Ribera

L'INCONTRO DI PASQUA

e il VENERDI' SANTO

 

Storia - Tradizione - Folklore - Immagini di ieri e di oggi

 

di Giuseppe Nicola Ciliberto

 

SAN MICHELE

LA MADONNA

GESU' RISORTO

 
 

 

Il giorno della Santa Pasqua, vede Ribera risvegliarsi in una atmosfera di magia e di grande gioia, durante la quale tutti i cittadini, dai più piccoli, ai più grandi, vivono un momento di indescrivibile emozione, ansia, e felicità, nell'attesa dell'ormai tradizionale "Incontro" che vedrà la sua conclusione attorno alle ore 15.

La giornata, come tante altre feste religiose, inizia con la solita mattutina "arburata", e in ogni parte del paese si odono spari di mortaretti, accompagnati dalle allegre note della banda musicale, che annunziano il giorno di gioia.

Si attende il grande momento dell'Incontro e pertanto numerose pietanze sono già preparate sin dal giorno prima, per poter avere più tempo da trascorrere lungo il Corso principale, che per l'occasione brulica di persone ben vestite e di gruppi di ragazzi e ragazze, in abbigliamenti, più o meno strani che animeranno tutta la festa.

Col passare delle ore, la folla cresce a dismisura, i più giovani al grido di "largo, largo", salgono e scendono saltellando lungo il Corso, precedendo i numerosi gonfaloni, chiamati comunemente "palii" e che rappresentano varie Associazioni, Parrocchie o Gruppi di fedeli. Il massimo della folla, costituita anche da visitatori dei paesi vicini e spesso da persone venute appositamente da luoghi molto lontani, si raggiunge verso la fine della Messa di Mezzogiorno. Già i balconi sono stati presi d'assalto, qualche albero viene scalato da intraprendenti "osservatori" che vogliono assicurarsi un punto di vista più alto.

Chi non corre comincia a prendere posto sui marciapiedi, tentando a colpi di gomito, di trovarlo più comodo possibile ed evitando magari di farsi calpestare qualche callo indolenzito. Fotografi e cineamatori, più o meno esperti, danno sfogo alle loro macchine, per cogliere i momenti più significativi della imponente manifestazione. La giornata di Pasqua è caratterizzata, da mille suoni provenienti da fischietti, dal grido dei partecipanti misto al brulichio di una immensa folla, dai mille colori dei palloncini colorati che i ragazzini tengono legati ad un filo.

In  questo fantasmagorico e variopinto caleidoscopio, si vedono dominare, in tutta la loro maestosità, i grandi "palii", addobbati con profumatissimi fiori di "balicu" e nastri multicolori, che svolazzano per l'aria, seguiti dai fedelissimi, devoti del Santo o dell'Associazione rappresentata. 

Poco prima delle ore 14, appare, portata a spalla da forzuti giovani, la splendida Vara di San Michele, che con la sua luccicante spada sguainata e adornato di bellissimi fiori e fave verdi appena raccolte, scende lungo il Corso per andare ad annunziare alla Madonna Addolorata la Resurrezione del Figlio. Davanti alla Chiesa del Rosario si trova già in attesa la Madonna, ancora coperta da un manto nero, mentre un'altra banda esegue ancora una triste marcia funebre. Dapprima, sempre di corsa ed al grido di "largo, largo", sfilano davanti alla Madre di Gesù tutti i gonfaloni, che si dispongono nell'ampia Piazza Duomo. Infine, di corsa, arriva davanti a Lei San Michele, che con tre solenni inchini annuncia "lu Risursitu" di Gesù Cristo, mentre uno dei fedeli pronuncia tra l'applauso generale la frase:

"Maria, vostru Figliu abbriviscì"

Nel frattempo la Statua di Gesù Risorto, in tutta la sua bellezza e la sua maestosità è arrivata, e attende la Madre all'incrocio del Corso principale, con il Corso XXV Aprile (ex Corso Regina Margherita).

A questo punto, davanti alla Madonna, vengono ricostituiti i vari gruppi dei gonfaloni, che risalgono il Corso, seguiti dal Gruppo di San Michele, sempre saltellando con passi cadenzati, per andare verso il Cristo.

 

Infine, cade il velo nero dell'Addolorata, inizia la grande "maschiata" preparata nella Piazza Duomo e la banda inizia a suonare finalmente una allegra e tipica marcia, composta tanti anni fa dal Maestro Antonino Cinà.

Tra i fragorosi botti, l'odore acre della polvere da sparo, l'immenso fumo che invade la Piazza, il suono delle campane della Chiesa e gli applausi della gente, misti a qualche lacrima, la statua della Madonna, preceduta e seguita da migliaia di devoti, arriva ai piedi del Figlio, quando "li musicanti", quasi senza più fiato, sono già allo stremo delle loro forze.

L'aria è invasa da qualcosa di magico, i volti della gente si impietriscono di emozione e gli occhi non hanno altro da guardare, se non le Sacre immagini ed i relativi portatori, che incuranti dell'immane fatica sostenuta, si apprestano a concludere la manifestazione.

Ed ecco il momento più solenne, l'Incontro vero e proprio. Per ben tre volte si vede la Madonna dondolare e inchinarsi fin quasi a baciare i piedi del Figlio, che a sua volta, lascia trasparire una grande sensazione di gioia, con appropriati movimenti ondulatori e sussultori, mentre alle note della banda si uniscono gli scroscianti applausi di una immensa folla commossa ed al tempo stesso felice. 

Fino a qualche anno fa, l'Incontro si concludeva con una breve processione, che attraversava il quartiere di Sant'Antonino, dopodiché le tre Vare rientravano nelle rispettive Chiese.

 Oggi tale processione del dopo incontro è stata rinviata alla sera. Quella di Pasqua, per Ribera è senz'altro una giornata indimenticabile ed occorrerà ogni volta un 'altro intero anno, per riprovare le stesse sensazioni e la stessa gioia offerta da questa importante tradizione vecchia di alcuni secoli.

 

 

 Il momento dell'Incontro tra Gesù Risorto e la Madonna

 che fa tre inchini ai suoi piedi, tra gli scroscianti applausi

delle  numerosissime persone presenti.

 

    Per dimostrare quanto conosciuto ed importante sia l'Incontro di Pasqua di Ribera,

si riportano alcuni versi conosciuti dalle nostre parti, fin dai primi anni del secolo XIX:

        "Li Sepolcri di Cataviddotta,

        lu Risursitu di Sciacca

           e lu 'Ncontru di Rivela".

 

 

 

La cartolina con le sacre immagini di

San Michele, Gesù Risorto e la Madonna

che ogni anno viene distribuita ai fedeli

durante la raccolta delle offerte per

le vie di Ribera.

La parte retrostante la cartolina di Pasqua riporta la poesia,

 PASQUA A RIBERA

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

che nel 1998 ha vinto il Primo Premio nel  Concorso

“La Pasqua a Ribera - Fede, tradizione, folclore”,

indetto dal Comitato della Festa e dal Distretto Scolastico N.2, con il Patrocinio  del Comune di Ribera.  La stessa, ogni anno viene stampata sul retro della cartolina, distribuita a tutti i cittadini, durante la raccolta delle offerte che servono a finanziare i solenni festeggiamenti.

 

E’ Pasqua e l’aria odura di splinduri,

gioia e letizia regna ccà a Ribera,

priziusu donu d’una primavera

ca ‘nti stu jornu porta sulu amuri.

E’ Pasqua e lu paisi è assai ‘ncantatu,

a discrivillu quasi un si ci cridi,

mumentu eccelsu di misteru e fidi

ca fa ristari quasi senza sciatu.

Tutti fistanti, tutti, nichi e granni,

manu cu manu sàtanu cuntenti,

pari magìa st’oceanu di genti

pi chista usanza antica di tant’anni.

Si grida "largu, largu" e San Micheli

davanti a la Madonna accumpagnatu,

annunzia ca Gesù è risuscitatu

tra un svintuliu di palii ‘nta li celi.

Curri Maria tra genti chi si scanza

e fa lu ‘Ncontru cu lu Sarvaturi,

ca beddu, e urnatu di milli culuri,

a ognunu metti in cori l’esultanza.

Sublimi attimu chi ‘nfunni spiranza

ca odiu e peni fussiru scurdati,

tant’occhi su’ di lacrimi vagnati;

Pasqua è amuri...è paci...è fratillanza.

 

Fatti e personaggi della Ribera di un tempo

COME SI CELEBRAVA LA PASQUA

(Articolo di Santo Tortorici - pubblicato su Momenti n.857 del 8 aprile 2007)

 

(Nella foto il Comitato della Festa del 1940)

 

La Pasqua, come si sa è preceduta da 40 giorni di quaresima, che a Ribera la tradizione popolare riduceva a 39, in quanto l'indomani di carnevale, "lu carnilivaruni", si andava a schiticchiare in campagna. Quando ancora non esistevano le villette a Seccagrande, le famiglie e i gruppi di amici a mezzo di carretti, calessi, cavalli, muli, asini e con ogni mezzo, si recavano a Verdura, sistemandosi lungo il rettifilo, oppure in qualche altra località dove qualcuno possedeva una casa o un casolare.

Si cuocevano fave, piselli verdi, carciofi, si arrostivano sarde fresche, salsiccia, polli, carne di castrato, accompagnati da abbondanti bevute di vino di casa, ad alta gradazione alcolica. La giornata del "Carnilivaruni" si concludeva tra canti, balli e giuochi di ogni genere, sapendo che l'indomani aveva inizio la Quaresima durante la quale bisognava osservare il digiuno e non era consentito ballare.

La Domenica delle Palme, come avviene ancora oggi, le chiese erano affollatissime dalle famiglie che accompagnava­no i loro bambini con in mano delle piccole palme per essere benedette dal sacerdote. L'indomani, con l'inizio della settimana santa, le chiese si riempivano di fedeli, per assistere ai riti religiosi come la visita ai sepolcri, il lavaggio dei piedi e in particolare per ascoltare la parola dei sapienti predicatori (sacerdoti e monaci) provenienti da ogni parte di Italia e anche stranieri.

