IERI

 LA CHIESA MADRE

DI RIBERA

 

(Servizio speciale a cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)

OGGI

***

 

LA TERZA CHIESA MADRE (1760)

 

Dopo la prima chiesa madre, costruita a Ribera nel 1637, a causa dell'incremento demografico, ne sorse una seconda nel 1670 e nel 1751, sempre per lo stesso motivo, se ne costruì una terza molto più grande della precedente e con tre navate: ossia l'attuale che si trova in piazza Giovanni XXIII. Di tale tempio ne parla per la prima volta il poeta riberese Vincenzo Navarro nel libro "Intorno a Ribera. Parole" del 1856, ne riporta delle notizie molto brevi e vaghe, tramandate probabilmente per via orale. Infatti, dallo studio dei documenti dell'epoca di cui siamo venuti in possesso, alcune di queste informazioni risultano inesatte.

Egli riferisce tra l'altro:«A tal seconda matrice la nuova che esiste succedea per impulso e cooperazione del Canonico Paolo Bartolotta Corleonese, che per cinque quaresime consecutive della sua evangelica parola al lavoro il popolo infervorava col filantropico arciprete Stefano Bona che quasi tutto il suo vi spendea. Al 21 di marzo 1751 sotto gli auspici

di monsignor Lorenzo Gioeni, vescovo di Girgenti, la prima pietra fondamentale di essa con molto oro, argento e gemme preziose si gettava tra le acclamazioni di un popolo per religiosa gioia ebbrifestante.

«Anco le pie baronesse di Campello e di Belici, e le signore di casa Navarro e Pasciuta ed altre con beli 'esempio attingeano e recavano acqua e pietra al lavoro, ed il Bona a sue spese di un bell'organo l'adornava, e la cappella di S. Gioacchino con sua gentilizia sepoltura vi costruiva. «E le altre cappelle a spese anco de singoli particolari si fabbricavano. Il pavimento col danaro del sacerdote Gaspare Cambisano tutto quanto si compiva.  Ed il Viceré Viefuille per Ribera que' di transitando, di onze sessanta la regalava. Perloché di ordine di monsignore Andrea Lucchesi Palli nel succennato anno 1760 magnifica e compiuta, si com'è presente, si vedea.

 

 

La planimetria di Ribera con l'ubicazione delle tre chiese Madri ,

costruite in periodi diversi.

La planimetria interna della Chiesa madre con l'indicazione

degli altari dedicati ai santi, riferita all'anno 1968

 

 

 

«Essa ha tre navi; ed è sì bella grande che se più lunga di un'altra cappella tratta innanti ella fosse, e se una cupola a mezzo del T si avesse,

potrebbe assai bene coi primi templi di Sicilia gareggiare. E ben puossi apportare a ciò facilissimo riparo, ove il rozzo ed imperfetto muro

del suo prospetto poco ben costrutto, si demolisca e più innanti, un bel prospetto architettonico si fabbrichi, di quel tempio ad ornamento».

 

Anche l'Inglese, nella sua "Storia di Ribera", aggiunge, a quanto detto dal Navarro, che il Duca di Bivona concesse il terreno occorrente per la chiesa e, quello antistante, per uso cimitero; che l'altare maggiore venne ornato con un dipinto ad olio su tela, magistralmente eseguito, con linee morbide, raffigurante la Madonna del Rosario, dal Provenzani; che detta opera è giudicata una grande composizione, specialmente per le caratteristiche di chiaro-scuro e per il trattamento dei capelli, che ci ricorda il Correggio; che un altro dipinto venne collocato sull'altare destro della navata laterale, raffigurante S. Anna e S. Gioacchino, di autore ignoto,

ed un affresco venne realizzato sull'altare opposto, raffigurante lo sfondo panoramico al Crocifisso.

Vincenzo Cardillo, invece, nel suo opuscolo "La Chiesa Madre di Ribera", per quanto concerne la costruzione, non aggiunge praticamente nulla a quanto detto dai due autori precedentemente citati, mentre ci da molte notizie sugli ultimi lavori effettuati, in quest'ultimo secolo, sul campanile e sul prospetto.

 

I lavori nel XX secolo

In una delibera dell'Archivio Parrocchiale del 26 agosto 1874 della "Deputazione incaricata all'impiego delle somme della questua del frumento ed orzo per fornire la chiesa madre del pavimento di marmo" si dice che la somma di onze 60, che si trovava presso il cassiere della Deputazione, il Dottor don Carmelo Parlapiano, non essendo sufficiente per tale scopo (occorrevano onze 800), e vista "la sterilità" della terra in quel periodo, veniva stornata per fare una cappella di colore bianco con ricami in oro per onze 40 e un'altra di color violaceo per onze 20, secondo il preventivo dell'artigiano saccense don Raffaele Gismondo. Il documento è firmato dall'arciprete Vaccaro, dal Vicario foraneo sacerdote Liborio Puccio, da Filippo Colletti e da Michele Pasciuta.

Trent'anni dopo lo stesso Cav. don Carmelo Parlapiano fornì la chiesa madre del tanto desiderato pavimento di marmo

ed i fedeli, con una lapide posta internamente sul lato destro, ringraziarono il donatore.

 

Come accennato all'inizio del capitolo, il primo stimolo pef la costruzione della facciata venne certamente dal Navarro, ma forse i tempi non erano ancora maturi.

Abbiamo rinvenuto, nel­l'Archivio Parrocchiale, un doppio foglio formato protocollo senza righe e con la sola prima facciata scritta. Il documento non porta alcuna data: comunque dal tipo di carta, possiamo supporre che sia della fine dell'800. L'importanza del foglio consiste nel fatto che esso risulta essere il preventivo, tra l'altro

non firmato, stilato da un perito per tutta la quantità di pietra occorrente per il prospetto ed il campanile di cui, si dice nel documento, esisteva il progetto.

Secondo l'anonimo tecnico incaricato, bisognavano 22.060 palmi cubi di pietra d'intaglio per un totale di onze 436,2. A conferma di ciò, abbiamo notizia che,

nell'ultimo periodo dell'arcipretura del Vaccaro, si era sul punto di iniziare i lavori. Il Cav. Carmelo Parlapiano aveva infatti promesso il suo contributo con quello

di altri cittadini; mentre il Comune, con delibera del 30 dicembre 1902, assumeva l'impegno di concorrere alla spesa. Ma tutto finì nel nulla e restarono

solo i grossi conci accumulati nella piazza.

 

Una cartolina del 28 agosto 1950, quando nella Piazza Duomo pavimentata con

un caratteristico acciottolato, c'era ancora il Monumento ai Caduti.

 

Nel 1906 il sacerdote Francesco Chiaramonte, originario di Agrigento e abitante a Ribera, così scrive nel suo opuscolo

"Ribera verso l'avvenire ...." a proposito della facciata della chiesa madre:

- «La Madrice che sorge in punto principale del paese, dominando l'unica e ridente piazza, ove nelle grandi occasioni di risveglio collettivo è solito riunirsi il popolo per far sentire la voce delle sue legittime aspirazioni. Maestosa è l'ampia volta che la ricopre, grandiose nella loro semplicità le colonne che la sorreggono, magnifica nello assieme delle tre ampie navate, inondate di aria e di luce da spaziose ed innumerevoli finestre. Però contrasto stridente con questa semplicità meravigliosa di linee, con questa bellezza indescrivibile di proporzioni, è il prospetto appena cominciato dagli avi, reso mostruoso dall'azione lenta ma continua del tempo, distruttore e divoratore dell'opera umana. Or non è molto una voce entusiasta e sincera si è intesa per sollevare tutti in uno sforzo generoso della propria volontà per realizzare il sogno di coloro che ci precedettero, per testimoniare ai venturi che la fede degli avi fu l'eredità gelosamente raccolta e custodita anche nei grandi dolori del nostro popolo; ma questa voce veniva disgraziatamente soffocata dal sopravvenire di imprevedute circostanze. Questa nobile idea, che per un momento parve seppellita definitivamente, risorge oggi per opera di alcuni generosi, compresi dell'urgente bisogno della restaurazione. Ed io sinceramente mi auguro che tutti, sia come cittadini, sia come cattolici, efficacemente si adoperino per la riuscita di questa impresa, perché cittadini si a il dovere di compire un'opera, che è una degna corona dell'edificio più importante di cui va superbo questo paese; cattolici non possiamo non raccogliere tutte le nostre energie per il decoro del Tempio del Signore, ove nelle grandi gioie, nelle date memorande, nei momenti trepidi della vita si raduna il popolo, non trascinato dal calcolo distruttore dei più fulgidi ideali, ma dal sentimento puro di quella fede che solleva l'uomo all'eroismo della virtù per spingerlo verso i sereni orizzonti di un avvenire di pace, di amore, di felicità».

