Ribera : FIERA DEI MORTI

e Commemorazione dei defunti

1 e 2 Novembre

 

(Testi di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

 

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La Fiera dei Morti a Ribera

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

Quasi da sempre, a Ribera, nella giornata del 2 novembre, oltre che commemorare i defunti

con l'immancabile visita al cimitero, si tiene una Fiera, denominata appunto "Fera di li morti",

ove la gente ha modo di fare numerosi acquisti di capi di vestiario per l'inverno che si avvicina,

oggetti da regalo e tantissima utensileria per l'artigianato e l'agricoltura.

 

Il Corso principale, in tutta la sua lunghezza che va dall'incrocio con la Via Conceria

fino a tutta la cosiddetta "muntata di lu bivaiu", viene letteralmente occupato

da centinaia di commercianti che vengono a vendere le più svariate merci.

 

Negli anni passati, durante questa ricorrenza, come per la Fiera dell'8 settembre, per circa tre giorni

si teneva anche il mercato del bestiame, che da almeno quarant'anni è stato soppresso,

in quanto le moderne tecnologie hanno rimpiazzato il lavoro degli animali, con i più moderni trattori,

motozappe, erpici, aratri, motopompe ed altre macchine utili ai nostri numerosi agricoltori.

 

E' ancora presente, ma in tono minore, rispetto al passato, l'uso di far trovare, la mattina del giorno dei morti,

il tradizionale "cannistru" pieno di taralli, "pupi di zuccaru",frutti marturani",

regali e giocattoli ai bambini, ad alcuni dei quali, specialmente ai più piccoli,

ancora si fa credere che a portarli siano i loro cari parenti defunti.

 

"Muscardini" detti anche "Ossa di li morti"

 

Un vassoio con i tipici "frutti marturani"

 

I dolci tipici della Festa dei Morti esposti nelle vetrine delle pasticcerie    

"Pupi di zuccaru",  "Frutti marturani", "Muscardini" (Ossa dei morti) e "Cannistri", 

esposti in bella mostra nelle pasticcerie, nei giorni che precedono la commemorazione dei defunti.

 

Alcune notizie relative ai morti, tratte dal mio libro

TRADIZIONI POPOLARI - Ribera ieri, Ribera oggi

Numerosi e diversi sono i comportamenti della gente riguardo alla morte e si distinguono in varie caratterizzazioni, a seconda del loro ceto sociale o del loro grado culturale. La morte é un destino, come si sa, comune a tutto il genere umano, sia ai ricchi che ai poveri, sia agli intellettuali che agli ignoranti, sia ai potenti che agli umili. E' una delle regole fondamentali dell'universo: si nasce, si vive, si muore.

 

Apro tale argomento con una antica "ottava" in rima baciata, di autore sconosciuto,

che vuole essere un saluto a chi ha  lasciato la vita terrena e che, nel contempo,

é anche una constatazione, che l'uomo proviene dal nulla e nel nulla prima o poi dovrà ritornare.

 

SALUTU A LI MORTI

Vi salutu morti, a tutti ;

comu la terra fùstivu arriddutti;

vatri eravu comu a nui,

natri eramu comu a vui.

   Nui prigamu a Diu pi vui,

vui prigati a Diu pi nui .

Vi mannamu un requie

e eterna paci,

e 'nni videmu

quannu a Diu piaci.

 

 

Ma non rattristiamoci più di tanto e non viviamo con l'assillo e la paura addosso per questa indesiderata eventualità. "Finché c'è vita c'è speranza" recita un proverbio molto conosciuto e la natura dell'uomo é proprio quella di pensare sempre alla vita ed al proprio futuro. Quindi le cose che qui’ verranno raccontate, devono rappresentare soltanto un arricchimento

delle conoscenze in merito ad alcune antiche usanze sulla morte.