La sera del giovedì santo, in segno di lutto, sugli altari veniva calata una tela di colore violetto per coprire le statue dei santi, le campane cessavano di suonare e venivano legate fino al momento del "risuscitu" (resurrezione) che avveniva il mezzogiorno del Sabato Santo, e non alla mezzanotte come avviene oggi. Anche nelle abitazioni private le immagine sacre e gli specchi venivano coperti con delle stoffe, per evitare che le donne, il venerdì santo, commettessero il peccato di truccarsi il viso e di pettinarsi, mentre era loro lecito impastare la pasta. In proposito una nenia recitava :

Maliditta sia dda fimmina cà di venniri li capiddri si addirizza.

Biniditta sia dda fimmina cà di venniri la pasta 'mpasta".

 

II Venerdì alle ore 11 circa, come avviene ancora oggi, dalla Chiesa Madre partiva la processione religiosa con alla testa la musica cittadina che intonava delle marce funebri, seguita dall'urna in vetro, con dentro il cataletto di Gesù morto, portato a spalla da alcuni fedeli.  Arrivata la processione al calvario, due sacerdoti salivano sulle scale per mettere in croce il Cristo morto.  Il giorno del venerdì santo tutti i fedeli osservavano il digiuno completo.

Noi bambini ci recavamo al Calvario per assistere alla crocifissione, subito dopo, ci sdraiavamo sul prato d'erba verde antistante, dove mangiavamo "lu Cannileri" con l' uovo sodo, già preparato dalle nostre mamme quale dolce pasquale. All'imbrunire, al calvario, si radunava una grande folla di cittadini per ascoltare la predica del sacerdote ed assistere a lu scinnu del Cristo dalla Croce. Dal Calvario si formava una grande processione per il rientro nella Chiesa Madre. Lungo il percorso, sostavano dei capannelli di cittadini i quali intonavano delle nenie del che ripetevano in continuazione.

Una diceva: Iu scinnu di la cruci stancu di tanta via, lu cunnannaru a morti lu figliu di Maria.

Trentatrianni 'ncrunatu di spini,  ferri e catini li porta Gesù"...

Anticamente lu risuscitu avveniva il sabato a mezzogiorno, e non alla mezzanotte come avviene oggi, le campane venivano sciolte perché suonassero a distesa, accompagnate dallo sparo dei mortaretti per an­nunciare l'avvenuta resurrezione del Cristo trionfante sulla morte, si alzavano i teli dagli altari e dagli specchi di casa.

Al tocco delle campane, si rompeva il digiuno, cessava l'astinenza dei giorni della Quaresima, mentre in casa le donne e noi ragazzi, armati di un "maglielo" ( un ramo di vite che conteneva un numero di nodi dispari, circa 11-13) si correva all'impazzata per la casa sbattendolo sulle porte, sugli armadi, sulle finestre, sui tavoli, sul letto e su ogni altro oggetto della casa, al grido:

"Fora diavulu fora, ora cà Gesù è risuscitatu,  fora diavulu fora, ora cà Gesù è risuscitatu..."

Durante il periodo della guerra tutte le feste religiose, per motivi di sicurezza, erano state sospese. A Ribera, dopo lo sbarco delle truppe alleate del 13 luglio 1943, la prima festa di Pasqua fu celebrata nel mese di aprile del 1944. Il clima politico era fortemente arroventato, per lo scontro tra il partito della Democrazia Cristiana e la Chiesa, da un lato, e i partiti Social comunisti, dall'altro.

Nella Chiesa Madre, per "lu risuscitu" di mezzogiorno del Sabato Santo la statuetta del Cristo risorto apparve con in mano la bandiera bianca, invece che con la tradizionale bandiera rossa. L'episodio suscitò tanto scalpore e mormorio tra i fedeli, provocando la reazione del Comitato per i festeggiamenti della Pasqua presente in Chiesa. La Domenica mattina, in preparazione dell'incontro, il Comitato, come al solito, provvide ad addobbare festosamente la grande statua del Signore risuscitato, sostituendo la bandiera bianca con quella rossa.

All'apparire, in pubblico, dell'immagine del Signore risuscitato con in mano la bandiera rossa, l'immensa folla scattò in un grande applauso. In aggiunta, il Comitato aveva deciso di partecipare alla corsa dell' Incontro, in cui ciascuno impugnava dei grossi bastoni con in cima legati dei vistosissimi nastri rossi.

 

 

IL LUNEDI DELL'ANGELO

(di G.N. Ciliberto)

Il giorno del lunedì dell'Angelo è comunemente chiamato a Ribera "lunidi di Pasqua" e più che una precisa ricorrenza religiosa, è considerato un appuntamento di svago, di divertimento e di spensieratezza. Infatti è in uso fin dai tempi più lontani, festeggiare tale giornata con gite in campagna, tra i numerosi giardini del nostro territorio, o presso le case estive di Seccagrande e di Borgo Bonsignore, in compagnia di parenti e di amici per la tradizionale "scampagnata". In questa occasione la città quasi si spopola e molte persone riunite in gruppi, si recano fuori, organizzando le immancabili "schiticchiate" e le grandi "abbuffate", ove le griglie e i forni sono i veri protagonisti. Spesso vengono tirati fuori strumenti musicali di vario genere, come chitarre, fisarmoniche, mandolini e trombe dando vita a veri e propri spettacoli all'aperto che richiamano moltissimi gitanti che si trovano a passare nei paraggi.  In contrapposizione a quanto avviene oggi, in un'epoca ove imperversa il consumismo più esagerato, si ha notizia che alla fine dello scorso secolo, si usava, specie tra i cattolici devoti di San Michele,  dedicare tale giornata al digiuno ed alla preghiera, consumando solo pane e acqua, ma oggi tale usanza non viene più presa in considerazione nemmeno dai cattolici più osservanti.

Alcuni credevano anche, che se tale penitenza, fatta esclusivamente nella giornata del lunedì santo o "dell'angelo" fosse stata continuata per nove anni consecutivi,  dalle famiglie che avevano in casa ragazze zitelle, San Michele le avrebbe preservate in eterno dalle pene dell'Inferno e forse anche, aiutate a trovare un buon marito.

 

 

Festa di Pasqua

(Notizie tratte da "Monografia sopra Ribera" da un manoscritto di Giuseppe Salerno del 1894,

trascritto, annotato e integrato a cura di Raimondo Lentini nell'anno 2007)

 

In questa ricorrenza viene costruita la "Stragula", carro, il quale viene formato a guisa d'alta torre, poggiata sopra un grosso baroccio con due gran ruote di legno, bordate da grosse lamine di ferro che ne formano cerchi, bene inchiodate. La torre, nella quale sommità presenta una corona, è pure costruita di legname, e l'intera torre viene vestita di rami d'alloro, di mirto, e rosmarino, dove alla punta della corona che finisce con grosso mappamondo, sventola una bandiera di mussola coler vermiglio.

Nella vigilia, il giorno anteriore alla Pasqua, il Sabato Santo, il carro Stragula viene tirato da due nutriti buoi, preceduto dal suono dei tamburi, e seguito dalla banda musicale, che una folla di popolo segue a codazzo. Dopo che avrà girato le vie del comune, scende dal corso Maggiore, e va' a fermarsi nel pratello, tra la Madre Chiesa e quello del SS.mo Rosario, ed ivi sta'fermo, fino a che termini la messa cantata, e la funzione del risorto Gesù. In questo frattempo, si recano nella chiesa Madre varie ragazze, vestite da angiolette, alcune con candide vesti, e corone di fiori sul capo, portando in apposite guantiere, chi la corona di spine, chi i chiodi, chi il martello, come simbolo degli arnesi serviti alla crocefissione del morto Redentore. Altre con tuniche nere, e veli bianchi dalla testa pendenti, coi cordoncini bianchi stretti alla cintura, nella quale sporge un crocefisso d'argento, e di rame, a guisa d'abito monacale, rappresentanti la Vergine Addolorata col pugnale infisso al seno. Altre rappresentanti Marta, e Maddalena, e tal'altre con vesti dorate, ed abitini smaglianti con dei belli nastrini intrecciati in tutto il corpo, con calice d'argento nelle mani, il turibolo, e la navetta con l'odoroso incenso, che par d'angiolette, tirano la gradita attenzione.

Entrate in chiesa, parte si dispongono con le lanternine di carta a colore con ceri accesi a semicerchio dinanti l'altare maggiore, altre in bell'ordine sopra i gradini dello stesso altare, immobili, in atteggiamento commosso, e piangente, asciugandosi gli occhi col faccioletto.

Al Vangelo, eccoti un generale bisbiglio, un frastuono. Sono i vari ragazzi che conducono le madri in chiesa per vedere le funzioni:

Mammuccia - l'ammuccia, la caduta di lu velu, lu risuscitu.

Quanto a dire, la luce immediata nella chiesa per mezzo di tende poste nelle finestre, che chiudonsi e s'aprono per mezzo di cordine con arte legate; lo squarciamento del velo del tempio, e la salita in Cielo per mezzo d'una leva, del Nazzareno Gesù.

Suona il sagrestano, a ripetuti rintocchi, il campanello. Cade il sacro velo che copre l'altare maggiore, il Nazzareno sale in cielo col suo gagliardetto in mano coler vermiglio con due candele di cera ardente, e la banda musicale intona la sua ilare marcia. Nel contempo le finestre chiuse con le tende cadono istantaneamente, ed ecco la chiara luce ed i raggi del sole che tremulano sulle pareti, e colonne della chiesa. Dall'alto della volta svolazzano molti uccellini chiusi in apposita gabbia appena s'apre lo sportellino, e varie santine di carta, vanno aliando nell'immenso vano della chiesa, che per venire ghermita, ragazzi l'uno e l'altro si confondono.

