ha proposto ai lavoratori della terra le costanti innovazioni della meccanizzazione agricola ed artigianale per cui, in pochi anni, tutti gli oggetti della secolare e tradizionale civiltà contadina caddero subito in disuso.

Molti attrezzi, alcuni nuovi di zecca, furono abbandonati in campagna, all'interno di casolari e bagli; altri, invece, per decenni sono rimasti relegati negli angoli bui di pagliere, stalle e solai di abitazioni, tra polvere, tarme e ragnatele, suscitando qual­che volta l'interesse e la curiosità delle giovani generazioni. L'associazione "Ribera Verde", memore di una tale ricchezza patrimoniale, per non fare perdere la memoria storica alla popolazione ancora legata alla coltivazione della terra, per salvaguardare le radici e per fare conoscere ai giovani di oggi gli oggetti tradizionali agricoli, il cui uso ha fatto la fortuna di migliaia di famiglie, per fare apprezzare gli aspetti genuini e a volte anche onerosi della civiltà della terra e per capire i presupposti materiali della moderna economia, ha creduto opportuno, nell'interesse della comunità, individuare, raccogliere, far restaurare, salvaguardare ed esporre migliaia di reperti di una civiltà che ha cambiato decisamente volto per essere al passo con i tempi.

Oggi il museo della civiltà contadina di Ribera, situato in un unico ambiente, nel grande salone della bella villa comunale, si presenta agli occhi del visitatore suddiviso in quattro sezioni, ben distinte. Entrando, a sinistra, si trova collocato il settore dell'agricoltura. Sono esposti centinaia e centinaia di oggetti, tra i quali, i più importanti per l'uso, vale la pena di ricordare gli aratri in legno e in ferro, le varie­gate selle degli animali, le diverse tipologie di zappe, le caratteristiche falci per la mietitura dei cereali, gli strumenti per la legatura dei covoni di spighe e per la pulitura del grano appena trebbiato.

Sono sistemati in bella evidenza pale, tridenti, bisacce, grandi reti per il trasporto della paglia, crivelli in metallo e in cuoio, contenitori di misura, tipici della zona, come quarto, mondello, tumolo e decalitro, "canceddi" per il trasporto della frutta e dell'acqua e bisacce per il grano.

Di particolare interesse è un marchio comunale in ferro con le lettere a stampatello "RI" (forse le iniziali di Ribera), utilizzato per marchiare gli animali

e per fare pagare ai proprietari la tassa municipale.

Al centro della grande sala campeggia un artistico (perché fatto artigianal­mente da maestranze locali) ed ancora intatto carretto siciliano e un crivello di notevoli dimensioni, montato quest'ultimo su un treppiede, un tempo in uso per la cernita e la pulitura del frumento. Poco più indietro, sulla parete, in fondo, trovano posto tutta una serie di contenitori, ceste e paniere, in canne, vimini ed arbusti, di varia grandezza e forma, realizzati da operose mani artigianali, utilizzati un tempo per la raccolta e il trasporto di frutta ed ortaggi, nonché capienti recipienti, realizzati da industriosi agricoltori

con la palma nana e detti "zimmili" e "coffe".

 

***

Continuando la visita, in fondo alla sala, a sinistra, è situato il comparto artigianale con reperti di arti e mestieri che furono anche als servizio dell'agricoltura. Ancora, intatto è, infatti, il deschetto del calzolaio con gli arnesi da lavoro come forme, martello, trincetto, lesine e raspa; come integro si presenta il bancone in legno del falegname con i vari attrezzi che vanno dalle pialle e seghe ai martelli, chiodi e scalpelli. Innumerevoli e di diverso materiale sono gli strumenti di lavoro, esposti alle pareti, appartamenti a sarti, macellai, barbieri, fabbri-ferrai, falegnami, potatori, muratori, spaccalegna, calzolai e pastai. Su un grande ripiano, davanti alla parete frontale del salone, fanno davvero bella mostra gli oggetti della pastorizia, in passato molto fiorente nella cittadina. Si va dal calderone in rame alle fiscelle di vimini per la preparazione e fattura della ricotta e del formaggio, dalle forbici per tosare le pecore ai campanotti di latta e di bronzo che i pastori legavano al collo degli ovini per averli sempre sotto controllo. Tra gli arnesi peculiari del lavoro del pastore vanno ricordati la "rotula", "lu zubbu" e la schiumarola.

Poco più indietro, in buona mostra, si erge, alto almeno due metri , "lu cannizzu", ampio recipiente di canne secche, intrecciato a mano, di forma cilindrica, all'interno del quale venivano riposti i cereali, soprattutto il frumento che le massaie facevano uscire, per portarlo alla macina, da una piccola apertura frontale, ricoperta da un tappo di stoffa. E' stato per decenni il salvadanaio alimentare delle famiglie. Appoggiati alla parte frontale sono allocati una ricca serie di crivelli, un tempo in uso per la cernita del grano, orzo, fave e ceci, cereali quest'ultimi utilizzati spesso in passato in occasione di feste di famiglia come fidanzamenti, matrimoni, battesimi. Sul lato sinistro del salone sono stati sistemati utensili ed oggetti dell'ambiente domestico. Si possono ammirare, infatti, piatti di ceramica, e di terracotta, posaterie varie, tazze, scolapasta, giare, fiaschi, cantari, lumi a petrolio, bilance di diverso tipo e misura, pile in legno e in pietra, pentole, gavette, imbuti, piatti di diverso materiale, caffettiere e teghiere in alluminio, tripode in ferro con bacile, caraffe smaltate, ferri da stiro a carbone, guantiere e rosoliere, "quartare", lemme" e "scanatura".

