La Biografia

 

   Momenti di vita... Attimi di... VERSI !  

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GIUSEPPE NICOLA CILIBERTO: La Sicilia nel cuore

(Biografia scritta dal giornalista/scrittore Enzo Minio) - aggiornata al mese di Novembre 2011 -

 

Nasce a Ribera il 10 0ttobre 1942, in un periodo bellico che vedeva il suo paese natale sottoposto ai bombardamenti aerei, conseguenza della Seconda Guerra Mondiale.  Perde il padre Nicolò, dopo soli due mesi dalla sua nascita, morto a soli 41 anni, per una tragica banale caduta da "un sulareddu" (solaio) di appena due metri di altezza. E' così che la famiglia da allora lo chiamerà Nicolò e non  Giuseppe, per cui cresce portandosi dietro per sempre i due nomi: Giuseppe e Nicola (aggiunto in occasione del suo battesimo) con cui firma tutte le sue opere, sia artistiche che letterarie, anche se il nome all'anagrafe resta solo Giuseppe. Dopo aver conseguito ad Agrigento nel 1963 il Diploma di Geometra, ha svolto la professione libera per circa sette anni,  fino a quando ha vinto un concorso nazionale per Disegnatore/Geometra, entrando nel 1971 presso l'Ufficio  del Genio Civile di Agrigento. Oggi è in pensione e si dedica ai suoi tantissimi hobby e attività, dando vita da circa tre anni ad un sito personale internet (www.cilibertoribera.it),  dedicato interamente alla sua città natale: Ribera, mettendone in evidenza le Tradizioni Popolari, la storia e gli usi e i costumi della gente sia di ieri che di oggi.

 

Sin dalla più giovane età si è interessato a varie attività artistiche e culturali come: la musica, la poesia, la pittura, la scultura, il modellismo, la fotografia, la composizione di canti popolari siciliani e la stesura di testi cabarettistici e teatrali. Ha allestito almeno una trentina di Mostre personali di pittura e partecipato a numerose collettive, in vari comuni della provincia di Agrigento e ha disegnato alcune copertine di libri. Ha realizzato una quindicina di litografie e varie cartoline, aventi per tema il recupero dei beni monumentali e le Tradizioni popolari sia di Ribera, che dei paesi vicini. Tali opere, con il patrocinio di varie Associazioni ed Enti pubblici, sono state stampate e diffuse in centinaia di copie, molte delle quali tra gli emigrati siciliani, che si trovano in nazioni europee, negli Stati Uniti e in Canada.

Il libro "LA STRINA"

 

Durante l’ultimo anno di studi ad Agrigento tra il 1962 e ’63, entra come mandolinista a far parte del Gruppo Folkloristico Val d’Akragas che nella "Sagra del mandorlo in fiore" del febbraio 1963, tra tanti gruppi internazionali risulta vincitore del prestigioso Tempio d’oro.

Congedatosi dal servizio militare nel mese di giugno del 1965, entra subito a far parte del "Complesso azzurro" suonando la chitarra, e negli anni a seguire, fa parte di numerose altre formazioni musicali, quali: "Le perle azzurre", "Gli Arcangeli", "Sicilia Canta, Sicilia Frana", "Cantafolk ‘90" e "Trio Ciliberto", che per tanti anni hanno allietato feste danzanti, matrimoni e manifestazioni in piazza.

Ha suonato vari strumenti come la chitarra, il mandolino o la tastiera, privilegiando sempre il ballo liscio e la musica popolare.

Ha recuperato e contribuito a far conoscere, con la collaborazione di alcuni amici musicisti, numerosi canti riberesi, spesso di antica origine, che, rielaborati nei testi, arrangiati e registrati su dischi a 33 giri e musicassette, hanno ottenuto notevole successo di critica e di pubblico, sia in Sicilia che all’estero tra gli emigrati.

E’ stato uno dei principali promotori della nascita dello storico "Gruppo folkloristico Città di Ribera", che ha partecipato a varie manifestazioni, tra il 1969 e il 1973.

Dopo anni di appassionate ricerche rivolte alla riscoperta e al recupero di vecchi canti, musiche ed usanze dei riberesi, nel 1991 riesce finalmente a coronare il suo grande desiderio di poter dare alla stampe il libro "LA STRINA", patrocinato e finanziato dalla Amministrazione comunale di Ribera guidata dal Sindaco Antonino D’Inghile. Il volume, esaurito in pochissimo tempo è stato presentato alla cittadinanza il 26 aprile 1991 presso il Cine Teatro Golden.

 

26 Aprile 1991 

RIBERA, Cine Teatro Golden.

La presentazione del libro

LA STRINA.

Nella foto: da sinistra:

Giuseppe Nicola Ciliberto, l 'Assessore alla P.I. Mariano Ragusa,

il Sindaco Antonino D'Inghile,  il Prof. Santi Correnti,

il Presidente del Distretto Scolastico Ins. Mariano Perricone

e il giornalista de "La Sicilia" Enzo Minio.

In piedi sulla destra il giornalista Totò Castelli.

 

 

Dopo la presentazione da parte di tutti gli oratori è seguito uno spettacolo musicale, durante il quale sono stati eseguiti alcuni brani tratti dal libro stesso, con la partecipazione del Gruppo folkloristico "Poggiodiana"oltre a vari cantanti e musicisti di Ribera.

 

(Alla manifestazione hanno assistito circa 500 persone)

 

 

 

Tra tanti oratori si è avuta la prestigiosa presenza di uno dei più grandi storici e scrittori di libri sugli usi e costumi del popolo siciliano, che risponde al nome dell'illustre Professore Santi Correnti (scompatso da qualche anno). Il famoso ed insigne studioso e scrittore, è stato l'autore di oltre 100 pubblicazioni e per parecchi decenni ha prestato la sua opera presso l’Università di Catania. L'insigne colto Professore Correnti ha avuto parole di elogio, non solo per il volume di Giuseppe Nicola Ciliberto, ma anche per il Sindaco e per gli amministratori, che ne hanno consentito la pubblicazione.

Iscritto alla S.I.A.E. sin dal 1978, come paroliere e melodista non trascrittore, ha scritto e musicato varie canzoni siciliane, oggi molto note sia nelle nostre zone che tra gli emigrati all’estero.

Tra queste si ricorda in particolare "Nustalgia" che incisa prima dal Gruppo "Sicilia canta, Sicilia frana" e successivamente a Boston (Massachusset - U.S.A.), dal noto cantante professionista Nico dei Gabbiani, ha riscontrato ovunque un enorme successo, specie negli Stati Uniti e in Canada.  Vale ricordare a tal proposito che, ad uno dei tanti concerti tenuti dal predetto artista, ha occasionalmente assistito nel 1988, il grande scrittore Leonardo Sciascia, il quale, dicendosi ammirato e commosso dalla canzone "Nustalgia", ha voluto scrivere alcuni versi, altamente drammatici, da recitare prima dell’inizio del brano stesso. Il predetto canto, arricchito dalla pregevole introduzione recitativa scritta da Leonardo Sciascia e che ha tanto gratificato e onorato l’autore, è stato inserito a pag. 72 del suo precedente volume "La strina".

Alcuni tra gli altri brani scritti e musicati da Giuseppe Nicola Ciliberto sono: "Terra d’amuri e di duluri", "Ribera", "Inno all’A.S. Ribera", "Sicilia canta, Sicilia frana", "Belice 1968", "Lu murmuriu ginirali", "Bedda sì tu Caltabellotta", "Sugnu luntanu", "Burgiu paisi miu", "Sirinata rivilisa"e "Inno alla zagara", quest’ultimo musicato da Michele Noto,

da decenni chitarrista del Complesso musicale degli Albatros.

 

Tramite il suo sito internet, da lui stesso creato nel 2006, gestito ed aggiornato quotidianamente, è stato contattato da Emanuele Giacobbe, in arte Nino Rossano, un riberese che vive negli Stati Uniti d'America da oltre mezzo secolo, un tenore con una grande bella voce che ha già inciso numerosi CD, sia di brani operistici che di musica leggera. Il cantante di sua personale iniziativa ha musicato alcuni versi di Ciliberto (Tratti dalla poesia "Bedda sì tu"), letta sul sito e inviandogli la canzone registrata su un CD, ha dato inizio ad un rapporto di collaborazione che in circa un paio di anni li ha portati, entrambi, ad essere autori di ben otto brani, con testi di Giuseppe Nicola Ciliberto e musica di Nino Rossano, tutti registrati, depositati e incisi su dischi e CD. 
I brani finora prodotti sono stati: BEDDA SI' TU (In dialetto riberese), BELLA SEI TU (Tradotta in italiano) - CANTO TRA DI VOI - TI AMO AMERICA, I LOVE ITALY - TORNA AMORE MIO - SEI TU LA DONNA MIA - MAMMA e  SEI TU LA SPOSA, quest'ultima canzone dedicata alla figlia Maria Luisa, in occasione del suo matrimonio avvenuto l'8 agosto 2008.

 

 

 

E' L'AUTORE DELLA VERSIONE DIPINTA DELLO STEMMA DI RIBERA

Stemma che ormai è diventato quello ufficiale e viene inserito in tutti i manifesti, le locandine, gli Eventi

e le Manifestazioni culturali, artistiche o musicali organizzate o patrocinate dallo stesso Comune di Ribera

 
Verso la fine degli anni '80 del secolo scorso, rielabora completamente lo stemma che rappresenta il Comune di Ribera e ne trae un dipinto a colori, su commissione della tipografia di Ignazio Matinella e da allora e fino a tutt'oggi, lo stesso viene utilizzato in tutte le pubblicazioni, edite non solo dall'Amministrazione comunale, come: libri, opuscoli, manifesti e depliant di ogni genere, stampati e diffusi, ma anche da enti, associazioni e privati cittadini, tanto da farlo diventare lo stemma ufficiale di Ribera.
 
Inoltre da quando al Comune si è insediato il Sindaco Carmelo Pace, il predetto stemma, per suo esplicito volere, campeggia a grande dimensione dentro la Sala del Consiglio Comunale applicato sul leggìo da dove espongono i loro interventi tutti i Consiglieri comunali.
 
Dopo avere dipinto lo stemma del nostro comune, ha effettuato anche accurate ricerche sulla sua nascita, trovando presso l'archivio comunale una delibera del 1924 con la quale lo stemma veniva adottato ufficialmente, in una versione grafica in bianco e nero. Le notizie sullo stemma si possono consultare su questo stesso sito, cliccando sulla sezione  La storia di Ribera.
 

Nel 1989 e poi nel 1991 si è recato in Canada e negli Stati Uniti, curando la preparazione di alcuni ragazzi di quinta elementare, che hanno partecipato ai gemellaggi scolastici organizzati dal Distretto scolastico-2° Circolo di Ribera. In quelle due occasioni sono stati eseguiti con grande successo canti, poesie e recite teatrali che hanno commosso

e divertito i numerosi nostri concittadini emigrati oltreoceano.

 

G.N.Ciliberto con un carretto siciliano, realizzato in Scala 1:3 esposto per la

prima volta in occasione di una sua Mostra di Pittura nell'anno 2000.

 

Ha restaurato ed interamente dipinto un vero carretto siciliano costruito nel 1939, costruendone altri in scala ridotta, unitamente a sculture, bassorilievi in marmo e modelli di monumenti, in tufo e in legno, più volte esposti al pubblico, in occasione di Sagre e Mostre sull’Artigianato locale ed il Turismo dell’agrigentino.

 

In campo teatrale Giuseppe Nicola Ciliberto ha scritto varie commedie, tra le quali "Lu Curtigliu" alla quale aveva collaborato la Professoressa Giuseppina Scalzo, che dal 1978 ad oggi è stata rappresentata decine di volte da vari gruppi scolastici ed amatoriali, sia di Ribera che di altri comuni ed è stata rappresentata ad Elizabeth (U.S.A.) in occasione del 2° gemellaggio scolastico del 1991.

 

Inoltre tale commedia musicale, ove emergono le tradizioni e gli usi e costumi dei siciliani, messa in scena dalla Scuola Media E. De Amicis di Caltabellotta, nel 1995 ha vinto il 1° Premio in un Concorso interregionale di Teatro scolastico, tra Sicilia e Calabria, che si è svolto in provincia di Messina.

Con la commedia dal titolo "Matrimoniu a la siciliana" ha partecipato alla 5^ Rassegna Teatrale di Ribera, rappresentata dall’Associazione Culturale "Allavam ‘94", della cui costituzione, è stato uno dei principali promotori.

Nel 1999 è stata messa in scena con successo un'altra sua commedia musicale  in costumi medievali, dal titolo
"Bertoldo alla corte  del re Alboino" da parte dell'Associazione San Nicola. Le musiche sono state curate dal Maestro Pietro Giacomazzo.

Altre due sue commedie ancora inedite sono: "Mi pigliavu la spagnola"  e "Un pezzu di Sicilia", di cui l'ultima musicale.

Nel 1998 ha vinto il 1° Premio del Concorso di poesia avente per tema "La Pasqua a Ribera, Fede, Tradizione e Folklore" e la sua lirica è stata stampata su oltre 20.000 cartoline con le immagini di Gesù, la Madonna e San Michele, che sono stati distribuiti a tutta la cittadinanza, durante la raccolta delle offerte.

Ancora oggi, anno 2011, in occasione della Santa Pasqua, tale cartolina, che riporta sempre la poesia stampata sul retro, viene regolarmente distribuita a tutta la cittadinanza, durante  la raccolta delle offerte, da parte del Comitato, che va in giro per le vie del paese, accompagnato dalla Banda musicale.

 

La cartolina della Festa di Pasqua a Ribera, che riporta sul retro

la poesia vincitrice del Concorso indetto dal Comitato nel 1998.

 

 

 

La presentazione del volume

 

"TRADIZIONI POPOLARI 

Ribera ieri, Ribera oggi"

 

che si è svolta presso

la Villa comunale di Ribera

 

 

 

Giovedì 14 settembre 2000

Un momento della presentazione del libro,

Da sinistra:  Roberto Piparo, Ins. Mariano Perricone Presidente del

Distretto Scolastico - 2° Circolo , Il Vice Sindaco Geom. Pasquale D'Anna,

Giuseppe Nicola Ciliberto, Prof. Pino Marsala (Assessore) e il

giornalista Enzo Minio.

            

 

Con l’ausilio di un Personal Computer ha prodotto vari opuscoli e libretti di Tradizioni popolari di Ribera e un Canzoniere siciliano con i più conosciuti canti, corredati di accordi musicali curati dal figlio Silvano, eccellente fisarmonicista, che hanno riscontrato il parere favorevole dei lettori che ne sono venuti in possesso.

Gli altri libri pubblicati sono:"Sicilia Canta, Sicilia Frana" nel 1998, "Le più belle canzoni siciliane" nell'anno 2000, , "Volete ridere, non c'è poblema !" nel 2002, "Profumo di zagara - Raccolta di poesie" nel 2002, "Canta e suona le canzoni siciliane" nel 2003, "Versi estro...versi - Poesie umoristiche e satiriche" nel 2003, "Frammenti di Sicilia" - Raccolta di opere grafiche" nel 2004, "Sicilia, mia Sicilia" - Testi di canzoni e biografie di cantanti riberesi,

incisi su musicassetta.

 

Collaborando spesso con  i giornali locali di Ribera,  Momenti di vita locale, 15 GIORNI e "Ribera, Città del riso, ha pubblicato vari articoli riguardanti in particolar modo, gli aspetti folkloristici, il linguaggio, l’origine dei nomi e le tradizioni della nostra cittadina.

Componente in passato del Consiglio di Amministrazione della Biblioteca Comunale e della Consulta Teatrale, Giuseppe Nicola Ciliberto si è sempre prodigato con tutta la sua passione, il suo impegno e le sue molteplici attività, nell’interesse della sua città natale alla quale è fortemente legato.

