|
|
B I O G R A F I A
Momenti di vita... Attimi DI... VERSI ! |
GIUSEPPE NICOLA CILIBERTO: La Sicilia nel cuore
(di Enzo Minio - aggiornata nel mese di Aprile 2009)
Nasce a Ribera il 10 0ttobre 1942, in un periodo bellico che vedeva il suo paese natale sottoposto ai bombardamenti aerei, conseguenza della
Seconda Guerra Mondiale. Perde il padre Nicolò, dopo soli due mesi dalla sua nascita, morto a soli 41 anni, per una tragica banale caduta da
"un sulareddu" (solaio) di appena due metri di altezza. E' così che la famiglia da allora lo chiamerà Nicolò e non Giuseppe, per cui cresce portandosi dietro per sempre i due nomi: Giuseppe e Nicola (aggiunto in occasione del suo battesimo) con cui firma tutte le sue opere, sia artistiche che letterarie, anche se il nome all'anagrafe resta solo Giuseppe. Dopo aver conseguito ad Agrigento nel 1963 il Diploma di Geometra, ha svolto la professione libera per circa sette anni, fino a quando ha vinto un concorso nazionale per Disegnatore/Geometra, entrando nel 1971 presso l'Ufficio del Genio Civile
di Agrigento. Oggi è in pensione e si dedica ai suoi tantissimi hobby e attività, dando vita da circa tre anni ad un sito personale internet (www.cilibertoribera.it), dedicato interamente alla sua città natale: Ribera, mettendone in evidenza le Tradizioni Popolari, la storia
e gli usi e i costumi della gente sia di ieri che di oggi.
Sin dalla più giovane età si è interessato a varie attività artistiche e culturali come: la musica, la pittura, la scultura, il modellismo, la fotografia, la poesia,
la composizione di canti popolari siciliani e la stesura di testi cabarettistici e teatrali.
Ha allestito oltre 26 Mostre personali di pittura e partecipato a numerose collettive, in vari comuni della provincia di Agrigento e ha disegnato alcune copertine di libri.
Ha realizzato una quindicina di litografie e varie cartoline, aventi per tema il recupero dei beni monumentali e le Tradizioni popolari sia di Ribera, che dei paesi vicini.
Tali opere, con il patrocinio di varie Associazioni ed Enti pubblici, sono state stampate e diffuse in centinaia di copie, molte delle quali tra gli emigrati siciliani,
che si trovano in nazioni europee, negli Stati Uniti e in Canada.

Il libro "LA STRINA"
Durante l’ultimo anno di studi ad Agrigento tra il 1962 e ’63, entra come mandolinista a far parte del Gruppo Folkloristico Val d’Akragas che nella "Sagra del mandorlo in fiore" del febbraio 1963, tra tanti gruppi internazionali risulta vincitore
del prestigioso Tempio d’oro.
Congedatosi dal servizio militare nel mese di giugno del 1965, entra subito a far parte del "Complesso azzurro" suonando
la chitarra, e negli anni a seguire, fa parte di numerose altre formazioni musicali, quali: "Le perle azzurre", "Gli Arcangeli",
"Sicilia Canta, Sicilia Frana", "Cantafolk ‘90" e "Trio Ciliberto", che per tanti anni hanno allietato feste danzanti,
matrimoni e manifestazioni in piazza.
Ha suonato vari strumenti come la chitarra, il mandolino o la tastiera, privilegiando sempre il ballo liscio e la musica popolare.
Ha recuperato e contribuito a far conoscere, con la collaborazione di alcuni amici musicisti, numerosi canti riberesi,
spesso di antica origine, che, rielaborati nei testi, arrangiati e registrati su dischi a 33 giri e musicassette, hanno ottenuto
notevole successo di critica e di pubblico, sia in Sicilia che all’estero tra gli emigrati.
E’ stato uno dei principali promotori della nascita dello storico "Gruppo folkloristico Città di Ribera", che ha partecipato
a varie manifestazioni, tra il 1969 e il 1973.
Dopo anni di appassionate ricerche rivolte alla riscoperta e al recupero di vecchi canti, musiche ed usanze dei riberesi,
nel 1991 riesce finalmente a coronare il suo grande desiderio di poter dare alla stampe il libro "LA STRINA",
patrocinato e finanziato dalla Amministrazione comunale di Ribera guidata dal Sindaco Antonino D’Inghile.
Il volume, esaurito in pochissimo tempo è stato presentato alla cittadinanza il 26 aprile 1991 presso il Cine Teatro Golden.
|
|
26 Aprile 1991 RIBERA, Cine Teatro Golden. La presentazione del libro LA STRINA.
Da sinistra: Giuseppe Nicola Ciliberto, l 'Assessore alla P.I. Mariano Ragusa, il Sindaco Antonino D'Inghile, il Prof. Santi Correnti, il Presidente del Distretto Scolastico Ins. Mariano Perricone e il giornalista de "La Sicilia" Enzo Minio. In piedi sulla destra il giornalista Totò Castelli.
Dopo la presentazione da parte di tutti gli oratori è seguito uno spettacolo musicale, durante il quale sono stati eseguiti alcuni brani tratti dal libro stesso, con la partecipazione del Gruppo folkloristico "Poggiodiana" oltre a vari cantanti e musicisti di Ribera.
(Alla manifestazione hanno assistito circa 500 persone) |
Tra tanti oratori si è avuta la prestigiosa presenza di uno dei più grandi storici e scrittori di libri sugli usi e costumi del popolo siciliano, che risponde al nome
dell'illustre Professore Santi Correnti. Il famoso ed insigne studioso e scrittore, autore di oltre 80 pubblicazioni, che a tutt’oggi opera presso l’Università di Catania,
ha avuto parole di elogio, non solo per il volume di G.N.Ciliberto, ma anche per il Sindaco e per gli amministratori, che ne hanno consentito la pubblicazione.
Iscritto alla S.I.A.E. sin dal 1978, come paroliere e melodista non trascrittore, ha scritto e musicato varie canzoni siciliane, oggi molto note sia
nelle nostre zone che tra gli emigrati all’estero.
Tra queste si ricorda in particolare "Nustalgia" che incisa prima dal Gruppo "Sicilia canta, Sicilia frana" e successivamente a Boston (Massachusset - U.S.A.),
dal noto cantante professionista Nico dei Gabbiani, ha riscontrato ovunque un enorme successo, specie negli Stati Uniti e in Canada. Vale ricordare a tal proposito
che, ad uno dei tanti concerti tenuti dal predetto artista, ha occasionalmente assistito nel 1988, il grande scrittore Leonardo Sciascia, il quale, dicendosi ammirato
e commosso dalla canzone "Nustalgia", ha voluto scrivere alcuni versi, altamente drammatici, da recitare prima dell’inizio del brano stesso.
Il predetto canto, arricchito dalla pregevole introduzione recitativa scritta da Leonardo Sciascia e che ha tanto gratificato e onorato l’autore,
è stato inserito a pag. 72 del suo precedente volume "La strina".
Alcuni tra gli altri brani scritti e musicati da Giuseppe Nicola Ciliberto sono: "Terra d’amuri e di duluri", "Ribera", "Inno all’A.S. Ribera", "Sicilia canta, Sicilia frana", "Belice 1968", "Lu murmuriu ginirali", "Bedda sì tu Caltabellotta", "Sugnu luntanu", "Burgiu paisi miu", "Sirinata rivilisa"e "Inno alla zagara", quest’ultimo musicato da Michele Noto, da decenni chitarrista del Complesso musicale degli Albatros.
DIPINGE LO STEMMA DI RIBERA

Nel 1989 e poi nel 1991 si è recato in Canada e negli Stati Uniti, curando la preparazione di alcuni ragazzi di quinta elementare,
che hanno partecipato ai gemellaggi scolastici organizzati dal Distretto scolastico-2° Circolo di Ribera.
In quelle due occasioni sono stati eseguiti con grande successo canti, poesie e recite teatrali che hanno commosso
e divertito i numerosi nostri concittadini emigrati oltreoceano.

G.N.Ciliberto con un carretto siciliano,
realizzato in Scala 1:3 esposto per la
prima volta in occasione di una sua
Mostra di Pittura nell'anno 2000.
(lunghezza compreso il cavallo cm.150)
Ha restaurato ed interamente dipinto un vero carretto siciliano costruito nel 1939, costruendone altri in scala ridotta, unitamente a sculture, bassorilievi in marmo e modelli di monumenti, in tufo e in legno, più volte esposti al pubblico, in occasione di Sagre e Mostre sull’Artigianato locale ed il Turismo dell’agrigentino.
In campo teatrale Giuseppe Nicola Ciliberto ha scritto varie commedie, tra le quali "Lu Curtigliu" in collaborazione
con la Professoressa Giuseppina Scalzo, che dal 1978 ad oggi è stata rappresentata decine di volte da vari gruppi scolastici ed amatoriali, sia di Ribera che di altri comuni ed è stata rappresentata ad Elizabeth (U.S.A.) in occasione
del 2° gemellaggio scolastico del 1991.
Inoltre tale commedia musicale, ove emergono le tradizioni e gli usi e costumi dei siciliani, messa in scena
dalla Scuola Media E. De Amicis di Caltabellotta, nel 1995 ha vinto il 1° Premio in un Concorso interregionale
di Teatro scolastico, tra Sicilia e Calabria, che si è svolto in provincia di Messina.
Con la commedia dal titolo "Matrimoniu a la siciliana" ha partecipato alla 5^ Rassegna Teatrale di Ribera,
rappresentata dall’Associazione Culturale "Allavam ‘94", della cui costituzione, è stato uno dei principali promotori.
Altre due sue commedie ancora inedite sono: "Mi pigliavu la spagnola" e "Un pezzu di Sicilia", di cui l'ultima musicale.
Nel 1998 ha vinto il 1° Premio del Concorso di poesia avente per tema "La Pasqua a Ribera, Fede, Tradizione e Folklore" e la sua lirica è stata stampata
su oltre 20.000 cartoline con le immagini di Gesù, la Madonna e San Michele, che sono stati distribuiti a tutta la cittadinanza, durante la raccolta delle offerte.
Ancora oggi, anno 2007, in occasione della Santa Pasqua, tale cartolina, che riporta sempre la poesia stampata sul retro, viene regolarmente distribuita
a tutta la cittadinanza, durante la raccolta delle offerte, da parte del Comitato, che va in giro per le vie del paese, accompagnato dalla Banda musicale.
|
|
La presentazione del volume
"TRADIZIONI POPOLARI Ribera ieri, Ribera oggi"
che si è svolta presso la Villa comunale di Ribera
Giovedì 14 settembre 2000 |
Un momento della presentazione del libro, Da sinistra: Roberto Piparo, Ins. Mariano Perricone Presidente del Distretto Scolastico - 2° Circolo , Il Vice Sindaco Geom. Pasquale D'Anna, Giuseppe Nicola Ciliberto, Prof. Pino Marsala (Assessore) e il giornalista Enzo Minio. |
Con l’ausilio di un Personal Computer ha prodotto vari opuscoli e libretti di Tradizioni popolari di Ribera e un Canzoniere siciliano con i più conosciuti canti,
corredati di accordi musicali curati dal figlio Silvano, eccellente fisarmonicista, che hanno riscontrato il parere favorevole dei lettori che ne sono venuti in possesso.
Gli altri libri pubblicati sono:"Sicilia Canta, Sicilia Frana" nel 1998, "Le più belle canzoni siciliane" nell'anno 2000, , "Volete ridere, non c'è poblema !"
nel 2002, "Profumo di zagara - Raccolta di poesie" nel 2002, "Canta e suona le canzoni siciliane" nel 2003, "Versi estro...versi - Poesie umoristiche
e satiriche" nel 2003, "Frammenti di Sicilia" - Raccolta di opere grafiche" nel 2004, "Sicilia, mia Sicilia" - Testi di canzoni e biografie di cantanti riberesi,
incisi su musicassetta.
Collaborando spesso con i giornali locali di Ribera, Momenti di vita locale, 15 GIORNI e "Ribera, Città del riso, ha pubblicato vari articoli riguardanti in particolar modo, gli aspetti folkloristici, il linguaggio, l’origine dei nomi e le tradizioni della nostra cittadina.

Componente in passato del Consiglio di Amministrazione della Biblioteca Comunale e della Consulta Teatrale, Giuseppe Nicola Ciliberto si è sempre prodigato con tutta la sua passione, il suo impegno e le sue molteplici attività, nell’interesse della sua città natale alla quale è fortemente legato.
Infatti, per l’amore che sempre ha avuto per la stessa, spesso ha dovuto scontrarsi con l’insensibilità di taluni amministratori, ricevendone qualche amarezza, prima di riuscire nei propri intenti, alla fine sempre apprezzati.
