|
|
FESTE NATALIZIE
a RIBERA |
|
NOTIZIE TRA NATALE ED EPIFANIA
Dopo aver trascorso le giornate di Natale e Santo Stefano seguendo le varie funzioni religiose nelle chiese di Ribera, si ritorna presto a festeggiare, all'insegna della gioia e delle riunioni familiari, nell'ultimo giorno dell'anno, in cui la Chiesa ricorda San Silvestro. Da oltre un secolo è in uso a Ribera, che gruppi di ragazzi ed anche gente adulta, vadano a chiedere nelle case, nei negozi e nei bar, dolci, pietanze varie e di recente anche liquori, vino o denaro. Questa antica usanza, che anche se un po’ ridimensionata è in uso ancora oggi è la tradizionale "Strina", cioè "strenna", o dono, o regalo che si voglia dire e nei primi anni del secolo veniva fatta nella giornata del 1° gennaio ma poi è stata anticipata alla sera del 31 dicembre nella notte di San Silvestro.
I gruppi che vanno in giro per il paese, muniti di campanacci, chitarre e vari strumenti musicali, eseguono un tradizionale ed antichissimo canto chiamato appunto "La strina", che è una ballata riberese, in tempo di valzer lento, molto orecchiabile e di sapore natalizio, che trae la sua origine dal rapporto tra ricchi e poveri, tra i cosiddetti "burgisi" e i semplici contadini "jurnatera".
Nei tempi passati, in effetti, tanta gente chiedeva la strenna nelle case dei più ricchi anche per un certo bisogno economico, ma oggi, tale avvenimento si può considerare una pura ed interessante tradizione, in cui la spontaneità e l'aspetto folcloristico vanno di pari passo. Spesso il gruppo di questuanti lancia bonariamente qualche maledizione ai proprietari di una casa, per costringerli a donare qualcosa di buono. Ne sono un esempio i seguenti versi:
"Si un mi dati un purciddatu, vostru maritu vi cadi malatu", oppure "Si un mi dati un cicireddu a vostru maritu ci cadi l'aceddu". A volte, si esalta anche, la bellezza della padrona di casa e del rispettivo marito, specie quando questi danno qualcosa di buono. Infatti, uno dei versi del canto dice "Ch'è bedda la patruna di sta casa, ca lu maritu è gigliu e idda è rosa". Il testo completo del canto e la relativa partitura musicale, sono stati inseriti nel mio precedente libro "La strina", edito dall'Amministrazione Comunale di Ribera nel 1991.
I dolci tradizionali del Natale riberese sono "li purciddata" (i buccellati) |







|
Ribera, 1995 : Alcuni Babbo Natale accompagnati da uno zampognaro,girano per le vie cittadine, per distribuire doni ai bambini. |
Ribera, 25 novembre 2006 - Luci natalizie già collocate nel Corso Francesco Crispi. |
Ribera 2006 - Una suggestiva immagine notturna in Via F. Crispi
|
|
|
|
Silvano Ciliberto, il piccolo Gabriele Ciliberto e Rosalba Romanoimpersonano la Sacra Famiglia nel Presepe Vivente di Montallegro nell'anno 2004. |
Rosalba Romano e il bambinello Gabriele Ciliberto. |
Gli zampognari di Michele Caltagirone eseguono musiche tradizionali natalizie per le vie cittadine. |
LA STORIA DEL PRESEPE
Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, "in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo" (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell’infante e la verginità di Maria. Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia: il bue e l’asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani; i Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico; gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l’umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante. Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re.

A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma. In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato. Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri. Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223; episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi. Primo esempio di presepe inanimato, a noi pervenuto, è invece quello che Arnolfo di Cambio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma. Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all’interno delle chiese nel periodo natalizio. Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani. Nel ‘600 e ‘700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.
Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l’impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell’epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani. A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio. In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l’uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola. Sempre nel ‘700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia. La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel ‘800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali - statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro - forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l’arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l’uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa. A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti. Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De’ Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.
Oggi dopo l’affievolirsi della tradizione negli anni ‘60 e ‘70, causata anche dall’introduzione dell’albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all’impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell’Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d’Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.
IL CAPODANNO
La giornata del Capo d'Anno a Ribera e' vissuta come un momento, oltre che di festa, anche di incontro tra famiglie e amici che si scambiano vicendevolmente gli auguri per un buon principio e si riuniscono nelle loro case per stare un giorno insieme. Nelle strade, sin dalla prima mattinata, si assiste a centinaia di strette di mano, baci e abbracci tra amici, tra parenti ed anche tra semplici conoscenti. La giornata che dà inizio ad un nuovo anno è sempre l'occasione più propizia per far pace con qualcuno e per dimenticare vecchi rancori. Molti riberesi di buon senso ne danno la prova, dimostrando con i fatti, la risaputa credenza che li vede come gente affettuosa, civile e disponibile ad una serena convivenza con il prossimo.
E' ancora in uso, ma in tono minore rispetto al passato, usare armi da fuoco e sparare in aria alcuni minuti prima della mezzanotte. Però oggi, oltre ai tradizionali giochi d'artificio, da qualche anno predisposti dall'Amministrazione comunale, tra i ragazzi in particolare, ma anche tra gli adulti è in aumento l'uso di "miccini", "trona" di varia potenza e i cosiddetti "assicuta fimmini", che non costituiscono, se usati con giusta moderazione, pericolo per le persone, ma servono a creare l'atmosfera adatta alla particolare ricorrenza.





Da alcuni anni a Ribera si saluta l'Anno Nuovo
con i tradizionali giochi d'artificio
Da qualche anno si è diffusa inoltre, l'usanza di trascorrere la notte di San Silvestro nei numerosi locali esistenti nella zona, dove, oltre a consumare il classico cenone, si può ballare fino alle prime luci dell'alba con la musica eseguita da complessi, orchestrine o disc-jokey e divertirsi con comici, animatori ed artisti vari.
Anticamente, durante la mattinata del 1° gennaio, era in uso chiedere la questua da parte di "jurnatera" e "picurara", venuti in paese appositamente dalle campagne ove risiedevano stabilmente.
Questi, muniti di grosse bisacce ed al suono di campanacci cantavano per le strade:
"Bongiornu e Capu d'Annu e datini la strina
ca lu Signuri cchiù grazii vi duna".
Ch'è bedda la patruna di sta casa,
ca lu maritu è gigliu e idda è rosa.
Jnnaru mina ventu e fa furtura,
lu primu chi ti scontra è la strina.
Oh quant'è bedda la matina di la strina,
va' caminannu Diu in ogni pirsuna .
Nun vogliu nè cudduri, nè purciddata,
vogliu chidda chi s'arrusti 'nta lu focu".
Tali versi successivamente, sono stati un po’ cambiati ed ampliati da anonimi autori e così è nato uno dei canti popolari più tradizionali di Ribera, che si chiama appunto "La strina". Tale brano, molto orecchiabile e di sapore natalizio, nel 1978 è stato rielaborato, arrangiato ed inciso dal Gruppo Folk-Cabaret "Sicilia canta, Sicilia frana" al quale va senz'altro il merito di avere riscoperto e fatto conoscere numerosi canti popolari del nostro territorio, che rischiavano di essere perduti. Col tempo l'usanza di chiedere "la strina", anziché nella giornata di Capo d'Anno è stata anticipata alla serata del 31 dicembre, giorno di San Silvestro, come avviene ancora oggi. Il testo completo e definitivo del canto tradizionale, nonché la relativa partitura musicale, sono stati pubblicati nel 1991, nel mio precedente volume intitolato appunto "La strina".




L'EPIFANIA
Anticamente a Ribera, per l'Epifania, quando non esistevano ancora i calendari, si vedeva girare per le strade "lu vanniaturi di li festi". Dopo aver suonato una trombetta di rame per richiamare l'attenzione dei cittadini, questo tipico "informatore" gridava a voce alta, annunciando il programma di tutte le festività che si sarebbero svolte durante l'anno appena iniziato. Oggi, l'Epifania e' vissuta solo come un momento religioso che ricorda la visita dei Re Magi al bambino Gesù e con l'occasione i fedeli, si recano nelle varie chiese di Ribera per assistere alla Santa Messa.

|
|
LA STRINA
(Tradizionale - Tratta dal libro “LA STRINA” di Giuseppe Nicola Ciliberto)
La strina, la strina, la bedda matina,
s'un mi dati un purciddatu vostru maritu vi cadi malatu;
s'un mi lu dati ora ora vostru maritu vi etta fora.
La strina, la strina, la bedda matina
s'un mi dati un purciddatu
vostru maritu vi cadi malatu;
s'un mi dati 'na mastazzola
vostru maritu vi etta fora.
(Voce)
Nun vogliu né purciddata e mancu ficu,
vogliu chidda chi s'arrusti 'nta lufocu.
La strina, la strina, la bedda matina,
s'un mi dati un cicireddu
a vostru maritu ci cadi l'aceddu,
s'un mi dati un cudduruni
vostru maritu vi resta all'ognuni.
(Voce)
Ch'è bedda la patruna di sta' casa
ca lu maritu è gigliu e idda è rosa;
ca lu maritu è gigliu e idda è rosa,
ch 'è bedda la patruna di sta ' casa.
La strina, la strina, la bedda matina,
s'un mi dati un purciddatu
vostru maritu vi cadi malatu
(segue a piacere)
NUVENA DI NATALI
(Tradizionale - Tratta dal libro “LA STRINA” di Giuseppe Nicola Ciliberto)
La "nuvena" viene eseguita in molti comuni della Sicilia ed è caratterizzata da suoni e strumenti particolari quali zampegne, ciarameddi,
zufoli, cianciani, che ben rendono l'atmosfera natalizia.
Questa "nuvena" è ancora in uso nelle zone dell'agrigentino ove ne esistono altre, con testo e musica diversa, ma altrettanto belle e toccanti.
A la notti di Natali ca nasci lu Bammineddu
ca nasci 'mmezzu la paglia, tra lu vo' e l'asineddu.
Ca nasci 'mmezzu la paglia tra lu vo' e l'asineddu.
La ninna nanna ti vogliu cantari, la ninna nanna ti vogliu cantari,
la ninna nanna mio caro bambino la ninna nanna ti vogliu cantà.
La ninna nanna mio caro bambino la ninna nanna ti vogliu cantà.
San Gisippuzzu lu vicchiareddu a la Virgini Maria
ci dicia quant'era beddu, cchiu' lu cori si grapia,
ci dicia quant'era beddu, cchiu' lu cori si grapia.
La ninna nanna ecc. ..........
Figliu miu la cammisedda ti la vogliu arraccamari
e si vo' ca ti l'allestu fammi un pocu arripusari,
e si vo' ca ti l'allestu fammi un pocu arripusari.
La ninna nanna ecc. ..........
'Ntra 'na gruttidda c'è natu Gesù, ca di lu chiantu accurdari un si po',
o virginedda v'accordalu tu facci la naca 'nti lu cori tò.
La naca è fatta pi fari a vovò Bamminu Gesù nun chianciri cchiu',
Bamminu Gesù nun chianciri cchiu'.
Cugliemu rosi e pampini
e sciuri di gelsuminu,
pi fari a stu Bamminu lu litticeddu so',
pi fari a stu Bamminu lu litticeddu so'.
