DETTI POPOLARI E MODI DI DIRE

in uso a Ribera e nell'hinterland agrigentino

 

 

 

(Ricerca e scelta a cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)

***

 

Credo, che non sia compito tanto facile, trattare il vasto argomento che contempla i modi di dire della gente, ovvero i detti popolari con tutte le loro svariate forme dialettali del nostro comune linguaggio siciliano.

L'immenso campionario giustificherebbe da solo una intera enciclopedia e pertanto non ci si è potuti esimere dal trattare solo i detti più conosciuti e diffusi nel circondario di Ribera. Si sono privilegiati quelli più curiosi, più simpatici, dandone ove possibile una spiegazione, la più adeguata possibile e spesso anche qualche utile notizia circa la loro origine. Molte delle frasi in uso nella nostra vita sociale, spesso si prestano a varie interpretazioni ed altrettanto frequentemente non è possibile una loro esatta traduzione italiana.

Tantissimi detti popolari vengono gustati soltanto se pronunciati nel loro dialetto di origine, in quanto se manipolati diversamente da come sono nati, facilmente potranno perdere, non solo il loro vero significato, ma anche quell'immancabile fascino che li contraddistingue.

Per tali motivi nella maggior parte dei detti popolari riportati nel presente volume, non è stata data la traduzione letteraria, in quanto facilmente intuibile dalle brevi note di commento e ritenuta non proprio necessaria per la comprensione degli stessi.

D'altronde, come già accennato, non è sempre possibile, anche per noi siciliani, spiegare o tradurre a chi non conosce il nostro dialetto, il significato di qualche frase che a noi appare familiare. Si rischia, a volte , di stravolgerne il vero significato o l'immancabile musicalità.

Proviamo, ad esempio a tradurre le seguenti frasi di meraviglia :

"Sciatara e mataredda", "Chi 'nnicchi e 'nnacchi" "A stu quellu”, "A sta coppula", miscaleddu”, ecc.

Dobbiamo senz'altro ammettere che ciò non e' possibile.

Quindi, un elenco di detti, espressioni e modi di dire, propri dei cittadini riberesi, anche se presenti, a volte con qualche variante, in altri comuni, viene qui di seguito riportato così per come si è appreso, direttamente dalle gente comune.

Talune frasi, in special modo ai giovanissimi, potranno apparire del tutto incomprensibili, ma sono convinto che sarà loro gradito venirne a conoscenza, in quanto i loro padri e i loro nonni ne avranno fatto sicuramente uso.

Inoltre, tantissime altre espressioni, frasi o semplici parole, che rischiano di scomparire, saranno piacevolmente ricordate anche dai più anziani, che avranno modo di ritornare indietro nel tempo e riportare alla mente, fatti o situazioni di tanti anni fa.

I più giovani ed anche i bambini potranno conoscere le radici del loro linguaggio odierno, che proprio da loro viene sempre più integrato di nuove coloriture e di nuovi modi di esprimersi.

L'elenco che segue, non ha la pretesa di essere completo o esauriente sotto tutti i punti di vista, in quanto impossibile, ma spero che almeno abbia il merito di arricchire sempre più le conoscenze di tutti, grandi e piccoli e possa costituire il trampolino di lancio per altre e più complete raccolte. Si precisa, che sono state volutamente omesse numerosissime espressioni o modi di dire, catalogati dagli esperti di cultura popolare come vere e proprie "vastasate" e cioè di tutti quei modi di dire, ove abbondano parole oscene, volgari e contrarie alla pubblica morale.

Infine, si ricorda che i siciliani siamo ovunque famosi per la gestualità che accompagna il nostro modo di parlare, per cui, non potendo qui riportare tali gesti o descriverli, si lascia ai lettori la libertà di immaginarli, o se credono di imitarli e farli conoscere a chi lo desidera.

 

Ribera - Il Corso principale della cittadina, in una immagine molto conosciuta dai riberesi, perchè di essa il "Giornale di Sicilia" ne ha fatto un poster distribuito ai propri lettori.

 

Ribera - Via Fazello 1940. Gruppi di famiglie attorno a due grossi "cufina"(ceste) di cotone che viene "pilato" (liberato dal guscio), sia dai grandi che dai bambini.

 

MODI DI DIRE  "A LA RIVILISA"

(Commentati e spiegati da Giuseppe Nicola Ciliberto)

  OH OH !

   (Il riberese viene quasi sempre riconosciuto dalle persone dei paesi vicini per questo caratteristico e spesso usato "oh oh", pronunciato con una cantilena particolare, non facilmente descrivibile, che viene definita "l'annacata di li rivilisi". A seconda delle situazioni può significare: meraviglia, stupore, sbigottimento o incredulita').

 

SCIATARA E MATAREDDA !

   (Anche questa è una espressione di meraviglia che è molto usata nel parlato di Ribera e che non trova una plausibile traduzione nella lingua italiana. Può' far denotare a volte una certa preoccupazione per qualcosa che è accaduta o che sta per accadere. In alcune parti della Sicilia si dice anche "Sciatara e matara" ..

 

 MIU GESU' DI TERN'AMURI !

   (Mio Gesù di eterno amore. E' una supplica, una invocazione o una    preghiera a Gesù',  pronunciata in situazioni di pericolo o di danno temuto).

 

 TAIA' !

   (Vuol dire "ma guarda qua'" e solitamente è l'espressione pronunciata dopo una domanda o ad una affermazione non proprio graditi, di cui si rimane sorpresi).

 

 MIZZICA !

   (Anche questa parola, tipica di tutti i siciliani, ormai conosciuta in ogni parte del mondo, indica meraviglia e incredulita' verso qualcosa.  Simile a questa se ne possono annoverare tante altre con lo stesso significato, come: "misca",    "miscaleddu", "matri") .

 

A LU FUNNACU DI PITICCHIU.

   (E' la risposta che un tempo davano le nonne o le mamme ai propri    nipoti o figli quando veniva loro richiesto del denaro che non intendevano  dare. E' ignota l'origine del detto, ma si e' dell'idea che sia esistito un certo Piticchio, ricco e generoso possidente, il quale molto spesso, elargiva aiuti ai bisognosi che si presentavano presso il suo fondaco).

 

A LU BANCU DI LU SCIDDRICU !

   (Anche questa espressione ha lo stesso significato della    precedente e cioè: "se vuoi soldi, rivolgiti al banco dello  scivolo".  Da una analisi del detto si è propensi a credere che sia    esistita una Banca con qualche scivolo davanti all'ingresso.    Forse, in tempi ormai lontani si pensava gia' all'abbattimento    delle barriere architettoniche per facilitare l'accesso ai  portatori di handicap ?

   Altra spiegazione che puo' considerarsi verosimile è quella che   viene dal gioco a carte chiamato "baccarà". Quando il banco sta    perdendo in continuazione si usa dire "Lu bancu sciddrica" e    praticamente distribuisce denari a tutti) .

 

NESCI BRASI E TRASI MASI.

   (Esce Biagio ed entra Tommaso. E' un modo di dire che vuol    significare che nei posti di potere, entrano ed escono sempre le    stesse persone. Il detto si adatta molto agli uomini politici che si alternano continuamente alla guida della cosa pubblica, mentre  i problemi restano spesso irrisolti).

 

 VA FATTI MONACU !

   (Vai a farti frate. E' un modo elegante per mandare "a quel paese"    qualcuno. Infatti , piu' audace e maleducata  sarebbe stata l'espressione "Vaffanculu", oggi molto in voga tra i giovani).

 

  VA FATTI FARI UN VARZARU !

   (Vai a farti fare un valzer. Ha lo stesso significato e lo stesso senso del detto precedente). 

 

 MARITATI C'ARRIZZETTI.

   (Sposati, così ti sistemi. Solitamente, tale frase si rivolge agli  scapoli di una certa eta', purchè abbiano gia' una fonte di  reddito) .

 

 STA  BENI E LAMENTATI.

   (Si dice a chi, pur godendo di una buona situazione economica, ha  sempre il vizio di lamentarsi o di mostrarsi pessimista quando sta  per intraprendere una iniziativa).

 

OGNI LASSATU E'  PIRDUTU.

   (Ogni lasciato è perduto. Infatti le occasioni bisogna saperle cogliere al volo, quando si presentano. Ciò che si rifiuta oggi, forse non sarà piu' possibile averlo domani) .

 

CHI 'NNICCHI E 'NNACCHI !

   (Nel nostro gergo riberese, tale frase, oggi non viene quasi più  pronunciata, ma è stata molto in voga negli anni '50.  Il più   appropriato significato è: "ma che c'entra ! ", "ma che mi    racconti ! " , come voler dire anche : "ma questa cosa non ha  senso ! " Il detto, molto probabilmente trova origine nel motto latino “ Nec hic, nec hoc“ che vuol dire “Né questo, né  quello” .

 

CU FICI, FICI .

   (Chi ha fatto, ha fatto. Vuol dire anche, che non c'è più tempo per far qualcosa) .

 

CU METTI CAVIGLI, E CU METTI PIRTUSA !

   (C'è chi cerca di aggiustare e chi cerca di danneggiare).

 

 

 

Foto proveniente da Montallegro. Siamo negli anni di poco

precedentila Seconda Guerra mondiale e la trebbia della famiglia Briuccia, in contrada "Carlici" è in piena attività lavorativa

per insaccare il grano.

 

Ribera - 1928 - La stazione ferroviaria, con carri merce e  viaggiatori, in una foto di G.Cannella, dalla quale

è stata prodotta una cartolina illustrata.

 

BEDDA PUMATA PI LI CADDI !

  (Bella pomata per i calli ! E' una espressione ironica per definire   un cattivo soggetto. Tale modo di esprimersi ha origine dai   numerosi venditori ambulanti che vendevano "miracolosi prodotti"   per eliminare i calli, ma che alla prova dei fatti si rivelavano  veri e propri imbrogli) .

 

 IRISINNI UNNI PERSI LI SCARPI LU SIGNURI.

   (Andare dove ha perduto le scarpe il Signore. Vuol significare piu' precisamente, andare molto lontano, possibilmente in posti    impensabili che potrebbero essere causa di rischi) .

 

TE CCA', MANCIA !

   (Tieni qua', mangia !  E' un modo ironico per dire a qualcuno :  "ce n'e' anche per te, tieni, approfitta).

 

 ESSIRI NUDU E CRUDU.

    ( Essere schietto, veritiero, attendibile. Il detto popolare, che contiene due parole in rima, come la gran parte delle espressioni idiomatiche e proverbiali, vuole indicare una persona che essendo "nuda" e "cruda", non ha nulla da nascondere e non può essere stata manipolata, in alcun modo, similmente alla carne non ancora cotta.

Tale modo di dire, può anche essere riferito ad una persona che, rivelando una tragica notizia, anche contro la propria volontà, potrà apparire crudele e senza riguardi) .

 

SENTISI FRISCARI L'ARICCHI.

    (Chi non ha mai detto: "mi friscanu l'aricchi ! sa' cu m'annintuva ! " . Letteralmente vuol dire <<Mi sento fischiare le orecchie. Chissà chi sta parlando di me !>> . Questa espressione, di uso comune ancora oggi, trova origine in un antico e diffuso pregiudizio. Anticamente, si credeva appunto che, quando si avvertiva un ronzio ad un orecchio, ci si trovasse sulla lingua di qualcuno. La credenza consisteva nel fatto che, se il ronzio fosse stato nell'orecchio destro, allora la cosa era a fin di bene. Viceversa se era l'orecchio sinistro a fischiare, ci si doveva cautelare perché qualcuno stava parlando male. In ogni modo si chiedeva, quasi sempre ad una persona, di pronunciare un numero da 1 a 21, dopodiché, risalendo alla lettera dell'alfabeto che occupava la stessa posizione, si pensava a qualche nome di amici o parenti che iniziasse con quella stessa lettera. Da qui' si poteva dedurre, a seconda del primo nome che veniva in mente, chi potesse essere la persona che aveva provocato il "friscare di l'aricchi") .

 

 PIRCHI' DU' UN FANNU TRI' .

    (Perché due non fanno tre. E' una risposta  un pò comica e  ironica che si dà alla domanda : "pirchì ? ", quando non si ha intenzione o non si sa cosa rispondere ).

 

QUANNU SI CUNTA E' NENTI.

  ( Quando si racconta è niente. E' il commento che si usa fare dopo qualche incidente o disavventura, che per fortuna, non hanno avuto gravi conseguenze).

 

 VA' PIGLIA A MARTA CU LU SCURU.

    (Frase, in apparenza senza alcun significato, ma che viene spesso usata da chi è più avanti con gli anni per dimostrare una certa incredulità verso qualcosa. Da una attenta analisi del detto, emerge il convincimento che il vero senso sia quello di credere che una cosa sia difficile da trovare o da capire. Molto probabilmente tale detto che può tradursi in <<Vai a prendere Malta al buio>>, deriva dalla convinzione, che, essendo l'isola di Malta quasi dispersa in mezzo al mare Mediterraneo, sia abbastanza difficile per gli aerei o per le navi individuarla di notte) .

 

 FATTA LA LIGGI, SI TROVA L'INGANNU.

    (Fatta la legge, si trova l'inganno. Tale detto, che può anche essere considerato un proverbio, evidenzia bene come per ogni male si trova un rimedio. Infatti, i soliti furbi trovano sempre una scappatoia, quando vogliono farla in barba a qualsiasi legge) .

 FATTI LA FAMA E VA’ CURCATI.

    (Fatti la fama e vai a letto. Si dice a chi ama vivere sulle glorie del passato, sfruttando i meriti precedenti e senza più adoperarsi per continuare il proprio impegno verso qualcosa ) .

 

A LI GRANA CA LU SURBIZZU E’ LESTU.

(Fuori i soldi, in quanto il lavoro è stato terminato. E’ un modo simpatico di chiedere il compenso per una prestazione eseguita).

 

SI TRATTA MANERA !

Frase che si usa pronunciare quando non si è d’accordo su un certo comportamento o non si condivide  una azione. E’ come dire: “C’è modo e modo di fare le cose” ) .

 

 CU E’ LU MEGLIU PIGLIA L’ARSU.

(E’ un giudizio negativo su un gruppo di persone, ritenute inidonee o incapaci a far qualcosa. E’ come se, tra tutti, il migliore, fosse solo capace di prendere tra un mazzo di carte, soltanto l’asso, che è il valore più basso).

 

 

Una bella cartolina presenta il glorioso carretto siciliano, stracarico di persone con lo sfondo del Monte Pellegrino e il porto di Palermo. I carretti, utili all'uomo in mille lavori diversi sono rimasti in uso fino agli inizi degli anni '60.

Oggi sono solo un nostalgico ricordo di tempi che sarà veramente difficile poter cancellare dalla memoria.

I carretti siciliani, simbolo indiscusso della nostra bella terra di Sicilia, oggi vengono prodotti in miniaturae venduti come souvenirs.

La Targa Florio

Era considerata la corsa automobilistica più vecchia del mondo e consisteva in un circuito tra tortuose strade tra i monti e i paesini delle Madonie di lunghezza Km. 72 che veniva percorso 10 volte. Organizzata all’Automobile Club di Sicilia tra il 1912 ed il 1958, in complessive diciotto edizioni, per la sua anzianità, per il percorso estremamente vario ed impegnativo, è ricordato come una delle più importanti gare automobilistiche di velo­cità su strada svolta in Italia. Il percorso scelto fra le tortuose ed impervie strade dell’isola, giunse ad includere in alcune edizioni anche il Piccolo Circuito delle Madonie, ed il suo sviluppo non superò mai i 1080 km. Fu dopo il 1948 che raggiunse il massimo della popolarità, quando nel suo “Albo d’oro" si iscrissero nomi che hanno rappresentato il meglio dell’automobilismo sportivo come Biondetti, Marzotto, Villoresi, Taruffi, Collins e Gendebien. Anche il riberese Alfonso Vella aveva partecipato

a qualche edizione della Targa Florio oltre che al Giro di Sicilia.

 

ESSIRI UN FILIBUSTERI.

I filibustieri erano pirati avventurieri di nazionalità inglese, olandese o francese che tra i secoli XVII e XVIII facevano scorrerie nei mari dei Caraibi e delle isole Antille saccheggiando i vascelli spagnoli che trasportavano merci varie. Il detto, molto in uso nel gergo popolare siciliano, però, assume ben altro significato e viene solitamente rivolto a ragazzi un po’  discoli e molto vivaci. A volte, dire ad un bambino che è un vero filibustiere, o come si usa dire da noi “un veru dilinquenti”, equivale a definirlo addirittura furbo e intelligente, che sa cavarsela in qualunque situazione.).

 

 E TORNA PATRUNI E SCIUSCIA.

(E’ una frase molto usata nel dialetto siciliano e serve a far zittire una persona che insiste nel fare o nel dire qualcosa non gradita e non condivisa).

 

 DINTRA COMU ‘NA GADDINA E FORA COMU ‘NA REGINA.

(Spesso la donna dentro le mura domestiche non cura la bellezza, l’eleganza ed il proprio aspetto fisico, ma quando esce fuori di casa si trucca e si veste con accuratezza).

 

UN PUTIRI FARI UN'OCCHIU A 'NA PUPA.

    (Non riuscire a realizzare niente di buono, o non essere in grado di migliorare le proprie condizioni economiche) .

 

 AMARU COMU LU FELI.

    Come si sà, il fiele, che è una vescica attaccata al fegato,  ha un sapore molto amaro e spesso, nel linguaggio popolare, viene associato ad: amarezza, angoscia ed anche a scortesia. Quindi, essere "amaro come il fiele" equivale ad essere scontrosi, poco educati o pieni di odio verso qualcuno).

 

 PASSARI IN CAVALLARIA.

    (Finire nel dimenticatoio. Si dice quando una cosa viene volutamente ignorata, dimenticata o tenuta nascosta agli altri, per far sì che non se ne parli più.

Nel mondo della milizia a cavallo, occorre fare un lungo tirocinio prima di passare effettivi a far parte della cavalleria, considerata un ordine di grande prestigio, la cui peculiarità sono: la nobiltà, la generosità, la cortesia e i modi galanti. Infatti "essiri un veru cavaleri" è un grande complimento ad una persona, che sa bene comportarsi, specie con le donne. Per un giovane, quindi, passare in cavalleria era come lasciare le vecchie abitudini ed allontanarsi da tanti vecchi amici, che a poco a poco lo avrebbero dimenticato) .

 

 AVIRI LI VERTULI CHINI E LA PANZA VACANTI.

    (Avere le bisacce piene di buone cose e la pancia vuota. Si addice a persone che pur disponendo di beni materiali e non, si trovano nella condizione di non poterne fare uso. È simile al detto "Quantu cassateddi haiu a la Francia e ccà moru di fami").

 

 CU AVI CULU CUNSIDIRA.

    (Espressione che si usa pronunciare con un pò di ilarità, per  giustificarsi di un involontario e rumoroso scorreggio) .

 

 IRISINNI A LI QUATTRU TUMMINA !

    (Morire e andarsene al cimitero. Anticamente, il primo cimitero di Ribera, con molta probabilità, occupava una superficie di circa "quattru tummina", cioè quattro tumuli, che pressappoco equivalgono a 8.000 metri quadrati. Nel corso degli anni, è stato ampliato in maniera notevole, ma  il detto, è in uso ancora oggi.

Altra possibile spiegazione, proviene dal gergo dei carcerati, che hanno avuto la malasorte di provare l'Ucciardone di Palermo. Tale luogo di pena, infatti, fino ad alcuni anni fa, veniva comunemente chiamato "li quattru tummina" e andarci a trascorrere i propri giorni, era come morire).

 

ACCHIANARISINNI.

    (Ha lo stesso significato della precedente frase, cioè morire. Letteralmente la parola vuol dire "salire in alto" e quindi, per i riberesi, il cui cimitero si trova nella parte più alta del paese, è alquanto naturale capire il vero significato della parola) .

 

ESSIRI A VINTITRÌ URI E TRI QUARTI.

    (Essere in punto di morte) .

 

O SORTI, O MORTI .

    (O la và, o la spacca. Rischiare. Tentare un'impresa difficile, che può anche finire in un clamoroso insuccesso) .

 

MUZZICARISI LA LINGUA.

    (Mordersi la lingua o struggersi l'anima per aver rinunciato ad intraprendere un'azione che avrebbe potuto avere successo. Equivale anche, a pentirsi per aver detto qualcosa che sarebbe stato meglio non dire) .

 

FACISTI LU SAGRISTANU.