Ultimo suo impegno, che ancora oggi porta avanti, è quello di raccogliere i libri di ogni genere, scritti da autori locali sia di Ribera, che dei paesi dell'hinterland, per realizzare una mostra e contribuire alla conoscenza di tutto ciò che è considerato patrimonio culturale di ogni popolo.
Ciliberto attualmente ha raccolto in tanti anni, oltre 250 libri, di storia, tradizioni, poesia, prosa, promozione turistica ed altro, ma conta di aggiungerne altri, lanciando appelli a chi ha scritto qualcosa che ancora non possiede.
Attualmente Giuseppe Nicola Ciliberto, è Presidente della Consulta per la Cultura e la Promozione del Territorio, nominato a farne parte, direttamente
dal Sindaco Dott. Antonino Scaturro ed eletto all'unanimità durante la prima seduta, dagli altri otto componenti che ne fanno parte.
Uno dei suoi più grandi desideri è quello, infine, di contribuire con le sue preziose ricerche e con le sue opere artistiche a stimolare anche i docenti delle scuole,
per proiettare verso il terzo millennio, le nuove generazioni, attraverso lo studio, la conoscenza e il recupero di tutte quelle tradizioni che i nostri antenati
ci hanno generosamente tramandato.
(Enzo Minio - Aprile 2009)
|
|
MOMENTI DI VITA, ATTIMI DI...VERSI (Dai ricordi di Giuseppe Nicola Ciliberto |
|
|
ATTIMI DI ...VERSI
IL TEMPO NON RITORNA Passati sono ormai più di vent’annida quando ebbi al mondo la dimora, son più di venti, ma non sembran tanti, ma resterò io qui per molto ancora ? Ancor pria che io venissi in questo luogo, abitato un tempo dagli Achei, nel cuor sentivo che il tempo lesto sarìa passato e pure gli anni miei. Il tempo fugge sempre e mai si move, portando dolci eventi e tristi lutti, gioia e felicità saranno altrove, saranno altrove sì, ma non per tutti. Rimpiango gli anni della giovinezza, veloci son passati, ma rimpiango d’allor felicità e spensieratezza, meglio non ci pensar se nò io piango. Dopo che arrivato a compimento di quegli studi che intrapresi un giorno, la vita subirà un mutamento, ma il tempo a me dirà: - dietro non torno ! (1963)
PREGHIERA A DIO In questa notte buia intento penso, poscia che il vento ha rotto un dolce canto, a tutte quelle stelle in quest’immenso che son lontane ma sembrano accanto.
La loro luce in questo buio acqueta e gli occhi miran mentre tutto tace, ecco ! ad un tratto vedo una cometa che al mio pensiero invoglia questa pace.
C’è vita in lor ? c’è gioia e sofferenza ? c’è una speranza in ogni esser nato di viver anche dopo la partenza per lidi che conoscer non ci è dato ?
Cotanta è la possanza ch’è nel Pio che tiene nel suo pugno il firmamento ? non sò trattar, ma è vero che sia Dio dell’universo il centro ogni momento ?
Attorno a me c’è gente in ogni lato e credo esiste solo ciò che vedo, de l’altro che conoscer non mi è dato, fin quando non l’ho innanzi non lo credo.
La mia preghiera volgo a Te o Dio, d’illuminar la mente a me dubbioso, fai Tu appagar se puoi il mio disio , che del tuo cibo eterno son goloso. 1969.
LA FINE DI TUTTIOgnun l’iguale sorte subirà, povero o ricco, onesto o malfattore, e quando morte anch’ei raggiungerà, a lui più non parrà che passan l’ore.
Umane genti ! avrem la sorte amara ! e un giorno l’ossa che coverti sono, saran spogliati della carne e in bara al buio di una tomba saran dono.
Qual pianta che i suoi rami erge al cielo, e sovrasta qualche tempo in la natura, qual fiore che un dì non avrà stelo, tutti dobbiam finir, è cosa dura !
L’augel che cinquettando stamattina, sul nespolo che s’erge fuor del vetro, lo vidi, ei si cullava sulla cima, pur lui un dì finirà nel buio tetro.
E’ là che gaio canta e non si chiede se il viver suo è pari a quello umano, saremo un giorno inerti, a noi non riede il tempo ch’è passato ed è lontano. (1963)
DOPO LA MORTEDall’apertura breve di una tenda, il cielo vedo e i fili della luce e il ramo del basilico in veranda ed una rosa che a mirarla induce. Il guardo volgo all’infinito e penso che mai ci sia nel vuoto intorno al mondo, di certo l’universo sarà immenso ed in circolo ricopre il mondo tondo. Mentr’io seduto giro il guardo al mare, un canarino cinquettando allieta la stanza, interrompendo il meditare su quello che accadrà in fin di vita. Goda chi vuol goder senza paura, la vita appresso non può ritornare, solo in eterno durerà natura che all’esistenza il fio farà scontare. Se all’aldilà in eterno ci sia vita, io solo in questo troverei conforto, ma a dir lo vero a me una voce addita che tutto finirà per chi è già morto. (1963)
LA NATURA CREA E DISTRUGGESe fia che possa aver eterno un loco, non certo quei sarà su questa terra, solo il ricordo in essa starà un poco ma il corpo, questo è mal, andrà sotterra.
L’eterno loco spero averlo in nulla, un loco di silenzio e di riposo, lo spirto potrà errar io credo, sulla pianura tetra d’un sentiero ascoso.
Il bene e il mal che vedo in terra vivo, sarà svanito e tutto cancellato, del mondo e dei ricordi sarò privo, questo è il voler impostomi dal fato.
Perché diciamo folle a quei ch’è intento col cuor disioso a un’opra e molto incline lavora, suda, stanca ed’è contento e poi ei stesso causa la sua fine ?
Ma pria che tutto ciò si sia avverato potrò io dire a te: - natura ria, perché la gioia dai a ogni esser nato e poscia non ti mostri così pia ?
Un fior che sia appassito in su lo stelo non ti può dir: - natura ti ringrazio – non hai a lui concesso eterno un cielo, pria fosti grata ed or hai fatto strazio (1963)
LUOGO DI PACE Sublime è questo loco tutto verde, è ampio, vasto, empie il cor di gioia; i pini che curvanti vanno al cielo mi danno un senso di malinconia. Qui vengo io, perché tutto è ridente, l’intreccio delle foglie è un’astrattismo perché di vario seme son le piante che s’ergono dal suolo e lo fan lieto. I pini volgon mesti i rami al cielo, ‘mpedendo ‘l sorpassar dei rai cocenti e sotto il folto, l’ombra dà l’oblio di quei pensier che mi fan tristo il core. Qui vengo io, per dare a me più pace, per far svanire i miei pensier nel verde; è in questa villa che quel mal che sento coi fiori si confonde e son contento. Qui un vecchierel riposa e forse pensa ai dì passati di sua gioventute, con man tremante avvolge del tabacco, avvolge, trema, e alfine vi riesce e tra un sospir di fumo e un guardo attorno trascorre di sua vita un’altro giorno. Ed io, al par di lui, qui vengo e penso non ai passati dì, ma ai dì futuri, penso quel che sarà dell’avvenire, ma la risposta a me non vuol venire. Ma intanto il tempo passa, tutto vola, e forse un dì verrò da vecchierello in questa pace verde per pensare a quel passato che or mi è futuro. E qui, dov’è c’ognor regna la pace, non possono le piante a me predire il bene e il mal c’ancor deve venire. (16-5-1972)
VECCHIU Poviru vecchiu comu sì arridduttu, addivintasti peggiu d’un rilittu, di l’anni e di la vita sì distruttu, certu ca stù distinu è malidittu. Ti dici la natura: - Ora ti buttu !sì vecchiu, un servi cchiù, nun sì dirittu; tu ci arrispunni: - lu tò fari è bruttu, pirchì dopu ‘na vita m’hai scunfittu.
LU VENTU L’arbuli tu accarizzi a lu passari e iddi ti vulissiru siguìri, s’inchinanu e ti vonnu fistiggiari e dicinu piatusi: - un ti ‘nni iri ! A lu tò friscu l’erba fai annacari e di li sciuri ti pigli l’oduri; o vinticeddu ti vogliu prigari di farimi sultantu stu favuri. Pi tia nun ci sù munti, né chianuri e lu tò passu nuddu pò firmari, portaci a la me bedda lu mè amuri ! vola supra fistusi unni di mari, vola supra sta ridenti natura e la mè amata curri a salutari.
E’ AMURI E’ amuri quannu agghiorna e quannu scura e quannu chiovi o ‘ncelu c’è sirenu, è amuri quannu nasci ‘na criatura e la matri la stringi ‘nta lu senu. E’ amuri quannu scansi una svintura e cu la fidi pò suffriri menu, è amuri quannu vinci la paura e a tanti peni pò truvari un frenu. E’ amuri pi l’aceddi c’hannu l’ali vulari ‘nta lu celu cu alligria senza pinsari a tanti e tanti mali; è amuri si lu cori apri la via e pi l’amuri la voglia t’assali; l’amuri è propriu ‘na granni magìa.
VERU AMURINun sugnu certu un geniu di l’arti ma iu ti sentu ‘nta li mè culuri, ti viu ‘nta li me tili e li me carti e ‘nti la menti t’haiu a tutti l’uri.
Di lu tò cori cciaiu la megliu parti unni c’è dintra tuttu lu me arduri, lu sulu scopu miu lu sai ? è amarti e cridimi ca chissu è veru amuri.
SCIURI Amuri, iu ti portu chisti sciuri chi vennu d’un jardinu prufumatu, li offru a tia cu tuttu lu sò oduri ca sugnu veramenti ‘nnamuratu. Cci misi: gigli, balicu e mimosi, galofari, gardenii e sparacedda, ci misi gelsominu e tanti rosi pi renniri la casa tò cchiù bedda. C’è tulipani e zagara d’aranciu e menta e margheriti bianchi e gialli, pi nudda cosa sti sciuri li canciu pirchì a tia dicisi di purtalli. E ti li portu cu sta poesia p’aviriti pi sempri accantu a mia.
AMURI LUNTANU L’occhi tò beddi ridinu a la vita e ‘nfiammanu lu cori miu filici, sì cara, diliziusa e sapurita ringraziu la natura ca ti fici. Tu duni all’aria noti d’armunia e sì cchiù luccicanti di la luna, lu tò surrisu duci fattu a mia m’incanta e nun lu sai chi gioia duna. Amuri, lu tò sciatu iu disìu, lu tò parlari e la tò vucca bedda, ca sugnu assai ‘nfilici s’un ti viu: affacciati cchiù spissu a la vanedda e senti supra l’ali di lu ventu l’amuri miu chi mannu a tia cuntentu.
TI VIU Ti viu spicchiata ‘ntall’acqua di sciumi, ‘nta un prufumatu petalu di rosa, ti viu splinnenti ‘nta un meccu di lumi cu un velu biancu, vistuta di sposa. Ti viu brillari comu luna china e in altu di ‘ncelu ti viu vulari e quannu m’addivigliu a la matina ti viu cu mia, ridenti a cantari. Supra ogni cosa ti viu Maria, la tò facciuzza c’è nintra ogni sciuri ca si lu cogliu, arridi e mi talia; vicinu è ‘u jornu ca t’haiu a spusari e aspettu cu disìu e tantu amuri ca sempiri cu tia vogliu campari.
‘NA LACRIMA Chi scuru ! mi ricordu ‘dda sirata ! quannu ti dissi ca t’avia a lassari, cu vuci di trimuri suffucata un fremitu pruvai a lu parlari. E tu arristasti muta e scunsulata pirchì pi mia pruvavi un veru amuri, chi attimu amaru ! chi sorti spietata ! passari di la gioia a lu duluri. ‘Na lacrima pò vitti luccicari ‘nti dd’occhi ca m’avianu ‘ncantatu, la tò facciuzza fici illuminari e lu me cori fu paralizzatu. ‘Dda lacrima ca iu vitti spuntari mi dissi: <<Resta sempri a lu sò latu>>.
‘NSEMI A TIA Sunnu du stiddi ‘ss’occhi tò, Maria, du sciammi ardenti di lustrura chiara e iu ‘nni godu ca è sulu mia la tò biddizza e la tò vita rara. ‘Nnammuratu siguivu la tò via e ti truvai accussì duci e cara, lu cori miu pi stari ‘nsemi a tia ti porta supra d’iddu e fa di vara.
AMURI Si pensu a tia scanusciu lu suffrìri, mi scordu l’amarizzi e li dulura, sulu si cciaiu a tia pozzu gudìri la gioia di la vita e la natura. Tu sì la terra, lu suli, lu mari, tu sì l’oduri di la primavera, sì tu ca lu mè cori fai alligrari, iu sugnu l’orologiu e tu la sfera. Sì tu l’amuri ca mi fa trimari, ‘ntra tia viu lu munnu e lu criatu, di la tò vucca amu lu sciatari; iu t’amu comu nuddu t’ha amatu, ricordalu, ti pregu, un lu scurdari, ca senza tia lu cori miu è malatu.
