"I GIOVANI DI IERI RACCONTANO"

 

Sezione del sito a cura di G.N.Ciliberto

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RIBERA SUL PALCOSCENICO AMERICANO E INTERNAZIONALE

Racconto di Francesco Manzullo, residente a Summerville (Stati Uniti d'America)

 

Caro Nicola, nel 2009 mia hai incoraggiato e invitato a raccontare qualche mia bella esperienza che ho avuto in America. Allora, oggi, eccomi qui  una volta ancora, nel tuo Sito a dialogare... Proprio ieri mi e' venuto in mente quella richiesta che tu mi avevi fatto e ho pensato di esaudirla. La vicenda, del mio racconto la voglio condividerla prettamente con tutti i Riberesi sparsi nel mondo e specialmente con i Riberesi come te che  tuttora vivono a Ribera. Questo divertente e interessante aneddoto cerchero' di fare il mio meglio per poterlo descrivere con limpidezza e facilita'.  Dunque l'evento e' avvenuto circa sessanta fa' nella citta' di New York. USA. Allora,  voglio tornare un po indietro, e' l'anno del  1951. I primi quattro anni che ho passato in Manhattan dopo il mio arrivo nel 1947. Quei tempi furono dei periodi piu' intensi della mia vita. Io sono arrivato a New York il 13 Novembre 1947 dopo quasi un mese e qualche giorno che vivevo a Manhattan, esattamente, il 26 dicembre il sottoscritto visse un'esperienza immaginabile quasi una calamita' Manhattan fu sepolta totalmente da una tempesta di neve una nevicata di questo spessore  non succedeva dal 1888. Il Venerdi' Santo del 26 dicembre alle ore 4:00 am incomincio' a nevicare sulla citta' di Manhattan e i suoi dintorni, il giorno dopo  Sabato 27 dicembre New York  era totalmente sepolta da 67,06 centimetri di neve 26,4 inches, una  bufera di neve di questa grandezza mai vista un maltempo cosi  non si avverava come ho detto dal 1888.  Caro Nicola, te lo puoi immaginare, un'anno prima questo povero fanciullo Riberese Francesco viveva tranquillamente in Ribera dove l'anno prima a Ribera aveva nevicato una cosa che non era mai successo almeno cosi gli antichi dicevano e quasi tutti "l'addevi Rivilisi  si magiaru in pochi minuti tutta la nivi  mentre la neve fioccava lentamente! come in quella poesia che abbiamo imparato  nella prima media. A New York sono andato a risiedere in un quartiere abbastanza carino e molto elegante per un giovine che veniva da Ribera era una cosa mai vista. Mio Padre era arrivato a New york un'anno prima di me, nel 1946 ed aveva affittato un'appartamento abbastanza comodo per due persone era perfetto. La palazzina era di  media grandezza era formata di cinque piani per me era come un grattacielo   pero' non aveva l'ascensore e fortunatamente il nostro appartamento era al terzo piano. L'edificio era situato nella parte Est dell'isola di Manhattan era esattamente  alla 24.ma Strada fra la seconda e la terza Avenue. Vicino alla mia abitazione abitava una famiglia Riberese il giovine figlio si chiamava Giuseppe Amari che io appena conoscevo, ha Ribera faceva l'apprentista sarto ma era piu' grande di me e per questo non c'era un'amicizia Peppi Amari viveva a New York da circa un anno con i suoi genitori, ricordo bene che nella loro casa ospitavano un Riberese che si chiamava Saverio Corso, dopo  breve tempo ho sentito, che Saverio Corso era tornato definitivamente a Ribera  sto citando questi  Riberesi solamente per abbellire la mia narrazione. Cosi', mentre Io, cominciavo a fare le prime esperienze della mia vita a viverla fuori della mia casa di Ribera, i giorni, le settimane, e i mesi si facevano sempre piu' duri. I primi quattro anni a New York per me furono pieni di una bramante malinconia, e  tanta tristezza perche' avevo lasciato non solo la mia terra ma anche la mia "Mater dulcissima".  { scrivo " Mater dulcissima " perche' in una poesia di Salvatore Quasimodo che dedica  a sua mamma,  quando lascia sua Madre  e si trasferisce al nord } infatti mia Mamma ci  ha raggiunto cinque anni dopo assieme  a mio fratello Vincenzo che erano rimasti a Ribera per sistemare i nostri beni che mio Papa, aveva lasciato. La mia solitudine continuava lentamente quasi a buttarmi giu' totalmente a picco. Meno male che avevo lo studio che mi faceva compagnia e  mi manteneva in equilibrio e sano di mente. Tuttavia, dopo avermi guadagnato con tanto impegno, intenso studio, e tanto sacrificio il mio primo diploma della scuola secondaria. { High school diploma } Subito dopo avere conferito il diploma, le mie intenzioni erano di continuare gli studi a tutti i costi.  Purtroppo i requisiti per l'ammissione a un City College o a una Universita' Statale erano forti perche' le tasse scolastiche erano meno costose di circa il 30% o a volte il 35% in meno ed anche volevano una media di voti altissimi e in piu' gli esami di ammissione erano molto difficili se uno non era ben preparato le chances di entrare in queste universita' erano dure. In america ci sono istituti privati di preparazione ma sono costosi specialmente in quei tempi non avevo i mezzi e neanche mio Padre. Comunque fui  promosso con la media di nove: la seconda piu' alta di tutta la scuola Il primo anno di Universita' e' l'anno "Freshman year",     il secondo anno  di 'Universita e' il  "Sophomore year" e' l'anno che lo studente deve fare delle decisioni in merito in quale direzione si dirige e decidere la facolta' della laurea questo e' un requisito dalla scuola.  Il terzo anno di Universita' e' il " Junio yearr," il quarto anno e' il "Senior year" la laurea il Bachelor of Art o il Bachelor of Science dipente in quale facolta lo studente ha scelto. Il Master e quasi di quattro anni il Phd e' normalmente di altri  tre anni.       
 anche se non era obligatorio nel primo e secondo anno, ho scelto come " Major " { la specializzazione in business } invece come "Minor"{ ho scelto come materia complementare "prosa et dramma". Il 1951 era il mio primo anno di "Freshman" quello fu' il momento in cui incominciai ad interessarmi, e a innamorarmi appassionatamente al teatro legittimo, vivo americano. { live legitimate theatre } cioe' il teatro dramma e prosa
che e' il grande amore degli americani degli Stati Uniti, degli Inglesi della Gran Bretagna e de Russi...Il Teatro e' un po' meno popolare in Francia e pochissimo in Italia. In fatti l'Italia ha dato solo il natale ha tre illustri drammaturgi: Carlo Goldoni, Luigi pirandello e Peppino de Filippo. Il teatro per gli Americani e Inglesi e' paragonabile a  l'Opera che gli Italiani abbiamo e amiamo. Comunque fu' quell'anno che ho scoperto che Ribera era salita sul rinomato palcoscenico americano. Il primo Febbraio dell'anno 1951 al famoso Teatro Martin Beck di Broadway si dava il premiere dello splendido dramma "La Rosa Tatuata"  "The Rose Tattoo" di Tennessee Williams con due famosissimi attori della prosa americana di allora, i protagonisti erano: Maureen Stapleton e Eli Wallach, la Stapleton, interpretrava il ruolo del personaggio" Serafina delle Rose"  "eroe tragico" mentre Eli Wallach interpretrava il ruolo del  personaggio  "virile" di Alvaro Mangiacavallo l'immigrante Siciliano, camionista,   trasportatore di banane, che rivela a "Serafina delle Rose" il suo nome e il suo paese di nascita, e le dice  , Serafina , mi chiamo, Alvaro Mangiacavallo, sono nato a RIBERA  in quel momento, io, quando ho sentito  RIBERA, cadde dalle nuvole, incredulo, con gli occhi spalancati e la bocca apertarimasi... senza una parola. La ragazzina che stava con me ," la mia fidanzatina" la mia giovine anglo-sassone biondina, ha subito notato, che qualcosa era  successo a me', vide il mio viso cambiar colore, mi guardo' ancora intensa sul gli occhi, vide il mio viso  impallidire ed esclamo' ! Francesco, are you all right ? Yes, I'm ok, gli rispose !       Miei carissimi amici,  Miei compaesani, neanche Carlo Godoni, Luigi Pirandello o Eduardo de Filippo sono stati capaci di mettere  RIBERA SUL PALCOSCENICO AMERICANO E INTERNAZIONALE. C'e' voluto un brillante e prolifico scrittore, drammaturgo americano, come Tennessee Wiliams ripeto ha mettere RIBERA SUL PALCOSCENICO AMERICANO ET INTERNAZIONALETennessee Williams nasce nel 1911 muore nel 1983 a New york. Nato thomas Lanier Williams scrittore primariamente drammaturgo 38 commedie 9 fiction 8 racconti 3 poesie diventa un grande drammaturgo di fama mondiale. Un critico anonimo scrive: Tennessee, spende la maggior parte del suo tempo chiudendosi gli occhi " Tennessee poteva vedere meravigliose scene nella sua mente La Rosa Tatuata ebbe 306 performances quell'anno l'opera vinse il premio Tony Maureen Stapleton vinse il premio Tony come migliore attrice a Broadway Eli Wallach vinse il premio Tony " come migliore attore a Broadway Sal Mineo debutto' nella" Rosa Tattuata" nel ruolo di Salvatore aveva 12 anni. Anna Magnani fu la prima attrice straniera a vincere il premio OscarBurt Lancaster fece il personaggio del RIBERESE   Alvaro Mangiacavallo " Eat the Horse " Marisa Pavan sorella gemella dell'attrice Anna Maria Pier Angeli  fece il ruolo di Rosa delle Rose figlia di Serafina fu nominata per migliore supporting  Actress ma non vinse, Jo Van Fleet nel ruolo di "Bessie" vinse l'Oscar per migliore supporting Actress. Tennessee Williams VINSE   il prestigioso Premio Pulitzer nel 1947 perUn tram che si chiama Desiderio " nel film di Elia Kazan protagonisti Marlon Brando e Vivien Leigh " A street car named Desire. "  