Una serie di cappotti in panno, di cerate nere usate dagli agricoltori per ripararsi dalla pioggia, di scarponi di cuoio e di calzettoni di cotone completano la ricchissima esposizione museale.

Il museo, che raccoglie oltre quattromila reperti, compresi quelli ancora ammucchiati nei magazzini della villa comunale perché doppioni, è stato inaugurato il 25 aprile del 1999, in occasione di una Fiera per l'agricoltura, dal sindaco Giuseppe Cortese, dal presidente della Provincia Regionale Enzo Fontana, dall'onorevole Giovanni Manzullo e da autorità religiose e militari.

La struttura museale ha fatto registrare in questi anni una notevole affluenza di visitatori provenienti dalla la Sicilia, dalla tutta la penisola e perfino dall'estero. I maggiori frequentatori sono stati e lo sono anche oggi gli studenti e i docenti delle scuole di ogni ordine e grado che hanno voluto conoscere le radici economiche della popolazione riberese, apprezzare le certosine ricerche e le non poche fatiche dei componenti dell'associazione "Ribera Verde" e prendere confidenza con i reperti che hanno fatto la storia dell'agricoltura locale. I turisti e soprattutto gli emigrati sono stati gli altri visitatori interessati alla conoscenza dell'autentica storia del popolo e della civiltà contadina siciliana.

 

L'ASSOCIAZIONE "RIBERA VERDE"

 

L'associazione "Ribera Verde" nasce il 17 marzo del 1989, quando un gruppo di appena dieci volontari, sensibili alle molteplici tematiche dell'ambiente, del variegato tessuto urbano, dei beni storici, artistici e monumentali, della storia della civiltà contadina locale, decise di recarsi dal notaio Antonino Giaccio per sottoscrivere l'atto costitutivo dell'associazione che vede la luce per porsi essenzialmente come sentinella per la salvaguardia di tradi­zioni, mestieri, opere e storia della città.

Per la verità, già da alcuni anni, l'associazione di fatto era operante nella ricerca e nella raccolta di reperti della civiltà contadina, pastorale, artigianale, essendo stata Ribera, fin dalle origini, una cittadina dall'economia prettamente agricola. Infatti, già nel 1985, in occasione della Fiera per l'Agricoltura, l'Artigianato e la Meccanica Agricola, venne allestita, per la prima volta, all'interno della villa comu­nale, una mostra di oggetti e reperti della civiltà contadina, visitata allora anche dall'architetto Paolo Portoghesi di passaggio a Ribera.

Dall'associa/ione furono raccolte tra i visitatori oltre tremila firme di cittadini che chiedevano all'amministrazione comunale, con una petizione popolare, l'istituzione permanente di un museo etnoantropologico. Negli anni successivi, mentre la raccolta degli oggetti continuava quotidianamente e in maniera organica e certosina, accrescendo notevolmente la storia del patrimonio etnoantropologico locale, l'associazione "Ribera verde", il cui presidente è il prof. Giuseppe Puma, organizzava dei convegni finalizzati alla costituzione e al decollo della struttura mussale. Difatti, vennero, invitati a Ribera su intervento dell'associazione, per relazionare sui beni etnografici raccolti, i docenti dell'università di Palermo Giuseppe Aiello e Jannee Vibaeck, i quali ebbero ad affermare che alcuni reperti dell'alierà istituendo museo, per numero e varietà, costituivano un patrimonio unico e raro, in tutta la Sicilia.

Tutt'oggi con il museo aperto alla fruizione pubblica, l'associazione resta impegnata

con i propri volontari, nella ricerca peculiare di altri singolari accrescere la quantità

e per recuperare ancor di più la memoria, la civilà e la  cultura delle passate generazioni.

 

LA FONDAZIONE

II Museo interpreta la profonda necessità di recuperare le radici folcloristiche e tradizionali di un popolo, di un periodo storico poraneamente,

il bisogno sentito di "raccontare" con mezzi nuovi. In questa ottica si rende alquanto necessario intraprendere iniziative che possano

meglio valorizzare il Museo nel suo contesto territoriale in modo permanente. Si auspica pertanto al più presto:

- la proposizione di sistemi innovativi che coinvolgano il visitatore, stimolandolo nei suoi cinque sensi, attraverso il supporto di strumenti multimediali

che lo accompagnino nella visita dell'incantevole atmosfera dei diversi ambienti con racconti, musiche, canti, nenie, immagini

e con l'esposizione, la degustazione delle produzioni tipiche agroalimentari e la vetrina dei prodotti dell'artigianato potranno essere acquistati.

- l'istituzione di un nuovo soggetto - la "Fondazione Museo etnoantropologico di Ribera" - che coinvolga tutte le istituzioni pubbliche e i privati,

in qu strumento di diffusione culturale di un territorio. La scelta di costituire una Fondazione nasce dalla volontà di individuar ce mezzo per attivare sinergie tra risorse pubbliche e private, per la costituzione di sistemi di partenariato con le imprese e con le istituzioni. Partecipare alla fondazione sia come soci fondatori, sia come sostenitori, sia come semplici soci aderenti, significa diventare parte attiva di un progetto

che mira all'arricchimento culturale dell'intera comunità.