    (Frase che anticamente, e forse ancora oggi, viene rivolta scherzosamente a chi spegne una candela. A volte, bonariamente, la persona presa di mira, risponde con un'altra frase : "E tu facisti lu lampiuni ! ) .

 

 A LU FRIIRI TI VOGLIU.

    (Ti voglio vedere all'opera, alla prova dei fatti. Si può rivolgere, anche, a persone che hanno fatto un cattivo affare, ma ancora non se ne sono resi conto. È come se una persona avesse la disavventura di comprare del pesce non fresco e se ne accorgesse soltanto al momento di friggerlo).

 

 VULIRI TAVULA CUNZATA E PANI SMINUZZATU.

    (Voler trovare la tavola imbandita e il pane già tagliato. Pretendere di trovare tutto in ordine, a condizione che siano gli altri ad adoperarsi).

 

ESSIRI  PANZA E PRISENZA.

    (Essere presenti solo fisicamente, senza dare alcun contributo fattivo).

 

 ABBAGNARICCI LU PANI.

    (Godere delle disavventure altrui) .

 

ABBRUSCIARI LU PAGLIUNI.

    (Letteralmente significa "bruciare un mucchio di paglia", ma il vero senso di questa espressione è quello di approfittare di qualcuno e fargli pagare una cosa più cara del prezzo reale. Si dice anche "fari sciampu e capiddi").

 

 CHISTA È LA VITA.

    (È una frase molto comune che si usa in tante situazioni e che può voler dire: "questo è il destino" , "prendiamo la vita così come viene").

 

CU LA VOLI COTTA E CU LA VOLI CRUDA.

    (Chi la vuole in un modo e chi in un altro. La frase si addice a più persone in  continuo disaccordo).

 

 CURRIRI COMU UN LEBBRU.

    (Correre come una lepre. Scappare, dileguarsi velocemente, specie quando si è inseguiti) .

 

CANI CA NUN CANUSCI PATRUNI.

    (Il cane qui, simboleggia una persona ingrata, che non ricambia il bene ricevuto) .

 

CUNTENTU COMU 'NA PASQUA.

    (Essere molto contento e felice. Fa riferimento alla Festa di Pasqua di Ribera, specie durante il famoso incontro tra Gesù, la Madonna e San Michele, caratterizzato da una vera esplosione di gioia per tutta la cittadinanza) .

 

La cartolina dei primi anni dello scorso secolo, mostra il Corso Umberto Primo, la Casa dello statista Francesco Crispi e il Palazzo Comunale. Risulta essere stata spedita da Ribera il 18 settembre 1931

da V.Bonifacio al pretore Carmelo Palermo a Trieste.

Cartolina degli anni '50 del secolo appena trascorso, interamente

dedicata a Francesco Crispi. Oltre alla casa natale in alto, sono raffigurati la Villa Comunale con il busto bronzeo e con lo sfondo

della Scuola elementare a lui dedicati. In basso a destra l'interno di una delle stanze appartenute alla sua famiglia, ma oggi non più

esistente in quanto della casa sono rimasti solo i due muri esterni

'MBRIACU COMU 'NA SIGNA.

    (Ubriaco fradicio, o riempito come una spugna).

 

 ESSIRI UN COCCIU DI CALIA.

   (Frase solitamente rivolta a bambini o ragazzi discoli, che ne combinano di tutti i colori. Il "cocciu di calia" è uno dei tanti semi abbrustoliti che vengono venduti nelle feste o sagre paesane, come ad esempio: fave, ceci, arachidi, nocciole americane, oppure semi di zucca, di girasole, ecc.).

 

CCHIÙ CHI CRISCI, CCHIÙ 'NTINTISCI.

    (Più cresce e più diventa cattivo e prepotente.  Frase, spesso pronunciata da mamme o nonne nei confronti di ragazzini, che pur richiamati varie volte, continuano a fare i capricci.

La parola '"ntintisci" che vuol dire "diventa più cattivo", deriva dalla parola siciliana "tintu" che appunto sta per: monello, discolo o cattivo e a sua volta ha origine dal verbo "tingere" o meglio "macchiare, sporcare". Quindi "essiri tintu" è come essere macchiati di qualche colpa o non essere proprio limpidi o puliti nella coscienza. Anche la frase "Fari tinturii" equivale a fare cattiverie o tenere comportamenti scorretti).   

 

 CU MANGIA FA MUDDICHI.

    (Chiunque può sbagliare, come dice la famosa frase latina "Errare humanum est").

 

AH !  LI BEDDI TEMPI ANTICHI.

    (È un modo di dire tipico dei più anziani, che, rimpiangono i tempi passati,  quando qualcosa va male. Le problematiche sociali sono sempre esistite e sempre esisteranno, ma a volte, ritornando indietro con la mente, si ricordando, purtroppo solo le cose buone. È la nostalgia per gli anni della gioventù e non un vero desiderio di tornare al passato).

 

COMU MI CANTI TI SONU.

    (Ricambiare con la stessa moneta, rispondere per le rime o saper reagire a qualche scorrettezza) .

 

 ESSIRI L'URTIMU CHIOVU DI LA CARROZZA.

    (Essere considerati persone di poco conto, che non hanno alcuna influenza).

 

ESSIRI BEDDU ACCIPPATU.

    (Essere robusto e ben posato. Un giovane con bella presenza fisica, solitamente viene paragonato ad un ceppo d'albero, radicato saldamente al terreno. Altra frase simile è "Essiri un zuccu di ficudinnia").

 

 ESSIRI PAZZU DI CATINA.

    (Essere furioso ed irascibile, dare in escandescenze come certi pazzi che possono essere fermati solo se incatenati. Si può anche dire "pazzu di catina", ad una persona che, senza riflettere, si appresta ad intraprendere qualche azione molto rischiosa).

 

 NUN MANGIA, PI NUN CACARI.

    (La frase si riferisce ad una persona che non ha iniziative, che non ama il rischio e che evita il più possibile di spendere denari).

 

CU FUTTI FUTTI, DIU PIRDUNA A TUTTI.

    (Si dice così allorquando si pensa che i delitti e i misfatti perpetrati non saranno mai scoperti e quindi resteranno impuniti).

 

IRI A LIGNA SENZA CORDA.

    (Andare a far legna senza portare dietro una corda per legarli è come accingersi a fare un lavoro senza avere tutto l'occorrente e quindi, rischiare   un  insuccesso o trovare grosse difficoltà).

 

 HANNU A PASSARI STI 29 ANNI, 11 MISI E 29 JORNA.

    (È un detto popolare, tratto da un famoso canto di carcerati, per significare che prima o poi il giorno tanto desiderato arriverà).

 

ZAPPARI ALL'ACQUA E SIMINARI A LU VENTU.

    (Fare dei lavori inutili, che non daranno buoni frutti) .

 

 

Siamo negli anni '50, quando per la mancanza d'acqua nelle case,

molte donne con in testa le tradizionali brocche di argilla,

chiamate "lanceddi", andavano a rifornirsi nelle più vicine sorgenti.

 

 

 

 

CHIACCHIARI E PATACCHIARI.

    (Discussioni inutili, che servono solo a perdere tempo. La parola "patacchiari"  proviene da patacca, cioè una moneta falsa o non riuscita bene e pertanto, da non tenere in alcuna considerazione).

 

DARI VISCOTTA A CU UNN'AVI DENTI.

    (Offrire buone occasioni a chi non sa sfruttarle).

 

TIRARI ACQUA CU LU PANARU.

    (Sprecare il tempo inutilmente. Può anche significare, che per fare un certo lavoro, si stanno utilizzando arnesi o mezzi non appropriati).

 

 NENTI AVIA E NENTI HAIU, MI 'NNI FUTTU E MI NNI VAIU.

    (Tale espressione, solitamente viene pronunciata da chi, perde al gioco, una somma precedentemente vinta. Si presta anche per chi, fallisce in qualche impresa di carattere economico, ma senza nulla rimetterci).

 

LU POVIRU UNN'AVIA E LIMOSINA FACIA.

    (Una persona, in cattive condizioni economiche, a volte è costretta, suo malgrado, ad aiutare qualcun altro più bisognoso).    

 

LI SORDI FANNU VENIRI LA VISTA ALL'ORBI.

    (Il denaro fa venire la vista ai ciechi. Vuol dire anche avidità per il denaro).

 

 VULIRI BENI COMU UN RIZZU 'MPETTU.

    (Dimostrare un affetto che in realtà non si ha. Nascondere le vere intenzioni con falsi atteggiamenti).

 

 SPARDARI E MIGLIURARI.

    (Vivere nel benessere, spendendo, con la certezza di migliorare sempre più le proprie condizioni

 economiche).

 

 FARI CAPIRI CA LU PUCI AVI LA TUSSI.

    (Non risulta che le pulci possano avere la tosse e, pertanto, chi viene preso di mira con questa frase è da considerare una persona che esagera inverosimilmente o vuol dimostrare l'impossibile).

 

 

 VILENU ISARISI L'OCCHI !

   (Frase che si è soliti pronunciare nei riguardi di una persona, possibilmente parente o amico, che fa finta di non vedere  per evitare di salutare.

 

 LU CUNTU DI PITICANEDDU.

  (Anticamente, i nostri progenitori erano soliti raccontare avventure e gesta di personaggi o di eroi tratti da romanzi, dalla storia o dalle fiabe. A volte, qualche narratore, improvvisava un racconto, e, non ricordandolo bene, finiva per confondere le idee a chi stava ad ascoltare. Piticaneddu era appunto un personaggio di fantasia, la cui storia, tramandata di generazione in generazione, ha subito tali e tante trasformazioni, che nessuno più è stato in grado di conoscere le vere ed originarie avventure. Pertanto, ancora oggi, si dice “mi pari lu cuntu di Piticaneddu”, ad una persona, che, non riesce a farsi capire).

 

 

LU CORI MI VINNI !

   (È una frase di soddisfazione, per aver mangiato o bevuto a sazietà, o anche, per essersi tolti una preoccupazione).

 

*  FUMAMU E GGHEMU 'NCULU A LU GUVERNU !

   (È un modo un pò scherzoso e simpatico per giustificare il vizio del fumo, in quanto si è consapevoli che lo stesso può provocare danni alla salute. Quindi, dire : " fumiamo e prendiamo in giro il Governo" è come ammettere, che in realtà si sta prendendo in giro se stessi ) .

 

*  TRATTARI CU LI 'NGUANTI GIALLI !

   (Trattare bene, rispettare. Nell'ottocento e fino ai primi anni del nostro secolo, erano in uso i guanti, che oltre ad essere un comodo riparo per le mani, servivano anche a distinguere i vari ceti sociali della gente. Tra le persone raffinate e benestanti, considerate, a ragione o a torto, educate e rispettose, andavano di moda per l'appunto i guanti di colore giallo) .

 

*   PEDDI PI PEDDI, MEGLIU LA TÒ CA LA MÈ.

    (Pelle per pelle, meglio la tua che la mia. Può essere considerata una espressione degna di chi non ha alcun senso di altruismo verso il prossimo).

 

*   BOTTA DI SALI CHI CI VENI !

    (È una imprecazione verso qualcuno che ha provocato qualche guaio. In certi casi può anche essere considerata una grave maledizione. L'origine di tale frase si fa risalire all'antico e duro lavoro dei minatori, che estraendo il sale in anguste, pericolose e buie gallerie del sottosuolo agrigentino, specie a Racalmuto, sbattevano la testa contro le pareti rocciose, procurandosi a volte, gravi ferite).

 

*   CHIDDU CH'È SCRITTU, LEGGIRI SI VOLI.

    (Ciò che è scritto si può leggere.  Le parole scritte hanno più valore  di quelle pronunciate. La frase si rifà al motto latino "Verba volant, scripta manent" e cioè "Le parole volano, mentre ciò che è scritto rimane" ) .

 

*   ESSIRI CCHIU' VECCHIU DI LA CUCCA.

    (Essere molto vecchio. "La cucca" in siciliano è il femminile di "lu cuccu", nome con il quale viene indicato il gufo, uccello notturno che, si pensa, abbia una lunga vita ) .

 

*   AVIRI LA LUPA .

    (Avere una fame da lupo. Essere insaziabili e mangiare continuamente).

 

*   CU PIGLIA UN TURCU È SÒ.

    (Si dice di una persona che fa di testa propria, senza tenere conto delle opinioni degli altri o di eventuali regolamenti. L'origine di questo detto si può far risalire alle invasioni dei turchi sulle coste della nostra sempre martoriata Sicilia. Grande era l'odio per questi razziatori, tant'è che spesso, molti siciliani, animati di grande coraggio, li contrastavano e li combattevano, anche a costo della propria vita. A volte qualcuno, riusciva a catturare un turco e contro gli ordini di chi comandava, anziché consegnarlo, preferiva tenerselo e fare giustizia da sé .

Da qui è nato il detto , che tradotto significa " Chi prende un turco è suo" ) .

 

*   VAIU PI GUADAGNARI E FAZZU DETTA.

    (Cerco di ottenere guadagni, ma ottengo perdite. È l'amara constatazione di una condizione economica che va sempre peggio).

 

*   STRITTA UN CI VENI E LARGA UN CI TRASI.

    (È il motto degli incontentabili, ai quali, non và bene mai niente).

 

*  A BEDDU CORI !

   (Dimostrare disponibilità verso qualcuno. È come dire :”a disposizione, di vero cuore”).

 

*   PI FACCIFARIA.

      (Fare qualcosa per tanto per farla, solo per l’apparenza e senza convinzione).

 

*   ARRISTARI A LU VIRDI.

    (Rimanere al verde. Tale detto è diffuso ovunque e per tutti ha identico significato, cioè "rimanere senza soldi". L'origine risale ai tempi in cui ancora non era stata portata nelle case la luce elettrica. L'illuminazione veniva garantita da lumi a petrolio o da candele di cera. Ed è appunto da un diffusissimo tipo di queste ultime, che trae origine tale espressione. Infatti  erano state prodotte delle candele che presentavano la parte finale in basso di colore verde ; quando la fiamma cominciava ad intaccare questa parte colorata, si pensava già di essere vicini alla fine della cera e pertanto occorreva procurarsi un'altra candela. Da quì e' derivata l'abitudine di usare il detto anche quando si è a corto di denaro) .

 

*   ARRISTARI BACCARIATU .

    (Rimanere senza denari. Anche in questa espressione si evidenzia una situazione in cui ci si viene a trovare senza soldi e l'origine è da ricercare nell'antico gioco del baccarà, considerato d'azzardo. Infatti non è raro che tante persone dedite a questo ingiustificabile vizio, possano perdere sia il denaro che portano con sé, che altri beni immobili come case, terreni, ecc.) .

 

*   ARRISTARI A L'ASCIUTTU.

    (Anche questo detto è simile ai due precedenti e deriva dall'acqua, che asciugando, non lascia alcuna traccia).

 

*   CHIANCIRI CU LACRIMI DI COCCODRILLU.

    (E' credenza diffusa che quando si piange per finta o solo per mostrare un falso pentimento per qualcosa, si dice che quelle versate, sono lacrime di coccodrillo. L'espressione deriva dal fatto che il coccodrillo, quando termina di consumare il proprio pasto, ha sempre una lunga e lenta digestione che gli provoca una lacrimazione. Considerando che tale animale, spesso è un divoratore di persone, si dice che con questo pianto, non certamente voluto, esso dimostri un pentimento non sincero, che è sicuramente simulato).

 

*   UNN'AVIRI NE' CAPU, NE' CUDA .

    (Non avere né capo , né coda. E' come dire che una cosa o un discorso non hanno alcun senso, che sono del tutto incomprensibili ed inutili) .

 

*   AVIRI LU CRAVUNI VAGNATU .

    (Trovarsi in colpa e non essere in grado di difendersi. E' noto che anticamente, in tante famiglie, per riscaldare la propria casa si accendeva il carbone che, naturalmente, per assolvere lo scopo doveva essere completamente asciutto. Infatti "avere il carbone bagnato" vuol dire, essere in difetto) .

 

Tre significative e interessanti immagini che fanno la storia della Chiesa Madre che era stata restaurata nei primi anni del 1900. La cartolina era stata spedita al Colonnello Lo Cascio a Messina, il 26 dicembre 1917.

Questa cartolina risalente agli anni '60 è stata dedicata alla chiesa Madre. Il grande altare sullo sfondo, oggi non più esistente dopo i lavori di restauro conservativo degli anni '90, tutto realizzato in marmo, era stato donato alla chiesa dalla famiglia Parlapiano.

 

*   IRISINNI CU LA CUDA 'MMEZZU LI GAMMI.

    (Andarsene completamente sconfitto e mortificato, senza aver nessun elemento per discolparsi) .

 

*   FARI ARICCHI DI MIRCANTI.

    (Fare finta di non capire ciò che non conviene. E' questa una abitudine propria di certi mercanti, che pur di vendere, anche la merce più scadente, sembrano non volere ascoltare o fanno finta di non capire le lamentele dei clienti insoddisfatti).

 

*   COMU UN CAVULU A MERENDA.

    (Quando si dice che una cosa "c'entra come i cavoli a merenda" vuol dire che deve assolutamente essere eliminata, che disturberebbe, che potrebbe essere dannosa, anziché utile. L'espressione, entrata nel gergo popolare, deriva dal fatto che il  cavolo, notissimo ortaggio, è un alimento molto pesante e difficile da digerire, per cui, è alquanto improbabile che possa essere consumato durante la merenda, che invece richiede un pasto leggero e non abbondante).

 

*   ESSIRI SCRITTI A LIBRU NIVURU .

    (La frase è tipica del gergo della malavita, ma spesso viene usata anche scherzosamente tra amici. Il più appropriato significato è quello di "essere nel mirino" di qualcuno che si vuole vendicare e pertanto non ci si deve augurare di trovarsi scritti "a libru nivuru". L'origine di questo detto, risale al periodo della rivoluzione francese del 1789, quando, per l'appunto, tutte le persone sospette e i rivoltosi venivano registrati su un librone di colore nero. Se catturati, i malcapitati venivano messi sicuramente alla ghigliottina  e decapitati.

 

*   FARI “COGLI COGLI”.

    (Sopportare con pazienza e rassegnazione. Se una persona dice: “accamora fazzu cogli cogli”, significa che vuol dare un preavviso o un’ammonizione, che in futuro possono tramutarsi in una energica reazione).

 

*   MI VINISSI L'IMPITA DI.....

    (E' uno scatto di rabbia a stento trattenuto. E' come frenare  l'irruenza ed il proprio impeto, di fronte ad una persona che provoca, o che cerca in tutti i modi di litigare).

 

*   FARI DETTA .

     (Comprare a credito. In siciliano la parola detta significa debito).

 

*   FARISI LA MUSCAGNA.

    (La frase indica un modo di pettinare i capelli, che era in voga nel periodo in cui visse il grande musicista Pietro Mascagni (n.1863-m.1945), autore della famosa Opera lirica Cavalleria Rusticana. "Li capiddi fatti a la muscagna ", meglio se detti "a la Mascagni", erano per l'appunto una imitazione del modo in cui si pettinava il celebre Maestro, che  portava i capelli tutti all'indietro).

 

*   CHI BEDDU SPICCHIU.

    (E' un'espressione che solitamente viene rivolta ai ragazzi in senso di rimprovero per qualche loro mancanza, o scorretto comportamento. "Lu spicchiu" era un oggetto casalingo costruito in argilla cotta in svariate forme, che munito di stoppino immerso nell’olio, veniva acceso per illuminare le case, quando ancora non c’era l'energia elettrica).

 

*   GRATTARISILLA CU LA GRATTALORA.

    (Negli anni '50 l’espressione “Grattatilla cu la grattalora”, era molto in voga a Ribera, specie quando avvenivano liti tra le famiglie o tra le donne, cosiddette "sciarrera". Era un modo di far rodere il fegato agli avversari, cercando di provocarli il più possibile. Altra frase simile, spesso era "ti fazzu arraggiari", derivata dal detto “Fari arraggiamenti”,  per non citare quelle ancora più volgari).

 

*   FARI VIDIRI LI SURCI VIRDI.

    (E' la minaccia di una severa punizione nei riguardi di qualcuno. Il detto trae origine dal periodo fascista (1922-1942) in cui imperversavano le cosiddette squadracce, che punivano gli oppositori del regime. "I sorci verdi" erano un gruppo di fascisti aviatori, che intimorivano la gente con continui raid aerei, specie durante gli avvenimenti bellici).

 

*  SAPIRI DÙ COCCIA DI LITTRA.