Terminata la messa cantata, il carro sale pel corso maggiore con i tamburi, e banda musicale, sparando per ogni cantonata una petarda che col rombo scricchiolano i cristalli delle vicine case, e rompe il timpano dell'orecchio. Le campane di tutte le chiese suonano a distesa, e l'orologio comunale batte le campane pel mezzogiorno.  Indi il carro si ferma davanti la casa del Governatore della festa, ed il popolo tutto gaudente rincasa, per alleggerire le pentole ed i tegami per mangiare. Durante la notte viene pavesata la Stmgula, carro, con pane a cerchietti inverniciato con giallo d'uovo, legati come tanti anelli fitti l'un con l'altro, ed il prospetto pure pavesato da agnellini e cavallini di caciocavallo, avente nel centro un agno di pasta reale, marmorato di bianco zucchero, ed altri colori ed eccoti un continuato sparo di petarde, senza che la banda cessi di suonare inviandosi pure in cielo dei rapidi razzi. È l'alba del giorno di Pasqua, la banda musicale scende con lieta marcia tra la batacchiata alle campane e col fragore dei tamburi, che ti ripete la Diana, viene sotto il corso Maggiore sparata una lunga filiera di mortaretti, ed alle fine una forte scossa di una gran cerchia di petarde a varia fila ti spara in un unico colpo, che l'aria, e la terra tremano, rompendo e scricchiolando i cristalli delle finestre e persiane. Scende il carro tirato dai buoi a gala vestiti con le corna coperte di sedie fazzoletti, e con le campanelle che tintinnano appese alle giogaie nel loro movimento, ed il pastore che li guida, vestito anco a festa, tenendo in mano seduto al davanzale del carro, la lunga verga, fornita la punta d'acuto pungolo di ferro, onde punzecchiare i buoi nel cammino seguito dalla banda musicale e dai tamburi, e va' a fermarsi innanti il pratello della chiesa maggiore aspettando l'incontro dei Santi. In questo lasso, ci permettiamo dire qualche cosa sulla Stragula, carro. Essa a prima vista ti sembrerà qualche cosa di strano, di stravagante, di caratteristico e senza scopo per dirla alla buona, anzi marchiana. No lettore mio carissimo, ascolta:

La torre ti da il segno della fortezza, il pane benedetto del Santo Sacramente Eucaristico.

L'agnello la mansuetudine del Signore Gesù. Ecce Agnus Dei. L'agnellino, il cavallino, ed i buoi di caciocavallo, l'emblema della pastorizia e degli armenti, da dove promana la ricchezza. L'alloro, ed il mirto il segno della gloria per l'umano riscatto, ed il rosmarino la fragranza della fede. Simboli tutti del cristianesimo.   Verso le ore undici antimeridiane, dalla chiesa del SS.mo Rosario esce la Madonna della Pace, con manto nero che ne copre l'intero simulacro, tenuta a spalle dai confratelli vestiti in cappa colla buffa calata nel volto, nella quale vi sono due buchi rotondo per la vista.

Qui la banda musicale, al di lei apparire, intona la marcia funebre, ed il tamburo pure batte i colpi lugubri sulla pelle rallentata. Indi dalla chiesa del SS.mo Oratorio esce il SS.mo Salvatore con lo stendardo di broccato rosso nella destra mano, e nella sinistra un manipolo di verdi spighe di grano, ed ai fianchi degli steli di fave verdi, e fiori di vario colore bene intrecciati. Il simulacro viene pure portato a spalla dai confratelli vestiti in cappa colla buffa calata sul volto, dove sporgono due rotondi buchi per la vista. Si comincia per la dritta via la processione preceduta dal suono del tamburo, e va'a fermarsi nel punto superiore del corso Maggiore. Contemporaneamente parte della banda musicale va'a ricevere l'Arcangelo Michele dalla chiesa di S. Pellegrino, il quale con la sua spada lucida sguainata del Paradiso nella destra, e nella sinistra il gagliardetto di broccato rosso, calcando il fiero dragone infernale, segue la processione con banda musicale, e va' pure a fermarsi nel corso Maggiore, accanto del Simulacro del SS.mo Salvatore.

Alla di costui vista si da principio all'incontro dei Santi, ed eccoti un mare di teste che brulicano in tutto il Corso, e nelle vie adiacenti. I balconi, le terrazze, e le finestre gremite di persone d'ambo i sessi, e d'ogni vario ceto, vestiti tutti a festa. Le donne coi differenti colori delle stoffe smaglianti dimenano i larghi ventagli, chiamando il fresco. Le signore, e signorine con i belli coloriti cappelli guarniti di fiori e nastri bizzarri, e penne di struzzo, con le spille nei seni, braccialetti nei polsi e fioccaglie di oro, al riflesso del sole sono tutte raggianti, e con le belle toelette ti danno un panorama il più stupendo, che la fotografia potrebbe trarre un eccellente paesaggio.

Odi di tanto in tanto l'allegra, ed alta voce di chi vende sulle panche di legno le castagne, i ceci, fave e mandorle brustoliti, e le nocelle. Il dolciere che con la sua candida vela fa ombra al caldo sole che irradia ai bei dolci di torrone, fatti con mandorle, miele, e zucchero, ed altri dolci di varia compostura, che ti stuzzicano un bel desiderio di farne la compra.

Ad un tratto, alla tanta aspettativa, senti varie voci ripetere: "Largu, largu." È l'Arcangelo Michele che scende defilato, di qui la massa del popolo si biparte, lasciando nel centro del corso una lunga striscia vuota, formando una strada retta, e lunga, ed ecco un dimenare di bastoni a dritta, ed a mancina, arruolandoli come tante spade in piena battaglia, onde ottenere il largo. In questo tramestio capita all'orecchio, alle spalle, ed alla nuca qualche colpo di bastone a chi là si sta ad aspettare. Scoraggiante spettacolo si presenta allor quando il tamburinalo che corre davanti il S. Michele cade, e si vede rotolare sul tamburo, dappoicché da un momento all'altro col sopraggiungere della calca del popolo che segue la corsa del Santo possa pestarlo, e pure la caduta di colui che anco corre nel portare in mano il grosso, e pesante stendardo. Ed ecco a tutti batte il cuore per la trepidanza, ed altri cadendo alla corsa, gli astanti ignorando l'individuo caduto, teme che sia uno dei suoi, ed eccoti grida: "Gesù, Gesù, Maria Santissima, aiutatilu vui!"

Arrivato il S. Michele davanti la Madonna della Pace, s'inchina, rendendole il saluto per ben tre volte, e poscia fa vista di parlarle all'orecchio, dandole l'annunzio del risorto Nazzareno.

Dietro di che, il S. Michele riede di.corsa con le solite grida di "Largu, largu, largu", e con il ruotare dei bastoni di quelli che lo precedono, e di quelli che lo seguono in tale corsa, va'di nuovo a fermarsi accanto del SS.mo Salvatore. La Madonna, appena avuto l'annunzio del risorto figlio, tutta gaudente, lascia il manto di gramaglia e gonzolante di gioia, corre per raggiungerlo. Durante la corsa, dalla sua corona d'argento svolazzano delle figurine di Santi di carta dorata, ed argentata e con gai colori, che nel vagolare per l'aria tutti i vicini s'impegnano per ghermirle; come ancora svolazzano altre pannette di carta dorata, ed argentata che pel radiante sole, raggiano come tanti diamanti, che ciascuno da vicino tenta d'afferrare.

In questa corsa il pericolo è maggiore, perché le spranghe della bara, essendo collocate di sbieco, si richiede più spazio, ed ecco maggiori le grida di "Largu, largu" e quindi più repente, e più animato l'arruolare dei molti bastoni. Tu in quel momento ti senti venire la tremarella nel corpo, che d'estraneo ne ignori l'uso, e quindi vedi con migliore occhio l'impudente spettacolo. Giunta la Madonna davanti il SS.mo Salvatore, fa tre inchini per saluto, ed indi gli bacia il costato, ed i piedi, che mostrano vermiglio il sangue uscito dalle ferite della crocefissione. A questa funzione il SS.mo Salvatore restituisce alla Madonna il saluto, chinandosi pure tre volte.

Terminata tale cerimonia, sale sulla bara della Madonna il devoto, e le toglie dal capo la vecchia corona, che ne sostituisce un'altra d'argento lucido, e di buona cesellatura. Il devoto, e tutti quelli che portano a sgabello i Santi, pagano un tributo, il cui danaro fa parte della festa Pasquale. Indi l'Arcangelo Michele seguito dalla banda musicale, e la Madonna col SS.mo Salvatore alla di lei destra, seguiti pure dalla banda musicale, procedono in processione per le vie consuete del comune seguiti dalla Stragula, carro, e vanno a fermarsi nel pratello della Chiesa Madre. * Ivi, dopo lo sparo d'una filiera di mortaretti, o di sole petarde, i Santi ripetono i vicendevoli saluti, e vengono collocati nelle rispettive nicchie. Terminata la funzione anzidetta, il carro sale pel corso Maggiore seguito dalle bande musicali, sparandosi in ogni crocevia delle petarde, e mandando in cielo dei rapidi razzi, va'a piazzarsi davanti la casa del Governatore della festa.

In quest'intervallo il predicatore quaresimalista recita il Panegirico in Chiesa pel Risorto Nazzareno al Vangelo della messa cantata, accompagnata dall'organo.

Durante il giorno i vice-parroci, ed altri preti van benedicendo le case con l'aspersorio in mano ed acqua benedetta, dove ricevono in complimento dei soldi, e delle uova, che il sagrestano, o qualche altro individuo all'oggetto chiamato ripone nel paniere.

Queste uova poi servono per mangiarseli a frittella aromatizzata con la nipitella, zucchero, e cannella come è d'uso in tutte le famiglie, cioè troscia.

La sera poi in Chiesa viene cantato il Vespero in onore del Patriarca S. Giuseppe, festa consueta, oltre a quella di dietro cennata del 19 di marzo. La Chiesa è parata di serici drappi, e di carte dorate con abbondante cera in bellissimo disegno. L'altare maggiore gremito di grossi ceri che ardono durante il Vespero, e la bella figura del patriarca Giuseppe, pare che mandi al popolo i raggi del Paradiso. La Chiesa è così gremita di persone, da non potervi collocare un'anca di pulcino.

La banda musicale, durante il Vespero, alterna i pezzi classici del Rossini, Bellini, Donizzetti, Verdi, Pacini, dello Strauss e simili. La dimani segue la festa con la messa cantata in Chiesa, colla recita del panegirico in gloria di esso Santo, e nelle ore vespertine la processione con immenso popolo che lo segue, percorre in processione le consuete vie dell'abitato con banda musicale, col clero e l'anzidetta Stragula, carro. Arrivato il simulacro nel pratello della chiesa si ferma per ascoltare lo sparo della filiera dei mortaretti, e la fine della cerchia delle petarde in molta fila, l'erezione del pallone aerostatico, il quale arrivato a certo punto dell'aria, fa penzolare un lunga coda di fuoco, che per gli astanti è un grazioso spettacolo. Nicchiato il Santo, il carro seguito dalla banda musicale, e sparo di razzi, e petarde in ogni cantonata delle vie, va' a piantarsi davanti la casa del Governatore della festa. Quelli che per malattie, o per altre circostanze che nel giorno 19 marzo non hanno fatto li "Santuzzi", soddisfano la devozione in detto giorno. Essendo il tutto terminato, il carro viene dell'intutto spogliato, ed il pane benedetto, l'alloro, il mirto, ed il rosmarino, l'agno, gli agnellini, ed i cavallini di caciocavallo vengono a pezzi portati per devozione in tutte le famiglie di rispetto, ed il resto del pane distribuito ai poveri. Così ha termine la festività di Pasqua, e quella di S. Giuseppe, ed il popolo di Ribera si apparecchia per trovarsi nella vicina Calamonaci per la festa del di lei patrono S.Vincenzo Ferreri, la quale ha luogo nella seconda domenica dopo la Pasqua, di che andremo a parlarne nel capitolo susseguente.