L'Associazione Ribera Verde, il Comune di Ribera, il Consorzio di Tutela Arancia Ribera di Sicilia e l'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste

aderiscono a questa iniziativa convinti che diventare soci della Fondazione significa avere una realtà importante da guidare

e modellare rendendola motore di sviluppo del territorio.  

 

 

Si riportano alcune pagine tratte dal libro e scritte dal Prof. Giuseppe Puma

 

RICORDI

II tempo trascorso nell'infanzia e nella prima giovinezza resta impresso nella memoria e nelle parti più profonde del nostro io. Avevo varcato la soglia dei miei 16 anni quando con la mia indomita volon­tà decisi di riprendere gli studi, interrotti per necessità di famiglia, all'età di 9 anni.

In quei 7 anni avevo già fatto una grande esperienza nel mondo lavorativo della campagna: raccogliere uva nel periodo della vendemmia, le mandorle e le olive, seminare, zappare per ripulire il grano, le fave, i piselli, condurre l'orto preparando il terreno per piantarvi pomidoro, melanzane, peperoni, cavolfiori ed irrigare e con­cimare e diserbare e poi raccogliere nei cestoni per portare i prodotti al mercato o venderli alle donne riberesi lungo la strada Parlapiano.

Negli anni trascorsi in collegio, all'università e infine nell'insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie in Sardegna per circa 6 anni e poi a Ribera sino all'età della pensione, quel duro passato nei vari lavori di campagna non mi lasciava mai: mi si riaffacciava in maniera tumultuosa, ripetitiva e dolente. Mi rivedevo nelle lontane terre del Pinocchio, di Borgo Bonsignore, di Verdura, del Giardinello, di Seccagrande, intento a ripulire il grano mentre piovigginava, a rac­cogliere il cotone di primo mattino, quando l'alba era ancora lontana, a raccogliere le olive cadute per terra per i signori Riggi nella zona del Garufo, e le fragoline.

Non riuscivo ad annullare quei ripetuti e secchi tocchi alla porta di casa mia dei ricchi borgesi, quel presentarmi nella loro stalla per fare uscire i grossi muli e legarli all'anello appiccicato al muro esterno e raccogliere il concime nei cestoni e poi caricarli sul carretto assieme agli altri arnesi di lavoro: aratri, zappe, sementi, lanceddi.

Mi tornavano alla mente quei casolari di grossi proprietari lontani dal paese, dove   io e decine di ragazzi ci recavamo a piedi percorrendo 10-13 chilometri e dove si pernottava per intere settimane sulla paglia e sul fieno tra l'aria irrespirabile e il caratteristico puzzo

degli escrementi degli animali ed i topi.

 

E all'ordine dei soprastanti, con la zappa in spalla, già prima del sorgere del sole si era sul posto di lavoro (all'antu") e si lavorava sino al suo tramonto. E si ci risto­rava con una minestra brodosa a base di cavoli o altra verdura. Mi colpiva anche il vedere dei ragazzini di 8-9 anni condannati a spingere il gregge nei pascoli e sotto il sole cocente e sotto la pioggia scrosciante; privati della socializzazione della scuola e del gioco, costretti a crescere abbrutiti in compagnia delle pecore e dei cani pastori e solo per pochi soldi. 

 

 

IL MONDO CONTADINO NEL NOSTRO PASSATO

 

Premetto che, da bambino sino all'età di 18 anni, la mia vita era trascorsa nelle varie attività di campagna: sia nelle terre prese a mezzadria da mio padre sia nelle terre dei ricchi borgesi o degli inesistenti feudatari ribere-si, relegati nella sfolgorante Palermo spensierati e intenti a divertirsi. Perciò quando ripigliai gli studi, interrotti per necessità di sopravvivenza della mia famiglia, e mi laureai in Lettere Moderne all'Università di Palermo e quindi iniziai l'insegnamento nelle Scuole Medie prima in Sardegna e poi a Ribera, il passato con tutte le vicende piacevoli e dolorose mi si riaffacciavano vivide fra le mille pieghe della mia memoria.

Rivedevo allora la stalla che faceva parte della mia casa assieme alla "gaggia" costruita con listelli di legno a mo' di casupola, con le sue rumorose galline ed il gallo, che, alle ore tre di mattino circa, rompeva il silenzio col suo chicchirichì, che si associava a quello dei tanti galli del vicinato e comandava ai lavoratori della cam­pagna di balzar giù dal letto e prepararsi ad avviarsi in campagna e di trovarsi sul posto di lavoro (all'antu).

Tra le materie che insegnavo includevo anche quella della mia esperienza che oggi chiameremmo della civiltà contadina.

Notavo che i ragazzi mi seguivano con intensità e con molto interesse ma anche con una certa sorpresa, forse perché ero il solo a parlare di questo. Ogni volta che affrontavo un argomento riguardante il complesso mondo dei con­tadini, i visi dei ragazzi si illuminavano di una gioia sempre nuova, e con la mente e con la fantasia si sforzavano di immaginare e di afferrare le gioie e i dolori di quella brava e povera gente che trascorreva tutta la vita in un ristretto angolo di terra dimenticata e disprezzata.