Non andrò molto indietro nel tempo, in quanto, le notizie che sono riuscito a raccogliere da persone ancora tra di noi,  emerge che molti degli usi di alcuni decenni fa, si rispecchiano ancora in quelli di oggi. Alcune delle notizie, riferite sempre da qualche anziano, che a sua volta le aveva apprese in gioventù e risalenti alla fine del secolo XIX, si riportano a titolo di curiosità, in quanto ancora oggi presentano numerosi riscontri oggettivi ed analogie con le usanze di Ribera. Altre sono frutto di miei ricordi personali, su un periodo che abbraccia gli anni '40 e '50 e che restano ancora vivi nei ricordi.

 

La morte di un caro congiunto é sempre stata considerata una grande tragedia, tanto più terribile, quanto più inaspettato era l'evento. Il dolore dei familiari era sempre proporzionato ad una serie di elementi, che andavano dall'età, alla salute, al rapporto più o meno stretto di parentela. Naturalmente, la perdita di un familiare molto anziano e possibilmente affetto da qualche grave malattia, provocava ugualmente un grande dolore, ma non tanto quanto la morte di una persona giovane e in perfetta salute.

Anticamente, quando in casa c'era un parente che stava per morire, si iniziava il viatico, che consisteva nel dare i conforti religiosi e l'eucarestia e nel contempo si assisteva ad un andirivieni di persone, sia parenti, che amici o vicini di casa, che andavano a far visita, prima ancora del momento del trapasso.

 

L'attimo dell'ultimo respiro era sempre quello più angosciante e doloroso, perché si assisteva a pianti o grida, spesso così intensi da essere sentiti da tutto il vicinato. In casi particolarmente gravi non mancavano i cosiddetti "pianti parlati" o addirittura "cantati", che avevano la caratteristica di unire alle lacrime, anche certe frasi del tipo "Comu ti 'nni isti beddu mè", oppure "Arrubbatu fusti", o ancora "Cu 'nni lu purtà stu scasciu 'nti sta casa" ed altre non meno dolorose. In tali casi, il pianto si rivelava quasi sempre contagioso per chi era presente e si susseguiva con maggiore o minore vigore, a seconda dei vari momenti, come l'arrivo di qualche parente stretto, che solitamente arrivava cominciando a gridare il proprio dolore prima ancora di entrare in casa, coinvolgendo tutti i presenti.

 

 

Un santino che ricorda la Commemorazione dei defunti

che ogni anno si celebra il 2 novembre.

 

 

Una notizia che proviene da tempi molto remoti, narra delle cosiddette "prèfiche", che erano donne che si guadagnavano la vita facendo un mestiere alquanto curioso ed inverosimile, quello di piangere a pagamento. Tale usanza, in vigore fino ai primi anni del '900, oggi é completamente scomparsa, ma da ricerche effettuate a tal proposito, sono venuto a conoscenza che le "prèfiche" esistevano già all'epoca dei Romani, quindi circa duemila anni fa. Queste, erano chiamate dai nobili facoltosi o da agiate famiglie, sia per piangere copiose lacrime, quando il defunto era ancora a casa, che per disperarsi dietro al funerale, affinché la cerimonia acquistasse un tono di particolare costernazione.

Molto spesso tali donne, erano delle attrici di teatro, che non trovando lavoro presso qualche compagnia, si arrangiavano, "recitando" con particolare realismo, in ruoli, non per tutti facilmente accessibili. Naturalmente, chi meglio sapeva piangere, meglio veniva pagata.

 

Quando il caro estinto esalava l'ultimo respiro, si provvedeva a pulirlo, vestirlo con il migliore abito e sistemarlo su di un lettino, con i piedi rivolti verso la porta, come per significare che la salma era pronta ad uscire per sempre dalla propria casa. Fino ai primi anni dell'attuale secolo, si usava lasciare le scarpe ai piedi dei morti, ma da qualche decennio a questa parte vengono messe le sole calze. Inoltre, per le persone di fede cristiana, viene attorcigliata tra le mani una corona del rosario. Un bel cuscino di fiori viene sistemato sulle gambe, mentre agli spigoli del letto vengono collocati quattro grossi candelabri con ceri, possibilmente benedetti durante la festa della Candelora e conservati in casa. Da questo momento in poi inizia la veglia, che a volte, negli anni passati, poteva protrarsi anche per due giorni, compresa la notte.