LU VIAGGIU GLURIUSU
(Tradizionale - Tratta dal libro “LA STRINA” di Giuseppe Nicola Ciliberto)
In tempi ormai quasi del tutto dimenticati, durante la notte di Natale, a Ribera andavano in giro per le strade alcuni gruppi di "sampugnara" (zampognari),
accompagnati da altri suonatori con vari strumenti musicali, per cantare la storia del viaggio di San Giuseppe con Maria verso Betlemme
ove doveva nascere Gesù. Si riporta per intero il canto di autore ignoto, cosi per come è stato tramandato fino ai nostri giorni.
Ascutati bona genti stu ' viaggiu gluriusu
'ntra la nivi, affanni e stenti di Maria cu lu so ' spusu.
San Giuseppi era cunfusu, stu' viaggiu avia di fari,
'ntra lu 'mmernu nivicusu, 'ntra la nivi a viaggiari.
Viaggiannu la Signura tutta savia e mudesta
è Maria la criatura santa, casta, pura e onesta.
Ci facianu gran festa cu pi via l'accumpagnava,
curaggiu sempiri ci dava ma la pena un ci livava.
Piccaturi chi ti sponi, dacci l'arma 'ncumpagnia,
accumpagna cu lu cori a Giuseppi cu Maria.
Apparicchiati, arma mia stu ' secunnu jornu tu
a lu partu di Maria fu la nascita di Gesù.
Stanchi su di tanta via, stanchi morti su arrivati
San Giuseppi cu Maria già traseru 'ntì li citati.
Firrìannu pi li strati nun tròvanu cchiù rizettu.
a 'na stadda senza lettu
'nti 'na povira mangiatura parturì la Gran Signura.
'Mmezzu lu vò e l'asineddu nasci Gesù Bammineddu.
'Ddrivigliativi pastura ca nasci lu veru Missia
'ntra la nivi e li friddura postu 'mbrazza di Maria.
A sta nova santa e pia li pastura puviredda
si 'nni eru 'ncumpagnia a ddì affrittì pagliaredda.
Arrivannu salutaru lu Bamminu e la Signura,
tanti beddi raziunedda ci ficiru la bonura.
San Giuseppi è cunsulatu unn'avia cchiù malincunia,
Gesù già l'accumpagnatu a la so' spusa Maria.
Cu mudestia e cu alligna rivinendu umiliatu
dati grazia a Maria c'ogni pena 'nn'ha livatu.
LE NOZZE DI MARIA E GIUSEPPE
O quant'è duci, sapurita e beddha...
l'Angiuli la vòssiru fari zita (1).
Non c'era nuddhu cu cui apparentari...
sulu Giuseppi, cu barba fiurita... (2)
Giuseppi si partìu pe' li paisi... e la lassàu 'ddha rosa culurita...
Quandu fici ritornu a li sei mesi,
la trova tutta gravita cumpìta...
« O Diu, chi avissi 'na spata ammolata!...
(3)a menzanotti la vorrìa ammazzari!... ».
Calàu di 'n Cielu un Angelu d'Amuri:
« Chi fai, Giuseppi?... chi ti vo' dannari?...
Tu vo' ammazzari a lu Diu Celestiali...
Chiddu chi creàu Cielu, Terra e Mari?...
Chi vói ammazzari, cu 'ssu to' spatuni?...
A Diu, chi t'ha fiuritu lu bastuni?!... » (4).
Iddhu, sentendu 'stu duci parrari,
a la Madonna cci duna un basuni...
Iddhu, sentendu 'sti duci parlari,
a la Madonna si stringi a lu cori!!...».
(1) fidanzata - (2) si allude all'età avanzata di Giuseppe -(3) arrotata - (4) s; allude al bastone di Giuseppe che fiorì, determinando la sua scelta come sposo di Maria.
GIUSEPPE E MARIA A BETLEMME
San Giuseppi, un jornu, .stannu
nta 'na piazza a Nazzarètti
pe' so' affari caminandu,
senti un sònu di trumbetti...
senti lèggiri un edittu,
chi lu cori assai cci ha afflittu.
Quandu Cesari jettàu
'ddhu gran bandu rigurusu,
San Giuseppi si trovava
nta la piazza, rispettusu...
San Giuseppi era cunfusu:
« Cumu fazzu cu Maria?...
s'iddha senti chistu bandu,
vóli vèniri cu mia!... »
Ma Maria cci ha rispundutu
« Fatta sia la voluntati!...
Ca si Dio l'ha disponutu,
vegnu a undi (1) mi purtati!... ».
Si partìu di Nazzaretti
San Giuseppi cu Maria:
non avivanu rizzettu (2)
'n Bettilemmi a la campìa!... (3)
San Giuseppi caminava
'ntra muntagni e boschi scuri:
San Giuseppi e la Madonna
arridutti a li fridduri!... (4).
San Giuseppi cci sperava
d'arrivari 'ddha jurnata...
ma, a lu friddu e a la jlàta, (5)
cci scuràu 'mmenzu a la stratal... (6)
Acqua, nivi, friddu e ventu...
lampi e tròna accussì forti...
San Giuseppi amaramenti
tuppuliandu (7) va' a li porti-
San Giuseppi cci spiava: (8)
« Cci sta postu a 'sta locanda? ».
E ognidunu: «non c'è nènti!...
Va' provati a 'n'àutra banna » (9)
San Giuseppi era cunfusu,
avvilitu e dispiratu:
c'era pocu 'i stari allegri,
cu Maria nta chiddhu statu...
Caminandu pensérusi
San Giuseppi cu Maria...
cci va' 'ncontru un pellegrinu,
chi li pigghia in simpatia...
« Unni iti, bona genti,
cu 'sti grandi friddurati?... (10)
ccà vicinu c'è 'na grutta:
iti ddhà, e vi rizzittati!... (11)
'Sennu ddà Maria arrivata,
vitti poi 'na mangiatura:
c'era un bòi, un asineddhu,
pocu fienu e pagghia dura...
Chidda pagghia ricogghìu (12)
San Giuseppi, e la 'ddhumàu... (13)
E a la Vérgini Maria
accussì la ristoràu...
A quattr'uri di la notti,
San Giuseppi cci dicia:
« Haiu fattu quantu pottil...
cchiù non pozzu, spusa mia!... ».
(1) dove - (2) requie - (3) per i campi - (4) ridotti all'addiaccio - (5) gelo - (6) fece notte che erano ancora in viaggio -(7) bussando - (8) chiedeva -
(9) altro posto - (10) gran freddo - (11) andate là e riposatevi - (12) raccolse - (13) la accese.
LA NASCITA DI GESÙ'
A la notti di Natali,
chi nasciu lu Re Putenti...
era jornu naturali,
cu li stiddi risplendenti!...
Quella notti desiata...
chi nasciu lu Verbu Eternu...
la Divina Putestati
temperàu lu friddu invernu...
Li Tri Re dill'Orienti, quannu 'ntìsiru la nova, (1)
chi nasciu lu Re Putenti, e non sannu unni si trova...
... e si mìsiru in caminu, pi truvari a lu Bambinu.
Tridici jorna li Re caminarù... accumpagnati di 'na stella furù...
E 'o Bambinellu duci (2) cci purtarù incensu e mirra,
e un sacchitteddhu d'oru..
Furù allegri li pasturi quannu è natu lu Messìa...
nta 'na stalla, 'u criaturi. (3) nacque in braccio di Maria...
Ora arrivanu i pasturi... e non sannu chi portari...
biancu latti nta 'na cisca, (4) cascavaddhi e tuma frisca.... (5)
Cu chitarra e frischialettu, (6) ciarameddha e mandulinu...
ti cumbìnanu un cuncertu, pe' divèrtiri 'o Bambinu...
« Bambineddhu, abballa abballa... ca ti sònu cu la chitarra...
ca ti sónu c'u mandulinu, Bambineddhu, malandrinu!... (7)
Bambineddhu, abballa abballa... ca lu chianu è tuttu to'... (8)
Unni appoggi lu to' péduzzu nasci gigghiu e basilico!!!... (9).
(1) sentirono la notizia - (2) torma poetica per dolce - (3) non significa Creatore ma è il maschile di creatura -(4) secchio -
(5) caciocavalli e formaggio fresco - (6) fischietto di canna, zufolo - (7) usato in senso aftettuoso e vezzeggiativo, nel senso di vispo, vivace -
(8) che la terra è tutta tua - (9) nasce giglio e basilico.
LA FUGA IN EGITTO ''
, Era Giuseppi Santu addormisciutu,
e avìa Gesuzzu l'età di tri anni;
l'infami Erodi era risolutu
d'ammazzarlu per mano de i tiranni.
Un Angelo dal Cielo
è discendutu supra a Giuseppi,
lu Gran Santu Granni,
e in sonnu 'sti parali cci dicìa:
« Giuseppi Santu, ascolta un pocu a mia! >
« Pìgghiati la to' spusa e lu Messìa,
e partiti 'i 'stu locu prestamente..
perchì re Erodi, cu gran tirannia,
vóli ammazzar! a seimila innocenti...
e inoltri vóli Decidere a Maria,
e lu Bambinu Gesù Onnipotenti...
Pàrtiti prestu, senza cchiù tardari,
pe' ti potìri d'a stragi salvar!!... ».
Giuseppi si svegghiàu senza tardari,
e lu sonnu (1) a Maria cci raccuntàu...
Non jìu (2) cercandu roba né dinari...
in braccio il Bambinello si pigghìau!...
Si mìsero di prèscia (3) a caminari...
'n'Angilu versu Egittu li guidau:
l'accumpagnava l'Angilu pe' via a Gesù,
a San .Giuseppi ed a Maria!...
'Na nùvula lu suli riparava
a la sagrata testa di Maria,
e di li parti undi Maria passava
comu a 'nu para-suli cci facìa.
L'Arabia l'oduri cci mandava,
la terra meli (4) -e manna cci offirìa... (5)
e lu fiumi Giordanu li rubini,
e l'Orienti li perii cchù fini...
Aviva siti la Vergini pia,
pe' lu gran caldu chi facìa pe' strata...
e alTura di 'na pétra fora uscìa
l'acqua cchiù duci, frisca e 'nzuccarata...
La pétra cci parrava, e cci dicìa:
« Bivìti pure, Vergini Beata!... ».
Tutti ubbidienti a Diu, Nostru Signuri,
li pétri, l'erbi, li pianti e li ciurli... (6)
L'animali niscianu (7) di li grutti
pe' vìdiri passar! lu Messja,
e festa grandi cci facìanu tutti,
cu sàuti, piroletti (8) ed allegria...
L'aceddhuzzi (9) tenìvanu un cuncertu
di canti duci, chini d'armunia...
l'àrburi si piegàvanu pe' via,
pe' riverenza a la Mairi Maria!...
Sutta un pèdi di palma s'assetlarù,
(10) pe' riposarsi d'u longu caminu...
e ddhà Maria taliava paru paru
'nu ramu àutu, di dàttuli chinu.
(11) Ascùta (12) e senti — Miraculu rarul...
la rama si calàu a Maria vicinu...
Li belli frutti cci l'appresentàu:
(13) Maria li cogght, e la palma s'àzàul...
Cristu a la palma cci parrà e cci dici:
« Palma, ti dugnu la benedizioni!...
Comu onorasti li me' cari amici,
sarai cumpagna a a me' Passioni!...
E ancora, cu li tòi rami felici,
portami ogni alma a la salvazioni...
