ERACLEA  MINOA:

 

 

 

 

 

Arte, Storia, Archeologia

 

 

 

(Foto di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

 

 

 

 

Il sito dell' antica Heraclea Minoa, sulla sinistra del Fiume Platani (antico Halikos) è oggi denominato Capobianco da uno sperone marmoso proteso nel mare all' estremità sud-occidentale dell' altopiano su cui si estendeva la città antica. In età storica Minoa è citata da Erodoto come colonia selinuntina, a proposito della spedizione spartana di Dorieo in Sicilia, dopo il cui fallimento Eurileonte occupa la città (fine del VI sec. a.C.).

 

Intorno a quel tempo si colloca il successo agrigentino su Minoa. Successivamente a questi avvenimenti Minoa dovette cadere stabilmente in potere ad Akragas per tutto il V secolo a.C.. Così Terone, tiranno di Agrigento (488-473 a.C.), vi scoprì la tomba di Minosse e ne restituì le ossa ai Cretesi (Diod. IV, 79, 4), e nel 465-461, nelle guerre conseguenti alla caduta dei Diomenidi, la città fu occupata da mercenari siracusani, e quindi liberata dagli Agrigentini e Siracusani. Al cadere del V sec. a.C., scoppiata la guerra tra cartaginesi e greci in Sicilia, Minoa dovette essere presa dai Cartaginesi prima della caduta di Akragas nel 406 a.C..

 

Nel 277 viene tolta ai Cartaginesi da Pirro. Nell' ordinamento della provincia di Sicilia, quale conosciamo da Cicerone, fu tra le civitates decumanae. Verso il termine del I sec. a.C. la città dovette essere abbandonata, come suggeriscono il silenzio delle fonti e l' assenza di ceramica aretina negli scavi. Molto più tardi, nel V sec. d.C., nella pianura a nord della città, in prossimità dell'area della necropoli arcaica, si stabilì una fattoria e le collinette a monte si foracchiarono di radi arcosoli paleocristiani.

La zona archeologica attiene all'area della città antica e quanto è in vista si riferisce al periodo ellenistico, dal IV al I sec. a.C.

 

Il sito dell' antica Heraclea Minoa, sulla sinistra del Fiume Platani (antico Halikos) è oggi denominato Capobianco da uno sperone marnoso proteso nel mare all' estremità sud-occidentale dell' altopiano su cui si estendeva la città antica.

In età storica Minoa è citata da Erodoto come colonia selinuntina, a proposito della spedizione spartana di Dorieo in Sicilia, dopo il cui fallimento Eurileone occupa la città (fine del VI sec. a.C.). Intorno a quel tempo si colloca il successo agrigentino su Minoa. Successivamente a questi avvenimenti Minoa dovette cadere stabilmente in potere ad Akragas per tutto il V secolo a.C.. 

 

Così Terone, tiranno di Agrigento (488-473 a.C.), vi scoprì la tomba di Minosse e ne restituì le ossa ai Cretesi, e nel 465-461, nelle guerre conseguenti alla caduta dei Diomenidi, la città fu occupata da mercenari siracusani, e quindi liberata dagli Agrigentini e Siracusani. Al cadere del V sec. a.C., scoppiata la guerra tra cartaginesi e greci in Sicilia, Minoa dovette essere presa dai Cartaginesi prima della caduta di Akragas nel 406 a.C.. Nel 277 viene tolta ai Cartaginesi da Pirro.

 

Nell' ordinamento della provincia di Sicilia, quale conosciamo da Cicerone, fu tra le civitates decumanae. Verso il termine del I sec. a.C. la città dovette essere abbandonata, come suggeriscono il silenzio delle fonti e l' assenza di ceramica aretina negli scavi.

Molto più tardi, nel V sec. d.C., nella pianura a nord della città, in prossimità dell' area della necropoli arcaica, si stabilì una fattoria e le collinette a monte si foracchiarono di radi arcosoli paleocristiani. La zona archeologica attiene all' area della città antica e quanto è in vista si riferisce al periodo ellenistico, dal IV al I sec. a.C..