 

Infatti, per l’amore che sempre ha avuto per la stessa, spesso ha dovuto scontrarsi con l’insensibilità di taluni amministratori, ricevendone qualche amarezza, prima di riuscire nei propri intenti, alla fine sempre apprezzati.

 

Ultimo suo impegno, che ancora oggi porta avanti, è quello di raccogliere i libri di ogni genere, scritti da autori locali sia di Ribera, che dei paesi dell'hinterland, per realizzare una mostra e contribuire alla conoscenza di tutto ciò che è considerato patrimonio culturale di ogni popolo. Ciliberto attualmente ha raccolto in tanti anni, circa 300 libri, di storia, tradizioni, poesia, prosa, promozione turistica ed altro, ma conta di aggiungerne altri, lanciando appelli a chi ha scritto qualcosa che ancora non possiede.

 

Uno dei suoi più grandi desideri è quello, infine, di contribuire con le sue preziose ricerche e con le sue opere artistiche a stimolare anche i docenti delle scuole, per proiettare verso il terzo millennio, le nuove generazioni, attraverso lo studio, la conoscenza e il recupero di tutte quelle tradizioni che i nostri antenati ci hanno generosamente tramandato.

 

( Enzo Minio )

 

 

 

MOMENTI DI VITA, ATTIMI DI...VERSI

(Dai ricordi di Giuseppe Nicola Ciliberto

 

ATTIMI    DI ...VERSI

 

 

     IL TEMPO NON RITORNA

Passati sono ormai più di vent’anni

da quando ebbi al mondo la dimora,

son più di venti, ma non sembran tanti,

ma resterò io qui per molto ancora ?

Ancor pria che io venissi in questo

luogo, abitato un tempo dagli Achei,

nel cuor sentivo che il tempo lesto

sarìa passato e pure gli anni miei.

Il tempo fugge sempre e mai si move,

portando dolci eventi e tristi lutti,

gioia e felicità saranno altrove,

saranno altrove sì, ma non per tutti.

Rimpiango gli anni della giovinezza,

veloci son passati, ma rimpiango

d’allor felicità e spensieratezza,

meglio non ci pensar se nò io piango.

Dopo che arrivato a compimento

di quegli studi che intrapresi un giorno,

la vita subirà un mutamento,

ma il tempo a me dirà: - dietro non torno !

(1963)

 
 

 

    PREGHIERA A DIO

In questa notte buia intento penso,

poscia che il vento ha rotto un dolce canto,

a tutte quelle stelle in quest’immenso

che son lontane ma sembrano accanto.

 

La loro luce in questo buio acqueta

e gli occhi miran mentre tutto tace,

ecco ! ad un tratto vedo una cometa

che al mio pensiero invoglia questa pace.

 

C’è vita in lor ? c’è gioia e sofferenza ?

c’è una speranza in ogni esser nato

di viver anche dopo la partenza

per lidi che conoscer non ci è dato ?

 

Cotanta è la possanza ch’è nel Pio

che tiene nel suo pugno il firmamento ?

non sò trattar, ma è vero che sia Dio

dell’universo il centro ogni momento ?

 

Attorno a me c’è gente in ogni lato

e credo esiste solo ciò che vedo,

de l’altro che conoscer non mi è dato,

fin quando non l’ho innanzi non lo credo.

 

La mia preghiera volgo a Te o Dio,

d’illuminar la mente a me dubbioso,

fai Tu appagar se puoi il mio disio ,

che del tuo cibo eterno son goloso.

1969.

 

 

 

  LA FINE DI TUTTI

Ognun l’iguale sorte subirà,

povero o ricco, onesto o malfattore,

e quando morte anch’ei raggiungerà,

a lui più non parrà che passan l’ore.

 

Umane genti ! avrem la sorte amara !

e un giorno l’ossa che coverti sono,

saran spogliati della carne e in bara

al buio di una tomba saran dono.

 

Qual pianta che i suoi rami erge al cielo,

e sovrasta qualche tempo in la natura,

qual fiore che un dì non avrà stelo,

tutti dobbiam finir, è cosa dura !

 

L’augel che cinquettando stamattina,

sul nespolo che s’erge fuor del vetro,

lo vidi, ei si cullava sulla cima,

pur lui un dì finirà nel buio tetro.

 

E’ là che gaio canta e non si chiede

se il viver suo è pari a quello umano,

saremo un giorno inerti, a noi non riede

il tempo ch’è passato ed è lontano.

(1963)

 

 

   DOPO LA MORTE

Dall’apertura breve di una tenda,

il cielo vedo e i fili della luce

e il ramo del basilico in veranda

ed una rosa che a mirarla induce.

            Il guardo volgo all’infinito e penso

            che mai ci sia nel vuoto intorno al mondo,

            di certo l’universo sarà immenso

            ed in circolo ricopre il mondo tondo.

Mentr’io seduto giro il guardo al mare,

un canarino cinquettando allieta

la stanza, interrompendo il meditare

su quello che accadrà in fin di vita.

            Goda chi vuol goder senza paura,

            la vita appresso non può ritornare,

            solo in eterno durerà natura

            che all’esistenza il fio farà scontare.

Se all’aldilà in eterno ci sia vita,

io solo in questo troverei conforto,

ma a dir lo vero a me una voce addita

che tutto finirà per chi è già morto.

(1963)

 

 

 

   LA NATURA CREA E DISTRUGGE

Se fia che possa aver eterno un loco,

non certo quei sarà su questa terra,

solo il ricordo in essa starà un poco

ma il corpo, questo è mal, andrà sotterra.

 

L’eterno loco spero averlo in nulla,

un loco di silenzio e di riposo,

lo spirto potrà errar io credo, sulla

pianura tetra d’un sentiero ascoso.

 

Il bene e il mal che vedo in terra vivo,

sarà svanito e tutto cancellato,

del mondo e dei ricordi sarò privo,

questo è il voler impostomi dal fato.

 

Perché diciamo folle a quei ch’è intento

col cuor disioso a un’opra e molto incline

lavora, suda, stanca ed’è contento

e poi ei stesso causa la sua fine ?

 

Ma pria che tutto ciò si sia avverato

potrò io dire a te: - natura ria,

perché la gioia dai a ogni esser nato

e poscia non ti mostri così pia ?

 

Un fior che sia appassito in su lo stelo

non ti può dir: - natura ti ringrazio –

non hai a lui concesso eterno un cielo,

pria fosti grata ed or hai fatto strazio

(1963)

 

 

 

         LUOGO DI PACE

Sublime è questo loco tutto verde,

è ampio, vasto, empie il cor di gioia;

i pini che curvanti vanno al cielo

mi danno un senso di malinconia.

Qui vengo io,

perché tutto è ridente,

l’intreccio delle foglie è un’astrattismo

perché di vario seme son le piante

che s’ergono dal suolo e lo fan lieto.

I pini volgon mesti i rami al cielo,

‘mpedendo ‘l sorpassar dei rai cocenti

e sotto il folto, l’ombra dà l’oblio

di quei pensier

che mi fan tristo il core.

Qui vengo io, per dare a me più pace,

per far svanire i miei pensier nel verde;

è in questa villa

che quel mal che sento

coi fiori si confonde e son contento.

Qui un vecchierel riposa e forse pensa

ai dì passati di sua gioventute,

con man tremante avvolge del tabacco,

avvolge, trema, e alfine vi riesce

e tra un sospir di fumo e un guardo attorno

trascorre di sua vita un’altro giorno.

Ed io, al par di lui, qui vengo e penso

non ai passati dì, ma ai dì futuri,

penso quel che sarà dell’avvenire,

ma la risposta a me non vuol venire.

Ma intanto il tempo passa, tutto vola,

e forse un dì verrò da vecchierello

in questa pace verde per pensare

a quel passato che or mi è futuro.

E qui, dov’è c’ognor regna la pace,

non possono le piante a me predire

il bene e il mal c’ancor deve venire.

(16-5-1972)

 

 

 

                           VECCHIU

 Poviru vecchiu comu sì arridduttu,

addivintasti peggiu d’un rilittu,

di l’anni e di la vita sì distruttu,

certu ca stù distinu è malidittu.

 Ti dici la natura: - Ora ti buttu !sì vecchiu, un servi cchiù,

nun sì  dirittu;

tu ci arrispunni:

- lu tò fari è bruttu,

pirchì dopu ‘na vita

m’hai scunfittu.

 

 

 

 

 LU VENTU

L’arbuli tu accarizzi a lu passari

e iddi ti vulissiru siguìri,

s’inchinanu e ti vonnu fistiggiari

e dicinu piatusi: - un ti ‘nni iri !

            A lu tò friscu l’erba fai annacari

            e di li sciuri ti pigli l’oduri;

 o vinticeddu ti vogliu prigari

            di farimi sultantu stu favuri.

Pi tia nun ci sù munti, né chianuri

e lu tò passu nuddu pò firmari,

portaci a la me bedda lu mè amuri !

            vola supra fistusi unni di mari,

            vola supra sta ridenti natura

 e la mè amata curri a salutari.

 

 

 

 

 E’  AMURI

E’ amuri quannu agghiorna e quannu scura

e quannu chiovi o ‘ncelu c’è sirenu,

è amuri quannu nasci ‘na criatura

e la matri la stringi ‘nta lu senu.

     E’ amuri quannu scansi una svintura

     e cu la fidi pò suffriri menu,

     è amuri quannu vinci la paura

     e a tanti peni pò truvari un frenu.

E’ amuri pi l’aceddi c’hannu l’ali

vulari ‘nta lu celu cu alligria

senza pinsari a tanti e tanti mali;

     è amuri si lu cori apri la via

     e pi l’amuri la voglia t’assali;

     l’amuri è propriu ‘na granni magìa.

 

 

 

  VERU AMURI

Nun sugnu certu un geniu di l’arti

ma iu ti sentu ‘nta li mè culuri,

ti viu ‘nta li me tili e li me carti

e ‘nti la menti t’haiu a tutti l’uri.

 

Di lu tò cori cciaiu la megliu parti

unni c’è dintra tuttu lu me arduri,

lu sulu scopu miu lu sai ? è amarti

e cridimi ca chissu è veru amuri.

 

 

 

                          SCIURI

Amuri, iu ti portu chisti sciuri

chi vennu d’un jardinu prufumatu,

li offru a tia cu tuttu lu sò oduri

ca sugnu veramenti  ‘nnamuratu.

     Cci misi: gigli, balicu e mimosi,

     galofari, gardenii e sparacedda,

     ci misi gelsominu e tanti rosi

     pi renniri la casa tò cchiù bedda.

C’è tulipani e zagara d’aranciu

e menta e margheriti bianchi e gialli,

pi nudda cosa sti sciuri li canciu

pirchì a tia dicisi di purtalli.

     E ti li portu cu sta poesia

     p’aviriti pi sempri accantu a mia.

 

 

 

       AMURI LUNTANU

L’occhi tò beddi ridinu a la vita

e ‘nfiammanu lu cori miu filici,

sì cara, diliziusa e sapurita

ringraziu la natura ca ti fici.

Tu duni all’aria noti d’armunia

e sì cchiù  luccicanti di la luna,

lu tò surrisu duci fattu a mia

m’incanta e nun lu sai chi gioia duna.

Amuri, lu tò sciatu iu disìu,

lu tò parlari e la tò vucca bedda,

ca sugnu assai ‘nfilici s’un ti viu:

affacciati cchiù spissu a la vanedda

e senti supra l’ali di lu ventu

l’amuri miu chi mannu a tia cuntentu.

 

 

 

   TI VIU

Ti viu spicchiata ‘ntall’acqua di sciumi,

‘nta un prufumatu petalu di rosa,

ti viu splinnenti ‘nta un meccu di lumi

cu un velu biancu, vistuta di sposa.

 Ti viu brillari comu luna china

 e in altu di ‘ncelu ti viu vulari

 e quannu m’addivigliu a la matina

 ti viu cu mia, ridenti a cantari.

Supra ogni cosa ti viu Maria,

la tò facciuzza c’è nintra ogni sciuri

ca si lu cogliu, arridi e mi talia;

vicinu è ‘u jornu ca t’haiu a spusari

e aspettu cu disìu e tantu amuri

ca sempiri cu tia vogliu campari.

 

 

 

        ‘NA LACRIMA

Chi scuru ! mi ricordu ‘dda sirata !

quannu ti dissi ca t’avia a lassari,

cu vuci di trimuri suffucata

un fremitu pruvai a lu parlari.

     E tu arristasti muta e scunsulata

     pirchì pi mia pruvavi un veru amuri,

     chi attimu amaru ! chi sorti spietata !

     passari di la gioia a lu duluri.

‘Na lacrima pò vitti luccicari

‘nti dd’occhi ca m’avianu ‘ncantatu,

la tò facciuzza fici illuminari

e lu me cori fu paralizzatu.

     ‘Dda lacrima ca iu vitti spuntari

     mi dissi: <<Resta sempri a lu sò latu>>.

 

 

 

          ‘NSEMI A TIA

Sunnu du stiddi ‘ss’occhi tò, Maria,

du sciammi ardenti di lustrura chiara

e iu ‘nni godu ca è sulu mia

la tò  biddizza e la tò vita rara.

‘Nnammuratu siguivu la tò via

e ti truvai accussì duci e cara,

lu cori miu pi stari ‘nsemi a tia

ti porta supra d’iddu e fa di vara.

 

 

 

      AMURI

Si pensu a tia scanusciu lu suffrìri,

mi scordu l’amarizzi e li dulura,

sulu si cciaiu a tia pozzu gudìri

la gioia di la vita e la natura.

     Tu sì la terra, lu suli, lu mari,

     tu sì l’oduri di la primavera,

     sì tu ca lu mè cori fai alligrari,

     iu sugnu l’orologiu e tu la sfera.

Sì tu l’amuri ca mi fa trimari,

‘ntra tia viu lu munnu e lu criatu,

di la tò vucca amu lu sciatari;

     iu t’amu comu nuddu t’ha amatu,

     ricordalu, ti pregu, un lu scurdari,

     ca senza tia lu cori miu è malatu.

 

 

 

             A MARIA TORNETTA

                   (acrostico)

     Tu sì pi mia l’amuri e ti disìu,

     Ogn’ura, ogni mumentu Maria mia,

     Ridasti tanta gioia a ‘u cori miu,

     Nun vogliu nenti cchiù si cciaiu a tia.

     Eratu distinata di lu celu,

     Tutta pi mia e pi tutta la vita,

     Ti viu vistuta bianca cu lu velu

     Avanti a lu Signuti cu mia unita.

     Mumenti sunnu di filicità,

     Amannuni comu ‘nn’amamu ora,

     Ricordalu sciuriddu di bontà.

     Iu di lu cori tò nun sugnu fora,

     Amari a tia è la mè vuluntà.  

         

 

    BEDDA SI’ TU

Lu  mari po’ canciari lu culuri,

lu celu chiaru si po’ annivulari,

po’ pèrdiri lu suli lu splinduri,

        ma tu sì sempri bedda e fai ‘ncantari.

     Po’ l’acqua cchiù la siti nun livari,

li sciuri ponnu perdiri l’oduri,

         po’ l’aria frisca cchiù nun rinfriscari,

     ma tu nun canci mai pi mia amuri.

Bedda sì tu, biddizzi ‘nn’hai a migliara,

bedda sì tu, cchiù bedda di li stiddi,

fai duci la me vita quannu è amara

cu li lucenti e granni to pupiddi.

     Bedda sì tu, e diliziusa, e cara,

     e addumi attornu a mia milli faviddi,

     bedda di tuttu, ogni cosa hai rara :

     l’occhi, la vucca e anchi li capiddi.