 

Solitamente, sempre a seconda dei vari casi, durante le veglie funebri si assisteva a lunghi periodi di religioso silenzio, interrotti di tanto in tanto da sfoghi più o meno forti di pianto, che contagiavano tutti i presenti.

I momenti più tristi erano: l'arrivo della bara e la successiva posa del defunto dentro di essa, l'uscita di casa o dalla chiesa e, più di tutti, l'ultimo addio al Camposanto. Questo avveniva, ed avviene ancora oggi, dentro la Chiesetta ubicata nella zona centrale del cimitero di Ribera e che diventa, per tutti, l'ultimo luogo ove avviene il definitivo distacco da chi ha lasciato la vita terrena.

 

Il corteo funebre, nel corso degli anni non è cambiato molto ed oggi, molto più raramente, si svolge dalla chiesa fino al cimitero, attraversando quasi sempre un tratto del Corso principale, come per dare l'ultima possibilità al defunto di trovarsi in pieno centro del paese, tra la gente che in vita gli è stata vicina. Quando per la via passa un corteo, tutti i negozi abbassano in segno di rispetto le loro saracinesche e chi si trova lungo il percorso, si ferma, si fa il segno della croce e se ha il berretto lo toglie.

A fare l'andatura era sempre la banda musicale, quando veniva chiamata e che eseguiva marce funebri fino all'ingresso del cimitero. Qualche famiglia, a volte, chiamava la banda, facendola partecipare al funerale, ma senza farla suonare. Questa strana usanza, forse, veniva adottata da chi ci teneva a far sapere "all'occhiu di li genti", cioè all'opinione pubblica, che per rispetto del morto non ha badato a spese. Il mio personale parere è quello che, se "li musicanti"  vengono chiamati, è bene farli suonare, se non altro per mantenere una antichissima tradizione, quasi secolare ed ancora in uso in molte parti della Sicilia. Se proprio non si vuole la musica, la cosa più giusta sarebbe quella di risparmiare almeno i soldi per altre spese più utili, o di devolverli in opere benefiche e di solidarietà umana verso i bisognosi.

 

Dietro alla banda seguiva il parroco che aveva celebrato la funzione, sovente accompagnato anche da altri due preti o da qualche

chierichetto. Fino a qualche decennio fa, davanti ai preti sfilavano le corone di fiori portate a mano da ragazzi, o da amici

e che poi venivano lasciate per qualche giorno fuori le mura del cimitero. Fino alla fine degli anni '50, spesso venivano chiamate anche le bambine dell'Orfanotrofio San Giuseppe. 

 

Oggi talune di queste usanze non sono più in uso e le corone di fiori vengono sistemate su apposite macchine che precedono il mesto corteo.

La bara, fino ad alcuni anni fa veniva portata quasi sempre a spalla, ma oggi, a meno che il defunto non sia molto giovane, o sia stato qualcuno a cui riservare particolari onoranze, viene sistemata dentro una macchina funebre, messa a disposizione dal Comune e che viene chiamata "la carrozza".

 

La stessa viene seguita in ordine, dai parenti più stretti,  dagli amici o dai semplici cittadini, che a volte, partecipano solo per rispetto di qualche parente della persona deceduta. In questi casi si usa dire che "lu rispettu è misuratu, cu lu porta l'avi purtatu" ed è forte la convinzione a Ribera che a queste tristi ricorrenze non si può assolutamente mancare, quando esiste una certa amicizia o anche una semplice conoscenza con qualcuno della famiglia colpita da un lutto.