A MARIA TORNETTA (acrostico) Tu sì pi mia l’amuri e ti disìu, Ogn’ura, ogni mumentu Maria mia, Ridasti tanta gioia a ‘u cori miu, Nun vogliu nenti cchiù si cciaiu a tia. Eratu distinata di lu celu, Tutta pi mia e pi tutta la vita, Ti viu vistuta bianca cu lu velu Avanti a lu Signuti cu mia unita. Mumenti sunnu di filicità, Amannuni comu ‘nn’amamu ora, Ricordalu sciuriddu di bontà. Iu di lu cori tò nun sugnu fora, Amari a tia è la mè vuluntà.
BEDDA SI’ TU Lu mari po’ canciari lu culuri, lu celu chiaru si po’ annivulari, po’ pèrdiri lu suli lu splinduri, ma tu sì sempri bedda e fai ‘ncantari. Po’ l’acqua cchiù la siti nun livari, li sciuri ponnu perdiri l’oduri, po’ l’aria frisca cchiù nun rinfriscari, ma tu nun canci mai pi mia amuri. Bedda sì tu, biddizzi ‘nn’hai a migliara, bedda sì tu, cchiù bedda di li stiddi, fai duci la me vita quannu è amara cu li lucenti e granni to pupiddi. Bedda sì tu, e diliziusa, e cara, e addumi attornu a mia milli faviddi, bedda di tuttu, ogni cosa hai rara : l’occhi, la vucca e anchi li capiddi. Chi avissi a fari sulu e senza tia ? senza la tò biddizza e lu tò affettu ? scopu unn’avissi cchiù sta vita mia, parissi ‘na casuzza senza tettu, ‘na seggia cu tri gammi ca travìa, ‘na varca senza rimi in mari apertu, parissi un vagabunnu senza via, cu tantu di duluri intra lu pettu. Bedda sì tu e tantu iu ti amu, ‘nsemmula uniti gudemu e suffremu e anchi si sulu d’amuri campamu, sempri felici in eternu saremu.
AMURI LUNTANUL’occhi tò beddi ridinu a la vita e ‘nfiammanu lu cori miu filici, sì cara, diliziusa e sapurita ringraziu la natura ca ti fici. Tu duni all’aria noti d’armunia e sì cchiù luccicanti di la luna, lu tò surrisu duci fattu a mia m’incanta e nun lu sai chi gioia duna. Amuri, lu tò sciatu iu disìu, lu tò parlari e la tò vucca bedda, ca sugnu assai ‘nfilici s’un ti viu: affacciati cchiù spissu a la vanedda e senti supra l’ali di lu ventu l’amuri miu chi mannu a tia cuntentu.
URI LENTI Vulissi aviri l’ali pi vulari comu ‘na rondini e ‘nti tia vinìri, passari supra chiani, munti e mari e di prisenza tanti cosi diri. Haiu di diri a tia frasi d’amuri e cosi chi sù scritti ‘nta lu cori, ma sugnu sulu cu lu mè rancuri e pensu a tia scrivennu sti palori. T’haiu prisenti ‘nti li mè pinseri, cu lu disìu di stàriti a parlari pi dìriti li frasi mei sinceri; aspettu di vinìriti a truvari e sugnu misu cu l’occhi a li sferi, ma st’uri lenti nun vonnu passari.
DORMI Dormi bidduzza, sonna lu mè amuri ca c’è lu cori miu ca sta a vigliari, tu sì ‘nta un munnu chi nunn’ha culuri ca sulu in sonnu si po’ cuntimplari. Dormi, ca pari un sapuritu sciuri e accantu iu ci vulissi stari, pi sèntiri di notti lu sò oduri e a matinata vidillu sbucciari.
LA PRIMA VASATA Ricordu ancora la prima vasata, ma ora semu uniti pi la vita, ricordu quannu iu t’haiu ‘ncuntrata cussì splinnenti, bedda e sapurita. L’occhi nun li chiuivu la nuttata, pi ‘dda vasata data di sfuggita; ristà la menti mia estasiata, pinsannu ca ristavi a mia unita.
UN GRANNI AMURINun sugnu certu un geniu di l’artima iu ti sentu ‘nta li mè culuri, ti viu ‘nta li me tili e li me carti e ‘nti la menti t’haiu a tutti l’uri.
Di lu tò cori cciaiu la megliu parti unni c’è dintra tuttu lu me arduri, lu sulu scopu miu è chiddu d’amarti e cridimi ca chissu è veru amuri.
LA MARCIA NUZIALI Lu jornu è già vicinu, amuri miu, stu jornu attisu chi ‘nn’hamu a spusari, li nozzi avemu a fari avanti a Diu tra la magnificenza di l’altari. Sù cincu misi ma mi pari un’annu di quannu la tò manu tu m’hai datu, ma sulu lu mè cori e lu tò sannu ca chist’amuri era distinatu. Ora è vicina la cilibrazioni di chisti nozzi tantu disiati, pinsamu a li participazioni pi tutti li parenti e li ‘mmitati. D’ottobri lu vintottu è la jurnata‘nti la Cappella Reali Palatina ca li Normanni l’hannu edificata e di Palermu l’appi la Regina. Lu “Gigliu Russu” è dittu lu saluni unni dopu si và a fistiggiari ringrazieremu tutti li pirsuni e po’ prestu in America vulari. Sta data a tutti ‘nni fa ricurdari la marcia fatta a Roma capitali, ma ‘nti stu jornu iu mi vogliu fari l’armuniusa marcia nuziali.
ATTESA (In attesa della nascita di Silvano)
Cu tanta gioia m’hai fattu sapìri, sciatuzzu miu di essiri in attisa, chi scutimentu appi un pò capiri pi sta nutizia d’accussì ‘mpruvvisa.
Ora di cchiù ti amu a nun finiri ca dintra a tia ‘na vita ci sta misa, ‘ssa criatura ca mi farai aviri sarà comu di ‘ncelu a mia discisa.
Di ‘mparadisu l’angili scinnèru e sta bedda nutizia ‘nni purtaru cu tanta gioia e tantu misteru;
stu figliu ora sarà lu nostru faru e sarà amatu cu affettu sinceru pirchì di Diu è lu donu cchiù raru. A ME FIGLIU(Acrostico)Comu un ciuriddu biancu e sapuritu Iu vitti a tia figliuzzu appena natu, La nonna cu lu cori a tia unitu Incontru a mia vinni e fui ‘ncantatu. Beddu nascisti, candidu e pulitu E di fattizzi tantu dilicatu, Raggiu di suli ca risplenni arditu Tu sì lu figliu miu tantu aspittatu. Ora la mamma tò è assai cuntenti Sarai prutettu sutta un granni mantu, Idda dopu li peni e patimenti La gioia vitti e ruppi lu sò chiantu. Veru tesoru ora sì prisenti, Amuri avrai e affettu tantu tantu, ‘Nsemi a papà e mamma un focu ardentiOgni mumentu addumi ch’è un’incantu.
DEDICA A SILVANO (Acrostico) Se misi fa nascisti nicareddu, Inchennu la me casa e lu me cori, Lu tempu passa e tu ti fa cchiù beddu, Vantu ‘nni fazzu e scrivu sti palori. Amatu figliu oggi cciai mezz’annu, Nun pari veru comu va criscennu, Oh chi sì duci quannu sta mangiannu, Chi sì bidduzzu quannu sta ridennu. Iu ti taliu e ‘nni sugnu cuntentu, Lassu ogni cosa e canzuni ti cantu, Intra un munnu di fati mi sentu Beddu Silvanu tu sì lu mè incantu. E si ti vasu nun mi stancu mai, Restu tant’uri a jucari cu tia, Tanti pinsera scurdari mi faiO Silvanucciu sì la gioia mia.
LU ME GIOCATTULU (Dedicata a mio figlio Silvano, il primogenito) Figliuzzu miu sì ancora nicareddu ma già capisci tuttu e vò parlari, quannu tu vidi a mia sì prianneddu ca mi canusci e mi fai ralligrari. Mi dici: - ddè ddè ddè e tà tà tà - ma iu capisciu chiddu ca vò diri, vò diri: - piglia a mia caru papà - gioia cchiù granni iu nun pozzu aviri. Stassi cu tia ogn’ura, ogni mumentu, senza pinsera, senza firniscii, ca sugnu assai filici e assai cuntentu quannu cu ss’occhi duci mi talii. Ogni matina iu t’haiu a lassari ma lu pinseri l’haiu sempri a tia, intantu cu la mamma po’ jucari e quannu tornu jochi insiemi a mia. Cu tia diventu comu un picciliddu e tu sì lu giocattulu cchiù beddu, sì lu mè spassu, sì lu mè pupiddu, candidu e puru comu un’angileddu.
AD ALESSANDRO(Dedicata al mio secondo figlio Alessandro) Di quannu stu secunnu figliu è natu la mè filicità assai è crisciuta, cchiù lu taliu e cchiù sugnu 'ncantatu pi st'atra criatura ch'è vinuta. Nun vi lu sacciu diri quantu è beddu, quant'è vivaci e duci stu pupiddu, 'nta la facciuzza pari un bammineddu e spanni oduri megliu d'un sciuriddu.
Di nomu Alessandru lu chiamamu e 'nta lu cori sempri lu stringemu, comu 'na perla rara lu taliamu e di vasati in dù 'nni lu spartemu. Cu sò fratuzzu sempri sta a jucari e li diritti sò li fa valiri, iu mi 'nni godu e staiu a taliari e sempri appressu a iddi vogliu iri. Ci jocu urati sani e un pensu a nenti e vivu d'alligrizza sti mumenti. PER LA NASCITA DI MARIA LUISA(acrostico)Mamma, tu sula nun ci sì prisenti A gòdiri sta nascita fistanti, Ridiri ! chiangiri ! ma tu mi senti ? Iu sugnu tristi e insiemi esultanti. Ancora un criu ca cciaiu sta figlia, Lustrusa, bedda, ‘na gran meraviglia, Una pupidda ch'è veru un amuri Intra la me casa purtà lu Signuri. Si ddà di ‘ncelu a taliari sì misa Ama e pruteggi a MARIA LUISA.
DEDICA A MARIA LUISA(acrostico) Magico fu quel dì d’un anno addietro Amata figlia, quando tu sei nata, Ricordo col pensiero che torna indietro Il tuo visino bello come fata. A te che oggi compi il primo anno L’amor di papà e mamma va infinito, Un dolce fiore sei e i fiori lo sanno, Il più splendente d’un giardino fiorito. Sincero il nostro affetto va col cuore A te MARIA LUISA con amore. Papà e mamma
A MIA MOGLIE(per il suo 50° compleanno)
La vita è un lentu scùrriri di uri, di jorna, di simani, misi e anni, nun pari veru ma oggi lu mè amuri è in festa pirchì compi cinquant’anni.
Mariuccia mia, o forsi è megliu Mary, ricordu ancora quannu ti ‘ncuntravu, scuitasti li mè sonni e li pinseri e a un’attimu di tia mi ‘nnamuravu.
E quanti poesii ti didicava ca di un jardinu eri lu megliu sciuri, ogni minutu ti disidirava ca lu mè cori era chinu d’arduri.
E tanti e tanti versi ti scrivìa e tu cu mia eratu raggianti l’amuri miu era sulu pi tia e anchi tu m’amasti sull’istanti.
Iu ti dicia: bedda, duci e cara, pirchì brillavi cchiù di milli stiddi, di tia ogni cosa m’appariva rara: l’occhi, la vucca e anchi li capiddi.
Ricordu quannu chiesi la tò manu ca l’ansia la mè menti mi struggìa, ‘ddu desideriu mi parìa luntanu ma lu tò “sì” cangià la vita mia.
Truvai un tesoru chinu di splinduri, la cchiù lucenti perla di lu mari, capii lu sensu di lu veru amuri e prestamenti ti purtai all’altari.
Di allura tantu tempu è già passatu cu vera gioia e cu felicità, tri beddi figli tu m’hai rigalatu e in più una vita di sirinità.
St’amuri natu granni ora è cchiù granni e la biddizza tò unn’è cangiata, pi un veru amuri nun cuntanu l’anni, sì la mè rosa ch’è appena sbucciata.
T’offru l’auguriu d’una lunga vitapi dari luci e affettu a lu mè cori, e anchi a li figli e a la famiglia unita e infini senti chisti mè palori:
<<Tu m’ispirasti chista poesia ca sempri t’amu o dolce mia Maria>>.
AGRIGENTU TERRA DI SPLINDURITra la Rupi Atenea e l’azzurru mari ci sta ‘na Valli ricamata d’oru, tanti pirsuni vennu a cuntimplari di la Sicilia chistu gran tesoru. Foru gran geni li primi abitanti ca ficiru maistusi monumenti, sutta lu stemma di li tri giganti edificaru ‘na città ‘mpunenti.