Chi avissi a fari sulu e senza tia ?

senza la tò biddizza e lu tò affettu ?

scopu unn’avissi cchiù sta vita mia,

parissi ‘na casuzza senza tettu,

     ‘na seggia cu tri gammi ca travìa,

‘na varca senza rimi in mari apertu,

     parissi un vagabunnu senza via,

     cu tantu di duluri intra lu pettu.

Bedda sì tu e tantu iu ti amu,

          ‘nsemmula uniti gudemu e suffremu

      e anchi si sulu d’amuri campamu,

sempri felici in eternu saremu.

 

 

 

AMURI LUNTANU

L’occhi tò beddi ridinu a la vita

e ‘nfiammanu lu cori miu filici,

sì cara, diliziusa e sapurita

ringraziu la natura ca ti fici.

Tu duni all’aria noti d’armunia

e sì cchiù  luccicanti di la luna,

lu tò surrisu duci fattu a mia

m’incanta e nun lu sai chi gioia duna.

Amuri, lu tò sciatu iu disìu,

lu tò parlari e la tò vucca bedda,

ca sugnu assai ‘nfilici s’un ti viu:

affacciati cchiù spissu a la vanedda

e senti supra l’ali di lu ventu

l’amuri miu chi mannu a tia cuntentu.

 

 

 

 URI LENTI

Vulissi aviri l’ali pi vulari

comu ‘na rondini e ‘nti tia vinìri,

passari supra chiani, munti e mari

e di prisenza tanti cosi diri.

     Haiu di diri a tia frasi d’amuri

     e cosi chi sù scritti ‘nta lu cori,

     ma sugnu sulu cu lu mè rancuri

     e pensu a tia scrivennu sti palori.

T’haiu prisenti ‘nti li mè pinseri,

cu lu disìu di stàriti a parlari

pi dìriti li frasi mei sinceri;

     aspettu di vinìriti a truvari

     e sugnu misu cu l’occhi a li sferi,

     ma st’uri lenti nun vonnu passari.

 

 

 

DORMI

Dormi bidduzza, sonna lu mè amuri

ca c’è lu cori miu ca sta a vigliari,

tu sì ‘nta un munnu chi nunn’ha culuri

ca sulu in sonnu si po’ cuntimplari.

     Dormi,  ca pari un sapuritu sciuri

     e accantu iu ci vulissi stari,

     pi sèntiri di notti lu sò oduri

    e a matinata vidillu sbucciari.

 

 

 

 LA PRIMA VASATA

Ricordu ancora la prima vasata,

ma ora semu uniti pi la vita,

ricordu quannu iu t’haiu ‘ncuntrata

cussì splinnenti, bedda e sapurita.

 L’occhi nun li chiuivu la nuttata,

     pi ‘dda vasata data di sfuggita;

     ristà la menti mia estasiata,

     pinsannu ca ristavi a mia unita.

 

 

 

       UN GRANNI AMURI

Nun sugnu certu un geniu di l’arti

ma iu ti sentu ‘nta li mè culuri,

ti viu ‘nta li me tili e li me carti

e ‘nti la menti t’haiu a tutti l’uri.

 

Di lu tò cori cciaiu la megliu parti

unni c’è dintra tuttu lu me arduri,

lu sulu scopu miu è chiddu d’amarti

e cridimi ca chissu è veru amuri.

 

 

 

LA MARCIA NUZIALI

Lu jornu è già vicinu, amuri miu,

stu jornu attisu chi ‘nn’hamu a spusari,

li nozzi avemu a fari avanti a Diu

tra la magnificenza di l’altari.

Sù cincu misi ma mi pari un’annu

di quannu la tò manu tu m’hai datu,

ma sulu lu mè cori e lu tò sannu

ca chist’amuri era distinatu.

Ora è vicina la cilibrazioni

di chisti nozzi tantu disiati,

pinsamu a li participazioni

pi tutti li parenti e li ‘mmitati.

D’ottobri lu vintottu è la jurnata

‘nti la Cappella Reali Palatina

ca li Normanni l’hannu edificata

e di Palermu l’appi la Regina.

Lu “Gigliu Russu” è dittu lu saluni

unni dopu si và a fistiggiari

ringrazieremu tutti li pirsuni

e po’ prestu in America vulari.

Sta data a tutti ‘nni fa ricurdari

la marcia fatta a Roma capitali,

ma ‘nti stu jornu iu mi vogliu fari

l’armuniusa marcia nuziali.

 

 

 

                              ATTESA

             (In attesa della nascita di Silvano)

 

Cu tanta gioia m’hai fattu sapìri,

sciatuzzu miu di essiri in attisa,

chi scutimentu appi un pò capiri

pi sta nutizia d’accussì ‘mpruvvisa.

 

Ora di cchiù ti amu a nun finiri

ca dintra a tia ‘na vita ci sta misa,

‘ssa criatura ca mi farai aviri

sarà comu di ‘ncelu a mia discisa.

 

Di ‘mparadisu l’angili scinnèru

e sta bedda nutizia ‘nni purtaru

cu tanta gioia e tantu misteru;

 

stu figliu ora sarà lu nostru faru

e sarà amatu cu affettu sinceru

pirchì di Diu è lu donu cchiù raru.

 

 

 

A ME FIGLIU

(Acrostico)

Comu un ciuriddu biancu e sapuritu

Iu vitti a tia figliuzzu appena natu,

La nonna cu lu cori a tia unitu

Incontru a mia vinni e fui ‘ncantatu.

Beddu nascisti, candidu e pulitu

E di fattizzi tantu dilicatu,

Raggiu di suli ca risplenni arditu

Tu sì lu figliu miu tantu aspittatu.

Ora la mamma tò è assai cuntenti

Sarai prutettu sutta un granni mantu,

Idda dopu li peni e patimenti

La gioia vitti e ruppi lu sò chiantu.

Veru tesoru ora sì prisenti,

Amuri avrai e affettu tantu tantu,

Nsemi a papà e mamma un focu ardenti

Ogni mumentu addumi ch’è un’incantu.

 

 

 

        DEDICA A SILVANO                              

                    (Acrostico)

Se misi fa nascisti nicareddu,

Inchennu la me casa e lu me cori,

Lu tempu passa e tu ti fa cchiù beddu,

Vantu ‘nni fazzu e scrivu sti palori.

Amatu figliu oggi cciai mezz’annu,

Nun pari veru comu va criscennu,

Oh chi sì duci quannu sta mangiannu,

Chi sì bidduzzu quannu sta ridennu.

Iu ti taliu e ‘nni sugnu cuntentu,

Lassu ogni cosa e canzuni ti cantu,

Intra un munnu di fati mi sentu

Beddu Silvanu tu sì lu mè incantu.

E si ti vasu nun mi stancu mai,

Restu tant’uri a jucari cu tia,

Tanti pinsera scurdari mi fai

O Silvanucciu sì la gioia mia.

 

 

 

 LU ME GIOCATTULU

      (Dedicata a mio figlio Silvano, il primogenito)

Figliuzzu miu sì ancora nicareddu

ma già capisci tuttu e vò parlari,

quannu tu vidi a mia sì prianneddu

ca mi canusci e mi fai ralligrari.

     Mi dici: - ddè ddè ddè e tà tà tà -

     ma iu capisciu chiddu ca vò diri,

     vò diri: - piglia a mia caru papà -

     gioia cchiù granni iu nun pozzu aviri.

Stassi cu tia ogn’ura, ogni mumentu,

senza pinsera, senza firniscii,

ca sugnu assai filici e assai cuntentu

quannu cu ss’occhi duci mi talii.

    Ogni matina iu t’haiu a lassari

     ma lu pinseri l’haiu sempri a tia,

     intantu cu la mamma po’ jucari

     e quannu tornu jochi insiemi a mia.

Cu tia diventu comu un picciliddu

e tu sì lu giocattulu cchiù beddu,

sì lu mè spassu, sì lu mè pupiddu,

candidu e puru comu un’angileddu.

 

 

 

AD  ALESSANDRO

(Dedicata al mio secondo figlio Alessandro)

 Di quannu stu secunnu figliu è natu

 la mè filicità assai è crisciuta,

 cchiù lu taliu e cchiù sugnu 'ncantatu

 pi st'atra criatura ch'è vinuta.

 Nun vi lu sacciu diri quantu è beddu,

quant'è vivaci e duci stu pupiddu,

'nta la facciuzza pari un bammineddu

e spanni oduri megliu d'un

sciuriddu.

 

Di nomu Alessandru lu chiamamu

e 'nta lu cori sempri lu stringemu,

comu 'na perla rara lu taliamu

e di vasati in dù 'nni lu spartemu.

 Cu sò fratuzzu sempri sta a jucari

e li diritti sò li fa valiri,

iu mi 'nni godu e staiu a taliari

e sempri  appressu a iddi vogliu iri.

 Ci jocu urati sani e un pensu a nenti

e vivu d'alligrizza sti mumenti.

 

 

 

PER LA NASCITA DI MARIA LUISA

 (acrostico)

Mamma, tu sula nun ci sì prisenti              

A  gòdiri sta nascita fistanti,

Ridiri !  chiangiri ! ma tu mi senti ?

Iu sugnu tristi e insiemi esultanti.

Ancora un criu ca cciaiu sta figlia,

Lustrusa, bedda, ‘na gran meraviglia,

Una pupidda ch'è veru un amuri

Intra la me casa purtà lu Signuri.

Si ddà di ‘ncelu a taliari sì misa

Ama e pruteggi a MARIA LUISA.

 

 

     DEDICA A MARIA LUISA

                 (acrostico)

Magico fu quel dì d’un anno addietro

Amata figlia, quando tu sei nata,

Ricordo col pensiero che torna indietro

Il tuo visino bello come fata.

A te che oggi compi il primo anno

L’amor di papà e mamma va infinito,

Un dolce fiore sei e i fiori lo sanno,

Il più splendente d’un giardino fiorito.

Sincero il nostro affetto va col cuore

A te MARIA LUISA con amore.

                                     Papà e mamma

 

 

                                     A MIA MOGLIE

                     (per il suo 50° compleanno)

 

            La vita è un lentu scùrriri di uri,

            di jorna, di simani, misi e anni,

            nun pari veru ma oggi lu mè amuri

            è in festa pirchì compi cinquant’anni.

 

Mariuccia mia, o forsi è megliu Mary,

            ricordu ancora quannu ti ‘ncuntravu,

            scuitasti li mè sonni e li pinseri

            e a un’attimu di tia mi ‘nnamuravu.

 

            E quanti poesii ti didicava

            ca di un jardinu eri lu megliu sciuri,

            ogni minutu ti disidirava

            ca lu mè cori era chinu d’arduri.

 

E tanti e tanti versi ti scrivìa

            e tu cu mia eratu raggianti

            l’amuri miu era sulu pi tia

            e anchi tu m’amasti sull’istanti.

 

Iu ti dicia: bedda, duci e cara,

            pirchì brillavi cchiù di milli stiddi,

            di tia ogni cosa m’appariva rara:

            l’occhi, la vucca e anchi li capiddi.

 

Ricordu quannu chiesi la tò manu

            ca l’ansia la mè menti mi struggìa,

            ‘ddu desideriu mi parìa luntanu

            ma lu tò “sì” cangià la vita mia.

 

            Truvai un tesoru chinu di splinduri,

            la cchiù lucenti perla di lu mari,

            capii lu sensu di lu veru amuri

            e prestamenti ti purtai all’altari.

           

Di allura tantu tempu è già passatu

            cu vera gioia e cu felicità,

            tri beddi figli tu m’hai rigalatu

            e in più una vita di sirinità.

 

            St’amuri natu granni ora è cchiù granni

            e la biddizza tò unn’è cangiata,

            pi un veru amuri nun cuntanu l’anni,

            sì la mè rosa ch’è appena sbucciata.

 

T’offru l’auguriu d’una lunga vita

pi dari luci e affettu a lu mè cori,

            e anchi a li figli e a la famiglia unita

           e infini senti chisti mè palori:

 

            <<Tu m’ispirasti chista poesia

            ca sempri t’amu o dolce mia Maria>>.

 

 

 

AGRIGENTU TERRA DI SPLINDURI

Tra la Rupi Atenea e l’azzurru mari

ci sta ‘na Valli ricamata d’oru,

tanti pirsuni vennu a cuntimplari

di la Sicilia chistu gran tesoru.

Foru gran geni li primi abitanti

ca ficiru maistusi monumenti,

sutta lu stemma di li tri giganti

edificaru ‘na città ‘mpunenti.

 

Akragas  o Girgenti numinata

è adurnata d’opiri di ‘ngegnu,

li sò culonni l’hannu gluriata

e d’un passatu anticu oggi è lu segnu.

Tra mennuli sciuruti sù un’incantu

li Templi di Concordia e di Giunoni

e a li culonni d’Erculi c’è accantu

la tomba ancora intatta di Teroni.

 

Li primitivi mura sù prisenti

e ci sù Catacombi granni e nichi,

vidènnuli ritorna la mè menti

all’arti ca facianu l’antichi.

Unn’era prima lu Tempiu di Giovi

ci sunnu tanti petri sparpagliati,

ma quannu unu ‘mmezzu si ci movi

rivìvi vinti seculi passati.

 

C’è pò lu Tempiu di li “Dioscùri”

c’avi quattru culonni sulamenti

ricostruiti di restauraturi

pi tramandalli a tanti e tanti genti.

Sta Valli porta fama ad’Agrigentu

ch’è canusciuta in ogni Cuntinenti

è un patrimoniu ogni monumentu

c’amà salvaguardari eternamenti.

 

Terra di suli, di luci e culuri,

di l’africanu mari accarizzata,

ti detti sti biddizzi lu Signuri,

ringrazialu e mòstraticci grata.

Vanta cu orgogliu chisti doni rari,

tènili ‘mpettu, stringili cu amuri,

li nostri avi ‘nni fai ricurdari

cu la tò Valli ricca di splinduri.

                            (20/9/1971)

 

 

 

   AMARI RIBERA

Ribera, quannu ‘nchiara la matina

e lentu lentu lu suli ‘ncelu acchiana,

sì bedda e prufumata d’aria fina

ca si senti pi ‘nsinu a tramuntana.

La Valli tò di tanti aranci è china

e vantu sù di scelti cuntadini

ca ti criaru stu regnu, o rigina

ittannuci lu sangu di li vini.

Tu sarai digna di onuri e di vantu

cara mè terra in eternu si spera,

iu li tò lodi a lu munnu li cantu

pi la magìa di la tò primavera.

Pi sti biddizzi ca sunnu un’incantu

invitu tutti ad “amari Ribera”.

 

 

 

 LU ‘NCONTRU DI PASQUA A RIBERA

 

            Chi amuri! Chi alligria sta jurnata,

            ‘ntall’aria: canti, soni e tanti vuci,

            la Risurrezioni è fistiggiata

            di lu Signuri mortu ‘nta la Cruci.

            E’ Pasqua e pi Ribera è ‘na gran festa,

            li genti sunnu tutti ‘nta li strati,

            li surbizzedda sù fatti a la lesta

            e li pitanzi tutti priparati.

            Si fa lu ‘Ncontru, genti in tutti lati,

            la fudda crisci a vista ogni mumentu,

            tirrazzi e barcuna sù affuddati,

    picciotti, addevi e vecchi unn’hannu abbentu.

    Largu! Ca passa ‘na chiurma di carusi

    cu friscaletti, cappeddi e banneri,

    mani manuzzi, satànnu fistusi,

     ‘sprimennu gioia in centu maneri.

    Po’ ‘n’atra banda, tutti picciuttuna

    appressu a un paliu granni e maistusu,

    ‘ntall’aria,  scrusciu di trona e mascuna

    ca unu quasi si senti cunfusu!

    Un paliu, ‘n’atru paliu, ‘n’atru ancora

    s’innalzanu a lu celu a svintulari,

    pi discrivilli nun trovu palora

    ca quannu passanu fannu ‘ncantari.