Notizie di prima mano ci pervengono dal Salerno sulla festa di Pasqua. La Stragula, come avevamo accennato noi nel nostro libro sulle feste di Ribera (R. Lentini, Le feste religiose nella Ribera d'altri tempi, Edizioni Momenti, Ribera 1995, pp. 52.) era una peculiarità di Pasqua, ma non sapevamo in che momento venisse usata.

Non sapevamo come si svolgeva la festa e che coloro che correvano, per farsi largo usavano dei bastoni; che la stessa Stragula veniva utilizzata il Lunedì di Pasqua per una nuova festa di San Giuseppe. In seguito questo carro non venne più usato per la Pasqua, ma lo utilizzarono per il 19 marzo che rimase poi l'unica festa al Santo. , ,   ,., Un'altra notizia inedita è che i membri del Comitato (prima era Confraternita) avevano il costume con il cappuccio come del resto si usa ancora in altri comuni. Noi qui vorremo aggiungere il capitolo sulla festa di Pasqua pubblicato nel volume sopra citato e quello sulla festa di San Giuseppe con aggiunte inedite.

 

Quaresima e Settimana Santa

Dopo il carnevale, di cui non abbiamo nessuna notizia, in tutti i paesi veniva chiamato un sacerdote regolare o un prete con fama oratoria di un altro comune, il quale era spesso designato dal feudatario, che per i quaranta giorni della quaresima predicava e faceva gli esercizi spirituali al popolo (questo avveniva anche fino a qualche decennio fa). Le spese del vitto e dell'alloggio per il predicatore quaresimale (o quaresimalista) erano a carico del Comune. Il primo di questi che venne a Ribera all'epoca della sua fondazione è stato certo Fra' Mariano da Corleone Cappuccino.

Dalle spese comunali del 1744 sappiamo che il predicatore era P. Pietro Antonio da Maro Carmelitano di Terra Santa; nel 1746 il sacerdote Agatino di Falco; nel 1748 P. Carlo Maria da Palermo; nel 1750 P. Rosario da Burgio; nel 1751,1752 e 1753 P. Paolo Bartolotta; nel 1754 D. Gerlando Fasulo; nel 1757 P. M. Cusmano; nel 1769 P. Paolino da Sutera; nel 1850 P. Pietro da Bivona.

L'amministrazione pagava, inoltre, l'affitto di una casa, (nella metà del 700 quella di certa Anna Maria Ragusa e di D. Antonino Navarra) dove il Predicatore alloggiava per tutto il periodo della Quaresima.

Un altro giorno importante del periodo pasquale era il Giovedì Santo in cui si allestivano i cosiddetti sepolcri. La visita a questi è una pia consuetudine che si pratica dovunque e con grande affluenza di fedeli. L'altare del sepolcro era adorno di fiori in vasi che i fedeli portavano in chiesa per l'occasione e nello stesso altare sul pavimento vi erano i piatti di lavureddu, che era il grano germogliato nel cotone e al buio. In alcuni paesi, non sappiamo se anche a Ribera, si faceva un tappeto, cioè un quadro eseguito a terra con polvere colorata che rappresentava il volto di Gesù, l'Addolorata oppure Gesù in croce e simili; si facevano anche delle scene, con rudimentali statue, rappresentanti i misteri della passione. Il 2 marzo 1766 certo Don Ottavio Spadaro di Calamonaci si obbligò con la confraternita del SS. Sacramento a parare il Santo Sepolcro perii Giovedì Santo in questo anno corrente nel loco solito di questa Madre Chiesa.

 

Tradizione che si svolge ancora oggi, ma che un tempo era molto più sentita ed i sepolcri erano costruiti con molta più cura e con molti apparati. Dalle spese delle confraternite del 1760 apprendiamo, inoltre, che veniva speso del denaro per l'illuminazione (lanterne) serate-notturna e per dei suonatori di pifferi che probabilmente seguivano la processione per la visita ai sepolcri.

 

Anche il comune partecipava alle spese dell'allestimento del Sepolcro come si può evidenziare dai riveli del 1714 in cui si legge tra l'altro: E più paga ogn'anno detta Università onze due per ragione di cera al SS.mo Sepolcro nella Settimana Santa.
Da un volume della curia vescovile del 1677 abbiamo notizia che venne rappresentata a Ribera un'opera sacra intitolata "La discesa dalla Croce di Cristo Signore Nostro" di Carlo Maretta. Il 16 marzo veniva dato il nulla osta dal vescovo di Agrigento Francesco Maria Rhini per la rappresentazione in pubblico essendo stata trovata l'opera in nessuna cosa contro la nostra Santa fede et buoni costumi concediamo licenza et facultà che nella Settimana Santa della corrente quaraesima tantum si possa rapresentare in logo sacro a maggior gloria di Dio Signor nostro dispensando alle constitubini in contrario vi ordiniamo però che lo vogliate permettere et invigilare non succedano inconvenienti ma che si siegua col dovuto decoro ed attentione per quanto stimate cara la gratia di Monsignor lll.mo et sotto pena di onze 50. In quell'anno la Settimana Santa iniziava l'11 aprile con la Domenica delle Palme e finiva il 18 con la Pasqua.
Del Venerdì Santo, per quanto riguarda quel periodo, non ci sono pervenute notizie sulla processione; però sappiamo da un documento che un Calvario venne costruito nel 1748. Leggiamo infatti nelle spese comunali di quell'anno:
Item a mastro Giuseppe Galletti per attratto, e mastria della Croce di legno del Calvario cioè tari 14 per legname, tari 2 portatura, tari 2 per chiodi, tari 1 perpece, tari 1 per tavola, tari 4 per gisso, tari 3 per aglio, tari otto per mastria di esso, tari 4 per mastria di muratore e tari 2 a mastro Ignazio Miraglio per farci il pedistallo di pietra incavata per star più forte detta Croce come per mandato a 18 Agosto 1748.
Un'altra croce, forse perché la prima andò distrutta, venne costruita il primo aprile 1757 dal falegname Mario Facciola sempre a spese del comune. È anche probabile che la croce veniva rimossa annualmente e se ne installava una nuova per evitare l'usura del legno a causa degli agenti atmosferici.


Più di un secolo dopo la rappresentazione del dramma sacro del Maretta veniva recitato, nel 1781, il martorio, probabilmente "II riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo" di Filippo Orioles (1687-1793); nei relativi atti di quell'anno leggiamo, infatti, che vennero fatti i palchetti dal falegname Onofrio de Silvestro e che Magister Melchior Castellana Calamonacis ricevette da don Calogero Marsalese Governatore della confraternita del Rosario sei tari prò loherio apparatus in usum etservitium demostrati Passiones Domini nostri Jesu in Platea publica in Die Jovis Santi; cioè per l'affitto dell'apparato necessario per la rappresentazione nella pubblica piazza della Passione di Cristo il Giovedì Santo (in quell'anno il 12 aprile). Inoltre Magister Antoninus Mangiavi Panarmi ricevette dallo stesso Marsalese, il 22 maggio 1781 tari venti così ripartiti: tari sei per due mascare di firia acconciate, e pittate, tari tre per formare n. ° otto mascare per gli Giudei, tari sei per indorare le lande, e tari uno per fare le pieghe alla veste del Cristo Signore nostro, e tari quattro per pittare due croci nere che servirono per il martorio.
Un ruolo importante nelle feste sia religiose che civili aveva ed ha ancora oggi la musica. Nella Pasqua del 1760 vennero suonati pifari, trombetta, e violini. Mentre nel 1781 vennero pagate onze 2.12.13 a Magister Vincentius di Patti Cattolice Agrigenti eiusque Societas che era il maestro di musica e quindi il rappresentante della banda, per aver suonato con violini, corni di caccia, et traversi (flauti che si suonano di fianco), per la prossima passata festa di Pasqua. Il tamburo veniva suonato da Antonino Valenti di Cattolica il Sabato Santo e la mattina di Pasqua. Nel secolo successivo veniva istituita la banda comunale ed il relativo regolamento ed in seguito venivano acquistate, sempre a spese del Comune, le uniformi. Infine non possiamo fare a meno di parlare dei giochi pirotecnici che da sempre hanno  affascinato sia gli adulti che i bambini. Nel 1750 dovevano venire esplosi a cura di due confrati della società del SS. Rosario, Isidoro Siracusa e Luciano Gioiello, n° 3500 maschi cioè detto di Siragusa n°2000 e ditto di Gioiello n° 1500 colle bombarde in essi solite entrate e ciò per la prossima futura Pascha di Risurrezione 1750. In onor di Dio, e della Beatissima Vergine. Nel 1759 venivano fatti i ludi ignei (giochi di fuoco) da Magister Rajmundus Bonadonna di Montallegro. Mentre nel 1781 il falegname Onofrio di Silvestre preparava la struttura di legno per i giochi di fuoco, leggiamo infatti: Item per chiodi nel formare la straola, parchetti, e gioco di foco, segno questo che venivano fatti non solo i fuochi artificiali, ma anche i cosiddetti "Castelli di fuoco".

 

La Pasqua di Resurrezione
Fino a tutto il XVII secolo a Ribera non abbiamo nessuna notizia su "lu 'ncontru"di Pasqua; ma nel 1695, ad opera della confraternita d.el SS. Sacramento, venne fatta scolpire da Francesco Reina di S. Stefano di Quisquina la statua di Gesù Risorto con tutte le caratteristiche necessarie per essere portata a spalla (vuota all'interno); segno questo che si sentiva la necessità di fare anche a Ribera l'incontro, come del resto già avveniva negli altri centri vicini.