E ancora, cu li toi pampini santi,
trasimu (14) a Gesalemmi triunfantil... ».
(1) sogno - (2) non andò - (3) fretta - (4) miele - (5) offriva -(6) fiori - (7) uscivano - (8) salti e piroette - (9) gli uccellini - (10) si sedettero sotto una palma -
(11) guardava fisso un alto ramo, pieno di datteri - (12) ascolta - (13) le offri -(14) entriamo.
GESÙ' FRA I DOTTORI ,
La Pasqua era finita a Gesalemmi,
e San Giuseppi coi dissi a Maria:
« E' inutili chi stàmu cchiù ccà fermi;
ricògghiti (1) a Gesuzzu, e jàmu via!».
Maria 'na vuoi cci jetta a so figghiu...
« Vegnu sùbitu, mamma Tti jéndu!,,, »
(2). Giuseppi misi manu a lu bagagghiu...
ca tutti l'àutri stavanu partendu...
Pigghiata avìa la via di Nazzaretti
la carovana cu Maria e Giuseppi...
cu cincu o sei carretti, muli e scecchi... (3)
chini 'i 'mbarazzi, trusciceddhi e pacchi (4).
A 'na cert'ura, prima pe' 'mu scura (5),
Maria chiama a Gesuzzu pe' mangiari...
Ma Gesù non rispundi, e cu premura
lu va' cercandu... e non lu po' trovari.
Cunsiderati la povera mamma comu lu cori
cci facìa spisiddhi...
(6) Non si potiva certu stari calma,
e si sciuppava spènziri e capiddhi!... (7)
San Giuseppi si sbigghia a lu clamuri —
chi sunnicchiava supra a lu carrettu —
e si metti a pregari lu Signuri,
pe' ritrovari lu figghiu dilettu.
Ma non si po' trovari a nuja vanda....
(9) e patri e mairi cu li téni fermi?...
Cu l'occhi chini e lu cori chi abbunda (10)
ripigghianu la via di Gesalemmi!...
Pe tri jorna lu cercanu cu amuri e infini, bellu frischu e pettinatu,
(11) chi dissertava ammenzu a li dutturi
lu tròvanu a lu Tempiu assettatu!...
« 'Ngratu, cu quali cori nni lassasti?...
e d'i to' genituri ti spartisti?... ».
Iddhu cci rispondìu senza crianza:
« Avìa pe' mani affari d'importanza! ».
Sentendu 'sti paroli, infuriatu,
San Giuseppi si caccia la currTa... (12)
ed a Gesuzzu l'avissi ammazzatu,
si la Madonna ammenzu 'un si mittìa!...
Gesuzzu, vista la mala pigghiata (13),
lassa i dutturi, e guadagna la via!...
Pe' Nazzaretti curri di filatu...
di San Giuseppi Santu assicutatu!... (14)
Giuseppi sparra (15), e cci dici a Maria:
« O chi destinu bruttu, mogghi mia!...
Avìmu un figghiu chi pari 'nu gigghiu... (16)
ma comu vagabundu 'un n'ha paraggiu!... » (17).
(I) prenditi - (2) leti. « andate andando », andate avanti -(3) asini - (4) pieni di ingombri, grandi e piccoli - (5) prima di notte - (6) scintille - (7) si strappava la veste e i capelli -(8) si sveglia - (9) in nessun posto - (10) col cuore grosso -
(II) spensierato - (12) la cinghia - (13) la mala parata -(14) inseguito - (15) sparla, sbraita - (16) giglio - (17) non ha pari.
IL TESTAMENTO DI SAN GIUSEPPE
Figghiu meu, ora ti lassù
la verrina e lu cumpassu,
l'ascia grandi e lu chianozzu: (1)
lassari àutru non ti pozzu!...
O Maria, staju pensandu...
chinu 'i piriculi è lu mundu:
a Gesù ti raccumandu...
non 'mi crisci (2) vagabundu!...
(1) la pialla - (2) che non cresca.
QUANDO NASCE IL BAMBINELLO
Quando nasci il Bambinello
tutto il mondo fa' tremari...
Fa' trimari il Mongibello
e Lucifero infernali...
Sutta un pèdi di nucilla (1)
c'è 'na naca (2) piccirilla...
chi 'nnacàvanu (3) 'u Bambinu
San Giuseppi e San Giacchinu...
Sutta un pèdi di 'na vacca
c'è 'na donna chi cogghi acqua...
Ndi cogghìu 'nu bagghioleddhu (4), pe' lavari 'o Bambineddhu....
(1) sotto un nocciolo - (2) culla - (3) cullavano - (4) secchiello.
PASTORALE NATALIZIA
E la notti di Natali è la festa principali...
E scindìru li pasturi p'adurari a Nostru Signuri...
E ninna, e ninna la vo'... Dormi, Gesù, e fai la vo'...
E ninna, e ninna la vo'... Dormi, Gesù, e fai la vo'...
Bambineddhu duci duci, jeu ti portu li me' nuci...
Ti li scacci (1) e ti li mangi, accussì zittu e non chiangi...
Bambineddhu duci e amatu, jeu ti portu lu nuciddhatu... (2)
Ti lu mangi in cumpagnia cu Giuseppi e cu Maria...
Bambineddhu duci assai, 'nu petrali (3) ti portai...
ti lu manda la mamma mia, ch'è cchiù ricca di Maria...
(1) schiacci - (2) dolce a base di noci - (3) dolce a base di fichi, probabilmente chiamato così per la sua forma simile a pietra.
BUON NATALE E BUON ANNO
Vinni 'mi cantu chi finisci l'annu:
Cristu chi mi m'aiuta non 'mi sgarrul... (1)
Auguri Bon Natali e di Bon Annu:
Chi 'mi ndavìti beni cu lu carru... (2).
Eccu la Santa Notti di Natali,
quandu nescìu la Stiddha (3) d'Orienti...
'Rrivarù li tre 'Mmàgini Reali:
è natu lu Messìa... simu cuntenti!...
Trìdici jorna cu pensèri uguali...
UrCielu era chinu d'armonìa...
E, quando in quella grotta su arrivati,
vìttiru (4) a Cristo in braccio di Maria...
Si la parola mia non la cridìti,
'mu v'aiuta (5) a vui l'Eterno Patrii...
Gasparri, Melchiorri e Baldassarri...
lu primu trasìu (6) Gàspari, e dicìa:
« portai per donu la curuna mia,
a li pèdi sagrati di tò MatriL. ».
Si la parola mia no la criditi,
'mu v'aiuta (5) a vui l'Eterno Patrii...
Melchiorri a Baldassarri cci dicìa:
« O Figlio Dolce dell'Eterno Patre...
Comu ti riducisti a la 'strania (7),
tu chi cumandi li Celesti Squatrill... ».
Allegato al disco UNIVERSITÀ' DEGLI STUDI DI BOLOGNA ALBATROS
VPA 8506 ICTM Comitato Nazionale Italiano
RICERCHE ETNOMUSICOLOGICHE. ARCHIVIO SONORO SICILIANO. 4
LA TRADIZIONE MUSICALE A CALAMÒNACI (Agrigento)
a cura di Vincenzo Vacante e Giovanni Moroni con la collaborazione di Ignazio Macchiarella.
Opera realizzata con il contributo dell'Associazione Socio Culturale "Michele Palminteri" - Calamonaci
Bologna 1991.
E1 da notare che gli ultimi tre distici che proponiamo sono assimilabili per il contenuto del testo verbale a quello
che nel Corpus di Favarà viene detto repertorio dei canti di ' carcere o vicariate 28
a) A mamma ca passa lu Palermitanu canusciu la so vuoi a lu cantari (a ddà)
b) A ca unni lu fazzu cchiu lu carritteri a ca lu cavaddu un mi voli tirar! (a nni va)
E nti la muntata di Musulumeli si lassa u suttapanza o pitturali
e) A c'haiu un curuzzu comu na nucidda vaiu circannu una picciotta bedda
E nun mi nni curu ca e' piccilidda ci fazzu lu mantuzzu e la faredda (a dda unni va)
E li cazitteddi comu voli idda
e la scarpuzza cu la ciancianedda
(anni va)
d) A cu lu dici ca lu carzaru è galera a mia mi pari una villeggiatura
Carzaru ca mi teni carzaratu privu da libirtà senza l'aiutu
tutti l'amici m'hannu abbannunatu li parintuzzi m'hannu scanusciutu
Trad: a) A mamma passa il palermitano/ riconosco la sua voce quando canta.
b) Non lo faccio più il carrettiere/ che il cavallo non vuole tirare/ Nella salita di Misilmer!/ si rompe il sottopancia ed il
pettorale.
e) Ho un cuore come una nocciolina/vado cercando una ragazza bella/ non faccio caso se è piccolina/ le regalo un
mantello e la gonnella/ e le calze come le vuole lei/ e la scarpetta con una campanella.
d) (c'è) Chi dice che il carcere è galera/a me sembra una villeggiatura/ carcere che mi tieni carcerato/ privo della
libertà senza aiuto/ tutti gli amici mi hanno abbandonato/ i parenti mi hanno dimenticato.
Ninne nanne e canti vari
Nell'ambito della tradizione orale la ninna nanna rappresenta senza dubbio una delle forme di canto più diffuse e conosciute. Essa, come è noto, rivela nella maggior parte dei casi una struttura semplice, dove all'utilizzo di un ristretto numero di note, si accompagna un'estensione altrettanto ristretta della melodia, in genere non più ampio di una quinta29.Nelle quattro ninne nanne che aprono questa sezione si ritrovano senz'altro buona parte degli elementi stilistici tipici di questo genere: divisione del canto in strofe musicalmente di senso conchiuso, ciascuna delle quali suddivisa in due parti, la prima con andamento oscillante intorno ad una nota sul terzo o quarto grado della scala, la seconda con andamento discendente con chiusura sul primo grado affidata in genere ad una nota tenuta. Assai considerevole è la presenza di forti glissando e di portamenti di voce. L'esecutrici sono nell'ordine Maria Cocchiara di 76 anni, Francesca Perricone di 70 anni, Vita Vacante di 79 anni e Antonina Spataro di 80 anni.
Dopo le ninna nanne proponiamo tre brani assimilabili al genere di canti che R. Leydi definisce "rime e giochi infantili"30. Si tratta di canzoni dalla ritmica assai marcata che scandiscono movimenti che contribuiscono alla interrelazione motoria ed emotiva tra adulti e bambini.
L'esecutrice è Emanuela Scorsone di 78 anni.
L'ultimo brano della nostra selezione è un canto senza una specifica occasione. In genere, comunque, esso veniva eseguito quasi sempre da donne, in campagna, durante le pause nella raccolta delle olive, come ringraziamento a Dio per il cibo consumato nel pranzo. Interpreti sono Maria Cocchiara (76 anni) e Antonina Spataro (80 anni).
Di quantu è beddu di quant'è finu
stu figliu miu figliu divinu
E la seggia ch'è misa di latu
ci l'ama fari stu figliu avvocata
E la seggia ch'è a ffaccia buccuni
ci l'ama ffari stu figliu baruni.
Trad: Quant'è bello quant'è delicato/ questo figlio mio figlio divino/ e la sedia che è di lato/dobbiamo farlo questo figlio avvocato/ e la sedia che messa bocconi/ dobbiamo farlo questo figlio barone.