            C’un velu nivuru sta l’Addulurata

            c’ancora cridi ca sò Figliu è mortu,

            ma San Micheli fistanti l’ha avvisata

            ca Gesù Cristu l’aspetta ch’è risortu.

Idda s’allegra, lu nivuru lu etta,

l’Arcangilu la porta ‘nta lu Figliu;

chinu di sciuri è prontu chi l’aspetta

cu lu splinduri d’un biancu gigliu.

Si fa lu ‘Ncontru, quanta emozioni!

Migliaia d’occhi di lacrimi vagnati,

la Madunnuzza fa tri flissioni

e a sò Figliu ci duna tri vasati.

Un battimani davveru esultanti

vibra pi l’aria cu granni arduri,

cori ca battinu, cori fistanti,

sunnu scurdati li peni e duluri.

Ora si torna a la casa filici

ca la Madonna ‘ncuntrà lu Signuri,

‘nti chistu jornu tutti sù amici,

si fussi eternu,  chi paci!  chi amuri  !

 

 

 

PASQUA A RIBERA

E’ Pasqua e l’aria odura di splinduri,

gioia e letizia regna ccà a Ribera,

priziusu donu d’una primavera

ca ‘nti stu jornu porta sulu amuri.

            E’ Pasqua e lu paisi è assai ‘ncantatu,

            a discrivillu quasi un si ci cridi,

            mumentu eccelsu di misteru e fidi

            ca fa ristari quasi senza sciatu.

Tutti fistanti, tutti, nichi e granni,

manu cu manu sàtanu cuntenti,

pari magia st’oceanu di genti

pi chista usanza antica di tant’anni.

            Si grida <<largu, largu>> e San Micheli

            davanti a la Madonna accumpagnatu,

            annunzia ca Gesù è risuscitatu

            tra un svintuliu di palii ‘nta li celi.

Curri Maria tra genti chi si scanza

e fa lu ‘Ncontru cu lu Sarvaturi,

ca beddu, e urnatu di milli culuri

a ognunu metti in cori l’esultanza.

            Sublimi attimu chi ‘nfunni spiranza

            ca odiu e peni fussiru scurdati,

            tant’occhi sù di lacrimi vagnati;

Pasqua è amuri...è paci...è fratillanza.

 

 

 

  LA  VALLI  DI  VIRDURA

Spunta lu suli ‘nfunnu a la chianura

e manna ‘nterra li sò raggi d’oru,

è ‘mbrillantata tutta la natura

pi chista Valli ch’è un veru tesoru.

 

Sta Valli di Virdura è  ‘na rarizza

ca fu pittata d’un granni pitturi;

all’occhi di li genti è ‘na biddizza,

cu sti  primizii è terra di l’amuri.

 

Limuna, aranci, fraguli e racina,

sù frutti ca la fannu ‘nvidiari,

vistuta a festa pari ‘na regina

ca ‘nta lu munnu nun ci nn’è a la pari.

 

     Stu solu accarizzatu di lu mari

     tutti li furastera fa ‘ncantari,

     e cu la sò lucenti primavera

     è vantu pi li genti di Ribera.

 

 

 

 STRATUZZA MIA

 Stratuzza mia tu sì tantu bedda

pi li casuzzi chini d’alligria,

pi li to’ sciuri avanti ogni vanedda,

pi l’aria ca d’attornu ti firria.

 

     ‘Ntempu d’estati, di sira a la friscura,

     cu tantu oduri comu in primavera,

     li vicineddi ‘nsinu a tarda ura

     stannu assittati a la vecchia manera.

 

Lu me passatu mi fai ricurdari

stratuzza mia d’un tempu chi fu,

quannu filici iu stava a jucari;

 

     ora canciavu, ma nun canci tu

     e ‘nvanu speru ‘nn’arreri turnari,

     ma lu passatu nun ritorna cchiù.

 

 

 

    VINITI A SICCAGRANNI

Viniti a Siccagranni,

ccà viniti !

‘nti st’acqua unni lu suli si spicchìa,

unn’è ca spira un ventu di sciroccu

ca ‘nti stu mari porta la magìa.

Viniti a Siccagranni e taliati,

ca l’aria è chiara

e l’acqua è cristallina,

‘nti st’angulu di paci e di misteru

ca incanta a tutti cu la sò marina.

A Siccagranni nasci ogni mumentu

un granni amuri,

quantu stu gran mari;

e ogni attimu d’amuri

è cosa granni

ca sempri cchiù Ribera

fa disiari.

Purtativi ‘na petra di stu mari,

pigliativi tanticchia di st’oduri,

‘na goccia d’acqua

e un raggiu di lu suli,

ca ‘nti lu cori

vi duvrà ristari.

E quannu c’è un mumentu

‘nti la vita,

ca vi pigliati di malincunìa,

viniti a Siccagranni

e lu surrisu ritornerà

e puru l’alligria.

 

 

 

PICCIOTTI DI RIBERA

Cu veni a visitari stu paisi

arresta ccà cu l’occhi stralunati,

pirchì s’incanta e ammira li surrisi

di sti picciotti beddi strati strati.

‘Sti fimmineddi schetti rivilisi

ca fannu taliari estasiati

beddi comu li rosi e li narcisi

sunnu lu vantu di chisti cuntrati.

Sù ‘na rarizza sti fimmini beddi,

u labbra di curadda assai lucent

ridiri fannu li nostri vaneddi

e smaniari l’occhi e anchi la menti.

Cu zagara adurnati li capiddi

 illuminati d’un suli splinnenti,

di chistu firmamentu sù li stiddi

ca brillerannu ‘ncelu eternamenti.

 

                                

UN BAMBINO MAI NATO

Aleggiare con lo spirito nel buio più buio

e mai arrivare alla luce;

vagare nel silenzio, aldilà dei sogni

e vedere il mondo che gioisce,

che soffre, che ride, che piange,

ma capire di non esserci dentro.

Com’è triste mamma,

vedere un prato tappezzato di bimbi felici,

che corrono festosi, che vivono,

e non vivere insieme a loro.

Com’è triste mamma,

intraprendere la via della vita

e mai raggiungere la meta.

Perché concepire un bimbo da amare

e poi inesorabilmente fermarlo ?

Perché mutàr sul nascere il destino ?

Crudele mistero !

Non senti più la voce sottile

che anelava nel tuo seno il tuo respiro ?

Perché ! perché hai detto no,

ad un fiore che voleva sbocciare ?

ad una nuova stella che voleva sorgere ?

ad una farfalla che voleva volare ?

Non so, ma ti perdono mamma, e un giorno forse,

in cielo lo vedrai il tuo bimbo perduto.

No, non ti odierò, non posso,

sei la mia mamma.

Lo so… sì lo so,

che non avresti voluto negare la gioia

e la vita ad una parte di te.

E un giorno forse, assai lontano,

ammantata di luce tra i pascoli del cielo

ti vedrò mamma,

e sarai il mio angelo

e anche tu mi vedrai

e mi amerai.

Lo sento, che solo allora tu capirai

e avvolgerai di amore immenso

il tuo bambino negato,

il tuo bambino mai nato.

 

 

  “ECSTASY”

Bagliori di luci a sprazzi

frustano a intermittenza

corpi al buio.

E qui e là sorrisi,

gioie, volti informi;

ritmi e suoni trascinanti

accompagnati da magiche illusioni.

E tu ragazzo godi, gioisci,

t’infondi d’energie

e non t’accorgi

che il buio è dentro  te,

nel tuo cuore,

nella tua anima, nella tua vita.

Fuggi ragazzo

dalle orrende notti,

dai  paradisi intrisi di terrore,

dall’ èstasi nemica

che ti uccide.

Non far rigar di lacrime

il volto di chi t’ama,

di chi per te ha gioito

e tu ora affliggi.

Lotta ragazzo e vinci,

per tua madre, per tuo padre,

per te stesso.

Scaccia quell’èstasi

ed esci  da quel buio che ti inebria,

da quel buio sempre più buio.

Torna ragazzo,

presto…..non tardare,

a riveder la luce della vita.

 

 

                   QUANTA INDIFFERENZA  !L’ultima briciola di luce quieta si spegne,per dare spazio alla notte;

e vaga il mio sguardo muto

nel buio e nel silenzio.

Irreale sincronismo

coi pensieri della mente,

 che anelano pace, amore,

e volti più sereni e  ridenti.

Immutato poi,  risorge il giorno

ma muta ogni speranza in delusione.

Ah ! quanta indifferenza per la vita,

per la morte,  per il mondo.

Cuori di pietra freddi, assenti,

sconoscono pietà e commozione.

Svanito è il senso ormai dell’intelletto

e spazio più non c’è per la pietà.

Cruente scie di fuoco si alzano

a fendere il cielo,

e illuminano solo paesaggi cupi,

e scene di morte e di dolore.

Colori irreali, uniti al sangue di tanti innocenti.

Quanta indifferenza  per una madre,

che allatta un bimbo ad uno scarno seno,

unto di lacrime e intriso di tristezza.

Quanta indifferenza,

per i tanti sorrisi spenti,

per i tanti popoli senza più identità,

per i tanti orrori di incomprensibili guerre.

Quanta indifferenza per i tanti occhi che piangono.

Quanta...quanta indifferenza !

 

          UN SONETTU PI LA PACI

Pueti, littirati, eccelsi menti,

puisii ‘nn’hannu scrittu chi sa quanti,

pi dari paci ad’ogni cuntinenti

e dibillari suffirenzi e chianti.

     Ah, si iu fussi un pueta di talentu !

     di versi ‘nni scrivissi tanti e tanti

     e l’affidassi all’ali di lu ventu

     pi distinalli a certi guvirnanti.

<<Livati odiu, guerri e ogni lamentu !>>

chissu iu ci dicissi sulamenti;

e l’urtimu disiu ca in cori sentu,

     è: <<dari gioia e surrisu a li ‘nnuccenti

e onuri e gloria all'omini sagaci,

ca vonnu PACI e sulamenti PACI.

 

 

        PACE, SEMPRE PACE

            (sonetto-acrostico)

Paci vol diri  “Amari ‘u munnu interu,

Aviri fratillanza tra li genti,

Cridiri ca la vita è un donu veru

E togliri la guerra di la menti.

 

Scupriri ca la paci è un gran misteru

E l’odiu e la violenza sù turmenti.”

Moriri, no, nun po’ chistu pinseru,

Paci vol diri “giusti sintimenti”.

Ricchizzi, ambizioni ed arruganza

E’ megliu cancillari ‘nta ‘na braci

Pi dari a chista terra l’esultanza;

A tutti ora dicu a taci maci :

C’avemu a fari un munnu d’uguaglianza

E po’ gridari a coru: <<PACI...PACI>> !

 

                   PACI

E’ paci quannu agghiorna e quannu scura

   e quannu chiovi o ‘ncelu c’è sirenu;

è paci quannu nasci ‘na criatura

e la matri la stringi ‘nta lu senu.

 

E’ paci quannu scansi una svintura,

quannu ogni omu pò suffrìri menu;

è paci quannu vinci la paura

e a tanti peni pò truvari un frenu.

 

E’ paci pi l’aceddi c’hannu l’ali,

pi un poviru ca trova  l’alligrìa,

e pi cu sopravvivi a tanti mali;

 

Gràpiti lu cori pi magìa,

anèla  paci, paci mondiali,

chi aspetti omu ? sèguila sta via !

 

TERRA AMATA

O terra mia tu sì tantu bedda,

pittata cu jardina e prati in ciuri,

cciai tanti frutti avanti ogni vanedda

e brilli ‘mmezzu a splendidi culuri.

Lu cori fai gudìri e ralligrari

e l’aria attornu è donu du Signuri,

li picciutteddi tu fai ‘nnamurari

e sì ‘na tila di un granni pitturi.

Quanti biddizzi cciai Ribera mia,

ca offri a rivilisi e furastera,

li pregi tò,  iu sempri li vurrìa :

estati, invernu, autunnu e primavera.

Di tutti quanti ogn’ura sì disiata

e di li figli tò… sì tantu amata  !

 

                      TERRA DI SICILIA

‘Na pala di ficudinnia spinusa,

‘na pagnuttedda di pani di casa,

‘na pampina di zagara adurusa,

‘na tavula di ficu sicchi rasa.

     ‘Na picuredda ca l’irbuzza annusa,

     un carritteddu ca tra lu fangu ‘ntasa,

     la terra nostra cu vesti di spusa,

     mentri lu suli l’accarizza e vasa.

 

           NATIA RIBERA

Ribera, quannu ‘nchiara la matina

e lentu lentu lu suli ‘ncelu acchiana,

sì bedda e ti circunna un’aria fina

ca si senti pi ‘nsinu a tramuntana.

 

     La valli tò di tanti frutti è china,

     ca sunnu vantu di scelti urtulani

     ca ti criaru stu regnu o Rigina,

     a sacrifici e a forza di mani.

 

Tu sarai digna di onuri e di vantu,

cara me terra in eternu si spera,

iu li tò lodi a lu munnu li cantu

pi lu tò incantu e la tò primavera;

 

     e pirchì vesti d’un sciurutu mantu

     iu t’amu tantu, natia Ribera.

 

 

O MIA RIBERA

Ribera è bedda, è bedda veramenti

è ‘na gran terra, ricca di misteru,

iu la dipingiu cu li sintimenti

e la offru a lu munnu tuttu interu.

 

Vistuta a festa pari ‘na regina,

la fama sò ‘nSicilia è propriu granni,

ci sù jardina,  suli e la marina

ca è canusciuta ormai in tanti banni.

 

Scurdamu si c’è quarchi strata rutta,

scurdamuni  si c’è quarchi difettu,

Ribera è bedda, è sempri bedda tutta

orgogliu è pi ogni figliu sò dilettu.

 

Nun ‘mporta si sù tanti ad emigrari,

pirchì nun c’è travagliu e c’è la crisi,

cu nesci prima o poi voli turnari

ca  nun si scorda mai chistu paisi.

 

Lassamu pi un mumentu l’amarizza

spirannu di iri sempri a migliurari,

sulu alligria vulemu e nò tristizza,

ca stu tesoru a tutti amà mustrari.

 

Iu la vulissi ogn’ura cchiù splinnenti,

cchiù rispittata e cchiù valurizzata,

‘na perla rara, un zaffiru splinnenti

comu ‘na picciuttedda ‘mprufumata.

 

Li pregi e li ricchizzi sunnu tanti,

c’è aria d’una eterna primavera,

amamula sta terra tutti quanti

chiamannula a gran vuci: - O mia Ribera !

 

Bedda Ribera, bedda a tutti l’uri,

farini un paradisu ognunu spera,

o terra d’oru, o terra di l’amuri,

sì bedda sì, sì bedda:  O mia RIBERA.     

          

21 maggio 2007

 

   

             A GIUSEPPE

            (acrostico)

Giuiusu, vispu e beddu sì arrivatu,

Intra ogni cori dunasti un sorrisu,

Un angilu di ‘ncelu t’ha purtatu,

Scinnutu apposta di lu Paradisu.

E ora iu nonnu sugnu addivintatu,

Provu gran gioia e ammiru lu tò visu;

Pi tia scrissi sti versi emozionatu

E li trasmettu a la <<CITTA’ DEL RISU>> .

 

Il neo nonno - 24 febbraio 2003

 

 

     

AUGURI  GIUSEPPE

(Sonetto-Acrostico dedicato al mio nipotino

Giuseppe Ciliberto per il suo 1° Compleanno)

 

Affetto, gioia e amore proprio immenso

Un dolce nipotino mi ha donato,

Giuseppe mio a te sempre io penso,

Unico fiore che mi hai incantato.

 Raro hai il sorriso, bello è il tuo visino,

 Infondi luce e sei uno splendore,

 Gioisce tanto il tuo caro nonnino,

 In mille modi ti tiene nel cuore.