Arrivati all'ultima dimora e salutata, o baciata la salma, che a volte viene fatta vedere per qualche minuto, i parenti si dispongono fuori dal cimitero per essere salutati dagli intervenuti. Qui inizia il mesto e lento percorso per dar loro la mano o abbracciarli e baciarli, a seconda del grado personale di amicizia di ognuno e pronunciando la parola "condoglianze" o qualche altra frase di conforto.

Dopo il funerale, seguono i tradizionali tre giorni di "visitu", durante i quali vengono effettuate le visite in casa, sia dai parenti più stretti, che da quelli che non hanno potuto partecipare al funerale.

 

(Foto sotto) Uno scorcio del Viale centrale del cimitero di Ribera con la Chiesa.

 

Da qualche testimonianza raccolta, si evince che circa cento anni fa le visite a casa duravano addirittura nove giorni.

Un'altra curiosità dei tempi passati è quella che, qualcuno al momento della chiusura definitiva della bara, usava mettere in bocca al defunto qualche moneta, che secondo le credenze dell'epoca doveva assicurare pace e serenità nell'altra vita.

 

E' durata  almeno fino a circa 40 anni fa, l'usanza di portare i segni del lutto, oltre che sui propri vestiti, anche sulla porta di casa, dove veniva affissa una larga striscia di stoffa nera, attaccata trasversalmente e lasciata anche per anni, fino a quando non si fosse interamente consumata o scolorita al sole.

A volte ci si scriveva sopra qualche frase per ricordare la persona scomparsa, del tipo "Per mio marito", "Per il mio caro estinto", ecc. Le donne allora usavano vestirsi di nero, se non per l'intera vita, per un gran numero di anni e spesso, portavano in petto un piccolo medaglione con la foto del parente deceduto.

 

Gli uomini, oltre alla tradizionale ed immancabile coppola nera, a seconda del grado di parentela, indossavano per lungo tempo, sia la cravatta, che delle strisce di stoffa nera cucite su una manica o sul petto di giacche e cappotti.

 

Per i più giovani si usava un bottone rivestito di stoffa nera, a spilla o cucito su camicie, maglioni e giubbotti.

Oggi molte di queste usanze sono solo un ricordo, ma tante altre restano identiche a quelle di un più o meno lontano passato, o sono di poco cambiate, come ad esempio il saluto ai parenti, che da qualche famiglia ora viene fatto in chiesa e non al cimitero.

 

Ma restano ancora in uso, anche se molto ridimensionato, il corteo a piedi, la banda musicale e "lu visitu" in casa per tre giorni, oltre al più recente ricorso ai manifesti murali che annunciano  la morte di una persona,  il giorno,  la Chiesa e l'orario del funerale.

Dopo tre giorni, con un altro manifesto, i familiari del defunto ringraziano tutti coloro, che si sono associati al loro dolore.

Per concludere questo argomento, non proprio lieto, riporto, tanto per restare in tema di tradizioni, alcuni antichi e significativi:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIBERA: Un corteo funebre degli anni '50, attraversa

alcune vie del paese per recarsi al cimitero.

(Foto tratta da "Paesi in B/N di Enzo Minio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Antichi Proverbi relativi alla morte:

 

 

*   QUANNU E' JUNTA L'URA, NUN C'E'MEDICU NE' VINTURA.

    (Quando arriva l'ultima ora, non serve ne’ il medico, ne’_ la fortuna).

 

*   CU MORI SI 'MPUSSUNA, CU RESTA FA LA FESTA.

    (Chi muore si sotterra, chi resta si gode ancora la vita).

 

*  CU MORI GIACI, CU VIVI SI DUNA PACI.

   (Chi muore riposa, chi vive si rassegna).

 

*   A CU MORI SI DICI: -VA' CA VEGNU, CA CU VA' PRIMA ASPETTA LU CUMPAGNU.