A la ninna alalo lu figliu è bbeddu
la mamma l'ava fari o munacheddu
E munacheddu lu voli la mamma
e munacheddu di Santa Maria
E munacheddu di Santa Maria
lu curduneddu d'oru iu ci farri a
E bo ed alavò
dormi tu beddu e la mamma no
Ed alavò ed alavò
dormi tu beddu e la mamma no.
Trad: A la ninna alalo il figlio è bello/la mamma lo vuoi fare monachelle/ e monachelle lo vuole la mamma/e monachelle di Santa Maria/ e monachelle di santa Maria/il cordoncino d'oro io gli farei/ e bo ed alavò /dormi tu bello e la mamma no/ed alavò ed alavò dormi tu bello e la mamma no.
E vo e vo e vo
finu a chi veni la mamma to
E la vovò finu a dumani
sina chi ssonanu li campani
Trad: E vo e vo e vo /fino al ritorno della tua mamma/ e la nanna fino a domani/fino a quando suonano le campane.
Nti la nacuzza cci trasi lu ventu
pampini d'oru e nuciddi d'argentu
Nti la nacuzza cci trasi lu sul
pampini d'oru e nuciddi d'amuri
E ninna bo e ninna bo
stu figliu bbeddu si dormentò
Si dormentoni e nti la culla
e cu Gesù! e la Madonna
E lu papa quantu ritorna
trova stu figliu ca fa la nanna
Stu figliu beddu ca dici papa
che se misuzzì dumani li fa
Stu figlia beddu acchiana acchiana
cci l'è ddutari lu fegu a la Chiana
Stu figliu bbeddu e scinni scinni
ca c'è ddutari lu fegu a Scilinna
Figliu beddu je curri curri
ca c'è dutari lu fegu a la Turri
Figliu beddu je concad'Oru
lu parrineddu ti tinnì lu sonu
E lu papa fu un galantomu
ca un ti nni tinnì ne tintu ne bonu
O si pò o nun si pò
Iu cappidduzzu pi San Calò
Lu cappidduzzu c'un veni a tutti
che a me figliu lu megliu di tutti
E la raggia di cu nun moli
a' ava viniri un'anficori
E ad onta je l'hama fari
pi la raggiazza di me cummari
E lu papa' mi lu dissi arre
e jocalu bonu e lu figliu me
Jocalu bonu je tu un ti curar!
ca iu travaglia e vi dugnu a mangiari
Joca lu bonu je tu un fari nenti
ca iu travaglia e m'impignu li denti
d) Nella piccola culla entra il vento/ foglie d'oro e noccioline d'argento/ nella piccia culla entra il sole/ foglie d'oro e noccioline d'amore/ e ninna bo e ninna bo/questo figlio bello si addormentò/ si addormentò e nella culla/ è con Gesù e la Madonna/ e il papa quando ritorna/trova questo figlio che fa la nanna/ questo figlio bello che dice papa/che sei mesetti domani farà/ questo figlio bello sali sali/ gli darò in dote il feudo alla Piana/questo figlio bello e scendi scendi/gli darò in dote il feudo di Scirinda/ figlio bello e corri corri/gli darò in dote il feudo della Torre/ figlio bello e conca d'Oro/il padrino tenne (per te) una festa/ e il papa fu un galantuomo/che non la tenne né brutta né bella/ o si può o non si può/ il cappelline per San Calò/ il cappelline che non va a tutti/che a mio figlio viene meglio di tutti/ e la rabb'a di chi non vuole/gli deve venire un attacco di cuore/ ed a dispetto dobbiamo farlo/per la rabbia di mia commare/ ed il papa me lo disse ancora/gioca tranquillo oh il figlio mio/ gioca tranquillo e non ti curare/che io lavoro e vi do da mangiare/ gioca tranquillo e tu non fare niente/ che io lavoro e mi impegno i denti.
La Madunnuzza quannu j a la fera
si j' accattari una prisa di linu
si j' accanar! una prisa di linu
Lu bammineddu vinci la bannera
e vozi accattatu lu tammurineddu
vozi accattatu lu tammurineddu
Li circhi d'oru e li cordi d'argentu
li mazzuledda di cristallu finu
li mazzuledda di cristallu finu
E l'angili calaru ad unu ad unu
pi sentiri sunari a lu bamminu
pi sentiri sunari a lu bamminu
// Signore sia lodato.
Trad: La madonnina quando andò a la fiera/andò a comprare una presa di lino/ il Bambinello vinse una bandiera/e volle comprato u_n tamburinello/ i cerchi d'oro e le corde d'argento/ i piccoli mazzuoli di cristallo fino/e gli angeli scesero ad uno ad uno/per sentire suonare il Bambino
Sant'Anna e San Jachinu era cuntenti
vidennu a Maruzzedda caminari
Si la purtaru a li cilesti deli
cci dettiru cusuzzi di mangiari
Cci dettiru pumidda cannameli
evviva la reggina di li deli
Signore sia lodato..
Trad: S.Anna e S.Gìoacchino erano contenti/vedendo Maruzzella camminare/ la portarono ai celesti cieli/le diedero piccole cose da mangiare/ le diedero meline cannameli/evviva la regina dei deli.
g) Rusalia ncapù li munti
chi cuntava li belli cunti Lu dimoniu cci dicia
va maritati Rrusalia Sugnu bona maritata
cu Gesù sugnu spusata
Cu Giuseppi e cu Maria
stamu nsemmula ncumpagnia
// Signore sia lodato.
Trad: Rosalia sopra i monti/ che 'narrava bei racconti/ il demonio le diceva/ "Vai a sposarti Rosalia"/ "Son ben maritata/ con Gesù sono sposata/ con Giuseppe e con Maria/ stiamo insieme in compagnia.
Ora c'hamu mangiatu e hamu vivutu
ludari e cu la grazia Diu nn'ha datu
ludari e cu la grazia Diu nn'ha datu
Ludari e lu vulemu arrisalutu
amari a Santi ed a Cristu Aduratu
amari a Santi ed a Cristu Aduratu
Cristu fici lu munnu e nta un mumentu
che nta un mumentu lu binidiciu
che nta un mumentu lu binidiciu
Ca fici l'omu e cu travagli e stentu
cu lu so stessu sangu e lunurriu
cu lu so stessu sangu e lunurriu
Livannu di la tavula si dici
lu Santu Sacramenti sia lodatu
lu Santu Sacrament'é sia lodatu
Sia lodatu e miili e voti e centu
'evviva lu Santissimu Sacramenti
evviva lu Santissimu Sacramentu
h) Ora che abbiamo mangiato e abbiamo bevuto/ lodare e con la grazia (che) Dio ci ha dato/ lodare Lo vogliamo e ringraziarLo/ amare i Santi ed a Cristo adorato/ Cristo fece il mondo ed in un momento/ in un momento lo benedisse/ e fece l'uomo con fatiche e stenti/con il suo stesso sangue e nutrimento./ alzandosi dalla tavola si dice/ il Santo Sacramento e sia lodato/ sia lodato e mille volte e cento/evviva il Santissimo Sacramento
Canti di Paglia
Accanto al repertorio dei lamenti si ritrova un altro repertorio polivocale quello dei cosiddetti Canti di paglia. Si tratta di un insieme di canti profani tradizionalmente connessi all'attività agricola, ed eseguiti sia durante il lavoro (in particolar modo la mietitura) sia nelle pause e/o in occasioni non specifiche con funzione di intrattenimento. Naturalmente le profonde trasformazioni nella attività lavorativa hanno determinato la pressocchè totale scomparsa dei contesti tradizionali. Ben vivo ne è però il ricordo e non mancano occasioni in cui i cantori si incontrano e riprendono l'esecuzione del canto, a volte "riadattandone" modalità esecutive e/o contenuti del testo verbale.
Musicalmente si tratta di strutture affatto analoghe al canto ad accordo: una voce solista accompagnata da un intervento corale nelle fasi di cadenza finale ed intermediasi. La melodia solista, realizzata quasi sempre da più cantori alternativamente, si sviluppa entro un ambito in genere di una ottava, con un andamento per molti versi assimilabile al canto monodico dell'area centro-occidentale dell'Isola (incluso una ricca componente ornamentale). L'intervento corale, realizzato da un numero variabile di cantori, è in genere all'unisono e si sviluppa su alcuni gradi cardine della scala per terminare sulla finalis. Un particolare rilievo assume una pratica esecutiva, eventualmente posta in conclusione di un brano, detta a la ncapu, e consistente in una serrata alternanza di distici eseguiti dalle voci soliste le quali si sforzano di cantare con il massimo volume sonoro, sempre accompagnati
31 Sulla presenza della prassi polivocale profana in Sicilia si veda I. Macchiarella "La polivocalità di tradizione orale" in R. Leydi La musica popolare, op. cit.,
Sul rapporto tra il canto e l'attività lavorativa v. P. Sassu P. Arcangeli "I canti del lavoro" in R. Leydi La musica popolare, op. cit.,
NOVENA DI NATALE DI FRANCOFONTE
Francofonte è uno dei più rinomati centri agrumicoli della provincia di Siracusa, in questo paese la tradizione della novena è stata viva fino a pochi anni fa. Ogni sera, per i nove giorni che precedevano il Natale, un gruppo di bandisti eseguiva la novena dinanzi a ogni cona, che è un altarino addobbato in casa con foglie e grappoli diarance e mandarini e rami di asparago selvatico. Tutt'intorno i padroni di casa e i vicini si raccoglievano ad ascoltare e a recitare invocazioni e canti presepiali. Quale è stato in passato il repertorio di questi bandisti, ce lo dice Corrado Ferrara: nel 1896, a Noto, i musicanti solevano eseguire "un allegro per Introduzione", che veniva accompagnato da alcune strofette popolari. E lo studioso sottolineava che l'allegro era un "Galopp" che serviva da Introduzione alla pastorale vera e propria, detta ninnaredda.
Il brano che segue si riferisce all'inizio della novena, che soleva incominciare il 16 dicembre. L'ultima parte che conclude la novena chiuderà questo disco.
ANNUNCIO Al PASTORI DEL PUPARO EMANUELE MAGRI'
Acireale è una cittadina a pochi chilometri da Catania, ai piedi dell'Etna, ricca di palazzi settecenteschi in pietra calcarea e con splendide decorazioni in pietra lavica. Attualmente vi opera uno dei più famosi pupari siciliani, Emanuele Macri, che recita il brano che segue: l'annunzio ai pastori della natività del Cristo. Non si dimentichi che spesso i pupari, in determinate circostanze, hanno accolto un repertorio assai vario, e nel periodo natalizio solevano anche dedicare uno spettacolo alla natività, che interrompeva per un certo periodo il ciclo tradizionale dell'epopea cavalieresca. L'annunzio fa parte di una di queste rappresentazioni che si suole ripetere ad Acireale, a cura del puparo Macri:
Svegliatevi, o pastori,
che è nato il Redentore!
In una misera capanna
cerca latte immacolato
della figlia di Sant'Anna,
ed unitevi in compagnia,
che al presepe troverete
Gesù, Giuseppe e Maria :
la stella vi sarà di guida!
IL CANTO DEL PASTORE
II brano che segue fa parte dello spettacolo dato nel teatro dei pupi di Emanuele Macri. Canta un giovane, che è accompagnato dalla chitarra, mentre in lontananza si sentono i campanacci del gregge al pascolo. Le doti vocali di questo cantore popolare sono straordinarie: il canto scorre con la limpidezza di un ruscello che s'intorbida solo per un attimo, quando lo coglie il rombo di un motore di passaggio, sulla strada.