 Un anno come il vento è già passato

 Semplice fiore intriso di purezza,

 E   mentre scrivo sono emozionato

 Perché ogni verso è una mia carezza.

Per te dal nonno: Auguri e lunga vita

E  a papà e mamma Una gioia infinita.

 

IL NONNO

Ribera, 24 Febbraio 2004 

 

 

 

    GABRIELE: Un dono d'amore

 (Acrostico dedicato al mio secondo nipotino)

Grande è la gioia per il lieto arrivo

Amor che tanti cuori hai rallegrato,

Bello hai il sorriso, splendido e giulivo,

Radioso è il tuo visino vellutato.

Immensa e grande gioia tu ci hai dato

E in special modo a mamma ed a papà,

Letizia a nonni e zii hai portato

E tutto attorno a te sorriderà.

Un dono vero hai fatto al fratellino,    

Nella sua vita l’aria hai profumato,

Da ora innanzi il vostro cammino

Orgoglio mi darà e vi sono grato.

Non so perché mi prende l’emozione

Ogni qualvolta osservo questo fiore,

Di certo provo intensa sensazione

Averti qui e sentire il tuo calore.

Meriti auguri e gioie in quantità,

Ogni fortuna e ogni felicità,

Raggio di sole, dolce più del miele,

E bello il nome tuo: GABRIELE.

 

                         Ribera, 15 Agosto 2004 

 

 

        DOLCE ATTESA

Che incanto, che magìa,  che meraviglia !

apprender la notizia già aspettata,

una gioia grande hai dato alla famiglia

che è in grembo, la creatura da te amata.

Un fremito e un disìo ognor mi piglia

e presto ti vorrei a me abbracciata,

felice marcerei per miglia e miglia

pur di vederti presto figlia amata.

Due angeli, due cuori, un gran tesoro,

sui quali riversare immenso amore,

due stelle luccicanti più dell’oro,

dalla tua pianta nasce un nuovo fiore.

Lo accoglieremo con festoso coro

gridando al mondo: - E’ nato Salvatore !

_____________________________

Scritta durante l'attesa di M.Luisa

 

 

    E’ NATO SALVATORE

 (dedica a Maria Luisa da parte del papà)

Felice io lasciai tutto il mio mondo

per ammirarti o figlia e starti accanto,

ad aspettar quell’angelo giocondo

che tu hai portato in te tra risa e pianto.

Tra ansia, tra speranza ed emozione,

col dolce desiderio sol d’amare,

quel volto che all’immaginazione

era un bel volto tutto d’ammirare.  

Ed ora è qui, tra chi ha tanto aspettato,

tra chi gli ha dato parte della vita,

tra chi ha gioito ed anche sospirato,

quando la sua vocina s’è sentita.

Il dono, il grande frutto dell’amore,

per  te e il suo papà… è Salvatore.

 

Sciacca 12 agosto 2010

 

 

 

MIRIAM, PICCOLO FIORE

Miriam è il nome tuo dolce angioletto

bellissimo com’è anche il tuo visino,

siam qui per darti tutto il nostro affetto

e star con te, stupendo tesorino.

 

Ora sei qui con noi e sei un diletto,

splendida rosa di un grande giardino,

venuta a profumare il nostro tetto

portando immensa gioia … “dono divino”.

 

Nel firmamento eri fulgente stella,

e sei arrivata come una magìa,

mamma e papà ti han fatta tanto bella,

di certo la più bella che ci sia.

“Ben arrivata” sei piccolo fiore,

grande sarà  per te… il nostro AMORE !

  Mamma e papà

______________________

Poesie scritte dal nonno

Giuseppe Nicola Ciliberto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il perché dei due nomi: Giuseppe e Nicola

 

Ho scritto tanto nella mia vita, di tutto: ricordi vari, di gente di ieri, di fatti e avvenimenti di oggi, di tanti momenti belli e brutti, gettati sulla carta,

spesso in una maniera del tutto estemporanea. Ho ripercorso momenti di vario genere e di varia natura: stati emotivi belli, tristi, drammatici,

emozionanti, di gente felice, di gente triste, di ieri, di oggi. Ho scritto, oltre a vari opuscoli e volumetti, anche un paio di libri, abbastanza

corposi e ricchi, per me molto importanti, accolti favorevolmente dagli amministratori comunali della mia città, che mi hanno dato l’onore

di patrocinarli e finanziarli per la pubblica fruizione. 

Ho raccontato gli usi, i costumi, le tradizioni della mia gente del sud.  Ho ricordato le mie passioni, scavando nei miei ricordi di gioventù

e parlando con gli anziani, che mi hanno dato tanto, fin quando che, le mie pur faticose ricerche, affrontate sempre piacevolmente,

hanno costituito materia prima per andare a riempire tante pagine bianche. Pagine, a volte sudate e sofferte, a volte portatrici di bellissimi

ricordi e di emozioni già provate e poi rivissute. Pagine che già in tantissimi hanno letto e che spero, in tanti in futuro,  potranno ancora leggere.

Leggere senza annoiarsi, sicuri di affrontare e gradire il mio modo di scrivere, molto semplice, quasi elementare, senza alcuna pretesa

letteraria, senza paroloni ricercati, per trovarci soprattutto, qualcosa di utile, di veramente importante. Leggere soprattutto, per accrescere la

conoscenza di un passato che, pur con tutte le miserie del tempo è sempre utile ricordare, per trarne il meglio e, possibilmente, con la non

celata speranza di poter affrontare con più consapevolezza l’incombente futuro. Ho scritto tanto dicevo e tanto ancora continuo a scrivere,

mai pago di quello che fino ad oggi fa parte delle mie modeste conoscenze.

 

I nonni paterni: Di Carlo Anna

e Ciliberto Sebastiano

 

Il nonno materno Macaluso Francesco,

deceduto a 26 anni durante la 1^ Guerra Mondiale

La nonna materna Di Carlo Carmela

 

Ma parallelamente a questa irrefrenabile voglia di raccontare la vita degli altri è cresciuta sempre

in me anche la voglia di raccontare i momenti della vita che ricordo sempre e che sono stati tanti.

I momenti brutti, ma anche quelli belli, che sono poi quelli che con più gioia mi piace riportare alla mente.

Non è stata mai, e mai sarà mia intenzione di dilungarmi inutilmente, raccontando la

quotidianità della vita, ma solo ed esclusivamente i miei momenti più importanti, quelli che mi sono rimasti

nei pur vaghi ricordi, ad iniziare da quando ero bambino, cresciuto senza mio padre, tra parenti affettuosi,

amichetti e amichette d’infanzia e amici di gioventù che mi chiamavano Nicolò,

il nome del mio carò papà, venuto a mancare solo due mesi dopo la mia nascita.

 

Permettimi solo, caro lettore, ammesso che tu ci sia, di iniziare questo mio racconto, in poche parole,

senza rischiare di annoiarti, ricordando il primo pezzetto della mia vita, purtroppo molto triste,

ma nello stesso tempo molto importante per me. Importante, poiché voglio raccontare che a quel tempo,

anch’io avevo avuto la ventura di nascere, come tanti altri erano nati, trovando un mio personale spazio

in questo mondo. Credo proprio che sia necessario riviverlo, sia pur molto brevemente, anche perchè,

da tanto tempo è stato nelle mie intenzioni di farlo, senza mai trovarne l'occasione. 

 

Ciliberto Nicolò (mio padre)

 

La mia famiglia nel 1938.

Francesco, Anna, Sebastiano, mia madre

e in braccio Carmela

Macaluso Maria (mia madre)

 

 

Comincio col dire, che sono nato sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, in un periodo

molto buio della nostra storia, in una famiglia di modeste condizioni economiche, ultimo di 5 figli

e con un padre, Nicolò, onesto lavoratore, che da solo, ha saputo badare al mantenimento e alla educazione

dei  figli.  Era una famiglia  relativamente felice la mia, almeno fino ad allora, cioè fino al momento della

mia nascita, avvenuta a Ribera, in pieno giorno, di quel sabato, 10 ottobre del 1942. 

Il parto, avvenuto nella nostra casa, sita nel quartiere storico di Sant'Antonino, come era in uso

a quei tempi, anche se con qualche inconveniente, era andato per il meglio  e quel piccolo che ero io,

è stato accolto con tanta gioia, da mio padre, da mia madre, dai miei due fratelli, dalle mie

due sorelle e dalla nonna materna, la mia adorata nonna Carmela, già vedova del nonno,

Francesco Macaluso, morto alcuni anni prima, a soli 26 anni, durante la Prima Guerra Mondiale.

Era stata una vera tragedia, ma sembrava, anche se non del tutto, quasi dimenticata. Un'altra tragedia

però, ancora più grande, era alle porte, come se il destino crudele aspettasse solo la mia nascita, per

accanirsi nuovamente e più spietatamente su di noi e su mia madre, per far cessare quella serenità che,

pur nella miseria di quell’epoca, ci dava a tutti tanta voglia di vivere e di vivere sempre in meglio.

Avevo solo due mesi e 10 giorni di vita, quando in quel giorno funesto del 20 dicembre del '42, mio padre,

a casa nostra, con una scala a pioli, era salito su un "sulareddu" (solaio) a soli due metri di altezza,

senza un parapetto di protezione, per tirare una cinghia di cuoio da sotto un mucchio di legna. 

 

A 2 anni con mia sorella Anna

dentro la Villa comunale di Ribera.

 

A 3 anni

 

1946 - A 4 anni, tra i miei fratelli:

Francesco e Sebastiano con i segni

del lutto per la morte di mio padre

avvenuta nel 1942.

 

Non volendo questa saperne di venir fuori,   s'è messo a tirare… a tirare...a tirare..... ma forse ha tirato

un pò troppo, con la tragica conseguenza che quella maledetta cinghia è venuta via di colpo !.......

Non mi sento qui, di descrivere nei dettagli ciò che quel giorno ha significato, non solo per mia madre,

per mia nonna e per tutti i figli, ma anche per l'intera cittadinanza del mio paese. 

Una banale e terribile caduta, da soli due metri di altezza, un terribile, inspiegabile incidente,

ha portato via a soli 41 anni, quell'uomo stimato e rispettato da tutti a Ribera, mio padre, quel Nicolò 

(molti lo chiamavano Niculà) che aveva decine di "cumpari e San Giuanni" (Compari di San Giovanni

si diventa quando si è testimoni di nozze). Se n’era andato per sempre quel grande

uomo, onesto lavoratore, che amava tanto la sua famiglia, che suonava la chitarra e il mandolino

e cantava anche durante le occasionali festicciole, allietando parenti e amici, piccoli e grandi. 

 

Quel giorno solo io, il “cacanido” (ultimo nato) non ho avvertito la grande tragedia, avevo soltanto poco più di

due mesi e... purtroppo non potevo capire. Mi hanno raccontato tante volte che durante i primi mesi

di lutto stretto nel quale si era chiusa mia madre, che aveva perduto il suo latte, venivo spesso prelevato da

amorevoli vicine di casa, che facevano a gara per allattarmi e, sovente mi vien voglia di pensare, che i miei

innumerevoli hobby e interessi vari possano derivare dal mio avido succhiare il frutto di tanti seni diversi, 

che mi hanno quasi costretto a trarre il meglio e, forse anche il peggio, dalle tante amorevoli donne

che mi hanno aiutato a crescere e a vivere.

Non ho avuto la fortuna di conoscerlo mio padre e tralascio i particolari di ciò che è allora successo e come

è continuata la vita dell'intera mia famiglia.  Io ero già scritto all'anagrafe con il nome Giuseppe, in segno

di rispetto ad un fratello di mio padre, ma da allora, tutti  hanno cominciato a chiamarmi Nicolò e da

grandicello Nicola, per ricordare sempre la memoria di mio padre, andato via così tragicamente

e così prematuramente.

 

La mia classe di 5^ elementare

nel Istituto San Calogero di Naro nel 1952

Io sono il penultimo con la giacchetta scura

nella fila centrale.

Io (a destra) in collegio a Naro nel 1952

 

Crescevo poi, amorevolmente assistito, e la famiglia, sostenuta anche con la povera pensione di guerra

di mia nonna che abitava con noi, tirava avanti come meglio non si potesse.

Ero per tutti "Niculineddu, lu cacanidu", non solo in famiglia, ma anche tra gli amici d'infanzia,

tra i vicini di casa. Il nome Giuseppe quasi non sapevo di averlo, fino a quando mi è stato fatto notare

a scuola, quando avevo già 6 anni, sia a Ribera che in collegio a Naro, dove non mi rendevo più conto

di quale fosse il mio vero nome. 

 

Prima tutti mi chiamavano Nicola, soprattutto in famiglia e tra gli amici di gioco e poi, improvvisamente

mi sentivo chiamare Giuseppe, dai compagni di scuola, dalla maestra,  dai preti del collegio e successivamente,

da grande, dai colleghi d'ufficio ad Agrigento. Quindi la mia vita è stata sempre caratterizzata dai due nomi 

Giuseppe e Nicola, per cui ho deciso di farli vivere entrambi. Il primo perchè è il mio vero ed unico nome

scritto all'anagrafe e su tutti i documenti: l'altro, Nicolò, anche se non scritto al comune, ma solo in chiesa,

aggiunto come secondo nome, in occasione del mio battesimo e al quale non rinuncerei mai, perchè lo porto

in memoria di mio padre, che pur non avendo conosciuto, tengo sempre nella mente fin dalla mia nascita.

Quindi, ora e per sempre, per la famiglia e per gli amici, sarò sempre : Giuseppe Nicola Ciliberto.

 

 RICORDI DI ALTRI TEMPI

 

In famiglia nel 1956

 

Ricordo spesso con un certo rimpianto, il periodo tra gli anni ’50  e ‘60 del secolo appena trascorso.

Erano altri tempi, sia per i grandi che per i ragazzi. Tempi molto più semplici di quelli di oggi, meno ricchi di occasioni

di svago ma non di giocattoli e divertimenti, per trascorrere i momenti liberi. I ragazzi di allora trovavamo

sempre il modo per trascorrere le giornate nella massima spensieratezza.

Tanti oggetti per il gioco ce li costruivamo da soli ed uno tra i preferiti era “lu moto pattìnu”,(monopattino)

sia a due che a tre ruote, o meglio  cuscinetti a sfera. Occorreva solo qualche tavola che era facile reperire

tra gli scarti di qualche falegnameria, i cuscinetti, che si potevano reperire dai meccanici e poi, un po’ di chiodi,

qualche bullone e tanta buona volontà e il divertimento era assicurato. Altri semplici giocattoli erano i cerchi

delle biciclette fatti ruotare con una semplice bacchetta di legno, gli archi e le frecce ricavate da vecchi ombrelli,

le trottole di varia misura, acquistate presso la bottega di carradori dei fratelli Millefiori e le “filecce”,

cioè le fionde ad elastici per tirare i sassi. Io ne costruivo sempre qualcuna

in più per qualche amico, purchè mi facesse compagnia durante le battute di caccia a lucertole e passeri

nelle periferie del quartiere di Sant’Antonino.

 

GLI ANNI DELLA SCUOLA

   Ribera - Scuola elementare "Francesco Crispi",

                    Classe 2a, A.S. 1949-50.

 

Da sinistra 1a fila (in alto):  Alfonso Casucci, Pietro Monreale, Baldassare Fidanza,

Ignazio Di Maria, Giuseppe D'Anna, Michele Guttaiano, Pietro Turano,

Emanuele Zabbara, Alfonso Re, Giuseppe Miceli, Antonino Marciante, Carmelo D'Anna.