Akragas o Girgenti numinata è adurnata d’opiri di ‘ngegnu, li sò culonni l’hannu gluriata e d’un passatu anticu oggi è lu segnu. Tra mennuli sciuruti sù un’incantu li Templi di Concordia e di Giunoni e a li culonni d’Erculi c’è accantu la tomba ancora intatta di Teroni.
Li primitivi mura sù prisenti e ci sù Catacombi granni e nichi, vidènnuli ritorna la mè menti all’arti ca facianu l’antichi. Unn’era prima lu Tempiu di Giovi ci sunnu tanti petri sparpagliati, ma quannu unu ‘mmezzu si ci movi rivìvi vinti seculi passati.
C’è pò lu Tempiu di li “Dioscùri” c’avi quattru culonni sulamenti ricostruiti di restauraturi pi tramandalli a tanti e tanti genti. Sta Valli porta fama ad’Agrigentu ch’è canusciuta in ogni Cuntinenti è un patrimoniu ogni monumentu c’amà salvaguardari eternamenti.
Terra di suli, di luci e culuri, di l’africanu mari accarizzata, ti detti sti biddizzi lu Signuri, ringrazialu e mòstraticci grata. Vanta cu orgogliu chisti doni rari, tènili ‘mpettu, stringili cu amuri, li nostri avi ‘nni fai ricurdari cu la tò Valli ricca di splinduri. (20/9/1971)
AMARI RIBERA Ribera, quannu ‘nchiara la matina e lentu lentu lu suli ‘ncelu acchiana, sì bedda e prufumata d’aria fina ca si senti pi ‘nsinu a tramuntana. La Valli tò di tanti aranci è china e vantu sù di scelti cuntadini ca ti criaru stu regnu, o rigina ittannuci lu sangu di li vini. Tu sarai digna di onuri e di vantu cara mè terra in eternu si spera, iu li tò lodi a lu munnu li cantu pi la magìa di la tò primavera. Pi sti biddizzi ca sunnu un’incantu invitu tutti ad “amari Ribera”.
LU ‘NCONTRU DI PASQUA A RIBERA
Chi amuri! Chi alligria sta jurnata, ‘ntall’aria: canti, soni e tanti vuci, la Risurrezioni è fistiggiata di lu Signuri mortu ‘nta la Cruci. E’ Pasqua e pi Ribera è ‘na gran festa, li genti sunnu tutti ‘nta li strati, li surbizzedda sù fatti a la lesta e li pitanzi tutti priparati. Si fa lu ‘Ncontru, genti in tutti lati, la fudda crisci a vista ogni mumentu, tirrazzi e barcuna sù affuddati, picciotti, addevi e vecchi unn’hannu abbentu. Largu! Ca passa ‘na chiurma di carusi cu friscaletti, cappeddi e banneri, mani manuzzi, satànnu fistusi, ‘sprimennu gioia in centu maneri. Po’ ‘n’atra banda, tutti picciuttuna appressu a un paliu granni e maistusu, ‘ntall’aria, scrusciu di trona e mascuna ca unu quasi si senti cunfusu! Un paliu, ‘n’atru paliu, ‘n’atru ancora s’innalzanu a lu celu a svintulari, pi discrivilli nun trovu palora ca quannu passanu fannu ‘ncantari. C’un velu nivuru sta l’Addulurata c’ancora cridi ca sò Figliu è mortu, ma San Micheli fistanti l’ha avvisata ca Gesù Cristu l’aspetta ch’è risortu. Idda s’allegra, lu nivuru lu etta, l’Arcangilu la porta ‘nta lu Figliu; chinu di sciuri è prontu chi l’aspetta cu lu splinduri d’un biancu gigliu. Si fa lu ‘Ncontru, quanta emozioni! Migliaia d’occhi di lacrimi vagnati, la Madunnuzza fa tri flissioni e a sò Figliu ci duna tri vasati. Un battimani davveru esultanti vibra pi l’aria cu granni arduri, cori ca battinu, cori fistanti, sunnu scurdati li peni e duluri. Ora si torna a la casa filici ca la Madonna ‘ncuntrà lu Signuri, ‘nti chistu jornu tutti sù amici, si fussi eternu, chi paci! chi amuri !
PASQUA A RIBERA E’ Pasqua e l’aria odura di splinduri, gioia e letizia regna ccà a Ribera, priziusu donu d’una primavera ca ‘nti stu jornu porta sulu amuri. E’ Pasqua e lu paisi è assai ‘ncantatu, a discrivillu quasi un si ci cridi, mumentu eccelsu di misteru e fidi ca fa ristari quasi senza sciatu. Tutti fistanti, tutti, nichi e granni, manu cu manu sàtanu cuntenti, pari magia st’oceanu di genti pi chista usanza antica di tant’anni. Si grida <<largu, largu>> e San Micheli davanti a la Madonna accumpagnatu, annunzia ca Gesù è risuscitatu tra un svintuliu di palii ‘nta li celi. Curri Maria tra genti chi si scanza e fa lu ‘Ncontru cu lu Sarvaturi, ca beddu, e urnatu di milli culuri a ognunu metti in cori l’esultanza. Sublimi attimu chi ‘nfunni spiranza ca odiu e peni fussiru scurdati, tant’occhi sù di lacrimi vagnati; Pasqua è amuri...è paci...è fratillanza.
LA VALLI DI VIRDURA Spunta lu suli ‘nfunnu a la chianura e manna ‘nterra li sò raggi d’oru, è ‘mbrillantata tutta la natura pi chista Valli ch’è un veru tesoru.
Sta Valli di Virdura è ‘na rarizza ca fu pittata d’un granni pitturi; all’occhi di li genti è ‘na biddizza, cu sti primizii è terra di l’amuri.
Limuna, aranci, fraguli e racina, sù frutti ca la fannu ‘nvidiari, vistuta a festa pari ‘na regina ca ‘nta lu munnu nun ci nn’è a la pari.
Stu solu accarizzatu di lu mari tutti li furastera fa ‘ncantari, e cu la sò lucenti primavera è vantu pi li genti di Ribera.
STRATUZZA MIA Stratuzza mia tu sì tantu bedda pi li casuzzi chini d’alligria, pi li to’ sciuri avanti ogni vanedda, pi l’aria ca d’attornu ti firria.
‘Ntempu d’estati, di sira a la friscura, cu tantu oduri comu in primavera, li vicineddi ‘nsinu a tarda ura stannu assittati a la vecchia manera.
Lu me passatu mi fai ricurdari stratuzza mia d’un tempu chi fu, quannu filici iu stava a jucari;
ora canciavu, ma nun canci tu e ‘nvanu speru ‘nn’arreri turnari, ma lu passatu nun ritorna cchiù.
VINITI A SICCAGRANNI Viniti a Siccagranni, ccà viniti ! ‘nti st’acqua unni lu suli si spicchìa, unn’è ca spira un ventu di sciroccu ca ‘nti stu mari porta la magìa. Viniti a Siccagranni e taliati, ca l’aria è chiara e l’acqua è cristallina, ‘nti st’angulu di paci e di misteru ca incanta a tutti cu la sò marina. A Siccagranni nasci ogni mumentu un granni amuri, quantu stu gran mari; e ogni attimu d’amuri è cosa granni ca sempri cchiù Ribera fa disiari. Purtativi ‘na petra di stu mari, pigliativi tanticchia di st’oduri, ‘na goccia d’acqua e un raggiu di lu suli, ca ‘nti lu cori vi duvrà ristari. E quannu c’è un mumentu ‘nti la vita, ca vi pigliati di malincunìa, viniti a Siccagranni e lu surrisu ritornerà e puru l’alligria.
PICCIOTTI DI RIBERA Cu veni a visitari stu paisi arresta ccà cu l’occhi stralunati, pirchì s’incanta e ammira li surrisi di sti picciotti beddi strati strati. ‘Sti fimmineddi schetti rivilisi ca fannu taliari estasiati beddi comu li rosi e li narcisi sunnu lu vantu di chisti cuntrati. Sù ‘na rarizza sti fimmini beddi, u labbra di curadda assai lucent ridiri fannu li nostri vaneddi e smaniari l’occhi e anchi la menti. Cu zagara adurnati li capiddi illuminati d’un suli splinnenti, di chistu firmamentu sù li stiddi ca brillerannu ‘ncelu eternamenti.
UN BAMBINO MAI NATO Aleggiare con lo spirito nel buio più buio e mai arrivare alla luce; vagare nel silenzio, aldilà dei sogni e vedere il mondo che gioisce, che soffre, che ride, che piange, ma capire di non esserci dentro. Com’è triste mamma, vedere un prato tappezzato di bimbi felici, che corrono festosi, che vivono, e non vivere insieme a loro. Com’è triste mamma, intraprendere la via della vita e mai raggiungere la meta. Perché concepire un bimbo da amare e poi inesorabilmente fermarlo ? Perché mutàr sul nascere il destino ? Crudele mistero ! Non senti più la voce sottile che anelava nel tuo seno il tuo respiro ? Perché ! perché hai detto no, ad un fiore che voleva sbocciare ? ad una nuova stella che voleva sorgere ? ad una farfalla che voleva volare ? Non so, ma ti perdono mamma, e un giorno forse, in cielo lo vedrai il tuo bimbo perduto. No, non ti odierò, non posso, sei la mia mamma. Lo so… sì lo so, che non avresti voluto negare la gioia e la vita ad una parte di te. E un giorno forse, assai lontano, ammantata di luce tra i pascoli del cielo ti vedrò mamma, e sarai il mio angelo e anche tu mi vedrai e mi amerai. Lo sento, che solo allora tu capirai e avvolgerai di amore immenso il tuo bambino negato, il tuo bambino mai nato.
“ECSTASY” Bagliori di luci a sprazzi frustano a intermittenza corpi al buio. E qui e là sorrisi, gioie, volti informi; ritmi e suoni trascinanti accompagnati da magiche illusioni. E tu ragazzo godi, gioisci, t’infondi d’energie e non t’accorgi che il buio è dentro te, nel tuo cuore, nella tua anima, nella tua vita. Fuggi ragazzodalle orrende notti, dai paradisi intrisi di terrore, dall’ èstasi nemica che ti uccide. Non far rigar di lacrime il volto di chi t’ama, di chi per te ha gioito e tu ora affliggi. Lotta ragazzo e vinci, per tua madre, per tuo padre, per te stesso. Scaccia quell’èstasi ed esci da quel buio che ti inebria, da quel buio sempre più buio. Torna ragazzo, presto…..non tardare, a riveder la luce della vita.
QUANTA INDIFFERENZA !L’ultima briciola di luce quieta si spegne,per dare spazio alla notte; e vaga il mio sguardo muto nel buio e nel silenzio. Irreale sincronismo coi pensieri della mente, che anelano pace, amore, e volti più sereni e ridenti. Immutato poi, risorge il giorno ma muta ogni speranza in delusione. Ah ! quanta indifferenza per la vita, per la morte, per il mondo. Cuori di pietra freddi, assenti, sconoscono pietà e commozione. Svanito è il senso ormai dell’intelletto e spazio più non c’è per la pietà. Cruente scie di fuoco si alzano a fendere il cielo, e illuminano solo paesaggi cupi, e scene di morte e di dolore. Colori irreali, uniti al sangue di tanti innocenti. Quanta indifferenza per una madre, che allatta un bimbo ad uno scarno seno, unto di lacrime e intriso di tristezza. Quanta indifferenza, per i tanti sorrisi spenti, per i tanti popoli senza più identità, per i tanti orrori di incomprensibili guerre. Quanta indifferenza per i tanti occhi che piangono. Quanta...quanta indifferenza !
UN SONETTU PI LA PACI Pueti, littirati, eccelsi menti, puisii ‘nn’hannu scrittu chi sa quanti, pi dari paci ad’ogni cuntinenti e dibillari suffirenzi e chianti. Ah, si iu fussi un pueta di talentu ! di versi ‘nni scrivissi tanti e tanti e l’affidassi all’ali di lu ventu pi distinalli a certi guvirnanti. <<Livati odiu, guerri e ogni lamentu !>> chissu iu ci dicissi sulamenti; e l’urtimu disiu ca in cori sentu, è: <<dari gioia e surrisu a li ‘nnuccenti e onuri e gloria all'omini sagaci, ca vonnu PACI e sulamenti PACI.
PACE, SEMPRE PACE (sonetto-acrostico) Paci vol diri “Amari ‘u munnu interu, Aviri fratillanza tra li genti, Cridiri ca la vita è un donu veru E togliri la guerra di la menti.
Scupriri ca la paci è un gran misteru E l’odiu e la violenza sù turmenti.” Moriri, no, nun po’ chistu pinseru, Paci vol diri “giusti sintimenti”. Ricchizzi, ambizioni ed arruganza E’ megliu cancillari ‘nta ‘na braci Pi dari a chista terra l’esultanza; A tutti ora dicu a taci maci : C’avemu a fari un munnu d’uguaglianza E po’ gridari a coru: <<PACI...PACI>> !