Francesco G. Manzullo  - 7 febbraio 2011 

 

 

 

Questo è il racconto con il quale ho partecipato all’edizione di quest’anno di “Ottobre piovono libri” bandito dalla  Biblioteca “Gramsci”: non capisco perchè alla "GIURIA TECNICA" del premio non sia piaciuto se su tre concorrenti ha deciso di premiare solo il primo e il secondo racconto. Ritengo che il racconto rientrava perfettamente nello spirito del premio dal momentoche come si leggerà c'è tutto il profumo della città di Rbera con le sue arance e le sue "bellezze naturali"....

Totò Castelli

 

La storia di “Arancina” nel paese delle arance

Il temporale stava ormai scemando e l'aria in quel pomeriggio autunnale sembrava più rarefatta e pungente del solito. Un odore intenso di terra bagnata si mischiava a quello dei frutti appena raccolti e lasciati nella carriola che Lorenzo in fretta e furia aveva abbandonato per rifugiarsi nel capanno improvvisato in quel fatidico giorno d'estate e testimone ignaro vide che dentro una villetta, posta a due passi dal mare di un  azzurro intenso,  una bambina piangeva.

Con lei c’era la mamma, una donna dai lineamenti nordici che era arrivata in paese con il marito per far realizzare all’unica figlia che aveva un sogno da troppo tempo sognato e sempre rinviato per via del duro lavoro del padre da anni emigrato in terra tedesca alla ricerca di quel lavoro e di quel benessere che nel suo paese,malgrado gli sforzi disumani fatti, non riusciva a trovare. Piangeva a dirotto “Arancina”: così la bimba affettuosamente la mamma la chiamava con un accento strano, frutto dell’originaria lingua tedesca arricchita dal colore della lingua del marito che tedesco non era. Singhiozzava la piccola “Arancina” immersa tra pale di fichidindia, che facevano bella mostra di sé nella villetta, insieme con il gelsomino, che il padre aveva piantato prima di partire  e che emanava un intenso, gradevolissimo odore.

- “Non è possibile – diceva la bimba – il mio sogno non può svanire così”. Cercava di consolarla la madre, che era stata costretta, per consolare la figlia, a interrompere la lettura di un libro che parlava della storia del paese d’origine del marito, che parlava di castelli caduti e mai rimessi a posto, di fiumi che invadevano le terre dei contadini che disperati vedevano il frutto dei loro sudori finire a mare, di siti archeologici abbandonati e preda di tombaroli incalliti, di una Casa natale del personaggio più importante del paese, che aveva segnato la storia dell’Italia crollata e rimessa a nuovo per essere ceduta ad un privato, anziché per essere utilizzata per scopi culturali dal Comune in cui quel personaggio controverso aveva avuto i natali, di esattorie e mattatoi e ferrovie e teatri e case anziani chiusi e abbandonati.

- “Mamma, guarda – diceva la bimba – le bolle rossastre mi avvolgono tutto il corpo. Non potrò vivere più in questo paese. Il prurito mi distrugge”.

- “Non preoccuparti - diceva la madre – il medico mi ha assicurato che una cura la possiamo trovare, anche se non qui in questa terra abbandonata, senza lavoro, senza servizi pubblici efficienti, senza ospedali efficienti, che anziché a potenziarli si pensa a chiudere ed accorpare ad altri ospedali. Dobbiamo tornare in Germania: lì sarà possibile trovare le medicine e i medici giusti per far scomparire queste brutte e antipatiche bolle rosse”.

La bimba piangeva e ricordava alla mamma il suo sogno:

-  “Mamma – diceva la bimba – ricordi cosa dicevo quando nella fredda Germania ti parlavo delle arance, delle bionde arance della terra di papà. Com’era bello pensare di poterle assaggiare, di vedere una città tinta di arancio, partecipare alle sagre, vedere i bambini con i nastrini color arancione, le tende del corso principale tinte di arancione, i tavolinetti e gli ombrelloni dei bar tinti di arancione, la squadra di calcio giocare con la maglietta arancione…Ricordi? E tu mi dicevi: non preoccuparti, papà prima o poi troverà un lavoro anche nella sua terra, dove sono arrivati gli inglesi e arriveranno presto francesi e tedeschi per mettere su alberghi a 5 stelle e campi da golf. Papà tornerà e anche tu potrai andare a vivere nella terra di papà e assaporare la bontà dei frutti di quella terra, gustare i prodotti tipici, i dolci, la “froscia di san Giuseppe”, gli “arancini” di Montalbano, la “frutta Martorana”, mangiare i “pupi di zuccaru” per la festa dei morti, correre al grido di “largo-largo” a Pasqua e assaporare la calda minestra nei banchetti per san Giuseppe. E ora?”.

Piangeva sconsolata “Arancina”, la bambina che sognava una terra di arance e limoni e che, arrivata nella terra di arance e limoni del padre, doveva lasciarla perché l’allergia alla buccia di arancia le faceva arrossire il corpo , non la faceva dormire e non le faceva vivere una vita tranquilla.

Sconsolata “Arancina” preparò le valige e piangendo perché lasciava la terra del padre e anche perché doveva tornare a vivere in una terra “fredda” non solo fisicamente parlando, partì sconsolata con dentro, comunque, la gioia, almeno per un solo momento di aver visto e gustato il sapore delle bionde arance del paese del suo amato papà.

 

 
 

LA STORIA DI “IACHINU”

 

Il Prof. Giuseppe Puma

con il bambino rumeno Daniel.

 

Chi era “Iachinu”? Io non lo sapevo sino a qualche giorno fa.Un impiegato comunale, che lavora alla Villa,

me ne ha parlato come si fa di una persona. Parlava di “jachinu” con un sentimento  di affettuosità e di tristezza insieme.

Iachinu era ,sino a poco tempo fa, l’unico superstite della famiglia dei cigni che popolavano la Grande Vasca ed allietavano con il candore del loro corpo ed il

                                                                                       La vasca dei cigni in una cartolina degli anni 60.

 

marrone dei loro becchi i numerosi bambini di Ribera  che si facevano una passeggiata

con i loro papà e le mamme.

I compagni ed amici di Iachinu erano stati ammazzati dai cani che certi

rozzi uomini-belva gli avevano aizzato contro. L’unico cigno che l’aveva fatta franca era Iachinu .

Noi non sappiamo quale strategia aveva dottato per sfuggire alla morte cruenta dei suoi simili. “Iachinu era un cigno

molto buono ed affettuoso”, mi diceva l’operaio che l’aveva conosciuto  “Noi ogni tanto lo chiamavamo “Iachinu !

Iachinu! veni cca;veni iachineddu ca ti damu lu pani!”. “E iachinu,tuttu biancu ca paria n’amuri, nisciva di la Vasca

e vinia tuttu cuntentu,  ni vinia a piscari anchi s’eramu distanti, ormai canusciva la vuci”.

 

Ochette e anatre in una foto di qualche anno fa.

 

“Un jornu lu chiamavamo n continuazioni: - Iachì..Iachinè veni veni cca…

Ma Iachinu nun vinìa: Iachinu nun c’era cchiù!

Forsi si l’avianu purtatu pi faricci un pranzu o una cena”.

L’operaio mentre mi narrava questo era diventato triste

e commosso sino alle lacrime.”Abbiamo perduto un amico -mi disse

 - un amico che per noi era un vero spasso:

ci faceva dimenticare le nostre stanchezze ed i nostri pensieri sulle cose brutte

che vediamo o sentiamo tutti i giorni.