2a fila (al centro): Filippo Calandrino, Antonino R. Di Leo, Giuseppe Arcuri,

Giuseppe (Nicola) Ciliberto, Vincenzo Licata, Pasquale Calandrino, Giuseppe Miceli,

Vincenzo Firetto, Pietro D'Anna, Giuseppe Buttafuoco;

3^ fila (in basso):  Giovanni Mule, Giuseppe Ganduscio, Angelo Scozzali,

Girolamo Nicastro, Paolo Modica, Ins. Margherita Palermo,

Antonino Di Leo, Domenico Di Benedetto, Andrea Abisso,

Vincenzo Puccio, Giuseppe Di Stefano;

 

 

 In mezzo alle strade si giocava spesso a li prigiunera”, “a li sordi spicci”, “a li mazzi”, “a la cannedda”,

a “l’une monti”“a la tortula”, “ a lu quatrettu”, “a li pumetta”, “ a lu campanaru”, ecc. 

Quando si riusciva ad acquistare una palla con qualche colletta, si andava anche a disputare qualche partitella di calcio

o una “sfida tra quartieri”, nella cosiddetta “Strata larga”, l’attuale Via Roma,  nelle Piazze Giulio Cesare, Sant’Antonino,

Villa Isabella e Verdi,

o davanti allo spiazzo del serbatoio idrico comunale, situato nella parte alta del paese.

Nelle giornate di freddo invernale si stava in casa, le donne a sbrigare incessantemente

(li surbizza di casa” (i lavori casalinghi), a rammendare le calze o gli abiti consumati dal troppo uso,

a preparare da mangiare, spesso in una cucina in muratura,

usando legna stagionata della quale ci si premurava sempre di tenere una buona scorta. Il riscaldamento

allora non esisteva ed era assicurato dalla carbonella infuocata, dentro un contenitore di metallo

con due manici laterali, comunemente chiamato “lu monacu” (il monaco), ma non era raro vedere qualche casa

con il classico caminetto a legna e la nonnina ad accudire i nipotini o lavorare all’uncinetto come si vede nel mio dipinto.

 

I grandi  trascorrevano il loro tempo libero nei numerosi circoli o bar, giocando a carte, fumando oppure

facendo i soliti quattro passi “chiazza chiazza” (nella piazza principale del paese). Non mancavano i “cuncumeddi”

(gruppi di persone), solitamente vicini di casa, che si sedevano fuori  a discutere del più e del meno

fino al calar del sole e  dove c’era sempre qualche anziano che raccontava la trama dei romanzi più famosi

o le avventure del bandito Salvatore Giuliano. Nei primi anni del 1950 hanno fatto la comparsa le prime radio, alcuni

anche con mobile bar e giradischi e poi è arrivata finalmente la televisione. Ricordo ancora che eravamo

all’incirca tra il 1954 e il 1956. 

I ragazzi di quei tempi, quando sentivamo parlare di televisione o di immagini che sarebbero apparse dentro la nostra casa,

stentavamo quasi a crederlo, non era possibile, ma alla fine siamo stati i testimoni diretti del grande cambiamento

che l’Italia stava attraversando.

Non c’è alcun dubbio: oggi è molto meglio di ieri, ma permettetemi una personale considerazione.

 

Sarebbe stato possibile raggiungere il benessere di oggi, senza l’impegno e il lavoro preparatorio di ieri ?

Credo proprio di no, per cui prepariamoci ad un futuro ancora migliore, senza dimenticarci però, anche

con una dovuta e comprensibile nostalgia, del nostro non rimpianto, ma pur sempre glorioso passato e

dell’immenso patrimonio culturale che generosamente ci hanno tramandato i nostri antenati e che noi

dobbiamo tramandare immutato, se non arricchito ancor di più, ai giovani di oggi e alle future generazioni.

 

Ho pensato di raccogliere i ricordi della mia infanzia, dei giochi, degli amici e di tanti momenti di vita trascorsa

nel mio quartiere di nascita, il più antico di Ribera che porta il nome di uno tra i santi più amati d'Italia: Sant'Antonino

Ricordo ancora con tanta nostalgia la mia fanciullezza tra gli anni '50 e '60 del secolo appena trascorso,

a giocare a piedi scalzi e in mutandine imitando i personaggi dei film di Tarzan, i giochi infantili:

a li prigiunera, a li mazzi, a la cannedda, a la vecchia, a l'une monti e tanti tanti altri che mano mano

inserirò in questo affascinante e nostalgico capitolo. Non dimentico mai i giochi con "la tortula", con il pallone

in Via Roma, comunemente chiamata la "strata larga", le frequenti escursioni in periferia, "a li cumuna",

nella zona Conceria ed anche ad una certa distanza, fino ad arrivare anche nella zona delle "Pirreri"

dietro la Villa Comunale, quelle di "Martusa" ed anche tra i ruderi del Castello di Poggiodiana.

Non c'erano allora i divertimenti e i giochi di oggi ma i bambini eravamo un pò tutti fantasiosi e molte cose

ce le creavamo da noi stessi. Non mancava mai la "fileccia" per andare a "caccia" di lucertole, di "passiature" (gechi)

o di passeri ed anche la "cciappula" (trappola), comprata con 10 o al massimo venti lire, che serviva

per catturare impietosamente i poveri uccellini, specie nelle bellissime giornate di primavera.

E' vero che erano altri tempi, ma il divertimento infantile non mancava proprio.

Molti erano i giochi con le figurine di attori, con scene dei film di Tarzan, di calciatori  e di ciclisti che tenevamo

in grande quantità giocandocele o a carte oppure a "sciusciari", cioè a soffiare sulle stesse che, venivano vinte

da chi riusciva a farle capovolgere con il soffio.

 

RISCOPRIRE Il PASSATO

(La mia prefazione al libro TRADIZIONI POPOLARI - Ribera ieri, Ribera oggi)

 

Per chi non ne sia a conoscenza, o per chi, più non lo rammenta, ricordo che negli Stati Uniti e precisamente nello Stato del South Dakota, esiste una montagna chiamata Rushmore, che ogni giorno è meta di visite turistiche di persone di ogni estrazione sociale e di ogni parte del mondo.

La principale attrazione di questa suggestiva montagna è quella di avere scolpite su una delle sue pareti rocciose, le gigantesche teste raffiguranti quattro tra i più importanti Presidenti degli Stati Uniti d’America: George Washington, Thomas Jefferson, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt. realizzate dal grande scultore Gutzon Borghun.

Insieme alle figure è scolpita anche la seguente enorme scritta, che rappresenta un grande messaggio per tutti i popoli della terra :

<<Un paese che non si ricorda del proprio passato è un paese senza futuro. La memoria è nei nostri spiriti>>.

Anche il notissimo scrittore, storico e giornalista italiano Indro Montanelli scriveva spesso:

<<Un popolo che ignora il proprio passato, non capirà nulla del proprio presente>>. 

Tutto ciò che è “Passato” è anche “Folclore”,  l’insieme di tutto ciò che è la vita di un popolo, l'essenza vitale del popolo stesso, la linfa che scorre nell'animo della gente, il modo più giusto ed appropriato per accrescere la conoscenza.

Folclore, detto anche "folklore" è un termine di origine inglese, che significa “Studio della cultura popolare” ed è nato dalla fusione delle due parole “folk” (popolo) e “lore” (dottrina) e quindi, “Dottrina del popolo”, o meglio “Conoscenza del passato”.

Gli studi del folclore sono iniziati nel 1878, ma il termine era già stato usato alcuni anni prima, e precisamente nel 1846 dallo studioso e letterato William J.Thomas.

La vita di un popolo e gli “usi e costumi” del passato si possono conoscere oggi, anche attraverso l’immenso patrimonio popolare di “detti”, “proverbi”, “indovinelli”, “scioglilingua”, “canti”, a noi pervenuto e dal quale si può prendere esempio in tutti i campi dello scibile umano.

Quale migliore fantasia, se non quella della gente comune, poteva produrre tanto materiale da costituire una  ulteriore ricchezza per il già ricco patrimonio culturale della Sicilia ?

Gente povera, lavoratori, contadini, spesso anche analfabeti, sono stati gli autori, che oggi hanno il merito di aver prodotto tanto materiale, qua e là raccolto e salvato per sempre.

Gente che spesso, ha conosciuto solo fame e miseria, sacrifici e privazioni di ogni genere, ma che pur ha saputo affrontare le ingiustizie e i problemi della vita, sorridendo per un simpatico scioglilingua o sentendosi appagata per aver creato qualche enigmatico indovinello.

E’ mio auspicio che tutti, specie le nuove generazioni, possano scoprire,  l'amore e l'interesse per tante manifestazioni e per tanti momenti di vita popolare, cercando di contribuire a loro volta a tramandarli ai posteri, in modo tale che, il passato, fonte di semplicità e di saggezza, non solo non vada mai dimenticato, ma venga anzi capito, apprezzato e ricordato negli anni a venire.

Chiedo venia per una non prevista “auto citazione”, ma reputo necessario ricordare che, dopo la mia Prima raccolta di Canti e Feste popolari intitolata “LA STRINA” del 1991, grazie, ancora una volta, al Patrocinio del Comune di Ribera, ho avuto la grande soddisfazione di stampare nel 2000 anche un secondo e più corposo volume dal titolo “TRADIZIONI POPOLARI – Ribera ieri, Ribera oggi”, che, sono nati entrambi da un immenso amore per la storia di più antiche generazioni .

Il costante, a volte faticoso, ma sempre appassionato impegno e i tanti piccoli e grandi sacrifici, oggi mi ripagano ampiamente, con l’apprezzamento da parte di tanta gente, ed ancor più di giovani studenti ed insegnanti, che in questi semplici libri hanno trovato, se non tutto, almeno qualcosa che li fa avvicinare sempre più alla natìa e amata Ribera, facendo loro riscoprire il bello e il meno bello del nostro glorioso passato.

 

COME SI GIOCAVA NEGLI ANNI ‘50

Non lo avrei mai immaginato, ma il mio sito internet,  dopo circa sei mesi che si trova in rete, risulta essere visitato oltre

che da italiani d’Italia, anche da connazionali sparsi in varie nazioni del mondo, come gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina,

il Brasile, la Germania, la Spagna, la Francia, il Belgio e di recente perfino l’Australia.

Per il sottoscritto non poteva giungere gratificazione maggiore di questa: sapere che il lavoro svolto, che quasi

giornalmente viene integrato di notizie sulla Ribera di oggi, viene visto da qualcuno.

Molte sono le manifestazioni di stima e di gradimento per ciò che nel sito stesso è stato inserito e tantissime sono

le lettere che pervengono al mio indirizzo di posta elettronica.Fino a qualche anno fa, ero quasi profano

di tutta questa tecnologia moderna che, a quelli non più giovani, come a tanti altri della mia età, ci obbliga a convivere

con i Computer, con i telefonini e con le macchine digitali ultra sofisticate, che farebbero girare la testa a chicchessia.

Spesso si  è costretti a ricorrere all’aiuto di figli e anche di nipoti per capire qualcosa e per giunta, i giovani di oggi,

che forse hanno pure ragione, ci definiscono arretrati, nostalgici, fuori del tempo e quindi non

in grado di capire e destreggiarci con i modernissimi marchingegni della vita moderna.

 

 

 

 

 

Varie immagini del periodo dell'adolescenza

 

Ma con la mia notoria testardaggine, la mia grande passione e con l’aiuto di libri, opuscoli e roba varia,

sono in qualche modo, riuscito a carpire quel minimo indispensabile che mi permettesse di entrare in quel variegato

e complesso mondo di INTERNET. E questo soltanto per soddisfare il mio desiderio di avere un sito tutto mio,

dedicato principalmente a Ribera,  dove poter immettere tutto quello che può risultare utile a qualcuno, in special

modo proprio ai giovani, che potranno avere modo di conoscere anche il passato e la storia che fu dei loro padri

e dei loro lontani antenati.  Ah, se sapessero, o immaginassero minimamente come ci si divertiva e si giocava,

appena una cinquantina di anni fa. Non ci crederebbero, che in molti non avevamo nemmeno i giocattoli e ce li

dovevamo costruire da noi. La mia aspirazione da bambino era molto “ardita”; pensate che in contrapposizione alla

volontà di mia madre che voleva a tutti i costi che a differenza degli altri due fratelli e due sorelle, prendessi un  diploma,

io rispondevo che da grande avrei fatto… il falegname. Proprio così, il falegname, perché mi piaceva costruire da me

i giocattoli. Poi non è stato così, perché ha vinto mia madre, che con il suo amore, la sua volontà

e il suo impegno a spronarmi e ad aiutarmi nello studio, il tanto desiderato “pezzo di carta”, che poi è stato un semplice

diploma di geometra,me lo ha fatto prendere. Ed è stato nel 1963, ad Agrigento, perché a Ribera l’istituto tecnico

era sorto da poco con la sola prima classe e i primi diplomati sono usciti, credo, tra il ‘67/’68.

Come dicevo, oggi per non far disperdere la memoria di quel lontano passato, ho pensato di raccogliere nel sito,

i ricordi della mia infanzia, dei giochi, degli amici e di tanti momenti di vita trascorsa nel mio quartiere di nascita,

il più antico di Ribera, il quartiere di Sant'Antonino. 

 

Ricordo ancora con tanta nostalgia la mia fanciullezza tra gli anni '50 e '60 del secolo appena trascorso, a giocare

a piedi scalzi e in mutandine “a lu chianu di Sant’Antuninu”, imitando i personaggi dei film di Tartan.

Ricordo  i tanti giochi infantili: a li prigiunera, a li mazzi, a la cannedda, a la vecchia, a l'une monti

e tanti altri,che nel loro insieme costituiscono un capitolo affascinante e nostalgico del nostro passato.

Non dimentico i giochi “a li pumetta”, con "la tortula", o le partite a calcio in Via Roma, comunemente chiamata la

"strata larga", con palloni a volte costruiti con stracci. Non dimentico le frequenti escursioni in periferia,

"a li cumuna", “a la stazioni”, “a Santa Rosalia”, nella zona Conceria ed anche a notevoli distanze,

fino ad arrivare anche nella zona delle "Pirreri" dietro la Villa Comunale, quelle di "Martusa" ed anche tra i ruderi

del Castello di Poggiodiana. Non c'erano allora i divertimenti e i giochi di oggi ma i bambini eravamo un pò tutti

fantasiosi e molte cose ce le creavamo da noi stessi. Non mancavano mai le "filecce" per andare a "caccia" di lucertole,

di "passiature" (gechi) o di passeri ed anche “li cciappuli" (trappole), gli archi e le frecce  

con le aste dei vecchi ombrelli o i cerchi di biciclette per farli rotolare in strada con una bacchetta di legno.

E' vero che erano altri tempi, ma il divertimento infantile non mancava proprio e qualche

bel gelato o una forma di “grattatella” con sole 10 lire, la compravano dal gelataio ambulante.

Molti erano i giochi con le figurine di attori, con scene dei film di Tarzan, di calciatori  e di ciclisti che tenevamo

in grande quantità giocandocele o a carte oppure a "sciusciari", cioè a soffiare sulle stesse che, venivano vinte

se si riusciva a farle capovolgere.

 

PITTURA: Una grande passione

 

La mia passione per il disegno è nata negli anni ’50 del secolo appena trascorso, precisamente tra il 1955 e il 1957, durante i tre anni che mi videro frequentare

la Scuola Media Vincenzo Navarro, allora ospitata al piano terra dell’attuale Municipio

di Ribera. Era Preside il Prof. Giuseppe Ciancimino e il mio insegnante di disegno

era il Prof. Giovanni Bucalo, al quale devo molto per avermi guidato e stimolato nella sua materia, per la quale mi riteneva un alunno attento, impegnato ed in grado di ottenere

nel tempo buoni risultati ed un probabile successo nel campo dell’arte.

Non è stato sicuramente così, se per successo avesse inteso riferirsi al raggiungimento

di  una certa fama, che per la verità non ho mai cercato.

