IL VENERDI' SANTO A RIBERA

(Testo di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

Il Venerdì Santo è il venerdì che precede la Pasqua, e in cui i cristiani commemorano la passione e la crocefissione di Gesù Cristo. Questa ricorrenza viene osservata con speciali pratiche e riti dai fedeli di molte confessioni cristiane.

Per la Chiesa Cattolica, il Venerdì Santo è il primo giorno del Triduo Pasquale. Come nel Mercoledì delle Ceneri, i fedeli dai 14 anni di età sono invitati all'astinenza dalla carne (sono ammessi uova e latticini), e quelli dai 18 ai 60 anni al digiuno ecclesiastico, che consiste nel consumare un solo pasto (pranzo o cena) durante la giornata (è ammessa, oltre a questo, una piccola refezione). Il digiuno si compie in segno di penitenza per i peccati che Gesù è venuto a espiare nella Passione, ed assume inoltre il significato mistico di attesa dello Sposo, secondo le parole di Gesù; lo Sposo della Chiesa, cioè Cristo, viene tolto dal mondo a causa del peccato degli uomini, ma i cristiani sono invitati a preparare con il digiuno l'evento gioioso del suo ritorno e della liberazione dalla morte; questo evento si attua non solo nel memoriale della sua resurrezione, la domenica di Pasqua, ma anche nella continua venuta del Signore nel cuore dei fedeli che sono pronti ad accoglierlo e a morire con lui al peccato per risorgere ad una vita nuova, e infine nell'ultima venuta di Gesù nella gloria alla fine dei tempi.

 

DALLA DOMENICA DELLE PALME AL VENERDI' SANTO

 

La domenica delle Palme e i giorni seguenti che portano fino alla giornata del venerdì, sono vissuti nel nostro paese, come momenti di fede e di preparazione alla Santa Pasqua.

Molti bambini e ragazzi, accompagnati dai loro genitori, si recano in Chiesa, portando artistiche palme intrecciate e ramoscelli d'olivo per la tradizionale benedizione. Anticamente, era usanza di conservare, sia le palme, che i ramoscelli d'olivo benedetti ed appenderli alle pareti di casa affinché assicurassero serenità e prosperità alla famiglia. Qualcuno usava bruciarli nella giornata del Sabato Santo, per proteggersi dal malocchio e dalle invidie. Inoltre, in alcune famiglie di contadini era forte la credenza, che portare nelle proprie campagne le palme o i ramoscelli benedetti e appenderli alle pareti dei loro magazzini rurali, significava ottenere abbondanti raccolti.

La giornata del Venerdì Santo a Ribera è da sempre caratterizzata dalle solenni processioni, alle quali partecipano numerosissimi cittadini, i sacerdoti di tutte le parrocchie, le autorità e la banda musicale, che esegue per l'occasione, le più commoventi marce funebri.     

    

Verso le ore 11 della mattina viene costituita "la Condotta", formata da sacerdoti, da autorità, rappresentanti della forza pubblica, da numerosi fedeli e dalla banda musicale per accompagnare l'artistica Urna con il corpo del Cristo morto al Calvario.

 

Qui viene eseguita la Crocifissione, celebrata una Santa Messa, di fronte a migliaia di persone, grandi e piccoli e viene fatta una solenne predica.

Famose sono rimaste le vibranti prediche dell’Arciprete Vincenzo Birritteri, che per parecchi anni e fino agli anni '80, dai piedi della croce, nella giornata del Venerdì Santo, faceva sentire la sua possente voce fino alla Villa comunale, appassionando migliaia di fedeli.

 

Una grande folla di fedeli ogni anno sale al Calvario di Ribera per assistere alla crocifissione del Venerdì Santo.

 

 

quaresima e settimana santa

 (Notizie storiche tratte da "Le feste religiose nella Ribera d'altri tempi" di R. Lentini)

 

Dopo il carnevale, di cui non abbiamo nessuna notizia, in tutti i paesi e le chiese parrocchiali veniva chiamato un sacerdote regolare o un prete con fama oratoria di un altro comune, il quale era spesso designato dal feudatario, che per i quaranta giorni della quaresima predicava e faceva gli esercizi spirituali al popolo (questo avveniva anche fino a qualche decennio fa). Le spese del vitto e dell'alloggio per il predicatore quaresimale o quaresimalista erano a carico del Comune. Il primo di questi che venne a Ribera all'epoca della sua fondazione è stato certo Fra' Mariano da Corleone Cappuccino.