Teatro

Il Teatro greco di Eraclea Minoa, protetto da una rigida struttura in ferro e laminati plastici.

 

Esso è costruito con conci di marna per un numero di dieci ordini di sedili preceduti dai seggi di proedria con spalliera e braccioli; ricavati nella roccia sono la praecinctio e l' ambulacro antistante; tra la praecinctio e il decimo gradino mancando ogni traccia di blocchi, è possibile esistesse una sistemazione a prato. La cavea è divisa in nove settori (kerkides) da otto scalette (limakes). Non vi sono tracce di un edificio scenico in pietra, e pertanto è lecito pensare a una costruzione lignea di tipo fliacico.

 

 

 

Una bellissima veduta aerea di tutta

la zona archeologica di Eraclea Minoa

sulla collina di marna bianca.

 

 

Minoa fu costruita sulla riva sinistra del fiume Halycos (odierno Platani) nei pressi di Capo Bianco nel punto dove sfocia a mare. La città fu edificata dai cretesi intorno al II° millennio a.C.

 

La leggenda narra che il nome Minoa fu messo per onorare la morte del re di Creta Minosse venuto in Sicilia per vendicarsi dell’architetto ateniese Dedalo, colpevole di aveva favorito la moglie di Minosse, Pasifae a congiungersi con un toro, dal quale accoppiamento contro natura nacque il Minotauro.

 

Sulle rovine di Minoa verso la fine del VI° secolo a.C. fu costruita Heraclea da Dorieo Lacedemone, della famiglia degli Eraclidi, il quale verso la fine del VI° secolo a.C., venendo in Sicilia con una colonia di spartani edificò sulle stesse rovine dell’antica Minoa una nuova città che in onore della sua famiglia denominò Heraclea.
Heraclea nel corso della sua storia venne diverse volte espugnata distrutta e ricostruita dai Segestani, dai Cartaginesi e dai Romani.

 

Prima di diventare colonia di Akragas, Heraclea fu presa da Eurileonte il quale riuscì a salvarsi dall’attacco dei Segestani che distrussero la città e uccisero Dorieo.
In seguito la città venne ricostruita e ripopolata dai Selinuntini e nel 508 a.C. divenne colonia di Akragas.


La città fu sempre oggetto di contesa sia da Akragas e Selinunte; sia dai Greci e dai Cartaginesi, essendo situata sul confine dei loro territori.
Fu teatro di operazioni militari e sottoposta a diverse battaglie durante le guerre puniche.

 

Nel 256 a.C. nel lido di Heraclea si disputò una delle più grandi battaglie navali che si siano combattute tra la flotta romana e quella cartaginese, nella quale quest’ultima ebbe la peggio. I soldati cartaginesi subirono una grande disfatta, tanto da arrendersi e chiedere la pace.


 

Sotto la dominazione romana Heraclea riuscì a conservare la sua grande magnificenza. Furono disposte nuove strade e aggiunte nuove cinte murarie di rinforzo alle preesistenti difese. Nell’ordinamento della provincia di Sicilia fu dichiarata civitates decumanae, cioè tenuta a dare al governo di Roma la decima parte dei prodotti agricoli. Come nelle guerre puniche, anche sotto il periodo romano Heraclea fu teatro delle sanguinose guerre servili.

Lungo il territorio si svolsero diverse battaglie che si conclusero con la vittoria dei soldati romani che sconfissero definitivamente gli schiavi.

 

Le ultime memorie di Heraclea pervengono nel 70 a.C. durante il malgoverno del cosiddetto rapace Caio Licinio Verre, che portò Heraclea ad attraversare un periodo di miseria, tanto da indurre il governo di Roma a far venire ad Heraclea, Marco Tullio Cicerone nelle vesti di senatore per raccogliere elementi di accusa contro il pretore Verre, che doveva rispondere al senato romano di corruzione e malefatte commesse durante il suo governo.
 