Naturalmente la sola statua di Gesù non bastava, bisognava anche quella della Madonna e così nel 1710 veniva eseguita dai mastri Francesco e Paolo Reina, padre e figlio di Calamonaci, una figura seu Statua nominata la Madonna della Pace di Ugnarne.... giusta la forma di quella Madonna del Burgio. In un'altra parte dell'atto leggiamo: della Statua Immaculatae Maria SS.ma Pacis seu dell'Incontro, segno questo che T'Incontro di Pasqua" potrebbe risalire a dopo il 1710. Anche la statua di S. Michele, di cui non abbiamo notizie certe, dovrebbe risalire a quel periodo; infatti dalla sacra visita del Vescovo di Agrigento del 1734 sappiamo che nella chiesa di S. Pellegrino esisteva un altare dedicato all'arcangelo Michele. Purtroppo non ci sono pervenute le cronache descrittive su come si svolgeva in quel periodo la festa. Comunque da alcuni atti notarili di spese possiamo almeno notare i mezzi e gli strumenti utilizzati in tali festività, come ad esempio la famosa "stragula" che veniva usata, non come oggi per la sola festa di S. Giuseppe, ma anche per la Pasqua, per quella di S. Nicola di Bari Patrono di Ribera e probabilmente anche per altre feste. Leggiamo infatti in un atto del 28 marzo 1769 (quell'anno la Pasqua cadeva il 26 marzo) che la confraternita del Sacramento faceva eseguire dal falegname Giovanni Facciola la stragola di detta confraternita al solito costume nel festino di Pasqua di Resurrezione. Nel 1760 la stragola veniva fatta a cura della confraternita del Rosario; infatti leggiamo nelle spese generali di quell'anno: Item a Vincenzo Coniglio per avere andato ad alloro e parmi (per) la stragola... a mastro Mario Facciola per fattura del carro per la stragola per il pane delli Poveri.... Quindi la stragola serviva anche (o soprattutto) per la distribuzione del pane ai poveri.
Sembra anche verosimile, dall'attenta analisi dei documenti della prima metà del 700, che l'Incontro non si svolgesse il giorno di Pasqua, come avviene oggi, ma la notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Risurrezione. Questo ce lo fa pensare il fatto che per quella notte si spendeva molto denaro per l'illuminazione ed inoltre in molti paesi di antica fondazione tutt'oggi l'incontro si svolge la notte del sabato. Invece nella seconda metà del 700 l'Incontro si svolgeva certamente la mattina.

 

Come leggiamo in un'epoca (ricevuta) del 10 aprile 1766; notiamo chiaramente come si svolgeva la festa nella seconda metà del 700; infatti in questo documento leggiamo che venne dato del denaro a certi mastri Carmelo, Paolo e Giuseppe Truncali, fratelli e a Gaetano Di Carlo dal sac. Nicola Curatelo, Governatore della confraternita, in avere li sopradetti confessanti disparato n. migliora tre e cinquecento mortaretti seu maschi minuti a uncie 3,10 il centinaro e n. ottantacinque Bombardi... servirono tanto per lo resuscito del sabato santo, ed Incontro della Mattina di Pascha, messa cantata ed altro in detto giorno, a  nome della venerabile Chiesa e Compagnia solo, stante la Compagnia deI SS.mo Sacramento non aver contribuito la porzione della medesima spesa solito ogn'anno farsi in comune per detta solennità di Pasqua. Appare chiaro che in quell'anno la sera del sabato venne fatto il resuscito, mentre la mattina della domenica l'Incontro e che le spese normalmente venivano pagate da ambedue le confraternite.
Nella ricorrenza del carnevale e della Pasqua era in uso, inoltre, che l'Università (Amministrazione Comunale) distribuisse alcune salme di frumento ai poveri e inviasse carne di castrato ai giurati, agli ecclesiastici, al predicatore quaresimale, al sacrestano, al maestro di scuola, al mastro notaio, al medico fisico e ai serventi comunali.
Per maggior completezza ci sembra doveroso riportare la descrizione che fa l'avv. Nicolò Inglese nel volume "Storia di Ribera" sull'Incontro di Pasqua: «Anche la festa di Pasqua ben presto presentò modalità particolari che durano ancora. Così, come nel passato, dopo la celebrazione della messa di mezzogiorno, tutta la popolazione si riversa nell'ampio e diritto corso Maggiore. Chi può prende posto nei balconi e nelle terrazze; qualcuno, appoggiata una scala di legno portatile ad un muro, si siede su uno dei gradini piùalti; qualche altro sale su una sedia portata con sé. Tutti restano in attesa. Ad un certo momento un'ondata di ragazzi, aprendosi un varco tra la folla, scende di corsa lungo il corso Maggiore, gridando allegramente: "Largo, largo"!   È questo il preannunzio dell'incontro fra Gesù risorto e la Madonna. Preceduto da gonfaloni portati da giovani, compare a monte del corso Maggiore l'arcangelo S. Michele, splendente nell'elmo e nella corazza dorati, spada sguainata in alto nella mano destra, gagliardetto rosso nella sinistra. A distanza, al suono di marce festose, su un fercolo infiorato ed ornato di grappoli di fave fresche, viene il Salvatore, con labaro color porpora nella mano destra, in atto di benedire con la sinistra. Nello stesso tempo dalla parte opposta del corso Maggiore, dalla chiesa del Rosario, esce e sosta davanti alla stessa la Madonna avvolta in un velo nero, mentre la musica al suo seguito intona una marcia funebre.
Ora parte della popolazione, ammassata nel corso, intervenendo direttamente partecipa alla cerimonia.
Ondate di giovani si succedono scendendo lungo il corso al grido:"Largo, largo"; si apre fra la folla stabilmente il varco; passano correndo i giovani e i gonfaloni, e, quando è giunto all'altezza del corso Minore, anche l'arcangelo S. Michele, come per rendere manifesta la esultanza suprema, viene portato di corsa sino ai piedi della Madonna, alla quale fa tre inchini. Si ricostituiscono le ondate che risalgono sempre di corsa, insieme con i gonfaloni,
il corso Maggiore e si sciolgono ai piedi del simulacro del Salvatore, fermo all'incrocio del corso Maggiore col corso Minore. Anche l'arcangelo risale il corso Maggiore, questa volta a passo di danza, preceduto da giovani e da qualche vecchio, che regolano, con salti di gioia, sul suo il loro movimento, gridando: "Viva S. Michele".
Poco dopo si muove la Madonna, col suo corteo di giovani e di vecchi, sempre avvolta nel velo nero, al suono della marcia funebre, mentre a distanza echeggiano le note festose della musica al seguito del Salvatore.
Di colpo uno scampanio allegro parte dalla Chiesa Madre sovrapponendosi alle note tristi della marcia funebre; nuove note festose escono dalle trombe, cade il velo nero dal capo della Madonna ed ella, con un serico manto stellato, ornata di fiori, fra le grida di giubilo e gli applausi della folla, lo sparo dei mortaretti, lo scampanio assordante proveniente da tutte le chiese ed i salti di gioia di quelli del corteo, a suon di musica, viene di corsa portata al cospetto del Figlio risorto.»
 

 

 

La Festa di Pasqua di oltre un secolo fa

di Giuseppe Salerno (descritta nel 1894)

 

In questa ricorrenza viene costruita la "Stragula", carro, il quale viene formato a guisa d'alta torre, poggiata sopra un grosso baroccio con due gran ruote di legno, bordate da grosse lamine di ferro che ne formano cerchi, bene inchiodate. La torre, nella quale sommità presenta una corona, è pure costruita di legname, e l'intera torre viene vestita di rami d'alloro, di mirto, e  rosmarino, dove alla punta della corona che finisce con grosso mappamondo, sventola una bandiera di mussola color vermiglio.

 

Nella vigilia, il giorno anteriore alla Pasqua, il Sabato Santo, il carro Stragula viene tirato da due nutriti buoi, preceduto dal suono dei tamburi, e seguito dalla banda musicale, che una folla di popolo segue a codazzo. Dopo che avrà girato le vie del comune, scende dal corso Maggiore, e va' a fermarsi nel pratello, tra la Madre Chiesa e quello del SS.mo Rosario, ed ivi sta'fermo, fino a che termini la messa cantata, e la funzione del risorto Gesù. In questo frattempo, si recano nella chiesa Madre varie ragazze, vestite da angiolette, alcune con candide vesti, e corone di fiori sul capo, portando in apposite guantiere, chi la corona di spine, chi i chiodi, chi il martello, come simbolo degli arnesi serviti alla crocefissione del morto Redentore.

 

Altre con tuniche nere, e veli bianchi dalla testa pendenti, coi cordoncini bianchi stretti alla cintura, nella quale sporge un crocefisso d'argento, e di rame, a guisa d'abito monacale, rappresentanti la Vergine Addolorata col pugnale infisso al seno. Altre rappresentanti Marta, e Maddalena, e tal'altre con vesti dorate, ed abitini smaglianti con dei belli nastrini intrecciati in tutto il corpo, con calice d'argento nelle mani, il turibolo, e la navetta con l'odoroso incenso, che par d'angiolette, tirano la gradita attenzione.

 

Entrate in chiesa, parte si dispongono con le lanternine di carta a colore con ceri accesi a semicerchio dinanti l'altare maggiore, altre in bell'ordine sopra i gradini dello stesso altare, immobili, in atteggiamento commosso, e piangente, asciugandosi gli occhi col faccioletto. Al Vangelo, eccoti un generale bisbiglio, un frastuono.

Sono i vari ragazzi che conducono le madri in chiesa per vedere le funzioni:

 

L'ammuccia - l'ammuccia, la caduta di lu velu, lu risuscitu.

 

Quanto a dire, la luce immediata nella chiesa per mezzo di tende poste nelle finestre, che chiudonsi e s'aprono per mezzo di cordine con arte legate; lo squarciamento del velo del tempio, e la salita in Cielo per mezzo d'una leva, del Nazzareno Gesù.

Suona il sagrestano, a ripetuti rintocchi, il campanello. Cade il sacro velo che copre l'altare maggiore, il Nazzareno sale in cielo col suo gagliardetto in mano color vermiglio con due candele di cera ardente, e la banda musicale intona la sua ilare marcia. Nel contempo le finestre chiuse con le tende cadono istantaneamente, ed ecco la chiara luce ed i raggi del sole che tremulano sulle pareti, e colonne della chiesa. Dall'alto della volta svolazzano molti uccellini chiusi in apposita gabbia appena s'apre lo sportellino, e varie santine di carta, vanno aliando nell'immenso vano della chiesa, che per venire ghermita, i ragazzi l'uno e l'altro si confondono.