PACI E’ paci quannu agghiorna e quannu scura e quannu chiovi o ‘ncelu c’è sirenu; è paci quannu nasci ‘na criatura e la matri la stringi ‘nta lu senu.
E’ paci quannu scansi una svintura, quannu ogni omu pò suffrìri menu; è paci quannu vinci la paura e a tanti peni pò truvari un frenu.
E’ paci pi l’aceddi c’hannu l’ali, pi un poviru ca trova l’alligrìa, e pi cu sopravvivi a tanti mali;
Gràpiti lu cori pi magìa, anèla paci, paci mondiali, chi aspetti omu ? sèguila sta via !
TERRA AMATA O terra mia tu sì tantu bedda, pittata cu jardina e prati in ciuri, cciai tanti frutti avanti ogni vanedda e brilli ‘mmezzu a splendidi culuri. Lu cori fai gudìri e ralligrari e l’aria attornu è donu du Signuri, li picciutteddi tu fai ‘nnamurari e sì ‘na tila di un granni pitturi. Quanti biddizzi cciai Ribera mia, ca offri a rivilisi e furastera, li pregi tò, iu sempri li vurrìa : estati, invernu, autunnu e primavera. Di tutti quanti ogn’ura sì disiata e di li figli tò… sì tantu amata !
TERRA DI SICILIA ‘Na pala di ficudinnia spinusa, ‘na pagnuttedda di pani di casa, ‘na pampina di zagara adurusa, ‘na tavula di ficu sicchi rasa. ‘Na picuredda ca l’irbuzza annusa, un carritteddu ca tra lu fangu ‘ntasa, la terra nostra cu vesti di spusa, mentri lu suli l’accarizza e vasa.
NATIA RIBERA Ribera, quannu ‘nchiara la matina e lentu lentu lu suli ‘ncelu acchiana, sì bedda e ti circunna un’aria fina ca si senti pi ‘nsinu a tramuntana.
La valli tò di tanti frutti è china, ca sunnu vantu di scelti urtulani ca ti criaru stu regnu o Rigina, a sacrifici e a forza di mani.
Tu sarai digna di onuri e di vantu, cara me terra in eternu si spera, iu li tò lodi a lu munnu li cantu pi lu tò incantu e la tò primavera;
e pirchì vesti d’un sciurutu mantu iu t’amu tantu, natia Ribera.
O MIA RIBERA Ribera è bedda, è bedda veramenti è ‘na gran terra, ricca di misteru, iu la dipingiu cu li sintimenti e la offru a lu munnu tuttu interu.
Vistuta a festa pari ‘na regina, la fama sò ‘nSicilia è propriu granni, ci sù jardina, suli e la marina ca è canusciuta ormai in tanti banni.
Scurdamu si c’è quarchi strata rutta, scurdamuni si c’è quarchi difettu, Ribera è bedda, è sempri bedda tutta orgogliu è pi ogni figliu sò dilettu.
Nun ‘mporta si sù tanti ad emigrari, pirchì nun c’è travagliu e c’è la crisi, cu nesci prima o poi voli turnari ca nun si scorda mai chistu paisi.
Lassamu pi un mumentu l’amarizza spirannu di iri sempri a migliurari, sulu alligria vulemu e nò tristizza, ca stu tesoru a tutti amà mustrari.
Iu la vulissi ogn’ura cchiù splinnenti, cchiù rispittata e cchiù valurizzata, ‘na perla rara, un zaffiru splinnenti comu ‘na picciuttedda ‘mprufumata.
Li pregi e li ricchizzi sunnu tanti, c’è aria d’una eterna primavera, amamula sta terra tutti quanti chiamannula a gran vuci: - O mia Ribera !
Bedda Ribera, bedda a tutti l’uri, farini un paradisu ognunu spera, o terra d’oru, o terra di l’amuri, sì bedda sì, sì bedda: O mia RIBERA.
21 maggio 2007
A GIUSEPPE(acrostico)Giuiusu, vispu e beddu sì arrivatu,Intra ogni cori dunasti un sorrisu,Un angilu di ‘ncelu t’ha purtatu,Scinnutu apposta di lu Paradisu.E ora iu nonnu sugnu addivintatu,Provu gran gioia e ammiru lu tò visu;Pi tia scrissi sti versi emozionatuE li trasmettu a la <<CITTA’ DEL RISU>> .
Il neo nonno - 24 febbraio 2003
AUGURI GIUSEPPE(Sonetto-Acrostico dedicato al mio nipotino Giuseppe Ciliberto per il suo 1° Compleanno)
Affetto, gioia e amore proprio immenso Un dolce nipotino mi ha donato, Giuseppe mio a te sempre io penso, Unico fiore che mi hai incantato. Raro hai il sorriso, bello è il tuo visino, Infondi luce e sei uno splendore, Gioisce tanto il tuo caro nonnino, In mille modi ti tiene nel cuore. Un anno come il vento è già passato Semplice fiore intriso di purezza, E mentre scrivo sono emozionato Perché ogni verso è una mia carezza. Per te dal nonno: Auguri e lunga vita E a papà e mamma Una gioia infinita.
IL NONNO Ribera, 24 Febbraio 2004
GABRIELE: Un dono d'amore (Acrostico dedicato al mio secondo nipotino)
Grande è la gioia per il lieto arrivo Amor che tanti cuori hai rallegrato, Bello hai il sorriso, splendido e giulivo, Radioso è il tuo visino vellutato. Immensa e grande gioia tu ci hai dato E in special modo a mamma ed a papà, Letizia a nonni e zii hai portato E tutto attorno a te sorriderà. Un dono vero hai fatto al fratellino, Nella sua vita l’aria hai profumato, Da ora innanzi il vostro cammino Orgoglio mi darà e vi sono grato. Non so perché mi prende l’emozione Ogni qualvolta osservo questo fiore, Di certo provo intensa sensazione Averti qui e sentire il tuo calore. Meriti auguri e gioie in quantità, Ogni fortuna e ogni felicità, Raggio di sole, dolce più del miele, E’ bello il nome tuo: GABRIELE.
Ribera, 15 Agosto 2004
Dolce attesa Che incanto, che magìa, che meraviglia ! apprender la notizia già aspettata, una gioia grande hai dato alla famiglia che è in grembo, la creatura da te amata. Un fremito e un disìo ognor mi piglia e presto ti vorrei a me abbracciata, felice marcerei per miglia e miglia pur di vederti presto figlia amata. Due angeli, due cuori, un gran tesoro, sui quali riversare immenso amore, due stelle luccicanti più dell’oro, dalla tua pianta nasce un nuovo fiore. Lo accoglieremo con festoso coro gridando al mondo: - E’ nato Salvatore !
E’ nato Salvatore (dedica a Maria Luisa da parte del papà) Felice io lasciai tutto il mio mondo per ammirarti o figlia e starti accanto, ad aspettar quell’angelo giocondo che tu hai portato in te tra risa e pianto. Tra ansia, tra speranza ed emozione, col dolce desiderio sol d’amare, quel volto che all’immaginazione era un bel volto tutto d’ammirare. Ed ora è qui, tra chi ha tanto aspettato, tra chi gli ha dato parte della vita, tra chi ha gioito ed anche sospirato, quando la sua vocina s’è sentita. Il dono, il grande frutto dell’amore, per te e il suo papà… è Salvatore.
Il nonno Giuseppe Nicola Ciliberto
|
RICORDI DI ALTRI TEMPI
In famiglia nel 1956
Ricordo spesso con un certo rimpianto, il periodo tra gli anni ’50 e ‘60 del secolo appena trascorso. Erano altri tempi, sia per i grandi che per i ragazzi. Tempi molto più semplici di quelli di oggi, meno ricchi di occasioni di svago ma non di giocattoli e divertimenti, per trascorrere i momenti liberi. I ragazzi di allora trovavamo sempre il modo per trascorrere le giornate nella massima spensieratezza. Tanti oggetti per il gioco ce li costruivamo da soli ed uno tra i preferiti era “lu moto pattìnu”,(monopattino) sia a due che a tre ruote, o meglio cuscinetti a sfera. Occorreva solo qualche tavola che era facile reperire tra gli scarti di qualche falegnameria, i cuscinetti, che si potevano reperire dai meccanici e poi, un po’ di chiodi, qualche bullone e tanta buona volontà e il divertimento era assicurato. Altri semplici giocattoli erano i cerchi delle biciclette fatti ruotare con una semplice bacchetta di legno, gli archi e le frecce ricavate da vecchi ombrelli, le trottole di varia misura, acquistate presso la bottega di carradori dei fratelli Millefiori e le “filecce”, cioè le fionde ad elastici per tirare i sassi. Io ne costruivo sempre qualcuna in più per qualche amico, purchè mi facesse compagnia durante le battute di caccia a lucertole e passeri nelle periferie del quartiere di Sant’Antonino.
GLI ANNI DELLA SCUOLA
In mezzo alle strade si giocava spesso a “li prigiunera”, “a li sordi spicci”, “a li mazzi”, “a la cannedda”, a “l’une monti”, “a la tortula”, “ a lu quatrettu”, “a li pumetta”, “ a lu campanaru”, ecc. Quando si riusciva ad acquistare una palla con qualche colletta, si andava anche a disputare qualche partitella di calcio o una “sfida tra quartieri”, nella cosiddetta “Strata larga”, l’attuale Via Roma, nelle Piazze Giulio Cesare, Sant’Antonino, Villa Isabella e Verdi, o davanti allo spiazzo del serbatoio idrico comunale, situato nella parte alta del paese. Nelle giornate di freddo invernale si stava in casa, le donne a sbrigare incessantemente (li surbizza di casa” (i lavori casalinghi), a rammendare le calze o gli abiti consumati dal troppo uso, a preparare da mangiare, spesso in una cucina in muratura, usando legna stagionata della quale ci si premurava sempre di tenere una buona scorta. Il riscaldamento allora non esisteva ed era assicurato dalla carbonella infuocata, dentro un contenitore di metallo con due manici laterali, comunemente chiamato “lu monacu” (il monaco), ma non era raro vedere qualche casa con il classico caminetto a legna e la nonnina ad accudire i nipotini o lavorare all’uncinetto come si vede nel mio dipinto.
I grandi trascorrevano il loro tempo libero nei numerosi circoli o bar, giocando a carte, fumando oppure facendo i soliti quattro passi “chiazza chiazza” (nella piazza principale del paese). Non mancavano i “cuncumeddi” (gruppi di persone), solitamente vicini di casa, che si sedevano fuori a discutere del più e del meno fino al calar del sole e dove c’era sempre qualche anzianoche raccontava la trama dei romanzi più famosi o le avventure del bandito Salvatore Giuliano. Nei primi anni del 1950 hanno fatto la comparsa le prime radio, alcuni anche con mobile bar e giradischi e poi è arrivata finalmente la televisione. Ricordo ancora che eravamo all’incirca tra il 1954 e il 1956. I ragazzi di quei tempi, quando sentivamo parlare di televisione o di immagini che sarebbero apparse dentro la nostra casa, stentavamo quasi a crederlo, non era possibile, ma alla fine siamo stati i testimoni diretti del grande cambiamento che l’Italia stava attraversando. Non c’è alcun dubbio: oggi è molto meglio di ieri, ma permettetemi una personale considerazione.
Sarebbe stato possibile raggiungere il benessere di oggi, senza l’impegno e il lavoro preparatorio di ieri ? Credo proprio di no, per cui prepariamoci ad un futuro ancora migliore, senza dimenticarci però, anche con una dovuta e comprensibile nostalgia, del nostro non rimpianto, ma pur sempre glorioso passato e dell’immenso patrimonio culturale che generosamente ci hanno tramandato i nostri antenati e che noi dobbiamo tramandare immutato, se non arricchito ancor di più, ai giovani di oggi e alle future generazioni.
Ho pensato di raccogliere i ricordi della mia infanzia, dei giochi, degli amici e di tanti momenti di vita trascorsa nel mio quartiere di nascita, il più antico di Ribera che porta il nome di uno tra i santi più amati d'Italia: Sant'Antonino. Ricordo ancora con tanta nostalgia la mia fanciullezza tra gli anni '50 e '60 del secolo appena trascorso, a giocare a piedi scalzi e in mutandine imitando i personaggi dei film di Tarzan, i giochi infantili: a li prigiunera, a li mazzi, a la cannedda, a la vecchia, a l'une monti e tanti tanti altri che mano mano inserirò in questo affascinante e nostalgico capitolo. Non dimentico mai i giochi con "la tortula", con il pallone in Via Roma, comunemente chiamata la "strata larga", le frequenti escursioni in periferia, "a li cumuna", nella zona Conceria ed anche ad una certa distanza, fino ad arrivare anche nella zona delle "Pirreri" dietro la Villa Comunale, quelle di "Martusa" ed anche tra i ruderi del Castello di Poggiodiana. Non c'erano allora i divertimenti e i giochi di oggi ma i bambini eravamo un pò tutti fantasiosi e molte cose ce le creavamo da noi stessi. Non mancava mai la "fileccia" per andare a "caccia" di lucertole, di "passiature" (gechi) o di passeri ed anche la "cciappula" (trappola), comprata con 10 o al massimo venti lire, che serviva per catturare i poveri uccellini, specie nelle bellissime giornate di primavera. E' vero che erano altri tempi, ma il divertimento infantile non mancava proprio. Molti erano i giochi con le figurine di attori, con scene dei film di Tarzan, di calciatori e di ciclisti che tenevamo in grande quantità giocandocele o a carte oppure a "sciusciari", cioè a soffiare sulle stesse che, venivano vinte se si riusciva a farle capovolgere. Altre notizie sui giochi di oltre 50 anni fa ed altre immagini, oltre a quelli riportate più sotto, saranno inserite successivamente .
