IL  MATRIMONIO

di IERI...E DI OGGI

(Pagina aggiornata: Dicembre 2015)

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"LU MATRIMONIU DI LI TEMPI ANTICHI"

...Erano altri tempi...

(Raccontato in 5 puntate da G. Nicola Ciliberto)

 

Come per il fidanzamento, anche per il matrimonio ci sono sempre state regole prestabilite, che le persone, a seconda del loro ceto sociale hanno sempre cercato di rispettare. Alle nozze si arrivava dopo un periodo più o meno lungo di fidanzamento e prima che i due giovani potessero godere di una loro vita privata, senza l'intercessione delle rispettive famiglie, doveva passare ancora, qualche giorno, ed in certi casi anche mesi, dopo il magico momento del "sì" .Infatti, molte mamme, anche dopo le nozze, si interessavano dei figli appena sposati, per dar loro consigli a non finire, convinte che ne avessero bisogno. Ma spesso, tali intromissioni, erano causa di litigi e di incomprensioni, ma fortunatamente, con l'andare del tempo, piano piano questo fenomeno è andato sempre più in via di estinzione. Oggi, ogni coppia vuole la propria indipendenza ed è in grado di affrontare la propria vita, senza i consigli delle suocere.

 

 

 

Sarà abbastanza curioso e divertente raccontare, in sintesi, ai giovani d'oggi, come avvenivano certi matrimoni una cinquantina di anni fa. Molti protagonisti di allora, lo raccontano ancora oggi, con parole ricche di umorismo, ma con una immancabile nostalgia per quei tempi, o forse per la  giovinezza inesorabilmente volata via.

(Aggiornamento Febbraio 2016)

Riporto quì un mio racconto sulle usanze di una volta in fatto di matrimoni. Lo faccio in quattro puntate,

 così come ho fatto sul Network Facebook pubblicando una ogni giorno, molto apprezzate dai numerosi amici che hanno gradito e commentato le usanze dei nostri antenati.

 

PRIMA PUNTATA

MATRIMONIU DI LI TEMPI ANTICHI

LA ZITATA

 

Dai ricordi dell'adolescenza e da quanto mi è stato possibile apprendere dalla viva voce di persone anziane, il fidanzamento, tanti anni fa, avveniva secondo procedure che assolutamente dovevano essere rispettate. Era assurdo ed inconcepibile che due giovani, potessero fidanzarsi ufficialmente, all'insaputa dei rispettivi genitori e senza l'ausilio di un intermediario, comunemente chiamato "missaggeru" o paraninfo.

Tale procacciatore di fidanzate o di fidanzati, poteva essere un uomo o una donna ed il suo compito specifico era quello di far da tramite tra le famiglie dei due giovani. A volte era lo stesso messaggero a prendere qualche iniziativa, proponendo, solitamente alla famiglia di una ragazza "schetta" (signorina), se era disposta ad una eventuale "zitata". In caso affermativo, l'esperto paraninfo, che già in precedenza aveva avuto contatti con più di un pretendente, valutava la situazione ed indicava quello che secondo lui poteva soddisfare tutte le aspettative, sia della ragazza, che della sua famiglia.

Si esaltava la prestanza fisica, l'onestà, la laboriosità del giovane, si evidenziavano le condizioni economiche, si parlava anche del tempo necessario da far trascorrere prima del matrimonio.

Solitamente, la famiglia della ragazza chiedeva qualche settimana di tempo, per riflettere e per valutare ogni cosa e naturalmente, per prendere le relative informazioni sul futuro genero e sul suo intero casato. Quando veniva data una risposta affermativa al messaggero, si organizzava la "canuscenza".

In questa prima occasione si riunivano solo i parenti più stretti e i due "protagonisti" avevano modo di stare seduti l'uno accanto all'altra, a "distanza di sicurezza" e quasi muti, mentre gli adulti puntualizzavano tutti i vari aspetti della faccenda. Se entrambe le famiglie si trovavano d'accordo e i due giovani "si piacivanu", il fidanzamento veniva confermato e le mamme, il giorno dopo, andavano di casa in casa, sia dei parenti che dei vicini, ad annunziare "la zitata ufficiali".

Tale annuncio, che era un vero e proprio rito, era sempre divulgato con grande gioia, orgoglio e convinzione di avere scelto bene, ricevendo in cambio numerosi "E pròsita !" per la famiglia, felicitazioni e auguri di prosperità  per i fidanzati. Di lì a qualche giorno veniva organizzata una festa in casa della ragazza, per procedere alla "misa di l'aneddu" e venivano invitati numerosi parenti, gli amici più stretti e qualche vicino di casa. Nei primi anni del 1900 e fino agli anni '50 si era soliti offrire agli intervenuti oltre ai dolci, specie i taralli, anche i tradizionali "ciciri e favi caliati", il tipico "rasoliu" fatto in casa, qualche bicchierino di Marsala e gli immancabili confetti verdi.

Alcune famiglie tra le più agiate, chiamavano qualche orchestrina locale a pagamento per allietare con  il ballo, sia i fidanzati, che gli invitati, a suono di mazurche, polke, scotis, beguine o tarantelle. Considerati i tempi, non era raro che gli uomini scapoli o che non avevano una fidanzata o una sorella, ballassero tra di loro, mentre era abbastanza normale il ballo tra donne. Gli anni '60, a Ribera hanno portato sia nei giovani, che nelle persone adulte, molta emancipazione e ciò che prima non era permesso, cominciava ad essere bene accettato e a diventare di uso comune.

 Ad esempio, le ragazze, cominciavano ad essere più libere e, dopo essere state “stagliate”, acconsentivano volentieri all'invito a ballare rivolto loro da giovani, appena conosciuti. Col tempo, molti tabù sono stati superati, ed oggi l'interferenza delle famiglie, nei rapporti dei figli con i loro coetanei dell'altro sesso è molto diminuita e spesso, non viene presa in alcuna considerazione.