La stessa cosa è accaduta in questi giorni ad un bambino di 11 anni,

rumeno. Stava seduto sul bordo della Vaschetta dei Pesci Rossi”

e guardava con soddisfazione e contentezza le tartarughine

che aveva immesso nell’acqua. Io e Nicola Ciliberto eravamo rimasti colpiti dal senso civico di un bambino che,

pur non essendo riberese, ci ha dato una lezione di civiltà unitamente a tutti gli abitanti di Ribera.

Ciliberto ha messo la sua foto insieme a me, nel suo sito, ricchissimo di storia e di informazioni

su molteplici argomenti.

Lo stesso bambino rumeno ci ha detto che altre volte aveva messo dei pesciolini e che erano

stati portati via. Quello che ci ha colpito è stata la sua volontà di continuare a portare altri animaletti,

che sono la gioia di tanti altri bambini.

Cari papà e mamme ed insegnanti di Ribera, impariamo.

 

Puma Giuseppe

 
 

GIUSEPPE NICOLA CILIBERTO

CHE FINE HA FATTO L'OPERA DI RENATO GUTTUSO ?

Dove si trova oggi l’opera "La pace", realizzata direttamente dall’artista bagherese

presso la Biblioteca Comunale di Ribera nel 1976, e donata per aiutare i portatori di handicap ?

 

  La mia passione per il disegno è nata negli anni ’50 del secolo appena trascorso, precisamente tra il 1955 e il 1957, durante i tre anni che mi videro frequentare la Scuola Media Vincenzo Navarro, allora ospitata al piano terra dell’attuale Municipio di Ribera. Era Preside il Prof. Giuseppe Ciancimino e il mio insegnante di disegno era il Prof. Giovanni Bucalo, al quale devo molto per avermi guidato e stimolato nella sua materia, per la quale mi riteneva un alunno attento, impegnato ed in grado di ottenere nel tempo buoni risultati ed un probabile successo nel campo dell’arte.

Non è stato sicuramente così, se per successo avesse inteso riferirsi al raggiungimento di una certa fama, che per la verità non ho mai cercato. Di raggiungere traguardi, sicuramente non è mai stato nelle mie intenzioni, ma una cosa è più che certa che, quel suo imput mi era servito tanto per continuare, oltre che nel disegno e la pittura, anche in tante altre forme d’arte, che fino ad oggi hanno sempre occupato gran parte del mio tempo libero appagandomi non poco. Il Prof. Bucalo, oltre ad affiggere spesso, sulle pareti delle aule o dei corridoi i miei disegni, a volte mi portava con sé per tenergli il cavalletto o la scatola dei colori, quando andava per le strade di Ribera, specialmente nel mio quartiere di S. Antonino, per dipingere dal vero persone, animali e scene di vita popolare. Io ne ero entusiasta e lo seguivo sempre con grande interesse, rubacchiando la sua maestrìa, sbirciando curioso tra i suoi arnesi di lavoro e cercando di carpire i tanti segreti della sua arte.

Crescendo, la passione per il disegno è via via aumentata e non è stato per caso se ho scelto di continuare gli studi presso l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento, dove nel 1963 ho conseguito il sospirato diploma di Geometra, che mi ha permesso di vincere nel 1970 a Roma, un Concorso Nazionale a 12 posti per Disegnatore al Genio Civile, cambiando letteralmente la mia vita.

Nel campo artistico sono sempre stato un autodidatta, leggendo libri , monografie, vite ed opere di grandi pittori con la non celata speranza di imparare sempre qualcosa, studiando le tecniche e i vari stili pittorici.

 

Nel contempo ho cercato di essere me stesso, sbagliando anche, ma riuscendo il più delle volte ad ottenere lusinghieri consensi di pubblico ed anche discrete vendite, nelle varie mostre che sono riuscito ad organizzare in diversi paesi.

La mia prima personale l’ho tenuta in un capannone della Villa Comunale di Ribera, in occasione della 2^ Fiera Mercato del 1968.

 

Renato Guttuso alla Biblioteca Comunale di Ribera

 

Da allora e sempre nell’ambito della Provincia di Agrigento, ho tenuto almeno 25 Mostre personali, partecipando anche a numerose collettive che, per me hanno costituito un grande orgoglio, anche se non ho mai pensato lontanamente di andare oltre il mio habitat naturale che è stato sempre a Ribera e provincia. Nel 1974, attraverso i normali mezzi d’informazione, ho avuto modo di conoscere meglio il già famoso Renato Guttuso, pittore di Bagheria, che, era annoverato tra tanti uomini vicini alla sinistra, tra cui Pier Paolo Pasolini, Arrigo Benedetti e Franco Fortini, considerati grossi esponenti della cosiddetta "cultura impegnata" allora molto in voga in Italia. Ma non certamente per le sue idee politiche il mio interesse è stato calamitato su Guttuso, ma per la sua arte che andavo scoprendo di giorno in giorno. L’opera che maggiormente mi ha affascinato è stata da lui realizzata nel 1974 ed è "La Vucciria", un caleidoscopico e fantastico dipinto ad olio di cm. 300 x 300, che rappresenta il famoso mercatino di Palermo, e che oggi viene conservato presso l’Università della stessa città. Tanto mi aveva colpito questa meravigliosa tela che qualche anno dopo ho voluto provare a riprodurla nei minimi particolari, sicuro che da essa avrei potuto apprendere numerose nozioni tecniche, entrando nel magico mondo cromatico del Grande Maestro. Bene o male, dopo circa un paio di mesi di attento ed appassionante lavoro di "imitazione" il mio quadro di cm. 100 x 100 ha visto la fine ed ho avuto l’onore di apporvi la mia firma, preceduta da una doverosa dedica in omaggio a Renato Guttuso.

Tale "falso d’autore", che pensavo di tenere per sempre con me, qualche anno fa, ho purtroppo dovuto venderlo per una cifra comunque soddisfacente, ad un signore del Nord Italia, orafo e gioielliere di professione, che vistolo esposto presso una Mostra collettiva tenuta a Seccagrande, ne è rimasto colpito, convincendomi a cederglielo.

Da allora in poi Renato Guttuso è diventato il mio pittore preferito, a cui spesso mi sono ispirato ma senza più copiarne le opere che appartengono solo a lui ed alla sua grande arte.

Figurarsi il giorno in cui ho saputo che il Maestro era stato invitato a Ribera, presso la Biblioteca Comunale e che aveva accettato l’invito. Era il 13 giugno del 1976, una assolata domenica e presso i locali della nostra Biblioteca Comunale c’eravamo in tanti ad aspettarlo nella tarda mattinata, primo tra tutti il Sindaco Santo Tortorici, poi il Direttore Santo Palermo, alcuni funzionari comunali e qualche estimatore come il sottoscritto, pronto con tanto di macchina fotografica a tracolla per immortalare l’evento.

A parte il fatto che eravamo in piena campagna elettorale per le imminenti elezioni regionali e Guttuso era anche impegnato politicamente, uno dei motivi principali della sua presenza è stato anche quello di contribuire anch’egli, con la sua arte a donare un’opera ad una nascente organizzazione di volontari, guidata dalla infaticabile Signora Teresa Romano Ciccarello, che raccoglieva fondi, per aiutare i portatori di handicap ai quali aveva dedicato la propria vita.

La Biblioteca Comunale da giorni aveva invitato tutti i pittori riberesi e non, a far dono di un loro quadro che avrebbe fatto parte di una Mostra Collettiva per la raccolta di fondi.

Ricordo che alla lodevole manifestazione a scopo benefico, anche il sottoscritto aveva aderito, donando un quadro che rappresentava la Piazza Duomo di Ribera con la Chiesa Madre. Grande è stata allora la mia soddisfazione, poiché all’apertura della Mostra la mia modesta opera, come riferitomi dagli organizzatori, era stata subito venduta per la non indifferente somma di lire 200.000. Il grande maestro Guttuso, non aveva portato con sé alcuna opera da donare, ma conscio della nobile iniziativa ha voluto dare il suo contributo diretto, offrendosi di disegnare qualcosa lì, sullo stesso tavolo della Biblioteca, davanti a tutti coloro coi quali stava discutendo del più e del meno. Occorreva solo un foglio di carta e qualche pastello e la sua magica arte sarebbe venuta fuori come d’incanto, sotto lo sguardo attento del sindaco Tortorici, che per tutto il tempo gli ha tenuto compagnia.

 

Il disegno eseguito e donato da Renato Guttuso.