Ora cercherò, per quanto posso, di descrivere, in parte, lo svolgimento della vita dei contadini nel mio paese.

Occorre però prima rilevare che la terra per i contadini era la cosa più cara e preziosa della loro vita e dei loro familiari.

Essi la curavano e vi si dedicavano a tempo pieno a prezzo di tanti sacrifici, sacrificavano per essa anche i giorni festivi. Ed il motivo era molto chiaro. Loro compito primario era quello di procurare alle loro famiglie il grano necessa­rio e sufficiente per poter trascorrere l'annata per quanto possibile tranquilla, senza cioè soffrire la fame e senza privazioni.

I contadini si recavano nei loro poderi o in quelli presi a mezzadria con i muli o con gli asini e talvolta con i carretti portandosi appresso gli attrezzi e gli arnesi di lavoro: zappe, runche, lincigli, "facigliuna", per ripulire il terreno dalle erbacce infestanti: ortiche ("ardiculi"), rovi ("ruvetti"), erbe spinose... Dopo aver bruciato i cespugli estirpati, si passava quindi alla zappatura per mezzo di una grossa zappa se il terreno era docile, per mezzo di un piccone invece se il terreno era molto duro.

 

Chi possedeva un mulo o un asino arava in profondità il terreno con aratri trainati da due animali o da una sola bestia.

Con la frasca poi si rompevano le zolle più grosse preparando così il campo per la semina del frumento, dell'orzo, dell'avena o delle fave e dei ceci. Intanto le donne e i loro figlioli preparavano le sementi, "nettandole" da semi indesiderati, quale il "giogliu", dalle pietruzze e da altre impurità. Questa operazione veniva effettuata sul tavolo da pranzo o sullo spianatore ("scanaturi"). Tutto era già pronto per la semina. I sacchi delle sementi allineati.

L'aratro rispolverato con il vomere dalla punta acciaiata, con il pulisci solco (l'annetta sulicu") apposto, con "lu pinturu" munito di raschiello ("varbuscia") levigato ed affilato.

Con l'entrare del mese di ottobre le strade, quasi sempre in terra battuta od acciottolate, si affollavano di muli, di asini e di cavalli ed anche di carretti. Le direzioni erano le più disparate: s'imboccava, all'uscita del paese, la strada per la Castellana, Giardinello, Bizzì, ... la strada per la Cannaranni, Li Pupi, la Verdura, ... la strada per Scirinda, Casteddu, Martusa, ... quella per Canalottu, Bellimunti,... quella per la Balata, lu Finocchiu, Munti di Sara.

Oltre al calpestio ed al cigolio dei carretti, si sentiva di tanto in tanto, anche il raglio dell'asino ed il nitrito dei cavalli, nonché il belato di qualche capra.

 

 

GLOSSARIO PER CONOSCERE GLI OGGETTI ESPOSTI NEL MUSEO

Abbìtiu o arbitrili = torchio che serviva per fare la pasta

A broscia = spargere la semente a spaglio

Acqualoru = il trasportatore dell'acqua con "mizzalori" in campagna

A sulicu = spargere la semente nel solco aperto dall'aratro

Aglialoru = oliera o contenitore d'olio

Allattari = imbiancare i muri,le pareti della casa

Aneddu di muru = anello in ferro infisso nel muro per legare gli animali

Anciddi = anguille che venivano pescate lungo i fiumi

Ancinedda = uncino per raccogliere mannelli (jermiti) di granoA

Ancinu = uncino in ferro per raccogliere mannelli di grano

Annettasulicu = arnese in legno apposto al vomere per pulire solchi

Antu = posto di lavoro,in particolare nelle campagne

Ardiculi = ortiche che attecchiscono nelle zone incolte

Burgisi = persona borghese,benestante,possidente di buoni campi e di case

Bbaccaredda = recipiente di ceramica,buona a contenere fresca l'acqua

Bbummulu = contenitore di acqua fresca,vademecum del contadino

Bbummuluni = contenitore d'acqua molto capiente

Bburnia = contenitore di conserve di pomidoro

Bburraccia = borraccia,contenitore di vino del contadino

Bracèri = braciere di bronzo per contenere tizzoni ardenti per riscardare

Bruschia = spazzola dalle setole rigide per strigliare le bestie da soma

Caliàti = abbrustolite (si dice di fave e di ceci)

Campani = si appendono al collo degli animali al pascolo(pecore,capre,...)