Questa esortazione, fatta dal Chiaramente dopo il primo tentativo dell'arciprete Vaccaro di eseguire il prospetto, nel periodo in cui lo stesso, ormai anziano, era stato dichiarato interdetto a causa della malattia che lo aveva colpito, venne raccolta dal popolo e poi dal nuovo arciprete Nicolo Licata, riuscendo a completare il prospetto e il campanile; come del resto possiamo leggere nel libretto che riportiamo, edito dalla tipo­grafia riberese "II Lavoratore", intitolato "Resoconto prospetto Madre Chiesa di Ribera":- «L'idea patrocinata sempre dalla veneranda Sig.a Stefania Lo Cascio vedova Parlapiano, riagitata dal

sac. Chiaramonte Francesco - ora arciprete di Marsala - prese consistenza risolutiva con la venuta dell'arciprete Licata che ne assunse impegno solenne dinanzi al popolo.

«Raccolte le prime adesioni, si die mano all'opera. Il 3 Aprile 1912 si firmò il contratto di appalto con i fratelli Giuseppe, Onofrio e Filippo Abisso. Il 28 dello stesso mese, festa del patrocinio di S. Giuseppe, veniva benedetta solennemente la prima pietra. Su disegno dell'Ing. Pietro Martignoni, che prestò generosamente l'opera sua , e sotto la direzione del Prof. Cesare Chiaramonte, incominciarono i lavori.

«In cassa c'erano poche somme e per fare fronte ai crescenti pagamenti si ricorse al credito della Cassa Rurale che bonificò, come sua offerta, i relativi interessi. Nel giugno dell'anno seguente, l'arcipr. Licata si recava a New lork per una colletta tra i Riberesi emigrati.

«Il popolo, dinanzi al sorgere dell'opera vagheggiata, non mancò di portare il suo contributo. Ma era l'obolo dei poveri perché le quote degli abbienti - salvo lodevoli eccezioni - mancarono all'appello.

«Il 25 Aprile 1915, alla presenza del vescovo mons. Lagumina, delle autorità cittadine e di tutto il popolo plaudente, fu scoperto ed inaugurato il nuovo prospetto: pregiata opera d'arte, decoro della chiesa ed onore di Ribera. Celebrò l'avvenimento con entusiastica parola l'Arcipr. Chiaramonte.

«Il sogno, era finalmente una realtà.

«I contributi raccolti tutti registrati, furono pubblicati, sino alle quote minime, in chiesa, e sul giornale "II Lavoratore" 1913-1916. Così quelli degli emigrati, che inoltre venivano pubblicati sul giornale "L'Ita­liano in America". I Sigg. Michele e Pietro Spallino, Francesco Vizzolo, Anselmo Guastella e Francesco Termini assistettero il parroco nella colletta fatta a New lork e dintorni. Tutti gareggiarono in manifestazioni di slancio e di cordialità. Degna di menzione la colonia riberese di Elizabeth N. J.. Quasi tutti diedero il loro obolo di un dollaro che allora però valeva 5 lire. Ci furono poche offerte di maggiorenti di 10 dollari. 

 

«La colletta non si spinse ad altri centri perché i riberesi sono sparpagliati in diversi punti assai distanti. Il parroco aveva ottenuto gratuitamente il viaggio per mare, come cappellano di bordo, per l'inte­ressamento di mons. Sacco Giuseppe e fu ospitato generosamente dal parroco Maltese Pasquale e dai PP. Salesiani.

«In Ribera si distinsero il Comitato per la raccolta del frumento e quello delle dame di carità. Ognuno portò la sua pietruzza. Alcune anime generose - quelle che si trovano sempre in ogni opera buona e preferisco­no comparire nel libro di Dio - si profusero ammirevolmente. Siano benedette! E sia benedetta Ribera che volle e seppe realizzare il completamento del suo maggior tempio».  L'opera costò lire 43.699,25 ed il deficit fu di lire 12.077,25.

 

Il Cardillo nell'opuscolo "La Chiesa Madre di Ribera", aggiunge, a pagina 11, che le porte di fine intaglio furono allestite dal famoso artista saccense Prof. Giuseppe Cusumano e dal Sig. Antonino Leto di Ribera e che «l'arciprete Licata, lieto ma non pago, fedele al suo programma di rendere sempre più bella la Casa del Signore, chiamò per le decorazioni interne il prof. Luciano Vitabile da Sciacca, il quale con grande perfezio­ne artistica seppe ornare il maestoso Tempio, precipuamente di ori i capitelli e di sacri dipinti le cappelle del SS. Sacramento e di San Giuseppe».  Per il campanile, scrive sempre il Cardillo nell'opera citata alle pagine 12, 13 e 14:

- «Finita vittoriosamente la grande guerra, l'are. Licata, spinto ancora una volta dalla sua inconcussa fede e dalla sua tenacia, già tanto sperimentate, volle, assolutamente realizzare il grande sogno: la costru­zione del campanile.

 

«L'architetto Francesco Valenti, sovrintendente ai monumenti di Sicilia, disegnò il progetto del campanile, alto 40 metri, che i maestri d'arte Benedetto Trapani e Raimondo Lentini, chiamato appositamente da Favara, seppero ottimamente realizzare.

«Già da tempo l'are. Licata pensava al giorno solenne dell'inaugurazione, auspicando l'intervento del Vescovo Lagumina, il quale il 16 ottobre 1924 così scriveva: "Accetto fin d'ora l'invito per l'inaugurazione del campanile. Prosit".

 

«Il 26 febbraio 1926, in un'altra lettera, aggiungeva: "Per i festeggiamenti del nuovo campanile il comitato, con molto mio piacere,

potrà invitare S. E. il Cardinale Lualdi".

«Il 20 aprile 1926, quasi alla vigilia, comunicava: "Ne scrissi a mio fratello per invogliare lui il Cardinale, non so quali decisioni

abbiano preso. Ella ne saprà più di me. Auguro toto corde la buona riuscita della festa". Il 22 aprile 1926, confermava

di presenziare, annunziando: "Son deciso di venire".

 

«Si era già costituito un comitato - "Comitato Generale Pro Inaugurazione Campanile" - formato da 74 membri

e presieduto dal Commissario al Comune Cav. Gaspare Sanna da Sciacca.

«Il 3 maggio, come stabilito, il Vescovo Mons. Lagumina inaugurava il nuovo e monumentale campanile, un gioiello meraviglioso di architettura, presenti le maggiori autorità e una immensa folla festante ed osannante.

 

«Sul giornale IL TRIONFO, pubblicato a Ribera per la faustissima occasione, leggiamo:

 

"II campanile è un immenso, slanciato parallelopipede, sormontato da una piramide gigante; è un monumento magnifico di grazia e di armonia che appaga l'occhio e commuove il cuore; è bellissimo decoro del Tempio di Dio e del paese di Ribera. Bravo, bravissimo al Parroco don Nicolo Licata, che l'ha voluto con instancabile costanza. Egli trovò la chiesa rozza, abbandonata, cadente; ne ha fatto costruire prima la facciata, le porte, la gradinata; poi il campanile, contemporaneamente ha fatto eseguire i restauri di tutto l'interno e ha fatto intraprendere la fabbrica della casa parrocchiale"».

 

Quest ' ultima venne completata e ampliata dall ' arciprete Castellino, succeduto al Licata.

Il 10 settembre 1954 il sig. Pietro D'Alessandro, con atto privato, assunse l'impegno con

l'arciprete Birritteri a restaurare la volta e le navate laterali, comprese le pareti, nonché i capitelli

della sola navata centrale con l'applicazione di oro zecchino 22 carati, per il prezzo complessivo

di lire 350.000.Il 4 agosto 1955, lo stesso D'Alessandro si obbligò a rispristinare tutte le parti

mancanti di ornati e capitelli, compresi cornici, pannelli, lesene, basi di lesene, fregi di cornici

e due nicchie laterali, per il prezzo di lire 140.000.

 

 

IL CROLLO DELLA VOLTA

 

Dopo 218 anni, 9 mesi e 28 giorni dall'inizio della costruzione e 209 anni, 8 mesi e 23 giorni dall'inaugurazione, la terza chiesa madre di Ribera crollò,

non solo a causa del terremoto come molti pensano, ma soprattutto per mancanza di una adeguata cura nella manutenzione dell'edificio.

 

Riportiamo qui la cronaca di quei giorni tratta dal citato opuscolo di Vincenzo Cardillo, da pagina 19 a pagina 24, in cui l'autore

esorta il popolo e le amministrazioni ad intervenire per un immediato restauro:

«Ma una notte, la triste e lunga notte del 14-15 gennaio 1968, mentre la terra tremava fortemente nella valle del Belice, ormai tristemente famosa, Ribera tutta sinistramente sussultò sotto la spinta sismica di una forza fino allora mai sperimentata, tra i fragorosi e agghiaccianti boati.