Dalle spese comunali del 1744 sappiamo che il predicatore era P. Pietro Antonio da Naro Carmelitano di Terra Santa; nel 1746 il sacerdo­te Agatino di Falco; nel 1748 P. Carlo Maria da Palermo; nel 1750 P. Rosario da Burgio; nel 1751, 1752 e 1753 P. Paolo Bartolotta; nel 1754 D. Gerlando Fasulo; nel 1757 P. M. Cusmano; nel 1769 P. Paolino da Sutera; nel 1850 P. Pietro da Bivona.

L'amministrazione pagava, inoltre, l'affitto di una casa, (nella metà del 700 quella di certa Anna Maria Ragusa e di D. Antonino Navarra) dove il Predicatore alloggiava per tutto il periodo della Quaresima.

 

I SEPOLCRI

 

Un altro giorno importante del periodo pasquale era il Giovedì Santo in cui si allestivano i cosiddetti sepolcri. La visita a questi è una pia consuetudine che si pratica dovunque e con grande affluenza di fede­li.

L'altare del sepolcro era adorno di fiori in vasi che i fedeli portavano in chiesa per l'occasione e nello stesso altare sul pavimento vi erano i piatti di lavureddu, che era il grano germogliato nel cotone e al buio in piatti appositi.

In alcuni paesi, non sappiamo se anche a Ribera, si faceva un tappeto, cioè un quadro eseguito a terra con polvere colorata che rappresentava il volto di Gesù, l'Addolorata oppure Gesù in croce e simili; si facevano anche delle scene, con rudimentali statue, rappresen­tanti i misteri della passione.

Il 2 marzo 1766 certo Don Ottavio Spadaro di Calamonaci si obbligò con la confraternita del SS. Sacramento a parare il Santo Sepolcro per il Giovedì Santo in questo anno currente nel loco solito di questa Madre Chiesa. Tradizione che si svolge ancora oggi, ma che un tempo era molto più sentita ed i sepolcri erano costruiti con molta più cura e con molti apparati.

Dalle spese delle confraternite del 1760 apprendiamo, inoltre, che veniva speso del denaro per l'illuminazione (lanterne) serale-notturna e per dei suonatori di pifferi che probabilmen­te seguivano la processione per la visita ai sepolcri.

 

 

LA SETTIMANA SANTA

 

Anche il comune partecipava alle spese dell'allestimento del Sepolcro come si può evidenziare dai riveli del 1714 in cui si legge tra l'altro: E più paga ogn'anno detta Università onze due per ragione di cera al SS.mo Sepolcro nella Settimana Santa.

Da un volume della curia vescovile del 1677^ abbiamo notizia che venne rappresentata a Ribera un'opera sacra intitolata «La discesa dalla Croce di Cristo Signore Nostro» di Carlo Maretta. Il 16 marzo veniva dato il nulla osta dal vescovo di Agrigento Francesco Maria Rhini per la rappresentazione in pubblico essendo stata trovata l'opera in nessuna cosa contro la nostra Santa fede et buoni costumi concediamo licenza et /acuità che nella Settimana Santa della corrente quaraesima tantum si possa rapresentare in lago sacro a maggior gloria di Dio Signor nostro dispensando alle constitubini in contrario vi ordiniamo però che lo vogliate permettere et invigilare non succedano inconvenienti ma che si siegua col dovuto decoro ed attentione per quanto stimate cara la grafia di Monsignor IH.mo et sotto pena di onze 50. In quell'anno la Settimana Santa iniziava 1' 11 aprile con la Domenica delle Palme e finiva il 18 con la Pasqua.

 

 

IL VENERDI’ SANTO

Del Venerdì Santo, per quanto riguarda quel periodo, non ci sono pervenute notizie sulla processione; però sappiamo da un documento che un Calvario venne costruito nel 1748. Leggiamo infatti nelle spese comunali di quell'anno:

Item a mastro Giuseppe Galletti per attratto, e mastria della Croce di legno del Calvario cioè tari 14 per legname, tari 2 portatura, tari 2 per chiodi, tari 1 per pece, tari 1 per tavola, tari 4 per gisso, tari 3 per oglio, tari otto per mastria di esso, tari 4 per mastria di muratore e tari 2 a mastro Ignazio Miraglia per farci il pedistallo di pietra incavata per star più forte detta Croce come per mandato a 18 Agosto 1748.

Un'altra croce, forse perché la prima andò distrutta, venne costrui­ta il primo aprile 1757  (dal falegname Mario Facciola sempre a spese del comune. È anche probabile che la croce veniva rimossa annualmente e se ne installava una nuova per evitare l'usura del legno a causa degli agenti atmosferici.