Dopo il 70 a.C. Heraclea aveva perso ogni importanza strategica e si era ridotta ad un modesto agglomerato urbano privo d’interesse, tanto da cadere nell’oblio e di conseguenza non si conosce nessuna notizia certa del mistero che avvolse la sua improvvisa sparizione dallo scenario della storia.

 

Heraclea Minoa era un importante centro di mercato del grano, e gli Heraclesi costruirono un seno di mare per meglio caricare e scaricare le navi. L’economia era basata sul commercio, agricoltura, pastorizia e pesca. I terreni fertili producevano cereali, frutta, vino e olio ed il territorio era ricco di boschi e forniva una produzione di legnami. mentre il pescoso fiume, che era per buona parte navigabile, forniva una grande quantità di pesce.
 

Il territorio ricco di vegetazione mediterranea costituiva un habitat per la selvaggina presente con cinghiali, conigli, istrici e volpi. Si lavorava la palma nana, il giunco e le ristoppie del grano con le quali si producevano gerli e canestri.

 

 

Torre

Del possente baluardo in doppia tecnica si conservano un torrione circolare ed uno quadrangolare, a cui è legato un tratto della cortina muraria, con sovrastruttura in mattoni crudi. Si tratta della testata nord-orientale della cinta muraria, oggi isolata sul ciglio franoso, essendo il resto della cinta e della città, in quel punto, perduto per antica frana.

Del baluardo si sono distinte tre successive fasi, di ispessimento, visibili nella sezione all' estremità orientale della cortina: da un primo muro in marna con torre quadrata cava, forse del V secolo a.C., si passa ad un muro in gesso della fine del IV sec. a.C. (analogo a tutto il resto della cinta) con sovrastruttura in mattoni crudi e, infine, a un notevole irrobustimento che porta l' intero spessore della cortina a m 6.50 circa.

 

 

ARCHEOLOGIA

 

La città ubicata in un luogo ben protetto misurava circa tre chilometri di circonferenza. Le mura appartengono a quattro periodi diversi; quelle più antiche risalgono intorno al 320-313 a.C., periodo il quale la città fu circondata da un muro intervallato da torri, porte e postierle. Il preesistente muro venne ancora più fortificato e furono aggiunti nuovi tratti e la parte orientale venne rinforzata con solide mura.
 

In un periodo successivo la città venne ristretta e fu costruito un nuovo muro nella parte orientale che venne rinforzato durante la prima guerra servile. Il muro disponeva di due porte una nei pressi del teatro e l’altra più a sud.

 

Del possente baluardo della torre si conservano un torrione circolare ed uno quadrangolare, a cui è legato un tratto della cortina muraria con sovrastruttura in mattoni crudi.
Il muro di fortificazione si snoda lungo il ciglio meridionale fino a saldare la cinta esterna in prossimità della torre. Il muro è costruito in conci marno-gessosi. Lungo il percorso sono riconoscibili due porte.

 

 

Il teatro posto sul punto culminante della collina, risale alla fine del IV° secolo a.C. E’ in parte scavato nella roccia di tufo, costruito con conci di marna molto friabile e di facile erosione. Presenta le caratteristiche geometriche e strutturali del IV° secolo a.C. con la sua cavea semicircolare rivolta verso il mare. Ha un diametro di 33 metri, è diviso i nove settori da otto scalette, per un numero di dieci ordini di sedili, preceduti dai seggi con spalliera e braccioli. Successivamente venne trasformato ed ingrandito .
 

Sulla collina sovrastante il teatro sono state scoperte le vestigia di un santuario ellenistico e sono state localizzate due necropoli una arcaica (fine VI° secolo a.C.) e l’altra ellenistica (fine IV° secolo a.C.)

 

La città aveva una sistemazione urbanistica a terrazze attraversate da strade parallele. Dell’abitato sono state individuate e distinte fasi diverse. Sono presenti case risalenti al I° secolo a.C. costruite con pietre e mattoni seccati al sole, sovrapposte ad abitazioni del III° e II° secolo a.C. 