Camiari = scaldare il forno con la legna

Càmula = camola,tarlo,tignola

Canipìa = vasta estensione di campi

Cannerà = graticcio di canne sul quale si lavorava il formaggio

Cannata = boccale in terracotta smaltata con beccuccio a cannella

Cangeddi = contenitori in legno o in ferro di recipienti d'acqua

Cannèddi di mitituri = ditali di canna del mietitore proteggenti le dita

Cannistru = canestro a base di culmi per contenere face,ceci e frutta

Cannizzu = silos di canne intrecciate per contenere cereali

Càntari = vasi da notte o sellette smaltate per urine ed escrementi

Cantunera = muro cantonale

Capizzuni = gavezzone per animali da soma

Capu di pinturu = cordicella di punteruolo per spronare gli animali

Cappotta o scappularu = cappotto di panno verde o blu di contadini

Cardedda = pianta lattiginosa,adoperata per le medicine,è mangiabile

Carrateddu = botte per contenere mosto o vino

Carruzzedda = antico girello per bambini ,dotato di rotelle scorrevoli

Cartedda = contenitore di canne e vimini per trsporto di ortaggi

Cartini di sicaretti = cartine per confezionare sigarette

Casa tirrana = piano terra

Casdararuni = ecipiente di ramo stagnato,di forma troncoconica

Catapanu = sergente degli ufficiali sorvegliavano l'ordine dei mercati

Catinazzu = catenaccio in ferro per porte e portoni

Catu = secchio di varia grandezza,di forma troncoconica e zingata

Catusu = tubo fognario

Cavaddunghiu = disposizione di sei covoni posti tre per lato

Cavadduzu = elemento del basto dell'animale

Cavagna = cestello di giungo,più piccolo della fiscella,per contenere ricotta

Cessu = gabinetto

Chiavi = chiave

Cigna di sidduni = cinghia o sottopancia per il basto dell'animale

Cimminìa = comignolo

Circu di braceri = attrezzo emisferico poggiante sul braciere di fuoco acceso

Circu di scaldimi = attrezzo emisferico per lo scaldino acceso

Cirnituri = cernitore,operaio addetto alla pulitura del grano mediante setacci

Conca di luci = base circolare in legno per poggiarvi il braciere

Cornu pi lu sali = corno di bue usato dai contadini per contenervi il sale

Cubbanaggera = contenitore d'alluminio per il companatico del contadino

Cudera = elemento del basto in cuoio stagionato

Cuddaru 'nchiuvatu di cani = collare chiodato per cani

Cufilaru = fornellino rudimentale per cucinare all'aperto

Gufimi = contenitore di canne e vimini per ortaggi

Cugnu d'aratu = cuneo in legno per aratro

Cumuna = terreni appartenenti ad una comunità alla periferia del paese

Cunzarri = insieme di pietre sistemate a mucchio al confine del podere

Currituri = corridoio

Cutiddazzu = coltellaccio di macellaio,di maniscalco

Cuttulina = coperta da letto imbottita e cucita a mano

Crinu = crine per imbottire materassi

Crivu di sita = setaccio di fil di seta, usato per setacciare la farina

Crivu di favi = setaccio adoperato per la pulitura delle fave

Crivu granni = crivellone adoperato dai cernitori nella pulitura dei cereali

Crivu di terra = crivellone a base di cuoio per cernitori di professione

Dammusu = volta

Dicalitru = unità di misura per cereali ,morto usato dai contadini

Ddisa = ampelodesmo per confezionare le ligame (liami) per i covoni

Faci di mitituri = falce messoria per mietitori

Facigliuni = falce di forma particolare per tagliare rovi

Fadali = grembiule di olona per mietitori

Fasciuni = Lunga fascia che avvolgeva i neonati

Farli = ferole essiccate di agave per strutture di pagliai

Ferri d'armali = ferri per zoccoli di animali da basto

Filagnu = filare di grano

Finati = confini,limiti di appczzamenti di terreno

Firrata = inferriata

Forfici = forbice da sarto

Forfici di tunniri = forbici per la tosatura delle pecore

Forgia a mantici = alimenta ed ossigena il fuoco attraverso la tuera

Fuddaturi di sidduni = forcella per sistemare la paglia del basto

Fumaloru = canna fumaria

Fumeri = concime,letame di animali che si spargeva nei campi per azotarli

Furettu = il furetto veniva utilizzato per stanare conigli e lepri

Furcina = piccola forcella per sistemare la paglia nei materassi

Furlana = tagliafieno .attrezzo che serviva al contadino per tagliare il fieno

Furmentu = frumento,grano

Furnu = forno a legna per cuocere il pane,le pizze ed altro

Furchittuni = forchettone in legno

Fusu di casa = fuso utilizzato dalla masaia per filare la lana o il cotone

Fusu di scarparu = fuso di calzolaio

Gaddinaru = pollaio

Gaddini = galline che si tenevano nella gabbia ("gaggia") per fare le uova

Gammetti = fosse o canali che portavano l'acqua per irrigare i campi

Gasena = scansia

Gattaloru = gattaiola

Ghiuttena = sedile di pietra

Giacatatu = acciottolato

Giannetta = crivellone del cernitore usato per nettare il grano o le fave

Giarri = giare,contenitori di varia capienza per olio e miele

Giarruni = giara di piccole dimensione per contenere olio

Giogliu = gioglio.erbaccia che cresce in mezzo al grano

Girrialoru = attrezzo di legno rumoroso usato per il sabato santo

Grada = inferriata

Granaru = granaio

Gregna = covone, fascio di 7-8 mannelli di grano legati con la liama

Ina = erbaccia che cresce in mezzo al grano

Jazzu = posto lasciato da spostamento di cose

Jermitu = mannello di grano mietuto

Juvu d'aratu = giogo per aratro

Lucirnaru = lucernaio

 