Ma per tornare ai cosiddetti "tempi antichi", posso dire, per informazioni di sicura attendibilità, che fino alla fine degli anni '50, c'era ancora a Ribera, qualche "padre-padrone", che non permetteva al futuro genero, di allungare troppo le mani sulla propria figlia e guai se si fosse permesso di baciarla. (continua)

 

 

2^ PUNTATA:

“LU MATRIMONIU DI LI TEMPI ANTICHI
 "LA MISA DI L'ANEDDU”

 

Negli anni a cavallo dei tragici eventi della seconda guerra mondiale, in Sicilia vigeva ancora la mentalità che i genitori dovevano essere i soli a decidere del futuro dei propri figli quando questi si dovevano fidanzare e poi sposare. Oggi questi comportamenti per fortuna non esistono più, in quanto vengono comunemente definiti segni di arretratezza. Infatti dagli anni ’50 in poi tante cose sono cominciate a cambiare, tra gli usi e costumi della gente siciliana, come cominciarono a cambiare anche tra la gente di Ribera. Così in pochi anni la stragrande maggioranza dei nuovi genitori aveva bene superato certi usi alquanto restrittivi e i giovani cominciavano a godere di una maggiore libertà e fiducia. Una usanza alquanto curiosa e quasi comica di una cinquantina di anni fa era la prima "nisciuta ufficiali di li ziti", che a braccetto, ben vestiti e con grande compostezza, si recavano in casa dei rispettivi parenti per la rispettiva conoscenza. Una frase tipica era: - Donna Sarafì, a Mariuzza zita avemu ! alla quale seguivano vari auguri e "prosita". In queste occasioni, la coda di accompagnatori a volte poteva crescere, poiché ad ogni visita effettuata c'era sempre qualche "affettuosa" cugina, o cognata, o zia, che si univa alla simpatica comitiva. Quando veniva combinata una “zitata”, dopo alcuni giorni si pensava ad organizzare una prima “festa” o “festino” che dir si voglia, che veniva chiamata "La misa di l'aneddu". Solitamente si teneva in casa “di la zita”, dove si invitavano i parenti e gli amici più stretti, per trascorrere una allegra serata, ballando e gustando dolci, “ciciri e favi caliati” e gli immancabili “rasoliu" e liquori fatti in casa. Non era raro che qualche fidanzato in vena di romanticismo, si improvvisasse poeta e al momento di mettere l'anello al dito della fidanzata, recitasse timidamente qualche verso. Una poesiola del periodo tra gli anni 1940/50, riferitami tante volte dalla mia cara nonna Carmela e che veniva recitata in tali occasioni era la seguente :- "(Nome della ragazza)…Accetta lu segnu di lu mè amuri / ca veni dal profondu di lu me cori / chistu è un mumentu raru e troppu bellu / ca sì la zita mia cu chist'anellu". E avveniva lo scambio degli anelli reciprocamente. Un caloroso e scrosciante applauso veniva fatto ai due novelli fidanzati ed allegramente si continuava a ballare e a divertirsi fino a notte inoltrata. Alla fine della serata "si spinnianu" i tradizionali e ben auguranti confetti verdi, tipici dei fidanzamenti.
Se torniamo ancora più indietro nel tempo, non erano poche le coppie di “ziti” a Ribera, che, soprattutto nei pomeriggi delle domeniche o nelle giornate festive, andavano nel Corso principale per fare una passeggiata “acchiana e scinni chiazza chiazza”, ma sovente dovevano portarsi dietro una lunga coda di persone, costituita da madri, sorelle, zii e cugine, che spesso destavano la curiosità e l'ilarità della gente. Per farla breve, dico pure che a seguire e a "controllare a vista" i due poveri innamorati c'erano anche da dieci a più persone. E guai se qualche volta si doveva decidere di andare al cinema o al circo equestre, unici svaghi di allora. In questi casi si doveva agire un po’ "a taci maci", cioè “al’ammucciuni”, per evitare di essere troppo numerosi, in quanto, allora non si usava pagare alla "romana", per cui “lu poviru zitu”, per amore della sua “zita”, avrebbe dovuto pagare i biglietti per tutta l'allegra comitiva. Quando andava bene, a seguire ed a "controllare" la coppia c'erano le sole due mamme o qualche sorella, che seguivano ad una distanza tale da poter notare eventuali atteggiamenti considerati "proibiti". In queste occasioni i due freschi fidanzatini, avevano comunque modo di parlare, di raccontarsi le loro reciproche esperienze di vita, senza essere ascoltati. Anche qualche carezza poteva essere scambiata, “a lu scuru a lu scuru”, specie se, capitava di attraversare un tratto di strada poco illuminato, a causa di “ qualche provvidenziale "lampiuni furminatu”. la regola era una e una sola: che questi legittimi desideri sarebbero stati completamente appagati a tempo opportuno….e solo dopo la celebrazione del matrimonio.
 

 

3^ PUNTATA

“LU MATRIMONIU DI LI TEMPI ANTICHI”

"LA PRIMA NOTTI DI NOZZI"

 