( Chi afferma: "dù coccia di littra li sacciu", intende dire, con un pò di immodestia e presunzione, di essere  all'altezza della situazione e che sà cavarsela da sé).

 

*  ANCORA CI FETI LA VUCCA DI LATTI.

   (Ancora gli odora la bocca di latte. Frase che serve a qualificare una persona come inesperta e immatura).

 

*  ERA LU TEMPU CA BERTA FILAVA.

   (Questa frase trova riscontro in quasi tutte le regioni d'Italia e serve ad indicare tempi ormai passati e lontanissimi, quando, per l'appunto le donne filavano in casa, la lana o il cotone).

 

*  ALL'ANTU PICCIOTTI !

   (A mangiare ragazzi ! Anticamente con la parola "antu" si definiva la pancia e tale espressione veniva pronunciata nel momento in cui si poteva interrompere il lavoro per mangiare) .

 

*  PANZA MIA FATTI VISAZZA.

   (Pancia mia fatti bisaccia. È lo stesso che dire: "pancia mia fatti capanna". Si pronuncia per lo più, quando ci si appresta a fare un lauto pranzo o a gustare qualcosa di buono).

 

*  UNN'HAIU FIGLI E CHIANCIU NIPUTI.

   (Frase pronunciata da nonni o zii, quando, contro la loro volontà, sono costretti ad accudire ai propri nipoti o ad accontentarli nelle loro richieste di denaro).

 

*  AMMUCCAMU !

   (Si usa rivolgere questa parola a persone che stanno gustando qualche leccornia o stanno mangiando a sazietà. Può anche essere un complimento a chi ha ottenuto un successo in qualche iniziativa, o  a chi è stato baciato da improvvisa fortuna) .

 

*  ESSIRI UN ZUCCU DI FICUDINNIA.

   (Essere un pezzo d'uomo !  Complimento che si rivolge solitamente ai  giovanotti che hanno una bella presenza fisica. Pronunciata in una certa maniera la frase può anche voler dire ad una persona, che è tutta d’un pezzo, senza iniziative o meglio incapace) .

 

*  ESSIRI ABBUTTATU DI CULOSTRA.

   (Essere stato allattato con latte non buono. Si definiscono così gli individui antipatici, incontentabili o schizzinosi che amano vivere bene senza lavorare. Il detto ha origine dalla parola "culostra", cioè, il primo latte del seno di una donna che ha appena partorito e che, non é consigliabile dare al neonato).

 

*  Ecco un campionario, non proprio edificante, di parole e frasi offensive che servono a qualificare persone incapaci, inette, stupide, sciocche, che non fanno simpatia, ecc. Si sono evitate, volutamente, quelle ritenute un pò oscene o contrarie al comune senso del pudore . Andavano di moda tra i ragazzi litigiosi di Ribera negli anni '40 e '50  :

TESTA DI ZORBU - ZUBBU - OVU CUVATIZZU - OVU CIRUSU - 'GNUCCULUNI - ZAGURDU - LICCHINNUNI - CASCITTUNI - BABBASUNI - PIRU COTTU - BACCHITTUNI - CANNATUNI - CARDUBULUNI - PANZA DI CANIGLIA - CARRATEDDU - CUTUGNU - CANAZZU DI MANNARA - BABBU DI CAMMARATA - FACCI DI SETTI CAMMISI - FACCI DI BRUNZU - MASI SCARIANU - SCIMUNITU CU LA PATENTI - MALAMINCHIATA - BAFANARU - FACCI STAGNATA - PICIOLLU - SCANAZZATU - MASCARATU - ARMA PINESA - BURDUNI - ed è meglio fermarsi qui.

 

*  ESSIRI 'NA RIGGILIATURA.

   (Frase offensiva per una donna  pettegola, che stravolge i fatti e che va "sparlittiando" sempre, contro tutti e tutto) .

 

*  E PROSITA !

   (È un augurio per qualche lieto evento o per un successo conseguito).

 

*  IRI 'NNARRÈ 'NNARRÈ COMU LU CURDARU.

   (Peggiorare la propria situazione economica. L'espressione fa riferimento al movimento che fanno i cordari quando , indietreggiano per intrecciare la corda.

Famosa è la grotta, detta appunto  “dei cordari” a Siracusa) .

 

*  AD OGNI SFIRRIATA DI MUNNU.

   ( Come si sà, il nostro mondo impiega un anno per fare il giro completo attorno al sole. Con tale detto si vuol fare intendere che certi avvenimenti avvengono raramente). .

 

*  QUANNU CALA LA CHINA, TUTTI LI STRUNZI VENNU A GALLA.

   (La frase è rivolta a speculatori, profittatori e voltagabbana, che approfittano delle disgrazie altrui per arricchirsi. Il detto può anche essere spiegato come un avvenimento indesiderato, che inaspettatamente si abbatte contro tutti, coinvolgendo anche qualche insospettabile. Ha molta similitudine con l'altro detto “Calati juncu, ca passa la china” ) .

 

*  MORI SANSUNI CU TUTTI LI FILISTEI.

   (Anche questa frase ha, in parte, lo stesso significato della precedente e trae origine da fatti raccontati nella Bibbia a proposito del forte Sansone, che tradito da Dalila e accecato, ha fatto crollare un grande tempio, rimanendovi seppellito assieme ai suoi nemici . Tale espressione può anche voler dire, che occorre rischiare per riuscire in qualche difficile impresa ed essere preparati anche ad un insuccesso ) .

 

*  NÈ CAZZI, NÈ MAZZI.

   (Nè questo, nè quello. Rimanere a mani vuote) .

 

*  FARI LA FIGURA DI PEPÈ.

   (Fare una figuraccia. La frase proviene dall'"Opira di li pupi”, un'arte tipica della Sicilia, ancora viva, ma che rischia di scomparire. Infatti sono ormai pochissimi i teatrini di marionette, che sopravvivono solo per la passione e la costanza del proprio "burattinaio". Uno di questi, che è sicuramente un grande artista, ancora in attività è Mimmo Cuticchio di Palermo, che porta ancora i suoi preziosi pupi, da lui stesso costruiti, in giro per il mondo. Un  personaggio noto "nell'Opira di li pupi" di qualche decennio fa, veniva chiamato Don Pepè, o anche Peppennino e si esibiva in parti ridicole e avventure, che terminavano sempre nel modo peggiore. Da quì l'origine del detto) .

 

*  CU NASCI TUNNU, UN PÒ MORIRI QUATRATU.

   (Vuol dire che è impossibile cambiare il carattere o l'intelligenza di certe persone, considerate irrecuperabili) .

 

*  OMINI, OMINICCHI E QUAQUARAQUÀ .

   (Secondo questo detto, le persone si distinguono in tre categorie : i veri uomini, gli uomini a metà e gli uomini insignificanti. Nel gergo della malavita, essere un quaquaraquà vuol dire, essere anche un vigliacco, un traditore o una persona senza alcuna dignità ) .

 

*  LU FISSA CU È? CARNILIVARI, O CU CI VÀ APPRESSU !

   (Frase che si pronuncia come rimprovero verso chi ingenuamente, imita o segue i cattivi consigli, ricevendone in cambio delusioni o sicuri insuccessi) .

 

*  NUN SUGNU PISCI PI LA TÒ PADEDDA.

   (Non sono così fesso da farmi ingannare da te. Letteralmente : "non sono un pesce per la tua padella").

 

*  ARRAGGIUNARI A TRI TUBI.

   (Far ragionamenti incomprensibili e senza alcun nesso logico) .

 

*  ADDATTA E CHIANCI .

   (Si può anche dire : "sta beni e  lamentati". È un motto che può andar bene per chi non è mai soddisfatto di ciò che ha, come un bambino che piange mentre la madre lo allatta) .

 

*  OGNI JOCU DURA POCU.

   (Ogni cosa buona e piacevole dura poco) .

 

*  CU AVI PRUVULI SPARA.

   (Chi ha più argomenti li esponga. Chi è in grado di difendere i propri interessi, non guarda in faccia nessuno) .

 

*  CURRI QUANTU VÒ, CA DDÀ T'ASPETTU .

   (Questo antico detto era in uso tra i carcerati dell'Ucciardone di Palermo, per significare che prima o poi ci si doveva incontrare di nuovo. Spesso, era una minaccia, verso qualcuno che aveva tradito, o che non si era ben comportato, per fargli intendere che prima o poi sarebbe stato punito).

 

*  FARI QUATTRU FACCI COMU LU CASCAVADDU.

   (Fare quattro facce come il caciocavallo. Assumere vari comportamenti o atteggiamenti e non essere coerenti. Il caciocavallo, in Sicilia, è uno dei formaggi più diffusi e viene prodotto in forme a parallelepipedo che, mostrano, per l'appunto  quattro grandi facciate).

 

*   PIGLIARI SECHI SECHI.

    (Prendere qualcosa o una persona con molta cautela) .

 

*   PISULI PISULI.

    (Piano piano. Quando piove pisuli pisuli vuol dire che sta cadendo una pioggia leggera ma continua. È simile al detto “chiovi a 'ssuppa viddanu” che è la pioggia più benefica per le campagne, in quanto i terreni hanno modo di irrigarsi lentamente, senza essere danneggiati).

 

*   MISCIU MISCIU.

    (Quatto quatto, cioè chinato e silenzioso, che si muove lentamente non facendosi quasi notare. Nel linguaggio di uso comune a Ribera, tale doppio aggettivo si attribuisce a chi,  con sorpresa di tutti fa una azione che nessuno poteva immaginare). .

 

*   C'È LA FRANCIA.

    (Vuol dire che c'è poco denaro. Il detto trae origine dalla miseria che era costretto a subire il popolo siciliano durante la sanguinosa rivolta dei Vespri Siciliani, avvenuta a Palermo nel giorno del lunedi di Pasqua del 1282, per cacciare i francesi invasori da tutto il territorio siciliano).

 

*   UNN'AVIRI MANCU UN PINÌ.

    (Non avere alcuna disponibilità di soldi . Significa non possedere neanche la più piccola moneta degli Stati Uniti, che è appunto il "penny" e che equivale ad un centesimo di dollaro. Il detto sicuramente è nato subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, negli anni '40, quando la Sicilia pullulava di soldati americani che erano venuti a liberarla. Quel triste periodo storico si ricorda ancora oggi, per la grande miseria in cui versava il popolo, in seguito ai bombardamenti, avvenuti anche a Ribera).

 

Cartolina con foto di G.Cordova, datata 1 maggio 1924 edita dalla tabaccheria Magazzù. Era stata inviata da Lillina Iaccarino Saieva  nella città di Agrigento.

Altra cartolina in parte dedicata allo statista Francesco Crispi dove oltre alla sua foto è rappresentata anche la casa ubicata nel Corso Umberto Primo a Ribera. Risulta essere stata spedita ad Alfonso Argento di Agrigento il 14 gennaio 1938.

 

*   A PICCA A PICCA LU MONACU SI 'NFICCA.

    (A poco a poco il monaco si introduce. Si può anche dire, sempre con lo stesso significato che "a picca a picca lu diavulu si 'nficca"  e spesso, vuole indicare qualche persona invadente che a tutti i costi vuole intromettersi in faccende altrui).

 

*   FARI LA GULA 'NNICCHI 'NNICCHI.

    (Provare desiderio per qualche dolce o pietanza prelibata).

 

*   UNNI RIMEDIU UN C'È, NUN VALI CHIANCIRI.

    (È inutile versare lacrime o disperarsi per qualche cosa che non può essere fatta).

 

*   ACCATTARI A CRIDENZA.

    (Comprare a credito, cioè con l'impegno di pagare succesivamente. La parola "cridenza" sta ad indicare che il compratore è credibile e gode della fiducia del venditore).

 

*   DARI LU CUCCU O LA 'MBRÙ A LU NUTRICU.

    (Letteralmente, questa simpatica espressione dialettale tipicamente riberese, si può così tradurre: “dare l'uovo o l'acqua al neonato” ).

 

*   FARI VIDIRI DI QUALI ERBA SI FA LA SCUPA.

    (La tipica scopa siciliana si costruisce esclusivamente con un'erba che nasce spontanea, denominata "curina" che si ricava dalla "giummarra" essiccata. Si tratta della famosa palma nana ancora presente nel territorio siciliano e che oggi viene protetta per non andare in estinzione. Questo detto serve a far capire agli altri che non si ha alcuna voglia di scherzare e pertanto stiano attenti a sapersi comportare. Spesso, dire "ti fazzu vidiri di quali erba si fa la scupa", è un modo per intimidire qualcuno).

 

*   FARI CUNTENTU E GABBATU.

    (Far finta di accontentare qualcuno, ma a sua insaputa imbrogliarlo).

 

*   ITTARI LU BANNU.

    (Gridare per le strade. Fino alla fine degli anni '50 a Ribera era ancora in uso "la vanniata" per le strade, preceduta sempre dallo  squillo di una piccola tromba di rame ad una sola nota. Spesso, erano i negozianti o chi aveva qualcosa da vendere, che facevano annunciare alla cittadinanza, da un "vanniaturi" i pregi della loro merce.

Alcune "vanniate" molto conosciute erano: <<Arrivaru li pisci vivi, a la piscaria nova, 'nnarrè lu municipiu>>, <<Ricotta cu lu seru è, ricotta cu lu sè>>, <<Patati novi avemu>>, <Cu mancia patati un mori mà>>. Spesso chi smarriva qualche animale, tornando dalla campagna, faceva "ittari lu bannu" e prometteva una ricompensa. Un esempio tipico è: <<A cu ha truvatu 'na crapa, di la trazzera di lu Casteddu a Rivela, daticcilla ca c'è lu viviraggiu>> e cioè <<A chi ha trovato una capra, dalla trazzera che va dal Castello fino a Ribera, riconsegnatela e ci sarà un premio>>. A volte, anche il Sindaco faceva annunziare per le strade le proprie ordinanze ai cittadini, invitandoli a rispettarle. Famoso, ormai quel bando per le corse dei cavalli, già riportato da chi scrive, nel precedente volume "La strina" e che così recita : <<Populu di Rivela! pi ordini e cumannamentu di lu signuri e Sinnacu, 'nti la cursa di li  cavaddi, li matri nun tinissiru li figli 'mmezzu la strata, pirchì la cursa è vanniata e cu si scaccia è a cuntu sò, e lu Sinnacu si la senti scutulari ! >> . Ancora oggi le "Vanniate", spesso registrate su musicassette, ma molte anche dal vivo, sono in uso specie tra i venditori di indumenti, di pesce o di frutta e verdura dei mercatini rionali).

 

*   AVIRI STICCHI E FURMI.

    (Possedere molte cianfrusaglie, oggetti inutili che creano disordine.

Trae origine dalle "stecche di legno" e dalle varie "forme" di cui si servivano i calzolai  per riparare le scarpe).

 

*   AVIRI LI 'MMURRITI.

    (Essere molto irrequieti, agitati o nervosi. Letteralmente “avere le emorroidi”).

 

*   FRASI CHI SI DICI.

    (Scusando il bisticcio di parole, questa è una "frase", che giustifica un'altra "frase", quando la persona a cui è stata rivolta non ne ha afferrato il vero significato o non l'ha gradito).

 

*   FARI L'INDIANU.

    (Far finta di non capire o di non sentire. È simile ai detti "Fari aricchi di mercanti" o "Fari lu fintu tontu").

 

*   SÙ CCHIÙ LI VUCI, CA LI NUCI.

    (Sono più le parole che i fatti. È come dire "Scrusciu di carta assà e cubbata nenti").

 

*   ITTARI LIZZARI.

    (Pronunciare cattive parole verso qualcuno, o disperarsi con pesanti improperi, per qualche contrarietà).   

*  ITTARI LU PICCHIU.

   ( In siciliano la parola "picchiu" indica il pianto, specie quello dei bambini. "Picchiuliari" vuol dire piangere sommessamente e in continuazione, facendo, a volte, innervosire qualcuno. La frase è intesa come un "malaugurio" e viene attribuita a persone che intervenendo, anche a sproposito, in qualche situazione, fanno di tutto per far trasparire il loro pessimismo e la loro incredulità ).

 

*   CI VONNU QUATTRU OMINI PI GHITTARI FORA UN MORTU,

    FIGURARISI PI UNU VIVU !

    (Occorrono quattro uomini per portare fuori un defunto, figurarsi quanti ne occorrono per buttare fuori uno vivo. Il detto si riferisce a situazioni di rissa, quando qualche persona furiosa, difficilmente può essere allontanata dai pacieri di turno) .

 

*   METTIRI A LU ZUZZU.

    (Si può anche dire "'mpajari a lu carrettu" , cioè, costringere qualcuno a lavorare, anche contro la sua volontà. Nel dialetto siciliano la parola "zuzzu" indica il suono sgradevole di un violino o un ingrato lamento di una persona costretta a soffrire) .

 

*   IRI A LI CUMUNA.

    (La parola dialettale "cumuni", da non confondere con il palazzo del municipio, indica un immondezzaio o una discarica, posta nella periferia di un paese. Spesso questi luoghi erano ricettacolo di cani e gatti randagi, e costituivano un pericolo per la salute pubblica. Ma per i ragazzini degli anni '50 "iri a li cumuna" era un puro divertimento, per cercare cose varie, come alluminio, rame e ferro da vendere per guadagnare qualche spicciolo. Spesso si marinava la scuola per andare a trascorrervi mezza giornata. "Li cumuna" più conosciuti a Ribera, erano nel quartiere di Sant'Antonino, nell'attuale via Conceria e dietro la Villa comunale, dove le donne a piedi, andavano personalmente a depositare i loro rifiuti).

 

*   PIGLIARI LA CITATEDDA.

    (Prendere le vie della città. Il vero senso di questo detto è quello di approfittare, esagerare, essere irrequieti o far di testa propria senza ascoltare i consigli degli altri. Vuol anche significare "andare in giro" senza una meta prestabilita o prendere "la mala strata". Nel tempo, un altro detto simile ha assunto quasi lo stesso significato ed è : "pigliari la via di l'acitu", cioè frequentare cattive compagnie).

 

*   MA VATTINNI 'NTI DONNA MARIA.

    (Molto in voga era questa espressione a Ribera fino al 20-settembre 1958, data che, con la famosa "amata-odiata" legge Merlin, ha sancito la chiusura delle case di tolleranza. Fino ad allora, una di queste "case", chiamata "Pensione Sardegna", operava a Ribera, nella odierna Piazza Zamenhoff, all'angolo con la Via Pozzillo ed era gestita da una altera e possente "signora", di nome Daga Maria e che tutti chiamavano Donna Maria. Tale espressione, serviva in svariati casi, specie nel gergo dei ragazzi, sia per mandare a quel paese, che per dimostrare dissenso, o come per dire "ma vallo a raccontare a qualcun altro ! ).

 

*   ESSIRI UN CECÈ PISCI.

    (Anche Cecè Pisci, come Peppe 'Nnappa, o Peppennino, era una figura tipica del teatro delle marionette, la cui caratteristica essenziale era quella di combinarne di tutti i colori ed essere un vero guastafeste. Quindi la frase si presta per quei ragazzi, che a dispetto dei genitori, mostrano atteggiamenti un pò da discoli e un pò da scemi, ma con il solo scopo di creare un pò d'allegria e non per pura cattiveria).

 

*   METTISI LI PEPÈ,

    (Mettersi le scarpe. Tale modo di dire viene adottato solo quando si ha a che fare con bambini in tenerissima età. Si riportano come esempi alcune frasi tipiche riberesi che fanno parte, appunto del linguaggio infantile : "fà la vò vò (invito a dormire), “lu tatà ( il cavallo), "lu mmè mmè" (la pecora), "ti dugnu tetè" (ti dò botte), "emu a ddrì ddrì (andiamo a spasso), ecc...

 

*   ESSIRI 'NA JUMINTUNA.

    (Letteralmente significa “essere una giumenta”, ma in dialetto vuol dire “essere maleducata”. La parola “jumintuna” si diceva  alle ragazzine, quando cominciavano a mostrare i primi segni di distacco e di disaccordo con la propria madre, o mostravano poco rispetto. Si può anche dire "essiri sfrinata", cioè senza freno, o “rispustera”, che risponde senza alcun garbo ai rimproveri dei grandi).

 

*   CUNTARI QUATTRU PI CINCU.

(Raccontare cose non vere  stravolgendo la realtà).

 

*   ESSIRI UN ‘NZAPPARRUNI.

(Essere uno zotico, che ha modi rudi nel presentarsi, ovvero un bonaccione, che si mostra goffo sia nelle discussioni che nelle azioni).

 

*   ISARI LI PIUNCHI.