 

Sono stato io ad offrirmi di procurargli il necessario e senza perdere tempo mi sono recato a piedi, presso la cartoleria Palermo-Fallea del Corso Umberto, acquistando un foglio di carta da disegno semiruvido, di formato cm. 35 x 50 ed una modesta scatola con dodici pastelli a cera, portandoli al grande pittore che, intanto aveva fumato mezzo pacchetto delle sue inseparabili sigarette.

L’opera è nata subito, sotto i nostri occhi ed io non perdevo occasione di scattare foto da ogni posizione per documentare l’avvenimento, mentre il sindaco Tortorici, non staccava per un solo attimo i suoi occhi dalla scorrevole mano che tracciava le sicure linee e le varie sfumature di colore sulla carta.

Alla fine è stata evidenziata la mano sinistra di Guttuso, usata come modello, che regge un garofano proiettato verso il cielo, dove una svolazzante colomba annunciava la pace.

Bella opera! ci siamo subito detti tutti, autentica, reale e con tanto di firma e data. Ho saputo allora che, a quel foglio "guttusiano", subito incorniciato e affisso assieme alle altre opere, era stata data, non so da chi, una iniziale quotazione di lire un milione, cifra per quei tempi, equivalente ad almeno quattro stipendi di un normale impiegato di concetto.

Da allora non ho più avuto modo di sapere se quell’opera, realizzata da uno dei più grandi artisti del ‘900 sia stata venduta o sia rimasta di proprietà del Comune di Ribera .

Sarei molto grato ai beneficiari della donazione ed a chiunque fosse a conoscenza di tale iniziativa che ormai conta 28 anni di far sapere, specialmente ai pittori aderenti di allora ed anche alla collettività riberese, dove oggi si trova l’opera di Guttuso, chi è il suo fortunato possessore e se la sua eventuale vendita si sia tramutata in un sostanziale e benefico aiuto per chi allora ne aveva tanto bisogno.

 

Scritto a Ribera il 26 dicembre 2004

 

 
 

GIUSEPPE TAMBURELLO

 

Ricordi di giochi di Strada

“dall’infanzia all’Adolescenza”

Il mio Amico Nicola Ciliberto, un giorno mi chiese di raccontare un brandello di vita quotidiana,  di noi ragazzi degli anni 50. In un primo momento la cosa mi creò imbarazzo, perché mi costringeva a ripassare con la memoria, i ricordi di quei tempi lontani; successivamente mi convinsi di accettare il suo invito e incominciai a dar vita al racconto. Erano gli anni 50, quand’ ebbe inizio la storia dei “ragazzi di strada”.  Era la nostra Storia; la storia di qualunque ragazzo vissuto in quegli anni, subito dopo la guerra; senza niente e con tutto da ricostruire.

L’unica cosa bella che c’era, in mezzo a quella tanta miseria e sofferenza, era la nostra spensierata giovane età, che ci faceva divertire con poco e con cose di poco valore.

 

Nel nostro quartiere, eravamo un gruppetto di amici, più o meno coetanei, che giocavamo per strada. Il gioco serviva per  dare sfogo a quella naturale e sana vitalità che domina i desideri e la volontà di ogni ragazzo.

Un giorno, come del resto tanti altri giorni,  giocavamo al pallone in mezzo alla strada, col rischio sempre attuale, di rompere qualche vetro delle finestre; facevamo molto baccano, si gridava e imprecava per ricevere e dare  la palla; la “gnura Pippina”, arrabbiata e stufa di sentire il nostro vociare, ci rimproverava dicendo: “strafalariì e schiffarati unn’ avìti casa? iu vì lu dicu..finìtila di jucari e itivinni a lu mastru, sinnò comu a Sciaverio vi finisci…senza arti né parti”, noi con molta spavalderia rispondevamo: “la strata è di lu Re, e ci pò jucari cù da ghiè” e così continuavamo a giocare.

Giuseppe Tamburello bambino

Masciu Minicu lu scarparu” e suo figlio Totò, che anche loro abitavano in via Chiarenza, sapevano raccontare così bene le avventure cavalleresche, da affascinare e tenere col fiato sospeso chiunque amasse le favole. Noi ragazzi andavamo spesso a trovare “masciu minicu” per farci raccontare “lu cuntu”. Ognuno di noi, amava storie di contenuto diverso; ai miei amici Giuseppe Oliveri, Angelo Terranova e Giovanni Palminteri, piacevano racconti del Far West, tipo “Arrivano i Nostri”; “Tom Mix e il Vecchio Tom”; mentre a Giuseppe Gambino e Ciuzzu Urso, piacevano le storie di “Tarzan, Piccolo e Cita”; invece a Michele Cucchiara, Nino Marciante e a me, piacevano i racconti cavallereschi, quelli cioè  che parlavano dei paladini di Francia: “Orlando, Rinaldo, Angelica”. Immancabilmente “lu cuntu”  incominciava dicendo:  “c’era ‘nà vota un re e ‘nà regina …” e così avanti per ore a tenerci col fiato sospeso, fino al termine del racconto, che finiva quasi sempre con la frase “..e vissero filici e cuntenti…. ”.  Masciu minicu, finito il racconto, ci salutava dicendo: “ e ora cari picciotti, facìtimi lu piacìri  d’ irivìnni  tutti quanti”, e noi rispondevamo: “cù l’occhi chini e li mani vacanti”.

Ricordo che era la settimana di Pasqua, quando io e il nostro gruppo di amici andammo da “Niculetta” vicino la “brivatura di giurdanu”, a comprare “li trona”; solitamente si sceglievano quelli di media grandezza e ben legati con lo spago a doppio filo incrociato; inoltre stavamo attenti a scegliere quelli più duri, perché garantivano lo scoppio con più facilità. Con le tasche piene di “trona” e un “tronu” nella mano destra e uno in quella sinistra, incominciammo a lanciarli sui muri delle case. Sentire lo scoppio, ci riempiva di diabolica soddisfazione. Un giorno siamo andati a sfidare i ragazzi del quartiere di Santa Teresa e con l’incoscienza della giovane età, ci siamo messi a lanciare i petardi, uno contro l’altro, da una distanza di circa 50 metri. In uno di questi lanci è successo che un petardo ha colpito un ragazzo, ferendolo seriamente alla gamba.

L’anno successivo, mi ero trasferito ad abitare in via Re Federico, il che voleva dire altri ragazzi e altra compagnia.

Un giorno ci siamo riuniti tutti gli amici per decidere a che gioco giocare. Filippo Priolo e Pino Montaleone, proposero di giocare “a li prigiuneri”; mentre io e “mè cumpàri Lorenzo” e qualcun altro, volevamo giocare “a li mazzi”

Per decidere sulla scelta del gioco, ci affidammo alla conta che recitava, più o meno, così:

”ah..ah..ah..a la babbarella,

cù nesci è la cchiù bella,

bella bellina, stocca la cima,

cima cimante, stocca la ferrante,

ferrante e capuliuni

nesci  tù…ca sì baruni,

nesci  tù... ca sì baruni”.

Il prescelto aveva diritto di scegliere il gioco.

"Li mazzi", gioco molto popolare negli anni '50

 Al termine della partita, Lorenzo Galletta è andato a casa, in via Re Federico, a prendere il monopattino e siamo andati a fare un giro, verso “lu cozzu di mastru giuvanni” e col monopattino abbiamo fatto  la discesa fino alla villa.

Al termine della discesa, siamo entrati nella Villa Comunale e appena ci ha visto “don ciciu lu villeri”, ci ha corso dietro gridando: “figli di buttana, si vi acchiappu  vi rumpu li corna”; ci siamo ricordati che qualche giorno prima,

volevamo ammazzare gli uccelli con la “fileccia”  e alla vista di don ciciu, ci siamo messi a gridare “ don cì villè… don cì villè sì orbu di un occhiu e ti la fà cu da ghiè”..e dopo la bravata siamo scappati via.

 

Giuseppe Tamburello ragazzo

 

Le giornate si alternavano tra un gioco e l’altro; in fin dei conti per noi ragazzi era un modo come un altro per sviare le sofferenze quotidiane e passare la giornata.  In uno di questi tanti giorni, stavamo giocando “a li sordi spicci” e continuavo a perdere senza capire il perché; il bello era che per consolarmi  attribuivo la colpa al gradino di marmo o alla “cannedda”. Per continuare a giocare, mi sono fatto cambiare 5 lire in “sordi spicci” da 2 soldi e quattro soldi. Se pur dello stesso valore, io preferivo i 2 soldi verdi con lo stemma a croce sopra e la punta levigata, anziché i 2 soldi marroncini scuri con le foglie di alloro ai lati. Un altro gioco che mi faceva perdere con facilità, era quello “di li mennuli” che consisteva nel colpire, con una “giammarita” o un peso di ferro di 250 grammi, dei mucchetti di circa 4 mandorle ciascuno, posti alla distanza di 4-5 metri.