Di raggiungere traguardi, sicuramente non è mai stato nelle mie intenzioni, ma una cosa

è più che certa che, quel suo imput mi è servito tanto a continuare, oltre che nel disegno e la pittura, anche in tante altre forme d’arte, che fino ad oggi hanno sempre occupato gran parte del mio tempo libero appagandomi non poco. 

Il Prof. Bucalo, oltre ad affiggere spesso, sulle pareti delle aule o dei corridoi i miei disegni, a volte mi portava con sé per tenergli il cavalletto o la scatola dei colori, quando andava per le strade di Ribera, specialmente nel mio quartiere di S. Antonino, per dipingere dal vero persone, animali e scene di vita popolare. Io ne ero entusiasta e lo seguivo sempre con grande interesse, rubacchiando la sua maestrìa, sbirciando curioso tra i suoi arnesi  di lavoro e  cercando di carpire i tanti segreti della sua arte.

Crescendo, la passione per il disegno è via via aumentata e non è stato per caso se ho scelto di continuare gli studi presso l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento, dove nel 1963 ho conseguito il sospirato diploma di Geometra, che mi ha permesso di vincere nel 1970 a Roma, un Concorso Nazionale a 12 posti per Disegnatore al Genio Civile,  cambiando letteralmente la mia vita.

Nel campo artistico sono sempre stato un autodidatta, leggendo libri , monografie, vite ed opere di grandi pittori con la non celata speranza di imparare sempre qualcosa, studiando le tecniche e i vari stili pittorici. Nel contempo ho cercato anche di essere me stesso, sbagliando anche, ma riuscendo il più delle volte ad ottenere lusinghieri consensi di pubblico ed anche discrete vendite, nelle varie mostre che sono riuscito ad organizzare in diversi paesi.

La mia prima personale l’ho tenuta in un capannone della Villa Comunale di Ribera,  in occasione della 2^ Fiera Mercato del 1968.

Da allora e sempre nell’ambito della Provincia di Agrigento, ho tenuto almeno 25 Mostre personali, partecipando anche a numerose collettive che, per me hanno costituito un grande orgoglio, anche se non ho mai pensato lontanamente di andare oltre il mio habitat naturale che è stato sempre a Ribera e provincia.  

 

 

 CON LA “PINTAIOTA”  AL MARE DI SECCAGRANDE

La vecchia “pintaiota”, come comunemente veniva chiamata in stretto dialetto riberese era sempre lì, puntuale, ad aspettare l’orario della partenza,

sotto lo storico “speziu” di Piazza Duomo. Erano tante le corse giornaliere per la spiaggia di Seccagrande, raggiungibile percorrendo un strada provinciale

lunga pressappoco nove chilometri, in parte asfaltata con bitume e con vari tratti in terra battuta, specie nella parte finale in discesa presso la contrada Camemi.

Negli anni ’50 e fino ai primi anni del 1960 non c’erano ancora case abitate lungo il percorso, ma solo qualche vecchio casolare diroccato qua e là,

circondato da rigogliose piantagioni di mandorli, olivi, vigneti o da vasti campi di pomodoro o carciofi. Il vecchio autobus era il mezzo più comodo per andare

al mare, ma non mancava chi vi si avventurava con gli ultimi carretti siciliani ancora in funzione, per l’occasione carichi di tende per costruire le “logge”,

unitamente a sedie, tavoli, masserizie varie e qualche bella camera d’aria di autocarro già bella e gonfia che sarebbe servita

ai meno esperti di nuoto.  Non era raro neanche che si vedessero gruppi di giovanissimi

fare la strada a volte in bicicletta o addirittura a piedi, rassegnati del fatto che, oltre a possedere pochi soldi in tasca,

erano pochissime le occasioni di trovare un provvidenziale passaggio.

 

Al fiume Verdura con due amici:

Alfonso Terranova e Santo Piazza.

Ribera, Fiume Verdura:

Imitavo la canzone "Volare" del grande

Domenico Modugno, che aveva vinto il Festival

di Sanremo del 1958.

Seccagrande, inizi anni '60

Da sinistra: Angelo Pasciuta, Gioacchino Misuraca,

G.N.Ciliberto, Pietro Pasciuta,

In basso: Antonino Colombo e Vincenzo Noto.

 

Stiamo parlando di un periodo, oggi quasi dimenticato, quando molti giovani e numerose famiglie non possedevamo

ne la televisione, ne tantomeno la sospirata automobile, che fosse anche la più piccola, come la giardinetta Fiat 500

o le prime versioni della 500, 600 e 600 multipla, che poi hanno aperto la strada alle più “potenti” Millecento, Milletre ,

Lancia Appia e alle mitiche Giuliette e Giulie dell’Alfa Romeo. Nel periodo estivo, ogni anno, dai primi di giugno a metà settembre era un

continuo viavai di pulmann, le classiche “pintaiote” della Ditta Lumia, che andavano e tornavano

dalla nostra più frequentata località balneare, dove, a poco a poco cominciavano a sorgere le prime case unifamiliari

e le prime caratteristiche ville circondate da giardini.

 

Noi giovani di allora, con il costume da bagno già indossato e con in mano la sola asciugamano, conoscevamo molto

bene gli orari delle partenze mattutine e ci recavamo numerosi al capolinea per partire verso il divertimento assicurato per quasi l’intera giornata.

Stesse scene si ripetevano a Seccagrande nel tardo pomeriggio, nel lungomare per ritornare in paese, mentre era costantemente affollato

di gente il lungomare che arrivava si e no dove attualmente c’è la caratteristica lingua di sabbia. A tarda sera, dopo i bagni della giornata erano

sempre in molti che facevano delle rilassanti passeggiate in attesa di risalire sulla provvidenziale “pintaiota”, quasi sempre affollata.

 

Allora c’era lo chalet di Greco, una robusta impalcatura in legno, costruita per metà in mezzo al mare, dove tutti

facevamo sosta per gustare un buon gelato, giocare con i bigliardini o per ascoltare le canzoni più in voga in quegli anni

con i modernissimi Juke Box. Erano gli anni di Gianni Morandi che lanciava “La fisarmonica”  “In ginocchio da te”,

"Non son degno di te”, o di Rita Pavone con “Cuore”, “Il ballo del mattone” o ancora  di Adriano Celentano che

imperversava con la sua “Storia d’amore”,  “Il ragazzo della Via Gluck”,. “Il tuo bacio è come un rock” e tanti

altri famosi cantanti, che ancora oggi, anche i giovanissimi conoscono bene.

La giornata trascorreva sempre nella massima allegria e divertimento, intervallando vari bagni e nuotate con qualche

ora sdraiati al sole e qualche pausa pranzo, mangiando un bel panino con la mortadella acquistato sul posto,

quando da casa non ci si portava nulla.

Non c’erano allora le pizzerie, non c’erano i ristoranti, non c’erano neanche i paninari di oggi che si piazzano

nei punti strategici del lido seccagrandino vendendo panelle, milza, salsiccia e patatine fritte.

Comunque il necessario si riusciva sempre a trovarlo e con poche lire si trascorreva una bella giornata, ritornando

a Ribera molto appagati e con il proposito di ritornare all’indomani.

 

 

LA MIA VITA MILITARE

La partenza: 7 Aprile 1964 (Martedì)

La cartolina precetto per la chiamata alle armi, l’ho ricevuta a casa il 9 marzo u.s.  Sulla stessa era indicato che avrei

dovuto presentarmi nella destinazione assegnatami il 9 aprile 1964.  Da quel giorno non ho avuto altri pensieri nella mente

che quelli della partenza. I miei discorsi preferiti con gli amici avevano sempre come argomento la vita militare e, spesso

mi soffermavo a discutere, preferibilmente, con amici che già il servizio militare lo avevano prestato, per sapere tutto

o quasi di ciò che anch’io avrei dovuto iniziare a provare quanto prima.

Sapevo, ed ero ben convinto che non sarei andato certamente in villeggiatura, ma non vedevo lo stesso l’ora di partire,

tanto prima o poi avrei dovuto affrontare quel periodo di “Servizio alla Patria” che la gran parte dei giovani della mia età ,

desiderio di partire, che non quello di farla franca, o meglio di “scacagnarimilla”, come si usa dire in dialetto riberese.

Forse era la mia innata curiosità, forse la voglia di conoscere altra gente, altri luoghi, altri modi di vivere, ma desideravo veramente di fare il servizio militare. A tal proposito mi ritorna in mente quel momento di due anni prima, quando

a Palermo, durante la visita di leva, presso l’ Ospedale Militare di Corso Calatafimi, cercavo di gonfiare il torace per paura

che una misura troppo esigua avrebbe potuto farmi riformare. Ricordo bene che l’addetto alla misurazione, non so se era un medico o un infermiere, mi aveva richiamato, dicendomi di non inspirare aria e di stare in perfetto rilassamento. In ogni modo, anche se ero di corporatura alquanto esile e cioè, circa 63 Kg. per un’altezza di mt.1,72, le mie misure e le mie generali condizioni fisiche,  erano state sufficienti a farmi dichiarare idoneo.

Dopo quasi un mese di trepidante attesa, finalmente il tanto “desiderato” giorno della partenza è arrivato.

La mia destinazione indicata sulla cartolina era la seguente:

 84° Rgt. Ftr. (C.A.R.) Distaccamento di Pistoia. L’Arma specialità era: Art. camp. D.A.T.  A.V. - Gruppo di specializzazioni ed incarichi: 3/O.  Inoltre sulla cartolina vi era scritto: “Dichiara parente B”.

Essendo la mia data di nascita il 10/10/1942, avrei dovuto essere chiamato alle armi nel mese di Luglio 1963,

ma ciò non è stato possibile poiché in quel periodo stavo sostenendo gli esami di maturità per conseguire il Diploma di geometra presso

l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento. Qualche tempo prima avevo fatto la domanda al Distretto Militare per un rinvio e così ho

dovuto aspettare le successive partenze.

 

Ero certo comunque che sarei partito con il contingente del mesi di  novembre 1963, ma non so per quale motivo non avevo ricevuto la chiamata.

In seguito, da informazioni assunte presso il Distretto di Agrigento avevo saputo che sarei partito con il Primo scaglione del ’64,

cioè nei primi di Marzo, ma la partenza, a causa delle festività di Pasqua è stata ancora rinviata ai primi di Aprile.

 Il “fatidico amato giorno” della partenza, per dare inizio a quei “temuti ma desiderati” quindici mesi

di “naja” era arrivato.  Ora bisognava solamente prepararsi a  partire ed affrontare i quindici mesi di naja.

Il sottoscritto militare con in mano una armonica a bocca.

Foto ripresa al C.A.R di Pistoia nel 1964.

 

LA MIA PASSIONE PER LA MUSICA

I primi approcci con la musica e le note musicali li ho avuti durante la permanenza in Collegio, all'età di circa 10 anni, precisamente

presso l'Istituto San Calogero di Naro, dove avevo frequentato le classi quarta e quinta elementare e superato gli esami di ammissione

per accedere successivamente, tornando a Ribera, nella Scuola Media "Vincenzo Navarro", ospitata allora dentro il Palazzo comunale.

In quel periodo ero venuto in possesso di un piccolo xilofono con 8 tasti dal quale ad orecchio, servendomi di un piccolo bastoncino

con pallina in legno, riuscivo a suonare dei motivetti allora molto in voga. Ricordo che la canzone che mi piaceva di più e che riuscivo ad

eseguire bene era "Papaveri e papere" .  Altre canzoni simili riuscivo ad eseguirle, senza capire come, con un organetto che credo mi avesse

portato mia madre in una delle sue visite nel collegio. Insomma, la passione è nata quasi per caso e da allora, crescendo ho scoperto sempre

di più di avere un certo orecchio musicale ed ho  desiderato sempre di più, senza mai volere studiare musica, di cimentarmi in

molti altri strumenti quali la chitarra, il mandolino, il marranzano,  per arrivare infine all'organo elettronico, molto in voga tra i complessi degli

anni '60 e 70 del secolo scorso, del quale avevo imparato da solo tutti gli accordi, trasportando le note che già conoscevo sulla chitarra.

Dopo solo un paio di mesi dalla fine del servizio militare sono subito entrato a far parte del mio primo vero complesso musicale. 

I miei ricordi personali si riferiscono principalmente al periodo che va dal 1965 in poi, quando sono entrato a far parte del “Complesso Azzurro”,

chiamato direttamente dal Maestro Ignazio Marino che, casualmente passando vicino a  casa mia, mi ha visto seduto fuori in strada a strimpellare

con la mia inseparabile chitarra: un modello classico acquistato nel 1959, presso la fabbrica "Estudiantina" di Catania,

al prezzo di lire 7.500 oltre le spese di spedizione. Così dopo un pò nacque la mia prima chitarra elettrica Eko con relativo amplificatore Binson

da 20 Watt, che allora erano il massimo che un ragazzo, appassionato di musica quale ero io, potesse desiderare.

I componenti del predetto complesso, già molto impegnato in matrimoni, trattenimenti vari e feste danzanti, era composto dal Maestro

Ignazio Marino al sax tenore,  Matteo Tornetta al sax contralto, Ignazio Maraventano alla chitarra solista, Vito Favarò alla batteria

e Tony Tortorici alla chitarra basso. Per poco tempo era rimasto con noi anche Gaetano Termine che suonacchiava un organo elettronico

dei primissimi modelli, ancora non abbastanza sofisticati come quelli che sono stati costruiti in quegli anni. 

Ma il Termine, per motivi suoi personali ha lasciato subito il complesso, per andare a lavorare all'estero e cosi il sig. Marino ha pensato

di rimpiazzare l'organo con una seconda chitarra, chiamandomi direttamente a far parte del suo complesso.  A cantare era Tony Tortorici,

soprannominato simpaticamente “’Ntoni Vuccuzza” e di tanto in tanto anche il nostro batterista Vito si cimentava nel canto di brani

che richiedevano un’ampia estensione della voce.

 

Io (il primo a sinistra con il banjo)

con il Gruppo Folkloristico Val d'Akragas

alla Sagra del mandorlo del 1963.

 

 

1970 - Con il Gruppo folkloristico

"Città di Ribera".

 

Ribera 1966 - Complesso Azzurro.

Da sinistra: Matteo Tornetta, Ignazio Marino, Ignazio Maraventano, (nascosto alla batteria

Vito Favarò), Maria Randazzo, Tony Tortorici,

G.Nicola Ciliberto.

 

Dopo circa un anno di piena attività, il “Complesso Azzurro” ha cambiato nome ed anche qualche elemento. Infatti ha adottato un nome più modernizzato

“Le perle azzurre” e sono entrati Mimmo Poggio con la tromba al posto di Matteo Tornetta, emigrato negli Stati Uniti e

Ottavio Presti al posto di Ignazio Maraventano che, per le sue spettacolari esibizioni con la sua formidabile chitarra era stato adocchiato

dal Complesso dei “Cardinali” che, praticamente se lo sono accaparrato. Ma il virtuoso Ignazio non è rimasto per molti anni con i

Cardinali perché anche lui è dovuto emigrare in America dove oltre al suo normale lavoro ha trovato posto anche in

 una orchestrina locale composta da musicisti italiani.

 

 

 

Un'altra interessante esperienza è stata quella con il Gruppo "Folk-Cabaret Sicilia Canta, Sicilia Frana"

che dopo avere proposto per  un paio di anni presso l'emittente locale Radio Torre Ribera,

un seguitissimo programma a cadenza settimanale, ha continuato poi per circa 10 anni tenendo

spettacoli inogni parte della Sicilia, coronando la bella esperienza anche con una tourneè di una

settimana in Germania, tra gliemigrati riberesi e non di Colonia. La foto è stata ripresa in Germania 1979 -

Da sinistra:Io (mandolino), Giuseppe Smeraglia (chitarra), Vincenzo Ruvolo (chitarra basso),

Enzo Argento (chitarra).