(Alzare i piedi, sbrigarsi a camminare).

 

*   COMU MI CANTI TI SONU.

(Detto pronunciato da chi vuole rispondere per le rime, dando risposte appropriate).

 

*   A UNU A UNU E SENZA AMMUTTARI.

    (Fare le cose con calma, senza fretta e senza spingere per non generare confusione) .

*   ESSIRI BEDDU, LISCIU E PITTINATU.

    (Essere una persona che dimostra calma, sicurezza, disinvoltura e che lascia trasparire anche una certa eleganza).

 

*   ESSIRI MUZZICATU DI L'API.

    (Essere molto arrabbiato, nervoso ed intrattabile) .

 

*   NÈ ACQUA CHI LU VAGNA, NÈ SULI CHI L'ASCIUCA.

    (Si dice di persona molto tranquilla, che mostra indifferenza e disinteresse per ogni cosa. Insomma, una persona che difficilmente prende qualche iniziativa).

 

*   LU JORNU DI LU PICURARU.

    (È l'ultimo giorno di Carnevale e quindi si ha l'ultima possibilità di divertirsi. In certe occasioni, dire "è l'urtimu jornu di lu picuraru", vuol significare, che bisogna approfittare di ciò che si ha a disposizione, poiché l'indomani può essere troppo tardi. Il detto trae origine dalla leggenda che narra del pastore che, per distrazione, pensava che in paese si stesse per festeggiare l'ultimo giorno di Carnevale, ma quando vi è giunto, ha appreso che tutti i divertimenti erano finiti e si era già al giorno delle ceneri. Il Signore, mosso a pietà, ha da allora acconsentito di aggiungere un altro giorno al periodo carnevalesco, per il divertimento del povero "picuraru") .

 

*  'MPAIARISI AD UNU PI DAVANTI.

   (Rimproverare qualcuno in maniera violenta e volgare).

 

*   PIGLIARISILLA CU CCU SI SENTI LU MEGLIU.

    (Non avere riguardi per nessuno. Essere nervosi ed arrabbiati con chiunque).

 

*   STARI CU LA FUNCIA.

    (Tenere il broncio, essere incavolati e tristi, stringendo ed allungando le labbra in avanti).

 

*   QUANTU CASSATEDDI HAIU A LA FRANCIA E CCÀ MORU DI FAMI.

    (È l'amara constatazione di chi, pur possedendo beni materiali, non è in grado di poterli utilizzare e viene a trovarsi in una improvvisa situazione di ristrettezza economica).

 

*   TRAVAGLIARI PICCA E CHIDDU CHI C'È FALLU FARI ALL'ATRI.

    (Lavorare poco o niente e quello che c'è da fare, farlo fare ad altri. L'espressione, a buon diritto, può  essere considerata l'inno "di li lagnusi", cioè degli scansafatiche).

 

*   CU 'NN'APPI 'NN'APPI CASSATEDDI DI PASQUA.

    (Chi ha avuto ha avuto. Non ci sono più, altre possibilità per fare o ottenere qualcosa).

 

*   ESSIRI COMU LU FARU DI MISSINA, SÈ URI SCINNI E SÈ URI     ACCHIANA.

    (Si dice di persone sempre indecise, che cambiano idea da un momento all'altro, mostrando notevole incoerenza con le proprie idee).

 

*   CI PÒ CALARI LA PASTA.

    (È un modo per dire "stanne certo che è come dico io". È come voler mostrare sicurezza per ciò che si afferma. Il significato del detto è molto simile alla frase “ci puoi scommettere” ) .

 

*   FARI CATINAZZU.

    (Far cilecca, fallire in qualche cosa. Nel gergo siciliano però, il significato più appropriato è quello di "non essere in grado di completare un atto sessuale e rivelarsi impotenti).

 

*   ESSIRI CU LU CULU 'NTERRA.

    (Ridursi in miseria a causa di iniziative fallite o per troppi debiti, che difficilmente potranno essere onorati. L'origine di questo detto, si fa risalire al periodo storico del Medioevo, quando i debitori insolventi, venivano denudati dei pantaloni e venivano costretti a posare le natiche a terra, tra la derisione della gente).

 

*   LU SABATU SI CHIAMA ALLEGRA CORI, BIATU CU AVI BEDDA LA MUGLIERI,

    CU L'AVI LASDA CI SCURA LU CORI E PREGA CA LU SABATU NUN VENI.

    (Questo famosissimo detto popolare era in uso a Ribera negli anni '30, ‘40 e '50, tra i contadini che si recavano a lavorare in campi molto lontani dal paese. Era uso di rimanervi per tutta la settimana, facendo ritorno a casa, solo al sabato. Naturalmente, i mariti che avevano una bella moglie, erano felici del proprio rientro tra le pareti domestiche, mentre, chi la moglie l'aveva brutta, sperava che il sabato non arrivasse mai. Tali versi spesso venivano anche cantati) .

 

*   AGNEDDU E SUCU E FINÌ 'U VATTIU.

    (Indica la fine di un bel pranzo o di una festa. Può anche significare che un certo progetto, pur portato avanti con impegno anche economico, purtroppo si è rivelato un inaspettato insuccesso).

 

*  BEDDA, COMU LU CULU DI LA GATTAREDDA.

   (Frase ironica e burlona che si rivolge a qualche ragazza, giudicata vanitosa, che fa di tutto per apparire bella. Sembra un pò esagerato l'accostamento tra un viso di donna e la parte meno nobile di una gattina, ma l'espressione, spesso è pronunciata senza alcuna cattiveria).

 

*  ESSIRI COMU LA VARCA DI GIARACANNÀ.

   (Giaracannà, anticamente era un pescatore delle nostre parti, che possedeva una barca molto malandata e dissestata e pertanto non riusciva mai a fare buona pesca. Il detto si presta per quelle persone che non usano i mezzi adeguati per riuscire a realizzare un loro progetto).

 

*  MA V'ACCATTATI LI BABBALUCI 'NTI FULIPPU PIULINU.

  (Un simpatico personaggio degli anni '50, a Ribera era soprannominato "Fulippu piulinu". Questi, andava sempre in giro per le strade a vendere "babbaluci di la Sammuca", cioè chiocciole provenienti dalla vicina Sambuca di Sicilia. Il detto ogni tanto veniva pronunciato con l'evidente intenzione di mandare qualcuno a "quel paese" o per contraddirlo in qualche sua affermazione).

 

*  AVIRI LI SANTI 'MPARADISU.

   (Avere la possibilità di trovare raccomandazioni o protezione da parte di chi ha potere).

 

*  'NTI CHI LU VITTI, LU SVITTI.

   (Lo dice chi, vede qualcosa solo per un breve e fuggevole attimo).

 

*  FARISI LU GRUPPU A LA SCHIAPPINA.

   (Nei tempi passati, "lu gruppu a la schiappina" , cioè un nodo di cravatta piccolo e malandato, era considerato segno di poca eleganza e trascuratezza nel vestirsi).

 

*  LAVARISI LA 'MPIGNA.

   (Anche se il vero significato della parola siciliana "mpigna" è la parte alta della scarpa e cioè la tomaia, a Ribera questa frase vuol dire "lavarsi la faccia". Dire a qualcuno "Ma và lavati la 'mpigna", è come dirgli di andarsi a purificare perché non è per niente credibile).

 

*  CAMINARI DI MEZZU LATU COMU A CATANIA.

   (Alcuni anni fa a Ribera esisteva un simpatico personaggio di cognome Catania, che essendo molto esile, nelle giornate di forte vento, si dice, camminasse per le strade, con grosse pietre in tasca, per appesantirsi e non rischiare di cadere a terra. Molto spesso, il peso non  perfettamente bilanciato, lo costringeva a procedere  inclinato, da una parte o dall'altra. Da qui è nato il detto, per indicare qualcuno che cammina un pò barcollante o non  proprio sicuro di se).

 

CARTOLINA AUGURALE

Una cartolina augurale in uso nei primi anni del 1900. Solitamente

in quegli anni, ci si scambiavano sovente dei pensieri augurali per ogni occasione

e spesso su quelle fantasiose e spesso artistiche opere di grafica veniva inserito qualche pensierino molto romantico

IL LUSTRASCARPE

In questa interessante colorata cartolina del 1902 è rappresentato

uno dei mestieri più diffusi nelle grandi città: il lustrascarpe di strada.

Da ricordi personali, torna alla mente che qualche lustrascarpe a Palermo

si vedeva sempre, scalinata del mercato della Vucciria. Si guadagnavano pochi soldi ma a quei tempi si riusciva a tirare avanti.

 

*  FARI UNA COSA DI MALU 'SDINGANNU.

   (Fare una cosa non gradita, controvoglia e malvolentieri).

 

*  CI PIGLIÀ LA MUSCA.

   (Si dice a chi è diventato improvvisamente nervoso, scontroso ed intrattabile).

*   ESSIRI NIVURU COMU LA PICI.

    (Essere nero come la pece, essere fuori di sé per la rabbia).

 

*   TRUVARISI 'NTA UN FUNNU DI LETTU.

    (Essere gravemente ammalato e costretto a letto, con il timore di una morte imminente).

 

*   JUCARI A FUTTI CUMPAGNU.

    (Dar fregature e approfittare anche degli amici. Il detto ha origine dai giochi tra  ragazzi, il cui scopo principale era sempre quello di primeggiare sugli altri, cercando di vincere, oltre che con l'abilità, anche con la furbizia o l’imbroglio).

 

*   FARI CALARI LU LATTU.

    (Fare annoiare maledettamente).

 

*   TESTA DI CALABRISI.

    (Si dice solitamente alle persone testarde e cocciute che non accettano alcun consiglio. Senza voler assolutamente offendere i calabresi che, è risaputo essere cortesi e laboriosi, il detto forse è nato proprio in Calabria, per evidenziare il carattere forte e volitivo della propria gente).

 

*   SCECCU DI PANTIDDARIA.

    (E' una frase bonariamente offensiva, per dare dell’ignorante a qualcuno. Non si comprende perché, il detto prende di mira “lu sceccu”, cioè l’asino dell'isola di Pantelleria.

 

*   FARI LA CUCCHIAREDDA.

    (E' l'accenno di pianto di bambini piccolissimi, che appunto, sporgendo in fuori il labbro inferiore formano un incavo simile ad un cucchiaio).

 

*   FARI LA CURSA DI CINCHINEDDU.

    (Intraprendere un'azione o partecipare ad una gara senza ottenere buoni risultati. E' notorio che a Ribera, anticamente si svolgevano, con una certa assiduità, le corse dei cavalli, specie in concomitanza con le feste religiose, come San. Giuseppe, Sant'Antonino o Maria SS. Immacolata. Si pensa che, Cinchineddu, doveva essere  un fantino, che correva sempre, ma sfortunatamente non vinceva mai).

 

*   AVIRI LU MUDDICU JCATU.

    (Avere l'ombelico unito. E' un detto popolare secondo il quale due o più amici stanno sempre insieme ed hanno molti interessi comuni. Questo stretto legame viene paragonato a due fratelli siamesi, uniti dalla nascita).

 

*   ESSIRI AMICU DI TRAZZERA.

    (Essere considerato un amico non sincero, infido ed a volte pericoloso, per cui è necessario prendere le dovute cautele. Una conoscenza improvvisa, che, ad esempio, può avvenire tra due persone che, casualmente si incontrano in una trazzera di campagna, può instaurare un'amicizia temporanea che, difficilmente sarà destinata a durare).

 

*   FARI LU SACCHINARU.

    (Rubare cose di poco conto, come ad esempio quelle contenute in una "sacchina" (bisaccia del contadino). “Lu sacchinaru”, pertanto, è un ladro da strapazzo, che per un nonnulla, a volte provoca grossi danni).

 

*   ESSIRI FIGLIU DI LA GADDINA BIANCA.

    (Essere il prediletto e, godere di privilegi immeritati, che provocano il risentimento e l'invidia di altri).

 

*   ESSIRI PALUMMEDDA SENZA FELI.

    (Essere come una colomba senza veleno, cioè ingenuo e incapace di far male).

 

*   DIU 'NNI SCANZA E LIBIRA.

    (E' uno scongiuro contro un danno temuto o un avvenimento che potrebbe portare lutti e rovine. E' anche una invocazione a Dio, affinché protegga da eventuali disgrazie).

 

*   A SCANCIU T'AVISSIRU A 'MMAZZARI !

    (Espressione piena di cattiveria e di odio che significa letteralmente "Per errore ti dovrebbero uccidere". Fortunatamente, questa terribile frase, ormai del tutto scomparsa, non trova alcun riscontro in fatti reali).

 

*   AVIRI UN VRAZZU LONGU E UNU CURTU.

    (Avere un braccio lungo ed uno corto si riferisce a persone, abituate a ricevere e mai a dare).

 

*   ESSIRI ASCIUTTU COMU UN'ARANCIU DI PARTANNA.

    (Essere freddo, insensibile a qualunque cosa o poco disponibile verso gli altri. Il paragone con le arance di Partanna, che sicuramente il succo ce l'hanno, non vuole essere assolutamente cattivo, ma è risaputo che quelle di Ribera, succose, squisite e coltivate per l'appunto nella ”Citta' delle arance”, godono di una fama meritata che non teme concorrenza). 

 

*   FARI ABBALLARI SENZA SONU.

    (Intimidire spavaldamente i più deboli).

 

*   FARI SCUMAZZA.

(Parlare a sproposito e non concludere nulla. È come dire: “Tutto fumo e niente arrosto”, oppure “Scrusciu di carta assà e cubbata nenti”).

 

BEDDU DI FACCI E BEDDU DI CORI.

(Così si usa definire una persona, che, oltre ad essere di bella presenza è anche generosa).

 

ESSIRI CCHIÙ LASDI DI LA VECCHIA DI L’ACITU.

(Essere bruttissimi. Racconta qualche anziano che, anticamente a Ribera, girava per le strade una vecchietta, alquanto brutta, che vendeva aceto e che, per l’appunto, era da tutti conosciuta come “la vecchia di l’acitu”).

 

AVIRI LA FACCI A PROVA DI BUMMA.

(Avere la faccia tosta. Si può anche dire “aviri la facci di brunzu”).

 

ESSIRI FRISCU COMU LI ROSI.

(Si dice di persona sempre quieta, che non si preoccupa di nulla, Equivale ad “essiri sodu”. Più raro il detto “Essiri friscu comu la nivi”).

 

ESSIRI GRANNI AMMATULA.

(Essere grandi inutilmente. Si definiscono così i giovani di una certa età, che dimostrano ancora comportamenti da adolescenti).

 

ESSIRI LAVATIVI.

(Essere pigri, oziosi. È “lavativu”, o anche “lagnusu”, chi non vuole lavorare o che non si impegna in nessuna iniziativa).

 

ESSIRI SANTA CHIARA DI NAPULI.

(Essere espliciti e dire apertamente e senza timore ciò che si pensa).

 

ESSIRI TARGA NAPULI.

(Avere sempre voglia di uscire di casa, o intraprendere spesso dei viaggi anche in posti lontani).

 

PASSARISI LA MANI ‘NTA LU PETTU.

(Fare le cose secondo la propria coscienza, o dimostrare di essere in buona fede).

 

UNNI SI TOCCA SONA.

(Il detto viene solitamente riferito a persone molto eclettiche, ricche di inventiva e che si prodigano, con successo in tante iniziative. Come dire: “ovunque lo metti, se la saprà cavare).

 

MUTU CU SAPI LU JOCU.

(È un invito a chi conosce fatti, soluzioni o situazioni, a non rivelarli prima del tempo. È come dire: “Stia zitto chi già è a conoscenza).

 

TUTTU ‘NTENTU AMARI A DIU.

(Il detto evidenzia tutti quei casi in cui una persona fa una cosa , solo per  un proprio calcolato tornaconto).

 

PIATTU RICCU MI CI ‘NFICCU.

(Non farsi sfuggire una occasione che si ritiene favorevole. Entrare in gioco per trarne degli utili).

  

ITTARISI A MATAFFU.

(Gettarsi o scagliarsi contro qualcosa o qualcuno, con il rischio di far danno. “Lu mataffu”, è uno strumento campagnolo in legno che serviva a spianare il terreno. In italiano si chiama mazzeranga, mazzapicchio, pillòne o pillo).

 

PEZZU E PEGU.

(Idem, tale e quale, lo stesso).

 

BERBE D’OPIRA.

(Vuol dire “identico”, somigliante, ecc.” Si riferisce a persone apparse in sogno).

 

SPARIARISILLA.

(Fare a scarica barile),

 

TRUVARI ‘NA BONA CUGNINTURA.

(La parola “cugnintura” vuol dire congiuntura, ma nel contesto della frase significa “ una  buona occasione” o opportunità, che non ci si  deve lasciare sfuggire.

*   'MBRIACARISI DI VINU BONU.

    Fare soltanto le cose che possano dare buoni frutti e tralasciare quelle di poco conto. Saper scegliere le cose migliori).

 

*   ACCATTA E PENTITI.

    (Comprare e investire è sempre  buona cosa, anche se può esserci qualche rischio).

 

*   TI PIACÌ LU PISCI, ORA ETTA LA RESCA.

    È un modo di dire che si rivolge alle donne che soffrono, a causa del travaglio per un imminente parto) .

 

*   A SCHIFIU FINÌ.

    (È finita nel peggiore dei modi) .

 

*   FINÌ A FRISCHI E PIDITA.

    (È finito tutto in una grande confusione. Può anche riferirsi al clamoroso fallimento di qualche iniziativa o all'insuccesso di uno spettacolo ) .

 

*   ALLAMARI COMU LI CANI.

    (Lamentarsi come un cane che soffre, o che ha molta fame).

 

*   ESSIRI UN PEPPI COPPULA.

    (Essere uno stupido, buono a nulla ed incapace) .

 

*   ESSIRI 'NA VERA CAMURRIA.

    (La parola "camurria" proviene da "camorra", che è una associazione di criminali nota in Campania, le cui attività illecite hanno come scopo le estorsioni, il contrabbando e le vendette. Il detto, comunque, dalle nostre parti è bonariamente rivolto ai seccatori noiosi o a chi fa insistenti richieste che non possono essere esaudite).

 

*   LICCARISI L'UGNA.

    (Leccarsi le unghia é come leccarsi i baffi, quando si assaggia qualcosa di buono) .

 

*   E CU CI LA PORTA ORA STA NUTIZIA A LA CASA.

    (È una espressione che si pronuncia quando si assiste o si viene a conoscenza di qualcosa di grave, per cui occorre avere una certa freddezza e coraggio per raccontarla a casa) .

 

*   ESSIRI 'NTALL'ACQUA DI L'ARANCI.

    Trovarsi nei guai. L'acqua contenuta in parte nelle arance è acida, per cui da questa caratteristica ha avuto origine il detto) .

 

*   CHISTA È LA ZITA !

    (Far comprendere a qualcuno che una certa situazione deve essere accettata così com'è, senza nulla pretendere in più. Il detto può anche essere più completo con l'aggiunta di “orba, ciunca e struppiata”, per evidenziare che non mancano alcuni difetti).

 

*   FARISI LA TRUSCIA.

    (Farsi il fagotto e prepararsi a partire. In tempi ormai quasi del tutto dimenticati, quando due innamorati non potevano fidanzarsi e sposarsi per l'intromissione o il divieto dei genitori, a volte decidevano di scappare insieme. Era questa la famosa "fuitina" che permetteva loro di stare qualche giorno assieme fuori, spesso presso parenti compiacenti, per poi ritornare a casa e pensare alle future nozze. Spesso, quando si sentiva dire che una  ragazza aveva fatto "la truscia", voleva dire che era scappata via con il suo spasimante).

 

*   FARI LU CAPPOTTU.

    Al gioco della dama vuol dire, mettere l'avversario in una condizione di non poter fare alcun punto. Quindi, ottenere una vittoria limpida e totale).

 

*    FARISI LA CRUCI CU LA MANU MANCA.

    (Si dice “mi vogliu fari la cruci cu la manu manca” ,in momenti di paura, di meraviglia, di stupore, per qualche avvenimento  tragico ed inaspettato)

 

*   ARRISTARI CU 'NA MANU DAVANTI E L'ATRA 'NNARRÈ.

    (Rimanere gabbato dopo un'impresa non riuscita. Equivale al detto "Arristari curnutu e vastuniatu).

 

*   IRISINNI CANNI CANNI.

    (Andare avanti con sicurezza e senza incontrare ostacoli).

 

*   FARISILLA PETRI PETRI.

    (Scampare fortunosamente a qualche pericolo) .