Terminata la messa cantata, il carro sale pel corso maggiore con i tamburi, e banda musicale, sparando per ogni cantonata una petarda che col rombo scricchiolano i cristalli delle vicine case, e rompe il timpano dell'orecchio. Le campane di tutte le chiese suonano a distesa, e l'orologio comunale batte le campane pel mezzogiorno.

Indi il carro si ferma davanti la casa del Governatore della festa, ed il popolo tutto gaudente rincasa, per alleggerire le pentole ed i tegami per mangiare. Durante la notte viene pavesata la Stragula, carro, con pane a cerchietti, inverniciato con giallo d'uovo, legati come tanti anelli fitti l'un con l'altro, ed il prospetto pure pavesato da agnellini e cavallini di caciocavallo, avente nel centro un agno di pasta reale, marmorato di bianco zucchero, ed altri colori, ed eccoti un continuato sparo di petarde, senza che la banda cessi di suonare, inviandosi pure in cielo dei rapidi razzi.

È l'alba del giorno di Pasqua, la banda musicale scende con lieta marcia tra la batacchiata alle campane e col fragore dei tamburi, che ti ripete la Diana, viene sotto il corso Maggiore sparata una lunga filiera di mortaretti, ed alla fine una forte scossa di una gran cerchia di petarde a varia fila ti spara in un unico colpo, che l'aria, e la terra tremano, rompendo e scricchiolando i cristalli delle finestre e persiane.

 

Scende il carro tirato dai buoi a gala vestiti con le corna coperte di sedici fazzoletti, e con le campanelle che tintinnano appese alle giogaie nel loro movimento, ed il pastore che li guida, vestito anco a festa, tenendo in mano, seduto al davanzale del carro, la lunga verga, fornita la punta d'acuto pungolo di ferro, onde punzecchiare i buoi nel cammino seguito dalla banda musicale, e dai tamburi, e va' a fermarsi innantì" il pratello della chiesa maggiore, aspettando l'incontro dei Santi.

In questo lasso, ci permettiamo dire qualche cosa sulla Stragulo, carro.

Essa a prima vista ti sembrerà qualche cosa di strano, di stravagante, di caratteristico e senza scopo per dirla alla buona, anzi marchiana. No lettore mio carissimo, ascolta:  La torre ti da il segno della fortezza, il pane benedetto del Santo Sacramento Eucaristico.  L'agnello la mansuetudine del Signore Gesù.

Ecce Agnus Dei.  L'agnellino, il cavallino, ed i buoi di caciocavallo, l'emblema della pastorizia e degli armenti, da dove promana la ricchezza.

L'alloro, ed il mirto il segno della gloria per l'umano riscatto, ed il rosmarino la fragranza della fede. Simboli tutti del cristianesimo. Verso le ore undici antimeridiane, dalla chiesa del SS.mo Rosario esce la Madonna della Pace, con manto nero che ne copre l'intero simulacro, tenuta a spalle dai confratelli vestiti in cappa colla buffa calata nel volto, nella quale vi sono due buchi rotondo per la vista.

 Qui la banda musicale, al di lei apparire, intona la marcia funebre, ed il tamburo pure batte i colpi lugubri sulla pelle rallentata. Indi dalla chiesa del SS.mo Oratorio esce il SS.mo Salvatore con lo stendardo di broccato rosso nella destra mano, e nella sinistra un manipolo di verdi spighe di grano, ed ai fianchi degli steli di fave verdi, e fiori di vario colore bene intrecciati. Il simulacro viene pure portato a spalla dai confratelli vestiti in cappa colla buffa calata sul volto, dove sporgono due rotondi buchi per la vista.

Si comincia per la dritta via la processione preceduta dal suono del tamburo, e va'a fermarsi nel punto superiore del corso Maggiore. Contemporaneamente parte della banda musicale va'a ricevere l'Arcangelo Michele dalla chiesa di S. Pellegrino, il quale con la sua spada lucida sguainata del Paradiso nella destra, e nella sinistra il gagliardetto di broccato rosso, calcando il fiero dragone infernale, segue la processione con banda musicale, e va' pure a fermarsi nel corso Maggiore, accanto del Simulacro del SS.mo Salvatore.

Alla di costui vista si da principio all'incontro dei Santi, ed eccoti un mare di teste che brulicano in tutto il Corso, e nelle vie adiacenti. I balconi, le terrazze, e le finestre gremite di persone d'ambo i sessi, e d'ogni vario ceto, vestiti tutti a festa. Le donne coi differenti colori delle stoffe smaglianti dimenano i larghi ventagli, chiamando il fresco. Le signore, e signorine con i belli coloriti cappelli guarniti di fiori e nastri bizzarri, e penne di struzzo, con le spille nei seni, braccialetti nei polsi e fioccaglie di oro, al riflesso del sole sono tutte raggianti, e con le belle toelette ti danno un panorama il più stupendo, che la fotografia potrebbe trarre un eccellente paesaggio.

 

Odi di tanto in tanto l'allegra, ed alta voce di chi vende sulle panche di legno le castagne, i ceci, fave e mandorle brustoliti, e le nocelle. Il dolciere che con la sua candida vela fa ombra al caldo sole che irradia ai bei dolci di torrone, fatti con mandorle, miele, e zucchero, ed altri dolci di varia compostura, che ti stuzzicano un bel desiderio di farne la compra.

Ad un tratto, alla tanta aspettativa, senti varie voci ripetere: "Largu, largu." È l'Arcangelo Michele che scende defilato, di qui la massa del popolo si biparte, lasciando nel centro del corso una lunga striscia vuota, formando una strada retta, e lunga, ed ecco un dimenare di bastoni a dritta, ed a mancina, arruotandoli come tante spade in piena battaglia, onde ottenere il largo. In questo tramestio capita all'orecchio, alle spalle, ed alla nuca qualche colpo di bastone a chi là si sta ad aspettare.

Scoraggiante spettacolo si presenta allor quando il tamburinaio che corre davanti il S. Michele cade e si vede rotolare sul tamburo, dappoicché da un momento all'altro col sopraggiungere della calca del popolo che segue la corsa del Santo possa pestarlo, e pure la caduta di colui che anco corre nel portare in mano il grosso, e pesante stendardo. Ed ecco a tutti batte il cuore per la trepidanza, ed altri  astanti ignorando l'individuo caduto, teme che sia une grida: "Gesù, Gesù, Maria Santissima, aiutatilu vui!" Arrivato il S. Michele davanti la Madonna della Pace, s'inchina, rendendole il saluto per ben tre volte, e poscia fa vista di parlarle all'orecchio, dandole l'annunzio del risorto Nazzareno.

 

Dietro di che, il S. Michele riede di corsa con le solite grida di "Largu, largu, largu", e con il ruotare dei bastoni di quelli che lo precedono e di quelli che lo seguono in tale corsa, va'di nuovo a fermarsi accanto del SS. Salvatore.

La Madonna, appena avuto l'annunzio del risorto figlio, t il manto di gramaglia e gonzolante di gioia, corre per raggiungerlo. Durante la corsa, dalla sua corona d'argento svolazzano delle figurine di santi di carta dorata, ed argentata e con gai colori, che nel vagolare per l'aria tutti i vicini  s'impegnano per ghermirle; come ancora svolazzano al dorata, ed argentata che pel radiante sole, raggiano come tanti diamanti, che ciascuno da vicino tenta d'afferrare.

In questa corsa il pericolo è maggiore, perché le spranghe della bara, essendo collocate di sbieco, si richiede più spazio, ed ecco maggiori le grida di "Largu, largu" e quindi più repente, e più animato l'arruotare dei molti bastoni. Tu in quel momento ti senti venire la tremarella nel corpo, che d'estraneo  l'uso, e quindi vedi con migliore occhio l'impudente spettacolo.   Giunta la Madonna davanti il SS.mo Salvatore, fa tre inchini per saluto, ed indi gli bacia il costato, ed i piedi,  che mostrano vermiglio il sangue uscito dalle ferite della crocefissione. A questa funzione il SS.mo Salvatore restituisce alla Madonna il saluto, chinandosi pure tre volte.

Terminata tale cerimonia, sale sulla bara della Madonna il devoto, e le toglie dal capo la vecchia corona, che ne sostituisce un'altra d'argento lucido, e di buona cesellatura. Il devoto, e tutti quelli che portano a sgabello i Santi, pagano un tributo, il cui danaro fa parte della festa Pasquale. 

Indi l'Arcangelo Michele seguito dalla banda musicale, e la Madonna col SS.mo Salvatore alla di lei destra, seguiti pure dalla banda musicale, procedono in processione per le vie consuete del comune seguiti dalla  Stragula, carro, e vanno a fermarsi nel pratello della Ghiesa Madre. Ivi dopo lo sparo d'una filiera di mortaretti, o di sole petarde, i Santi ripetono i vicendevoli saluti, e vengono collocati nelle rispettive nicchie.

 

Terminata la funzione anzidetta, il carro sale pel corso Maggiore seguito dalle  bande musicali, sparandosi in ogni crocevia delle petarde, e mandando in cielo dei rapidi razzi, va'a piazzarsi davanti la casa del Governatore della festa. In quest'intervallo il predicatore quaresimalista recita il Panegirico in Chiesa pel Risorto Nazzareno al Vangelo della  messa cantata, accompagnata dall'organo.

 

Durante il giorno i vice-parroci, ed altri preti van benedicendo le case con l'aspersorio in mano ed acqua benedetta, dove ricevono in complimento dei soldi, e delle uova, che il sagrestano, o qualche altro individuo all'oggetto chiamato ripone nel paniero. Queste uova poi servono per mangiarseli a frittella aromatizzata con la nipitella, zucchero, e cannella come è d'uso in tutte le famiglie, cioè froscia.

  La sera poi in Chiesa viene cantato il Vespero in onore del Patriarca S. Giuseppe, festa consueta, oltre a quella di dietro cennata del 19 di marzo.

La Chiesa è parata di serici drappi, e di carte dorate con abbondante cera in bellissimo disegno.  L'altare maggiore gremito di grossi ceri che ardono durante il Vespero, e la bella figura del patriarca Giuseppe, pare che mandi al popolo i raggi del Paradiso. La Chiesa è così gremita di persone, da non potervi collocare un'anca di pulcino. La banda musicale, durante il Vespero, alterna i pezzi classici del Rossini, Bellini, Donizzetti, Verdi, Pacini, dello Strauss e simili. La dimani segue la festa con la messa cantata in Chiesa, colla recita del panegirico in gloria di esso Santo, e nelle ore vespertine la processione con immenso popolo che lo segue, percorre in processione le consuete vie dell'abitato con banda musicale, col clero e l'anzidetta Stragula, carro.