Più di un secolo dopo la rappresentazione del dramma sacro del Maretta veniva recitato, nel 1781, il martorio, probabilmente "II riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo" di Filippo Orioles (1687fl793); nei relativi atti di quell'anno leggiamo, infatti, che vennero fatti i pal­chetti dal falegname Onofrio de Silvestre11 e che Magister Melchior Castellana Calamonacis ricevette da don Calogero Marsalese Governatore della confraternita del Rosario sei tari prò loherio appara-tus in usum et servitium demostrati Passiones Domini nostri Jesu in Platea publica in Die Jovìs Santi; cioè per l'affitto dell'apparato neces­sario per la rappresentazione nella pubblica piazza della Passione di Cristo il Giovedì Santo (in quell'anno il 12 aprile). Inoltre Magister Antoninus Mangiavi Panarmi ricevette dallo stesso Marsalese, il 22 maggio 1781*3 tari venti così ripartiti: tari sei per due mascare di fina acconciate, e pittate, tari tre per formare n.° otto mascare per gli Giudei, tari sei per indorare le lande, e tari uno per fare le piaghe alla veste del Cristo Signore nostro, e tari quattro per pittare due croci nere che servirono per il martorio asiano mister] d'esso.

Un ruolo importante nelle feste sia religiose che civili aveva ed ha ancora oggi la musica. Nella Pasqua del 176014 vennero suonati pi/ari, trombetta, e violini. Mentre nel 178115 vennero pagate onze 2.12.13 a Magister Vincentius di Patti Cattolice Agrigenti eiusque Societas che era il maestro di musica e quindi il rappresentante della banda, per aver suonato con violini, corni di caccia, et traversi (flauti che si suonano di fianco), per la prossima passata festa di Pasqua. Il tamburo veniva suo­nato da Antonino Valenti di Cattolica il Sabato Santo e la mattina di Pasqua. Nel secolo successivo veniva istituita la banda comunale ed il relativo regolamento16 ed in seguito venivano acquistate, sempre a spese del Comune, le uniformi.

Infine non possiamo fare a meno di parlare dei giochi pirotecnici che da sempre hanno affascinato sia gli adulti che i bambini. Nel 1750 dovevano venire esplosi a cura di due confrati della società del SS. Rosario, Isidoro Siracusa e Luciano Gioiello, n° 3500 maschi cioè detto di Siragusa n° 2000 e ditto di Gioiello n° 1500 colle bombarde in essi solite entrate e ciò per la prossima futura Pascha di Risurrezione 1750. In onor di Dio, e della Beatissima Vergine. Nel 17591* venivano fatti i ludi ignei (giochi di fuoco) da Magister Rajmundus Bonadonna di Montallegro. Mentre nel 1781 il falegname Onofrio di Silvestre preparava la struttura di legno per i giochi di fuoco, leggiamo infatti: Itemper chiodi nel forma­re la straola, parchetti, e gioco di foco, segno questo che venivano fatti non solo i fuochi artificiali, ma anche i cosiddetti "Castelli di fuoco".

 

NOTNOTIZIE STORICHE

Il VENERDI SANTO  -  La Passione del Signore

(Condivise da accreditati siti internet)

Quante e quante volte i nostri occhi si sono posati su un Crocifisso o una semplice croce, in questo mondo distratto, superattivo, superficiale ? Quante volte entrando in una chiesa o passando davanti a delle edicole religiose agli angoli delle strade, sui sentieri di campagna o di montagna, o mettendola al collo sia per devozione, sia per moda, i nostri occhi hanno visto la Croce; quante volte sin da bambini ci siamo segnati con il segno della Croce, recitando una preghiera o guardando il Crocifisso appeso alla parete della nostra stanza da letto, iniziando e terminando così la nostra giornata.
La Croce simbolo del cristianesimo, presente nella nostra vita sin dalla nascita, nei segni del rito del Battesimo, nell’assoluzione nel Sacramento della Penitenza, nelle benedizioni ricevute e date in ogni nostro atto devozionale e sacramentale; fino all’ultimo segno tracciato dal sacerdote nel Sacramento degli Infermi, nella croce astile che precede il funerale e nella croce di marmo o altro materiale, poggiata sulla tomba. Così presente nella nostra vita e pur tante volte ignorata e guardata senza che ci dica niente, con occhio distratto e abituato; eppure la Croce è il supremo simbolo della sofferenza e della morte di Gesù, vero Dio e vero uomo, che con il Suo sacrificio ci ha riscattato dalla morte del peccato, indicandoci la vera Vita che passa attraverso la sofferenza.