    (E' la constatazione che, prima o poi ogni persona  dovrà morire).

 

*   PI LU MORTU MARAVIGLIA, PI LU VIVU SI CUNSIGLIA.

    (Per i morti si esprime dolore e incredulità, per i vivi si danno consigli).

                                                                     

*   MORI L'OMU E RESTA LA FILAMA.

    La parola "filama", anche se non riportata nei vocabolari siciliani, in questo caso ha l'evidente significato di "fama",

per cui il proverbio vuole significare che quando muore una persona, rimane sempre il suo ricordo.

Tale frase è usata dal riberese Emanuele Triarsi, alla pagina 102 del suo volume autobiografico

"La solitudine mi spinge a scrivere", pubblicato in America,

quando racconta la morte della propria compagna.

 

*    LA MORTI AVI CCHIU’ DI MILLI PORTI.

     (La morte può arrivare in mille modi diversi).

 

 

Alcune considerazioni sulla triste dipartita, le ho volute evidenziare

in questi 2 miei sonetti che avevo scritto alcuni anni fa.

 

  TRISTI SORTI

 

Muriri sì, muriri è naturali,

        nun si po’ stari eterni ‘nti sta vita,

     c’è cu fa beni e anchi cu fa mali,

    ma ognunu finirà chista partita.

    E’ tristi assai, è troppu dulurusa

          sta sorti ca la menti un po’ accittari,

                       è ‘na sintenza dura e assai gravusa                   

ca nuddu 'nti lu munnu pò cangiari.

 

                                 Ma si a la morti nun si pò sfuggiri,

                            almenu chi vinissi a taci maci,

                           scansannuci li peni e lu patiri;

                            cussì ogni pirsuna si cumpiaci,

                      si cu sirinità si 'nni pò ghiri

                                 'nti un regnu pi truvari amuri e paci.

 

G.N. Ciliberto

LA FINI

 

Quannu iu sugnu sulu lu pinseri

vola a la ricerca di sapiri

di chista nostra vita li misteri,

ma tanti cosi nun li pò scupriri !

Pirchì si mori ? e nun si nasci arreri ?

pirchì pi tutti veni lu finiri ?

iu criu ca c'è un crudeli giustizieri

ca di li peni nostri sta a giuìri.

 

La vita è bedda ma è tantu scuttata

e si cuncludi 'nta 'na brutta meta

ch'è china di giacuna chista strata !

veni la fini e certu nun alleta,

ma cu prova li peni di sta vita

senza rancuri mori...e si cueta !

 

G.N. Ciliberto

 

UN RACCONTO PER I BAMBINI

" LA NOTTI DI LI MORTI "

di Giuseppe Nicola Ciliberto

 

Una delle credenze popolari più conosciute e amate, specialmente dai bambini di Sicilia è quella della nottata che va dall'1 al 2 novembre, chiamata "La notti di li morti".

La tradizione che si tramanda fin dai tempi più antichi vuole che in questa particolare ricorrenza, i morti escano dalle loro tombe per portare i regali e vari dolciumi ai bambini buoni. E' come il Babbo Natale o la Befana, ai quali sono legati di più i non siciliani.

Qualche persona anziana, racconta che tanti e tanti anni fa, era uso credere che durante tale nottata, tutti i morti vestiti con una tunica, bianca per gli uomini e rosa per le donne, giravano per le strade del paese in doppia fila, cantando e pregando, ed ognuno illuminava il suo lento cammino con la fioca luce di una candela accesa.

 

 Ogni tanto qualche defunto, si fermava nella casa che aveva abitato da vivo, o in quelle di figli e nipoti, per lasciare doni e dolci a qualche bambino che era stato buono e che, naturalmente, in quel momento doveva trovarsi a letto. Infatti, la credenza voleva, che nessuno dovesse vedere questa mesta processione e tanto meno i bambini, che vivevano tale avvenimento con un certo timore misto ad ansia, in quanto erano convinti, nella loro semplicità, che tutto ciò che dicevano loro gli adulti, corrispondesse a verità.