 

"Li mennuli" stesi ad asciugare

 

Per rifornirci di mandorle, andavamo a rubarli nelle strade ove venivano stese al sole ad essiccare. Alcuni ragazzi schiacciavano le mandorle per fare “la ‘ndrita” e venderla. Il mio amico Carmelino Acquè, primeggiava nel salto in alto e nel salto a lungo con i piedi “’ncucchiati”. Il mio gioco preferito era “lu jocu di la tortula”. Giocavo molto bene e vincevo  sempre io.  Il segreto per vincere al gioco della “tortula” era “lu pizzu d’acciaio” ben appuntito e leggermente piegato alla punta e la “lazzata” che doveva essere fatta di spago a tripla torcitura e con una serie di nodi, uno sull’altro, posti all’estremità della lazzata. Dopo qualche anno, ai giochi di strada è subentrata…l’Adolescenza. L’arrivo è stato graduale e con segni caratteristici molto chiari ed evidenti. I primi segni sono stati: “li minni ‘mpitrati” e la trasformazione della voce.

 

Li tortuli

Ricordo quella sera del mese di maggio, qualche giorno dopo l’Ascensione”; eravamo tutti gli amici al completo, in via Re Federico, seduti sui gradini di una casa e altri in cerchio per terra; parlavamo di cose, la cui competenza era riservata solo agli adulti. L’atmosfera che si respirava era surreale e carica di mistero; ci sentivamo imbarazzati e nello stesso tempo affascinati; il solo pensiero di parlare di certe cose..” ci eccitava la mente e ci faceva diventare rossi in viso. Si stava parlando di “lu burdellu di donna Maria”.

La fileccia

Sapevamo che la nostra giovane età ci impediva moralmente di andare a “lu puzziddu”, pur tuttavia il desiderio di vedere ciò che ritenevamo “proibito”, dominava la nostra volontà e ci rendeva audaci e pronti ad affrontare l’avventura.

 Il pomeriggio del giorno dopo, ogn’uno di noi si è procurato 250 lire e con tutti quei soldi in tasca, decidemmo di andare da “donna Maria”;  arrivati nelle vicinanze, ci siamo fermati ad osservare il via vai di uomini che entravano ed uscivano senza  nessuna  difficoltà.  Gli adulti  avevano  libero  accesso,  mentre  per  i minorenni sotto i 18 anni, occorreva esibire la carta di identità.

Come si presenta oggi il fabbricato dove fino al 1958, al piano terra

aveva sede la "Pensione Sardegna/ex Casa di tolleranza",

gestita da Maria Daga, conosciuta a Ribera come "Donna Maria.

 

Ci siamo  chiesti  come  fare  per  entrare, visto che non avevamo ancora l’età. Abbiamo deciso di rivolgerci agli uomini adulti dicendogli: “abbossì, abbossì, mi fa tràsiri? Alcuni rispondevano, col sorrisetto malizioso, dicendo di tornarcene a casa ed aspettare che ci crescesse “lu pilu caninu”; altri uomini, forse per tenerezza o per divertimento, ci prendevano la mano e ci accompagnavano fino alla porta d’ingresso. “Donna Maria” notata la nostra presenza e senza nemmeno chiederci i documenti, si mise a gridare dicendoci: “brutti vastàsi e maladucati, itivìnni subitu, prima cà chiamu li carabunera e vi fazzu arristari”. Noi, tutti impauriti e col cuore in gola, siamo scappati di corsa fino a casa, senza fermarci. A dire il vero, nei giorni successivi, abbiamo fatto altri tentativi e altri ancora nei mesi seguenti; purtroppo, senza mai riuscire ad entrare nella casa della mitica “Donna Maria”!

Quel periodo rimarrà caro nella nostra mente, perché era l’inizio dei “primi veri turbamenti”,  accompagnati dalla voglia di crescere.

 

Giuseppe Tamburello, Cuggiono (Milano) 24 Febbraio 2010

 

 
 

  

TOTO' CASTELLI

Lu “cani-omu”

 “Chiddu ‘un era un cani, ma un omu”.

Avìva li lacrimi all’occhi lu zù Peppi quannu parlava di lu cani ca “si facìva tutti li funerali”.

- “Comu?!? Si facìva tutti li funerali?...e chi era beccamortu?”- ci dicìva lu zu’ Brasi, c’avìa statu ‘n Belgiu a scuttàrisi un pezzu di pani, sutta terra, ‘nta ‘na minera e ‘un sapìa nenti di ‘sta storia.

- “No, lu beccamortu si tù, ca nun capisci nenti” - ci rispunnìa lu zù Peppi, un pocu siddiàtu - Picchì lu beccamortu li funerali si li fa pi ...misteri, ‘ stu canuzzu si li facìa pi ...amuri di l’omini, picchì nun era sulu  un cani, ma un “cani-omu”, cchiù omu di tia”.

E lu zù Peppi, dintra la Villa, dunni si ‘ncuntravanu tanti vicchiareddi comu iddu, ca discurrìanu di tuttu, di guerri di ieri e d’oi, di amuri finuti e ‘ncuminciati, di la pinzioni ca ‘ssu “spertu” di Berlusconi nni voli purtàri (“siddu è veru!!!”) a un miliuni, cuntava  la storia di ‘stu cani, ca nni lu paisi chiamavanu  “Necros”, cuntava la storia di n’addeva, ‘na piccilidda, c’avìa murùtu a cinc’anni senza capiri picchì: Mariuzza si chiamava ed era un ciuriddu tènniru tènniru. Stava vicinu a la chiesa di San Piddirinu . Ogni matina   iva nni ‘sta chiesa cu so’ matri, ca ci la purtava pi   raccumannalla a lu Signiruzzu, ca  la facissi crisciri sana e robusta: lu Signirizzu, però, la vozi subitu cu Iddu, tant’era bedda e profumata, ca ‘inchiva di profumu un Paradisu ‘nteru. E “Necros”, ‘stu  canuzzu ca prima si chiamava sulu “canuzzu” e chi sulu quannu cumincià a “fàrisi li funerali” fu chiamatu cu ‘stu nomu stranu, ca significa “morti”, ‘stu canuzzu ca  lu patri di dd’addeva tinìva nni la putìa di firràru p’aviri tecchia di cumpagnia, nun la vozi capìri ‘dda morti improvvisa, dulurusa, di la figlia di lu so patruni.

Pi iddu ‘dd’addeva era ancora viva: l’accumpagnà, dopu avilla vigliata pi du’ notti e du’ jorna,  finu a lu cimiteru, ddà ‘ncapu, tra bannistri chi sunavanu a mortu e ‘n capu  un tappitu di ciuri ca atri addevi ‘nnuccenti e l’urfaneddi furmavanu jttannu rosi e crisantemi  cu passu lentu e tristi.  E dopu lu funerali la cumincià a circari   e di idda sintìa l’aduri nni l’aduri di l’atri morti, chi di tannu cumincià a vigliari, comu si vigliassi la so’ patrunedda. E di tannu addivintà  lu cani chi si facìa tutti li funerali.

- “Nun ni satàva manc’unu - cuntàva lu zù Peppi – Accumpagnava a tutti, e nun stava attentu si chiddu ca si nn’”avìa acchianatu” era un omu putenti e timutu, o era scarsu, si era niuru o si era biunnu, si era un malacunnutta o si era un cristianu a postu: pi iddu eranu tutti uguali, pi tutti lu serviziu era lu stessu. Nun nni satàvu unu, si li facìva tutti: nun avìva rizzettu. Si nni putìanu “acchianari” tri, quattri, cinqu  ‘nta ‘na jurnata: iddu era sempri ddà, davanti a tutti, a controllari si passavanu machini ca putìanu ostaculari lu passaggiu di lu curteu: li firmava, abbajava si l’autisti vulìvanu passàri.

S’avìanu a firmàri e sulu quannu lu curteu passava, li machini putìanu passàri.

Nun talìava ‘llorgiu, facìva lu straordinariu e nun si lamintava ma’, comu facìva, ‘mmeci, lu zù Caliddu, lu veru beccamortu di la Cumuni, ca siddu lu mortu arrivava cu deci minuti di ritardu (si ‘un ci pagavanu lu straordinariu a lu Municipiu) chiudìva lu Cimiteru e si nni iva a la casa.

Quannu c’era un funerali, quannu s’acchianavanu a qualcunu nuddu putìa disturbari. Davanti a tutti c’era iddu, “Necros”. Era comu si nni ‘ddi quattru pezzi di lignu ‘ncupirchiati, ‘nni lu tabbùtu, c’era la sò patrunedda, morta nica senza capìri picchì: nun si l’avìa scurdata e la iva a truvàri”.

