IL NATALE A RIBERA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                           

                                   

NATALE 2015

UN PRESEPE DA AMMIRARE

Realizzato a Ribera, in Viale delle Alpi

Autore Golfo Giuseppe

N.B. Si può visitare tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 20,00

Foto riprese da G. N. Ciliberto

 

 

 

 

    

 

     

 

 

 

 

    

 

 

 

    

 

 

 

I PARTICOLARI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Notizie...natalizie

Dopo aver trascorso le giornate di Natale e Santo Stefano il 25 e il 26 Dicembre, seguendo le varie funzioni religiose nelle chiese di Ribera, si ritorna presto a festeggiare, all'insegna della gioia e delle riunioni familiari,  nell'ultimo giorno dell'anno, il 31 Dicembre, giornata in cui la Chiesa ricorda San Silvestro.

 

Da oltre un secolo è in uso a Ribera, che gruppi di ragazzi ed anche gente adulta, vadano a chiedere nelle case, nei negozi e nei bar, dolci, pietanze varie e di recente anche liquori, vino o denaro.

 

 

Questa antica usanza, che anche se un po’ ridimensionata è in uso ancora oggi è la tradizionale "Strina", cioè "strenna", o dono, o regalo che si voglia dire e nei primi anni del secolo veniva fatta nella giornata del 1° gennaio ma poi è stata anticipata alla sera del 31 dicembre nella notte di San Silvestro.

 

I gruppi che vanno in giro per il paese, muniti di campanacci, chitarre e vari strumenti musicali, eseguono un tradizionale ed antichissimo canto chiamato appunto "La strina", che è una ballata riberese, in tempo di valzer lento, molto orecchiabile e di sapore natalizio, che trae la sua origine dal rapporto tra ricchi e poveri, tra i cosiddetti "burgisi" e i semplici contadini "jurnatera".

 

 

Nei tempi passati, in effetti, tanta gente chiedeva la strenna nelle case dei più ricchi anche per un certo bisogno economico, ma oggi, tale avvenimento si può considerare una pura ed interessante tradizione, in cui la spontaneità e l'aspetto folcloristico vanno di pari passo.

 

Spesso il gruppo di questuanti lancia bonariamente qualche maledizione ai proprietari di una casa, per costringerli a donare qualcosa di buono. Ne sono un esempio i seguenti versi:

 

"Si un mi dati un purciddatu, vostru maritu vi cadi malatu", oppure "Si un mi dati un cicireddu a vostru maritu ci cadi l'aceddu".

 

A volte, si esalta anche, la bellezza della padrona di casa e del rispettivo marito, specie quando questi danno qualcosa di buono. Infatti, uno dei versi del canto dice "Ch'è bedda la patruna di sta casa, ca lu maritu è gigliu e idda è rosa".

 

Il testo completo del canto e la relativa partitura musicale, sono stati inseriti

nel mio precedente libro "La strina", edito dall'Amministrazione Comunale di Ribera nel 1991.

 

Lo zampognaro Michele Caltagirone

tra le Vie di Ribera, esegue musiche natalizie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ribera,1995 : Alcuni Babbo Natale accompagnati da uno zampognaro,

girano per le vie cittadine,

per distribuire doni ai bambini.

Ribera, 25 novembre 2006 - Luci natalizie già

collocate nel Corso Francesco Crispi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ribera 2006

Una suggestiva immagine

notturna in Via F. Crispi

 

                                                                                     

 

 

 

 

 

 

BAMBINI, TUTTO E' COMINCIATO COSI'...

La leggenda dell'abete di Natale

In un remoto villaggio di campagna, la Vigilia di Natale, un ragazzino si recò nel bosco

alla ricerca di un ceppo di quercia da bruciare nel camino, come voleva la tradizione,

nella notte Santa. Si attardò più del previsto e, sopraggiunta l'oscurità,

non seppe ritrovare la strada per tornare a casa.

Per giunta incominciò a cadere una fitta nevicata.
Il ragazzo si sentì assalire dall'angoscia e pensò a come, nei mesi precedenti,

aveva atteso quel Natale, che forse non avrebbe potuto festeggiare.

Nel bosco, ormai spoglio di foglie, vide un albero ancora verdeggiante

e si riparò dalla neve sotto di esso: era un abete.

Sopraggiunta una grande stanchezza, il piccolo si addormentò

raggomitolandosi ai piedi del tronco e l'albero, intenerito,

abbassò i suoi rami fino a far loro toccare il suolo

in modo da formare come una capanna

che proteggesse dalla neve e dal freddo il bambino.

La mattina si svegliò, sentì in lontananza le voci degli abitanti del villaggio che si erano messi alla sua ricerca e,

uscito dal suo ricovero, poté con grande gioia riabbracciare i suoi compaesani.