 

«La Chiesa Madre anch'essa tremò e sussultò, subendo, forse, i maggiori danni, quasi per salvare, come una buona madre, tutto il paese, tutti i suoi figli ignari e immersi in un sonno profondo. Dopo pochi giorni, ecco in pieno giorno, verso le ore 11 del 25 gennaio,

un'altra scossa violentissima fece ancor più fortemente tremare ogni cosa, sconvolgendo tutto il paese, in preda a un panico terribile,

che si tramutò in un pericoloso fuggì fuggì generale in cerca di salvezza.

 

«La Chiesa Madre subì ulteriori danni, rimanendo, però, impavida, all'impiedi, quasi per poter meglio vegliare e custodire il paese,

vuoto e privo di vita. I Riberesi, cessato il pericolo, ritornarono, aprendo le loro case, ma la grande porta centrale della Chiesa Madre

d'allora più non si riaprì.

 

«Solamente, dopo oltre un anno, quasi timidamente, fu aperta una porta laterale, consentendo il ripristino di tutte le sacre funzioni, in parte interrotte nell'immediato periodo dopo il terremoto, allorché le Messe venivano celebrate nell'oratorio

delle Suore Francescane prima e in quello del "Bambino" dopo.

 

«Intanto, proprio durante le feste natalizie, precisamente il 29 dicembre 1969 alle ore 11,45 le continue

ed insistenti piogge determinarono la caduta della volta centrale e di quella laterale del «cornu epistolae».

 

 

 

 

 

 

 

Alcune immagini riprese dopo il crollo della volta

 

«Miracolosamente nessuno si trovava in chiesa in quel momento. Un diffuso senso di dolore e di sgomento si propagò subito per tutto il paese, quasi incredulo

di tanto terrificante crollo, giunto quasi inatteso anche se da tempo paventato.

«Quello che più impressionò l'opinione pubblica fu un fatto, apparentemente semplice, ma molto profondo nel suo significato di fede, precisamente dei lumini,

che mano pietosa aveva acceso, malgrado lo sconvolgente boato e tonfo causato dal crollo, continuarono a risplendere  vividamente innanzi al tabernacolo

con Gesù Eucaristico, su cui, in alto, spiccava un artistico presepe, ed altresì rimasero indenni tutte le sacre immagini troneggianti sugli altari.

«Ora il Tempio offre uno spettacolo triste e squallido. Le sue porte serrate, un silenzio, quasi pauroso e agghiacciante, avvolge il sacro edificio, non più echeggiante

di preci e canti; l'ampio piazzale antistante recintato, mentre i fedeli guardano da lontano, si segnano, recitano delle preghiere, preoccupati del crollo totale della bella chiesa.

«Se per un misterioso prodigio i nostri avi scendessero dai loro avelli scoperchiati, quale immenso dolore non proverebbero vedendo ridotta in così mal modo, diruta

e in macerie, la chiesa che essi con grandissimi sacrifici e amore seppero edificare a maggior gloria di Dio e della Madonna del Rosario?

«Se i nostri antenati, spinti dalla loro fede incrollabile e tetragona, furono capaci di erigere la grande e maestosa Chiesa Madre e il suo bel campanile, i nipoti,

indubbiamente molto più doviziosi, non possiamo assolutamente far proprio nulla perché il maggior Tempio di Ribera venga restaurato, rispettando e conservando

le sue linee architettoniche?»

 

Il Cardillo ci da una descrizione accurata degli avvenimenti accaduti dopo il terremoto, ma nessun accenno fa sulle condizioni della chiesa negli anni immediatamente precedenti e successivi.

Nell'Archivio Parrocchiale abbiamo trovato una perizia giurata del 25 dicembre 1965 eseguita, dietro incarico dell'arciprete Birritteri, dall'ingegner Vincenzo Spinelli per constatare lo stato del tetto. In tale relazione così egli lo descrive:

«Nella visita ho potuto rilevare i gravi difetti che mettono in serio pericolo la stabilità del tetto stesso e conseguentemente della sottostante volta, che già in diversi tratti presenta lesioni di una certa entità. La attrezzatura di sostegno della navata centrale è costituita dalla cosiddetta orditura alla lombarda, con capriate, terzere e correntini in legname e la cannicciata sorreggente le tegole curve. La cannicciata in massima parte è disfatta dal tempo: tutto il legname costituente le capriate, le terzere e i corrcntini hanno subito l'attacco molto vasto delle tarme; qualche capriata ha i puntoni fortemente lesionati; le capriate sono in parte del tipo semplice senza monaco e le altre del tipo palladiane con monaco e contraffissi; mancano in tutte le capriate le staffe tra il monaco, i puntoni e la catena; i collegamenti sono fatti irrazionalmente e il monaco è appoggiato sulla catena, in modo che è sollecitata quest'ultima anche a flessione; la catena, a sua volta, appoggiata sulla volta, trasmette a questa il carico del tetto su essa gravante. Le prime due capriate più vicine alla facciata della chiesa hanno subito un moto di rotazione attorno alla catena e si trovano con una inclinazione notevole rispetto alla verticale,  provocando il dissesto del tetto e la conseguente infiltrazione di acqua pluviale sulla volta e sui muri».

 

Veniamo così a conoscenza delle gravi condizioni in cui versava la chiesa madre già tre anni prima del terremoto. L'ingegnere nella stessa relazione

ritiene opportuno intervenire urgentemente e propone:

«Si ritiene pertanto necessario ed urgente la sostituzione di n. 4 capriate in legno deteriorate con altrettante capriate in ferro di tipo inglese e la riparazione

delle attrezzature con la sostituzione del legname deteriorato che si valuta in 1/3 del totale; si prevede inoltre la rimozione delle tegole in argilla cotta e la loro

sostituzione con la copertura in lastre ondulate di eternit, che riduce notevolmente il carico sulle capriate e quindi sulla volta, come dal seguente computo metrico

estimativo per un importo totale di £. 5.056.548».

 

La soluzione proposta dall'ingegnere Spinelli non venne tenuta in alcuna considerazione dalla civica amministrazione e così il tetto fu riparato in economia senza

l'assistenza di un professionista e da operai non specializzati.

Per quanto concerne gli avvenimenti successivi al terremoto, possiamo affermare che i primi interventi non furono idonei a salvaguar­dare l'edificio dalle intemperie:

facendo intervenire grossi mezzi meccanici per togliere il materiale caduto dal tetto, venne anche rovinato completamente il pavimento. Un altro errore fu quello

di erigere, con notevole spesa, enormi muri negli archi rimasti: intervento inutile, poiché si potevano demolire tutte le parti pericolanti del tetto e, con uno stanziamento relativamente modesto, coprirlo provvisoriamente con materiali leggeri, evitando così, come è avvenuto, la rovina degli stucchi, degli altari e di quanto altro di artistico conteneva la chiesa.

 

Un altro grave errore si aggiunse ai precedenti e fu quello di non procedere subito alla ristrutturazione e al restauro, ma di volere costruire una nuova chiesa demolendo quella antica. Fu redatto il progetto e si tentò di farlo approvare richiedendo lo stanziamento all'Assessorato regionale compentente del denaro necessario.

Ciò fece sì che si allungassero i tempi di intervento, tanto che il denaro stanziato non fu più sufficiente allo scopo.

In una lettera del 25 ottobre 1974, l'allora arciprete Birritteri scrisse indignato alla redazione del giornale "La Sicilia" per un articolo diffamante l'operato

delle autorità ecclesiastiche del luogo. 

 

Così si espresse:

«CHIESA MADRE. Spesa prevista e stanziata non 160 milioni, bensì 360. Il sottoscritto non solo non "ha perso le tracce" del progetto, ma lo ha accompagnato passo passo nel suo iter, attraverso i lenti ingranaggi della nostra burocrazia. Il 20 giugno 1974 è stata indetta la gara di appalto; invitate 31 ditte, nessuna lo ha accettato, per l'aumento dei prezzi. Tutto ciò il vostro corrispondente non lo sapeva. Se fosse venuto, gli avrei anche spiegato che l'attuale progetto della chiesa è stato redatto ad una sola navata; non c'è stata alcuna riduzione di navate "per ricavarne ambienti per il clero"; sono stati bensì previsti degli spazi per aiuole ed alberi per dare respiro e decoro alla piazza, nonché degli ambienti, non per il clero (salvo l'abitazione del parroco), ma per il servizio parrocchiale, catechistico, associativo, ecc.».

 

Dopo più di dieci anni da quella, lettera si riprese il discorso sul restauro della chiesa madre ed il progetto, che in un primo momento era stato redatto

dall'ingegnere Clementi, fu rifatto dall'ingegnere Antonino Cucuzzella di Ribera e dall'architetto Giacomo Badami di Palermo ed i relativi lavori saranno iniziati

al più presto essendo stato dato già l'appalto.

 

 

 

 Alcune fasi dei lavori di ristrutturazione e rifacimento della volta.