Gesù stesso con le Sue parabole insegnò che il seme va sotterrato, marcisce e muore, per dare nuova vita alla pianta che da lui nascerà. In tutta la vicenda umana e storica di Gesù, la “Passione” culminata nel Venerdì Santo, designa da sempre l’insieme degli avvenimenti dolorosi che lo colpirono fino alla morte in croce. E questo insieme di atti progressivi e dolorosi prese il nome di “Via Crucis” (pratica extraliturgica, introdotta in Europa dal domenicano beato Alvaro, (†1402), e dopo di lui dai Frati Minori Francescani); che la Chiesa Cattolica, ricorda in ogni suo tempio con le 14 ‘Stazioni’; quadretti attaccati alle pareti, oppure lungo i crinali delle colline dove sorgono Santuari, meta di pellegrinaggi; con edicole, gruppi statuari o cappelle, che invitano alla meditazione e penitenza; in ognuna di queste ‘Stazioni’ sono raffigurati con varie espressioni artistiche, momenti della dolorosa “Via Crucis” e Passione di Gesù; espressione di alta simbologia ed arte, sono ad esempio i Sacri Monti come quelli di Varallo e di Varese, e i celebri Calvari bretoni.
La “Passione” di Gesù cominciò dopo l’Ultima Cena tenuta con gli Apostoli, dove Egli diede all’umanità il dono più grande che si potesse: sé stesso nel Sacramento dell’Eucaristia, inoltre l’istituzione del Sacerdozio cristiano e la grande lezione di umiltà e di amore verso il prossimo con la lavanda dei piedi dei Dodici Apostoli.
I Vangeli raccontano gli avvenimenti in modo abbastanza preciso e concorde; nella primavera dell’anno 30, Gesù discese con i suoi discepoli dalla Galilea a Gerusalemme, in occasione della Pasqua ebraica, l’annuale “memoriale” della prodigiosa liberazione del popolo ebreo dall’Egitto. Qui tenne l’Ultima Cena, dove di fatto fu sostituito il vecchio “memoriale” con il nuovo, da rinnovare nel tempo fino al suo ritorno: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”; “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi”; “Fate questo in memoria di me!”. Nella “redenzione dal peccato” si deve ricercare in buona parte, il senso della ‘Passione’ di Cristo e di questo trattano i racconti evangelici, nel susseguirsi degli avvenimenti che seguirono l’Ultima Cena; è bene ricordare che lo stesso Gesù preannunziò ciò che sarebbe accaduto ai suoi discepoli per ben tre volte, preparandoli al suo destino di sofferenze e di gloria; in particolare la terza volta (Luca 18, 31-33).
Ma il suo sacrificio, è presentato nei Vangeli anche come l’attuazione della parola dei profeti, contenuta nelle Scritture e si delinea una grande verità, consegnandosi mite e benevole nelle mani di uomini che faranno di lui quello che vorranno, l’”Agnello di Dio” ha preso su di sé e ha ‘tolto’ il peccato del mondo (Giovanni 1,29).
Per questo si nota che nel racconto evangelico della Passione, ogni atto è presentato come malvagio, ingiusto e crudele; anche tutti coloro che intervengono nei confronti di Gesù sono cattivi o meglio peccatori, come una sequenza impressionante dei peccati degli uomini contro di Lui. È necessario che il male ed il peccato si scateni contro Gesù, portandolo fino alla morte e dando la sensazione di aver vinto il Bene; finché con la Sua Resurrezione alla fine si vedrà che la vittoria finale sul male, è la sua.
La ‘Passione’ si svolge con una sequenza di immagini drammatiche, prima di tutto il tradimento di Giuda, che lo vende e lo denuncia con un bacio nel giardino posto al di là del torrente Cedron, dove si era ritirato a pregare con i suoi discepoli, e dove Gesù, aveva avuto la visione angosciante della prossima fine, sudando sangue e al punto di chiedere al Padre di far passare, se era possibile, questo calice amaro di sofferenza, ma nel contempo accettò di fare la Sua volontà.
Segue l’arresto notturno da parte dei soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei; Gesù subisce l’interrogatorio di Anna, ex sommo sacerdote molto potente e suocero del sommo sacerdote in carica Caifa; poi il giudizio del Sinedrio giudaico capeggiato da Caifa, che formula ad ogni costo un’accusa che consenta la sua condanna a morte, che però per la legge vigente a Gerusalemme, non poteva essere attuata dalle autorità ebraiche.
Nel contempo si concreta il triplice rinnegamento del suo primo discepolo Pietro; poi Gesù viene condotto dal governatore romano Ponzio Pilato, accusato di essersi proclamato re dei Giudei, commettendo quindi un delitto di lesa maestà verso l’imperatore romano.
Nel confronto con Pilato, Gesù afferma la sua Regalità; nonostante che non si ravvisa in lui colpa alcuna, l’attaccamento al potere, la colpevole viltà del governatore, non fanno prendere una decisione a Pilato, che secondo il Vangelo di Luca (23,6) non volendo pronunciarsi, lo manda da re Erode, presente in quei giorni a Gerusalemme; il quale dopo un’inutile interrogatorio e istigato dai sommi sacerdoti e scribi, lo schernisce insultandolo, poi rivestito di una splendida veste lo rimanda da Pilato.
Ancora una volta Pilato titubante chiede al popolo che colpa ha quest’uomo, perché lui non ne trova; alle grida di condanna lo fa flagellare, pensando che così si calmassero, ma questi gridarono sempre più forte di crocifiggerlo; allora Pilato secondo le consuetudini locali, potendo liberare un prigioniero in occasione della Pasqua, chiese al popolo se intendevano scegliere fra Gesù e un ribelle prigioniero di nome Barabba, che aveva molti morti sulla coscienza, ma anche in questa scelta il popolo si espresse gridando a favore di Barabba. Non potendo fare altro, il governatore simbolicamente si lavò le mani e condannò a morte Gesù, tramite la crocifissione, pena capitale praticata in quell’epoca e lo consegnò ai soldati.