Come per il fidanzamento, anche per il matrimonio ci sono sempre state

regole prestabilite, che le persone, a seconda del loro ceto sociale hanno sempre cercato di rispettare. Naturalmente stiamo ancora parlando dei cosiddetti “tempi antichi”.  Alle nozze si arrivava dopo un periodo più o meno lungo di fidanzamento e prima che i due giovani  “prima ziti e dopo novelli sposi”,  potessero godere di una loro vita privata, senza l'intercessione delle rispettive famiglie, soprattutto delle mamme/suocere, doveva passare ancora, qualche giorno, ed in certi casi anche qualche mese, prima di potersi gestire liberamente la loro nuova vita coniugale.   Infatti, molte mamme, soprattutto della sposa, anche dopo le nozze, erano solite,  dare consigli a non finire, convinte che ne avessero bisogno. Ma spesso, tali intromissioni, erano causa di litigi e di incomprensioni, ma fortunatamente, con l'andare del tempo, piano piano, questo fenomeno è andato sempre più scemando e ai giorni d’oggi si può considerare completamente dimenticato. Agli inizi del terzo millennio ogni coppia, sia di fidanzati che di sposati vuole ed è giusto che abbia la propria indipendenza e sia  in grado di affrontare la propria vita, senza i consigli non richiesti delle mamme o peggio delle suocere. Ricordo ora un episodio che soprattutto i giovani stenteranno a credere. Qualche anziano ancora racconta, che, ai suoi tempi, dopo la stanchezza del matrimonio, del trattenimento e del ballo, che si protraevano per tutta la giornata e fino a tarda notte, i novelli sposi, per non affaticarsi oltre, dovevano andare a trascorrere la loro prima notte, ognuno a casa propria. Proprio così, ognuno nella propria casa, in quanto, si diceva, che certe cose, bisognava farle nella migliore condizione fisica. A testimonianza di quanto sopra descritto, riporto uno stralcio tratto da un libro, che nel 1989, trovandomi in America, mi aveva regalato un emigrato riberese, il Signor Emanuele Triarsi, che subito dopo essersi sposato era partito con la propria moglie Marianna per trovare fortuna oltreoceano . Il Sig, Triarsi,in quel libro dal titolo “La solitudine mi spinge a scrivere”  racconta la sua vita, e molto mi ha incuriosito il racconto delle sue nozze, avvenute a Ribera nel 1947  prima di emigrare. Ne trascrivo qui di seguito una mezza paginetta, così per come è stata pubblicata, senza nulla aggiungere e nulla togliere, con tutti gli errori in essa presenti. Il nostro autore, in tutta sincerità,  lo afferma nella prefazione del suo libro, di essere quasi "analfabeta" e se ha scritto tale volume, il motivo sta tutto nel titolo, cioè, che qualcosa lo spinge a scrivere, senza curarsi tanto della grammatica, della ortografia, né tantomeno della sintassi. Ecco tra parentesi cosa scriveva il Sig. Emanuele Triarsi parlando della festa ,  del suo pranzo di nozze fatto in casa e della successiva serata di ballo e divertimento :

<< ...Ritorniamo adesso ai maccheroni che si sono fatti un po freddi e grassosi ma ce li abbiamo mangiati lo stesso. Mentre si era a tavola, sono arrivati cinque chili di confetti. Era ormai tardi ma li abbiamo buttato sul tavolo. Grande abbondanza, anche se i tempi erano tristi… Avevamo mangiato e ballato per la intera giornata e arrivata la sera, siamo stati accompagnati a casa, ma ero cosi stanco che quei suonatori li avrei voluto prendere a bastonate. Ad ogni modo, con l'aiuto di Dio siamo arrivati ognuno a casa nostra. Adesso prego al lettore di non ridere per quello che sto per dire: gli sposi, quella sera, non andavamo a dormire assieme, ma ognuno andava a passare la notte a casa propria. Era un sistema che tante persone a sentirlo, si fanno una bella risata. Ma secondo me, era un sistema buono perche si era tanto stanchi e....... >>. Naturalmente avete capito bene anche voi, quali potevano essere le parole che il Sig Triarsi avrebbe voluto scrivere, ma che non aveva scritto. Erano altri tempi è vero…  e ”per certe cose” possiamo dirla con una significativa frase dialettale siciliana: “Pi ogni cosa e pi ogni tempu….. accurri aspittari  lu giustu tempu”.

(continua x l’ultima parte)

 

4^ PUNTATA

LU MATRIMONIU DI LI TEMPI ANTICHI

LU PRANZU FATTU IN CASA

 

Dopo l'uscita dalla Chiesa, gli sposi si recavano a piedi, seguiti da tutti i parenti e dagli invitati, presso uno dei tanti"magaseni" (grossi stanzoni), affittati per l'occasione, dove si mangiava e ballava fino a tarda notte.
Lungo il percorso, gli sposi erano sempre preceduti da uno stuolo di ragazzini che raccoglievano i confetti, sia bianchi, che colorati o le monetine che gli invitati erano soliti lanciare per strada, come segno di buon augurio. Ancora oggi è in uso lanciare agli sposi monetine e riso, ma solo dopo l'uscita dalla Chiesa. A volte il trattenimento prevedeva, solo per il parentato più stretto, un pranzo fatto in casa, ed in tale occasione, si procedeva a preparare davanti alla porta di casa, un grande “casdaruni” con gli immancabili maccheroni, che venivano conditi con ragù di carne di maiale o di vitello. Per secondo si mangiava la stessa carne di maiale o di vitello che, assieme alle patate era servita per condire il ragù. Alla fine del pranzo, dove non mancavano quasi mai, ogni tipo di frutta di stagione e vari tipi di dolci, "si arrizzittava" la casa e si faceva spazio per continuare la festa, ballando e sgranocchiando "ciciri e favi caliati", bevendo anche, qualche bicchierino di rosolio o vino fatti in casa, o la tradizionale marsala all'uovo. Non mancavano ad allietare le nozze, i soliti buontemponi che animavano la compagnia con canti, poesie o brindisi, dedicati di volta in volta, agli sposi, alle mamme, ai parenti o agli stessi invitati. La musica veniva fornita da persone del mestiere che, quando mancava una orchestrina, portavano nel "magaseno" , un grammofono a tromba, che diffondeva ad alto volume e fino a notte inoltrata, per tutto il quartiere, le canzoni ed i balli più in voga, incisi su dischi a 78 giri. Si riportano alcuni esempi di brindisi, da me scritti, sulla scia e sullo stile di quelli, che in queste occasioni, anticamente venivano declamati e che ancora oggi, rimangono in uso: <<Chistu vinu avi lu prufumu di li rosi / brindisi fazzu a li novelli sposi>>, << Stu vinu pari sangu di li vini, lu dugnu a viviri a li spusini>>, << Comu stu vinu un ci 'nn'è a la pari, ca fa turnari indietru di vint'anni, fazzu un brindisi a me' cumpari Giuanni >> e via di seguito. La mattina che seguiva la prima notte di nozze, veniva chiamata "la bellivata", che letteralmente significa "la bella alzata" e solitamente la mamma della sposa era la prima che andava a salutare il risveglio della propria figlia e del genero, portando una bella tazza di brodo di gallina, che avrebbe dato loro nuove energie. Oggi, di tali usanze rimane solo il ricordo, in quanto, i novelli sposi, subito dopo il trattenimento, tenuto in lussuosi ristoranti, si cambiano gli abiti, indossano quelli da viaggio e partono per i posti più disparati, per il loro giro di nozze che durerà da 15 a 30 giorni almeno. Sull'amore in genere, sul fidanzamento e sul matrimonio, esistono alcune credenze, detti popolari e proverbi, che i nostri antichi progenitori, di generazione in generazione, hanno tramandato fino a noi. Grande importanza veniva data al giorno delle nozze, che doveva avvenire in date ritenute favorevoli e di buon augurio per gli sposi, evitando i mesi o i giorni considerati di cattivo auspicio. A Ribera, non si sa’ perché, fino a qualche decennio fa, e forse ancora oggi, per alcune persone molto superstiziose, era ed è credenza diffusa, che il matrimonio non si deve celebrare nei mesi di maggio e di agosto e neanche nei giorni di martedì, di venerdì e addirittura di domenica . Alcuni evitano anche, le giornate che cadono il 13 o il 17 ed infine per i cattolici praticanti si evitava anche di andare a nozze nei 40 giorni di Quaresima, che vanno dal giorno delle Ceneri fino al Lunedì dell'Angelo.