 

 

LA CHIESA NELLE RELAZIONI DELLE SACRE VISITE

 

La terza chiesa madre venne visitata per la prima volta il 28 ottobre 1772, durante l'arcipretura del Bona, dal vescovo di Agrigento mons. Antonino Lanza PrincipediTrabia,Uquale,notandocheUfontebattesimalemancavadeU'imrnagine di S. Giovanni Battista, ordinò di provvedere a metterla.

Gli altari visitati in quell'anno furono dieci e cioè: - L'altare Maggiore, del SS.mo Sacramento, di S. Gioacchino, di S. Nicola, di S. Giuseppe, dell'Immacolata, di S. Giuda Taddeo, dell'Addolorata (o Santa Maria dei Sette Dolori), del SS.mo Crocifisso e di S. Antonio Abate.

 

1779 e 1798

Dopo sette anni, il 13 ottobre 1779, la chiesa madre fu di nuovo visitata dai Canonici don Onofrio Alongi e don Giuseppe Vicari, su mandato dato in Sciacca dal vescovo Antonio Colonna Branciforte, con il titolo proprio di Cardinale. In quella data era arciprete da appena un anno il Samaritano e Cappellani Sacramentali don Baldassare Romano e don Antonio Mauceri. Gli altari erano dodici e cioè: - L'altare maggiore, del SS.mo Sacramento, di S. Gioacchino, di S. Pietro, di S. Giuseppe, dell'Immacolata Concezione, di S. Giuda Taddeo, dell'Addolorata, del SS.mo Crocifisso, di S. Nicola, di S. Antonio Abate e del Sacratissimo Rosario. Quindi in quell'anno abbiamo in più l'altare di S. Pietro e quello del Sacratissimo Rosario, anche se quest'ultimo si potrebbe identificare

col Maggiore e quindi potrebbe esserci stato un errore di trascrizione del copista.

Nell'inventario allegato alla relazione, però, alcuni altari sono diversi da quelli citati nella Sacra Visita: - il Maggiore del SS.mo Rosario, del SS.mo Sacramento, dell'Addolorata, del SS.mo Crocifisso, di S. Nicola, di S. Antonio Abate, di S. Rosalia, di S. Gioacchino, di S. Stefano, di S. Giuseppe, dell'Immacolata Concezione, di S. Giuda Taddeo. Quindi erano sempre dodici, però alcuni di essi risultano intitolati ad altri santi. Non sono qui citati gli altari di S. Pietro e del Sacratissimo Rosario e al posto di questi troviamo gli altari di S. Rosalia e di S. Stefano.

Nella visita del 1° maggio 1798, fatta dal vescovo mons. Saverio Granata, risultarono tredici altari.

 

II vescovo Saverio Granata visitò per la seconda volta Ribera 1' 11 maggio 1808. Arciprete in quella data era don Santo Samaritano che, come risulta dall'elenco dei sacerdoti allegato agli atti della Sacra Visita, aveva 56 anni; mentre i Cappellani Sacramentali erano don Pietro Bono di 44 anni e don Bartolomeo Perricone di 32.

Il 12 maggio venne visitata la chiesa madre e furono trascritti gli altari esistenti. Infatti: i visitatori Reverendissimi Canonici Dottori in entrambi i diritti e Professori in Sacra Teologia don Marco Antonio Indelicato e don Gaetano Farad accesserunt propea ad visitando Ecclesiam, et Altana eiusdem et primo quid ..... Altare SS. Sacramenti, secundo S. Joachim, tertio S. Stefani,..... quarto S. Joseph, quinto Imm. Conceptionis, sesto SS. Judae, et Taddei, septimo S. Honofrij, octavo S. Rosaliae, nono S. Antoni] Abati], decimo S. Nicola], undecimo SS. Crucifixi, duodecimo Beatae Mariae Virginis septem dolorum, .... et altare Majus ..... La descrizione degli altari venne fatta in senso orario a partire dall'altare del SS. Sacramento che era al lato sinistro del maggiore.

 

Per avere un'idea chiara sulle varie successioni degli altari, avvenute nei due secoli di vita della chiesa, si rimanda il lettore alla pianta della chiesa allegata al volume.

Il 31 maggio 1825 il vescovo don Pietro Maria D'Agostino, visitando la chiesa madre di Ribera, diede disposizioni di poco interesse storico per il nostro lavoro, invece si dilungò molto nel controllo dei libri contabili.

 

Un'accurata visita fu fatta il 17 giugno 1846 dal vescovo don Domenico Maria Lo Jacono. Era arciprete, in quell'anno, don Filippo Santangelo, che, però, già dal 1839, era ricoverato a Palermo per malattia  mentale. La chiesa era retta dal sacerdote don Vito Miceli, in qualità di Economo, insieme ai Cappellani Sacramentali don Giuseppe Mule e don Liborio Puccio ed al Vicario foraneo don Antonino Montalbano.

La Sacra Visita venne aperta con un editto, con cui si invitavano i Rettori delle chiese e confraternite e gli Ecclesiastici a presentare tutti i documenti necessari affinchè il Vescovo potesse effettuare la visita ed, inoltre, venne ordinato che ... chiunque tiene presso di se carte relative alle Chiese, e che sappia di esisterne presso non legitime, subito le restituisca... Quindi già nel 1846 molti documenti dell'Archivio Parrocchiale erano scomparsi: infatti abbiamo reperito pochi documenti del periodo antecedente all'arcipretura del Vaccaro (1855).

 

Nella visita del 1877 non venne annotato nulla di particolarmente importante dal vescovo don Domenico Turano.

Il 30 aprile 1890 il vescovo mons. Gaetano Blandirli, in visita a Ribera diede delle disposizioni epistolari e fece vidimare tutti gli inventari che erano stati presentati

dai rettori delle varie chiese dal Cancelliere Caglio.

 

Quello della chiesa madre, in questa data, appare molto più ricco del precedente del 1846: segno che l'arciprete Vaccaro si era dato molto da fare per arricchire

di sacri arredi la matrice.

Alle quattro pomeridiane del 19 aprile 1902 il vescovo mons. Bartolomeo Lagumina arrivò a Ribera e fu ospitato nella canonica della chiesa madre dall'ormai

settantottenne arciprete Vaccaro.

Alle ore dieci mattutine del giorno seguente, accompagnato dal Clero e dalla Giunta Comunale, il Vescovo si avviò verso la chiesa madre e, dopo aver portato

a termine tutti i riti prescritti, diede delle disposizioni tra le quali: ... che si rimovessero dalle pareti della Cappella di S. Giuseppe gli ex voti....

Alle ore cinque pomeridiane visitò il cimitero con l'annessa Cappella.

 

II 24 aprile del 1915 il vescovo Lagumina arrivò a Ribera alle ore cinque e mezzo del pomeriggio e fu accolto dall'arciprete Licata, insieme al Clero di Ribera,

di Calamonaci, di Lucca e di Villafranca, dal sacerdote Francesco Chiaramente, arciprete di Marsala, e da una folla di fedeli.

Il giorno dopo, alle ore otto mattutine, il Vescovo si recò in processione alla matrice, dove venne accolto dall'Arciprete. Dopo aver celebrato la messa e dopo aver fatto

tutte le cerimonie prescritte, ... assistette allo scoprimento della nuova facciata della Matrice per la quale occasione tenne un discorso l'Arciprete di Marsala

Sac. Chiaramonte, appositamente invitato dall'Arciprete di Ribera Sac. Nicolo Licata. Alle ore due pomeridiane Mons. Vescovo fece ritorno in casa.

Il 26, 27, 28 e 29 aprile venne amministrata la cresima a parecchi giovani. Il 30 il Vescovo ispezionò gli arredi della chiesa madre e, per l'archivio, dispose che

doveva essere ripristinato l'uso del registro dei defunti.