“Dici ca ‘na vota un cristianu - cuntava e chiangiva lu zù Peppi - vicinu a la tomba di ‘dda ‘nnuccenti vitti du’ gucci d’acqua e ‘unn’avìa chiuvùtu (nni ssu’ paisi ‘un chiuvìa quasi mà e li jardini siccavanu); vitti du’ gucci d’acqua e nuddu ‘ddu jornu avìa  purtàtu un ciuri o avìa jutu a purtàri acqua pi ‘inchiri un vasu di ciuri; vitti  du’ gucci d’acqua e   nuddu avìa jutu a travagliari a lu cimiteru pi jsari novi tombi; ‘ddu jornu mancu lu beccamortu avìa acchianatu a lu cimiteru picchì avìa scioperatu ‘ddu jornu p’avìri du’ uri di straordinàriu.

‘Ddi gucci d’acqua, forsi, eranu du’ lacrimi amari di ‘ddu “canuzzu ca si facìa tutti li funerali” e nun era beccamortu, di ‘ddu “canuzzu-omu”, ca quannu murì (ed era lu primu di maju) l’omini ‘un si scurdaru. Ci ficiru addirittura un funerali e appizzarunu a li mura un manifestu a luttu, dunni si ricurdava a tutti di  la granni “umanità” di un “cani-omu”, l’unicu cani ca quannu murì nun fu lassatu …sulu comu un cani.”

 

 

Dalla parte alta del paese, dove abitava, era sceso nella piazza principale, sempre più spopolata. Pochissime erano, infatti, le persone in giro. Sembrava fosse stato dichiarato il coprifuoco. Dal paese mancavano più di sei mila persone, tutte partite con pulmans di linea confortevoli e con l’aria condizionata, che in poche ore le portavano dal caldo asfissiante del caldo Sud al freddo asfissiante del gelido Nord. Era preoccupato per questo lento, continuo spopolamento in un paese che era stato un tempo ricco, fiorente e popolato. Gli veniva sempre più difficile trovare qualcuno che, dopo la sua immancabile e, per qualcuno anche un po’ fastidiosa, richiesta, gli offrisse il caffè. La sigaretta, che poi lui regalava a qualche altro giovane nella sua simile condizione, riusciva a cavarla con maggiore facilità. Il caffè no! Era più complicato. Doveva chiedere i cinquanta, sessanta centesimi di Euro necessari e, spesso la persona sollecitata non si trovava spiccioli in tasca o, comunque, diceva di non averne per non fare la fatica di cacciarli dalla tasca.

Oppure, per evitare che la persona sollecitata facesse la fatica di mettere le mani in tasca, doveva, con modi gentili, fare di tutto per entrare nel bar e sorseggiare il caffè con la persona sollecitata, che, spesso, però, non gradiva tanto di farsi vedere con quel bonaccione accanto. Complicato o non complicato che fosse, di tanto in tanto riusciva nell’impresa ed era davvero un’impresa talvolta trovare qualcuno disposto a dargli i cinquanta, sessanta centesimi di Euro o trovare qualcuno disposto ad accompagnarsi con lui dentro un bar del centro per sorseggiare il desiderato caffè.

Quel giorno gli era andata proprio male.Aveva tentato con almeno dieci persone diverse e del caffè sentiva solo il profumo che veniva dalla caffettiera del bar vicino alla postazione scelta quel giorno. In giro poi si vedevano sempre meno persone, anche perché c’era un freddo pungente che costringeva i pochi rimasti in paese a starsene rintanati a casa o dentro ai circoli più o meno “culturali” a discutere della tassa che il sindaco, che tutti vedevano bene come un buon “Governatore di feste paesane”, aveva chiesto che venisse pagata per le sedie messe davanti ai circoli stessi e riparate dai tendoni oppure di calcio o di pensioni ancora misere o dell’ennesimo atto di vandalismo ai danni della statua del povero Crispi rimasto “assittatu ‘n capu ‘na petra” dentro la Villa, perché ancora una volta gli avevano distrutto il busto bronzeo realizzato da Rutelli. Stava pensando di tornarsene sconsolato a casa, quando la piazza si cominciò ad animare.

Si avvertiva un chiacchiericcio inconsueto. Alcuni ridevano, soddisfatti, perché pregustavano nuove cariche amministrative di sindaco, assessore, consigliere comunale, presidente del consiglio comunale, esperto del sindaco e via dicendo. Altri apparivano, invece, preoccupati perché per loro potevano chiudersi, magari, definitivamente le stanze del potere dentro le quali avevano sonnecchiato non poco, ma dentro le quali, comunque erano riusciti a garantirsi anche la sopravvivenza economica  per alcuni anni in qualche caso.

Oggetto del chiacchiericcio era l’annuncio di un giornale che aveva dato per certo l’arrivo ormai di nuove elezioni amministrative. In quel paese era venuta l’ora, con un po’ di anticipo, per ridare la parola ai cittadini, ogni tanto trasformati dalle leggi in giudici di chi li amministra e di “lanciatori nell’agone politico” di nuovi personaggi che li avrebbero dovuto ulteriormente rappresentare e amministrare. Lui non capiva il perché di questo chiacchiericcio, capiva solo che inspiegabilmente gente che l’aveva fino ad un minuto prima scansato per evitare la routinaria richiesta di sigaretta o caffè, se la ritrovava vicina, pronta a sorridergli, a dargli una pacca sulla spalla. Eh già, anche lui era un ultra diciottenne e, quindi, anche lui, che non aveva i soldi in tasca per una sigaretta o per un caffè ed era costretto a chiederli a chiunque passava, aveva in tasca una sorta di passaporto per quelli che avrebbero dovuto amministrare il suo paese: aveva in tasca un cartoncino con tante caselle, sul quale qualcuno, dopo aver esercitato il diritto-dovere di voto, piazzava un sigillo scuro con il numero di una sezione elettorale.

“Lo vuoi il caffè?” - era il minimo che gli si chiedeva . “La sigaretta come la vuoi, con il filtro o senza il filtro?”, erano le richieste ricorrenti, associate ad una pacca sulla spalla, ad un sorriso tranquillizzante, ad un “chi ti servi? ci penzu iu!!!”.

Si era sentito importante, ma soprattutto si era sentito tanto caffè, che mai aveva potuto assaggiare, infilarsi diritto dentro il suo “cannarozzo” arido e rinsecchito, almeno per un’intera giornata: roba da prendersi l’intossicazione e bruciarsi lo stomaco.

E beveva caffè, che altri pagava allegramente, ed entrava ed usciva dai bar del Corso, allegramente. Dovunque incontrava qualcuno che premurosamente gli chiedeva:

 “Lo vuoi il caffè? la sigaretta come la vuoi, con il filtro o senza il filtro? Dai prenditi anche un cartoccio. Ma che ti prendi solo il caffè…..?!?””

Per lui tutto aveva del miracoloso e accarezzava l’idea che ogni giorno poteva essere per lui così. Sorrideva felice, sognava un mondo fatto solo di caffè da gustare dentro i bar di mezzo paese e di sigarette da fumare. Cercava persone che mai gli avevano offerto un sorriso e soprattutto un caffè e che adesso cercavano lui. E sembrava tutto più facile, più semplice. All’improvviso un nuvolo nero coprì il cielo, mentre un uomo, scendendo trafelato lungo il Corso, portò una nuova notizia, che fece creare nuovo chiacchiericcio.

Quelli che fino a qualche ora prima ridevano, soddisfatti, perché pregustavano nuove cariche amministrative di sindaco, assessore, consigliere comunale, presidente del consiglio comunale, esperto del sindaco e via dicendo, sembravano come morsi dalla tarantola e si dimenavano per la disperazione. Quelli che apparivano, invece, preoccupati perché per loro potevano chiudersi, magari, definitivamente le stanze del potere dentro le quali avevano sonnecchiato non poco, ma che, comunque avevano loro garantito anche la sopravvivenza economica per alcuni anni, gongolavano tranquilli al pensiero che “tra un anno se ne parla”.

Il nuvolo in cielo si infilò tutto dentro quel bonaccione che sulle labbra aveva ancora tracce di buon caffè appena gustato e gli appannò la vista, perché capì che “tra un anno” se ne sarebbe parlato pure per lui, che aveva in tasca quella sorta di passaporto per gli altri che avrebbero dovuto amministrare il suo paese, quel cartoncino con tante caselle sulla quale qualcuno, dopo aver esercitato il diritto-dovere di voto, gli piazzava un sigillo con il numero di una sezione elettorale, cartoncino che non gli sarebbe servito più (almeno per un anno), cartoncino che doveva per un po’ “congelare” in attesa di un nuovo “riscaldamento” a momento debito.

Ebbe un sussulto mentre stava per sorseggiare quell’ ultimo caffè che gli avevano offerto. Gli scivolò di mano la tazzina di caffè che stava sorseggiando. Chi gliel’aveva offerta aveva fatto appena in tempo a pagare alla cassa e (appreso del rinvio) era letteralmente volato via.