RISCOPRIRE Il PASSATO (La mia prefazione al libro TRADIZIONI POPOLARI - Ribera ieri, Ribera oggi)
Per chi non ne sia a conoscenza, o per chi, più non lo rammenta, ricordo che negli Stati Uniti e precisamente nello Stato del South Dakota, esiste una montagna chiamata Rushmore, che ogni giorno è meta di visite turistiche di persone di ogni estrazione sociale e di ogni parte del mondo. La principale attrazione di questa suggestiva montagna è quella di avere scolpite su una delle sue pareti rocciose, le gigantesche teste raffiguranti quattro tra i più importanti Presidenti degli Stati Uniti d’America: George Washington, Thomas Jefferson, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt. realizzate dal grande scultore Gutzon Borghun. Insieme alle figure è scolpita anche la seguente enorme scritta, che rappresenta un grande messaggio per tutti i popoli della terra : <<Un paese che non si ricorda del proprio passato è un paese senza futuro. La memoria è nei nostri spiriti>>. Anche il notissimo scrittore, storico e giornalista italiano Indro Montanelli scriveva spesso: <<Un popolo che ignora il proprio passato, non capirà nulla del proprio presente>>. Tutto ciò che è “Passato” è anche “Folclore”, l’insieme di tutto ciò che è la vita di un popolo, l'essenza vitale del popolo stesso, la linfa che scorre nell'animo della gente, il modo più giusto ed appropriato per accrescere la conoscenza. Folclore, detto anche "folklore" è un termine di origine inglese, che significa “Studio della cultura popolare” ed è nato dalla fusione delle due parole “folk” (popolo) e “lore” (dottrina) e quindi, “Dottrina del popolo”, o meglio “Conoscenza del passato”. Gli studi del folclore sono iniziati nel 1878, ma il termine era già stato usato alcuni anni prima, e precisamente nel 1846 dallo studioso e letterato William J.Thomas. La vita di un popolo e gli “usi e costumi” del passato si possono conoscere oggi, anche attraverso l’immenso patrimonio popolare di “detti”, “proverbi”, “indovinelli”, “scioglilingua”, “canti”, a noi pervenuto e dal quale si può prendere esempio in tutti i campi dello scibile umano. Quale migliore fantasia, se non quella della gente comune, poteva produrre tanto materiale da costituire una ulteriore ricchezza per il già ricco patrimonio culturale della Sicilia ? Gente povera, lavoratori, contadini, spesso anche analfabeti, sono stati gli autori, che oggi hanno il merito di aver prodotto tanto materiale, qua e là raccolto e salvato per sempre. Gente che spesso, ha conosciuto solo fame e miseria, sacrifici e privazioni di ogni genere, ma che pur ha saputo affrontare le ingiustizie e i problemi della vita, sorridendo per un simpatico scioglilingua o sentendosi appagata per aver creato qualche enigmatico indovinello. E’ mio auspicio che tutti, specie le nuove generazioni, possano scoprire, l'amore e l'interesse per tante manifestazioni e per tanti momenti di vita popolare, cercando di contribuire a loro volta a tramandarli ai posteri, in modo tale che, il passato, fonte di semplicità e di saggezza, non solo non vada mai dimenticato, ma venga anzi capito, apprezzato e ricordato negli anni a venire. Chiedo venia per una non prevista “auto citazione”, ma reputo necessario ricordare che, dopo la mia Prima raccolta di Canti e Feste popolari intitolata “LA STRINA” del 1991, grazie, ancora una volta, al Patrocinio del Comune di Ribera, ho avuto la grande soddisfazione di stampare nel 2000 anche un secondo e più corposo volume dal titolo “TRADIZIONI POPOLARI – Ribera ieri, Ribera oggi”, che, sono nati entrambi da un immenso amore per la storia di più antiche generazioni . Il costante, a volte faticoso, ma sempre appassionato impegno e i tanti piccoli e grandi sacrifici, oggi mi ripagano ampiamente, con l’apprezzamento da parte di tanta gente, ed ancor più di giovani studenti ed insegnanti, che in questi semplici libri hanno trovato, se non tutto, almeno qualcosa che li fa avvicinare sempre più alla natìa e amata Ribera, facendo loro riscoprire il bello e il meno bello del nostro glorioso passato.
COME SI GIOCAVA NEGLI ANNI ‘50 Non lo avrei mai immaginato, ma il mio sito internet, dopo circa sei mesi che si trova in rete, risulta essere visitato oltre che da italiani d’Italia, anche da connazionali sparsi in varie nazioni del mondo, come gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina, il Brasile, la Germania, la Spagna, la Francia, il Belgio e di recente perfino l’Australia. Per il sottoscritto non poteva giungere gratificazione maggiore di questa: sapere che il lavoro svolto, che quasi giornalmente viene integrato di notizie sulla Ribera di oggi, viene visto da qualcuno. Molte sono le manifestazioni di stima e di gradimento per ciò che nel sito stesso è stato inserito e tantissime sono le lettere che pervengono al mio indirizzo di posta elettronica.Fino a qualche anno fa, ero quasi profano di tutta questa tecnologia moderna che, a quelli non più giovani, come a tanti altri della mia età, ci obbliga a convivere con i Computer, con i telefonini e con le macchine digitali ultrasofisticate, che farebbero girare la testa a chicchessia. Spesso si è costretti a ricorrere all’aiuto di figli e anche di nipoti per capire qualcosa e per giunta, i giovani di oggi, che forse hanno pure ragione, ci definiscono arretrati, nostalgici, fuori del tempo e quindi non in grado di capire e destreggiarci con i modernissimi marchingegni della vita moderna.
Varie immagini del periodo dell'adolescenza
Ma con la mia notoria testardaggine, la mia grande passione e con l’aiuto di libri, opuscoli e roba varia, sono in qualche modo, riuscito a carpire quel minimo indispensabile che mi permettesse di entrare in quel variegato e complesso mondo di INTERNET. E questo soltanto per soddisfare il mio desiderio di avere un sito tutto mio, dedicato principalmente a Ribera, dove poter immettere tutto quello che può risultare utile a qualcuno, in special modo proprio ai giovani, che potranno avere modo di conoscere anche il passato e la storia che fu dei loro padri e dei loro lontani antenati. Ah, se sapessero, o immaginassero minimamente come ci si divertiva e si giocava, appena una cinquantina di anni fa. Non ci crederebbero, che in molti non avevamo nemmeno i giocattoli e ce li dovevamo costruire da noi. La mia aspirazione da bambino era molto “ardita”; pensate che in contrapposizione alla volontà di mia madre che voleva a tutti i costi che a differenza degli altri due fratelli e due sorelle, prendessi un diploma, io rispondevo che da grande avrei fatto… il falegname. Proprio così, il falegname, perché mi piaceva costruire da me i giocattoli. Poi non è stato così, perché ha vinto mia madre, che con il suo amore, la sua volontà e il suo impegno a spronarmi e ad aiutarmi nello studio, il tanto desiderato “pezzo di carta”, che poi è stato un semplice diploma di geometra,me lo ha fatto prendere. Ed è stato nel 1963, ad Agrigento, perché a Ribera l’istituto tecnico era sorto da poco con la sola prima classe e i primi diplomati sono usciti, credo, tra il ‘67/’68. Come dicevo, oggi per non far disperdere la memoria di quel lontano passato, ho pensato di raccogliere nel sito, i ricordi della mia infanzia, dei giochi, degli amici e di tanti momenti di vita trascorsa nel mio quartiere di nascita, il più antico di Ribera, il quartiere di Sant'Antonino.
Ricordo ancora con tanta nostalgia la mia fanciullezza tra gli anni '50 e '60 del secolo appena trascorso, a giocare a piedi scalzi e in mutandine “a lu chianu di Sant’Antuninu”, imitando i personaggi dei film di Tartan. Ricordo i tanti giochi infantili: a li prigiunera, a li mazzi, a la cannedda, a la vecchia, a l'une monti e tanti altri,che nel loro insieme costituiscono un capitolo affascinante e nostalgico del nostro passato. Non dimentico i giochi “a li pumetta”, con "la tortula", o le partite a calcio in Via Roma, comunemente chiamata la "strata larga", con palloni a volte costruiti con stracci. Non dimentico le frequenti escursioni in periferia, "a li cumuna", “a la stazioni”, “a Santa Rosalia”, nella zona Conceria ed anche a notevoli distanze, fino ad arrivare anche nella zona delle "Pirreri" dietro la Villa Comunale, quelle di "Martusa" ed anche tra i ruderi del Castello di Poggiodiana. Non c'erano allora i divertimenti e i giochi di oggi ma i bambini eravamo un pò tutti fantasiosi e molte cose ce le creavamo da noi stessi. Non mancavano mai le "filecce" per andare a "caccia" di lucertole, di "passiature" (gechi) o di passeri ed anche “li cciappuli" (trappole), gli archi e le frecce con le aste dei vecchi ombrelli o i cerchi di biciclette per farli rotolare in strada con una bacchetta di legno. E' vero che erano altri tempi, ma il divertimento infantile non mancava proprio e qualche bel gelato o una forma di “grattatella” con sole 10 lire, la compravano dal gelataio ambulante. Molti erano i giochi con le figurine di attori, con scene dei film di Tarzan, di calciatori e di ciclisti che tenevamo in grande quantità giocandocele o a carte oppure a "sciusciari", cioè a soffiare sulle stesse che, venivano vinte se si riusciva a farle capovolgere.
PITTURA: Una grande passione
La mia passione per il disegno è nata negli anni ’50 del secolo appena trascorso, precisamente tra il 1955 e il 1957, durante i tre anni che mi videro frequentare la Scuola Media Vincenzo Navarro, allora ospitata al piano terra dell’attuale Municipio di Ribera. Era Preside il Prof. Giuseppe Ciancimino e il mio insegnante di disegno era il Prof. Giovanni Bucalo, al quale devo molto per avermi guidato e stimolato nella sua materia, per la quale mi riteneva un alunno attento, impegnato ed in grado di ottenere nel tempo buoni risultati ed un probabile successo nel campo dell’arte. Non è stato sicuramente così, se per successo avesse inteso riferirsi al raggiungimento di una certa fama, che per la verità non ho mai cercato. Di raggiungere traguardi, sicuramente non è mai stato nelle mie intenzioni, ma una cosa è più che certa che, quel suo imput mi è servito tanto a continuare, oltre che nel disegno e la pittura, anche in tante altre forme d’arte, che fino ad oggi hanno sempre occupato gran parte del mio tempo libero appagandomi non poco. Il Prof. Bucalo, oltre ad affiggere spesso, sulle pareti delle aule o dei corridoi i miei disegni, a volte mi portava con sé per tenergli il cavalletto o la scatola dei colori, quando andava per le strade di Ribera, specialmente nel mio quartiere di S. Antonino, per dipingere dal vero persone, animali e scene di vita popolare. Io ne ero entusiasta e lo seguivo sempre con grande interesse, rubacchiando la sua maestrìa, sbirciando curioso tra i suoi arnesi di lavoro e cercando di carpire i tanti segreti della sua arte.
Crescendo, la passione per il disegno è via via aumentata e non è stato per caso se ho scelto di continuare gli studi presso l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento, dove nel 1963 ho conseguito il sospirato diploma di Geometra, che mi ha permesso di vincere nel 1970 a Roma, un Concorso Nazionale a 12 posti per Disegnatore al Genio Civile, cambiando letteralmente la mia vita. Nel campo artistico sono sempre stato un autodidatta, leggendo libri , monografie, vite ed opere di grandi pittori con la non celata speranza di imparare sempre qualcosa, studiando le tecniche e i vari stili pittorici. Nel contempo ho cercato anche di essere me stesso, sbagliando anche, ma riuscendo il più delle volte ad ottenere lusinghieri consensi di pubblico ed anche discrete vendite, nelle varie mostre che sono riuscito ad organizzare in diversi paesi. La mia prima personale l’ho tenuta in un capannone della Villa Comunale di Ribera, in occasione della 2^ Fiera Mercato del 1968. Da allora e sempre nell’ambito della Provincia di Agrigento, ho tenuto almeno 25 Mostre personali, partecipando anche a numerose collettive che, per me hanno costituito un grande orgoglio, anche se non ho mai pensato lontanamente di andare oltre il mio habitat naturale che è stato sempre a Ribera e provincia.