 

LA CHIESA MADRE DI RIBERA

(litografia cm 35 x 50, realizzata da G.Nicola Ciliberto, in occasione della riapertura nel 1999)

 

La Chiesa Madre di Ribera, dopo trent'anni di abbandono, ritorna finalmente all'antico splendore. La riapertura del più grande e antico luogo di culto della cittadina ha suscitato gioia ed entusiasmo non solo tra i fedeli, ma in tutti gli strati della popolazione, perfino tra i non credenti i quali hanno considerato in questi anni il centro storico privo di vita, palpitante e orfano di un importante bene monumentale. E' stato l'arciprete Stefano Bona, nel 1751, a dare l'avvio alla costruzione della Chiesa Madre, la terza, a tre navate, che doveva sostituire, nello stesso posto, la seconda, ad una sola navata. I lavori durarono quasi nove anni e la Chiesa fu inaugurata, sebbene molte opere dovevano essere ancora completate, per la festività di Pasqua, il 6 aprile 1760. Il luogo di culto, in quasi due secoli e mezzo di vita, è stato interessato da diversi interventi di ristrutturazione, dagli altari al pavimento, dal prospetto al campanile, frutto del lavoro di maestranze locali. La Madrice è crollata rovinosamente alcuni minuti prima di mezzogiorno del 29 dicembre del 1969, fortunatamente senza arrecare danni alle persone. Le crepe del soffitto, causate dalle scosse del terremoto dell'anno prima, e la conseguente infiltrazione di acqua piovana hanno causato il crollo totale della volta centrale e della navata di destra. Molte statue, preziose tele e oggetti sacri furono salvati. Invece, il completo abbandono della chiesa alle intemperie determinò la rovina degli altari, dei marmi, degli stucchi e del pavimento, comprese le tombe. Ci sono voluti quasi vent'anni per capire che la Madrice andava recuperata con un progetto di ricostruzione parziale e di restauro conservativo dei resti dell'immobile. La Regione Siciliana in quest'ultimo decennio ha investito quasi sette miliardi di lire per ridare ai Riberesi un tempio degno, ampio e cònsono alle fervide e mai sopite tradizioni religiose della popolazione. Encomiabile è stato l'impegno del comitato "Pro Chiesa Madre" che ha lavorato sodo per mesi e mesi e preziosissime sono state le offerte che, date generosamente dai cittadini, hanno consentito di potere completare l'arredo della chiesa.  Giuseppe Nicola Ciliberto, ingegnoso artista locale, amante della storia e delle tradizioni popolari e religiose, ha voluto dedicare all'avvenimento di riapertura della Chiesa Madre la presente litografia che testimonia l'attaccamento e l'amore dell'autore verso la città, verso i suoi beni monumentali e verso una chiesa alla quale, per un motivo o per un altro, è legata affettivamente quasi tutta la popolazione di Ribera.    

Enzo Minio   14 dicembre 1999

 

 

PRETI E ARCIPRETI DI RIBERA

 

II primo arciprete della terza chiesa madre di Ribera, come già detto, fu il Dottore in Sacra Teologia ed in Medicina don Stefano Bona, riberese, figlio di Francesco

e Antonia Mule, nato il 14 aprile 1701, battezzato il giorno seguente con il nome di Stefano Michelangelo ed ordinato nel 1724. Delle opere da lui fatte abbiamo abbondantemente parlato. Aggiungiamo soltanto che egli era un uomo molto colto: dall'in­ventario dei suoi beni mobili ed immobili, stilato dopo la sua morte, risulta

che era in possesso di un notevole numero di libri. Il Bona morì il 14 febbraio 177988 e fu seppellito nella Cappella di S. Gioacchino che, come abbiamo detto precedentemente, egli stesso aveva fatto costruire nella terza chiesa madre.

 

A questi succedette nel 1779 il Dottore in Sacra Teologia don Santo Samaritano, nato nel 1752 a Sciacca da don Vincenzo e donna Rosa Friscia. Egli, come dice

il Navarro, fu principe di teologia e collegiale ad Agrigento. Da giovane, per il troppo studio, si ammalò. Purtuttavia non cessò di studiare, facendosi leggere i libri

dal suo condiscepolo Francesco Salvato da Sambuca. Dopo la guarigione, divenne, a 26 anni, arciprete di Ribera e il 30 ottobre 1827, data in cui morì all'età

di 75 anni, fu sepolto nella chiesa madre.

Il Navarro dice che a questi succedette il sacerdote don Pietro Antonio Napoli di Ribera, ma la notizia non risponde al vero poiché egli non venne mai eletto arciprete,

ma fu soltanto Economo durante la sede vacante, per circa un anno.

Venne poi eletto don Filippo Santangelo, riberese, nato da Benedetto e Carmela Indelicato, borgesi, il 4 novembre 1795 e battezzato il giorno dopo dal sacerdote

Fra' Giuseppe Truncali dell'Ordine Eremitico.  Come possiamo leggere nell'atto di morte, avvenuta il 20 agosto 1828, nei registri dello Stato Civile di Ribera.

di S. Agostino del Convento di Caltabellotta. Avviato al sacerdozio, venne ordinato nel 1818. Egli, come dice il Navarro, uscì di senno nel 1839 e fu ricoverato

a Palermo, presso l'ospizio dei matti dove morì nel 184890.

Al Santangelo subentrò, in quello stesso anno, don Nicolo Maniscalco di Burgio «il quale - riferisce il Navarro - molto alla madrice chiesa ed al popolo è stato

di giovamento con la sua dolcissima filantropia, egli reggeva l'arcipretura fino al 1854».

 

Il sesto arciprete, eletto nel 1855, fu don Michele Vaccaro, riberese, figlio di Francesco e di Rosalia Cagliano, originali di Burgio, nipote del sacerdote

don Pietro Vaccaro, Cappellano Sacramentale della madre chiesa di Ribera. Nato il 29 Agosto 1825, venne battezzato il giorno dopo ed ordinato sacerdote nel 1848.

Nel 1860, quando Garibaldi entrò a Palermo, furono istituiti, nei vari comuni, i Comitati Provvisori, ed a Ribera il Vaccaro ne fu il vice Presidente, mentre Presidente

era Carmelo Parlapiano. Egli resse l'arcipretura per ben 48 anni; poi, nel 1903, si ammalò di mente ed il 16-18 novembre 1905, su istanza dei sigg. Attardi Vincenzo

e Matinella Ignazio, venne dichiarato interdetto dal tribunale di Sciacca. L'amministrazione dei suoi beni fu affidata al sig. Michele Matinella.

D Vaccaro morì a Ribera nel palazzo che egli stesso aveva fatto costruire all'inizio della sua arcipretura, sito in via Chiarenza (già via Vaccaro) al numero 75,

il 2 gennaio 1907 e venne sepolto nell'attuale cimitero.

 

Dal 1903 al 1907, cioè durante l'interdizione del Vaccaro, resse la chiesa madre, come Economo, il sacerdote don Gaspare Valenti; quindi venne eletto settimo

arciprete don Nicolo Licata di Sciacca. Egli nacque il 20 aprile 1870 da Francesco Licata, umile marinaio, e fu ordinato sacerdote nel 1897, dopo aver compiuto il servizio militare nella Regia Marina. Nel 1901 venne eletto per la prima volta Consigliere al Comune di Sciacca e, l'anno dopo, con don Sturzo e don Sclafani, fu tra i fondatori dell'Associazione dei Consiglieri Cattolici Siciliani. Nel maggio del 1907 venne nominato arciprete di Ribera, facendovi solenne ingresso il 1° settembre. In questo paese fondò la Cassa Rurale, dando vita ad alcuni periodici: "Sentinella", "II Lavoratore" (che già pubblicava a Sciacca), "La Buona Parola", ecc. Nel 1915, come si è detto, portò

a compimento il prospetto e la decorazione interna della matrice; nel 1922 riscattò e divise 4 feudi (oltre 1.500 ettari) ai contadini di Ribera. Nel 1926 inaugurò il nuovo campanile e nel '27, per suo impulso, si costituì la Cooperativa "La Bonifica", che riscattò il feudo S. Pietro (500 ettari). Nel 1932 venne trasferito, come arciprete,

a Sciacca e, nel 1943, per motivi di salute, rinunziò ali'Arcipretura. Morì il 16 maggio 1946 a Sciacca, ma, per suo espresso desiderio, fu seppellito nel cimitero di Ribera.

 

Il 15 ottobre 1933 prese possesso canonico deH'arcipretura riberese don Pietro Castellino di Palma Montechiaro, dove era nato il 9 settembre 1900 da Ferdinando

e Giuseppa Bonelli. Era stato ordinato sacerdote il 23 luglio 1923 ed eletto arciprete il 5 luglio 1933. Al suo arrivo a Ribera, rilevò che, nella casa parrocchiale, sita dietro l'abside della chiesa madre, le camere per l'alloggio erano solo sufficienti per le necessità dei due cappellani e relativi parenti; così provvide ad edificare un adeguato

alloggio per il Parroco, nonché i locali per ospitare il Vescovo con due accompagnatori. Provvide, inoltre, a fondare, risanando moralmente un quartiere cittadino, l'Istituto

del SS.mo Redentore, affidandolo alle Suore Figlie di S. Anna, allo scopo di assicurare a Ribera un ricovero di anziani, un educandato per giovani e un asilo infantile.

Ribera contava a quel tempo ancora una sola parrocchia, e cioè quella della matrice: così si interessò alla costruzione di una nuova chiesa parrocchiale intitolata a

S. Teresa del Bambino Gesù. Assunse l'impegno della realizzazione il sacerdote don Onofrio Verde. Il Castellino sostituì, con piena adeguatezza, sia l'altare maggiore

che le Stazioni della Via Crucis della chiesa madre ed infine, un anno prima di lasciare Ribera, ritenendo che era opportuno assicurare all'asilo infantile una sede centralissima, pensò di costruire un vasto edificio a fianco della chiesa del SS. Rosario incorporandone anche un altro, che era la sede della Pretura, che il comune

era disposto a cedere. Non potè provvedere a dare inizio a detta costruzione, perché, resasi vacante 1 ' Arcipretura della sua cittadina natale, nel 1946, venne assegnato

 a questa dal vescovo mons. Peruzzo ed ivi morì nel 1960.