Solo allora tutti si accorsero del meraviglioso spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi:

la neve caduta nella notte, posandosi sui rami frondosi, che la pianta aveva piegato fino a terra.

Aveva formato dei festoni, delle decorazioni e dei cristalli che, alla luce del sole che stava sorgendo,

sembravano luci sfavillanti, di uno splendore incomparabile.

In ricordo di quel fatto straordinario, l'abete venne adottato a simbolo del Natale

e da allora in tutte le case viene addobbato ed illuminato,

quasi per riprodurre lo spettacolo che gli abitanti

di quel piccolo villaggio videro in quel lontano giorno.
Da quello stesso giorno gli abeti nelle foreste hanno mantenuto, inoltre,

la caratteristica di avere i rami pendenti verso terra.

 

                                                                                                                               

 

 

LA STORIA DEL PRESEPE

 

 

Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, "in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo" (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re.

Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell’infante e la verginità di Maria. Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia: il bue e l’asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani; i Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico; gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l’umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante. Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re.

A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma. In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato.

Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri. Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223; episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi. Primo esempio di presepe inanimato, a noi pervenuto, è invece quello che Arnolfo di Cambio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma.

Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all’interno delle chiese nel periodo natalizio.

Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani. Nel ‘600 e ‘700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.

Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l’impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell’epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani. A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio. In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l’uso della cera a Palermo e Siracusa o le terrecotte dipinte a freddo di Savona e Albisola. Sempre nel ‘700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia.

La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel ‘800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali - statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro - forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l’arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l’uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa. A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti. Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De’ Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.

Oggi dopo l’affievolirsi della tradizione negli anni ‘60 e ‘70, causata anche dall’introduzione dell’albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all’impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell’Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d’Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.

 

IL CAPODANNO

 

La giornata del Capo d'Anno a Ribera e' vissuta come un momento, oltre che di festa, anche di incontro tra famiglie e amici che si scambiano vicendevolmente gli auguri per un buon principio e si riuniscono nelle loro case per stare un giorno insieme. Nelle strade, sin dalla prima mattinata, si assiste a centinaia di strette di mano, baci e abbracci tra amici, tra parenti ed anche tra semplici conoscenti. La giornata che dà inizio ad un nuovo anno è sempre l'occasione più propizia per far pace con qualcuno e per dimenticare vecchi rancori. Molti riberesi di buon senso ne danno la prova, dimostrando con i fatti, la risaputa credenza che li vede come gente affettuosa, civile e disponibile ad una serena convivenza con il prossimo.

 

E' ancora in uso, ma in tono minore rispetto al passato, usare armi da fuoco e sparare in aria alcuni minuti prima della mezzanotte. Però oggi, oltre ai tradizionali giochi d'artificio, da qualche anno predisposti dall'Amministrazione comunale, tra i ragazzi in particolare, ma anche tra gli adulti è in aumento l'uso di "miccini", "trona" di varia potenza e i cosiddetti "assicuta fimmini", che non costituiscono, se usati con giusta moderazione, pericolo per le persone, ma servono a creare l'atmosfera adatta alla particolare ricorrenza.

 

        

Da alcuni anni a Ribera si saluta l'Anno Nuovo

con i tradizionali giochi d'artificio

 

Da qualche anno si è diffusa inoltre, l'usanza di trascorrere la notte di San Silvestro nei numerosi locali esistenti nella zona, dove, oltre a consumare il classico cenone, si può ballare fino alle prime luci dell'alba con la musica eseguita da complessi, orchestrine o disc-jokey e divertirsi con comici, animatori ed artisti vari.

Anticamente, durante la mattinata del 1° gennaio, era in uso chiedere la questua da parte di "jurnatera" e "picurara", venuti in paese appositamente dalle campagne ove risiedevano stabilmente.  Questi, muniti di grosse bisacce ed al suono di campanacci cantavano per le strade:

 

                 "Bongiornu e Capu d'Annu e datini la strina

                  ca lu Signuri cchiù grazii vi duna".

                  Ch'è bedda la patruna di sta casa,

                  ca lu maritu è gigliu e idda è rosa.

                  Jnnaru mina ventu e fa furtura,

                  lu primu chi ti scontra è la strina.

                  Oh quant'è bedda la matina di la strina,

                  va' caminannu Diu in ogni pirsuna .

                  Nun vogliu nè cudduri, nè purciddata,

                  vogliu chidda chi s'arrusti 'nta lu focu".