CON LA “PINTAIOTA” AL MARE DI SECCAGRANDE La vecchia “pintaiota”, come comunemente veniva chiamata in stretto dialetto riberese era sempre lì, puntuale, ad aspettare l’orario della partenza, sotto lo storico “speziu” di Piazza Duomo. Erano tante le corse giornaliere per la spiaggia di Seccagrande, raggiungibile percorrendo un strada provinciale lunga pressappoco nove chilometri, in parte asfaltata con bitume e con vari tratti in terra battuta, specie nella parte finale in discesa presso la contrada Camemi. Negli anni ’50 e fino ai primi anni del 1960 non c’erano ancora case abitate lungo il percorso, ma solo qualche vecchio casolare diroccato qua e là, circondato da rigogliose piantagioni di mandorli, olivi, vigneti o da vasti campi di pomodoro o carciofi. Il vecchio autobus era il mezzo più comodo per andare al mare, ma non mancava chi vi si avventurava con gli ultimi carretti siciliani ancora in funzione, per l’occasione carichi di tende per costruire le “logge”, unitamente a sedie, tavoli, masserizie varie e qualche bella camera d’aria di autocarro già bella e gonfia che sarebbe servita ai meno esperti di nuoto. Non era raro neanche che si vedessero gruppi di giovanissimi fare la strada a volte in bicicletta o addirittura a piedi, rassegnati del fatto che, oltre a possedere pochi soldi in tasca, erano pochissime le occasioni di trovare un provvidenziale passaggio.
Stiamo parlando di un periodo, oggi quasi dimenticato, quando molti giovani e numerose famiglie non possedevamo ne la televisione, ne tantomeno la sospirata automobile, che fosse anche la più piccola, come la giardinetta Fiat 500 o le prime versioni della 500, 600 e 600 multipla, che poi hanno aperto la strada alle più “potenti” Millecento, Milletre , Lancia Appia e alle mitiche Giuliette e Giulie dell’Alfa Romeo. Nel periodo estivo, ogni anno, dai primi di giugno a metà settembre era un continuo viavai di pulmann, le classiche “pintaiote” della Ditta Lumia, che andavano e tornavano dalla nostra più frequentata località balneare, dove, a poco a poco cominciavano a sorgere le prime case unifamiliari e le prime caratteristiche ville circondate da giardini.
Noi giovani di allora, con il costume da bagno già indossato e con in mano la sola asciugamano, conoscevamo molto bene gli orari delle partenze mattutine e ci recavamo numerosi al capolinea per partire verso il divertimento assicurato per quasi l’intera giornata. Stesse scene si ripetevano a Seccagrande nel tardo pomeriggio, nel lungomare per ritornare in paese, mentre era costantemente affollato di gente il lungomare che arrivava si e no dove attualmente c’è la caratteristica lingua di sabbia. A tarda sera, dopo i bagni della giornata erano sempre in molti che facevano delle rilassanti passeggiate in attesa di risalire sulla provvidenziale “pintaiota”, quasi sempre affollata.
Allora c’era lo chalet di Greco, una robusta impalcatura in legno, costruita per metà in mezzo al mare, dove tutti facevamo sosta per gustare un buon gelato, giocare con i bigliardini o per ascoltare le canzoni più in voga in quegli anni con i modernissimi Juke Box. Erano gli anni di Gianni Morandi che lanciava “La fisarmonica” “In ginocchio da te”, "Non son degno di te”, o di Rita Pavone con “Cuore”, “Il ballo del mattone” o ancora di Adriano Celentano che imperversava con la sua “Storia d’amore”, “Il ragazzo della Via Gluck”,. “Il tuo bacio è come un rock” e tanti altri famosi cantanti, che ancora oggi, anche i giovanissimi conoscono bene. La giornata trascorreva sempre nella massima allegria e divertimento, intervallando vari bagni e nuotate con qualche ora sdraiati al sole e qualche pausa pranzo, mangiando un bel panino con la mortadella acquistato sul posto, quando da casa non ci si portava nulla. Non c’erano allora le pizzerie, non c’erano i ristoranti, non c’erano neanche i paninari di oggi che si piazzano nei punti strategici del lido seccagrandino vendendo panelle, milza, salsiccia e patatine fritte. Comunque il necessario si riusciva sempre a trovarlo e con poche lire si trascorreva una bella giornata, ritornando a Ribera molto appagati e con il proposito di ritornare all’indomani.
LA MIA VITA MILITARELa partenza: 7 Aprile 1964 (Martedì)
La cartolina precetto per la chiamata alle armi, l’ho ricevuta a casa il 9 marzo u.s. Sulla stessa era indicato che avrei dovuto presentarmi nella destinazione assegnatami il 9 aprile 1964. Da quel giorno non ho avuto altri pensieri nella mente che quelli della partenza. I miei discorsi preferiti con gli amici avevano sempre come argomento la vita militare e, spesso mi soffermavo a discutere, preferibilmente, con amici che già il servizio militare lo avevano prestato, per sapere tutto o quasi di ciò che anch’io avrei dovuto iniziare a provare quanto prima. Sapevo, ed ero ben convinto che non sarei andato certamente in villeggiatura, ma non vedevo lo stesso l’ora di partire, tanto prima o poi avrei dovuto affrontare quel periodo di “Servizio alla Patria” che la gran parte dei giovani della mia età , desiderio di partire, che non quello di farla franca, o meglio di “scacagnarimilla”, come si usa dire in dialetto riberese. Forse era la mia innata curiosità, forse la voglia di conoscere altra gente, altri luoghi, altri modi di vivere, ma desideravo veramente di fare il servizio militare. A tal proposito mi ritorna in mente quel momento di due anni prima, quando a Palermo, durante la visita di leva, presso l’ Ospedale Militare di Corso Calatafimi, cercavo di gonfiare il torace per paura che una misura troppo esigua avrebbe potuto farmi riformare. Ricordo bene che l’addetto alla misurazione, non so se era un medico o un infermiere, mi aveva richiamato, dicendomi di non inspirare aria e di stare in perfetto rilassamento. In ogni modo, anche se ero di corporatura alquanto esile e cioè, circa 63 Kg. per un’altezza di mt.1,72, le mie misure e le mie generali condizioni fisiche, erano state sufficienti a farmi dichiarare idoneo. Dopo quasi un mese di trepidante attesa, finalmente il tanto “desiderato” giorno della partenza è arrivato. La mia destinazione indicata sulla cartolina era la seguente: 84° Rgt. Ftr. (C.A.R.) Distaccamento di Pistoia. L’Arma specialità era: Art. camp. D.A.T. A.V. - Gruppo di specializzazioni ed incarichi: 3/O. Inoltre sulla cartolina vi era scritto: “Dichiara parente B”. Essendo la mia data di nascita il 10/10/1942, avrei dovuto essere chiamato alle armi nel mese di Luglio 1963, ma ciò non è stato possibile poiché in quel periodo stavo sostenendo gli esami di maturità per conseguire il Diploma di geometra presso l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento. Qualche tempo prima avevo fatto la domanda al Distretto Militare per un rinvio e così ho dovuto aspettare le successive partenze. Ero certo comunque che sarei partito con il contingente del mesi di novembre 1963, ma non so per quale motivo non avevo ricevuto la chiamata. In seguito, da informazioni assunte presso il Distretto di Agrigento avevo saputo che sarei partito con il Primo scaglione del ’64, cioè nei primi di Marzo, ma la partenza, a causa delle festività di Pasqua è stata ancora rinviata ai primi di Aprile. Il “fatidico amato giorno” della partenza, per dare inizio a quei “temuti ma desiderati” quindici mesi di “naja” era arrivato. Ora bisognava solamente prepararsi a partire ed affrontare i quindici mesi di naja.
LA MIA PASSIONE PER LA MUSICA I primi approcci con la musica e le note musicali li ho avuti durante la permanenza in Collegio, all'età di circa 10 anni, precisamente presso l'Istituto San Calogero di Naro, dove avevo frequentato le classi quarta e quinta elementare e superato gli esami di ammissione per accedere successivamente, tornando a Ribera, nella Scuola Media "Vincenzo Navarro", ospitata allora dentro il Palazzo comunale. In quel periodo ero venuto in possesso di un piccolo xilofono con 8 tasti dal quale ad orecchio, servendomi di un piccolo bastoncino con pallina in legno, riuscivo a suonare dei motivetti allora molto in voga. Ricordo che la canzone che mi piaceva di più e che riuscivo ad eseguire bene era "Papaveri e papere" . Altre canzoni simili riuscivo ad eseguirle, senza capire come, con un organetto che credo mi avesse portato mia madre in una delle sue visite nel collegio. Insomma, la passione è nata quasi per caso e da allora, crescendo ho scoperto sempre di più di avere un certo orecchio musicale ed ho desiderato sempre di più, senza mai volere studiare musica, di cimentarmi in molti altri strumenti quali la chitarra, il mandolino, il marranzano, per arrivare infine all'organo elettronico, molto in voga tra i complessi degli anni '60 e 70 del secolo scorso, del quale avevo imparato da solo tutti gli accordi, trasportando le note che già conoscevo sulla chitarra. Dopo solo un paio di mesi dalla fine del servizio militare sono subito entrato a far parte del mio primo vero complesso musicale. I miei ricordi personali si riferiscono principalmente al periodo che va dal 1965 in poi, quando sono entrato a far parte del “Complesso Azzurro”, chiamato direttamente dal Maestro Ignazio Marino che, casualmente passando vicino a casa mia, mi ha visto seduto fuori in strada a strimpellare con la mia inseparabile chitarra: un modello classico acquistato nel 1959, presso la fabbrica "Estudiantina" di Catania, al prezzo di lire 7.500 oltre le spese di spedizione. Così dopo un pò nacque la mia prima chitarra elettrica Eko con relativo amplificatore Binson da 20 Watt, che allora erano il massimo che un ragazzo, appassionato di musica quale ero io, potesse desiderare. I componenti del predetto complesso, già molto impegnato in matrimoni, trattenimenti vari e feste danzanti, era composto dal Maestro Ignazio Marino al sax tenore, Matteo Tornetta al sax contralto, Ignazio Maraventano alla chitarra solista, Vito Favarò alla batteria e Tony Tortorici alla chitarra basso. Per poco tempo era rimasto con noi anche Gaetano Termine che suonacchiava un organo elettronico dei primissimi modelli, ancora non abbastanza sofisticati come quelli che sono stati costruiti in quegli anni. Ma il Termine, per motivi suoi personali ha lasciato subito il complesso, per andare a lavorare all'estero e cosi il sig. Marino ha pensato di rimpiazzare l'organo con una seconda chitarra, chiamandomi direttamente a far parte del suo complesso. A cantare era Tony Tortorici, soprannominato simpaticamente “’Ntoni Vuccuzza” e di tanto in tanto anche il nostro batterista Vito si cimentava nel canto di brani che richiedevano un’ampia estensione della voce.
Dopo circa un anno di piena attività, il “Complesso Azzurro” ha cambiato nome ed anche qualche elemento. Infatti ha adottato un nome più modernizzato “Le perle azzurre” e sono entrati Mimmo Poggio con la tromba al posto di Matteo Tornetta, emigrato negli Stati Uniti e Ottavio Presti al posto di Ignazio Maraventano che, per le sue spettacolari esibizioni con la sua formidabile chitarra era stato adocchiato dal Complesso dei “Cardinali” che, praticamente se lo sono accaparrato. Ma il virtuoso Ignazio non è rimasto per molti anni con i Cardinali perché anche lui è dovuto emigrare in America dove oltre al suo normale lavoro ha trovato posto anche in una orchestrina locale composta da musicisti italiani.
Un'altra interessante esperienza è stata quella con il Gruppo "Folk-Cabaret Sicilia Canta, Sicilia Frana" che dopo avere proposto per un paio di anni presso l'emittente locale Radio Torre Ribera, un seguitissimo programma a cadenza settimanale, ha continuato poi per circa 10 anni tenendo spettacoli inogni parte della Sicilia, coronando la bella esperienza anche con una tourneè di una settimana in Germania, tra gliemigrati riberesi e non di Colonia. La foto è stata ripresa in Germania 1979 - Da sinistra:Io (mandolino), Giuseppe Smeraglia (chitarra), Vincenzo Ruvolo (chitarra basso), Enzo Argento (chitarra).