I soldati con feroce astuzia, posero sul capo di Gesù, schernendolo, una corona di spine pungenti e caricarono sulle sue spalle, già straziate da una lacerante flagellazione, il “patibulum”, avviandosi verso la collina del Golgota o Calvario, luogo dell’esecuzione.
La “Via Crucis” di Gesù presenta alcuni incontri non tutti riportati concordemente dai quattro evangelisti, come l’incontro con Simone di Cirene, obbligato dai soldati a portare la croce di Gesù o a condividerne il peso; l’incontro con le donne di Gerusalemme alle quali dice con toni apocalittici di piangere su loro stesse; l’incontro con la Veronica, le cadute sull’erta salita. Arrivati sulla cima del calvario, viene dai soldati spogliato delle sue vesti, che vennero tirate a sorte fra gli stessi soldati, poi crocifisso con chiodi alla croce, tortura orribile e atroce, che conduce Gesù alla morte dopo qualche ora, sempre fra insulti e offese, alla fine invece di spezzargli le gambe per accelerarne la morte per soffocamento, essendo già morto, la lancia di un centurione gli perforerà il costato per accertarsene.
C’è ancora tutta una serie di episodi che si verificano prima e dopo la sua morte, come il suicidio di Giuda, lo scambio di parole con i due ladroni, crocifissi anche loro in quell’occasione, lo squarcio del Velo del Tempio di Gerusalemme, il terremoto, lo sconvolgimento degli elementi atmosferici, la presenza ai piedi della Croce di Maria sua madre, di Maria di Magdala (Maddalena), di Maria di Cleofa, madre di Giacomo il Minore e Giuseppe, di Salome madre dei figli di Zebedeo e da Giovanni il più giovane degli apostoli; l’affidamento reciproco fra Maria e Giovanni; le sue ultime parole prima di morire.
La ‘Passione’ si conclude, dopo la deposizione affrettata per l’approssimarsi della festività del sabato, con la sepoltura del suo corpo mortale in una tomba data da Giuseppe d’Arimatea, anche lui diventato suo discepolo, avvolto in un candido lenzuolo e cosparso degli oli e aromi usuali, poi la tomba scavata nella roccia, venne chiusa da una grossa pietra.
In questo contesto finale s’inserisce l’esistenza e la venerazione per la Sacra Sindone, conservata nel Duomo di Torino, prova tangibile dei patimenti e del metodo crudele subito da Gesù per la crocifissione.