 

*   CIRCARI COMU 'NA GUGLIA PERSA.

    (Cercare qualcuno o qualcosa che difficilmente si potrà trovare. Praticamente è come "cercare un ago in un pagliaio" ) .

 

*   IRISINNI COMU UN CANI MAZZIATU.

    (Andarsene come un cane bastonato, cioè avvilito, mortificato per qualcosa che si è conclusa nel peggiore dei modi) .

 

*   METTISI SUTTA SCUPA.

    (Letteralmente sta per "mettersi sotto scopa", cioè dare agli altri una possibilità insperata ed esporsi ad un certo rischio. Quando si gioca a "Scopa", lasciare sul tavolo alcune carte, la cui somma non supera il dieci, è come dare all'avversario la possibilità di fare scopa).

 

*   METTISI UN PUCI 'NTESTA.

    (Nella lingua italiana un detto simile è "Mettersi una pulce nell'orecchio". Vuol significare, avere un pensiero fisso nella mente e non essere tranquilli) .

 

*   NESCIRI L'UGNA COMU LI GATTI.

    (Reagire energicamente. Sapersi difendere anche con i prepotenti, mostrando una certa aggressività).

 

*   SI UNCERU QUATTRU AMICI E LU ZU COLA.

    (Con questa frase si indica un gruppo ristretto di persone che, riservatamente, si intrattengono a discutere argomenti di loro comune interesse, destando l'invidia o l'antipatia di altri esclusi) .

 

*   ESSIRI PEGGIU DI GIUFÀ.

    (Notoria è nella letteratura siciliana la figura di Giufà, il quale "una ne pensa e cento ne fà!". La caratteristica principale di questo simpatico personaggio è sempre quella di combinare guai a non finire. Quindi, essere considerati peggio di Giufà, equivale ad essere definiti stupidi, inetti ed irresponsabili) .

 

*   E CHI PARLU CU LU MURU ?

    (Frase che si rivolge a chi non presta ascolto o che fa finta di non sentire. È come parlare ai sordi) .

 

*   E CU PARLA LU PARACCARU ?

    (Ha lo stesso significato della frase precedente. Credo che l'origine sia da ricercare nell'antico mestiere degli ombrellai ambulanti, che, un tempo, giravano per le strade per riparare ombrelli. Negli ultimi anni del 1950, quando in Italia s'è determinato un certo benessere economico, nessuno ha più pensato di riparare gli ombrelli rotti, ma ha preferito comprarli nuovi. Così il grido dell'ombrellaio veniva sempre meno ascoltato, fino al punto di fare scomparire questo antichissimo mestiere).

 

*   PIGLIARISI UN LISCIA E BUSCIA.

    (Prendersi un severo rimprovero o anche percosse. La parola "buscia" o "vusciu" è una pianta con legno durissimo, chiamata bosso dalla quale possono essere ricavate delle verghe o bacchette per bastonare gli animali).

*   RISTARI CU L'OCCHI CHINI E LI MANI VACANTI.

    (Avere sperato di ottenere qualcosa, ma essere rimasti a mani vuote).

 

*    ESSIRI AZZACCANATU.

     (Essere inzuppato d'acqua con tutti i vestiti addosso. Si può anche dire "essiri azzaccanatu comu un puddicinu". In realtà la parola "azzaccanatu" proviene dal verbo "azzaccanari", che vuol dire "inzaccherarsi" o "riempirsi di zacchere", cioè di  pezzi di fango) .

 

*    PISSINIARI.

     (Piovere lentamente ma in continuazione. Si può anche dire "chioviri a suppa viddanu". Il detto proviene dal noto bisbiglio o sussurro "pissi pissi", quando si vuole chiamare qualcuno piano e a bassa voce, per non disturbare gli altri) .

 

*   TAGLIARI CARNI E OSSA.

    (Non guardare in faccia nessuno. Fare le cose secondo giustizia) .

 

*   UNNI VÀ CU LU SCECCU !

    (Letteralmente vuol dire: "dove vai con l'asino", ma il  significato per noi siciliani è  "Ma dove credi di andare ?". Quindi è un invito a non continuare nel fare qualcosa).

 

*   ZERU E VÀ ZERU, UN CANTARU E VINTICINCU.

    (Si usa questo famoso detto, quando il risultato di una operazione rispecchia le previsioni. Vuol dire anche "ne più, ne meno", e cioè, che i conti tornano).

 

*   AVIRI UN CORI D'ASINU E UN CORI DI LIUNI.

    (Dimostrare indecisione nell'apprestarsi a far qualcosa. Avere speranza e timore nello stesso tempo. Il cuore dell'asino rappresenta la paura, mentre quello del leone il coraggio).

 

*   RACCUMANNARI LA PECURA A LU LUPU.

    (Raccomandare una persona a gente incapace o a qualcuno che potrebbe danneggiarla, anziché aiutarla).

 

*   ACCHIANARI LI MURA LISCI.

    (Essere capaci di superare qualsiasi ostacolo, pur di raggiungere uno scopo) .

 

*   FARI TRASIRI LU SCECU PI LA CUDA.

    (Voler fare cose impossibili. Insistere nel portare avanti un'idea o un progetto, giudicati irrealizzabili).

 

*   NUN POZZU CAMINARI E HAIU A CURRIRI.

    (Il detto viene pronunciato da chi è costretto, suo malgrado, a far cose al di sopra delle sue possibilità. È come “fare il passo più lungo della gamba”).

 

*   UNNI MANGIANU TRÌ, MANGIANU QUATTRU.

    (Ciò che basta per tre persone, può bastare anche per quattro. C'è sempre la possibilità di ospitare o far sedere a tavola una persona arrivata all'improvviso) .

 

*   PIGLIARI LU CELU CU LI MANI.

    (Prendere il cielo con le mani equivale a voler fare cose molto difficili e quasi impossibili. Il detto può anche esprimere gioia e felicità per qualche colpo improvviso di fortuna) .

 

*   PIGLIARISILLA 'NCRIMINALI.

    (Offendersi, restare male. Proviene da "crimine", cioè, da una azione illegale che lede i diritti altrui) .

 

*   ESSIRI AMICU DI L'AMICI.

    (Essere amico di tutti, socievole e molto disponibile).  

 

*   ESSIRI UN PEZZU DI NOVANTA.

    (Essere uno che conta, che incute timore, o che impone rispetto e sudditanza a chi spera di ottenerne favori. Sono considerati "pezzi da novanta" anche i capi di associazioni che operano nella illegalità e nella malavita) .

 

*   UNN'AVIRI VUCI IN CAPITULU.

    (Non contare niente, non essere preso in alcuna considerazione).

 

*   PAROLA DI RE.

    (È come dire "parola d'onore". Promessa che non può e non deve essere disattesa).

 

*   LASSARI FARI A DIU.

    (Quando non si è in grado di risolvere un problema, ci si affida alla divina provvidenza) .

 

*   PIGLIARISI GATTI A PITTINARI.

    (Assumersi incombenze assai gravose e correre dei rischi. Infatti non è proprio prudente pettinare un gatto, senza prendere le dovute cautele) .

 

*   ESSIRI A CAVADDU.

    (Trovarsi in una condizione di privilegio rispetto ad altri. Stare più in alto, come chi sta a cavallo) .

 

*   OCCHIU VIVU !

    (Attenzione, all'erta!).

 

La FIAT "TOPOLINO"

Il 15 giugno 1936 viene messa in vendita la FIAT 500 A, poi soprannominata ''Topolino'': una vetturetta modesta per tecnica e prestazioni, il cui prezzo era di 8.900 lire: venti volte lo stipendio medio di un operaio specializzato e ben oltre le preventivate 5.000 lire.Tuttavia, la ''Topolino'' riuscirà ad ottenere un discreto successo, anche grazie alla "fame" di automobili degli Italiani. Infatti, nell'Italia del 1936 circolano solamente 222.000 automezzi per oltre 42 milioni di abitanti. Circa un veicolo ogni 200 persone. Un rapporto dieci volte inferiore a quello della Francia e quaranta volte inferiore a quello degli Stati Uniti nello stesso anno.
La produzione della ''500 Topolino'' continuò anche nel dopoguerra. Certo, se negli anni '30 il progetto "Topolino" era scarsamente innovativo, negli anni '50 era sicuramente superato.

La Vespa Piaggio

Erano gli anni duri della ricostruzione dell'Italia distrutta dalla

2^ Guerra Mondiale. C'erano solo macerie e miserie. I magnifici

aeroplani che la Piaggio fabbricava prima del conflitto, non

servivano più. Gli italiani avevano bisogno ora di muoversi, non più a piedi, ma l'automobile costava troppo e la motocicletta non era abbastanza pratica. Fu così che, grazie al desiderio di innovazione

di Enrico Piaggio, Corradino Ascanio, ingegnere aeronautico "inventò" la mitica Vespa.

 

 

*   TUCCARICI L'OVU A LA GADDINA.

    (Voler vederci chiaro, accertarsi delle reali intenzioni di qualcuno. Indagare per prevenire qualche brutta sorpresa. Proviene dall’uso,  forse ancora attuale, di toccare la parte interna delle galline, per constatare se qualche uovo sia in procinto di essere "fitato", cioè deposto ) .

 

*   VIDIRI LA CARTA MALA PIGLIATA.

    (Accorgersi che qualcosa non sta andando per il giusto verso. Il detto proviene dai tanti giochi a carte, quando si prende una carta non desiderata)

 

*   ATTACCARI LU SCECU UNNI VOLI LU PATRUNI.

    (Legare l'asino dove vuole il padrone equivale a sottomettersi alla volontà dei più forti o, a volte, dei più prepotenti ) .

 

*   CHISTU E NENTI SÙ PARENTI.

    (Paragonare  e accomunare due cose di poco valore o di nessuna importanza) .

 

*   FARI MALA VITA PI NUN PARLARI.

    (Vivere male e subire la volontà di altri, senza trovare la forza di imporre le proprie idee).

 

*   METTISI LU CORI IN PACI.

    (Rassegnarsi e rinunciare a qualcosa. Tranquillizzarsi. Si può anche dire "stuiarisi lu mussu", cioè "pulirsi la bocca", quando non c'è più niente da mangiare) .

 

*   LICCARISI LA SARDA.

    (Essere ridotti in miseria. La sarda è stata sempre considerata un pesce per poveri ) .

 

*   AVIRINI CU LI COFFI E LI CUFINA.

    (Averne a bizzeffe o in abbondanza. "Li coffi e li cufina", sono contenitori della civiltà contadina, fatti a mano con palme nane o canne e servono a contenere varie cose, specie  prodotti agricoli).

 

*   IRI A LU NOVU A LU NOVU.

    (Significa "comprare sempre cose nuove". Oggi, questa espressione è frequentemente usata nelle famiglie, in quanto le esigenze dei figli, sembrano non avere limiti. Oggetti,  capi di vestiario, giocattoli, non appena sono lievemente consumati, vengono, impietosamente gettati via, senza pensarci due volte e sostituiti "dal nuovo".

 

*   AVIRI LA NASCA A L'ADDRITTA.

    (Essere antipatici, vanitosi, superbi. La frase viene spesso riferita a persone che disdegnano alcune compagnie, convinte, forse di appartenere ad un ceto sociale superiore) .

 

*   SORDI DI JOCU, LASSALI DDOCU.

    (Ai soldi vinti al gioco, spesso non si dà alcun valore e quindi, con molta probabilità, vengono rigiocati e persi nuovamente. C'è molta similitudine con l'altro detto, "nenti avia e nenti haiu, mi 'nni futtu e mi 'nni vaiu).

 

*   FARI LU CURNUTU PACINZIUSU.

    (Dimostrarsi molto pazienti e subire senza reagire ) .

 

*   'NN'HA CCHIÙ PUMETTA ?

    (Letteralmente vuol dire "Ne hai più bottoni ?"  Negli anni del dopoguerra, tra il 1945 e il 1960, uno dei giochi preferiti dagli adolescenti di Ribera, era quello di giocarsi i bottoni, sia a carte, che alla conta, "a spariari" o "a lu quatrettu". Quando qualcuno aveva perduto tutti i bottoni, si sentiva rivolgere tale frase. Col tempo, si è avuto un cambiamento del vero significato di questo detto, che può essere anche rivolto a chi ha subito una sconfitta).

 

*   AVIRI L'OVU VUTATU.

    (Essere irrequieto. Il detto trae origine dalla gallina che si agita e fa fatica, per deporre un uovo che non si trova in perfetta posizione) .

 

*   TIRITIPPITI E TIRITAPPITI.

    (È un modo alquanto simpatico di abbreviare un discorso o un racconto, omettendo fatti e situazioni facilmente immaginabili. Può anche significare  "eccetera, eccetera". La parola "tiritappiti" proviene da "tappina" (scarpa) e da "tappiti", che indica il rumore dei passi).

 

*   O DI CRICCHI, O DI CROCCHI.

    (Nel dialetto siciliano "Cricchi e Croccu" simboleggiano due amici che bisticciano in continuazione e che non trovano mai un accordo. Quando gli "amici" sono tre o di più si dice scherzosamente "Cricchi e Crocchi e manicu di sciascu". Il detto, spesso può voler dire che una certa cosa, in un modo o nell'altro è bene che si faccia).

 

*   CU LU PARMU E LA 'GNUTTICATURA.

    (Con il palmo e in più la piega. Vuol dire, dare qualcosa in più di ciò che spetta. Il detto trae origine dai commercianti di tessuti, che nel misurare la stoffa in palmi, usavano tagliarne un pò di più, come regalo).

 

*   ESSIRI BANNERA DI CANNAVAZZU.

    (Paragonare una persona ad una bandiera ricavata da uno straccio é come dirle che non ha onore e non merita alcuna stima).

 

*   MI STAVA SCAPPANNU CHIATTA E TUNNA.

    (La frase viene pronunciata da chi,  per un fatto non gradito, si viene a trovare in procinto di reagire energicamente, con qualche parola oscena e irriguardosa, ma che a stento si trattiene).

 

*   ESSIRI UN CHIANCI MINESTRA.

    (Essere un piagnucolone che ha sempre da lamentarsi).

 

*   O DI BONU E BONU, O DI MALANDRINARIA.

    (O con le buone o con la prepotenza. Il detto trae sicuramente origine dai modi bruschi usati dai cosiddetti "malandrini" (persone appartenenti alla malavita organizzata), per convincere qualcuno a far qualcosa contro la propria volontà. Uno dei modi per estorcere denaro è infatti, quello di cercare in un primo momento di ottenerlo con "le buone maniere", ma successivamente con le maniere forti e con le minacce). 

 

*   FARI SULLENA

     (Fare sul serio)

 

*    QUARCHI MATINA DI NEGLIA

    (In qualche mattino di nebbia, quando meno te l’aspetti, all’improvviso. È una frase che precede una minaccia  o che fa trasparire una possibile e prossima reazione per un torto subìto).

 

*    PIGLIARI DI SUTTA E METTIRI ‘NCAPU.

     (Tirare fuori discorsi vecchi e risaputi che possono ancora di più, compromettere una certa situazione).

 

*    PIGLIARI DI SUTTA LI LIGNA.

(Agire con parole o azioni inaspettate che altri non potevano immaginare).

 

*  MANCIARI PANI SCURDATU.

(Dimenticare  di fare qualcosa di cui si era preso impegno. Essere distratti).

 

*  METTISI OJ, DUMANI.

(Rinviare sempre al domani ciò che invece si potrebbe fare oggi).

 

*SCURU CA SI FEDDA.

(Equivale a buio pesto).

 

*AZZUZZARI LI CARTI.

(Allineare il mazzo di carte da gioco dopo averlo mescolato e battuto più volte sul tavolo. “Azzuzzari” proviene da “Zuzzana”, che vuol dire “dozzina” e quindi è come ordinare l’intero mazzo a gruppetti di 12 carte).

 

 

*  TALIARI DI SCHIBEGGIU.

(Guardare di traverso, a volte con malignità, per non farsi notare).

 

*  SALUTAMU E CACCIAMU.

(È come dire “basta, finiamola qui”. La frase serve anche ad interrompere una conversazione, quando non si riesce a trovare un punto di accordo).

 

*  UNN’È TEMPU DI UNCHIARI BUSSICHI.

(Non è il momento opportuno per intraprendere iniziative. Il detto fa riferimento ad uno dei passatempi preferiti a Ribera negli anni ’50, tra i bambini che, in possesso di qualche pezzetto di budello di animale, recuperato in qualche macelleria, si divertivano a legarlo da una estremità ed a gonfiarlo per ricavarne un palloncino. La parola riberese “bussica” (in altre parti detta “vissìca”)  significa  vescica).

 

*  A CHI UN POZZU ACCATTARI PATTIU.

(Fare i patti prima di realizzare un affare. È la constatazione di non essere ancora preparati e quindi, prima di intraprendere una iniziativa, specialmente se di tipo economico, occorre fare le dovute indagini).

 

*  MA DUNNI E DUNNI CUCUZZI TUNNI !

(È una frase che indica disapprovazione di qualcosa. È come voler dire “ma che vai dicendo, ma che ti salta in testa”. Altra espressione tipica riberese,  molto simile è “Chi ‘nnicchi e ‘nnacchi” ‘,   riportata in altra pagina).

 

* S’UN CI INCHI LI CUDICINI, UNN’È SACCU CHI RESTA AL’ADDRITTA.

(Per tenere all’impiedi un sacco è bene riempirlo tutto dalla base e con materiali ben sistemati e costipati. Riferito alla vita quotidiana, il detto equivale a progettare bene ogni cosa prima di intraprendere qualunque iniziativa. “Li cudicini” (code), sono le due punte  che stanno alla base di un sacco

*   ARRISTARI 'NTRIDICI.

    (Lasciare in sospeso un lavoro, perché impossibilitati ad ultimarlo).

 

*   E COMU FACEMU!

    (A tale frase, pronunciata in momenti di difficoltà, spesso si risponde scherzosamente "Comu ficiru l'antichi, ca si spignaru li panzi e si 'mpignaru li muddichi!". In tale risposta, é evidente l'ironia e l’ottimismo, per dire, che in certe situazioni, occorre prodigarsi e non perdere le speranze).

 

*   CHI DISSI LU PAPA ?  A LA FURIA A CHIDDU CHI CACA!

    (Anticamente i giochi dei bambini si svolgevano per molte ore fuori di casa e spesso nelle periferie del paese. Non era raro che, ogni tanto qualcuno avesse bisogno di soddisfare un bisognino fisiologico all'aperto e non ci pensasse due volte a "mettersi in posa". In tali casi, sovente, il malcapitato veniva fatto oggetto di scherno e preso a sassate da altri ragazzi, possibilmente "nemici di altri quartieri", che, urlando appunto questo famoso detto, considerato un grido di guerra, lo prendevano "a puntalati", cioè a sassate,  costringendolo a fuggire con i calzoni a penzoloni).

 

*   AVIRI ‘NTESTA,  CCHIÙ CORNA  CA CAPIDDI.

    (Avere in testa più corna che capelli è una esagerazione, per qualificare  una persona come inaffidabile, cattiva e da evitare. La frase può, a volte, suonare come un complimento, se, riferita a persone furbe o geniali che sanno bene destreggiarsi in ogni situazione. Nel gergo siciliano, spesso, dire "sì un curnutu",  o addirittura "un curnutazzu" a qualcuno, equivale a definirlo in gamba).

 

*  ESSIRI UN RUFFIANU.

   (Il ruffiano è uno che fa da tramite fra due persone. A volte la frase può essere intesa come offensiva nei confronti di qualcuno, che, per accattivarsi le simpatie di qualche “pezzu di novanta”, gli confida fatti che non dovrebbe. Anticamente si chiamava "ruffianu" anche il paraninfo, o messaggero che combinava i matrimoni).

 

*   ESSIRI UN MALACUNNUTTA.

    (Dicesi di una persona che tiene una brutta condotta verso gli altri).

 

*  PARIRI COMU L'ESERCITU DI FRANCISCHIELLU.

   (Sembrare come l'esercito di Franceschiello. Il detto si riferisce ad un gruppo di persone incapaci di portare avanti un progetto di comune interesse, in quanto poco organizzati e con idee molto confuse. Trae origine da un aneddoto che ha per protagonista l'ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone (1836-1894), soprannominato Franceschiello. Il predetto sovrano aveva un esercito di uomini inefficienti, sia sotto l'aspetto degli armamenti, che dell'addestramento, per cui ogni battaglia era un grosso rischio).

 

* SI UN PÒ MANCIARI CARNI, SURCHIA BRODU.