 

5^ E ULTIMA PUNTATA:

LU MATRIMONIU DI LI TEMPI ANTICHI
LI RIMEDI PI FARI ‘NNAMURARI

 

“Si cunta e si raccunta” che era in uso tra la fine del secolo XIX e l'inizio del secolo XX, ricorrere a dei rimedi abbastanza curiosi e strani per far sì che due giovani in età da matrimonio si potessero innamorare l’uno dell’altra. Di solito, questi stratagemmi venivano adottati, quando, una ragazza con il benestare della propria famiglia vedeva in un giovane "un bonu partitu", cioè un matrimonio conveniente sia sotto l'aspetto dell'amore che sotto quello economico. Se tale giovane non si faceva avanti da solo, e “lu missaggeru” non riusciva a combinare nulla, si cercava in tutti i modi di convincerlo "ad innamorarsi", anche a costo di ricorrere ad un “filtro magico". Proprio così, ricorrere ad un elisir dell’amore. Qui è bene ricordare che queste superstizioni non sono certamente da prendere sul serio e alla lettera, ma nella cultura popolare si sa, la gente è stata e lo è ancora libera di “credere o di non credere”. In materia di superstizioni esistono anche alcuni detti del tipo : <<NUN CI CRIDIRI MA GUARDATI o anche << NON E’ VERO…MA CI CREDO >> o ancora << CU SI GUARDA’ BONU S’ATTRUVA’>>. D’altronde esistono da secoli anche certi proverbi dedicati alle varie superstizioni in materia di matrimonio. Cito brevemente: << NE’ DI JOVIDI, NE’ DI MARTI, NUN SI SPUSA NE’ SI PARTI>>, <<LA SPUSA MAJULINA SI LA PORTA LA LAVINA (il pianto) >>, <<LA SPUSA AGUSTINA NUN SI GODI LA CUTTUNINA>> . Sicuramente c’è libertà di credere o di non credere, ma nel campo delle tradizioni popolari, in libri specializzati se ne parla molto, anche di ciò che state per leggere. Come dicevo prima, quando non si riusciva a combinare un matrimonio con le maniere tradizionali, qualche intraprendente “fimmina schetta” pur di trovare un marito, a volte ricorreva a maghe e fattucchiere che nella realtà esistevano e credo che ne esistano ancora. In questi casi si ricorreva ai cosiddetti “filtri dell’amore”. Riporto solo alcuni dei tanti rimedi per fare innamorare”. PRIMO RIMEDIO: Impastare poca farina con polvere di ossa umane in acqua e sale, farne una bella focaccia al forno e offrirla all'ignaro giovane per costringerlo ad innamorarsi. Naturalmente il lavoro andava fatto dalla stessa ragazza interessata con l’aiuto di una maga. SECONDO RIMEDIO: Far bollire dentro una pentola di rame un po’ d'acqua, aggiungendo alcune gocce di sangue della ragazza e un pelo o un capello di un monaco. Ad ebollizione avvenuta, si tirava fuori dall'acqua il pelo, o capello che sia, si immergeva in un bicchiere di vino che si doveva offrire al ragazzo, per costringerlo ad "innamorarsi subito". TERZO RIMEDIO: Far bere al giovane un bicchiere di acqua "maritata", cioè di acqua benedetta, da prelevare in una chiesa direttamente dall’acquasantiera. Si aggiungeva poi qualche goccia di brodo di lucertola che porta bene ed una sola goccia di sangue, prelevato dall'anulare sinistro della stessa ragazza. Tale goccia di sangue sarebbe stata ricambiata dal futuro compagno, con un bell'anello, che avrebbe adornato il dito ferito e suggellato il fidanzamento. QUARTO RIMEDIO: Infine, un altro sistema, alquanto "prelibato", era quello di far mangiare al povero malcapitato ragazzo, una minestra o di far bere una tazza di caffè, in cui erano state aggiunte alcune gocce del sangue mestruale della ragazza. Ma questa operazione doveva essere fatta esclusivamente durante la Notte di Natale o nella giornata della Festa di San Giovanni e cioè il 24 giugno>>. Tutto quanto avete potuto leggere in questa quinta ed ultima parte del racconto “LU MATRIMONIU DI LI TEMPI ANTICHI” sulle varie credenze popolari dei tempi passati, era stato pubblicato dal sottoscritto su un apposito capitolo del suo libro “TRADIZIONI POPOLARI – Ribera ieri, Ribera oggi”, finanziato dal Comune di Ribera e stampato nell’anno 2000. Successivamente nel 2006 è stato inserito nel mio sito internet “www.cilibertoribera.it” ed infine oggi, con opportuni aggiornamenti, è stato inserito qui nel Gruppo del DIALETTO di Ribera. Naturalmente tutto quello che avete appena letto è stato appreso ricercando e consultando vari libri che trattano molto più ampiamente questa materia. Il mio consiglio finale è quello di non prendere molto sul serio tale argomento, ma leggerlo e farlo leggere, solo a titolo di pura curiosità e, se poi vi fa piacere, fateci sopra una bella e liberatoria risata .
(Fine del racconto)