Dato il poco spazio disponibile, si è dovuto necessariamente essere veloci nel descrivere praticamente la ‘Passione di Nostro Signore’, ma questo storico evento lo si può meditare ampliamente, partecipando ai riti della Settimana Santa, che da millenni la Chiesa cattolica e le altre Chiese Cristiane celebrano.
Aggiungiamo solo che Gesù ha voluto con la sofferenza e la sua morte, prendere su di sé le sofferenze e i dolori di ogni genere dell’umanità, quasi un “chiodo scaccia chiodo”; indicando nel contempo che la sofferenza è un male necessario, perché iscritto nella storia di ogni singolo uomo, come lo è la morte del corpo, come conseguenza del peccato, ma essa può essere trasformata in una luce di speranza, di compartecipazione con le sofferenze degli altri nostri fratelli, che condividono con noi, ognuno nella sua breve o lunga vita terrena, il cammino verso la patria celeste.
Questo concetto e valorizzazione del dolore fu nei millenni cristiani, ben compreso ed assimilato da tante anime mistiche, al punto di non desiderare altro che condividere i dolori della ‘Passione’; ottenendo da Cristo di portare nel loro corpo i segni visibili e tormentati di tanto dolore; come pure per tanti ci fu il sacrificio della loro vita, seguendo l’esempio del Redentore, per l’affermazione della loro fede in Lui e nei suoi insegnamenti.
Ecco allora la schiera immensa dei martiri che a partire sin dai primi giorni dopo la morte di Gesù e fino ai nostri giorni, patirono e morirono violentemente, con metodi anche forse più strazianti della crocifissione, come quello di essere dilaniati vivi dalle belve feroci; bruciati vivi sui roghi; fatti a pezzi dai selvaggi nelle Missioni; scorticati vivi, ecc.
Poi riferendoci a quando prima accennato ai segni della ‘Passione’ sul proprio corpo, solo per citarne qualcuno: Le Stimmate di s. Francesco di Assisi, di s. Pio da Pietrelcina, la spina in fronte di s. Rita da Cascia, ecc.
La triste e dolorosa vicenda della ‘Passione’, ha ispirato da sempre la pietà popolare a partecipare ai riti del Venerdì Santo, con manifestazioni di grande suggestione e penitenza, con le processioni dei ‘Misteri’, grandi e piccole raffigurazioni, con statue per lo più di cartapesta, dei vari episodi della ‘Via Crucis’, in particolare l’incontro di Gesù che trasporta la croce con sua madre e le pie donne; oppure con Gesù morto, condotto al sepolcro, seguito dall’effige della Vergine Addolorata.
In tutte le chiese, a partire dal Colosseo con il papa, si svolgono le ‘Vie Crucis’, anche per le strade dei Paesi e nei rioni delle città; in alcuni casi per secolare tradizione esse sono svolte da fedeli con i costumi dell’epoca e giungono fino ad una finta crocifissione; in altri casi da secoli si svolgono cortei penitenziali di Confraternite con persone incappucciate o no, che si flagellano o si pungono con oggetti acuminati e così insanguinati proseguono nella processione penitenziale, come nella celebre penitenza di Guardia Sanframondi.  Ci vorrebbe un libro per descriverle tutte, ma non si può dimenticare di citare i riti barocchi del Venerdì Santo di Siviglia. Alla ‘Passione’ di Gesù è associata l’immagine della Vergine Addolorata, che i più grandi artisti hanno rappresentato insieme alla Crocifissione, ai piedi della Croce, o con Cristo adagiato fra le sue braccia dopo la deposizione, come la celebre ‘Pietà’ di Michelangelo, il ‘Compianto sul Cristo morto’ di Giotto, la ‘Crocifissione’ di Masaccio, per citarne alcuni.
Il soggetto della ‘Passione’, ha continuato ad essere rappresentato anche con le moderne tecnologie, le quali utilizzando attori capaci, scenografie naturali e drammaticità delle espressioni dolorose; ha portato ad un più vasto pubblico nazionale ed internazionale l’intera vicenda terrena di Gesù.
È il caso soprattutto del cinema, con tanti filmati di indubbio valore emotivo, come “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini; il “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli, la serie di quelli storici e colossali, come “Il Re dei re”, “La tunica”, ecc. fino all’ultimo grandioso per la sua drammaticità “La Passione di Cristo” di Mel Gibson.
Inoltre la televisione presente ormai in ogni casa, ha riproposto ad un pubblico ancor più vasto le produzioni televisive ed i tanti films con questo soggetto, che per questioni economiche e per la crisi delle sale cinematografiche, non sarebbero stati più visti.
Il Venerdì Santo è il giorno della Croce, di questo simbolo che è di guida ai cristiani e nel contempo tiene lontani altri da questa religione, che per tanti versi ha al suo centro il dolore e la sofferenza, seppure accettata e trasfigurata; e si sa che a nessuno piace soffrire e tutti vorrebbero tendere alla felicità senza prima soffrire.

 
 
 

I CANTI RIBERESI DEL VENERDI' SANTO

(Dal libro "LA STRINA" di Giuseppe Nicola Ciliberto - Pubblicato nel 1991)

 

La Pasqua, a Ribera, è una delle feste religiose che più viene seguita dalla gente. È un appuntamento sempre molto atteso che vede una larga partecipazione di persone, sia ai riti

del Venerdì Santo che al festoso '"Ncontru" tra la Madonna e Gesù Risorto.