  (Se non si può avere molto, ci si deve accontentare anche di poco).

 

*  FARI UN TINTU E UN TINTU E MEZZU.

   (Fare qualcosa anche contro la propria volontà. Decidersi una buona volta ad agire).

 

*    MANCU DI RASTU !

(La parola siciliana “ràstu” vuol dire segno lasciato dal piede, orma, impronta. Ma il detto equivale a “nemmeno per sogno !” , “impossibile”).

 

*   A LI GRANA, CA LU SURBIZZU È LESTU !

(È come dire “Datemi i soldi, poiché il lavoro è stato fatto”).

 

*    ESSIRI UN VERU GIAFAGLIUNI.

(Essere un bel giovane, alto e possente. “Lu giafagliuni” è la parte interna della palma nana, molto coriacea e corposa).

 

*    DOPPU LA FESTA, LA VIGILIA.

     (Si dice a chi fa le cose quando ormai è troppo tardi).

 

*    CCHIÙ CHI CRISCI, CCHIÙ ‘NTINTISCI.

      (Più cresce e più diventa discolo e monello. Frase che si rivolge ai più     piccoli).

 

*   TUTTU 'NTENTU AMARI A DIU.

    (Si definisce così il comportamento di una persona che manifesta  disponibilità, per un proprio esclusivo interesse. Caso tipico è quello di certi parenti, che accudiscono un anziano bisognoso, al solo scopo di venire poi in possesso dell'eredità).

 

*   ESSIRI 'NA FIMMINA BAGGIANA.

    (La frase può avere due significati, uno che equivale a vanità e civetteria, l'altro, che può anche essere un complimento ad una ragazza che si trucca e si veste con una certa eleganza).

 

*   DI 'NCULU SI LA TIRÀ .

    (È una espressione di insoddisfazione che viene pronunciata quando si riceve una porzione ridotta di un dolce o di una leccornia. Alcuni anziani, per manifestare la loro delusione usano anche, dire ironicamente "Abbuttati vecchia!").

 

*   DORMIRI CU LA MANU A LA MASCIDDA.

    (Dormire sonni tranquilli, essere sereni  per l'avvenire).

 

*   UNN'AVIRI NÈ ARTI, NÈ PARTI.

    (Non saper fare alcun mestiere e trovarsi nella impossibilità di poter lavorare).

 

*   FARI UN VIAGGIU E DÙ SURBIZZA.

    (Riuscire con una sola azione a risolvere due faccende. Un detto simile è "Cu 'na fava dù picciuna").

 

*   NUN NI VULIRI MANCU A BRODU.

    (La frase calza a pennello a chi si ostina in tutti i modi a non voler far nulla. Si può anche dire: "Nè acqua chi lu vagna, nè suli chi l'asciuca", oppure "Essiri friscu comu li rosi").

 

*   ESSIRI GREVIU COMU LA PAGLIA.

    ( Essere insipido come la paglia, o di malumore. È un famoso detto siciliano, per evidenziare il comportamento di una persona fredda e insensibile a tutto).

 

*   ADDRIVATU CU LU LATTI DI L'ACEDDU.

    (Sebbene non risulta che gli uccelli producano latte, tale espressione per i siciliani ha un grande significato e vuol dire "allevato con tutti i riguardi" o "fatto crescere nel benessere").

 

*   CAPU D'ANNU E CAPU DI MISI, LI MASTAZZOLI UNNI SÙ MISI ?

    ("Li mastazzoli" sono biscotti tipici di Ribera, che vengono preparati per le feste di Natale e Capo d'Anno. La loro principale caratteristica è quella di essere di colore marrone scuro, perché contengono anche il vino cotto. È un modo di dire, per far notare che ogni festività ha le proprie tradizioni e le proprie pietanze tipiche).

 

*   CU AVI CCHIASSÀ AVI ARSU.

    (Chi ha di più ha un asso. Naturalmente, in questo caso, l'asso è considerato la carta di minor valore, in quanto la frase fa riferimento ad un gruppo di persone incapaci e tutti di basso livello e di poche iniziative).

 

*   'NN'ARRISTARU L'OCCHI PI CHIANGIRI E LI CAPIDDI PI TIRARINILLI.

    (“Non ci resta che la disperazione, piangere e strapparci i capelli”. È un modo alquanto triste e pessimistico per lagnarsi delle proprie disgrazie o di una iniziativa finita disastrosamente).

 

*   ESSIRI UN BEDDU SCAMPULU.

    (Essere un bel tipo! Si qualifica così un individuo poco raccomandabile, spesso cattivo e non degno di essere frequentato. Il detto ha origine dalla parola "scampulu"  che è un  pezzo di stoffa rimasta, che viene venduta ad un prezzo più basso).

 

*   C'ERA BEDDA SARAFINA ?  CI Ì LA GATTA E CI PISCIÀ !

    (Questa frase è molto popolare a Ribera e viene tirata in ballo ogni qualvolta ci si riferisce a fatti, cose o persone, che, trovandosi già in cattive condizioni, stanno attraversando una situazione di peggioramento. Può anche significare che una certa iniziativa, a seguito di interventi inadeguati o di aiuti poco efficaci, é finita male).  

 

*   VECCHIU È CU MORI.

    (Il detto viene spesso pronunciato da arzilli anziani ancora in buona forma e in ottima salute, che per l'appunto, non amano essere apostrofati con l'aggettivo di "vecchiu", anche se rivolto loro senza alcuna cattiveria).

 

*   SCANCIARI GARGI PI PISCI.

    (Scambiare una cosa per un'altra).

 

*   ESSIRI CCHIÙ FITUSI DI L'ACQUA DI LU BACCALÀ.

    (Essere sgarbati, poco socievoli e di pessimo carattere, nei confronti del prossimo).

 

*  E CHI È TEMPU DI 'MPISI ?

   (Letteralmente si traduce : "Ma cos'è tempo di impiccagioni ?", ma il vero senso che si attribuisce al detto è quello di far capire ad una persona che non è il caso di precipitarsi a far qualcosa. Occorre riflettere bene prima di agire o aspettare un momento più propizio).

 

*  CHISSU,  SCHIFFARAMENTU È !

   (Frase solitamente rivolta a chi sta facendo una cosa inutile o un'azione non proprio gradita).

 

*  NUN SI CI PÒ DIRI: - NÈ BEDDU, NÈ LASDU.

   (“Non gli si può dire né bello , né brutto”. Equivale a qualificare una persona come scontrosa, irascibile, non incline al dialogo o non disposta a farsi consigliare).

 

*   TIRARI DI DARICA.

(Estirpare con tutta la radice. Fare le cose al completo, senza tralasciare nulla).

 

*   ‘NA DITTA E ‘NA FATTA.

(All’improvviso, repentinamente, agire subito ).

 

Una cartolina pubblicitaria della Sicilia ove vengono

presentate alcune delle tante bellezze paesaggistiche e

monumentali dell'isola oltre che ad alcuni prodotti della terra.

E' stata prodotta nei primi decenni del secolo appena trascorso.

Uno dei mestieri più antichi ed umili in Sicilia è stato quello

di venditore ambulante. Si vendeva di tutto: dalle stoffe, ai panieri,

dalla frutta e verdura ai gelati, al pesce, agli articoli di merceria

o alle bottiglie di marsala, vermut e bibite varie. La presente

cartolina raffigura tre ragazzi venditori scope  e "muscalora"

(antichi ventagli che servivano per accendere il fuoco),

durante una pausa per consumare un piatto di spaghetti.

Per la loro realizzazione veniva usata, e ancora si usa oggi,

la cosiddetta palma nana, chiamata comunemente in dialetto,

la "curina"  opportunamente preparata ed intrecciata.

 

*   NASCIRI CU LA CAMMISA.

(Per la tradizione siciliana, un tempo, era uso credere, che se un bambino nasceva avvolto dalla membrana fetale, avrebbe avuto fortuna nella vita. Da qui il detto “Nascere con la camicia”).

 

*    ESSIRI IN BULLETTA.

(Anticamente chi non pagava i debiti, veniva scritto su un registro detto “delle bollette”. Pertanto la frase significa “Essere senza soldi”).

 

*    FARI  ‘NA  BUZZARATA.

(Combinare un grosso guaio, per incapacità o per disattenzione. Più precisamente significa, far male a qualcuno abusando del proprio potere o essere prepotenti).

 

*    ORBA DI L’OCCHI.

(È un giuramento sulla propria vista, per avvalorare ciò che si dice).   

*   ESSIRI COMU UN FOCU DI PAGLIA.

    (Si sa che il fuoco di paglia divampa velocemente, ma altrettanto velocemente si spegne. Il detto vuole appunto indicare tutte quelle iniziative, che, prese precipitosamente, senza le opportune cautele, finiscono con un nulla di fatto) .

 

*   CHI FA MARTINU ? VA ZAPPA A LU PIRU.

    (Una delle contrade agricole di Ribera è denominata "lu piru". Credo, che il detto, molto popolare e diffuso nel nostro paese, tragga origine proprio da questa zona, dove anticamente qualche signor Martino, era solito andare a zappare, trascurando spesso la vita di relazione con gli amici. Col tempo tale frase, ha finito per essere attribuita a tutte quelle persone che fanno sempre le stesse cose e che non mostrano alcuna intenzione di cambiare le loro abitudini) .

 

*   CU MANGIA PATATI UN MORI MÀ.

    (Tale frase era molto in voga a Ribera negli anni '50 e veniva "vanniata" per le strade da un noto venditore ambulante di ortaggi e frutta, che ne aveva fatto il proprio biglietto da visita. Era Nunzio Maiorana, simpaticamente chiamato "Nunziu pipaloru", che vendeva la propria merce in tutti i quartieri del paese, servendosi esclusivamente di una carriola in legno).

 

*   APPUIARISI A LU MURU VASCIU.

    (Cercare il modo più facile per raggiungere i propri scopi, approfittando dei più deboli).

 

*   'NCUITARI LU CANI CHI DORMI.

    (Dare fastidio a qualcuno che si fa i fatti propri).

   

*   ESSIRI NUDDU, AMMISCATU CU NENTI.

    (Essere una persona inutile, insignificante e non degna di alcuna considerazione).

 

*   FARI VIDIRI LI STIDDI DI MAZZIORNU.

    (Può essere una minaccia per impaurire qualcuno. Se si dice: "vitti li stiddi di mazziornu" , vuol dire anche, che si è provato un forte dolore per un improvviso fatto accidentale).

 

*   OGNI PILU PARI UN TRAVU.

    (Essere esagerati e molto pignoli, anche per un nonnulla).

 

*   SENTISI PIGLIATU DI LI TURCHI.

    (Sentirsi tirato in causa senza alcun motivo) .

 

*   JUCARI A LA GIAMMARITEDDA.

    (Anticamente, uno dei giochi preferiti dai bambini era quello della "giammarita", che consisteva nel centrare un bersaglio a terra con un pezzetto di argilla, ricavato da una "quartàra" rotta e opportunamente arrotondato. Il vero significato di questo detto è quello di sottovalutare cose o situazioni molto serie) .

 

*   CHIANGIRI CU UN'OCCHIU.

    (Se fosse possibile, "piangere con un solo occhio",  sarebbe sicuramente meglio che piangere con due.  Si vuole significare che, in una situazione andata a male, qualcosa è stata salvata e non tutto è andato perduto).

 

*   FARISI ZITI AL'AMMUCCIUNI.

    (Anticamente era questo il solo modo di fidanzarsi all'insaputa dei genitori, cioè essere fidanzati di nascosto, con la complicità di qualcuno, che favoriva incontri furtivi o scambi di missive. Si usava dire anche "essiri ziti appalurati", quando il fidanzamento era tenuto nascosto a tutti, ma non ai familiari più intimi, che naturalmente, dovevano essere consenzienti. Solo al momento della ufficializzazione, le mamme dei rispettivi fidanzati, portavano la bella notizia a parenti, amici e vicini di casa).

 

*   DARI COFFA.

    (Dire di no ad una richiesta. Nella tradizione popolare riberese il detto trova riscontro esclusivamente in campo sentimentale, allorquando una ragazza invitata a ballare o richiesta come fidanzata dà un netto rifiuto. Questo avveniva con una certa frequenza negli anni passati, ma oggi, considerata l'evoluzione dell'attuale società, non è raro, che, spesso, siano i maschi a dare "la coffa" alle intraprendenti ragazze).

 

*   MUNNU HA STATU E MUNNU È.

    (Il mondo và sempre alla stessa maniera. Alcune cose sono difficili da cambiare) .

 

*   PIGLIARISI LA MANU CU TUTTU LU VRAZZU.

    (Approfittare o abusare della bontà e della disponibilità di qualcuno) .

 

*   ESSIRI MISU A LU PASSU.

    (Anticamente, specie negli anni del dopoguerra tra il '40 e '50, scorazzavano per le campagne siciliane, banditi e delinquenti comuni che, nascosti in posti strategici, o passi obbligati, aggredivano e rapinavano i malcapitati passanti. In tempi più recenti il detto ha assunto il significato di una frode in commercio, quando i prezzi, vengono arbitrariamente alzati. Oggi, con tutte le tasse che ci ritroviamo, che vengono quasi "estorte", non è raro sentire qualcuno dire che "lu guvernu è misu a lu passu!").

 

*   ARRIVARI CU LU SCIATU A LI NASCHI.

    (Arrivare molto stanchi dopo una corsa o sentirsi logorati dalla fatica, dopo un duro lavoro).

 

*   ESSIRI CHINU DI SIVU.

    (Essere pieno di boria, antipatico e vanitoso. "Lu sivu" (sego) è una specie di grasso, usato dai calzolai per inumidire lo spago con il quale devono cucire il cuoio).

 

*   SURCHIA MATTÈ, CA BRODU CI NN'È.

    (È una frase tipica riberese che si rivolge a chi, raffreddato, è costretto a tirar su con il naso, per evitare spiacevoli e poco gradite fuoriuscite. Naturalmente la frase può essere rivolta a tutti e non solo a chi si chiama Matteo).

 

*   DARI LIGNATI A LEVA PILU.

    (Dare botte da orbi, o di santa ragione).

 

*   COMU SPUNTA SI CUNTA.

    (Come viene viene. Vuol dire, accettare qualsiasi risultato).

 

*   CU PRIMA NASCI, PRIMA PASCI.

    (Chi prima arriva, prima si serve. È l’opposto del detto "Cu tardu arriva, mali alloggia").

 

*   SI SAPI UNNI SI NASCI, MA NÒ UNNI SI MORI.

    (È abbastanza ovvio conoscere il luogo di nascita , ma non altrettanto quello dove si morirà. È una frase, sicuramente dell'ultimo secolo, cioè, da quando i siciliani, nei primi anni del 1900, cominciarono ad emigrare in terre lontane, e pertanto, nessuno era  più sicuro di un ritorno in Patria).

 

*   NOÈ AVIA NOVICENTU ANNI E ANCORA MITTIA GIUDIZIU.

    (Nella vita non si finisce mai di imparare e di fare sempre nuove esperienze. Non si è mai saggi abbastanza).

 

*   GIRA, FIRRIA E VOTA.

    (È una espressione molto frequente che viene tirata in ballo ogni qualvolta si vuole abbreviare un discorso o sintetizzare situazioni facilmente immaginabili. Può anche voler dire, prodigarsi con ogni mezzo e fare di tutto per riuscire in qualche impresa).

*   COSI, CUNTI, FARI, DIRI, PUFFF....PAGLIAZZUNATI !

    (È una espressione unica e di esclusiva matrice riberese, in quanto, contrariamente a tutti gli altri detti popolari, qui l'autore è abbastanza conosciuto, almeno tra la gente di una certa età. Si tratta di "lu zù Vanniddu Fallea", scomparso da alcuni decenni, che era da tutti apprezzato e ascoltato per la sua vena umoristica che caratterizzava ogni suo discorso. Giovanni Fallea, era solito raccontare aneddoti o trame di romanzi, films ecc. e tale espressione veniva da lui tirata in ballo, ogni qualvolta si rendeva necessario abbreviare o sintetizzare una certa situazione molto aggrovigliata, o un'avventura rocambolesca.

Era in voga a Ribera, nei primi anni del 1960 un aneddoto molto simpatico e divertente che vedeva come protagonista, appunto "lu zù Vanniddu" e che quì si riporta : << Un giorno lu zu Vanniddu si trovava a letto con l'influenza. Molti erano gli amici ed i parenti che andavano a trovarlo per fargli visita. Qualcuno, preoccupato per la sua salute, gli chiedeva : -Zù Vannì chi avi ! - e lui candidamente rispondeva: -Haiu la radiu, haiu la televisioni". Di rimando il visitatore, che in un primo momento credeva che l'arzillo vecchietto avesse perso la sua normale lucidità e non avesse capito il senso della domanda, ritornava a dire : -Ma chi si senti, chi si senti - E lui tranquillammente, come se nulla fosse e sempre in vena di esternare buonumore, ribatteva : - Mi sentu lu Gazzettinu di Sicilia, lu Telegiornali ! >> ).

 

*   A LA SURDA, A LA MUTA.

    (Fare una cosa cercando di non farsi notare. In altri comuni si dice anche "a taci maci".

 

*   FARI 'NA MALA VUTATA.

    (Fare uno sgarbo o rimproverare in maniera energica).

 

*   FARI 'NA MALA CUMPARSA.

    (Fare una brutta figura).

 

*   TUTTU BONU E BINIDITTU.

    (È un modo molto comune di accettare una perdita o una situazione spiacevole, dimostrando rassegnazione, anziché rabbia) .

 

*   FARI 'NA CAZZICATUMMULA.

    (Cadere rovinosamente. Fare un capitombolo).

 

*   CHIANTARI CHIOVA A QUALCUNU.

    (Parlar male di qualcuno per danneggiarlo).

 

*   SCATTIARI UN CINQUANTACINCU.

    (Dare un improvviso e pesante doppio ceffone, prima con il palmo, e di ritorno con il dorso della mano. Il detto ha origine dalle dita della mano, che usata due volte, è come se si ottenesse un doppio cinque. Altra probabile spiegazione proviene dal gioco a carte chiamato appunto "A cinquantacinque", il cui massimo punteggio si ottiene, quando si hanno in mano le seguenti tre carte dello stesso seme: un Asso che vale 16, un Sette che vale 21 e un 6 che vale 18, in totale appunto 55, che determinano una quasi sicura vincita).

 

*   AVIRI LU CORI QUANTU 'NA PASSULIDDA.

    (Farsi il cuore piccolo piccolo. Essere intimiditi o impauriti. Trae origine dal chicco d'uva, che dopo l’essiccazione per ottenere l'uva sultanina, o uva passa, si restringe notevolmente).

 

*   IRI 'NTA LU CANNAROZZU FAZU.

    (Andare di traverso nella gola, quando una pietanza, involontariamente va  nella trachea anziché nell'esofago. In questi casi, viene provocata una tosse continua e fastidiosa.

 

*   QUANNU LU TÒ DIAVULU IVA A LA SCOLA, LU ME ERA DUTTURI.

    (Il detto è molto caro ai sapientoni immodesti. Piace molto alle persone anziane, che spesso si prestano a dare consigli ai più giovani, vantandosi delle loro esperienze di vita).

 

*   FARISI L’ACCODDU.

(Farsi una cospicua scorta di qualcosa, per eventuali necessità future).

 

*    CI PÒ SCRUCIARI.

(Ci puoi rinunciare).

 

*    SCHIFIARI LI TAVULI E LI TRISPA.

(Rinunciare a qualcosa o abbandonare qualche iniziativa).

 

*    SCACAGNARISILLA.

(Salvarsi per puro caso, farsela franca. Si dice anche: “Farisilla petri petri”).

 

*    SPRUCCHIARI LI FIGLI

(Allevare i figli) .

 

*    CUCCHIUNI DI PANI

(Pezzo di pane indurito).

*   PARIRI 'NA MULA PARATA.

    (Nei tempi passati, voleva significare che, una donna si era truccata e adornata  di gioielli, in maniera esagerata. Spesso, il detto aveva tutto il sapore di una grave offesa, in quanto, tale "vanità", oggi bene accettata, anticamente veniva interpretata come segno di bassi costumi e di dubbia moralità).

 

*   PUNCIRI LU SCECU 'NTRA MUNTATA.

    (Punzecchiare l'asino in salita è come costringere qualcuno a fare qualcosa controvoglia ).

 

*   UNN'AVIRI TEMPU PI GRATTARISI LA TESTA.

    (Essere troppo impegnati nel far qualcosa e non trovare un minimo di tempo per dedicarsi ad altre cose).