 

Arrivato il simulacro nel pratello della chiesa si ferma per ascoltare lo sparo della filiera dei mortaretti, e la fine della cerchia delle petarde in molta fila, l'erezione del pallone aerostatico, il quale arrivato a certo punto dell'aria, fa penzolare un lunga coda di fuoco, che per gli astanti è un grazioso spettacolo. Nicchiato il Santo, il carro seguito dalla banda musicale, e sparo di razzi, e petarde in ogni cantonata delle vie, va' a piantarsi davanti la casa del Governatore della festa. Quelli che per malattie, o per altre circostanze che nel giorno 19 marzo non hanno fatto " li Santuzzi", soddisfano la devozione in detto giorno. Essendo il tutto terminato, il carro viene dell'intuito spogliato, ed il pane benedetto, l'alloro, il mirto, ed il rosmarino, l'agno, gli agnellini, ed i cavallini di caciocavallo vengono a pezzi portati per devozione in tutte le famiglie di rispetto, ed il resto del pane distribuito ai poveri. Così ha termine la festività di Pasqua, e quella di S. Giuseppe, ed il popolo di Ribera si apparecchia per trovarsi nella vicina Calamonaci per la festa del di lei patrono S.Vincenzo Ferreri, la quale ha luogo nella seconda domenica dopo la Pasqua, di che andremo a parlarne nel capitolo susseguente.

 

 Notizie di prima mano ci pervengono dal Salerno sulla festa di Pasqua. La Stragula, come avevamo accennato noi nel nostro libro sulle feste di Ribera (R. Lentini, Le feste religiose nella Ribera d'altri tempi, Edizioni Momenti, Ribera 1995, pp. 52.) era una peculiarità di Pasqua, ma non sapevamo in che momento venisse usata. Non sapevamo come si svolgeva la festa e che coloro che correvano, per farsi largo usavano dei bastoni; che la stessa Stragula veniva utilizzata il Lunedì di Pasqua per una nuova festa di San Giuseppe. In seguito questo carro non venne più usato per la Pasqua, ma lo utilizzarono per il 19 marzo che rimase poi l'unica festa al Santo.

Un'altra notizia inedita è che i membri del Comitato (prima era Confraternita) avevano il costume con il cappuccio come del resto si usa ancora in altri comuni. Noi qui vorremo aggiungere il capitolo sulla festa di Pasqua pubblicato nel volume sopra citato e quello sulla festa di San Giuseppe con aggiunte inedite.

 

Quaresima e Settimana Santa 

Dopo il carnevale, di cui non abbiamo nessuna notizia, in tutti i paesi veniva chiamato un sacerdote regolare o un prete con fama oratoria di un altro comune, il quale era spesso designato dal feudatario, che per i quaranta giorni della quaresima predicava e faceva gli esercizi spirituali al popolo (questo avveniva anche fino a qualche decennio fa). Le spese del vitto e dell'alloggio per il predicatore quaresimale (o quaresimalista) erano a carico del Comune. Il primo di questi che venne a Ribera all'epoca della sua fondazione è stato certo Fra' Mariano da Corleone Cappuccino.

Dalle spese comunali del 1744 sappiamo che il predicatore era P. Pietro Antonio da Maro Carmelitano di Terra Santa; nel 1746 il sacerdote Agatino di Falco; nel 1748 P. Carlo Maria da Palermo; nel 1750 P. Rosario da Burgio; nel 1751,1752 e 1753 P. Paolo Bartolotta; nel 1754 D. Gerlando Fasulo; nel 1757 P. M. Cusmano; nel 1769 P. Paolino da Sutera; nel 1850 P. Pietro da Bivona.

L'amministrazione pagava, inoltre, l'affitto di una casa, (nella metà del 700 quella di certa Anna Maria Ragusa e di D. Antonino Navarra) dove il Predicatore alloggiava per tutto il periodo della Quaresima.

 

Un altro giorno importante del periodo pasquale era il Giovedì Santo in cui si allestivano i cosiddetti sepolcri. La visita a questi è una pia consuetudine che si pratica dovunque e con grande affluenza di fedeli. L'altare del sepolcro era adorno di fiori in vasi che i fedeli portavano in chiesa per l'occasione e nello stesso altare sul pavimento vi erano i piatti di lavureddu, che era il grano germogliato nel cotone e al buio. In alcuni paesi, non sappiamo se anche a Ribera, si faceva un tappeto, cioè un quadro eseguito a terra con polvere colorata che rappresentava il volto di Gesù, l'Addolorata oppure Gesù in croce e simili; si facevano anche delle scene, con rudimentali statue, rappresentanti i misteri della passione. Il 2 marzo 1766 certo Don Ottavio Spadaro di Calamonaci si obbligò con la confraternita del SS. Sacramento a parare il Santo Sepolcro per il Giovedì Santo in questo anno corrente nel loco solito di questa Madre Chiesa. Tradizione che si svolge ancora oggi, ma che un tempo era molto più sentita ed i sepolcri erano costruiti con molta più cura e con molti apparati. Dalle spese delle confraternite del 1760 apprendiamo, inoltre, che veniva speso del denaro per l'illuminazione (lanterne) serale-notturna e per dei suonatori di pifferi che probabilmente seguivano la processione per la visita ai sepolcri.

 

Anche il comune partecipava alle spese dell'allestimento del Sepolcro come si può evidenziare dai riveli del 1714 in cui si legge tra l'altro: E più paga ogn'anno detta Università onze due per ragione di cera al SS.mo Sepolcro nella Settimana Santa.

Da un volume della curia vescovile del 1677 abbiamo notizia che venne rappresentata a Ribera un'opera sacra intitolata "La discesa dalla Croce di Cristo Signore Nostro" di Carlo Marotta. Il 16 marzo veniva dato il nulla osta dal vescovo di Agrigento Francesco Maria Rhini per la rappresentazione in pubblico essendo stata trovata l'opera in nessuna cosa contro la nostra Santa fede et buoni costumi concediamo licenza et facultà che nella Settimana Santa della corrente quaraesima tantum si possa rapresentare in lago sacro a maggior gloria di Dio Signor nostro dispensando alle constitubini in contrario vi ordiniamo però che lo vogliate permettere et invigilare non succedano inconvenienti ma che si siegua col dovuto decoro ed attentione per quanto stimate cara la grafia di Monsignor ///.mo et sotto pena di onze 50. In quell'anno la Settimana Santa iniziava l'II aprile con la Domenica delle Palme e finiva il 18 con la Pasqua.

 

Del Venerdì Santo, per quanto riguarda quel periodo, non ci sono pervenute notizie sulla processione; però sappiamo da un documento che un Calvario venne costruito nel 1748. Leggiamo infatti nelle spese comunali di quell'anno:

Item a mastro Giuseppe Galletti per attratto, e mastria della Croce di legno del Calvario cioè tari 14 per legname, tari 2 portatura, tari 2 per chiodi, tari 1 per pece, tari 1 per tavola, tari 4 per gisso, tari 3 per aglio, tari otto per mastria di esso, tari 4 per mastria di muratore e tari 2 a mastro Ignazio Miraglio per farci il pedistallo di pietra incavata per star più forte detta Croce come per mandato a 18 Agosto 1748.

Un'altra croce, forse perché la prima andò distrutta, venne costruita il primo aprile 1757 dal falegname Mario Facciola sempre a spese del comune. È anche probabile che la croce veniva rimossa annualmente e se ne installava una nuova per evitare l'usura del legno a causa degli agenti atmosferici.

Più di un secolo dopo la rappresentazione del dramma sacro del Marotta veniva recitato, nel 1781, il martorio, probabilmente "II riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo" di Filippo Orioles (1687-1793); nei relativi atti di quell'anno leggiamo, infatti, che vennero fatti i palchetti dal falegname Onofrio de Silvestre e che Magister Melchior Castellana Calamonacis ricevette da don Calogero Marsalese Governatore della confraternita del Rosario sei tari prò loherio apparatus in usum et servitium demostrati Passiones Domini nostri Jesu in Platea publica in DieJovis Santi; cioè per l'affitto dell'apparato necessario per la rappresentazione nella pubblica piazza della Passione di Cristo il Giovedi Santo (in quell'anno il 12 aprile).

Inoltre Magister Antoninus Mangiavi Panarmi ricevette dallo stesso Marsalese, il 22 maggio 1781 tari venti così ri pa rtiti: tari sei per due mascare di firia acconciate, e pittate, tari tre per formare n.°otto mascare per gli Giudei, tari sei per indorare le lande, e tari uno per fare le piaghe alla veste del Cristo Signore nostro, e tari quattro per pittare due croci nere che servirono per il martorio asiano mister] d'esso.

Un ruolo importante nelle feste sia religiose che civili aveva ed ha ancora oggi la musica. Nella Pasqua del 1760 vennero suonati pifari, trombetta, e violini. Mentre nel 1781 vennero pagate onze 2.12.13 a Magister Vincentius di Patti Cattolice Agrigenti eiusque Societas che era il maestro di musica e quindi il rappresentante della banda, per aver suonato con violini, comi di caccia, et traversi (flauti che si suonano di fianco), per la prossima passata festa di Pasqua.

Il tamburo veniva suonato da Antonino Valenti di Cattolica il Sabato Santo e la mattina di Pasqua.

Nel secolo successivo veniva istituita la banda comunale ed il relativo regolamento ed in seguito venivano acquistate, sempre a spese del Comune, le uniformi. Infine non possiamo fare a meno di parlare dei giochi pirotecnici che da sempre hanno affascinato sia gli adulti che i bambini.

Nel 1750 dovevano venire esplosi a cura di due confrati della società del SS. Rosario, Isidoro Siracusa e Luciano Gioiello, n° 3500 maschi cioè detto di Siragusa n°2000 e ditto di Gioiello n° 1500 colle bombarde in essi solite entrate e ciò per la prossima futura Pascha di Risurrezione 1750. in onor di Dio, e della Beatissima Vergine. Nel 1759 venivano fatti i ludi ignei (giochi di fuoco) da Magister Rajmundus Bonadonna di Monta 11 egro. Mentre nel 1781 il falegname Onofrio di Silvestre preparava la struttura di legno per i giochi di fuoco, leggiamo infatti: Item per chiodi nel formare la straola, parchetti, e gioco di foco, segno questo che venivano fatti non solo i fuochi artificiali, ma anche i cosiddetti "Castelli di fuoco".