 

Numerosi sono i canti che, più nel passato, che al giorno d'oggi, venivano eseguiti nella giornata del Venerdì Santo sia durante il trasporto dell'urna del Cristo morto che al calvario durante la crocifissione. Era in uso negli anni '50, andare tutti alla croce, spesso riuniti in gruppi di ragazzi o di adulti, trascorrere la giornata in mezzo al prato e consumare una merenda preparata per l'occasione, mentre le Pie Donne manifestavano il proprio dolore con preghiere e canti molto commoventi.

 

Nella giornata del Venerdì Santo veniva osservato il digiuno ed anticamente in chiesa si cantava così:

La lampa s'astuta, nun c'è cchiù ogliu

chistu è lu signu ca morsi me flgliu,

ca l'acqua di lu mari fussi ogliu

quantu addummassi 'na lampa a me flgliu.

Ca l'acqua di lu mari fussi ogliu

quardatici lu Venniri a me flgliu.

Ora ca s'astutaru li cannili

patruzzu, senza di vui com'è je 'fari?

 

Altri canti che venivano eseguiti dai fedeli durante i riti della passione erano i seguenti:

Questi canti religiosi, in uso a Ribera durante la settimana santa, risalgono a molti anni fa e sono arrivati fino a noi

di generazione in generazione. Quelli che qui vengono trascritti sono stati recuperati da Giuseppe Nicola Ciliberto,

che li ha registrati nel 1976, dalla viva voce della signora Mortillaro Mattia , che allora aveva la venerabile età di 92 anni. 

I canti sono stati inseriti in una trasmissione del gruppo "Sicilia Canta, Sicilia Frana" , che andava in onda settimanalmente

presso la locale Radio Torre Ribera.

 

 

I CANTI POPOLARI CHE UN TEMPO LE PIE DONNE

CANTAVANO AI PIEDI DELLA CROCE

Nei tempi passati a Ribera, numerose erano le donne che nella giornata del Venerdì Santo, 

rimanevano ai piedi della croce fino alla deposizione, a pregare ed a piangere per la morte di Gesù.

La sira di li trèvani

e chi scuru chi facìa,

 iva annannu la Matri Maria

 sula senza la cumpagnia.

La scontra San Giuvanni:

- Unni iti Matri mia ?

- Vaiu circannu un Figliu Dòmini

ch'è lu chiovu di l'arma mia.

 «Girativinni Matri mia

 ca la via è luntanissima,

ca la via è luntanissima

 ch'eni china di petali».

«Cu ha persu un fìgliu Dòmini

nun si cura di la via».

«Cu ha persu un fìgliu Domini,

nun si cura di la via».

Iuncennu darrè li porti

chi sintìa li botti forti,

adasciu  adasciu, nun dati forti

ca su' carnuzzi dilicati.

 Iu scinnu di la Cruci

stanca di tanta via,

 lu cunnannaru a morti

 lu Figliu di Maria.

Trentatrì anni 'ncrunatu di spini

ferri e catini a l'amatu Gesù.

Te' sta chiavuzza e tenila forti

doppu la morti la porti a Gesù.

Va chiamami a Giuanni,

cunsignami a Maria,

chiancennu pi la via la sò virginità.

Sugnu 'na peccatura

ca un v'ha saputu amari,

ma Diu com'è iè fari

ma senza lu miu Gesù.

Lassù v'ascià li celi

cu veru amuri e gelu

gràpiti ssù tò velu

ca iu ti salverò.

Santa crucidda ti vegnu a vidiri

china di sangu ti trovu allagata,

cu fù chidd'omu chi vinni a muriri

fu Gesù c'appi la lanciata.

 

***

Il canto "AH SI' VERSATE LACRIME" da qualche anno viene eseguito a Ribera da un Coro di fedeli

alla fine della Processione del Venerdì Santo davanti alla Chiesa Madre.

 

 

 

 

 

UN ACCORATO E COMMOVENTE PIANTO

AI PIEDI DELLA CROCE

(Anonimo)

Dumannà un muccuneddu d'acqua,

ca nun potti aviri,

ci dettiru la sponza 'ntussicata,

'ntussicatedda fu ddà lingua santa,

chidda chi vinni 'mparava la duttrina.

Maria l'Addulurata, povira donna,

vidennu a lu sò Figliu a la cunnanna,

 la cunnanna ca a la casa un torna.

Fu cunnannatu di Pilatu e Anna.

Piglia li scali ca me fìgliu scinni,

quantu ci baciu sti sacrati carni,

comu unn'ha chiàngiri amici degni

ca persi un figliu di trentatrì anni?