 

Succedette al canonico Castellino, nel 1946, il 9° arciprete don Vincenzo Birritteri. Egli, nato a Ribera il 3 novembre 1913 da Pellegrino e Paola Gufalo, era stato

ordinato sacerdote il 29 giugno 1938. Era rimasto nel Seminario di Agrigento come vice-Rettore fino al 1941, poi era stato nominato parroco di S. Giuseppe ad Agrigento. Dopo l'insediamento, continuò e portò a termine i lavori, iniziati dal prede­cessore, di trasformazione dei vecchi locali della Pretura e della sepoltura dell'ex confraternita

del Rosario in istituto di educazione per l'infanzia affidato alle suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria. A lui si devono, inoltre, la creazione della chiesa parrocchiale di San Giovanni Bosco e l'attiguo orfanotrofio maschile "Filippo Bonifacio", affidati entrambi alle cure dei Padri Vocazionisti; l'acquisto del terreno in contrada Galasso, dove venne poi costruita la chiesa parrocchiale della Pietà; l'istituzione di altre chiese parrocchiali; l'acquisto e la donazione del terreno in contrada Pantano,

dove dovrebbe sorgere la Casa di Riposo per gli anziani; la donazione del terreno della Circonvallazione all'ex Ente Ospedaliero F.lli Parlapiano allo scopo di costruire

 il nuovo ospe­dale, oggi finalmente completato e funzionante. Notizie più precise sulle opere citate e su altre si possono trovare in altre parti di questo volume.

 

L'arciprete Birritteri rassegnò, nel 1986, al vescovo Bommarito le proprie dimissioni. Queste, prima respinte, furono accolte nel 1988.

Il 1° luglio 1988 è stato nominato 10° arciprete di Ribera don Gaetano Montana, che ha preso possesso della parrocchia il 15 successi­vo con solenne cerimonia presieduta dall'ex vescovo di Agrigento mons. Luigi Bommarito, oggi Arcivescovo di Catania. Il Montana è nato a Licata il 21 dicembre 1957 da Vincenzo e Concetta Montana.

Ordinato sacerdote il 25 marzo 1983, è stato vice-Rettore e animatore degli studenti di Teologia ed è insegnante di Catechetica presso il Seminario di Agrigento.

 

Cappellani,  Curati, Parroci e Arcipreti di Ribera dalle origini fino ad oggi

 

Il primo fu Vincenzo Scarpinati di Caltabellotta (da Villafranca - N.d.R.), della cui casa, ch'è presso la madre Chiesa, esiste tutt'ora il primo piano ridotto a casa comunale, la quale a seconda il miglioramento progressivo della civiltà moderna, vastità del comune, ed aumento della popolazione mostra tutt'ora l'originale grettezza.

 

Confidiamo che gli amministratori del comune, avendo avuto l'ammirevole idea di ridurre le strade con quella sistemazione e pulitezza, che ne forma l'ammirazione del forestiero, per come sono ora già fatte, vorrà senz'altro occuparsi al miglioramento anco della stessa casa comunale. E questo desiderio lo ritenghiamo sicuro, che di già la Torre dell'orologio è stata innalzata, sostituendosi una macchina moderna a tre. quadranti di cristallo smerigliato, che additano le ore nell'oscurità della notte. Il piano inferiore, ch'era stato un tempo censito al signor Carlo Salerno, fu oggi dagli amministratori del comune, con poca avvedutezza, tuttocché curare d'ingrandirne il corpo, ne hanno fatta vendita al signor Gennaro Vitigliano, ed ora ne deplorano l'incauto successo, doppocché volendosi migliorare la casa comunale, devesi ricorrere ad atti d'espropria forzata con maggiore interesse dell'azienda comunale, ove non riuscisse una convenevole contrattazione. Ma cosa fatta capo ha! Impertanto ci lusinghiamo, a che la casa comunale sia ridotta a quella decenza, che i tempi civili impongono. Allo Scarpinati successe Stefano Boria da Ribera, il quale educato ai buoni studi, visse da aio qualche tempo in Palermo.

 

Il terzo Arciprete fu Santo Samaritano da Sciacca, il quale fu principe di teologia, e collegiale in Girgenti, e valeasi quivi canonico di sapienza, e lettere in quel famoso collegio. Egli giovanotto, per troppo studio, perigliò della vita, eppure dalle teologiche elucubrazioni non cessava, facendosi leggere i libri dal celebre suo condiscepolo Francesco Salvato da Sambuca Zabut. Riavuta perfetta salute a 26 anni dell'età sua, nel 1778, fu Arciprete di Ribera fino al

1826.

A questo vi successe Pier Antonio Napoli da Ribera (questo non è stato arciprete, ma solo economo durante la sede vacante - N.d.R.). Fu d'immenso genio, e per divini studi, valente oratore sacro.

Dopo la di costui morte creavasi Filippo Santangelo pure da Ribera, assai dabbene dapprima, e poscia alienato di mente, e morì nell'insigne, e celeberrimo palermitano ospizio de matti.

 

La Chiesa Madre oggi, vista dall'interno

 

Nel 1848 lo successe il professore teologo Nicolo Maniscalco da Burgio, il quale molto alla Madrice Chiesa, ed al popolo è stato di giovamento con la sua dolcissima filantropia.

In oggi Ribera si ha - come abbiamo di sopra accennato - l'egregio Arciprete Michele Vaccaro, delle di cui doti ne abbiamo parlato nel precedente capitolo. ;

Egli nacque in Ribera nel 1825, gli auguriamo salute e lunga vita.

 

Vincenzo Mussuto - Cappellano curato dal   1635  al   1644.  Nato  probabilmente a Caltabellotta; questi si interessò personalmente alla costruzione sia

della prima chiesa, che di  Ribera stessa, fu in pratica il primo prete che vide nascere il nostro paese. Nominato arciprete di Calamonaci e poi di Aragona

lasciò il posto a Calogero Rizzuto che era il cappellano sacramentale. Morto probabilmente intorno al 1660.

 

Calogero Rizzuto - Cappellano curato dal 1644 al 1658. Nato probabilmente a Caltabellotta nel 1603 successe al Mussuto. Molto si prodigava per i bisogni del nuovo

centro abitato tanto che mentre si trova a Sciacca, per motivi di salute, essendosi aggravata la malattia, fa testamento il 31 luglio 1658 e nomina erede universale

l'erigenda "Casa delle orfane". Tale istituzione è rimasta fino al'800. Il Rizzuto muore in Sciacca nel quartiere di S. Michele il 4 agosto 1658 all'età di 55 anni e viene

seppellito nella chiesa di S. Francesco d'Assisi fuori le mura.

 

Pietro Nicolosi - Cappellano curato dal 1658 al 1670. Era nativo di Caltabellotta. Detta il suo testamento il 28 febbraio 1669 al notaio Antonio Augello da Caltabellotta. Dispone che il suo cadavere sia sepolto nella Chiesa Madre di Ribera e nomina eredi universali la sorella Giovanna vedova di Francesco Abruzzo e la nipote, di lei figlia, Rosalia Abruzzo. Muore qualche giorno prima del 30 aprile 1670 data in cui viene redatto dallo stesso notaio l'inventario ereditario. Sotto la sua curazia viene fatta la prima Sacra visita ufficiale a Ribera (1669).

Baldassare Lo Jacono-Cappellano curato dal 1670 al 1682. Originario di Siculianaeivi nato il 1° febbraio 1621 da Pellegrino e Margherita. Sotto la sua curazia

viene inaugurata la seconda chiesa madre di Ribera intitolata alla Madonna del SS.mo Rosario ed in sott'ordine a San Nicola e viene fatta la seconda Sacra visita nel 1678.

 

Accursio Aucello - Cappellano curato dal 1682 al 1689. Cappellano sacramentale dal 1673 al 1682. Vicario foraneo dal 1689 al 1692. Nato a Caltabellotta nel 1620, succeduto al Lo Jacono nel 1682, nel 1689, quando venne istituita l'Arcipretura di Ribera, consegna la Chiesa a don Vincenzo Scarpinato di Villafranca primo Arciprete

di Ribera. L'Aucello rimase, comunque, Vicario foraneo fino alla morte avvenuta il 10 maggio 1692.

 

Vincenzo Scarpinato - Arciprete dal 1689 al 1731. Nato a Villafranca il 23 gennaio 1659 da Pellegrino e Agata Scarpinato. Fa costruire un palazzo sull'area dell'attuale Municipio che, alla morte, lascia alla cappella del SS. Crocifisso della chiesa madre. Rimane in carica fino alla morte avvenuta il 10 aprile del 1731 e viene sepolto nella seconda Chiesa Madre.