 

La Pasqua di Resurrezione

 

Fino a tutto il XVII secolo a Ribera non abbiamo nessuna notizia su'lu 'ncontru"di Pasqua; ma nel 1695, ad opera della confraternita de! SS. Sacramento, venne fatta scolpire da Francesco Reina di S. Stefano di Quisquina la statua di Gesù Risorto con tutte le caratteristiche necessarie per essere portata a spalla (vuota all'interno); segno questo che si sentiva la necessità di fare anche a Ribera l'incontro, come del resto già avveniva negli altri centri vicini. Naturalmente la sola statua di Gesù non bastava, bisognava anche quella della Madonna e così nel 1710 veniva eseguita dai mastri Francesco e Paolo Reina, padre e figlio di Calamonaci, una figura seu Statua nominata la Madonna della Pace di Ugnarne.... giusta la forma di quella Madonna del Burgio. In un'altra parte dell'atto leggiamo: della Statua Immaculatae Maria SS.ma Pacis seu dell'Incontro, segno questo che T'Incontro di Pasqua" potrebbe risalire a dopo il 1710.

Anche la statua di S. Michele, di cui non abbiamo notizie certe, dovrebbe risalire a quel periodo; infatti dalla sacra visita del Vescovo di Agrigento del 1734 sappiamo che nella chiesa di S. Pellegrino esisteva un altare dedicato all'arcangelo Michele. Purtroppo non ci sono pervenute le cronache descrittive su come si svolgeva in quel periodo la festa. Comunque da alcuni atti notarili di spese possiamo almeno notare i mezzi e gli strumenti utilizzati in tali festività, come ad esempio la famosa "stragula" che veniva usata, non come oggi per la sola festa di S. Giuseppe, ma anche per la Pasqua, per quella di S. Nicola di Bari Patrono di Ribera e probabilmente anche per altre feste. Leggiamo infatti in un atto del 28 marzo 1769 (quell'anno la Pasqua cadeva il 26 marzo) che la confraternita del Sacramento faceva eseguire dal falegname Giovanni Facciola la stragola di detta confraternita al solito costume nel festino di Pasqua di Resurrezione. Nel 1760 la stragola veniva fatta a cura della confraternita del Rosario; infatti leggiamo nelle spese generali di quell'anno: Item a Vincenzo Cuniglio per avere andato ad alloro e parmi (per) la stragola... a mastro Mario Facciola per fattura del carro per la stragola per il pane dell'i Poveri.... Quindi la stragola serviva anche (o soprattutto) per la distribuzione del pane ai poveri.

 

Sembra anche verosimile, dall'attenta analisi dei documenti della prima metà del 700, che l'Incontro non si svolgesse il giorno di Pasqua, come avviene oggi, ma la notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Risurrezione. Questo ce lo fa pensare il fatto che per quella notte si spendeva molto denaro per l'illuminazione ed inoltre in molti paesi di antica fondazione tutt'oggi l'incontro si svolge la notte del sabato. Invece nella seconda metà del 700 l'Incontro si svolgeva certamente la mattina.

 

Come leggiamo in un'apoca (ricevuta) del 10 aprile 1766; notiamo chiaramente come si svolgeva la festa nella seconda metà del 700; infatti in questo documento leggiamo che venne dato del denaro a certi mastri Carmelo, Paolo e Giuseppe Truncali, fratelli e a Gaetano Di Carlo dal sac. Nicola Curatolo, Governatore della confraternita, in avere li sopradetti confessanti disparato n. migliora tre e cinquecento mortaretti seu maschi minuti a uncie 3,10 il centinaro e n. ottantacinque Bombardi... servirono tanto per lo resuscito del sabbato santo, ed Incontro della Mattina di Pascha, messa cantata ed altro in detto giorno, a  chiesa e Compagnia solo, stante la Compagnia del SS.mo Sacramento non aver contribuito  la porzione della medesima spesa solito ogn'anno farsi in comune per detta solennità di Pascha.

 

Appare chiaro che in quell'anno la sera del sabato venne fatto il resuscito, mentre la mattina della domenica l'Incontro e che le spese normalmente venivano pagate da ambedue le confraternite.

 

Nella ricorrenza del carnevale e della Pasqua era in uso, inoltre, che l'Università  (Amministrazione Comunale) distribuisse alcune salme di frumento ai poveri e inviasse carne di castrato ai giurati,  agli ecclesiastici, al predicatore quaresimale, al sacrestano, al maestro di scuola, mastro notaio, al medico fisico e ai serventi comunali.

 

 

Per maggior completezza ci sembra doveroso riportare la descrizione che fa l'avv. Nicolò Inglese nel volume "Storia di Ribera" sull'Incontro di Pasqua: «Anche la festa di Pasqua ben presto presentò modalità particolari che durano ancora. Così, come nel passato, dopo la celebrazione della messa di mezzogiorno, tutta la popolazione si riversa nell'ampio e diritto corso Maggiore. Chi può prende posto nei balconi e nelle terrazze; qualcuno, appoggiata una scala di legno portatile ad un muro, si siede su uno dei gradini più alti; qualche altro sale su una sedia portata con sé. Tutti restano in attesa. Ad un certo momento un'ondata di ragazzi, aprendosi un varco tra la folla, scende di corsa lungo il corso Maggiore, gridando allegramente: "Largo, largo"!


È questo il preannunzio dell'incontro fra Gesù risorto e la Madonna. Preceduto da gonfaloni portati da giovani, compare a monte del corso Maggiore l'arcangelo S. Michele, splendente nell'elmo e nella corazza dorati, spada sguainata in alto nella mano
destra, gagliardetto rosso nella sinistra. A distanza, al suono di marce festose, su un fercolo infiorato ed ornato di grappoli di fave
fresche, viene il Salvatore, con labaro color porpora nella mano destra, in atto di benedire con
la sinistra. Nello stesso tempo dalla parte opposta del corso Maggiore, dalla chiesa del Rosario, esce e sosta davanti alla stessa la Madonna avvolta in un velo nero, mentre la musica al suo seguito intona una marcia funebre.

 

Ora parte della popolazione, ammassata nel corso, intervenendo direttamente partecipa alla cerimonia. Ondate di giovani si succedono scendendo lungo il corso al grido: "Largo largo"; si apre fra la folla stabilmente il varco; passano correndo i giovani e i gonfaloni, e, quando è giunto all'altezza del corso Minore, anche l'arcangelo S. Michele, come per rendere manifesta la esultanza suprema, viene portato di corsa sino ai piedi della Madonna, alla quale fa tre inchini.

Si ricostituiscono le ondate che risalgono sempre di corsa, insieme con i gonfaloni, il corso Maggiore e si sciolgono ai piedi del simulacro del Salvatore, fermo all'incrocio del corso Maggiore col corso Minore. Anche l'arcangelo risale il corso Maggiore, questa volta a passo di danza, preceduto da giovani e da qualche vecchio, che regolano, con salti di gioia, sul suo il loro movimento, gridando: "Viva S. Michele".
Poco dopo si muove la Madonna, col suo corteo di giovani e di vecchi, sempre avvolta nel velo nero, al suono della marcia funebre, mentre a distanza echeggiano le note festose della musica al seguito del Salvatore.


Di colpo uno scampanio allegro parte dalla Chiesa Madre sovrapponendosi alle note tristi della marcia funebre; nuove note festose escono dalle trombe, cade il velo nero dal capo della Madonna ed ella, con un serico manto stellato, ornata di fiori, fra le grida di giubilo e gli applausi della folla, lo sparo dei mortaretti, lo scampanio assordante proveniente da tutte le chiese ed i salti di gioia di quelli del corteo, a suon di musica, viene di corsa portata al cospetto del Figlio risorto.
 

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LE FOTO E I VIDEO

 

DOMENICA DELLE PALME

MOSTRA DEI GONFALONI

VENERDI' SANTO

VIA CRUCIS VIVENTE 2017

INCONTRO DI PASQUA

 

L'INCONTRO DI PASQUA 2016

 

INCONTRO DI PASQUA 2016: LE FOTO

ENTRA

 

DOMENICA DELLE PALME 2015

 

 FOTO del VENERDI' SANT0 2015

 

  FOTO della DOMENICA DELLE PALME 2015

 

  LE FOTO dell'INCONTRO DI PASQUA 2015

 

 

LE FOTO DEL VENERDI' SANTO 2014

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LE FOTO DELL'INCONTRO DI PASQUA 2014

ENTRA

 

VENERDI' SANTO 25 marzo 2016

IL VIDEO realizzato dal Dott. Nicola Coniglio

"Ah sì versate lacrime"

https://www.youtube.com/watch?v=1qeLKPsqVpo

 

VIDEO "INCONTRO DI PASQUA 2015

Realizzato da Mimmo ed Emanuele Macaluso

https://youtu.be/NDYO4MI3Obc

 

VIDEO VENERDI' SANTO: Processione serale

"Ah sì versate lacrime" 2014

di Nicola Coniglio

http://www.youtube.com/watch?v=fOYTb-pDEh4

 

VIDEO INCONTRO DI PASQUA 2014

di Mimmo Macaluso

http://www.youtube.com/watch?v=26YGSrxpCZI

 

VIDEO INCONTRO DI PASQUA SERALE 2014

di Nicola Coniglio

http://www.youtube.com/watch?v=hztXW40mhp0

 

 

FOTO E VIDEO DI ALCUNE EDIZIONI DEL PASSATO 

 

FOTO DEL VENERDI' SANTO 2013 -   ENTRA

 

 FOTO DELL'INCONTRO 2013 -   ENTRA

 

INCONTRO 2013 di sera di Totò Castelli

http://www.youtube.com/watch?v=XRto0JWEKjA

 

INCONTRO DI PASQUA 2012 : LE FOTO

 

DOMENICA DELLE PALME FOTO 2012 - ENTRA

 

VENERDI' SANTO  2012

 

VENERDI' SANTO  2010

 

 LE FOTO E I FILMATI DELL'INCONTRO DI PASQUA 2011 - ENTRA 

 

L'INCONTRO DI PASQUA IN POESIA

 

Guardate il VIDEO dell'INCONTRO DI PASQUA, realizzato da Sicania News

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