Lemma = vaso di terracotta smaltata a forma di tronco di cono

Lanna di trinciatu = piccolo contenitore di tabacco ,vademecum del fumatore

Lancedda = contenitore per acqua,mosto,latte

Lancedda di Burgiu = contenitore d'acqua realizzato a Bugio

Lancedda di Sciacca = contenitore per acqua realizzata a Sciacca

Lancidduzza = piccolo contenitore per acqua fresca

Lavuri = messe di grano

Liama di ddisa = legama di ampelodesmo per legare mannelli di grano

Ligaturi = colui che lega i mannelli di grano (7-8) in covoni

Lumi a pitroliu = lume per lo più in bronzo a petrolio

Madunatu = ammattonato

Maduni = mattone

Maduni di crita = mattone di argilla

Maduni stagnatu = maiolica

Magasenu = spazio dove si ammassavano il grano,l'orzo,le fave

Maidda = madia o spianatoio per impastare la farina e fare pani e lasagne

Mangiatura = mangiatoia

Manichedda = bracciolo di olona per mietitore

Manuzza d'aratu = elemento dell'aratro che veniva pressato con la mano

Mannira = mandria,luogo chiuso dove si radunano le pecore

Margunata = deposito di paglia a forma di mezza luna

Marruggiu = bastone di legno della zappa

Matarazzu = materasso

Mazzu = era composto da 100 covoni

Mazzi di spicalòra = mazzuole di spigolatrici per trebbiare le spighe

Mezzasarma = mezza salma corrispondente a 16 tomoli o a 14 decalitri

Migliami = era costituito da 1000 covoni di grano

Muligna = campanella di bronzo per le capre

Munneddu = mondello,unità di misura per cereali

Murtaru = mortaio contenitore in bronzo per pestare mandorle

Muscaloru = apertura della porta con retina

'Ncammisati = fosse riempite di pietre per far scolare l'acqua piovana

'Ncanalata = grondaia

'Nciuciuliari = bere vino succhiando dal fiasco con un particolare rumore

'Ncirata = specie di impermeabile del contadino per ripararsi dalla pioggia

'Nfasciata = legare i mannelli in covoni mediante ligame

'nzalatera = sperlonga,contenitore di pasta asciutta o di altro

Occhiu di zappuni = buco della zappa dove s'infila il bastone

Pala di spaliari = pala per liberare il grano dalla pula

Palazzu = palazzo

Palu di vigna = paletto di ferro per piantumare i vitigni

Panaru = paniere fatto con canne e vimini

Pecuri = pecore

Percia d'aratu = timone o bure d'aratro

Picu = piccone per dissodare terreni argillosi

Pinturu = Punteruolo per spronare gli animali da soma durante l'aratura

Pisari = trebbiare le spighe dei covoni disciolti nell'aia

Pitturali = grembiule di mietitori per proteggere pantaloni e camicia

Purteddu = portello

Purtuni = portone

Quartari = contenitori d'acqua

Quartinu = quartino .contenitore per cereali equivalente a ? di mondello

Rasa = specie di mattarello che rasava i contenitori di misura per cereali

Rasòla = raschiello per pulire le zappe dalla creta e dalle erbacce

Rasteddu = rastrello per raccogliere le spighe dopo la trebbiatura

Reschi = reste di spighe

Rifunniri = arare per la seconda volta un terreno per prepararlo alla semina

Riminata = pasta cotta con broccoli e finocchietti ed altro

Rimunnaturi = potatore di professione

Rinali = vaso da notte

Rinalera = colonnina lignea nella quale si conservava il vaso da notte

Rincigliu = strumento in ferro adoperato dai potatori

Ripustigliu = ripostiglio

Rituna = grandi reti di palma nana o di canapa per il trasporto della paglia

Robba = l'insieme delle bisacce .cappotti,giacche depositate presso il basto

Ròsula = attrezzo di ferro per tagliare le unghia degli animali

Rituneddu = museruola di cordicella di palma nana per animali da soma

Runca = roncola,attrezzo del contadino per tagliare rovi e spine

Ruvetti = rovi,piante spinose

Sagnaturi = mattarello di madia per spianare la pasta

Scaluni = gradino

Sciaccari = solcare i terreni dopo le prime piogge

Sacchina = saccoccia del contadino nel quale deponeva pane e companatico

Sidduni = basto per animali da soma

Sidduneddu d'aratu = selleria o piccolo basto usato durante l'aratura

Sidduneddu di carretti! = selleria per animali da carro

Sularu = solaio

Sulicu = solco del terreno formato dall'aratro

Suprastanti = colui che sorvegliava gli operai durante i lavori per i signori

Suttascala = sottoscala

Sbria = sbriga.gramola per impaslare la farina per il pane e la pasta

Sbriuni = pistone unito alla sbriga

Scaldinu = scaldino che i nostri nonni usavano durante l'inverno

Scanaturi = spianatoio nel quale si confezionava il pane per la famiglia

Sciascu = un'anfora di terracotta a due manici adoperata per il vino