 

 

 

Verso il 1967 è avvenuta la separazione di alcuni elementi delle “Perle Azzurre” dal maestro Marino, in quanto si era

venuta a creare la possibilità di formare un nuovo complesso formato tutto di giovani dai venti ai 25 anni e introdurre l’organo elettronico.

Così è nato il mio nuovo gruppo musicale con il nome “Gli Arcangeli”, fomato in un primo tempo dal sottoscritto,

passato dalla chitarra all’organo elettronico, da Mimmo Poggio, Pino Coniglio, Vito Favarò, Ottavio Presti

e Tony Tortorici con inserimenti successivi di altri elementi.

 

Ribera 1967 - Con il Complesso

"Le perle azzurre" (io sono il penultimo conla chitarra)

Ribera 1969 - Io all'organo con

il Complesso "Gli Arcangeli".

Ribera 1978 - Io (mandolino) e Lillo Zito (chitarra) durante uno spettacolo alla Villa comunale.

 

Dello stesso gruppo degli Arcangeli, in tempi diversi hanno fatto parte anche i fratelli Di Dio di Cattolica Eraclea,

Giovanni alla batteria, Paolo al sax e Giulio eccellente trombettista, passato dopo circa un anno in una prestigiosa orchestra diretta da Luciano Fineschi

che si esibiva spesso in televisione. Anche Paolo Borsellino con la sua voce e la sua tromba

per un certo periodo è stato un componente del Complesso Gli Arcangeli e dopo l’uscita del sottoscritto, trasferitosi ad Agrigento nei primi mesi del 1971

per motivi di lavoro, vi hanno fatto parte anche Giuseppe Smeraglia alla chitarra e Francesco Zito all’organo.

 

Ribera 1990 - Con il Gruppo folk "Cantafolk '90) . (Io sono l'ultimo a destra con il mandolino).

 

Ci vorrebbe molto spazio e molto tempo per raccontare quanti e quali gruppi musicali si sono succeduti in quegli anni, rimasti ancora vivi nei nostri ricordi e,

non volendo fare torto a nessuno, cito sommariamente i gruppi che per certi versi sono stati protagonisti nel panorama musicale riberese.

 

 

IL MIO MAGICO MANDOLINO

Quanti ricordi, quanti bei momenti trascorsi con il mio magico, stupendo, eccezionale mandolino. 

Quante musiche popolari da esso sono uscite per allietare grandi e bambini, quante note maestose hanno

scandito le meravigliose musiche che esaltano la Sicilia. Che gioia per me essere stato l’esecutore di tanti brani

che in gioventù avevano catturato la mia passione di ascoltatore e poi essere io stesso ad eseguirli, a inciderli

su dischi, musicassette e CD.

Spero tanto che se non per me stesso, i tanti brani che da esso sono usciti facciano la gioia di chi li ascolterà anche in futuro

e soprattutto facciano dire domani ai miei cari nipotini che il nonno ha amato veramente la musica siciliana e l’ha anche eseguita.

Come non essere felici ed entusiasti pensando alle note di "SCIURI SCIURI" , di "VITTI ’NA CROZZA", "SI MARITAU ROSA",

"LA CAMPAGNOLA", "COMU SI LI CUGLIERU LI BEDDI PIRA", "SICILIA BEDDA" "ABBALLATI ABBALLATI"ed altri ancora,

non escluse le tantissime tarantelle, polke, mazurche  e contradanze per far ballare e divertire tanta gente.

Ancora oggi il mio mandolino è uno dei migliori, prodotti dalla rinomata liuteria di Carmelo Catania di Mascalucia, un paesino ai piedi dell’Etna, dove circa 30 anni fa sono andato a prenderlo direttamente.

Ho suonato tanto e in tanti complessi musicali: la chitarra ed anche l’organo, ma lo strumento che più di tutti mi ha dato le migliori soddisfazioni

è stato proprio il mandolino, che è quello rappresentato in un mio dipinto (vedi foto a sinistra). Il vecchietto dal viso nostalgico lo immagino

come se  fossi io stesso, quando sarò ancora più vecchio, anche  se con la speranza di non invecchiare mai  e con la mia crescente voglia

di donare ancora un po di buona musica siciliana a tutti coloro che avranno la bontà di ascoltare il dolce suono di uno strumento che nel mio cuore

ci resterà per sempre e le mie dita sempre vorranno accarezzare.

 

IL PRIMO INCONTRO CON MARIUCCIA

Avevo già preso servizio il 15 aprile di quell’anno 1971, presso l’Ufficio del Genio Civile di Agrigento.

Mi sembrava di toccare il cielo con tutte e due le mani, tanto mi sentivo felice e sicuro di poter andare incontro ad una vita

senza problemi economici. Un posto statale in quell’importante palazzo di Agrigento era stato da sempre il desiderio

di mia madre, che una volta, trovandoci proprio in quella cittadina, quando ero da poco diplomato geometra, mi aveva detto : - Come sarebbe bello se un giorno tu potessi entrare e lavorare in quell’Ufficio. Il desiderio di mia mamma

ed anche il mio si erano avverati, appena 8 anni dopo aver terminato gli studi e dopo aver vinto un concorso nazionale

a 12 posti, recandomi addirittura a Roma presso il Ministero dei Lavori Pubblici. Il concorso era per Disegnatore /Geometra

ed io mi sentivo di far bene, visto che il disegno era la mia principale passione. 

 

Ribera 1971: Da poco fidanzato

con Maria Tornetta

 

Non ci avrei creduto a superare quel difficile concorso, ma ci speravo tanto e il mio piccolo miracolo ed il grande desiderio mio e di mia madre,

si erano avverati. Sapevo già di dover prendere servizio a metà aprile, quando quella sera al bar avevo salutato Maria, la sorella del mio amico

e collega nel complesso musicale.

 

Lei era partita due anni prima per l’America ed improvvisamente era tornata per un viaggio di piacere, assieme al solo padre. La sua visione mi aveva quasi accecato, mi aveva impressionato quasi, di quanto era tornata bella, luminosa, con i suoi meravigliosi occhi azzurri che brillavano di luce propria, al centro di un delicato trucco che mai prima ricordo, che avesse adoperato. I due anni oltreoceano l’avevano talmente cambiata, che mi sono meravigliato di non essermi mai accorto prima, di quanta bellezza c’era dietro a quella semplice ragazza, vestita in maniera molto “alla paesana” e sempre senza trucco.

 

Eppure era la stessa ragazza, la sorella del mio grande amico Matteo, con il quale per almeno 4 anni ci siamo frequentati, quasi giornalmente,

vuoi per motivi inerenti l’attività musicale, vuoi per soli motivi di amicizia, in quanto tutte le sere eravamo soliti con altri amici ritrovarci tutti al bar. 

Non mi aveva mai sfiorato l’idea di rivolgere un pensiero a quella sua sorella, chiusa sempre in casa e che avevo vista pochissime volte.

 

I 3 figli Silvano (1972), Maria Luisa (1976)

e Alessandro (1974)

 

Ma quella sera, la mia presenza dentro il bar, la sua venuta assieme allo zio per fare una telefonata, quel saluto ammaliatore con tanto di bacio,

sono stati gli elementi che hanno determinato una svolta decisiva e radicale nel percorso della mia vita. Prima di incontrare lei, non era nelle mie intenzioni

fare un fidanzamento ufficiale subito dopo essermi messo al lavoro, ero felice del concorso vinto e avevo programmato di godermi per

qualche anno e con un reddito sicuro, la mia gioventù, senza pensieri e legami di alcun genere. 

 

 

Non è stato così invece, per niente, perché il mio destino era segnato e quell’anno, l’indimenticabile  1971, quando avevo 28 anni, è stato forse

il più importante della mia vita, naturalmente dopo quello della nascita. Avevo paura di perderla quella dolce ragazza e senza chiedere alcun consiglio

a casa, ho approfittato del fatto che suo zio Nino, quello che l’aveva accompagnata al bar, mi aveva chiesto un passaggio sulla mia macchina,

per andare ad Agrigento l’indomani mattina.  Era da circa una ventina di giorni che avendo preso servizio, mi recavo tutte le mattine

nel capoluogo agrigentino e ritornavo a fine lavoro, in attesa di trovare presto una “pensione” o una “casa in famiglia”,

nella stessa città. L’indomani quel signore anziano, zio di Maria, era con me in macchina e durante la strada, lunga

una cinquantina di chilometri, che si percorreva in poco meno di un’ora, il mio pensiero continuo era per la nipote.

Fra me e me pensavo di dirlo a lui, che era mia intenzione di chiedere la mano della ragazza, la bellissima nipote

tornata dall’America. Ma non trovavo il coraggio  e per tutta l’andata si è parlato di altro. Lasciandolo scendere

ad Agrigento nei pressi della Previdenza Sociale, dove aveva qualcosa da sbrigare, ci siamo dati appuntamento

alle ore 14, per il ritorno in paese. Tutta la mattinata in ufficio, dove ero ancora alle prime armi, pensavo a quella ragazza, che non riuscivo

a cancellare dalla mia mente, proponendomi di trovare il coraggio di chiedere la sua mano. 

 

 

Durante il viaggio di ritorno pensavo in continuazione di dire in maniera chiara e decisa al sig. Nino che volevo

fidanzarmi con la nipote, ma non trovavo ne le parole, ne il coraggio per iniziare la mia timida richiesta.  L’ho trovato

solo pochi chilometri prima di arrivare in paese  e non so cosa io abbia detto, ma le mie imbarazzate parole erano

state capite e recepite molto benevolmente dall’anziano signore, che, per nulla scompostosi, quasi se l’aspettasse

quella mia richiesta, mi aveva promesso di darmi una risposta in serata. 

Nel frattempo avevo avvertito mia madre della cosa e quando, nel tardo pomeriggio, il signor Antonino è venuto a casa mia, quasi con il sorriso sulle labbra, ho capito che la risposta era positiva. Non ho intravisto per la verità un grande entusiasmo da parte di mia madre che, forse, avrebbe

desiderato che ci pensassi un po’, prima di fare quel passo, ma il mio desiderio di quella ragazza era forte ed avevo paura di perderla, per sempre,

caso mai fosse ripartita per l’America.  Il fidanzamento era già fatto e la sera, io e mia mamma, ora contenta anche lei, eravamo a casa del signor Antonino, dove, felicissima e gioiosa, tra i vari parenti, con un sorriso dolcissimo sulle labbra,  c’era lei, in tutto il suo splendore, in eleganti abiti,

ad aspettarmi. Facevo fatica a tenere gli occhi miei sui suoi.

 

Non era ancora del tutto svanito il ricordo di Enza, della quale non avevo più notizie da un po’ di tempo e non sapevo se era ancora in paese

o si era ritirata nella sua Palermo.  Ma ora pensavo solo alla mia nuova ragazza la mia fidanzata, fresca fresca, della quale mi ero invaghito in un

attimo, senza via di scampo. Erano i primi giorni del mese di maggio e da allora per cinque mesi i miei incontri con lei, avvenivano sempre a casa

dello zio, che la aveva ospitata insieme al proprio papà, che era suo fratello, in quanto loro, da quando erano emigrati, non avevano più una loro

casa in paese. Da allora tutte le mattine prima di recarmi ad Agrigento passavo da lei, che mi aspettava sempre, di primo mattino per prendere

il caffè nell’adiacente bar. 

 

...DAI RICORDI DELLE MIE NOZZE...

(Nelle foto: Maria e Nicola, dentro una carrozza reale e sopra un carretto siciliano,

 in due delle tante foto riprese il giorno delle loro nozze,

nel Palazzo dei Normanni e nel Museo Pitrè di Palermo).

 

 

E' ancora molto forte e incancellabile il mio personale ricordo, sia del Palazzo Reale che del Museo Pitrè di Palermo, quest'ultimo ubicato in quel magnifico Parco della Favorita che comprende, a poca distanza dal museo, anche la stupenda Palazzina Cinese.

 

Incancellabile, poichè le foto del mio matrimonio con Maria Tornetta, avvenuto in quell'ormai lontano giovedì 28 ottobre 1971, in gran parte sono state riprese, prima nella meravigliosa Cappella Palatina, dentro al predetto Palazzo reale che fu dei Normanni, tra una miriade di tesori d'arte e oggetti antichi, e dopo tra i numerosi reperti e le ricche vetrine del  Museo, circondati da svariati oggetti appartenuti ai nostri antenati ed oggi elegantemente esposti per la pubblica fruizione.

 

Reperti di varie epoche,  che vanno dalle carrozze reali ai carretti siciliani e ai costumi popolari, dagli attrezzi di lavoro alle stoviglie di casa, dai mobili, a svariati oggetti casalinghi, agli arnesi appartenuti a varie categorie di contadini o artigiani. Un mondo vario, fantastico, ricco di fascino, che proietta l'osservatore, quasi sempre meravigliato, verso un mondo ormai scomparso, che ha lasciato i segni di una vita sicuramente povera, ma tanto ricca di cultura e, sovente anche di tanta saggezza. 

 

Quel giorno non ho avuto ne il tempo, ne la giusta concentrazione per potere osservare e ammirare la enorme quantità di materiali esposti, in quanto vincolato, unitamente alla mia fresca mogliettina Mariuccia, agli ordini del nostro fotografo Giacomo Avanzato che ci manovrava a suo piacimento, per poterci ritrarre nelle pose più belle e interessanti, immersi in quel mondo antico che ci aveva tramandato tante cose interessanti e tante opere artistiche.

Il banchetto di nozze è stato tenuto sempre nella città di Palermo, nel  Corso Calatafimi ed il locale era "Il giglio Rosso".

 

I miei 3 figli: Silvano, Alessandro e Maria Luisa

 

 

Il TEMPO PASSA, I FIGLI NASCONO...CRESCONO E...SI SPOSANO

Silvano si sposa con Rosalba Romano

il 16 ottobre 2002

Maria Luisa si sposa con Vincenzo La Martina

l'8 agosto 2008

Alessandro si sposa con Elisa Terrana

il 5 agosto 2009

 

.... ARRIVANO I NIPOTINI...LA GIOIA DI DIVENTARE NONNI !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ribera 8 agosto 2008 -

Foto eseguita in occasione del matrimonio di mia figlia.

Da sinistra: Silvano, Maria Luisa, Rosalba Romano e i miei

adorati nipotini Gabriele (n. 2003) e Giuseppe (n. 2002).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Treviso 25 giugno 2009

Foto eseguita in occasione

della nascita del nipotino Salvatore.

Da sinistra: Maria Luisa Ciliberto,

Vincenzo La Martina

e il piccolo Salvatore, appena nato.

 

SCIACCA: 12 Agosto 2010

Nasce la mia prima nipotina femmina da Alessandro Ciliberto e Elisa Terrana.

La neo mammina Elisa con la piccola Miriam, nata da poche ore, riceve la visita di

numerosi amici. Sulla destra il papà Alessandro.

Nella foto a destra Miriam dopo 20 giorni dalla nascita.

 

 

I MIEI NIPOTINI

        

GIUSEPPE CILIBERTO (n.14/02/2003)             GABRIELE CILIBERTO (n.7/8/2004)

 

          

                                  SALVATORE LA MARTINA (n.25/6/2009)         MIRIAM CILIBERTO (n.12/8/2010)

 

SECCAGRANDE 15 agosto 2010 : La famiglia al completo

 

Da sinistra: Maria Luisa Ciliberto con in braccio il piccolo Salvatore La Martina di anni 1,

Vincenzo La Martina, Rosalba Romano (moglie di Silvano), Silvano Ciliberto, Giuseppe Nicola Ciliberto

e la moglie Maria Tornetta, Elisa Terrana con la piccola Miriam Ciliberto nata da 3 giorni, Alessandro Ciliberto,

(Davanti):  i 2 figli di Silvano e Rosalba: Gabriele di 6 anni e mezzo e Giuseppe di quasi 8 anni.

 

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