 

 

Altre notizie e curiosità

 

Dopo l'uscita dalla Chiesa, gli sposi si recavano a piedi, seguiti da tutti i parenti e dagli invitati, presso uno dei tanti"magaseni" (grossi stanzoni), affittati per l'occasione, dove si mangiava e ballava fino a tarda notte.

Lungo il percorso, gli sposi erano sempre preceduti da uno stuolo di ragazzini che raccoglievano i confetti, sia bianchi, che colorati o le monetine che gli invitati erano soliti lanciare per strada, come segno di buon augurio. Ancora oggi è in uso lanciare agli sposi monetine e riso, ma solo dopo l'uscita dalla Chiesa.

 

A volte il trattenimento prevedeva, per il parentato più stretto, un pranzo fatto in casa, ed in tale occasione, si procedeva a preparare davanti alla porta di casa, un grande “casdaruni” con gli immancabili maccheroni, che venivano conditi con ragù di carne di maiale o di vitello.

Per secondo si mangiava la stessa carne di maiale o di vitello che, assieme alle patate era servita a condire il ragù.

Alla fine del pranzo, dove non mancavano quasi mai, ogni tipo di frutta di stagione e vari tipi di dolci, "si arrizzittava" la casa e si faceva spazio per continuare la festa, ballando e sgranocchiando "ciciri e favi caliati", bevendo anche, qualche bicchierino di rosolio o vino fatti in casa,  o la tradizionale marsala all'uovo.

Non mancavano ad allietare le nozze, i soliti buontemponi che animavano la compagnia con canti, poesie o brindisi, dedicati di volta in volta, agli sposi, alle mamme, ai parenti o agli stessi invitati.

La musica veniva fornita da persone del mestiere che, quando mancava una orchestrina, portavano nel "magaseno" , un grammofono a tromba, che diffondeva ad alto volume e fino a notte inoltrata, per tutto il quartiere, le canzoni ed i balli più in voga, incisi su dischi a 78 giri.

 

Si riportano alcuni esempi di brindisi, da me scritti, sulla scia e sullo stile di quelli, che in queste occasioni, anticamente venivano declamati e che ancora oggi, rimangono in uso:

 

                       Chistu vinu avi lu prufumu di li rosi,

                       brindisi fazzu a li novelli sposi.

 

                       Stu vinu pari sangu di li vini,

                       lu dugnu a viviri a li spusini.

                                     

                     Comu stu vinu un ci 'nn'è a la pari,

                      ca fa turnari indietru di vint'anni,

                      fazzu un brindisi a me' cumpari Giuanni.

 

                       Chistu vinu è bellu e finu

                       e veni di Castedduvitranu,

                       lu offru tuttu a lu ziu Bastianu.

 

                       Stu vinu è fattu cu la megliu racina,

                       brindisi fazzu a Turiddu e a Ciccina.

 

La mattina che seguiva la prima notte di nozze, veniva chiamata "bellivata", 

che letteralmente significa "bella alzata" e solitamente la mamma della sposa

era la prima che andava a salutare il risveglio della propria figlia e del genero,

portando una bella tazza di brodo di gallina, che avrebbe dato loro nuove energie.

 

La seguente breve poesia, molto antica e di autore sconosciuto ne è un esempio:

 

                                LA BELLIVATA

 

                        Mi maritai e 'na quaglia pigliai,

                        'na picciuttedda ch'era bedda e fina,

                        la prima sira chi mi ci curcai

                        mi detti 'na nuttata di ruvina.

 

                        E la matina, comu c'agghiurnai,

                        mè soggira m'ammazza 'na gaddina,

                        - Piglia stu brodu ca iu ti purtai,

                        spampinasti 'na rosa carnicina.

 

In questi pochi versi si può notare, che la mattina dopo la prima notte di matrimonio, più attenzioni venivano rivolte all'uomo, in quanto si era convinti che tra i due, fosse quello che avesse più bisogno di rimettersi in sesto.

 

Oggi, di tali usanze rimane solo il ricordo, in quanto, i novelli sposi, subito dopo il trattenimento, tenuto in lussuosi ristoranti, si cambiano gli abiti, indossano quelli da viaggio e partono per i posti più disparati, per il loro giro di nozze che durerà da 15 a 30 giorni almeno.

 

Sull'amore in genere, sul fidanzamento e sul matrimonio, esistono alcune credenze, detti popolari e proverbi, che i nostri antichi progenitori, di generazione in generazione, hanno tramandato fino a noi.

 

Grande importanza veniva data al giorno delle nozze, che doveva avvenire in date ritenute favorevoli e di buon augurio per gli sposi, evitando i mesi o i giorni considerati di cattivo auspicio.