Sciusca = pula che avvolge i chicchi di grano

Scisca = un secchio a doghe usalo dai pastori per la mungitura

Scolapasta = scolapasta

Sferri = ferretti incastrati nel bastone della zappa in basso per raffermarlo

Spicchiu = lucerna ad olio

Spitraturi = chi pulisce il terreni dalle pietre

Strauliaturi = trasportatore dei covoni mediante bestie da soma

Tabbaccu = tabbacco

Tabbacchera = contenitore del tabbacco

Tannura = fornello

Tavuli di lettu = tavole da letto in legno sulle quali poggiava il materasso

Tetti morti = solaio

Tiluneddu = piccola tela di olona

Timogna = bica di covoni

Tinaglia a cannolu = tenaglia lunga 40 cm per il ferro rovente sull'incudine

Tinaglia a punta = lunga 30 cm usata per sostenere ferri roventi

Tiniglia d'aratu = elemento dell'aratro

Toppa = serratura di porta in ferro

Tumminu = tomolo,conteniture di misura per cereali

Turcituri = attrezzo in legno e cordicella per tenere a freno gli ammali

Tusaturi = tosatore,attrezzo per tosare le pecore

Tradenta di sintina = tridente in legno per sistemare le spighe nell'aia

Tradenta di spagliar! = tridente per spagliare il grano trebbiato

Tradituri = congegno del contenitore(panareddi) per intrappolare le anguille

Trafittu = elemento dell'aratro che si inseriva nei buchi della tiniglia

Trispa di lettu = trespi in ferro per sostenere il letto

Troccula = troccola in legno adoperata in casa nel sabato di resurrezione

Uncinu di vuccagliu = uncino per togliere la "fava" agli animali da soma

Varbuscia = raschiello per pulire la zappa dalla creta e dalle erbacce

Vascedda = fiscella di vimini contenitore di ricotta

Vertuli = bisaccia per basto del contadino

Virtichiu = tavoletta rotonda che s'innestava nella rocca inferiore del fuso

Vuccagliu = attrezzo in ferro per far tenere aperta la bocca dell'animale

Vrazzolu = bracciolo imbracciato per proteggere la camicia del mietitore

Zzubbu = speciale bastone per muovere il siero perché la ricotta affiorasse

Zzappuni = zappa per lavorare la terra

Zzappuliata = l'operazione di sarchiatura dei cereali,specie del grano

Zzimmili = cestone o ceffone confezionato con palma nana

 

LE FOTO RAPPRESENTANO SOLO UNA PARTE  DEI NUMEROSI OGGETTI ESISTENTI NEL MUSEO

(Foto scattate da Giuseppe Nicola Ciliberto il 22 Maggio 2006)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VISITATORI AL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO

Carissimo Ciliberto, finalmente posso iniziare con l'inviarti alcune foto di visitatori del Museo.

  Sono di insegnanti e scolari francesi e tedeschi che avevano fatto un gemellaggio con lo Istituto per Geometri Giovanni XXIII di Ribera.

  A nome di tutti i frequentatori del tuo ricchissimo sito ti ringrazio per il tuo encomiabile lavoro sia di scavo etnoantrpologico nelle sue innumerevoli sfaccettature sia per l'apporto di conoscenza di Ribera e del suo territorio.  Ormai il tuo sito è universale:  raggiunge tutti gli angoli della Terra.

  Con sincero affetto     Prof.Giuseppe Puma  -  17 giugno 2008

 

I VISITATORI

 

Il Prefetto di Agrigento Umberto Postiglione, tra il Comandante

della Caserma dei CC di Ribera e il Prof. Puma,  visita il Museo Etnoantropologico.

 

 

 

 

 

Alunni delle seconde e terze classi del II Circolo,

accompagnati dai  relativi insegnanti.  

Alunni delle seconde e terze classi del II Circolo,

accompagnati dai  relativi insegnanti.  

Ribera: Maggio 2008.  Gli alunnii della I C e II A,  visitano il Museo, accompagnate

dalle insegnanti: Cinzia Messina e Antonia Daino. In primo piano a sinistra il Prof. Giuseppe Puma.

 

 

 

L'Amministrazione comunale di Lucca Sicula con i delegati del Portogallo, della Spagna, della Lituania

e della Polonia, in occasione del gemellaggio effettuato all'inizio della Amministrazione  Scaturro.

 

GLI ALUNNI DELLE SECONDE CLASSI ELEMENTARI

Sezioni A, B e C della Scuola Don Bosco - Plesso Imbornone

VISITANO

IL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO

 

Scrive il Prof. Puma, che li ha guidati durante la visita al Museo:

CARO CILIBERTO, INSTANCABILE  PROMOTORE DI CULTURA,

 AMMIREVOLE  CITTADINO CHE SA GUARDARE

IN FACCIA LA REALTA'

E LE PERSONE CHE STANNO AL POTERE ,

CON IL CIPIGLIO SINCERO DI CHI VUOLE

MIGLIORARE LA SOCIETA' RIBERESE E L'AMBIENTE

IN CUI ESSA VIVE.

TI RINGRAZIO SENTITAMENTE A NOME

DI TUTTA LA  CITTADINANZA PER QUELLO CHE HAI FATTO

E CONTINUI A FARE

IN PARTICOLARE PER IL MONDO

GIOVANILE E SCOLASTICO DI RIBERA.