Cianci lu picuraru e quannu fiocca, nun cianci quannu mancia la ricotta. Ah, tu, Viola,
cu mancia macca/rum si cunsola, e-ccu si curca 'n terra nun starda limola. Munci pecura e-ppàscia pecura notti e-gghiuornu di ccà e-ddi ddà: cu ha-ftattu l'arruri lu ciancirà.
Piange il pecoraio quando fiocca, / non piange quando mangia la ricotta. / Ah, tu, Viola, / chi mangia macche-
' lenzuola. / Mungi pecora e fai pascolare la pecora / notte e giorno di qua e di là: / chi ha fatto lo sbaglio lo piangerà.
NOVENA DI NATALE A CUSTONACI
La novena natalizia si suole svolgere soprattutto in chiesa, cantata dai fedeli. Questo canto è stato registrato nel santuario di Custonaci, un paese del Trapanese: è eseguito da donne ed accompagnato dall'organista del santuario, Angelo Messina, il quale suona l'armonium. Sopraffatte dallo strumento musicale, dal mormorio dei fedeli e dall'eco della chiesa, le parole vengono quasi sommerse.
Trascrivo il testo così come me l'ha fornito il maestro Angelo Messina, il quale m'informa che il canto veniva eseguito anche durante l'esposizione del SS. Sacramento.
lo vi adoro o Diu putenti con il cuore e con la mente
Ed a tutti l'autri invitu p'adurarvi in infinita
W ringrazio o Diu d'amuri di li grazii e li lavuri
Dirò sempre mentre ho
sciatu viva Dio sacramintatu.
Vi cunsacru stu* me cori chi pi Vui suspira e mori.
Tuttu quantu aiu e
mantegnu pi Vui sulu o Diu lu tegnu.
lo mi pentu chi piccai, chi vi offenda nun sia mai.
Dammi aiutu ed assistenza pi io fari pinitenza.
A prigarvi io ritornu chi nun vi offenda in chistu jornu.
Dammi grazia e buona sorte
Così spera allegru visu
pi gudervi in paradisu.
|
Il Natale è la festa cristiana che ricorda la nascita di Gesù Cristo e si instaura nella preesistente tradizione popolare di quei tempi. La data del Natale fu stabilita nel 337 d.C. da papa Giulio in Occidente dove si festeggiava il 25 dicembre, mentre i cristiani d'oriente lo festeggiavano il 6 gennaio (Teofania o festa dei lumi). In effetti la nascita di Gesù Cristo non riporta una data precisa, perfino l'anno è incerto e datato presumibilmente tra il 10 e il 4 a.C.
San Clemente Alessandrino riferisce che alcuni facevano cadere questa nascita nel giorno venticinquesimo del mese chiamato pachon dagli Egiziani, che corrisponde quasi al nostro maggio; altri al 24 o al 25 del mese pharmuthi, il nostro aprile. Ma al principio del III secolo si cominciò a celebrare la festa del Natale sotto il nome di Epifania, il sesto giorno del mese di gennaio, insieme all'adorazione dei Magi ed alla memoria del battesimo di Gesù. Questa fu l'usanza della Chiesa orientale almeno nei secoli III e IV. Per la Chiesa d'Occidente, invece, Cassiano racconta che al suo tempo, cioè al principio del V secolo, si celebravano separatamente i due ministeri in due diversi giorni. Infatti la festa di Natale è segnata, per la Chiesa di Roma in particolare, al 25 dicembre nell'antico calendario che fu steso verso la metà del IV secolo. Quest'uso, poi, passò dalla Chiesa di Roma a quella d'Oriente. Ai primordi dell'istituzione del Natale, nello stesso periodo dell'anno, la tradizione popolare e soprattutto contadina festeggiava la fine di un ciclo stagionale e l'apertura di uno nuovo. C'era la festa del Fuoco e del Sole, la festa di Mitra, la divinità della luce, per la presenza del solstizio d'inverno, il giorno più corto dell'anno, a partire dal quale le giornate cominciano ad allungarsi. Simbolicamente, possiamo dire che in questo giorno il sole muore per poi rinascere.
Il Solstizio d'Inverno era festeggiato anche dai celti (i Galli) che abitavano le regioni del nord Europa, la pianura padana e parte delle Alpi. Nell'antica Roma dal 17 al 24 dicembre si festeggiavano i saturnali in onore di Saturno, il dio dell'agricoltura. Questa festa era contraddistinta da un periodo di pace in cui ci si scambiava dei doni, le divisioni sociali venivano messe da parte e ci si lasciava andare a sontuosi banchetti. Durante questo periodo di festa era lecito ciò che normalmente era illecito: lo schiavo poteva prendersi gioco del padrone e perfino il gioco d'azzardo era permesso. Durante i saturnali i servi venivano serviti dai padroni: la sostanza nobile e quella volgare si mescolano e non si distinguono, anzi, sembra quasi che la sostanza volgare tenda a prevalere. Si festeggiava il ritorno dell'Età dell'Oro, periodo in cui aveva regnato Saturno, e dove la gente viveva felice, senza povertà né malattie, senza guerre e nella piena abbondanza dei frutti della terra. La statua di Saturno veniva liberata dalle fasciature che la celavano per il resto dell'anno e veniva esposta per tutto il periodo dei festeggiamenti. Si festeggiava nell'attesa che il dio tornasse per restare per sempre e cominciare una nuova età dell'oro. Ancora oggi la tradizione esoterica rispetta l'antico significato popolare dei Saturnali e, difatti, il Solstizio d'Estate è visto come un giorno speciale in cui è lecito chiedere l'impossibile, è propizia la realizzazione di un importante desiderio. Ovviamente il Solstizio d'Estate è strettamente legato al Solstizio d'Inverno in quanto a quest'ultimo è associata la morte e la rinascita (il seme deve morire a se stesso per produrre la pianta) mentre i frutti saranno evidenti solo al Solstizio d'Estate. Nel 274 d.C. l'imperatore Aureliano decise che il 25 dicembre, poco dopo il solstizio, si sarebbe festeggiato il Sole , o meglio, la Vittoria del Sole (Dies Natalis Solis Invicti), una festa di antichissime origini egiziane. Il motivo per cui la festa del Sole si celebrasse in inverno anziché in estate, come sembrerebbe più logico, è da ritrovarsi nel senso esoterico dell'avvenimento: il 25 dicembre è pochi giorni dopo il solstizio d'inverno, cioè quando le giornate già cominciano ad allungarsi, cosa che, in altri termini, può essere vista come la vittoria della luce sulle tenebre, del bianco sul nero, l'inizio della purificazione che l'essenza divina opera sulla materia.
Ma perché la nascita di Cristo, la celebrazione del Natale, è stata associata alle feste pagane celebranti il Sole? Il Sole ( Datore di vita dell'universo fisico ) è il simbolo del Logos , la deità manifestata (la Causa originaria e sempre nascosta), così come il discorso è “logos” del pensiero: quindi “Logos”, nel suo senso metafisico, è giustamente tradotto coi termini VERBO e PAROLA . Questo dunque, è il significato primario del Sole quale simbolo del Logos (la Deità manifestata, il Verbo, la Parola). Ma il Sole sta pure a significare e rappresentare un'incarnazione del Logos o uno dei suoi Grandi Messaggeri che lo rappresenta per un tempo; questi Messaggeri s'incarnano volontariamente fra gli uomini e vivono fra loro per un certo tempo come Maestri; sempre collegati con il simbolismo del Sole, di solito sono Fondatori di Religioni dette “Solari”. Tutti coloro che sono rappresentati da questo simbolo, hanno certe particolari caratteristiche, passano per certe situazioni, compiono certe particolari attività durante la loro vita sulla terra: e ricordano che anche questa vita -la loro vita storica- riproduce il Mito che rappresentano: il Mito Solare. Il sole riflette il Logos, quindi il suo corso annuale nella Natura è il riflesso dello stesso, così come l'ombra riflette l'attività dell'oggetto che la riproduce. Dunque il Logos che si manifesta (o “discende”) nella materia, ha come ombra il corso annuale del Sole, ed il Mito Solare dice appunto questo: anche un'incarnazione del Logos sulla Terra (un “Figlio di Dio”) rappresenterà nel suo Corpo -come Uomo- quell'attività solare che è simile all'ombra del Logos. E allora, così come il sole, la sua parte di corso solare vissuta nella vita umana, è quella che cade fra il solstizio d'inverno e il momento in cui il sole raggiunge il suo zenit, in primavera, e, vincendo la morte, “sorge” (“risorge”) allo zenit... Le linee generali della storia del “Dio Sole” sono molto chiare, essendo la vita più piena del sole distribuita entro i primi sei mesi dell'anno solare, mentre gli altri sei mesi sono impiegati nella protezione e preservazione generali. Gli Eroi di un Mito Solare (il Krishna indiano, l'Oro-Osiride egiziano, il Tammuz babilonese, il Mitra persiano, per nominare solo alcuni), nascono sempre al solstizio d'inverno, dopo il giorno più corto dell'anno, quando il segno della Vergine sorge all'orizzonte: nati mentre questo Segno zodiacale si levava, essi nascono sempre da una vergine ( Krishna da Devaki , Oro - Osiride da Iside , Tammuz da Ishtar , Gesù da Maria ) e sempre queste “Vergini-Madri” rimangono vergini dopo avere miracolosamente concepito e dato alla luce il loro “Figlio-Sole”: proprio come la “Vergine Celeste” ( Mulaprakriti , la materia primordiale), rimane immutata e immacolata quando un Sistema Solare emerge da Lei nello Spazio!
Un “Eroe Solare”, alla sua nascita, è sempre indifeso e debole come un piccolo bambino, come il sole quando sorge mentre i giorni sono più brevi e le notti più lunghe, anche lui è sempre circondato da ostacoli per fare rifulgere la sua luce spirituale nel periodo dell'anno in cui le tenebre e le brume vincono il calore e la luce solare. Ma Egli passa sano e salvo attraverso tutti i pericoli che lo minacciano, mentre i giorni si vanno allungando verso l'equinozio di primavera, allora sopraggiunge la data della crocifissione con il tempo del passaggio stagionale (dall'inverno alla primavera) che varia ogni anno. La stabilità della data della nascita e la variabilità della data della morte sono pieni di significato se rammentiamo che l'una (il Natale) è una posizione solare fissa e l'altra (la Pasqua) una posizione solare variabile. Difatti la Pasqua è un avvenimento solare mobile calcolato dalle posizioni relative del sole e della luna: metodo assurdo, forse, di fissare anno per anno l'anniversario di un fatto “storico”, ma modo naturale ed inevitabile per calcolare… una festa solare ! Queste date mutevoli, dunque, stanno ad indicare che si tratta non solo della storia di un uomo, ma anche quella dell'Eroe di un Mito Solare il quale, nella sua vita umana, riproduce il Mito che personifica. Ed è straordinario vedere anche come dei più grandi iniziati si narri “la stessa storia”: «…La volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella purezza del cuore e dell'amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru… ivi darai al mondo il figlio divino..» (dalla tradizione Indù sulla nascita di Krishna).