 

*   FARISI DARI TRI PUNTI 'NCULU PI UN SORDU.

    (Il detto si addice a persone molto avide di danaro che, anche per ottenere un misero guadagno, sono pronte a tutto).

 

*   APPIZZARICI LU CORIU.

    (Rimetterci la pelle o fallire miseramente in qualche impresa. Trae origine dall'antico mestiere del calzolaio, oggi quasi scomparso, in quanto nel tagliare, col trincetto, non doveva commettere errori, per non rischiare di rimetterci il cuoio).

 

*   ESSIRI COMU L'OVU, CA CCHIÙ COCI , CCHIÙ DURU SI FA.

    (Essere considerati duri di comprendonio o testoni che non imparano mai).

 

*   TALIARI A SICCU A SICCU.

    (Osservare con insistenza ostinata, tale da dare fastidio).

 

*   ESSIRI CUMPARI E SAN GIUANNI, O CUMMARI DI COPPULA.

    (Più esattamente la prima parte del detto, dovrebbe essere "Cumpari di San Giuanni". Questo tipo di "comparanza" si instaura tra i genitori di un bambino ed una o più persone, scelte per battezzarlo. In alcune parti della Sicilia, era in uso anticamente, diventare anche "Cummari di coppula", allorquando, si sceglieva una donna, che per qualche motivo, non avrebbe potuto essere presente alla cerimonia. In questo caso, i genitori procedevano al normale battesimo del bambino con altri padrini o madrine, ma alla fine della cerimonia mandavano alla vera madrina prescelta, il berrettino di lana indossato  dal neonato durante la funzione religiosa. Per ufficializzare questo rapporto, al quale si dava grande importanza, la donna che diventava "cummari di coppula", detta anche "matrozza", doveva essere vergine, doveva lavare il berrettino, unto di olio santo, adornarlo e riconsegnarlo, unitamente ad un'altro berrettino nuovo,  come regalo al proprio "figlioccio").

 

*   IRI CIRCANNU RADICI PI RUTTARI.

    (Far sempre le cose difficili, immischiarsi o creare complicazioni in faccende altrui).

 

*   MALU CORI, MALU CORI, IU SPINNU E TU MORI.

    (Era una frase usata dai bambini negli anni del dopoguerra, tra il ’40 e il ‘50, quando vedevano un compagno di giochi che mangiava qualcosa, senza che ne offrisse un pò).

 

*   FARI COSI TURCHI.

    (Fare cose senza senso o tenere comportamenti strani).

                     

*    ESSIRI LESTI DI PEDI E DI MANI.

(Essere abili e intraprendenti, mostrare sicurezza nell’affrontare i problemi. Si può anche riferire a persone che hanno le mani in pasta in losche operazioni, approfittando di un potere).

 

*   AVIRI L’OCCHI ‘NNARRÈ LU COZZU.

(Non accorgersi di cose molto evidenti).

 

*    TUTTI LI MISSI ALL’ARTARU MAGGIURI.

(Le migliori cose o i favori vanno sempre a chi già sta bene, dimenticando le legittime aspettative dei più bisognosi).

 

*    SAPIRISI QUARTIARI.

(Sapersi destreggiare in qualsiasi situazione. È come farsi in quattro, per riuscire a risolvere un problema). 

 

*    SATARI DI LA SEGGIA.

(Sobbalzare con stupore e meraviglia per una notizia improvvisa).

 

*    FARISI LA FACCI PIZZA PIZZA.

 (Vergognarsi per qualche sonoro rimprovero. Il detto può essere anche interpretato nella maniera opposta se, chi viene rimproverato, mostra indifferenza e non se la prende affatto).

 

*    SENZA NÈ SCÙ, NÈ PORCU, NÈ PASSA DDÀ !

(Non è facile trovare una traduzione letteraria a questo detto popolare conosciuto a Ribera. La frase si pronuncia nei riguardi di persone che mostrano assoluta indifferenza o evitano di salutare. Indica anche, mancanza di rispetto e considerazione verso gli altri).

 

*    ESSIRI CCHIÙ GAGHIRI DI LA CARACITULA

.(Essere acidi, scontrosi, di cattivo umore. La “caracitula”, nel dialetto riberese è

 “l’acetosella”, un’erba spontanea, dal sapore acidulo, con lungo stelo e  fiori gialli che, per tutto l’inverno e fino a primavera inoltrata ricopre interi campi in Sicilia).

 

*    OGNI MALAFIGURA, UN SORDU.

(Non dare alcun peso ad una figuraccia).

 

*    IRISINNI SCIÙ CCÀ, SCIÙ DDÀ.

(Andare in giro senza una precisa meta. Proviene dal modo di governare le galline, che vengono allontanate al grido di “sciù ccà” ).

 

*    CALARISI LI CAZI.

(Letteralmente vuol dire abbassarsi i pantaloni, ma nel gergo dialettale e equivale a sottomettersi a qualcuno o intimidirsi di fronte alla prepotenza).

 

*    ESSIRI TUTTU VUCCA.

(Essere un chiacchierone, capace solo di parlare senza concludere nulla di buono).

 

*    DARISI LU ZAPPUNI ‘NTA LI PEDI.

(Danneggiarsi con le proprie mani. Equivale a fare un lavoro senza il dovuto buonsenso e senza le necessarie cautele).

 

*    ZITTU TU E ZITTU IU.

(Di nascosto, con discrezione, all’insaputa di altri).

 

*    SCIRUPPARI A QUALCUNU.

(Approfittare di qualche ingenuo, o di chi non sa dire di no, per spillargli denaro o altre cose).

 

*   ESSIRI UN PEPPI 'NNAPPA.

    (Essere un buontempone. Trae origine dalla maschera di Peppe 'Nnappa, che durante le feste del Carnevale, rappresenta un personaggio allegro e simpatico, il cui solo scopo é quello di far divertire. Al Carnevale di Sciacca, considerato uno dei migliori della Sicilia, é sempre presente un carro allegorico che rappresenta "lu Peppi 'Nnappa", che guida sempre la sfilata lungo il percorso cittadino).

 

*   AVIRI LU FESI.

    (È la smania e la voglia di alcuni adolescenti di uscire e rientrare continuamente dalla propria casa. Nel dialetto siciliano "lu fesi" é uno strumento di ferro con lungo manico, che serve ad asportare pietre e a scavare fossi, e che appunto fa "trasi e nesci"

(entra ed esce) dal terreno. Fornito di due punte, una a piccone non appuntito ed una ad ascia, in italiano tale strumento di lavoro si chiama "beccastrino" e deriva da "beccastro" o "becco").

 

*   AMMUCCIARI 'NCULU DI LU SCECU.

    (Nascondere una cosa in un luogo impensabile. È molto probabile che questa espressione sia stata originata dal fatto, che, essendo il "culo" dell'asino un luogo per niente affatto gradevole, sia per la vista, che per l'odorato, nessuno si sognerebbe mai di andarci a curiosare).

 

*   FARISI 'NFINUCCHIARI.

    (Farsi imbrogliare. Il detto trae origine da un'erba aromatica che nasce spontanea e copiosa in tutta la Sicilia, chiamata "finuccheddu di campagna" o finocchietto selvatico. Questo, ha numerose virtù, ed oltre ad essere un tipico ingrediente per numerose pietanze, quali ad esempio “la pasta cu li sardi” o “a la milanisa" e il “minestrone di San Giuseppe”, ha anche la proprietà di curare e migliorare la vista, oltre che a favorire la digestione. Ma uno dei poteri più importanti e curiosi é quello di ridare sapore al vino andato a male. Anticamente, gli osti che avevano del vino guasto, offrivano gratis ai loro clienti i finocchietti crudi prima di farli bere, in modo che, non si accorgessero dell'inganno e pertanto, così facendo, li potevano "infinocchiare".

Altra proprietà di questa straordinaria ed umile piantina, a detta di alcuni illustri studiosi, é quella di essere anche afrodisiaca, capace di provocare un sostanziale aumento del vigore sessuale negli uomini. Ciò, a dire il vero, sembra, quasi inverosimile ed incredibile, se si considera che, con l'appellativo di "finocchio", vengono additati uomini che appartengono alla categoria dei "diversi").

 

*   AVIRI SETTI SPIRDI COMU LI GATTI.

    (Avere sette spiriti come i gatti. Nella tradizione popolare riberese, specie nel mondo fanciullesco é uso credere, che i gatti possiedano sette vite e sono duri a morire. È credenza diffusa, che far del male ad un gatto può significare "avere disgrazie" per sette anni. Il detto, comunque, si addice a quelle persone, molto intraprendenti e piene di risorse, che non si arrendono di fronte a nessun ostacolo e sono sempre in grado di cavarsela. Vale anche per chi vive sempre in ottima salute o per chi esce indenne da vari incidenti).

 

*   A PRIMA VITI 'NZOLIA.

    (La "nzolia" o "trebbiana" é una varietà di uva da vino molto pregiata,  diffusa a Ribera e in molte parti della Sicilia. Il detto si presta per tutte le iniziative che hanno successo subito. o al primo tentativo).

 

*   PIGLIARI DI SUTTA E METTIRI 'NCAPU.

    (Ritornare sempre sulle cose passate, o riprendere vecchi discorsi).

 

*   SI ICARU VIRTICCHIU E NOFRIU.

    ("Virticchiu e Nofriu" sono due simpatici personaggi che appartengono all'Opera dei Pupi e al Teatro delle Marionette e la loro caratteristica é quella di combinarne sempre di tutti i colori. Con le loro trovate comiche hanno divertito grandi e bambini. Tale frase si riferisce a due amici, spesso malvisti, che hanno gli stessi interessi e che vanno sempre d'accordo).

 

*   SI ICARU TRI DI LA MAIDDA: GASPARU, MINZIONI E PANZAMODDA.

    (Si pronuncia questo detto popolare, per contestare una unione, molto discutibile, avente come fine, interessi comuni, non proprio condivisibili. Il detto proviene dalla parola siciliana "maidda", che è un recipiente in legno su quattro piedi, dentro cui veniva impastato il pane).

 

*   ROSA LA PATOSA, FIMMINA DI CASA, VENI TÒ MARITU, TI PIZZICA E TI VASA.

    (È una frase utilizzata esclusivamente nel mondo fanciullesco, quando si vuole deridere o infastidire una ragazzina, che si chiama appunto Rosa).

 

*   DARISI A LA RUTTA.

    (Più precisamente si dovrebbe dire "darisi a la grutta", cioè, prendere la cattiva strada, darsi alla macchia o trasgredire ad ogni regola di buon comportamento. Il detto trae origine dal fenomeno del banditismo che imperversava in Sicilia negli anni subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i banditi si rifugiavano nelle grotte. Si può anche dire "straviari" o "pigliari la mala strata").

 

*  LU MEGLIU MEDICU È L'ALITALIA.

   (Detto popolare in uso a Ribera agli inizi degli anni ''60 quando la gente ha cominciato a servirsi dell'aereo per le proprie necessità.  Per seri problemi di salute, senza nulla voler togliere alle strutture sanitarie locali, molte persone ricorrono volentieri all'Alitalia, cioè all'aereo, per andare a curarsi nelle migliori cliniche del Nord Italia o in altri Stati europei , se non addirittura oltre oceano).                                                  

 

*   STIDDA CA MI CURRI.

(Significa “Sfortuna che mi perseguita”. Si attribuisce ad una cattiva stella l’insuccesso in qualche iniziativa).

 

*    L’ERBA TINTA UN MORI MÀ.

(L’erba cattiva non muore mai. Si usa riferire la frase a qualcuno malvisto, che tiene comportamenti scorretti nella società, almeno fino a quando è in vita).

 

*    JANNI UNN’ERA NATU E COLA SI CHIAMAVA.

(È come vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Il detto è un consiglio a ragionare e riflettere bene prima di fare premonizioni o anticipare risultati di azioni che devono ancora essere intraprese).

 

*    VIVA LA SANTA STRAULA !

(È un’esclamazione che viene pronunciata di getto,  in varie situazioni, sia positive che negative che suscitano meraviglia, consenso o disapprovazione. Proviene dal grido che qualche fedele usa fare durante il giro del paese della tradizionale “Straùla” riberese,  durante i festeggiamenti di San Giuseppe.                            

*   SCECCU PANTISCU.

    (Asino pantesco, cioè di Pantelleria. Ha lo stesso significato offensivo di "sceccu di Pantiddaria" Gli abitanti di questa meravigliosa isola del Mare Mediterraneo, in provincia di Trapani, sono chiamati "panteschi" e così anche gli animali che in essa vivono. Il detto viene usato per dare del somaro ad una persona, ma francamente, non si capisce perché i simpatici asinelli di Pantelleria, debbano essere considerati più asini di tutti gli altri asini).

 

*   CHI TI MANCIASSIRU LI CANI DI PIRANIU.

    (Frase usata tanti anni fa, per lo più dalle mamme verso i figli discoli e disubbidienti, per rimproverarli di qualche loro marachella. Trae origine da una famiglia molto nota a Ribera negli anni '50, appunto la famiglia Piraneo, che possedeva cani, che alla sola vista incutevano terrore).

 

*   FARI TRIMARI LU PUDDUZZUNI.

    (Incutere timore, fare impaurire. "Lu pudduzzuni", deriva da "puddu" (pollo) ed è un insetto che si attacca ai polli).

 

*   ESSIRI COMU LU PITRUSINU, CA TRASI UNNI DE GGHÈ.

    (Trovarsi dappertutto, essere presente nei luoghi più disparati. È un modo di dire molto diffuso e si adopera per definire una persona, molto eclettica, che ha interessi per tante cose. Trae la propria origine dal prezzemolo, che nella gastronomia siciliana risulta essere un ingrediente molto usato, come anche. in medicina ed in erboristeria ed è apprezzato per le sue molteplici proprietà. Attenzione però, a non farne abusi quando viene cotto, in quanto è stato accertato da eminenti studiosi, che in tale eventualità il delizioso "pitrusinu" si può rivelare molto tossico).

 

*   FARI LA PER DÙ, COMU LU PUMETTU RAMITU.

    (Contare di più, valere più degli altri. Quando i bambini, in tempi passati, si giocavano i bottoni dei vestiti, un valore doppio veniva assegnato al cosiddetto "pumettu ramitu", un bottone solitamente in rame, o latta, costituito da due dischetti collegati tra di loro attraverso i bordi. A volte, tale bottone, con un leggero colpo di pietra veniva diviso in due e da quì è nata l'usanza di considerarlo più prezioso degli altri).

 

*   IRI A TUCCARI LU CULU A LA CICALA.

    (È come dire "'Ncuitari lu cani chi dormi". Vuol dire disturbare, o stuzzicare qualcuno per provocarlo).

 

*   TRENTA E DÙ VINTOTTU.

    (Sembrerebbe che in questo simpatico detto, i conti non tornino, ma il vero significato indica una sottrazione e non un'addizione. Si riferisce a persone che, anche economicamente, hanno fatto già molto, per la riuscita di una loro iniziativa e quando, ad un certo punto, sono costrette ad impegnare ancora qualcosa, usano pronunciare tale frase, come per voler dire: "Di 30 possibilità rimaste, ne impegno ancora  2 e quindi me ne rimangono 28”).

 

*   PERDIRI L'AMICU E LU PARRUCCIANU.

    (Perdere l'amico e il parrocchiano, o meglio il cliente).

 

*    SAPIRI UNNI DORMI LU LEBBIRU.

(Sapere dove dorme la lepre significa essere sereni e tranquilli. Mostrarsi sicuri di ciò che si fa).

 

*    CIRCARI RADICI PI RUTTARI.

(Cercare sempre scuse,  provocare liti e polemiche inutili).

 

*    MA CHI VENI A ‘NTOMA !

(Ma cosa viene a fare !  Frase riferita  persone che fanno qualche visita non gradita).

 

*    PAGARINI MEZZU LITRU.

(Fregarsene di qualunque cosa succeda. Prendersela con...filosofia se qualcuno si sente offeso).

 

*   METTIRI ZIZZANIA.

    (La "zizzania" o loglio è una pianta della famiglia delle graminacee, considerata un ottimo foraggio per l'alimentazione di animali e che, dopo essere stata brucata, ha la facoltà di ricrescere con molta rapidità. Purtroppo, una delle sue varietà, detta "lolium temulentum", risulta essere velenosa e spesso è causa di contaminazione per le altre varietà commestibili. Da ciò è nata la credenza che tale pianta, sia simbolo di discordia  e quindi, "mettiri zizzania" è  il contrario di "mettiri paci").

 

*   CIRCARI LU PILU 'NTALL'OVU.

    (Essere molto pignoli, dando importanza a fatti  irrisori o individuare difetti di poco conto).

 

*   DARI 'NA CARCAGNATA.

    (Dare un calcio con il calcagno).

 

*   ESSIRI 'NA TAPPA DI LASAGNA.

    (La "tappa" nel dialetto siciliano corrisponde ad una macchia della pelle e quindi ad un piccolo difetto. Una "tappa" sulle lasagne fatte in casa dalle antiche massaie, poteva significare che l'impasto non era del tutto omogeneo e puro. La frase rivolta ad una persona, serve a qualificarla come ottusa, inetta, stupida).

 

*   NUN PUTIRISI  STICCHIAPPARI.

    (Non poter mai finire un lavoro a causa di continui inconvenienti).

 

*   IRI A SPUCIARI CANI.

    (Frase scherzosa,  per dire a qualcuno di  andare a perdere il suo tempo altrove).

 

*   DARI UNA COSA CU LU CHICHITI.

    (Dare più di ciò che spetta. Il detto trae origine dalla parola siciliana "chica" che è una stoffa, o una tela piegata in due e quindi doppia. Ha molta similitudine con il detto "dari cu lu parmu e la 'gnutticatura").

 

*   ESSIRI FURGARIDDUSU.

    (Essere precipitoso o irruento, che non riflette prima di agire.

Proviene da "furgaru", "furgareddu" o "furgaloru", nomi dati al proiettile di una antica arma da fuoco chiamata archibuso (archibugio), adoperata nel 16° Secolo. Tale arma, che si caricava ad ogni colpo, provocava un botto ed una fiammata molto violenti).

 

*   FARISI BICHIARI.

    (Farsi sconfiggere, o farsi imbrogliare).

 

*   ARIOPPI E CASCI 'NCODDU.

    (E' molto simile alla frase "agneddu e sucu e finì 'u vattiu", come per dire che tutto è finito. L'esclamazione "arioppi" é probabilmente, una storpiatura di qualche parola straniera).

 

*   'NN'ACCUNTINTAMU DI PANI E CARDEDDA, BASTA C'AVEMU SINNACU A MASCAREDDA.

    (Tale modo di dire è stato in uso per qualche tempo a Ribera, quando alla guida del paese c'era Ignazio Mascarella, primo Sindaco eletto dopo la caduta del fascismo (dal 9 maggio 1946 al 22 settembre 1950). Molto probabilmente è stato coniato da uno dei tanti elettori del Partito Comunista Italiano, che lo avevano voluto alla guida della nostra cittadina, dove é morto  il 28 settembre 1965 all'età di 72 anni).

 

*   DURARI DI NATALI A SANTU STEFANU.

    (Durare pochissimo. Infatti Santo Stefano viene ricordato dalla religione cristiana, nel giorno successivo al Santo Natale e cioè il 26 Dicembre.

 

*   PARI CA NUN CI CURPA E LI JETTA TUTTI 'NTA LA FUSSETTA.

    (E' un modo di evidenziare il carattere di una persona, all'apparenza molto calma e quasi incapace di farsi valere, ma che al momento opportuno si sa imporre. Proviene da un antico gioco praticato tra i ragazzi, che consisteva nell'abilità di centrare una fossetta scavata nel terreno, con delle "giammarite" o pezzetti di argilla, opportunamente arrotondati e levigati).

 

   *    FARI LI COSI A LA SFACCIALATA.

(Agire apertamente senza nascondersi).

*    SCACAGNARISILLA.    

(Farsela franca, sfuggire ad una punizione o ad una vendetta).

 

*    VECCHIU ‘NSIPITU.

(Vecchio insipido, di carattere brusco e giudicato antipatico).

 

*    DARI LIGNATI A LEVA PILU.

(Dare botte da orbi).

 

*    A PASCULU ABUSIVU.

(Agire senza regole, fare di testa propria creando scompiglio).

 

*    FARI LU ‘GNIRRI E ‘GNORRI.

(Far finta di non capire o mostrarsi molto indifferenti).

 

*    AVIRI LA LUPA.