 

 

LU VENNIRI MATINU

(Anonimo)

È uno dei canti popolari più noti, che sono stati dedicati alla triste giornata del Venerdì Santo.

Nelle parole, molto commoventi, predomina il dolore della Madre di Gesù,

alla ricerca del Figlio, che nel frattempo sta vivendo il dramma della Passione.

 

Lu Vennirì matinu a ghiornu chiaru

la Bedda Matri si misi in caminu;

'ncuntrau a San Giuvanni pi la via,

ci dissi: «Unni stati jennu o Matri mia?»

«Vaiu circannu lu me caru Figliu

ca lu pirdivu e nun lu pozzu asciari».

«Iti 'nta ssà casuzza di Pilatu,

lu iti asciari 'nchiusu e 'ncatinatu».

Tuppi tuppi: «Cu è ddocu darreri?»

«Sugnu la tò matruzza Addulurata».

Oh cara Matri mia un vi pozzu apriri

ca li Judei mi stannu 'ncatinannu.

Jti ddocu darreri c'è l'arginterì,

facitici l'aneddu a lu Signuri».

L'aneddu a lu Signuri nun ci stavi,

ci stannu tri chiuvidda 'e pedi 'a cruci.

 «Oh caru mastru chi facitì a st'ura?»

«Fazzu tri chiova apposta pi lu Signuri».

«Oh caru mastru un li faciti a st'ura

 vi pagu la jurnata e la mastrìa».

«Oh cara Matri nun lu pozzu fari,

 unni c'è Gesù ci mettinu a mia».

La Bedda Matri 'ntisi stu parlari,

fici vutarì: munnu, terra e mari!

 

 

 

RIBERA:   VENERDI' SANTO - 25 Marzo 2016 

Foto delle Processioni: Mattutina e Serale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROCESSIONE SERALE: 25 Marzo 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FOTO riprese oggi a Ribera, da Giuseppe Nicola Ciliberto

 

 

IMMAGINI DEL VENERDI' SANTO  A RIBERA

(Foto di G. Nicola Ciliberto - Riprese durante la Pasqua del 2006)

 

 

 

 

 

 

 

 

LA "CALATA DI LA CRUCI"

Nel pomeriggio si svolge l'altra processione con la Madonna Addolorata, per andare a deporre Gesù dalla croce e ridiscendere assieme lungo tutto il Corso principale della città, che viene letteralmente invaso dai cittadini. Il mesto e lento proseguire delle due pesanti Vare, portate a spalla da persone di ogni ceto sociale, si conclude a tarda sera, nei pressi della Chiesa Madre. Per l'occasione moltissimi balconi vengono illuminati e tappezzati con le migliori coperte.

 

Di tutte le processioni che si svolgono a Ribera durante il corso dell'anno, quella del Venerdì Santo è la più sentita dalla popolazione e quella che più di ogni altra, invita la gente a riflettere e ad essere più buona e disponibile alla pace con il prossimo, che viene comunemente chiamata la "calata di la cruci".

 

L'atmosfera che si irradia nell'aria, con le meste note delle marce eseguite dalla banda e con le preghiere recitate ad alta voce, non è facile da descrivere, ma è più che certo, che riesce a far vivere un momento divino, che ha il potere di coinvolgere una grandissima parte della popolazione, visibilmente commossa.

 

Fino a circa quaranta anni fa, era in uso, per tanti gruppi di ragazzi,  andare a mangiare una modesta e semplice merenda al Calvario, sdraiati sull'erba, per tenere compagnia a Gesù morto sulla croce, mentre tante pie donne eseguivano i tradizionali canti della Passione e pregavano, fino al momento della Deposizione, che avveniva dopo l'arrivo della Madonna Addolorata.

 

 

 

VENERDI' SANTO 2010

 

VENERDI' SANTO 2011

 

VENERDI' SANTO 2012

 

VENERDI' SANTO 2013

 

VENERDI' SANTO 2014

 

VENERDI' SANTO 2015

 

 

VIDEO VENERDI' SANTO: Processione serale

"Ah sì versate lacrime"

di Nicola Coniglio

 

http://www.youtube.com/watch?v=fOYTb-pDEh4

 

 

 

 

 

 

     

 

 

COPYRIGHT:  

Le foto e i testi originali inseriti su questo sito sono protetti da copyright, ma possono essere scaricati per usi personali. Qualora gli stessi venissero utilizzati per qualsiasi tipo di pubblicazione

(libri, giornali, tesi di laurea, progetti scolastici, opuscoli, pubblicità o siti internet)  devono essere accompagnati dall'indicazione 

"Foto/testi tratti dal sito internet www.cilibertoribera.it".

 

 

HOME PAGE