E non sarà neanche un caso che gli stessi egiziani chiamavano il sole del solstizio: “Sole bambino”. Dunque quale data migliore per celebrare la nascita del Figlio di Dio se non quando il sole (simbolo divino per eccellenza) ricomincia a nascere ? La luce, in senso fisico e spirituale, appare nuovamente sul pianeta portando con sé la speranza di una nuova vita, di un nuovo ciclo, di una nuova opportunità. Ciò che si realizzerà praticamente una settimana dopo, quando un nuovo anno avrà effettivamente inizio ( anno nuovo, vita nuova ).
Dalla “celebrazione della luce” ha origine il ceppo natalizio e… l'albero di natale. Questi provengono da una tradizione che viene fatta risalire agli antichi popoli germanici, in particolare i Teutoni, che, nei giorni più bui dell'anno, piantavano davanti alle case un abete ornato di ghirlande e bruciavano un enorme ceppo nel camino. Il ceppo doveva essere preferibilmente di quercia, che era considerato un legno propiziatorio che simboleggia forza e solidità, e doveva bruciare per dodici giorni consecutivi. Da come bruciava si poteva leggere il futuro dell'anno a venire. Simbolicamente si bruciava il passato e si coglievano i segni del prossimo futuro: le scintille che salivano nella cappa simboleggiavano il ritorno dei giorni lunghi, la cenere veniva raccolta e sparsa nei campi per sperare in abbondanti raccolti.
Ritroviamo oggi questi simboli nel nostro albero di natale e nelle nostre vie: l 'albero che usiamo per Natale è un albero che rimane verde tutto l'anno, non perde le foglie durante l'inverno come fanno gli altri. Simbolizza la Vita eterna che il Cristianesimo vissuto porta nell'anima della gente, è speranza di rinascita. L e luci e le luminarie, poi, sono le scintille del falò, rappresentano la Luce del Cristo sull'umanità; gli oggetti per le decorazioni, i frutti e i doni sono speranze di prosperità, simboleggiano la sua generosità verso di noi. Nei paesi dell'Europa settentrionale il Natale è la festa dei bambini perché il Bambin Gesù si è fatto Salvatore del mondo. L'usanza dell'albero di Natale, un abete o un pino, addobbato con stelle lucenti, palle, omini di cioccolato, frutti e confetti è proprio di questi paesi. Si racconta di un uomo che, rientrando a casa la notte di Natale, vide il meraviglioso spettacolo delle stelle che brillavano attraverso i rami di un abete. Per spiegare alla moglie ciò che aveva visto, tagliò un piccolo abete e lo ornò di candeline accese. Nacque cosi il primo albero di Natale. Questa usanza, che si concretizza l'8 dicembre, si è poi diffusa anche in Italia dove, soprattutto nel meridione, si era soliti fare solo il Presepio. Il natale è ricco di fiabe e leggende e ne riporto alcune per cercare di rendere un sapore diverso ai gesti che compiamo ogni anno in questo periodo. Allora…
C'era una volta… Babbo Natale! Ma… c'era davvero una volta Babbo Natale? Circa 250 anni dalla morte di Gesù Cristo, tra il 243 e il 366, una notte in pieno inverno, si diffuse nell'antica Roma degli imperatori, l'usanza di scambiarsi le Strenae per festeggiare il dies natalis : gli auguri di buona salute per festeggiare il Santo Natale. Ben presto agli auguri si aggiunsero in dono cesti riccamente adornati di frutta e dolci prima, e doni di ogni tipo poi, per unificare i buoni auspici di prosperità nella nascita di Cristo e nell'ascesa al trono dell'imperatore. Ma era un semplice scambio di doni… solo nel 1800 nacque la figura di un vecchio con la barba bianca, che la notte di natale portava in dono ai bambini i giocattoli costruiti nel suo laboratorio in Lapponia, al polo nord, da elfi laboriosi. Viaggiava su una slitta trainata da renne volanti e depositava i doni nelle case passando per il caminetto. Ma allora… Babbo Natale esiste! Ebbene, dove è nato? Beh, se non proprio Babbo Natale, un personaggio molto simile è realmente esistito. Di lui si narrano diverse leggende. Ad esempio, è molto famosa la leggenda delle tre giovani poverelle che perfino Dante riporta nel Purgatorio (XX, 31-33): C'era una volta un nobiluomo che viveva in un vecchio castello. Caduto in disgrazia, passava le sue giornate pregando per ricevere un aiuto per sposare le sue tre figlie. Il loro destino sembrava davvero segnato, vendere il proprio corpo era l'unica cosa che rimaneva loro per continuare a vivere. Un vecchio con una lunga barba bianca di nome Nicola, che abitava poco distante dal castello, insieme addolorato dal pianto dell'uomo e commosso dalle sue insistenti preghiere, decise di intervenire lanciando per tre notti consecutive da una finestra del castello lasciata aperta, i tre sacchi di monete che servivano per la dote delle tre giovani donzelle. Per le prime due notti tutto andò liscio, ma la terza, inspiegabilmente, la finestra fu chiusa. In realtà fu il padre delle tre giovani donne a chiuderla perché voleva conoscere il volto del suo benefattore. Nicola non si dette per vinto! Riuscì comunque a far entrare nel castello il terzo sacco di monete calandolo giù attraverso il camino dopo che si fu arrampicato sul tetto del castello! L'oro, cadendo si infilò nelle calze delle tre ragazze appese ad asciugare vicino al camino. E nel castello esplose la gioia. È da questo episodio che si è diffusa la tradizione di appendere le calze la notte di Natale per ritrovarle il giorno dopo colme di doni. Ma questa è solo una delle versioni di questa storia. Altre versioni dicono che al terzo tentativo di gettare le monete nel castello, Nicola fu raggiunto dal nobile decaduto che voleva riconoscerlo, ma riuscì a strappargli la promessa che egli non avrebbe rivelato la sua identità. Un'altra versione (tradizione sinaitica) racconta che le fanciulle fossero due, mentre nella tradizione etiopica erano quattro. Comunque sia, tutte queste versioni non fanno altro che confermare l'aiuto che Nicola effettivamente donò alle fanciulle. Altre leggende dicono di questo stesso Nicola, che cavalcava un mansueto asinello ( La bourrique ) per il trasporto dei doni, e che aiutasse le famiglie più povere donando loro del cibo calandoglielo anonimamente attraverso i camini delle case o attraverso le finestre. Per calarsi attraverso i camini e non imbrattare di fuliggine la sottana bianca, Nicola si serviva di uno spazzacamino ( pùre Fouettard ), un diavoletto minaccioso ma innocuo che, armato di un fascio di verghette, “batteva” il fondoschiena dei più discoli, figura che non ha soltanto valore pedagogico, ma sottintende il rito ancestrale del rinnovo della fertilità del germoglio, dopo l'inverno, la stagione dei morti! Frutta e pan di spezie (noci, arance, mele, pains d'èpices e d'anis, Lebkuchen - dal latino libum - focaccia votiva) servono appunto ad esorcizzare con la loro abbondanza la stagione delle privazioni. Babbo Natale ci è forse più vicino di quanto pensiamo.
Nicola (Hagios Nikolaos, in greco) nacque a Patara, città portuale della Lycia, nella penisola meridionale dell'Asia Minore (oggi Turchia), nel IV secolo d.C.. Orfano di una famiglia ricca (i suoi genitori morirono di peste molto presto), dopo essere stato educato da prete in un monastero, divenne vescovo di Myra (o Mira), in Lycia (Licia). Uscito dal monastero, donò tutte le sue ricchezze ai poveri e dedicò la sua vita ad aiutare il prossimo. Di lui non ci è pervenuto alcuno scritto e tutto ciò che si narra della sua vita è tramandato tramite leggende e scritti di altri autori. Si narra che fosse in grado di fare miracoli e che portasse sempre in salvo le imbarcazioni che si trovavano in balia delle tempeste. Anche il modo in cui Egli divenne Vescovo, ha il sapore dei miracoli: «Il Signore apparve ad uno dei vescovi dei dintorni confluiti a Mira e gli disse di proclamare vescovo della città colui che per primo all'alba si fosse presentato in chiesa a pregare».
Quando morì le sue spoglie vennero deposte a Myra. Nel 1087 un gruppo di cavalieri italiani, travestiti da mercanti (qualcun altro parla di 62 marinai al seguito di un ristretto gruppo di sacerdoti), trafugarono le sue spoglie e le trasportarono a Bari dove sono tutt'ora conservate e di cui divenne il santo protettore. Oggi San Nicola è anche il santo protettore della Russia, di Mosca, della Grecia, dei bambini, dei marinai, dei prigionieri, dei panettieri, di chi presta i soldi e dei negozianti. La presenza delle reliquie del Santo a Bari permise a questa città di svolgere l'importante ruolo di ponte tra Oriente ed Occidente, tra chiesa ortodossa e chiesa cristiana, tra il mondo trascendente occidentale, il mondo del Demiurgo, e quello immanente orientale, data la venerazione che di Lui se ne ha in entrambe le civiltà, anche se le due chiese ancora oggi entrano in contrasto e la rivendicazione delle spoglie sembra a volte esserne addirittura un motivo. I moventi del furto delle spoglie sono da ricercare nelle motivazioni storiche: conquistata dai Normanni nel 1071, la città di Bari perse molta della sua importanza commerciale. Importanza commerciale e politica che si ideò di rimpiazzare con quella religiosa: la presenza in città delle reliquie di un Santo avrebbe sicuramente provocato l'afflusso in città di viaggiatori e pellegrini, e San Nicola era un Santo conosciuto e venerato a Bari fin da prima dell'anno mille.
Altre leggende dicono di San Nicola che egli sarebbe stato in possesso del Sacro Graal , la coppa dell'ultima cena dove fu raccolto il sangue di Cristo, che aveva la capacità di “produrre in abbondanza” cose da regalare (dispensatore d'abbondanza). E quindi, la causa del trafugamento delle sue spoglie probabilmente fu legata anche al Santo Graal, che si diceva trovarsi nella mitica città di Sarraz (luogo attualmente impossibile da collocare geograficamente e storicamente), per volere di papa Gregorio VII: sicuramente egli era in cerca del Sacro Simbolo (la cui storia s'intreccia anche con Castel del Monte nelle nostre terre, in cui si dice sia stato custodito), ma non voleva certo pubblicizzare la cosa in quanto il Graal era un simbolo pagano o comunque di una religione ancor più universale di quella cattolica. Legato al Graal era la proprietà di infondere forza agli eserciti crociati che partivano per combattere gli infedeli e non sarà un caso, difatti, che la prima crociata fu organizzata proprio a Bari da papa Urbano II!
Ma relative al Graal ci sono anche altre leggende: esso potrebbe essere sia un oggetto materiale che immateriale, simbolo di un'antica religione che usava la “coppa” Come metafora del “ventre materno” della dea Terra e, successivamente, della Vergine Maria. Tale simbologia è anche legata alla lancia di Lug, che potremmo paragonare a quella di Longino, di cui, proprio a San Nicola, v'è una copia. Infatti la coppa e la spada si unirebbero nel ricordo di quel culto unico, il culto della madre Terra, l'elemento femminile, e del Sole, l'elemento maschile, appunto rappresentato in questa simbologia dalla spada, e macroscopicamente, tra le civiltà megalitiche, con l'erezione del menhir , la “roccia” conficcata nel ventre materno della terra bruna.