 

Stefano Bona - Arciprete dal giugno 1731 al 1779. Nato a Ribera il 14 aprile 1701 da Francesco e Antonia Mule e battezzato il giorno seguente con il nome di Stefano Michelangelo. È il primo arciprete della terza chiesa madre di Ribera, dottore in Sacra Teologia ed in Medicina ed è ordinato sacerdote nel 1724. Delle opere da lui fatte abbiamo abbondantemente parlato nel secondo volume delle «Chiese di Ribera». Uomo molto colto tanto che nell'inventario dei suoi beni, stilato dopo la sua morte, risulta che è in possesso di un notevole numero di libri ed anche di manoscritti. Muore il 14 febbraio 1779 e viene seppellito nella cappella di S. Gioacchino che egli stesso aveva fatto costruire nella terza chiesa madre.

 

Santo Samaritano - Arciprete dal giugno 1779 al 1827. Nato il 12 ottobre 1752 a Sciacca da don Vincenzo e donna Rosa Friscia e battezzato con i nomi di Santo Giuseppe Ignazio il giorno successivo nella parrocchia di S.Vito. Dottore in Sacra Teologia, e, come dice il Navarro "fu principe di teologia e collegiale ad Agrigento".

Da giovane, per il troppo studio, si ammalò, purtuttavia non cessò di studiare, facendosi leggere i libri dal suo condiscepolo Francesco Salvato da Sambuca.

Dopo la guarigione, diviene, a 26 anni, arciprete di Ribera. Muore il 30 ottobre 1827 e viene sepolto nella chiesa madre, ma già dal 27 aprile era stato nominato

economo il sacerdote Pietro Antonio Napoli segno che il Samaritano non era in buone condizioni di salute.

 

Filippo Santangelo - Arciprete dal 1829 al 1848. Nato a Ribera il 4 novembre 1795 da Benedetto e Carmela Indelicato, borgesi, e battezzato il giorno dopo dal sacerdote Fra' Giuseppe Truncali dell'Ordine Eremitico di S. Agostino del Convento di Caltabellotta. Avviato agli studi sacerdotali, viene ordinato nel 1818. Nominato arciprete

di Ribera nel 1829, dopo un anno di sede vacante, il Santangelo esce di senno nel 1839 e viene ricoverato a Palermo, presso l'ospizio dei matti dove muore nel 1848.

 

Nicolò Maniscalco - Arciprete dal 1848 al 1854. Al Santangelo subentra, in quello stesso anno (il primo battesimo lo amministra il 10 settembre), don Nicolò Maniscalco

di Burgio"il quale - riferisce il Navarro - molto alla matrice chiesa ed al popolo è stato di giovamento con la sua dolcissima filantropia, egli reggeva l'arcipretura fino al 1854". Era nato a Burgio il 28 ottobre 1801 da Vito Maniscalco e Calogera Gagliano. Lo ritroviamo a Ribera nel 1837 per amministrare un battesimo. Le notizie delle cariche

che ha ricoperto ci pervengono dall'atto di morte (Chiesa Madre di Burgio, voi. 14, carta 184) dove si legge: Die 11 Januarij 1874. Sacerdos D. Nicolaus Maniscalco, filius quondam Viti, et quondam Calogerae Gagliano, ex Archipraesbyter communitatis Riberae, Pro-Vicarius huius communitatis Burgii, Concionator indefessus, et ielant, omnibus sacramento munitus, obiit aetat: annorum 72, mensium 2, et dierum 14, cuius corpus jacent in Ecclesia PP. Cappuccinorum. Quindi il Maniscalco ritornò a Burgio per ricoprire la carica di Vicario ed è stato un ottimo oratore.

 

 

Michele Vaccaro - Arciprete dal 1855 al 1907. Nato il 29 Agosto 1825 da Francesco e da Rosalia Gagliano, originari di Burgio.

Ordinato sacerdote nel 1848 lo troviamo in questo stesso anno che amministra i sacramenti a Ribera e si firma così:

Sacrae Theologiae Professar, ac Collegialis Collegi SS. Augustini, et Thomae. Riveste la carica di Economo durante le

assenze dell'arciprete Maniscalco. Nel 1852 dopo la morte Antonino Montalbano viene nominato vicario foraneo. Nel 1860, quando

Garibaldi entra a Palermo e nei vari comuni, venivano istituiti i Comitati Provvisori, egli, a Ribera, ne è il vice Presidente, mentre Presidente

è Carmelo Parlapiano. Regge l'arcipretura per ben 48 anni; poi, nel 1903, si ammala di mente ed il 16-18 novembre 1905, su istanza

dei sigg. Vincenzo Attardi e Ignazio Matinella, viene dichiarato interdetto dal tribunale di Sciacca. L'amministrazione dei suoi beni

viene affidata al sig. Michele Matinella. Il Vaccaro muore a Ribera nel palazzo che egli stesso aveva fatto costruire all'inizio

della sua arcipretura, sito in via Chiarenza (già via Vaccaro) al numero 75, il 2 gennaio 1907 e viene sepolto nell'attuale cimitero.

Di ciò che ha fatto durante la sua arcipreture ne abbiamo abbondantemente parlato nel secondo volume di «Chiese di Ribera».

Nicolo Licata - Arciprete dal 1907 al 1932. Nato a Sciacca il 20 aprile 1870 da Francesco, umile marinaio, e Francesca Sanfilippo,

viene ordinato sacerdote nel 1897, dopo aver compiuto il servizio militare nella Regia Marina. Nel 1901 viene eletto per la prima volta

Consigliere al Comune di Sciacca e, l'anno dopo, con don Sturzo e don Sclafani, è tra i fondatori dell'Associazione dei Consiglieri

Cattolici Siciliani. Nel maggio del 1907 viene nominato arciprete di Ribera, facendovi solenne ingresso il 1° settembre. In questo

paese fonda la Cassa Rurale, dando vita ad alcuni periodici: "Sentinella", "II Lavoratore" (che già pubblicava a Sciacca),

"La Buona Parola", ecc. Nel 1915 porta a compimento il prospetto e la decorazione interna della matrice; nel 1922 riscatta e divide

4 feudi (oltre 1.500 ettari) ai contadini di Ribera. Nel 1926 inaugura il nuovo campanile e nel '27, per suo impulso, si costituisce

la Cooperativa "La Bonifica", che riscatta il feudo S. Pietro (500 ettari). Nel 1932 viene trasferito, come arciprete-ciantro, a Sciacca

e, nel 1943, per motivi di salute, rinunzia all'Arcipretura. Muore il 16 maggio 1946 a Sciacca, ma, per suo espresso desiderio,

viene seppellito nel cimitero di Ribera.

 

Pietro Castellino - Arciprete dal 1933 al 1946. Nato a Palma Montechiaro il 9 settembre 1900 da Ferdinando e Giuseppa Bonelli.

Ordinato sacerdote il 23 luglio 1923 ed eletto arciprete il 5 luglio 1933, il 15 ottobre dello stesso anno prende possesso canonico dell'arcipretura riberese. Al suo arrivo a Ribera, rileva che, nella casa parrocchiale, sita dietro l'abside della chiesa madre, le camere per l'alloggio sono solo sufficienti per le necessità dei due cappellani e relativi parenti; così provvede ad edificare un adeguato alloggio per il Parroco, nonché i locali per ospitare il Vescovo con due accompagnatori. Provvede, inoltre, a fondare, risanando moralmente un quartiere cittadino, l'Istituto del SS.mo Redentore, affidandolo alle Suore Figlie di S. Anna, allo scopo di assicurare a Ribera un ricovero di anziani,

un educandato per giovani e un asilo infantile. Ribera conta a quel tempo ancora una sola parrocchia, e cioè quella della matrice: così si interessa alla costruzione di una nuova chiesa parrocchiale intitolata a S. Teresa del Bambino Gesù. Assume l'impegno della realizzazione

il sacerdote don Onofrio Verde. Un anno prima di lasciare Ribera, ritenendo che è opportuno assicurare all'asilo infantile una sede centralissima, pensa di costruire un vasto edificio a fianco della chiesa del SS. Rosario incorporandone anche un altro, che è la sede della Pretura, che il comune è disposto a cedere. Non può provvedere a dare inizio a detta costruzione, perché, resasi vacante l'Arcipretura della sua cittadina natale, nel 1946, viene assegnato a questa dal vescovo mons. Peruzzo ed ivi muore nel 1960.