(Avere molta fame e mangiare a sazietà).

 

*    AVIRI LA TESTA SBINTATA.

(Avere sempre voglia di uscire di casa e mostrarsi irrequieti).

 

*    ADDIU A LA SORTI.

(Frase di rassegnazione e di accettazione di qualsiasi esito nell’intraprendere una iniziativa rischiosa).

 

*    DIU ‘NNI SCANZA E LIBIRA.

(E’ come dire “Dio ci salvi” ed è uno scongiuro contro un male temuto).

 

*    FARI PIGLIARI UN CACAZZU.

(Far spaventare).

 

*    METTIRI LU GGHIACCU A LA GULA.

(Sopraffare o costringere qualcuno a non potersi difendere).

 

*   ESSIRI COMU UN MULU FAZU.

    (Essere come un mulo imbizzarrito o irrequieto, che dà in escandescenze).

 

*   NATRI SEMU CCA' E LU PAPA A ROMA.

    (Questo detto poteva andare bene fino al 1958, quando era Pontefice   Pio XII (Eugenio Pacelli), che stava sempre a Roma. Poi, con l'elezione al pontificato di Giovanni XXIII, le cose sono molto cambiate, poiché, questo grande Papa ha iniziato l'era dei pellegrinaggi in giro per il mondo a portare personalmente la voce della Chiesa.

 

*   FARI 'NA VITA DI PAPA.

    (Il detto fa riferimento ad una vita comoda e di benessere, ma forse, é errato pensare, che la vita di un Papa sia del tutto, agiata e confortevole.

 

*   PIGLIARI 'NA CANTUNERA DI PETTU.

    (Sbagliare clamorosamente. La "cantunera" o "cantunata" è la parte dei  fabbricati urbani che termina in un incrocio. E' come se una persona ubriaca, vi andasse a sbattere contro).

 

*   PITTIMA CA TI VENI.

    (E' un rimprovero a qualcuno per le sue intemperanze. La "pittima" è un decotto di aromi vari immersi nel vino, che un tempo veniva applicato a caldo nella zona del cuore, per accrescerne gli spiriti vitali.

 

*   ESSIRI UN SCECCU DI ISSARU.

    (Essere uno che lavora alacremente e che non sente la fatica. Trae origine dall'antico mestiere, oggi scomparso, dei trasportatori di gesso, che si servivano dei propri asini, caricandoli pesantemente con "carteddi"(ceste) piene di blocchi di gesso, da portare agli impianti di raffinazione).

 

*   STARI 'NCASA A LUERI.

    (Abitare in una casa presa in affitto).

 

*   A PARTI DI CASA.

    (In una casa privata, privatamente).

 

*   ESSIRI DUCI COMU UN'ARANCIU PARTUALLU.

    (Essere dolce come un'arancia del Portogallo. Tale varietà di arance, i cui innesti provengono dal Portogallo, sono state importate in Sicilia dagli Spagnoli, durante il loro dominio. Nella frase non manca una certa ironia, in quanto il succo di questa varietà di arancia non è proprio dei più dolci).

 

*   VOSCENZA  BINIDICA.

    (E' un saluto molto rispettoso, che anticamente si rivolgeva alle persone anziane o ai nobili in segno di rispetto).

 

*   ESSIRI UN SCASSAPAGLIARU.

    (Essere persona senza dignità o che ruba cose di poco valore. Letteralmente la parola "scassapagliaru", vuol dire "scassinare un pagliaio" e cioè una specie di casa a forma conica, costruita in campagna, con pali in legno e canne. Pertanto, considerato che entrare in un pagliaio è molto semplice è difficile trovarvi oggetti di valore). 

*    CHIOVI CU LI CIANCIANEDDI

(Si dice così per indicare una pioggia continua e abbondante, le cui gocce zampillano sulle pozzanghere).

 

*    BONANOTTI A LI SUNATURA.

(E’ come dire che la festa è finita. Proviene dall’antica usanza di allietare le festicciole in famiglia o dalle serenate, durante le quali le orchestrine venivano chiamate e alla fine congedate con pagamento in denaro o in natura).

 

*    ARRISTARI DI STUCCU.

(Rimanere allibiti, meravigliati o senza parola. Il detto trae spunto dalle immobili statue fatte in gesso e stucco).

 

*    AVIRI LA TESTA ‘NGILO’ ‘NGILO’.

(Avere la testa tra le nuvole, essere distratti).

 

*    ESSIRI UN’ACEDDU DI LU MALAGURIU.

(Essere portatore di jella o pessimista per qualcosa che deve avvenire. L’origine del detto risale a più di duemila anni fa, quando nella Roma dei Cesari,  esisteva un ceto di  indovini, chiamati àuguri, il cui compito era quello di leggere il bene o il male futuri, attraverso il volo degli uccelli).

 

*    DI SCOPPU E DI RIVOLU.

(All’improvviso, inaspettatamente. Forse sarebbe più esatto dire “di scoppiu  di rivolu”, come lo scoppio di una rivoluzione, che per l’appunto avviene sempre di sorpresa).

 

*    ESSIRI ‘NA VIGNETTA.

(Essere ridicolo ed oggetto di scherno. Anticamente alcuni libri contenevano illustrazioni incorniciate da motivi ornamentali, costituiti da tralci di vite, che venivano comunemente chiamati vignette, ma in seguito, soltanto le illustrazioni satiriche su personaggi in vista , furono chiamate con tali appellativi).

 

*    SPARARI A ZERU.

(Attaccare tutti e tutto senza riguardo, neanche per gli incolpevoli. Il detto trae origine dalle azioni di artiglieria pesante, quando un grosso cannone viene posizionato in maniera orizzontale e quindi a zero gradi di inclinazione. In tal modo sparando ad altezza d’uomo, aumentava la potenza distruttrice e spesso si verificava una vera e propria carneficina).

 

*    PRUVARI L’AMURI DI PIPITINCHIUNI.

(Provare un amore esagerato che può dare fastidio o addirittura far male. Nella tradizione popolare il personaggio  Pipitinchiuni è un uomo bonaccione, affettuoso, ma molto rude nei modi di fare. Un giorno, il focoso innamorato, preso da un improvviso ed irrefrenabile desiderio di abbracciare la moglie, la prese con molta irruenza, stringendola così forte, fino al punto di farla soffocare).

 

*    PIGLIARI A PUNTALATI.

(A Ribera la frase vuol dire “prendere a sassate”, ma, più verosimilmente, credo che il significato più esatto sia quello di “dare colpi di puntale”. Infatti il puntale è un antico arnese in legno appuntito, realizzato dagli stessi contadini per punzecchiare gli animale e sollecitarli a camminare o a lavorare).

 

*    FARI LI COSI A TIRITUPPITI.

(Fare le cose malamente o con svogliatezza).

 

*    NESCIRI COMU UN SANTU VINTULINU.

(Uscire di casa senza coprirsi adeguatamente per il freddo).

 

*    ESSIRI ‘NA PICCIOTTA MAFIUSA.

(Essere una ragazza avvenente, elegante nel truccarsi e nel modo di vestire. Nel caso specifico, la parola “mafiusa” suona come un complimento).

 

*    ITTARI SBAFARI.

(Dire corbellerie e parlare a vanvera senza rendersene conto).

 

*    AVIRI L’OCCHI A LI SERRI SERRI.

(Guardare in giro con molta curiosità come se si stesse cercando qualcosa).

 

*    SI PO’ SCANZARI SCANZA.

(Letteralmente si può tradurre “se può evitare, evita”. Il detto si riferisce a quelle persone che evitano di salutare, facendo finta di non vedere).

 

*    MEGLIU DIRI “CHI SACCIU”, CA “CHI SAPIA”.

(E’ il motto preferito da chi mostra prudenza prima di intraprendere una iniziativa, per evitare di fallire e poi pentirsene).

 

*   NESCIRISINNI A PEDI ‘NCUCCHI.

(Uscir fuori da un impiccio o da una situazione senza subire alcuna conseguenza, né materiale né economica).

 

 

 

***

 

 

DETTI E MODI DI DIRE

(IN USO NELL'AGRIGENTINO)

(Condivisi dal sito laltraagrigento.it - e adattati al dialetto di Ribera da N.G.C.)

Quante volte abbiamo ascoltato un detto, un proverbio, una imprecazione tipica delle nostre parti proferita dai nostri genitori, nonni o zii? Centinaia di poetici versi in dialetto che sono entrate di diritto nel nostro idioma comune e che spesso pronunciamo senza rendercene conto. Una importante testimonianza culturale della nostra caratteristica "parlata" che ci tramandiamo probabilmente da secoli.

Le generazioni attuali e quelle a venire potrebbero non avere, purtroppo, un vivo e nitido ricordo dei nostri classici detti; ci ha pensato il social network Facebook a imprimere indelebilmente sulla Rete, a disposizione di tutti, una raccolta specifica che quotidianamente viene impinguata proprio da "navigatori" agrigentini. Il nome del gruppo è "Proverbi e modi di dire agrigentini" e così lo descrivono i suoi ideatori: "La saggezza dei nostri avi ci viene tramandata tramite proverbi e modi di dire tipici del territorio agrigentino che qui ho raccolto e che desidero condividere con tutti voi. Invito chiunque fosse a conoscenza di proverbi o modi di dire non riportati nell'elenco di pubblicarli al fine di arricchire il nostro patrimonio di conoscenza comune".

Ne abbiamo raccolte alcune e ve le pubblichiamo di seguito: buona lettura.

 

- A lu jornu un ni vogliu e a la sira spardu l'ogliu  
- Si unceru ogliu fitusu e padedda spunnata  
- Lu immirutu va pi la sò via elu sò immu nun si lu talìa  
- Minchia parrì... mi la duna 'na santa  
- Nuddu fa nenti pi nenti
- Lu rispettu è misuratu, cu lu porta l’havi purtatu
- Cu è riccu d'amici è riccu di sordi
- Fa lu minchia pi nun ghiri a la guerra
- Lu celu ti vagna e lu ventu t'asciuca  
- L'erba tinta nun mori mà  


- Nesci patruni ca a casa è mia  
- Di patruni a garzuni  
- Semu ricchi e nun lu sapi nuddru
- Cchiù scuru di mezzannotti un pò ffari 
- Cu futti futti ca Diu pirduna a tutti
- Cu picca accatta picca trova
- Ammuccia ammuccia ca tuttu pari  
- Falla comu vò.. è sempiri cucuzza ! 
- Si cchiù curnutu di 'na babbalucia  
- Megliu lu tintu canusciutu ca lu bonu a canusciri  


-
Cu amici e cu parenti nun ci accattari e un ci vinniri nenti
- Megliu 'na vota arrussicari, ca centu voti aggianniari
- Scrusciu di carta assà e cubbata nenti
- Cu piglia un turcu è sò
- Vuci di populu, vuci di Diu
- Lu sceccu porta la paglia e lu sceccu si la mancia
- Genti allegra Diu l'aiuta
- A tempu di pira Zu Pè Zu Pè ,  fineru li pira e finì lu Zu Pè
- Quannu passa la china, arrassati juncu

- Calati juncu ca passa la china


- Iri a ligna senza corda
- Quartara sciaccata un ci iri all'acqua
- Jurnata rutta rumpila tutta
- La matinata fa la jurnata

- Testa ca nun parla si chiama cucuzza
- Zzara abazzara un cantaru e tanticchia
- Una parola è picca e du sù assà
- Nun cridiri a lu santu si nun vidi lu miraculu
- Sceccu chi si vanta nun vali mancu mezzu sordu (o mezza lira)
- A tempu di caristia ogni ficateddru di musca è sustanza


- Dissi lu surci a la nuci: - dunami tempu ca ti spirtusu
- Cu lassa la strata vecchia pi la nova,  sapi zoccu lassa ma no chiddu ca trova
- Longu e fissa, curtu e malu caputu
- Fungi, pateddr e granci,  assai spenni e nenti manci
- Amuri, biddrizza e dinari sunnu tri cosi ca nun si ponnu ammucciari
- Dillu a l'amici: - mi guardi Diu, ca di li nimici mi guardu iu
- Cu è gilusu mori curnutu
- C'è un scuru ca si fedda
- Beddu spicchiu di mennula amara !
- Trenta e du vintottu


- Nenti fari, ca nenti si sapi !
- La furtuna di lu crastu: nasciri curnutu e moriri scannatu
- Essiri 'mmurritusu 
- Aiutati ca Diu t'aiuta
- Ma tu chi sì, figliu di la gaddina bianca ?
- Lu Signuri fici a tia, e ruppi la furma !
- La casa capi quantu voli lu patruni
- L'occhiu di lu patruni 'ngrassa lu cavaddu !
- Occhi a pampineddra
- Vinisti pi futtiri e ristasti futtutu !


-
Arristari curnutu e vastuniatu
Ha chiu' corna tu ca un panaru di babbaluci
- Lu putiaru abbannia chiddu chi avi
- Cu si la senti stringi li denti
- Hai la facci comu li basuli
- Quantu  bedda rrobba  tegnu a la Francia e ccà moru di fami
- Ti 'nni isti a ligna senza la corda
- La lingua un'avi ossa ma rumpi l'ossa
- Pari la morti in pirmissu
- Chiovi pisuli pisuli


- Chi ti chiurinu li mani ?
- Chi ti chiuri lu culu ?
- Fa beni e scordalu, fa mali e pensaci
- E' nuddu ammiscatu cu nenti
- Ci dissi lu sceccu a lu mulu: - semu nati pi dari lu culu
- Cu sparti avi la megliu parti
- Si chiui 'na porta e si grapri un purticatu
- Nuddru si piglia si nun si rassumiglia
- Agneddu e sucu e finì u vattìu

   - Megliu fariti un vistitu ca dariti a mangiari


- Li ferri fannu lu mastru
- Morti e patruni, nun si sapi mai quannu vennu
- La megliu palora è chidda ca nun si dici
- Addevu, addevu... addevu lu porcu !
- Cu nasci tunnu nun po' moriri quatratu
- Tintu cu mori
- Fatti la nomina e va' curcati
- Stenni lu pedi quantu lu linzolu teni !
- Capiddi e guai, nun ni mancanu mai
- Megliu diri chi sacciu ca diri chi sapia


- Quantu è bellu diri di no, ti resta l'amicu e la roba tò
- Cu paga avanti mangia pisci fitusu
- Chistu unnè santu ca suda
- L'acqua lu vagna e lu ventu l'asciuca
- Aviri l'acqua dintra e lu cannolu fora
- Né scu, né porcu, né passa ddà
- Ma chi minchia ha 'nni sta testa !  Fumèri ?
- Affidavu la pecora a lu lupu
- Gira vota e firria...
- Si piglia' lu itu cu tuttu lu vrazzu !


- Comu si li cuglieru li beddri pira, comu si li cuglieru senza scala
- Si mangiaru a don Cola cu' tutti li furmi.
- Aspetti ca ti cadi lu ficu 'mmucca
- Avà fari trasiri lu sceccu pi la cuda
- Unni va cu lu sceccu ?
- Cu mangia fa muddrichi 
- Lu saziu un cridi a lu diunu
- Sinnacu picciottu, paisi ruvinatu
- Acqua davanti e ventu darreri !
- Cu parlà m'arricrià!

 

- L'acqua ti vagna e lu ventu t'asciuca
- Aviri a vutti china e la muglieri mbriaca 
- Mi vogliu fari la cruci cu la manu manca !

Patri figliu ... e dunni pigliu
- Cu la voli cotta e cu la voli cruda
- Iu chi ti detti e tu chi mi dasti ?
- Lu cuntu di li tri surdi
- La megliu acqua si la vivinu li porci
- Salutamu e cacciamu
- Lu cani muzzica sempiri a lu strazzatu


- Lu signuri duna pani a cu nunn'avi denti
- Talè, và raspati arrassu
- Nun m' arristaru mancu l' occhi pi chiangiri
- E' un cani ca nun canusci patruni
- Sì 'na minchia carricata d'acqua
- Vinisti pi futtiri e ristasti futtutu
- Lu dissi a la nora pi sentilu la soggira
- Ci voli lu ventu 'n chiesa... ma nò astutari li cannili
- A bona e bonè
- Arristà cu l'occhi chini e li mani vacanti


- Mi va curcu ca l'occhi mi fannu pupi pupi
- Nuddru si piglia s'un si rassimiglia
- A gaddina ca camina porta la vozza china
- Chiamavu all'orbu pi chiediri aiutu, grapì l'occhi e mi fici scantari
- Janni cumanna a Vanni: - vacci tu ca si cchiù granni
- Vecchi, 'mmriachi e picciliddi Diu l'aiuta!
- Monachi e parrini, viditi la missa e stoccaci li rini
- E cu minchia parla lu paraccaru ?
- Persi lu sceccu cu tutti li garrubbi
- Un patri fa campari centu figli, ma centu figli nun fannu campati un patri


- Un amuri milli peni
- Fimmina c'annaca l'anca, s'unn'è buttana picca ci manca
- ‎Megliu diri chi sacciu a no chi sapia"
- 'Nsamasignuri
- Cu parlà m'arricrìa
- Nun c'è mortu ca s'arridi, nun c'è zita ca si chianci
- Aranci aranci, cu l'avi si li chianci
- Li guai di la pignata li sapi la cucchiara c'arrimina
- La pignata n'comuni unn'ha vuddutu mai
- Cu nesci arrinesci


- Vegnu di lu mortu e mi dici ca e' vivu ?
- Jurnata rutta...rumpila tutta...
- Munnu ha statu e munnu è
- Iddu vulissi tuvaglia cunzata e pani sminuzzatu
-  Ma chi ha li spini 'nculu ?
- Pi nun sapiri leggiri e nè scriviri
"Gnadà cumpà, nn'ha forza 'nculu ?
- E vi cuntavu la passata !
- Tutti cacaru e ficiru a tìa
- E ...si ficiru li ficu


- Chista è la zita: Orba, ciunca e struppiata
- Acchiana li mura lisci
- Unni voli mancu cu lu mutu
- Lu pisci feti di la testa
- Fa beni e mori ammazzatu
- E quannu la furtuna un ti dici, jettati 'nterra e cogli babbaluci
- Di n'oricchia ci trasi e di l'atra ci nesci
- Cu pratica lu zoppu all'annu zuppichìa
- A chi iocu iucamu ah -  A futti cumpagnu ?
- Ogni lassatu è pirdutu


- Durà di Natali a Santu Stefanu
- C'è cu disìa e c'è cu schìfia 
- A tempu di caristia, ogni pirtusu è gallaria
- Tu parla quannu piscia la gaddrina
- Ti fazzu curriri quantu si longu
- Cu è lu minchia ? Carnilivari o cu cci va appressu !
- Ma va fatti monacu !
- Ammuccia, ammuccia, ca tuttu pari!
- Cu avi chiassà avi arsu
- Unciti cu li megliu di li tò e appizzaci li spisi


- Muglieri e vó di lu paisi to'
- Ogni funtana leva la siti
- Ti piglià lu mali di l'agneddu: ti crisci la panza e t'accurza l'aceddu
- Carti chi passanu, iucaturi ca si vanta
- Va duna lu culu e ci dici ca cadisti
- Ci voli furtuna a friiri un'ovu
- Nun 'ncuitari lu cani ca dormi
- Un'occhiu a Cristu e un'occhiu a San Giuvanni
- Quantu tira un pilu di sticchiu mancu un 'vò mpagliatu
- Moviti ddocu


- Ama l'omu to' cu lu viziu sò
- La fami mi strazza li mutanni
- Staiu allippannu di la siti
- A cu mi duna lu pani lu chiamu papa'
- Ogni pilu ci pari un travu
- ‎"Finì a frisca e pirita
- Ognunu sapi quantu l'avi
-  A regina appi bisognu da vicina
- Megliu ddocu ca 'nterra
- si vò passari la vita cuntenti, statti luntanu di li parenti


- Ogni ficateddru di musca e' sustanza
- Celu picurinu, s'un chiovi oj, chiovi a lu matinu
- Ogni 'mpidimentu è giuvamentu
- La troppa cunfidenza porta a la mala crianza
- Cu nun ti canusci caru t'accatta
- Lu Signuri duna pani a cu unn'avi denti
- Cu di spiranza campa dispiratu mori
- Unn'aiu figli e chianciu niputi
- Chiavuzza chiavuzza ognunu a la so' casuzza

 

 

(Le foto antiche in bianco e nero, inserite nel presente capitolo sono tratte

dal libro "PAESI IN BIANCO E NERO - Come eravamo" di Enzo Minio)

 

TORNA INDIETRO