La ricerca del Graal sarebbe così sia ricerca dell'oggetto materiale, ma anche ricerca o riscoperta di questo antico culto da esso simboleggiato. Il recupero delle spoglie giustificò comunque la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari: sull'archivolto del portale della basilica (la Porta del Leoni) si trovano le immagini di Re Artù (Rex Arturius), il cui mito è strettamente legato alla spada nella roccia e al Graal, insieme ad un'indicazione stilizzata del nascondiglio. Rispetto all'etimologia del nome Artù, p er alcuni studiosi, il sovrano sarebbe un personaggio ispirato a Cu Chulainn, il protagonista di poemi epici irlandesi e il nome potrebbe derivare dal latino Artorius, un “Comes Britanniarum”, ovvero un rappresentante locale dell'Impero Romano e quindi, più che un nome reale, rappresenterebbe un titolo. Nel 600 nel poema epico Gododdin, si narra di un guerriero che “fornì cibo ai corvi presenti sui bastioni senza essere un Artù”. Che significa questa frase? Esisteva più di un Artù? Se così fosse, ciò giustificherebbe alcune contraddizioni temporali che caratterizzano il re celtico. Difatti, si potrebbe pensare che il termine Artù, nato da un primo mitico re, fosse un titolo che veniva preso da tutti i suoi successori, un po' come il titolo di Cesare per i romani. Questo giustificherebbe le varie discrepanze di tempo che vi sono su tale figura, anzi, poiché Re Artù venne legato alla mitica impresa di recupero del Graal, un'intrigante idea potrebbe essere che tutti quelli che erano designati a tale missione prendessero tale titolo. Così nasce una affascinante idea: nel 1087 un drappello di 62 cavalieri, guidati da un Artù, si mettono in viaggio da Bari verso la mitica Sarraz per recuperare le ossa del Santo Custode del Graal, e la cui impresa memorabile fu per sempre immortalata in un archivolto della stessa basilica costruita per ospitare le ossa del Santo. Dopo la morte di San Nicola, dalla sua urna si dice che avesse preso a scaturire un liquido straordinario, il myron, in rapporto con le essenze profumate diffuse nel territorio mirese, da cui la stessa città prendeva il nome. Si dice che ancor oggi la tomba di San Nicola continui ad emanare quel liquido chiamato manna che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male. Ma San Nicola non era ancora Babbo Natale.
La storia, si sa, è piena di sorprese… e difatti, nel XVI secolo, durante la Riforma Protestante, quando i Santi non erano più in voga, qualche altro personaggio doveva prendere il posto di San Nicola per distribuire i doni ai bambini. In Inghilterra un vecchio allegro personaggio molto gradito ai bambini, noto come Father Christmas (Babbo Natale), ne prese il posto. Anche la Francia aveva il suo Babbo Natale ( Pere Noel ), mentre la Germania affidava i doni per i bambini al buon Gesù (Gesù Bambino). Gli Stati Uniti avevano pure il loro Kris Kringle ed anche in Russia Nonno Gelo portava i doni ai bambini vestito di blu. Nonostante i colori diversi di cui questo signore si vestiva nelle diverse tradizioni popolari, rimaneva in comune la sua lunga barba bianca e il suo portare i doni ai bambini. Perfino in Mongolia è riconoscibile una figura di Babbo Natale: Tsagan Ebughen tngr (dio vecchio uomo bianco), patrono del bestiame e della fertilità, che poi entrerà anche a far parte delle classiche divinità buddiste presenti nelle danze rituali Tzam (cham in Tibetano). Questa figura di vecchio saggio, data la sua diffusione praticamente planetaria, può essere letta in chiave junghiana quale “archetipo”.
Ma la storia di Babbo Natale non finisce qui. Gli olandesi, fedeli alla tradizione, quando partirono in direzione dell'America per fondare la città di New Amsterdam (l'attuale New York), portarono con sé in America il proprio Sinter Klaas che in inglese divenne Santa Claus , ovvero ancora lui, il vescovo San Nicola. Infatti, a proteggere i marinai che salparono verso il Nuovo Continente, sulla prua di una nave c'era proprio l'immagine del Santo con in bocca una lunga pipa olandese... La sua popolarità si allargò a macchia d'olio e gli scrittori e gli artisti trasformarono il suo manto e la mitra nella barba bianca, un mantello verde e un cappuccio. La figura del Sant'uomo piacque anche ai coloni inglesi e nel 1809 lo scrittore Washington Irving pubblicò un libro, “Una storia di New York”, in cui parlava di “ Sancte Claus ”, un vescovo in miniatura che la notte di Natale cavalcava nei cieli, su un cavallo bianco, per portare i suoi doni ai bambini. Quindi Santa Claus veniva rappresentato piuttosto come uno gnometto impellicciato o come un vecchio di normale statura - ora grasso ora magro - vestito di diversi colori. Fu solo all'inizio degli anni ‘30 che la Coca Cola, alla ricerca di un'iniziativa pubblicitaria per i suoi prodotti nel periodo invernale , assunse un celebre illustratore, Haddon Sundblom: fu lui a creare il primo disegno del moderno Babbo Natale, vestendolo con un mantello rosso bordato di bianco (la scelta dei colori non è casuale), stivaloni e cintura di cuoio nero, e facendone il grasso e gioioso vecchietto che noi tutti conosciamo.
Non si sa invece, come il cavallo bianco di S. Nicola si sia trasformato in una slitta trainata da renne volanti (in Svezia sono caprioli). Gli unici indizi sono gli scritti di altri due scrittori americani: William Gilley nel 1921 pubblicò un poemetto in cui “ Santeclaus ”, vestito di pellicce, guidava una slitta trainata da una renna, mentre Clement Clarke Moore, nel 1923, scrisse un componimento in cui, “la notte prima di Natale...”, un piccolo, vecchio uomo sfrecciava per i cieli su una minuscola slitta trainata da otto renne (alle quali diede un nome ciascuna) ed entrava nelle case attraverso il camino per colmare le calze di giocattoli… Babbo Natale è diventato americano! Con il tempo il Babbo Natale inglese cominciò ad assomigliare sempre di più al Santa Claus americano ed ora sono praticamente lo stesso personaggio. Ma qualcuno ancora crede che Babbo Natale esista e, difatti, negli Stati Uniti è nata la Institute of Scientific Santaclausism, un'associazione che sostiene l'esistenza di Babbo Natale e ne ricerca le prove.
Altra figura dispensatrice di doni in questo periodo di festa, è la vecchia signora che il sei gennaio “tutte le feste porta via” a chiusura di un ciclo che potremmo definire propiziatorio. Il giorno dopo si iniziano a spegnere le luci, a disfare gli addobbi e ci si prepara al Carnevale e alla festa di San Valentino.
Sembra che con la tradizione cristiana la Befana non c'entri proprio niente, ma il costume popolare ha creato una leggenda che in qualche modo la rende protagonista di questa festa religiosa.
L'Epifania (detta anche la Festa dei Re o la Pasquetta ) nacque nella regione orientale per commemorare il battesimo di Gesù , e fu presto introdotta in occidente dove assunse contenuti religiosi in parte diversi, come la celebrazione delle nozze di Cana e il ricordo dell'offerta dei doni dei Magi nella grotta di Betlemme; e difatti la figura della Befana viene strettamente legata dalla tradizione ai Re Magi che, guidati da una stella, arrivarono dall'oriente per rendere omaggio a Gesù appena nato a Betlemme, donandogli oro, incenso e mirra. Nella leggenda i Re Magi erano tre: Melchiorre, Gaspare e Baldassarre.
Epifania, ultimo dei dodici giorni santi dell'anno, dal greco assume il significato di “manifestazione di Dio”. È interessante notare che dal punto di vista storico l'Epifania era celebrata come facente parte del periodo natalizio, infatti non la si considerava una festa a parte fino all'anno 813. Dal punto di vista esoterico indica il momento in cui possiamo estrarre l'essenza spirituale delle lezioni apprese durante i dodici giorni precedenti, ed è il momento propizio per amalgamare i doni spirituali ricevuti.
La figura della Befana è mitologica e a quanto pare i suoi natali sono precedenti al suo corrispondente maschile, Babbo Natale. Laddove però quest'ultimo sembra premiare tutti con i suoi doni, la Befana fa una distinzione tra bambini buoni e bambini cattivi. Le motivazioni sono da ricercare nella leggenda che ha creato questo personaggio.
I Re Magi stavano andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambin Gesù. Giunti in prossimità di una casetta decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina. I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme perché là era nato il Salvatore. A questo punto la leggenda prende due diverse direzioni: qualcuno dice che la vecchia non seppe dar loro indicazioni, non capendo cosa essi stessero cercando, qualcun altro dice che ella indicò loro la strada ma non volle seguirli nonostante le loro insistenze perché aveva molto lavoro da sbrigare. Comunque sia, ella non li seguì. Ma dopo che i tre re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di seguirli. Purtroppo però non riuscì a ritrovarli e quindi fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino. E così ogni anno, la sera dell'Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c'è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo.
Allora ciò che muove la befana è, in qualche modo il desiderio di… riparazione? C'è però qualcosa che mi fa pensare che Babbo Natale esista veramente… Egli è non solo buono, ma è l'incarnazione della buona volontà, di chi si preoccupa che ogni bimbo riceva il suo dono. Babbo Natale si ripresenta ogni anno tra gli uomini per ricordare loro i propri doveri nei confronti di se stessi e del prossimo, portando a tutti un dono per lenire le ferite provocate dalla fatica dell'anno che si va concludendo. E poi l'atmosfera di dolce attesa, di bontà negli animi e nei cuori che riesce a far provare a ognuno di noi quando si avvicina il suo tempo, il nostro renderci quasi bambini, più buoni verso noi stessi e verso gli altri. È questo il regalo che Babbo Natale fa ogni anno, depositare nei nostri cuori un'emozione di gioia e di pace. Babbo Natale sa che ognuno ha dentro di sé una base solida di bontà e il fatto che magari non riesca ad esprimerla non è un deterrente per il regalo, anzi, il regalo può essere visto come incitamento a provare ancora. È alla stregua di un padre che non viene per giudicare, ma la sua sola presenza è tale da farci innescare dentro un meccanismo di autoanalisi e ci fa promettere di essere più buoni. E, per queste sue qualità intrinseche, Babbo Natale dona anche un grande Insegnamento: la condizione necessaria per accedere al Regno dei Cieli o, se vogliamo, alla nostra realizzazione… accoglierlo con lo spirito proprio dei bambini.