NEL CONTEMPO TI INVIO UNA FOTO DEL 26-03-09

CON CIRCA 60 ALUNNI DEL 2° CIRCOLO

CHE HANNO VISITATO

IL MUSEO DELLA CIVILTA' CONTADINA ,

ACCOMPAGNATI DALLE SOLERTI ED IMPEGNATE INSEGNANTI

Annamaria Marretta, Daniela Birritteri, Anna Amari,

Elsa Coniglio e Giacoma Calandrino,

Prof. Giuseppe Puma  -  30 marzo 2009

 

Caro Professore Puma, La ringrazio per la foto e per le belle parole nei confronti del sottoscritto che, auspica, da sempre,  che il suo amore per la nostra città,

possa essere trasferito a tutti i cittadini, in particolare a coloro che hanno, prima chiesto e poi ottenuto l’onore e l’onere di amministrare la nostra Ribera.

L’auspicio di questo sito è stato e sarà sempre che ogni atto d’amore o di rispetto per la nostra “Città delle Arance” non avvenga solo nelle parole,

ma soprattutto nei fatti. Un saluto cordiale a lei, alle insegnanti e agli alunni che hanno visitato il Museo.

Giuseppe Nicola Ciliberto

Caro Nicola, mi permetto di inviarti due foto di alunni della II A e II B , che unitamente alle loro insegnanti

Anna Maria Amari, Rosamaria Pilato, Angela Messina e Gisella Bellavia,

hanno visitato con molto interesse in nostro Museo della Civiltà Contadina. Il 2° Circolo quest'anno si è distinto nella frequentazione del Museo.

Le domande fattemi dagli alunni sono state numerose e pertinenti;questo significa chele loro brave insegnanti si sono prodigate nell'instillare l'amore e la passione

per la storia di Ribera, intessuta di cultura contadina. Per questo il II Circolo merita il plauso mio e di tutta la cittadinanza.

Con affetto e stima , il tuo amico Prof.G.Puma  -  Ribera 6 maggio 2009

 

 

 

Carissimo Nicola, è con vero piacere che ti mando una foto scattata

il giorno 30 c.m. presso il Museo della Civiltà Contadina di Ribera.

Si tratta di ben 25 studenti che seguono un Corso di formazione

"Piano Triennale tutela e ambiente 85" presso l'Università di Palermo.

Provengono da diversi paesi: Ribera, Giuliana, Bisacquino,

Contessa Entellina, Chiusa Sclafani, Cattolica Eraclea, Salemi, Palermo.

Assieme a loro c'era anche il tutor che si chiama

           Andrea Di Chiara.

Ti saluto caramente e colgo l'occasione per farti

tanti auguri di felicità per il lieto evento.    

 

 

 

 

Prof. Giuseppe Puma  -  2 luglio 2009

 

 

 

Nell'ambito di un Progetto

curato dal CIPA.AT di Ribera

 sul tema dell'Agriturismo,

è stata fatta una visita al Museo Etnoantropologico di Ribera.

Tale visita ha suscitato un vivo interesse su tutti i partecipanti

per la ricchezza dei reperti esposti.

Il docente Dott. Pasquale De Marco (al centro della foto col maglione rosso)

ha evidenziato come custodire e valorizzare tutto il nostro patrimonio,

può essere occasione di crescita generale.

 

 

 

 

Ribera 07 novembre 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

Gent.mo Nicola la settimana scorsa un pulman di studenti e di professori della

Scuola IPIA "E.Fermi"

di Agrigento è venuto a far visita al Museo della Civilita' Contadina di Ribera.

I docenti accompagnatori erano: la prof.ssa Elisa Casalicchio,

la prof.ssa Lina Gueli ed il prof.Vito Schicchi.

Accludo una foto che li ritrae sulla scalinata dell'ingresso.

 

 

 

 

RIBERA

28 gennaio 2011

 

Caro Nicola ti invio un paio di foto di studenti che ieri sono venuti da Agrigento per visitare il Museo Etnoantropologico.

Sono venuti con due pulman, accompagnati dai loro inseganti uno dei quali si chiama Giovanni Bonsignore.

Sono studenti del Liceo delle Scienze Umane e del Liceo Scientifico. Sono venuti a conoscenza del nostro Museo

tramite il tuo sito "cilibertoribera" . che offre al mondo un mare di notizie interessanti.

Con affetto e stima il tuo amico,

Prof.Giuseppe Puma 

 

 

 

Una delegazione canadese, che aveva espresso il desiderio di rivedere

i ricordi di un tempo molto lontano fa una visita al Museo.

Molti di essi erano originari di Ribera, Cattolica, Caltabellotta,

e di altri paesi viciniori.

Alcuni dalla pelle nera erano di Haiti.

Tutti si sono congratulati per quello hanno visto.

Prof. Giuseppe Puma

Ribera 19 Maggio 2011

 

 

 

 

 

Anche oggi una classe della V A  dell' Istituto Comprensivo  V. Navarro

è venuta ad onorarci di una visita al Museo Etnoantropologico.

Gli alunni si sono comportati in maniera civile ed interessata.

Non finivano mai di rivolgermi

delle domande, alle quali io ero ben disponibile a rispondere.

Debbo fare i miei complimenti alla signora insegnante che

li ha accompagnati ed alla Scuola a cui appartengono.

L'insegnante accompagnatrice era Manto Santina, anche lei

attenta ed intenta a spiegare ai suoi alunni.

Con sinceri ringraziamenti per la tua generosa accoglienza

nel tuo ricchissimo sito di una foto ricordo.

Prof.Giuseppe Puma

Ribera 21 Maggio 2011

 

 

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