Verso il 1967 è avvenuta la separazione di alcuni elementi delle “Perle Azzurre” dal maestro Marino, in quanto si era venuta a creare la possibilità di formare un nuovo complesso formato tutto di giovani dai venti ai 25 anni e introdurre l’organo elettronico. Così è nato il mio nuovo gruppo musicale con il nome “Gli Arcangeli”, fomato in un primo tempo dal sottoscritto, passato dalla chitarra all’organo elettronico, da Mimmo Poggio, Pino Coniglio, Vito Favarò, Ottavio Presti e Tony Tortorici con inserimenti successivi di altri elementi.
Dello stesso gruppo degli Arcangeli, in tempi diversi hanno fatto parte anche i fratelli Di Dio di Cattolica Eraclea, Giovanni alla batteria, Paolo al sax e Giulio eccellente trombettista, passato dopo circa un anno in una prestigiosa orchestra diretta da Luciano Fineschi che si esibiva spesso in televisione. Anche Paolo Borsellino con la sua voce e la sua tromba per un certo periodo è stato un componente del Complesso Gli Arcangeli e dopo l’uscita del sottoscritto, trasferitosi ad Agrigento nei primi mesi del 1971 per motivi di lavoro, vi hanno fatto parte anche Giuseppe Smeraglia alla chitarra e Francesco Zito all’organo.
Ribera 1990 - Con il Gruppo folk "Cantafolk '90) . (Io sono l'ultimo a destra con il mandolino).
Ci vorrebbe molto spazio e molto tempo per raccontare quanti e quali gruppi musicali si sono succeduti in quegli anni, rimasti ancora vivi nei nostri ricordi e, non volendo fare torto a nessuno, cito sommariamente i gruppi che per certi versi sono stati protagonisti nel panorama musicale riberese.
IL MIO MAGICO MANDOLINO
Quanti ricordi, quanti bei momenti trascorsi con il mio magico, stupendo, eccezionale mandolino. Quante musiche popolari da esso sono uscite per allietare grandi e bambini, quante note maestose hanno scandito le meravigliose musiche che esaltano la Sicilia. Che gioia per me essere stato l’esecutore di tanti brani che in gioventù avevano catturato la mia passione di ascoltatore e poi essere io stesso ad eseguirli, a inciderli su dischi, musicassette e CD. Spero tanto che se non per me stesso, i tanti brani che da esso sono usciti facciano la gioia di chi li ascolterà anche in futuro e soprattutto facciano dire domani ai miei cari nipotini che il nonno ha amato veramente la musica siciliana e l’ha anche eseguita. Come non essere felici ed entusiasti pensando alle note di "SCIURI SCIURI" , di "VITTI ’NA CROZZA", "SI MARITAU ROSA", "LA CAMPAGNOLA", "COMU SI LI CUGLIERU LI BEDDI PIRA", "SICILIA BEDDA" "ABBALLATI ABBALLATI"ed altri ancora, non escluse le tantissime tarantelle, polke, mazurche e contradanze per far ballare e divertire tanta gente. Ancora oggi il mio mandolino è uno dei migliori, prodotti dalla rinomata liuteria di Carmelo Catania di Mascalucia, un paesino ai piedi dell’Etna, dove circa 30 anni fa sono andato a prenderlo direttamente. Ho suonato tanto e in tanti complessi musicali: la chitarra ed anche l’organo, ma lo strumento che più di tutti mi ha dato le migliori soddisfazioni è stato proprio il mandolino, che è quello rappresentato in un mio dipinto (vedi foto a sinistra). Il vecchietto dal viso nostalgico lo immagino come se fossi io stesso, quando sarò ancora più vecchio, anche se con la speranza di non invecchiare mai e con la mia crescente voglia di donare ancora un po di buona musica siciliana a tutti coloro che avranno la bontà di ascoltare il dolce suono di uno strumento che nel mio cuore ci resterà per sempre e le mie dita sempre vorranno accarezzare.
IL PRIMO INCONTRO CON MARIUCCIA
Avevo già preso servizio il 15 aprile di quell’anno 1971, presso l’Ufficio del Genio Civile di Agrigento. Mi sembrava di toccare il cielo con tutte e due le mani, tanto mi sentivo felice e sicuro di poter andare incontro ad una vita senza problemi economici. Un posto statale in quell’importante palazzo di Agrigento era stato da sempre il desiderio di mia madre, che una volta, trovandoci proprio in quella cittadina, quando ero da poco diplomato geometra, mi aveva detto : - Come sarebbe bello se un giorno tu potessi entrare e lavorare in quell’Ufficio. Il desiderio di mia mamma ed anche il mio si erano avverati, appena 8 anni dopo aver terminato gli studi e dopo aver vinto un concorso nazionale a 12 posti, recandomi addirittura a Roma presso il Ministero dei Lavori Pubblici. Il concorso era per Disegnatore /Geometra ed io mi sentivo di far bene, visto che il disegno era la mia principale passione.
Ribera 1971: Da poco fidanzato con Maria Tornetta
Non ci avrei creduto a superare quel difficile concorso, ma ci speravo tanto e il mio piccolo miracolo ed il grande desiderio mio e di mia madre, si erano avverati. Sapevo già di dover prendere servizio a metà aprile, quando quella sera al bar avevo salutato Maria, la sorella del mio amico e collega nel complesso musicale.
Lei era partita due anni prima per l’America ed improvvisamente era tornata per un viaggio di piacere, assieme al solo padre. La sua visione mi aveva quasi accecato, mi aveva impressionato quasi, di quanto era tornata bella, luminosa, con i suoi meravigliosi occhi azzurri che brillavano di luce propria, al centro di un delicato trucco che mai prima ricordo, che avesse adoperato. I due anni oltreoceano l’avevano talmente cambiata, che mi sono meravigliato di non essermi mai accorto prima, di quanta bellezza c’era dietro a quella semplice ragazza, vestita in maniera molto “alla paesana” e sempre senza trucco.
Eppure era la stessa ragazza, la sorella del mio grande amico Matteo, con il quale per almeno 4 anni ci siamo frequentati, quasi giornalmente, vuoi per motivi inerenti l’attività musicale, vuoi per soli motivi di amicizia, in quanto tutte le sere eravamo soliti con altri amici ritrovarci tutti al bar. Non mi aveva mai sfiorato l’idea di rivolgere un pensiero a quella sua sorella, chiusa sempre in casa e che avevo vista pochissime volte.
Ma quella sera, la mia presenza dentro il bar, la sua venuta assieme allo zio per fare una telefonata, quel saluto ammaliatore con tanto di bacio, sono stati gli elementi che hanno determinato una svolta decisiva e radicale nel percorso della mia vita. Prima di incontrare lei, non era nelle mie intenzioni fare un fidanzamento ufficiale subito dopo essermi messo al lavoro, ero felice del concorso vinto e avevo programmato di godermi per qualche anno e con un reddito sicuro, la mia gioventù, senza pensieri e legami di alcun genere.
Non è stato così invece, per niente, perché il mio destino era segnato e quell’anno, l’indimenticabile 1971, quando avevo 28 anni, è stato forse il più importante della mia vita, naturalmente dopo quello della nascita. Avevo paura di perderla quella dolce ragazza e senza chiedere alcun consiglio a casa, ho approfittato del fatto che suo zio Nino, quello che l’aveva accompagnata al bar, mi aveva chiesto un passaggio sulla mia macchina, per andare ad Agrigento l’indomani mattina. Era da circa una ventina di giorni che avendo preso servizio, mi recavo tutte le mattine nel capoluogo agrigentino e ritornavo a fine lavoro, in attesa di trovare presto una “pensione” o una “casa in famiglia”, nella stessa città. L’indomani quel signore anziano, zio di Maria, era con me in macchina e durante la strada, lunga una cinquantina di chilometri, che si percorreva in poco meno di un’ora, il mio pensiero continuo era per la nipote. Fra me e me pensavo di dirlo a lui, che era mia intenzione di chiedere la mano della ragazza, la bellissima nipote tornata dall’America. Ma non trovavo il coraggio e per tutta l’andata si è parlato di altro. Lasciandolo scendere ad Agrigento nei pressi della Previdenza Sociale, dove aveva qualcosa da sbrigare, ci siamo dati appuntamento alle ore 14, per il ritorno in paese. Tutta la mattinata in ufficio, dove ero ancora alle prime armi, pensavo a quella ragazza, che non riuscivo a cancellare dalla mia mente, proponendomi di trovare il coraggio di chiedere la sua mano.
Durante il viaggio di ritorno pensavo in continuazione di dire in maniera chiara e decisa al sig. Nino che volevo fidanzarmi con la nipote, ma non trovavo ne le parole, ne il coraggio per iniziare la mia timida richiesta. L’ho trovato solo pochi chilometri prima di arrivare in paese e non so cosa io abbia detto, ma le mie imbarazzate parole erano state capite e recepite molto benevolmente dall’anziano signore, che, per nulla scompostosi, quasi se l’aspettasse quella mia richiesta, mi aveva promesso di darmi una risposta in serata.
Nel frattempo avevo avvertito mia madre della cosa e quando, nel tardo pomeriggio, il signor Antonino è venuto a casa mia, quasi con il sorriso sulle labbra, ho capito che la risposta era positiva. Non ho intravisto per la verità un grande entusiasmo da parte di mia madre che, forse, avrebbe desiderato che ci pensassi un po’, prima di fare quel passo, ma il mio desiderio di quella ragazza era forte ed avevo paura di perderla, per sempre, caso mai fosse ripartita per l’America. Il fidanzamento era già fatto e la sera, io e mia mamma, ora contenta anche lei, eravamo a casa del signor Antonino, dove, felicissima e gioiosa, tra i vari parenti, con un sorriso dolcissimo sulle labbra, c’era lei, in tutto il suo splendore, in eleganti abiti, ad aspettarmi. Facevo fatica a tenere gli occhi miei sui suoi.
Non era ancora del tutto svanito il ricordo di Enza, della quale non avevo più notizie da un po’ di tempo e non sapevo se era ancora in paese o si era ritirata nella sua Palermo. Ma ora pensavo solo alla mia nuova ragazza la mia fidanzata, fresca fresca, della quale mi ero invaghito in un attimo, senza via di scampo. Erano i primi giorni del mese di maggio e da allora per cinque mesi i miei incontri con lei, avvenivano sempre a casa dello zio, che la aveva ospitata insieme al proprio papà, che era suo fratello, in quanto loro, da quando erano emigrati, non avevano più una loro casa in paese. Da allora tutte le mattine prima di recarmi ad Agrigento passavo da lei, che mi aspettava sempre, di primo mattino per prendere il caffè nell’adiacente bar.
...DAI RICORDI DELLE MIE NOZZE... (Nelle foto: Maria e Nicola, dentro una carrozza reale e sopra un carretto siciliano, in due delle tante foto riprese il giorno delle loro nozze, nel Palazzo dei Normanni e nel Museo Pitrè di Palermo).
E' ancora molto forte e incancellabile il mio personale ricordo, sia del Palazzo Reale che del Museo Pitrè di Palermo, quest'ultimo ubicato in quel magnifico Parco della Favorita che comprende, a poca distanza dal museo, anche la stupenda Palazzina Cinese.
Incancellabile, poichè le foto del mio matrimonio con Maria Tornetta, avvenuto in quell'ormai lontano giovedì 28 ottobre 1971, in gran parte sono state riprese, prima nella meravigliosa Cappella Palatina, dentro al predetto Palazzo reale che fu dei Normanni, tra una miriade di tesori d'arte e oggetti antichi, e dopo tra i numerosi reperti e le ricche vetrine del Museo, circondati da svariati oggetti appartenuti ai nostri antenati ed oggi elegantemente esposti per la pubblica fruizione.
Reperti di varie epoche, che vanno dalle carrozze reali ai carretti siciliani e ai costumi popolari, dagli attrezzi di lavoro alle stoviglie di casa, dai mobili, a svariati oggetti casalinghi, agli arnesi appartenuti a varie categorie di contadini o artigiani. Un mondo vario, fantastico, ricco di fascino, che proietta l'osservatore, quasi sempre meravigliato, verso un mondo ormai scomparso, che ha lasciato i segni di una vita sicuramente povera, ma tanto ricca di cultura e, sovente anche di tanta saggezza.
Quel giorno non ho avuto ne il tempo, ne la giusta concentrazione per potere osservare e ammirare la enorme quantità di materiali esposti, in quanto vincolato, unitamente alla mia fresca mogliettina Mariuccia, agli ordini del nostro fotografo Giacomo Avanzato che ci manovrava a suo piacimento, per poterci ritrarre nelle pose più belle e interessanti, immersi in quel mondo antico che ci aveva tramandato tante cose interessanti e tante opere artistiche. Il banchetto di nozze è stato tenuto sempre nella città di Palermo, nel Corso Calatafimi ed il locale era "Il giglio Rosso".
Il TEMPO PASSA, I FIGLI NASCONO E...SI SPOSANO
.... ARRIVANO I NIPOTINI...LA GIOIA DI DIVENTARE NONNI !
(Pagina soggetta ad ulteriori aggiornamenti)
|
|