“Un caffè, chi me lo offre il caffè che mi è caduto per terra?”, chiedeva sconsolato.

Il barista prese uno straccio, pulì per terra e lui uscì per tornare a casa, alla periferia del paese, a sperare ancora che qualcuno all’improvviso portasse ancora una buona notizia per lui, che si creasse nuovo chiacchiericcio, come quello che aveva sentito, mal per lui, solo per alcune ore di una fredda e nuvolosa giornata di un freddo e nuvolosissimo febbraio riberese.  

Totò Castelli

 

 

BRUNA BRANCHINI IN PALMINTERI

 

Presidente dell'AUSER di Ribera

 

PER UNA "GRAZIA RICEVUTA" da SAN VINCENZO

di CALAMONACI

Tra i fatti di guerra quello che mi piace ricordare per una certa drammaticità e per un atto di fede religiosa è quello che mi raccontava spesso mio marito, Nino Palminteri, originario di Calamonaci, e che riguardava un suo cugino che aveva preso parte alla prima guerra mondiale e che per una grazia ricevuta da San Vincenzo Ferreri, patrono di Calamonaci, donò tutto l'oro di famiglia alla statua del santo, ritenuto dai fedeli di quel paese molto miracoloso.

La vicenda ebbe inizio a guerra già inoltrata quando Vincenzo Minio, un agricoltore calamonacese, allora di circa trent'anni, sposato, con figli, fu chiamato alle armi, fu mandato in Emilia Romagna ed aggregato ad un reggimento che stava per partire per il fronte. Doveva sostenere una visita medica, prima della partenza, e il militare, andando a dormire preoccupato in camerata, chiese aiuto a San Vincenzo Ferreri.

Mio marito mi raccontò, diverse volte, che al cugino di Calamonaci la stessa notte comparve in sogno l'immagine di San Vincenzo Ferreri che, con una fiamma di fuoco in testa , gli chiedeva di toccare la sua veste bianca. Vincenzo Minio, un po' timoroso, lo fece, si svegliò sorpreso, non raccontò a nessuno il sogno e due giorni dopo, a seguito di un'attenta visita medica, non fu ritenuto abile a partire per il fronte, contrariamente a tanti suoi commilitoni ed amici che raggiunsero la zona di combattimento e in molti persero la vita nello sfondamento bellico di Caporetto da parte degli austriaci.

Minio pensò subito ad un miracolo e una volta tornato a Calamonaci, alla fine della guerra, non si dimenticò della promessa fatta al santo. Raccolse i risparmi, andò a Palermo presso una ditta di oggetti sacri, comprò due gran­di cuori di argento con la fiamma, li fece attaccare su un supporto di stoffa di velluto nero e fece cucire alla moglie, Caterina Rizzo, tutto l'oro della famiglia: anelli, collane, spille, bracciali ed orecchini. Tutto il "finimento" del matrimonio fu donato a San Vincenzo per grazia ricevuta. Ogni anno - qualche volta ne fui testimone andando a Calamonaci alla festa del patrono - la stola a forma di cuore, tenuta gelosamente in casa, con i cuori d'argento e gli oggetti d'oro, veniva attaccata dalla famiglia Minio al braccio della statua del santo, durante la processione paesana del 5 di aprile e della prima domenica di maggio.

Dopo alcuni anni, successivi alla seconda guerra mondiale, il figlio di Vincenzo Minio, Giuseppe, in contrada "Vecchio Cola", alle porte del paese, ebbe in visione il santo che gli chiedeva l'oro. Da allora, la stola fu offerta alla chiesa e al comitato della festa che la tiene tutt'oggi in una grossa cassa di legno rossa, assieme a tutto il tesoro aureo del santo. Due volte l'anno, ad aprile ed ora ad ago­sto, i cuori d'argento, come da promessa, vengono prelevati e attaccati dai parenti, con il nastro celeste, al braccio della statua. Sulla stola, tutti i discendenti della famiglia Minio, compreso il nipote Vincent D'Anna, che abita in Francia, hanno continuato ad attaccare oggetti personali d'oro, come ex voto, in una tradizione che va avanti da circa un secolo, che si rinnova periodicamente e che pare destinata a continuare.

 

(Foto in alto: Bruna Branchini - Foto a destra: Olga Di Gregorio con la figlia Bruna Branchini

in una foto ripresa presso lo studio fotografico Cappello il 28 settembre 1930.)

GIUSEPPE TURANO

 

"NEL 1952 I COMUNISTI ERANO SCOMUNICATI "

Sono Giuseppe Turano di anni 78 e faccio parte dell'associazione "Amici della Terza Età Auser". Con grande entusiasmo ho recepito l'iniziativa della prof.ssa Concetta Montalbano e del prof. Enzo Minio di raccontare in breve un periodo della nostra vita ed ecco la mia testimonianza. Facevo il calzolaio ed ero molto conosciuto. Subito dopo la seconda guerra mondiale, negli anni 1944-1945, si attraversava un periodo molto incerto; la fame, la miseria e la disoccupazione erano molto diffuse. In questo marasma prevaleva la legge del più forte. La vecchia mafia, quella che c'era prima del fascismo, si faceva sentire con tutta la sua arroganza e a questa si aggiungevano gruppi di giovani decisi a sostituirla, per cui non passava mese che non si sentisse parlare di morti ammazzati.

Ho fatto questa premessa storica per farvi capire che si attraversava un periodo molto difficile. Nel 1952, il dodici febbraio, mi sono fidanzato con mia moglie, la maggiore delle quattro figlie della signora Giuseppa Imbornone, vedova del signor Vincenzo Capizzi. Allora per potersi fidanzare c'era bisogno del messaggero, perciò ho invitato il signor Carmelo Tramuta, persona stimata sia dalla mia famiglia che da quella della mia fidanzata, a chiedere per me la mano della ragazza. Fatto il fidanzamento, a dicembre dello stesso anno ci siamo sposati. Ora vi racconterò in breve il giorno del matrimonio. Di buon mattino, siamo andati in chiesa per la comunione, perché allora la comu­nione si faceva a digiuno. Dopo ho indossato un abito nero e sono andato in casa della mia fidanzata. Lei indossava l'abito bianco e un velo lungo con una bella acconciatura. Mi sembrava una stella caduta dal cielo, tanto era bella ai miei occhi !

Venuti parenti ed amici, abbiamo accompagnato in corteo la fidanzata, che era al braccio del fratello di 12 anni, perché il papa era morto. Ora potete immaginare l'emozio-ne nel vedere un fratello così giovane accompagnare la sorella all'altare. Però, avvenne un fatto spiacevole: la mattina del matrimonio una persona ha detto al parroco,  padre Gramaglia, che io ero comunista. Siccome nel 1952 i comunisti erano scomunicati non potevano sposarsi in chie­sa, ma il Padre Eterno ha usato la sua potenza, perché non era giusto che una coppia, che aveva compiuto tutti i doveri sacramentali, non potesse sposarsi, e ci ha permesso di contrarre matrimonio. Però, il prete ci ha imposto di restare per tutta la santa messa in ginocchio.

Finita la cerimonia, abbiamo fatto di nuovo il corteo:

10 e la mia sposa davanti, le signorine subito dopo di noi, poi le donne sposate, senza i loro mariti, e ancora dietro tutti gli uomini. Le persone che ci accompagnavano lancia­vano confetti per la strada e i ragazzini si azzuffavano per prenderne di più. Arrivati alla sala Sarullo, abbiamo ballato e durante il primo ballo ci hanno avvolto con stelle filanti.

Distribuiti i dolci, abbiamo ringraziato tutti, offrendo dei confetti. La sera abbiamo trascorso la luna di miele a Palermo, nell'albergo Regina. Poi siamo partiti per Roma.

Il nostro matrimonio è stato rallegrato dalla nascita di tre figlie (quando è nata la prima, Nuccia, era viva anche la trisavola). Allora eravamo così giovani sia io che mia moglie che facevamo tenerezza. Dopo cinque anni è nata Giuseppina e dopo otto anni l'ultima, Cinzia.

 

 

 

 

 

ANGELA TORTORICI

 

FIDANZAMENTO CON "CICIRI E FAVI CALIATI"

Era una bella giornata di luglio e con la sarta e le ragazze sono andata a "La Picciridda", una campagna vicino al paese. Mentre eravamo là, abbiamo visto un giovane che camminava lungo la "trazzera", cantando. Ognuna pensava che quello la guardasse, però, quando sono tornata a casa, ho avuto una bella sorpresa: il giovane era venuto a chiedere la mia mano. Mio padre, conoscendo la famiglia, ha risposto: "Per me va bene, ma deve decidere mia figlia". A me il giovane piaceva e ho detto di sì. L'indomani sera è venuta la sua famiglia per decidere della dote.