 

A Ribera,  non si sa’ perché, fino a qualche decennio fa, e forse ancora oggi per alcune persone molto superstiziose, era ed è credenza diffusa, che i matrimoni non si devono celebrare nei mesi di maggio e di agosto e neanche nei giorni di martedì e di venerdì, in quanto simboli di sofferenze, di digiuno o di rinunce. Alcuni evitano anche, le giornate che cadono il 13 o il 17 ed anche i 40 giorni di Quaresima, che vanno dal giorno delle Ceneri  fino al Lunedì dell'Angelo.

 

Il padre della sposa accompagna la figlia in Chiesa

seguito da uno stuolo di invitati e di ragazzini festosi

 

Si riportano alcuni proverbi sul matrimonio:

 

*   LA SPUSA MAJULINA, NUN SI GODI LA CUTTUNINA.

    (La donna che si sposa nel mese di maggio, non si gode la coperta del letto).

                                       

*   LA SPUSA AGUSTINA SI LA PORTA LA LAVINA.

    (La donna che si sposa nel mese di agosto, si porta dietro una fiumana di lacrime).

 

*   NE' DI VENNIRI, NE' DI MARTI, NE' SI SPUSA, NE' SI PARTI.

    (Di venerdì e di martedì, non ci si deve sposare e non si devono intraprendere viaggi).

 

*   ZITA VASATA NUN PERDI VINTURA.

    (La fidanzata baciata non perde la sua fortuna).

 

*   LI ZITELLI SU' COMU LI TUVAGLI; CU ARRIVA SI CI VOLI STUIARI.

    (Le giovani donne non ancora sposate, sono sempre le più desiderabili).

 

*   LA FIGLIA 'NTI LA FASCIA E LA DOTI 'NTI LA CASCIA.

    (Anticamente era in uso cominciare a preparare il corredo, fin dai primi anni di vita di una ragazza).

 

*   MARITATI C'ABBENTI, TI LEVI UN PINSERI E TI 'NNI METTI TANTI.

    (Quando ci si sposa, ci si toglie un grosso pensiero, però ci si ritrova con tanti altri problemi e preoccupazioni da affrontare. E' un monito a riflettere bene prima di sposarsi).

 

 

*   MARITA A TO' FIGLIU QUANNU VO' E A TO' FIGLIA QUANNU PO'.

    (Un figlio maschio si poteva sposare in qualsiasi momento, poiché non richiedeva tante spese come per la donna,

che invece doveva essere prima, fornita di dote e di tutto il necessario).

 

*   LA SCHETTA SI 'NNI PREGA DI LI MINNI, LA MARITATA DI LI FIGLI GRANNI.

    (La donna nubile è felice dei suoi attributi fisici, mentre quella sposata è orgogliosa di avere figli grandi).

 

* L'OMU GILUSU MORI CURNUTU.

  (L'uomo geloso, prima o poi è destinato ad essere tradito).

 

*   CU UNN'E' GILUSU, UNN'E' AMANTI.

    (Chi non è geloso non può dirsi un vero innamorato).

 

*   LA BEDDA 'NTI LU CASCIUNI, LA LASDA 'NTI LU VADDUNI.

    (A volte le donne belle, vengono tenute segregate in casa dai cosiddetti "padri-padroni" e rischiano di rimanere zitelle.

Al contrario, quelle brutte che restano più libere possono più facilmente trovare marito).

 

*   MALA DONNA PI CUMPAGNA, PRIATORIU CCA' BANNA E DDA' BANNA.

    (Quando si ha una cattiva compagna, non c’è felicità. Naturalmente il proverbio, oltre che per l’uomo,  vale anche per la donna).

 

* L'OMU CHI TENI FIDI A LI BAGASCI, PERDI L'ARMA, LU CORPU E 'MPUVURISCI.

    (L'uomo che si fida delle prostitute, prima o poi cadrà in rovina).

 

*   LI PARENTI DI LU MARITU SU' GAGHIRI COMU L'ACITU

    E CHIDDI DI LA MUGLIERI SU' DUCI COMU LU MELI.

    (A questo proverbio, che definisce cattivi i parenti dei mariti e loda quelli delle mogli, si  contrappone quello che segue, per pareggiare i conti).

 

*   LI PARENTI DI LU MARITU, SUNNU MELI SAPURITU,

    E CHIDDI DI LA MUGLIERI SUNNU AMARI COMU LU FELI.

    (Vale quanto detto nel precedente. Naturalmente ognuno si riconoscerà in quello che più gli aggrada).

 

*   QUANNU LA DONNA DI NOVU SI SPUSA, LA SANT'ARMUZZA GIRA CASA CASA.

    (Si pensa che lo spirito del primo marito, si aggiri nella casa della vedova che si  risposa).

 

*   MATRIMONI E VISCUVATI DI LU CELU SU' CALATI.

    (Il destino di un matrimonio o di un processo è sempre incerto).

 

*   MATRIMONI TARDII, URFANEDDI PRIMINTII.

    (Chi si sposa in età tarda età, rischia di lasciare orfani i propri figli, quando sono ancora piccoli).

 

*   CU BONU SI VOLI MARITARI, SI MARITA CU LI SO' PARI.

    (Chi vuol fare un buon matrimonio, deve sposarsi con persone di pari livello sociale).

 

*   MARITA LI TO' FIGLI CU LI SO' PARI, PI NUN S'AVIRI UN JORNU A LAMINTARI.

    (I genitori devono far sposare i propri figli con persone di pari ceto sociale, affinché un giorno non s'abbiano a lamentare).

 

*   MARITU SENZA AFFETTU, E' COMU LA CASA SENZA TETTU.

    (In una casa regnerà la felicità se il marito sarà affettuoso con la propria moglie, la quale naturalmente, dovrà ricambiare l'affetto in pari misura).

 

*   'MMEZZU LU MARITU E LA MUGLIERI, CU SI CI AMMISCA E' GRAN SUMERI.

    (Chi si impiccia dei problemi di una coppia di sposi è considerato un asino. E' simile al proverbio italiano "Tra moglie e marito, non mettere il dito").