Ma… non dimentichiamoci dei Re Magi ! Anch'essi, rispondendo ad una profezia di Zarathustra, portavano dei doni… Chi erano in realtà costoro? Il nome magi deriva da maga che significa dono ; colui che partecipa del maga acquisisce un potere magico e una conoscenza fuori del comune. Lo stato di maga veniva inteso come un livello di coscienza superiore in cui diventava possibile contattare gli esseri superiori che presiedono il fuoco, l'acqua, la terra, la vita animale, minerale e vegetale. Dal VI secolo a.C. fino al VII secolo d.C., ed anche dopo tale data, il peso dei Magi sulla vita politica, sociale e religiosa dell'area iranica e su alcune regioni adiacenti, fu certamente notevole. I Magi erano dei profondi conoscitori dell'astrologia e dell'astronomia di origine caldea. Conoscevano la scienza dell'interpretazione dei sogni ed erano in grado di entrare in sintonia con le vibrazioni dell'universo, cogliendo così i segreti celati della natura. Andando alla ricerca dei tre Re Magi del Vangelo, e frugando in alcuni scritti di origine greca, riscopriamo il profondo significato religioso dei loro nomi: • Balthasar significa “il Protetto dal Signore” • Melchior è “il Re della Luce” • Gaspar è “Colui che ha conquistato il Farr” Il dio Farr, considerato come principio igneo, il fuoco primordiale che sottende tutto l'universo dandogli forza, vita e forma era adorato a quei tempi. Una delle sue rappresentazioni simboliche era di una divinità che sorregge il fuoco in una mano e ha le spalle che sprigionano fiamme. Altrimenti veniva rappresentato con la testa alata ed il caduceo, attributi tipici di Hermes (Mercurio) che si può ricondurre a Ermete Trismegisto, riflesso del Dio egiziano Toth, fondatore della magia. Farr era perciò un dio assai potente, capace di sconfiggere le forze demoniache e quelle del disordine e del caos.
Ma i Re Magi erano davvero esistiti? Marco Polo, al ritorno del suo viaggio nelle Indie, raccontò che nella città di Sawah ebbe modo di vedere le salme di tre sovrani sepolti uno accanto all'altro, in grandi e belle sepolture. I loro corpi apparivano integri tanto da conservare la barba e i capelli. Non solo la descrizione che di essi gli fu fatta corrispondeva a quanto scritto nei Vangeli, ma nel racconto fatto da Marco Polo compaiono dei fatti ancor più sorprendenti. Il primo ad entrare nella grotta di Betlemme fu Gaspar, il più giovane, che ebbe la netta impressione di trovarsi dinanzi ad un giovane della sua stessa età. Entrò quindi quello sulla mezza età e vide il bimbo come un uomo maturo. Entrò per ultimo il più vecchio che si trovò di fronte ad un anziano canuto. I Magi, scambiandosi le rispettive esperienze, rimasero alquanto sconcertati e decisero di entrare contemporaneamente. A questo punto poterono vedere il bimbo nella sua vera età di tredici giorni ed offrirgli i loro doni adorandolo. In risposta a questo gesto ricevettero un cofanetto contenente una pietra, con la quale il profeta intendeva incitarli a mantenere una fede solida e sicura. Essi, però, non capirono il significato occulto del dono ricevuto e gettarono la pietra in un pozzo. Scese allora dal cielo una fiamma inestinguibile che essi, sbalorditi e pentiti, raccolsero e custodirono in una chiesa. Ritroviamo pertanto il culto del fuoco: il dio Farr. Anche a noi è stato donato un cofanetto all'atto del battesimo; che fine ha fatto la bianca pietruzza simbolo di una fede ferma, salda ed incrollabile? Se l'abbiamo gettata nel pozzo, l'amore di Dio ha comunque acceso una fiammella nel nostro cuore. La fiamma inestinguibile dell'amore, che però molti lasciano languire per mancanza di nutrimento e non pensano che il Cristo interiore è costretto a languire con lei. La leggenda dice che il primo dei tre Magi avesse la pelle di colore giallo, il secondo di colore nero ed il terzo bianca, rappresentando così le tre razze che abbiamo sulla Terra: i Mongoli, i Neri e gli uomini Bianchi. Questo indica che, nel tempo, tutte le razze arriveranno a seguire la benefica religione di Cristo, ma non di quel Cristo morto più di 2000 anni fa, ma di quella figura che alberga dentro di noi… in altre parole, il nostro Maestro interiore.
Il vangelo dell'infanzia armeno introduce interessanti relazioni tra i tre Re persiani: “In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d'oriente e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi. […] I comandanti del loro corteggio, investiti della suprema autorità, erano dodici. I drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ciascun regno. Tutti venivano, per ordine di Dio, dalla terra dei Magi, dalle regioni d'Oriente, loro patria. Infatti, allorché l'angelo del Signore ebbe annunciato alla vergine Maria la notizia che la rendeva madre, come abbiamo già riferito, nello stesso istante essi furono avvertiti dallo Spirito Santo di andare ad adorare il neonato. Essi pertanto, messisi d'accordo, si riunirono in uno stesso luogo, e la stella, precedendoli, li guidava, con i loro seguiti […] Essi si accamparono nei pressi della città e vi rimasero tre giorni, coi rispettivi principi dei loro regni. Benché fossero fratelli, figli di uno stesso re, marciavano al loro seguito eserciti di lingua molto differente. Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva, come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell'incenso e altri profumi. Il terzo, il re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini”. La storia dei tre Re Magi è del tutto esoterica e così anche dei doni che ciascuno di essi depose davanti al bambino Gesù va ricercato il vero significato: Gaspar la mirra, Melchior l'incenso e Balthasar l'oro.
L'oro simboleggia lo spirito, l'incenso il corpo e la mirra l'anima; l'uomo si dona al Cristo completamente: corpo, anima e spirito. L'oro, nelle varie simbologie, ha sempre rappresentato lo spirito. Gli stessi alchimisti, quando affermano di voler “cambiare il vil metallo in oro”, indicano semplicemente come intendano purificare il corpo fisico, raffinarlo ed estrarne l'essenza spirituale. Il colore giallo dell'oro, infatti, rappresenta la saggezza. Il secondo dono, la mirra, è l'estratto puro di una rara pianta aromatica che cresce in Arabia. Essa simboleggia l'anima, ovvero ciò che l'uomo “estrae” dalle sue esperienze, giorno dopo giorno. Donando la mirra si dona simbolicamente la propria anima purificata dai desideri e dalle passioni. Quando nell'uomo non vi sono più desideri egoistici né passioni, l'anima “profuma”, infatti, come un'essenza aromatica. È cosa nota che vi sono stati dei Santi, che emanavano un aroma, appunto chiamato “profumo di castità”. Il terzo dono, l'incenso, è una sostanza fisica molto leggera. Nei servizi religiosi in cui viene usato, si dice che le Entità Angeliche presenti se ne servano per crearsi un leggero abito per intervenire meglio nella cerimonia. In altre forme, seguendo altri significati, la mirra rappresenta il corpo fisico, significa: immortalità. E difatti veniva usata per imbalsamare i corpi e preservarli dalla decomposizione. L'incenso rappresenta invece il cuore e l'amore. A conclusione permane comunque il fatto che a Dio ci si dona completamente, corpo, mente e spirito.
Anche nella rappresentazione della natività, che ogni anno riportiamo nelle vesti del presepe, tutto è simbolo: la stalla rappresenta la povertà, la difficoltà delle condizioni esteriori. Per l'uomo nel quale alberga lo spirito sarà sempre così. Giuseppe è l'intelletto: anziché essere geloso e ripudiare Maria si inchina a Dio accettandone la volontà. Il Bue rappresenta il principio generativo (è simbolo della fertilità e fecondità in Egitto), la forza sessuale. Infine l' asino raffigura la personalità, la natura inferiore dell'uomo. Il significato della presenza nella stalla del bue e dell'asinello è in realtà molto profondo: quando l'uomo comincia a compiere su di sé un lavoro per la sua evoluzione, entra in conflitto con la sua personalità e con la sua sensualità. L'Iniziato è difatti colui che è riuscito a dominare queste due energie e a metterle al suo servizio senza reprimerle. Infatti non è stato detto che quei due animali siano stati cacciati o soppressi; erano là, presenti, ma che cosa facevano? Soffiando sul Bambino Gesù lo scaldavano con il loro fiato. Quindi, quando l'Iniziato è riuscito a trasformare in lui l'asino e il bue e a metterli al suo servizio, essi riscaldano e alimentano lo Spirito del Cristo con il loro soffio vitale.
Queste energie non sono più presenti per tormentarlo e per farlo soffrire, ma diventano energie vivificanti. Il soffio è vita, dunque il soffio dell'asino e del bue è una reminiscenza del soffio mediante il quale Dio ha dato l'anima al primo uomo. L'asino e il bue sono stati utili al Bambino Gesù; ciò significa che tutti coloro che hanno il Cristo in sé, saranno appoggiati dalla loro personalità e dalla loro sensualità, perché si tratta di energie straordinariamente utili se messe all'opera sotto il giusto controllo.
Quella luce, quella stella che brillava sopra la stalla, la Stella Cometa, significa che da ogni Iniziato che possiede in sé il Cristo vivente, esce sempre una luce, una luce che rasserena, una luce che nutre, conforta, guarisce, purifica e vivifica... Un giorno quella luce verrà notata da lontano da coloro che percepiscono che qualcosa si manifesta tramite quell'essere. Ciò che si manifesta è, appunto, il Cristo e i potenti in tutti i campi verranno a lui. Anche i grandi capi religiosi che credevano di essere giunti al vertice, sentiranno che manca loro qualcosa, che non sono ancora giunti a quel grado di spiritualità che credevano, per cui vanno ad apprendere, a inchinarsi e a portare dei doni.
Tra gli altri simboli del Natale ritroviamo, carichi di significato, il vischio e la Stella di Natale. Il vischio è un simbolo solstiziale molto diffuso in tutto il mondo. È una pianta parassita che vive sulla corteccia di alcuni alberi e non tocca terra; presso i popoli nordici veniva detta la “ scopa del fulmine ”, immaginando che il vischio nasca da un fulmine che colpisce un albero, quindi emanazione divina. Ed è proprio quale rappresentazione della scintilla divina che il vischio viene utilizzato anche ai giorni nostri. Al vischio vengono associate proprietà taumaturgiche e talismaniche (qualità che effettivamente non ha) proprio in quanto rappresentazione dell'essenza divina, ma il suo significato esoterico è strettamente legato all'Oro filosofale. Prima di Cristo, il vischio era considerato sotto il dominio della dea Treia o Venere, dea dell'amore, ed è rimasto questo ricordo nel fatto che ci si baci sotto il vischio. Rappresenta l'amore dell'umanità e il desiderio di stare vicini, sentimenti che vengono resi più intensi a Natale. Anche sulla stella di natale, pianta originaria del Messico, si narra una leggenda: a Città del Messico, viveva una povera bimba indiana di nome Ines. Mossa da sentimento d'amore, la sera della vigilia di Natale, come tutti i bambini, voleva portare un fiore al Bambin Gesù, ma purtroppo non aveva i soldi per comperarlo. Così, si aggirava per le vie della città finché decise di raccogliere alcuni rametti di un cespuglio visto per caso tra dei ruderi e di portarli in Chiesa. Dopo averli raccolti pensò di abbellire il mazzolino legandolo con l'unica cosa bella che possedeva, un fiocco rosso per capelli. Era ormai buio quando arrivò davanti alla Chiesa e, pensando di non trovarvi nessuno, portò questo suo “fiore” a Gesù. Ma, mentre metteva il mazzolino vicino alla statua, sentì delle esclamazioni stupite provenire dalle sue spalle e, voltandosi, vide un gruppo di persone che le chiesero dove avesse trovato un fiore così bello. Guardando incredula il suo fiore, vide che le foglie verdi del cespuglio si erano colorate di rosso e le bacche color oro al centro avevano preso la forma di un cuore. Timidamente posò il suo dono accanto al Bambin Gesù e tornò a casa felice e sicura che il suo fiore gli fosse piaciuto, perché lo aveva trasformato nel fiore più bello del Messico: la Stella di Natale.
(Leggende tratte da ricerche effettuate su siti internet) |