Il primo strato di superficie dell’abitato risulta costituito da piccoli edifici formati da una struttura irregolare; mentre al di sotto dell’impianto di primo strato sono stati trovati resti di un impianto più antico datato IV°- III° secolo a.C. La pianta originaria era di tipo regolare, ad un solo piano, costituita da un cortile centrale scoperto, circondato da otto ambienti. L’accesso veniva dalla strada mediante un corridoio fiancheggiato da un vano bottega.

 

Le costruzioni di una seconda fase presentavano abitazioni alle quali si accedeva dalla strada tramite un corridoio, intorno al quale erano disposte sei vani ed un settimo utilizzato come bottega. Questo tipo di case avevano un piano superiore che era destinato ad abitazione, mentre il piano terra comprendeva i vani di servizio e i magazzini.
 

Successive abitazioni erano costituite da un corridoio di accesso dalla strada, comprendevano due grandi vani rettangolari, piccoli vani di servizio ed un ambiente aperto. Questo tipo di abitazione fu riutilizzato nel II°-I° secolo a.C. con sopraelevazione.

All’ingresso della zona archeologica si trova L’antiquarium dove sono custoditi interessanti reperti quali ceramiche, terrecotte, corredi tombali, statuette arcaiche di dee siciliane, una bellissima testa muliebre del IV° secolo a.C, e frammenti di ceramiche iberiche del periodo neo-eneolitico provenienti dalle abitazioni della città arcaica ed ellenistica.

 

Situati all'inizio di Capo Bianco, i resti della città greca di Eraclea Minoa occupano un luogo magnifico sul bordo di una collina solitaria sul mare.
Ai suoi piedi, la costa apre nella lunga e bianchissima spiaggia di Capo Bianco, coronata da una bella pineta. Prima di giungere agli scavi, sulla destra, le bianche "dune" di roccia (la marna, una miscela di argilla e calcare "pulita" dai fenomeni di erosione) modellata dal vento richiamano la parete che chiude il Capo ad est.

La città selinuntina - Minoa è molto probabilmente il nome più antico. La leggenda lo collega al re cretese Minosse che, secondo una tradizione tardiva, avrebbe inseguito Dedalo fin in Sicilia per punirlo del fatto di aver aiutato Arianna e Teseo ad orientarsi nel labirinto.

Minosse sarebbe stato ucciso proprio in questi luoghi dal re sicano Caos presso cui Dedalo si era rifugiato. Il regno di Cocalo era in effetti situato lungo le rive del fiume Platani con capitale Camico, oggi identificata da alcuni con l'odierna Sant'Angelo Muxaro da altri con Caltabellotta (per ulteriori
notizie su Dedalo si veda anche Monte KRONIO).

Una sezione dell'Antiquarium dove sono esposti

numerosissimi dei tanti reperti archeologici ritrovati.


La città venne probabilmente fondata nel VI sec. a. C. da coloni greci di Selinunte. L'aggiunta di Eraclea al nome è opera forse di un successivo afflusso di Greci. Passata nelle mani dei Romani nel III sec. a.C. venne coinvolta in una serie di guerre e venne progressivamente abbandonata.

Nel I sec. d.C. la città non è più abitata.

Le rovine - Gli scavi vennero intrapresi in maniera sistematica a partire dal 1950 e portarono alla luce resti di abitazioni in mattoni crudi, alcune delle quali presentano ancora piccole parti di mosaico, ed in particolare un teatro, costruito con una pietra molto friabile e quindi in cattivo stato di conservazione (la copertura in materiale plastico trasparente non è adatta a preservarlo).

Si indovina la forma originale della cavea che chiudeva un'orchestra a ferro di cavallo. Un piccolo Antiquarium riunisce oggetti provenienti in massima parte dalla necropoli.

 

 

La spiaggia

Da Eraclea, ritornare sulla SP 115 (Sciacca - Agrigento) e proseguire in direzione di Agrigento.