Si racconta che i morti entravano in casa in punta di piedi e andavano a nascondere i vassoi con i doni nei punti più difficili ed impensati della casa e che alle prime luci dell'alba i piccoli li dovevano ritrovare. Il giorno dei morti, quando tutti gli adulti erano impegnati per le doverose visite al cimitero, non era raro vedere per le strade, bambini con un grande "cannistru" pieno di taralli, "frutti marturani", "pupi di zuccaru", caramelle, cioccolatini ed anche con qualche giocattolo o capo di vestiario, che portavano, festanti a far vedere a qualche vicino parente.

Una delle credenze più curiose sulla notte dei morti, che risale a circa cento anni fa, afferma che i bambini di allora, la sera prima di andare a letto, lasciavano sul tavolo, alcune molliche di pane ed una brocca d'acqua, per dare la possibilità ai loro cari congiunti morti, caso mai ne avessero avuto la necessità, di mangiare o di bere. Tale cortese gesto, sempre gradito dalle anime sante dei defunti, veniva  ricambiato con regali e leccornie più abbondanti. Altri bambini lasciavano a volte ai loro cari parenti morti "in visita", una letterina di richieste per l'anno successivo, promettendo nel contempo, con molta sincerità di essere buoni e di recitare per loro qualche preghiera.

 

Oggi, alcune di tali usanze, anche se in parte ancora osservate, non hanno più il fascino e il mistero dei tempi passati. Questo, perché i bambini, alle soglie del Duemila, nella stragrande maggioranza, non credono più ai regali dei morti ed oltre ad essere sicuramente più emancipati ed istruiti dei loro antichi progenitori, hanno, nel corso della loro vita, svariate occasioni di ricevere regali "dai vivi", per cui quelli "dei morti", se ci sono, ben vengano, in quanto costituiscono una occasione in più per gioire.

Una delle differenze più evidenti, tra gli usi di un tempo e quelli di oggi è la diversa qualità e consistenza dei doni. Una volta andavano bene regali poveri, dolciumi fatti in casa, frutta secca, indumenti e scarpe, ma oggi vediamo sempre più, oggetti di alta tecnologia quali: telefonini, cellulari, smartfone, computer di ogni tipo,

robot, computers, videogames, motorini ed ogni altro ben di Dio.

Ma chi vuole rimanere legato alle vecchie tradizioni può sempre dire:

 

- Tutto ciò è naturale, i tempi cambiano ed anche i morti si aggiornano.

 

 

 

 

 

Un "cannistru" d'altri tempi, dove "i morti",  forse molto poveri,

hanno sistemato, due piccoli "pupi di zuccaru" e frutti naturali

al posto dei tradizionali dolciumi .

Inoltre si può notare anche  una modesta bambolina di pezza,

fatta a mano. Erano altri tempi davvero !

 

 

 

 

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Ed infine, ecco i biscotti della tradizione dei morti: I Taralli

 

Ribera, Una nota pasticceria di Ribera,

è al lavoro per la produzione di una enorme quantità di taralli.

 

 

RIBERA

LA FIERA DEI MORTI 

 

LE FOTO - Edizione 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FOTOGALLERY

Edizioni Anni precedenti

 

RIBERA:

 

La Fiera dei Morti

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 
 

 

 

 
 

 

 

 
 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

 

 

 

 

         

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE FOTO DELLA FIERA DEI MORTI DEL 2013

ENTRA

 

 

COME LO SCRITTORE ANDREA CAMILLERI

CI RACCONTA: "IL GIORNO DEI MORTI"


Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi.

Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo. Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.


(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri)

 

 

 

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RIBERA: LA FIERA DEI MORTI

 

LE FOTO : Edizione 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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