 

*   SCECCU E MARITU, ACCATTALU PUDDRITRU.

    (Asino e marito bisogna prenderli molto giovani).

 

*   LU BONU MARITU FA BONA MUGLIERI, LA BONA MUGLIERI FA BONU MARITU.

    (Quando l'amore e il rispetto tra i coniugi sono reciproci, è assicurata una buona convivenza).

 

 

IL MATRIMONIO DALLE ORIGINI AI GIORNI NOSTRI

 Il matrimonio era ritenuto un’istituzione tra le più importanti sin dall’epoca preistorica omerica. La famiglia, tramite il matrimonio, era il fondamento dell’ordine sociale e la condizione necessaria per la conservazione della specie.  I valori del matrimonio sono tenuti in grande considerazione nei poemi omerici, ricordiamo le coppie come Zeus ed Era, Ettore e Andromaca, Ulisse e Penelope. Condizione necessaria per il matrimonio erano gli hédna, regali nuziali che il futuro sposo consegnava al padre della sposa come una sorta di promessa. Il costume di fornire la sposa di una dote esisteva e sopravvive ancora in alcuni paesi della Sicilia in particolare in certe zone dove era fiorita la dominazione greca.

La dote veniva stabilita dai rispettivi genitori prima del matrimonio: essa consisteva in capi di bestiame, piccoli appezzamenti di terreno e la casa (obbligo che spettava al padre della sposa). Diversamente da oggi, una volta le due persone che si sposavano raramente avevano avuto occasione di incontrarsi, poiché a decidere un matrimonio erano i padri dei futuri sposi ed erano frequenti i matrimoni anche fra primi cugini.

 

 

Quando il padre dello sposo sceglieva la ragazza per il figlio, incaricava un signore, “l’ambasciatore”, che quasi di nascosto si recava presso la casa della ragazza; se la risposta era positiva, dopo tre giorni veniva posta fuori dalla porta una pietra, segno che il fidanzamento poteva avvenire e in breve tempo sarebbe stato celebrato il matrimonio. La mamma della ragazza preparava il corredo fatto da asciugamani, tovaglie, coperte di lana e ginestra rigorosamente tessuti al telaio.

Il vestito dello sposo era costituito da una camicia di lino bianco, da un gilet e dai pantaloni neri che arrivavano fino a metà gamba, di velluto o di orbace (tessuto di lana di pecora infeltrito), dai calzettoni bianchi e dai calzari di cuoio. L’abito della sposa non era bianco, ma variamente colorato, di seta e formato da tre pezzi: gonna, gonna lunga “saja”, grembiule e camicia. Le scarpe dei ricchi erano di pelle, quelle dei poveri di stoffa. La sposa aveva i capelli intrecciati e raccolta dietro la nuca o avvolti intorno alla testa a forma di corona su cui poggiava un fazzoletto di seta colorato.

Il matrimonio veniva celebrato in Chiesa verso le undici e di domenica, in modo tale da far partecipare tutto il paese. All’uscita dalla Chiesa, gli sposi venivano salutati con il lancio di monetine, grano e petali di fiori. Prima del pranzo, la mamma dello sposo offriva ai due sposi un cesto con dentro il pane a forma di pesce, di angelo e di ciambella, pronunciando delle formule che auguravano prosperità economica e fertilità. Questo rito ricorda il pais amphithales, giovinetto che distribuiva, durante il pranzo nuziale, pane da un cesto, pronunciando le parole “ho fuggito il male, ho il meglio”, che alludevano simbolicamente il passaggio da un tipo di vita primitiva ad uno più civile.

 

Il pane veniva scelto perché  prodotto dalla coltivazione della terra ed eterno simbolo dei valori della civiltà. Il banchetto nuziale si svolgeva presso la casa della sposa ed era a base di maccheroni fatti a mano, carne di capra o di pecora, intestini degli animali che ricordavano il rito greco di cui parla Omero nell’Odissea, XII, 363-64 “i visceri li arrostivano tutti, libando con acqua/ E quando i cosci furono arsi e mangiarono i visceri”; c’erano poi i dolci, fatti di farina, miele e frutta secca. Come bevande si faceva largo uso di vino e acqua e come liquore si usava il vino dolce greco o mantonico. Il pranzo veniva allietato fino a tarda sera da canti e balli al suono di tamburello e organetto. Il giorno seguente gli sposi venivano svegliati presto per ricevere i doni in natura (grano, vino, olio, legumi) da parte dei parenti. Questo ricorda l’antico rito greco degli epaulia, con il quale erano però i genitori della novella sposa a portare solennemente, al suono dell’aulos, doni alla nuova coppia.            

 

 

Tradizioni in disuso

 

Il matrimonio è sempre stato un avvenimento molto sentito con i suoi riti e le sue tradizioni a volte scaramantiche, a volte fatte di interessi puramente materiali. Il fidanzamento era compiuto spesso grazie all' intercessione di una terza persona chiamata "messaggera", "mezzana" o "ruffiana". Prima del matrimonio si procedeva alla lavatura e alla stiratura dei panni nella pubblica piazza che diveniva un luogo di festa dove si offrivano bicchieri di rosolio ai passanti. Dell'attività si occupavano i parenti della sposa sotto la supervisione dei parenti dello sposo che così potevano costatare la quantità della dote. Dopo si procedeva alla lettura della "carta dei panni" che veniva fatta dal capofamiglia e quindi alla vestizione del primo letto, poi visitato da parenti ed amici che lasciavano un'offerta in denaro su di esso (usanza in uso ancora oggi). La sera prima del matrimonio c'era lo "spaccacroce" una festicciola che si svolgeva nella casa della sposa. Il fidanzato, a sue spese, invitava una piccola orchestra di suonatori e si festeggiava con balli (i futuri sposi non potevano ballare insieme) e un piccolo banchetto fatto di vino, liquori, dolcetti e biscotti fatti in casa. La festa finiva presto poiché a mezzanotte lo sposo tornava a "portare la serenata".