Alla prima uscita seguire le indicazioni per Montallegro-Bovo Marina e in seguito Montallegro Marina.

Una stradina sulla destra segna l'accesso al mare.
Questa bella e lunghissima spiaggia è delimitata dall'alta parete bianca del capo e,

verso sud-est, da un'estesa pineta.

 

 

Il mare e il litorale rappresentano sicuramente due delle grandi attrattive di Eraclea Minoa.

Le limpide e cristalline acque del mare, di colore azzurro, sono maggiormente esaltate

dal candido biancore delle rocce dette “marne”.

Le acque permettono di fare surf, canoa, andare in motoscafo, e praticare qualsiasi tipo di sport d'acqua.

Nel fondo marino è presente una vasta forma di vita animale rappresentata da molluschi (patelle, granchi, polpi, ricci) e piccoli pesci (cefali, saraghi, orate, triglie, seppie, aragoste).

 

La vita vegetale è principalmente rappresentata dalla presenza della Posidonia oceanica, una pianta marina tipica del nostro mare che forma estese praterie sommerse. La Posidonia è di straordinaria importanza per la ricchezza della fauna e della flora marina, infatti tra le radici e le foglie vivono e si rifugiano varie forme vegetali e animali.

 

La lunghissima striscia di pineta che costeggia il mare di Eraclea Minoa costituisce un modello esemplare di forestazione mediterranea per la presenza di diversi tipi di piante che formano un patrimonio boschivo costituito da pino domestico, eucalipto di protezione ed acacie, che dividono la bellissima spiaggia dal costone di marna bianca.

 

 

La pineta presenta una struttura disposta in fasce ortogonali di un certo valore scientifico e permette a bagnanti e visitatori di rilassarsi e godere il dolcissimo riposo all’ombra degli altissimi platani ed odorosi pini.

 

Il fiume Platani è tra i più importanti della Sicilia.

Nasce da due sorgenti: la prima in territorio di Castronovo di Sicilia, mentre l’altra in territorio di Cammarata.

Il corso del fiume dopo un lungo e tortuoso percorso lungo circa 110 km. entra in provincia di Agrigento bagnando diversi territori tra cui

quello di Cattolica Eraclea, dove dividendosi tra il Colle Rotondo a sinistra, e il Monte Sara a destra, descrive due bellissime anse che si ricongiungono in uno dei più suggestivi ed interessanti tratti costieri della Sicilia, per poi sfociare a mare nei pressi di Capo Bianco.

Nell’antichità lungo la sua vallata il fiume ospitò le mitiche reggie sicane Inico e Camico, e delimitò il confine tra il territorio cartaginese

e quello greco. Il Platani fu una delle principali basi navali dei cartaginesi.

In quel tempo il fiume era navigabile per gran parte del suo percorso ed era abbondante di pesci, infatti si pescavano anguille cefali e alose.

La foce del fiume è stata dichiarata Riserva Naturale Orientata, ha una estensione di circa 200 ettari, ed è gestita dall’Azienda

Foreste Demaniali della Regione Siciliana.

E’ stata sottoposta a protezione mantenendo un suo fascino ed una notevole valenza naturalistica, dando modo alla fauna e alla flora esistente

di riprodursi e conservarsi.

Lungo il fiume è presente la tipica flora delle aree marine sabbiose, caratterizzata da. cespugli arborescenti di letisco e ciuffi di palma nana. Superbe nelle loro profumazioni sono le fioriture del giglio marino, ed esemplari di liliacee.

La battigia e le rive del fiume diventano mete preferite di fenicotteri, limicoli, gabbiani, aironi, anatre, cormorani e il cavaliere d’Italia.

Mentre la cannaiola ama trovare riparo e riprodursi nel fitto canneto, dove si incontrano anche

alcune specie di coleotteri come lo scarabeide.

 


Dall'inserto "Sicilia in viaggio" (N.22 del mese di Aprile 2009), allegato al quotidiano LA SICILIA del 26 Aprile 2009.

 

 

 

 

 

 

 

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