Mio padre ha detto che mi avrebbe dato un appartamento e un terreno in contrada "Castellana", lui avrebbe portato in dote solo un appezzamento di terra. Poi, furono offerti biscotti, ceci e fave "caliate", però si fece anche un patto. Quando si doveva uscire, non si doveva camminare a braccio e anche in casa bisognava stare seduti notevolmente distanti uno dall'altro ("patto prima e amicizia lunga").

Quando si andava a messa, c'era dietro a noi la fila dei parenti. Finalmente, dopo sei mesi ci siamo sposati. Per il pranzo di nozze si cucinò fuori, con il "calderone", la pasta e la carne al sugo; poi si ballò fino al mattino. Finita la festa, io rimasi in casa dei miei. Solo l'indomani sera venni accompagnata nella mia nuova casa (doveva essere di sera, perché nessuno doveva vedere la sposa di giorno). A quei tempi era il marito che comandava. La donna stava a casa e l'uomo andava a lavorare. Anche per l'educazione dei figli, decideva il padre, però la donna, stando a casa, aveva modo di influire sul comportamento dei figli.

 

LEONARDA FALLEA

 

LE TERRECOTTE DI NICULETTA

Nicoletta Miliano in Caramanno era l'unica vera ceramista di Ribera. Nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale fece costruire una vera e propria fornace, in un terreno di sua proprietà, alla fine del viale Garibaldi, sulla strada statale 115, in una zona ancora oggi chiamata "curva di Niculetta". Era una donna tenace, piena di grinta, tuttofare: dalle sue mani le terrecotte passavano dal torchio alla cottura nella fornace.

Essendo l'unica ceramista aveva molti clienti, specie per le "lancedde" o i "bummuli" perché, dato che in casa mancava l'acqua corrente, ognuno si faceva la scorta di questi recipienti che le donne riempivano a "lu cannuleddu" ossia alla fontana pubblica per il fabbisogno giornaliero. Anche gli uomini, che lavoravano in campagna, si portavano "lu bummulu" di acqua per dissetarsi durante tutta la giornata.

Altri oggetti di prima necessità che si potevano trovare nel negozietto di Nicoletta erano la "lemma", "lu sculapasta", "l'aglialoru", "lu spicchiu" che per fare luce, al posto delle lampade, si accendeva con l'olio d'oliva e il "meccu" di cotone, la "giarra" per l'olio, "lu ciascu" per il vino e "lu caruseddu" , "tagani", piastrelle, piatti, mattoni, tegole e vasi di tutte le forme. Una vera e propria fabbrica di oggetti casalinghi, utilissimi per quei tempi.

La foto che pubblichiamo, a parte, ritrae Nicoletta davanti al suo negozio, in corso Margherita, dove lei, ormai anziana, non faceva più la ceramista, ma continuava a vendere i pregiati prodotti artigianali. Assieme a lei c'è la nipotina che teneva sulle gambe. La bambina, oggi grande, porta il suo nome.

Nicoletta è una donna da ricordare per la sua intraprendenza.

 

MARIA GARUANA

 

 

MIO NONNO NINO, "IL FILOSOFO"

Conoscere i nonni è stata per me una fortuna e una gioia. La nonna materna è morta, quando io avevo appena cinque anni, per ciò di lei ho un ricordo sfocato, però ricordo bene nonno Nino che mi colpiva per il senso estetico e il modo di porgersi, per cui era soprannominato il "filosofo". Per quanto riguarda l'aspetto estetico mi ricorda l'attore americano John Wayne Aveva una particolare attenzione per l'igiene, per esempio proteggeva le mani con l'olio di oliva e poi le puliva con il limone riscaldato sulla brace e per questo le sue mani non sembravano quelle di un contadino o di un muratore. Portava sempre stivali lucidissimi con l'elastico nella parte alta, senza lacci. Ha sofferto moltissimo la solitudine per la perdita della moglie. Nonno Peppe era il classico saggio, tanto che ancora oggi, a distanza di quaranta anni, ricordo con pia­cere e ammirazione quello che diceva. Era sempre pronto a perdonare, non amava i pettegolezzi ed era pronto a difendere le donne, anche se allora si diceva: "Favi e muggheri pistali cu li pedi", modo di pensare questo comune a tutte le classi sociali. Nel dopoguerra c'era tanta miseria e la gente andava in cerca di frutta ed ortaggi e mio nonno quello che aveva lo divideva con i vicini. Ricordo anche che nonno Peppe fu tra i primi a coltivare a Ribera le fragoline. La nonna paterna invece era sempre impegnata a scrivere lettere per le persone che avevano mariti, figli, parenti lontani. A volte si trattava di mariti che, una volta emigrati non davano più notizie e lei con il suo modo di comunicare intelligente e persuasivo, molto spesso riusciva a ricompattare la famiglia e di questo andava fiera.

Quando io lavoravo a Calamonaci, veniva a trovarmi a piedi o, come diceva lei, "a cavaddu a li scarpi". Era capace anche di attraversare il fiume Verdura a piedi, sebbene anziana. Per quel periodo era una donna molto libera e, quando qualcuno le diceva: "Zia Maragé, nun si scanta a caminari sula ?", lei, senza esitare, rispondeva che una donna onesta può camminare sola anche in mezzo ad un reggimento di soldati.

 

 

ZINA PRESTI

 

"APPARULATA" SENZA SAPERLO

Sono rimasta orfana a cinque anni e mia madre, rimasta vedova giovanissima (aveva appena 24 anni), ha dovuto farmi anche da padre. Per tirare avanti facevamo le pantalonaie. Naturalmente conducevamo una vita di stenti: niente feste, niente divertimenti, sia perché eravamo donne sole, e mia madre aveva paura delle malelingue, sia perché non potevamo permetterci né di fare regali, né di comprare vestiti adatti alle festività e alle cerimonie.

Quando avevo tredici anni, mentre andavo a trovare un'amica, incontrai quello che poi sarebbe diventato mio marito. Quando mi ha vista, lui si è innamorato di me, quasi un colpo di fulmine, e, dopo essersi informato sulla mia famiglia, ha chiesto la mia mano a mia madre, che ha acconsentito al fidanzamento, tenendomi però all'oscuro di tutto, per cui a tredici anni mi sono trovata, come di diceva allora, "apparulata", senza saperlo.

Il fidanzamento è durato circa due anni e il mio fidanzato, per volere dei miei parenti, ha dovuto rinunciare al suo sogno: quello di fare il poliziotto. Per amore si fa qual-siasi sacrificio. Del periodo di fidanzamento ricordo due episodi. Il giorno dell'Ascensione siamo andati con i parenti in contrada "Chiuppu Siccu", dove abbiamo preparato la "naca" che oggi i giovani chiamano altalena. Un'altra volta siamo andati a cinema, ma con una coda di parenti dietro (dieci o quindici persone almeno), perché tanto pagava il povero fidanzato.

A sedici anni mi sono sposata. Il giorno del nostro matrimonio siamo andati a piedi fino alla Chiesa dell'Immacolata, in via Roma, mentre il trattenimento per amici e parenti si è svolto al Cinema Sarullo. Abbiamo offerto: gelati, confetti con il cucchiaino d'argento (non più di tre confetti a persona) e poi, in un fazzolettino, ceci, fave e qualche biscotto. Poi c'è stato il pranzo con i parenti: pasta con la salsa e "gallinaccio" (tacchino). Poi si è ballato tutta la serata.

Finito il ballo, gli sposi sono tornati ognuno a casa propria: io da mia madre e lui dalla sua famiglia. Naturalmente i parenti di mio marito, che venivano da Palermo, lo prendevano in giro perché trovavano ridicola questa usanza. L'indomani non siamo potuti partire per il viaggio di nozze a causa di un'alluvione che aveva danneggiato la linea ferroviaria. Siamo partiti, quindi, dopo tre giorni, in carrozzino fino a Burgio. Qui abbiamo preso il treno per Palermo, dove siamo arrivati l'indomani.

Al ritorno dal viaggio di nozze c'è stata la "bellivata", cioè il saluto agli sposi che erano tornati. In quella occasione, amici e parenti portavano regali che non costavano più di trecento lire. Bastano un paio di esempi come due tazze da colazione "tazzuna" o "cicaruna" oppure "rosoliere", cioè servizi da liquore ornati da strisce di carta colorata e da disegni che, una volta lavati, scomparivano del tutto. A 17 anni mi sono ritrovata mamma di un bel maschietto e a 21 anni è nata una splendida femminuccia. Il nostro è stato veramente un matrimonio felice ed oggi, dopo più di cinquanta anni, ci ritroviamo ancora insieme in perfetta armonia.

 

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