Nel giorno del matrimonio lo sposo si recava nella casa della sposa con parenti ed amici maschi e chiedeva al capofamiglia se la futura moglie era pronta. Quindi la sposa era accompagnata in Chiesa dal padre o dal compare d'anello e seguita anch'essa dai soli parenti maschi. Dopo la cerimonia religiosa tutti si recavano in casa dallo sposo dove erano attesi dalle donne e dagli altri parenti per festeggiare con ricco banchetto.

 

La prima sera di nozze la casa degli sposi veniva sorvegliata dai parenti più prossimi per tutta la notte.

Gli sposi non uscivano per una

o più settimane andando solo in Chiesa la domenica.

Da ora lo sposo non poteva pretendere più niente da suo padre il quale gli concedeva, per i primi tempi, di sfruttare un pezzo del suo orto e di prendere qualche sacco di farina con i quali la sposa faceva i verdocchi (cavatelli) o i laganell, pasta fatta in casa con farina , acqua, sale.
     Nel battesimo era molto sentita la scelta del padrino o della madrina poiché rappresentava un tentativo di procurare una protezione in più al bambino (oltre a quella dei genitori) in una società poco agiata e sempre piena di rischi come quella passata. Il padre del bambino si recava in casa del padrino (sangiovanni) a fare la richiesta e nel giorno della cerimonia lo andava a prendere per consegnargli il neonato da condurre in Chiesa.  L'unione rafforzava il legame tra le due famiglie che si tramandava per generazioni. Il battezzato chiamava il padrino zio padre o zia padre. 

Quando veniva a mancare qualcuno solo le donne della famiglia piangevano. Se moriva una donna le vicine si sostituivano a lei nel condurre la casa nei primi tempi; l'uomo non si radeva per quindici giorni in segno di lutto.

La famiglia del defunto riceveva a casa il "riconsuolo" che altro non era che un piatto caldo molto abbondante da parte di parenti ed amici.

 

Durante il Carnevale si organizzava lo "sciacquitto", una festa dove si beveva vino, si mangiavano prodotti come fave, ceci, biscotti fatti in casa (i cullacce) e si raccontavano i cunt, racconti fantasiosi o fatti realmente accaduti che riguardavano i personaggi del paese o del vicinato. Caratteristica della Quaresima era la "quarantana", una pupattona di stoffa poggiata su una patata infilzata da sette penne di gallina. Si appendeva ai balconi ed ogni settimana veniva tolta una penna fino ad arrivare alla Pasqua.

In alcuni comuni siciliani la tradizione, anche se in maniera minore, esiste ancora oggi.
     Caratteristico nel giorno di Pasqua era il gioco del "tozzauovo". Si usciva per strada con una scorta di uova sode e si sfidavano gli amici; fatta la conta per stabilire chi dovesse mettere l'uovo sotto, l'altro dava un colpo con un altro uovo. Se riusciva a rompere quello dell'amico ne diventava padrone.Nella sera del Sabato Santo c'era un rito oggi completamente dimenticato, la benedizione del falò e del cero pasquale.

 

IL MATRIMONIO OGGI

<Non ci sono più i matrimoni di una volta….>  < Le coppie di oggi durano meno rispetto a quelle del passato…> <Non sposatevi che vi conviene: meno problemi, meno spese…>.

Sono alcune delle frasi che sempre più di frequente si sentono dire in giro.

Ma il matrimonio non era il punto di partenza per una nuova vita? Le fondamenta sulle quali costruire il futuro? Una volta le madri dicevano alle figlie: <Dovrai trovarti un bravo marito, che ti mantenga, e regalarmi tanti nipotini>.

 

UN OCCHIO ANCHE AL PORTAFOGLIO

In vista delle nozze bisogna anche fare i conti con le proprie tasche. Ma quanto costa un matrimonio?  Dipende soprattutto per la voce più importan­te che è il ricevimento, dal numero degli invitati. Quindi, ipotizzando 100 invitati il suggerimento può essere: 10.000 euro (tutto compreso). Nel budget sono compresi: chiesa, fiori, ricevimento in una location bella e affidabile con buffet aperitivi in piedi e pranzo seduti incluso torta vini e spumanti. Abito sposa e sposo, bomboniere, fotografo, musica, partecipazioni. Naturalmente i costi possono aumentare a seconda della qualità e della quantità del servizio.

Così occorrono 10.000 - 15.000 euro per matrimoni con particolari di tono più ricercato.

Dai 15.000 in su (fino a matrimoni galattici dai costi proibitivi) è possibile permettersi scelte più particolari su tutta la linea, fino al meglio di tutto. Ricordarsi sempre che il buon gusto a volte costa meno di quanto si possa immaginare. Ma vediamo le spese nel dettaglio.

Abito sposa: dai 450 euro (il minimo assoluto) fino dove vuoi. Mediamente un abito bello si aggira intorno ai 2000-2200 euro (più o meno, e per cifre leggermente superiori trovi veramente tutto quello che ti può interessare). Scarpe dai 120 euro in su. Lo sposo in classico grigio scuro è il più bello: ci sono abiti per tutte le tasche.

Pranzo nuziale: 50/65 euro persona fino a 100/120 euro e oltre. Foto: 1200/2000 euro più album. Video: 800/1000 euro o più. Sito internet: gli sposi possono essere presenti anche in un sito internet, con cronaca completa del matrimonio, con tanto di fotografie scaricabili degli sposi e degli invitati, costo 500/1000 euro.

Bomboniere: dipende da quante e quanto belle, comunque a partire da 500 euro. Musica: 450/1000 euro e anche più. Viaggio di nozze: E' escluso dal conteggio, i costi sono variabili in funzione della meta prescelta, della qualità e della durata del soggiorno.

 

 

 

 

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