 

Tali versi successivamente, sono stati un po’ cambiati ed ampliati da anonimi autori e così è nato uno dei canti popolari più tradizionali di Ribera, che si chiama appunto "La strina". Tale brano, molto orecchiabile e di sapore natalizio, nel 1978 è stato rielaborato, arrangiato ed inciso dal Gruppo Folk-Cabaret "Sicilia canta, Sicilia frana" al quale va senz'altro il merito di avere riscoperto e fatto conoscere numerosi canti popolari del nostro territorio, che rischiavano di essere perduti. Col tempo l'usanza di chiedere "la strina", anziché nella giornata di Capo d'Anno è stata anticipata alla serata del 31 dicembre, giorno di San Silvestro, come avviene ancora oggi. Il testo completo e definitivo del canto tradizionale, nonché la relativa partitura musicale, sono stati pubblicati nel 1991, nel mio precedente volume intitolato appunto "La strina".

 

    L'EPIFANIA

Anticamente a Ribera, per l'Epifania, quando non esistevano ancora i calendari, si vedeva girare per le strade "lu vanniaturi di li festi".  Dopo aver suonato una trombetta di rame per richiamare l'attenzione dei cittadini, questo tipico "informatore" gridava a voce alta, annunciando il programma di tutte le festività che si sarebbero svolte durante l'anno appena iniziato. Oggi, l'Epifania e' vissuta solo come un momento religioso che ricorda la visita dei Re Magi al bambino Gesù e con l'occasione i fedeli, si recano nelle varie chiese di Ribera per assistere alla Santa Messa.

 

 

CANTI NATALIZI

 

LA  STRINA

(Canto tradizionale - Tratto dal libro “LA STRINA” di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

La strina, la strina, la bedda matina,

s'un mi dati un purciddatu vostru maritu vi cadi malatu;

s'un mi lu dati ora ora vostru maritu vi etta fora.

La strina, la strina, la bedda matina

s'un mi dati un purciddatu

vostru maritu vi cadi malatu;

s'un mi dati 'na mastazzola

vostru maritu vi etta fora.

(Voce)

Nun vogliu né purciddata e mancu ficu,

vogliu chidda chi s'arrusti 'nta lufocu.

La strina, la strina, la bedda matina,

s'un mi dati un cicireddu

a vostru maritu ci cadi l'aceddu,

s'un mi dati un cudduruni

vostru maritu vi resta all'ognuni.

(Voce)

Ch'è bedda la patruna di sta' casa

ca lu maritu è gigliu e idda è rosa;

ca lu maritu è gigliu e idda è rosa,

ch 'è bedda la patruna di sta ' casa.

La strina, la strina, la bedda matina,

s'un mi dati un purciddatu

vostru maritu vi cadi malatu

(segue a piacere)

 

 NUVENA DI NATALI

(Canto tradizionale - Tratto dal libro “LA STRINA” di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

La "nuvena" viene eseguita in molti comuni della Sicilia ed è caratterizzata da suoni e strumenti particolari

quali zampogne, ciarameddi, zufoli, cianciani, che ben rendono l'atmosfera natalizia.

Questa "nuvena" è ancora in uso nelle zone dell'agrigentino ove ne esistono altre, con testo e musica diversa,

ma altrettanto belle e toccanti.

 

A la notti di Natali ca nasci lu Bammineddu

ca nasci 'mmezzu la paglia, tra lu vo' e l'asineddu.

Ca nasci 'mmezzu la paglia tra lu vo' e l'asineddu.

 

La ninna nanna ti vogliu cantari, la ninna nanna ti vogliu cantari,

 la ninna nanna mio caro bambino la ninna nanna ti vogliu cantà.

La ninna nanna mio caro bambino la ninna nanna ti vogliu cantà.

 

San Gisippuzzu lu vicchiareddu a la Virgini Maria

ci dicia quant'era beddu, cchiu' lu cori si grapia,

ci dicia quant'era beddu, cchiu' lu cori si grapia.

 

La ninna nanna ecc. ..........

 

Figliu miu la cammisedda ti la vogliu arraccamari

e si vo' ca ti l'allestu fammi un pocu arripusari,

 e si vo' ca ti l'allestu fammi un pocu arripusari.

 

La ninna nanna ecc. ..........

 

'Ntra 'na gruttidda c'è natu Gesù, ca di lu chiantu accurdari un si po',

o virginedda v'accordalu tu facci la naca 'nti lu cori tò.

La naca è fatta pi fari a vovò Bamminu Gesù nun chianciri cchiu',

Bamminu Gesù nun chianciri cchiu'.

Cugliemu rosi e pampini

e sciuri di gelsuminu,

pi fari a stu Bamminu lu litticeddu so',

pi fari a stu Bamminu lu litticeddu so'.

 

 

 

 

 RIBERA: Piazza Giovanni XXIII e Chiesa di San Nicola, detta La Chiesa Madre

 

 

 

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