Vincenzo Birritteri - Arciprete dal 1946 al 1988. Nato a Ribera il 3 novembre 1913 da Pellegrino e Paola Gufalo, è ordinato sacerdote il 29 giugno 1938. Rimasto nel Seminario di Agrigento come vice-Rettore fino al 1941, poi è nominato parroco di S. Giuseppe ad Agrigento. Il 1° marzo del 1946 è nominato arciprete di Ribera e, dopo l'insediamento, continua e porta a termine i lavori, iniziati dal predecessore, di trasformazione dei vecchi locali della Pretura e della sepoltura dell'ex confraternita del Rosario in istituto di educazione per l'infanzia affidato alle suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria. A lui si devono, inoltre, la creazione della chiesa parrocchiale di San Giovanni Bosco e l'attiguo orfanotrofio maschile "Filippo Bonifacio", affidati entrambi alle cure dei Padri Vocazionisti; l'acquisto del terreno in contrada Galasso, dove viene poi costruita la chiesa parrocchiale della Pietà; l'istituzione di altre chiese parrocchiali; l'acquisto e la donazione del terreno in contrada Pantano, dove è sorta la Casa di Riposo per gli anziani; la donazione del terreno della Circonvallazione all'ex Ente Ospedaliero F.lli Parlapiano allo scopo di costruire il nuovo ospedale, oggi finalmente completato e funzionante. L'arciprete Birritteri rassegna le proprie dimissioni nel 1986 al vescovo Bomrnarito. Queste, prima respinte, vengono accolte nel 1988. Muore a Ribera I "11 marzo 1990.

Arciprete di Ribera

Don Gaetano Montana

 

Gaetano Montana - Arciprete dal 1988 al 1994. Nato a Licata il 21 dicembre 1957 da Vincenzo e Concetta Montana.

Ordinato sacerdote il 25 marzo 1983. Nominato subito vice-Rettore e animatore degli studenti di Teologia ed è insegnante di

Catechetica presso il Seminario di Agrigento. Dall'1/3/1983 al 31/7/1983 parroco della chiesa S. Nicola di Agrigento; dal 1984

al 1988 mansionario del Capitolo della Cattedrale; dal 1984 al 1987 studente di catechetica presso la Pontificia Università Salesiana

di Roma; dal 1987 al 1988 vice rettore del Seminario di Agrigento; dal 1987 docente dell'Istituto teologico del Seminario di Agrigento

e dell'Istituto di Scienze religiose di Agrigento. Il 1° luglio 1988 è nominato 10° arciprete di Ribera e prende possesso della parrocchia

 il 15 successivo con solenne cerimonia presieduta dall'ex vescovo di Agrigento mons. Luigi Bommarito, poi Arcivescovo di Catania.

Resta arciprete fino al 31 agosto 1994 ed il successivo 22 settembre assume la dirczione dell'Ufficio Catechistico Diocesano,

carica che mantiene fino al 14 giugno 1998. Dall'1 settembre 1999 è Rettore del Seminano Arcivescovile di Agrigento, carica

che tiene fino al 2005. Dall'1/9/2006 è parroco della Chiesa di San Lorenzo martire di Monserrato (AG) .

 

Arciprete di Ribera

Don Pasqualino Barone

Pasquale Barone - Arciprete dal 1994. Nato a Villafranca Sicula il 21 ottobre 1942 da Giuseppe e Margherita Tramuta.

Ordinato sacerdote il 2 luglio 1967 nella chiesa di S. Domenico di Agrigento da mons. Giuseppe Petralia.

Dopo essere stato vicario cooperatore nella chiesa Mater Salvatoris di Bivona e parroco della chiesa B.M.V.

del Rosario di Raffadali viene nominato arciprete del suo paese natale l'1 ottobre 1971,

carica che mantiene fino alla nomina di arciprete di Ribera avvenuta l' 1 settembre 1994.

 

 

Per quanto riguarda il Palazzo dell'Arciprete Scarpinato, poi sede del Municipio, abbiamo notizie da documenti inediti. Il palazzo, non più esistente, veniva edificato nell'anno 1695-96, pochi anni dopo l'insediamento del primo arciprete di Ribera. Infatti il 17 maggio del 1696 egli pagava a mastro Girolamo Triara di Bivona onze 6 e tari 18 per tre porte di noce, tre finestre che servivano per "il palazzo novamente edificato per detto Rev.mo Arciprete in questa terra". Lo stesso giorno pagava ai mastri Antonino e Stefano Montalbano, muratori di Caltabellotta, onze 13, tari 22 e grana 10 per "aver fatto canne settantacinque di fabrica e sopra edificare un palazzo sopra li casaleni olim dell'orfane di questa terra (in) frontespizio del fundaco dell'heredi del quondam Antonino Navarra e nello piano della Matrice".

 Il 18 successivo pagava a mastro Diego Busacca di Burgio onze  per "l'intaglio delle finestre" . Con atto dello stesso giorno pagava le seguenti somme per canne 65 "lapidis de perreria in hac predicta terra ad effectum edificandi domus supra casalena quondam don Calogero Lo Rizzutoet ubi hodie manet dictusde Scarpinati....Con atto successivo pagava il gesso necessario a Giuseppe Lo Rizzuto e Agostino Noto di Ribera.

Della casa delle orfane, a cui si accenna in questi documenti, se ne è parlato prima (nel profilo biografico del sacerdote Calogero Rizzuto). Con atto del 6 maggio 1765 (Archivio di Stato di Sciacca, notaio P. Genova, voi. 5368, e. 1039 e ss.) si passava alla stipulazione di contratto enfiteutico tra i Legati Pii, a cui era passata la proprietà del palazzo, ed i Giurati di Ribera e da questo documento apprendiamo che già vi era la torre dell'orologio annessa alla casa.

Il vecchio palazzo dell'arciprete Scarpinato si può ancora vedere in antiche cartoline di Ribera,  dove si nota mezzo Municipio nuovo, mentre l'altra metà è ancora costruzione originale. Comunque il primo stralcio, cioè il lato nord, risale al 1896 su progetto dell'ingegnere Antonino Picene. (Archivio Comunale, Delibera del Consiglio Comunale n. 20 del 9/5/1896). Mentre il secondo stralcio è stato progettato dall'ingegnere Stefano Bianco nel 1924 (Archivio Comunale, Delibera del Consiglio Comunale n. 168 del 21/12/1924).

 

Il sacerdote calamonacense don Michele Palminteri pubblicava in Voce Amica, (Mensile religioso sociale riberese, Anno III, n. 11 - Novembre 1950, pag. 3) un trafiletto riguardante il Palazzo comunale in cui ci dice: "Apprendiamo dal Navarro che Don Vincenzo Scarpinato, primo arciprete di Ribera possedeva la casa d'abitazione presso la terza Matrice, il rione di fianco destro, confinante col corso maggiore. Il piano superiore, dopo la sua morte, fu ridotto a Casa Comunale e l'inferiore fu censito per opere pie a Carlo Salerno. Ricordo anch'io da ragazzo che i vani, dove era istallato il Comune, consistevano in pochi a primo piano del lato nord-est. Ricordo che gli altri vani del lato sud, tutti a pianterreno erano adibiti a negozio di tessuti, non so se percento ancora degli eredi del Salerno. Il fatto è che nel 19...(illeggibile -N.d.R.) divennero tutti di proprietà del Comune, il quale ordinò di rifabbricarsene metà fino al primo piano coi disegni ora esistenti. Nel 1929 fu allestita l'altra metà per come ora si trova. Il progettista fu l'Ing. Lo Bianco, il direttore dei lavori fu ring. Michele Giammusso, l'impresario costruttore fu Angelo Centonze da Castelvetrano. Risulta che i vani di pianterreno sono 13, adibiti in parte come aule della Scuola Media-Ginnasio, in parte come sala di Conciliazione, Uffici del Dazio, del Collocamento al lavoro ed archivio notarile.

Don Michele Palminteri

 

A primo piano vi sono 5 vani per gli Uffici sanitari, anagrafe bestiame, ecc. A secondo piano altri 13: ivi trovansi la grande sala del Consiglio, il Gabinetto del Sindaco,

la Segreteria, la Ragioneria, lo Stato Civile, l'Ufficio di P.S. e quello Tecnico. Nel centro del fabbricato s'erge la torre dell'orologio. La spesa di tutto l'edificio fu allora

di L. 230.000.1 principali promotori furono l' On.Ie Antonio Parlapiano senior e il segretario comunale Rag. Domenico Chiaramente."

 

La Madrice, che per la sua grandezza, e lunghezza potrebbe gareggiare coi primi templi della provincia, se fosse fornita d'un bel prospetto, d'un campanile, accresciuta

di una cappella, e d'un pavimento di marmo. Infatti senza il prospetto, mostra la sua rude forma, piena di buchi, dove i barbagianni vi fanno i loro nidi, e nella sera

con il loro monotono fischio sono di cattivo augurio, e di rattristamento d'animo ai circostanti abitanti, ed a chi è tenuto a passare da vicino.

 

Ed in Ribera infatti, quando tale uccello posa in qualche casa, e fischia, havvi la superstizione nel volgo del cattivo augurio, e lo chiamano perciò Migula, Maga, strega. Perché in quella casa ha da succedere qualche malanno, un caso funesto nella famiglia! È parere di molti che tali uccelli vivono per anni, ed anni; e qui cade

in acconcio ricordare l'epigramma di Panati:

 

Fare compra un villan d'un barbagianni Dicendo:

un detto assicurato m'ha,

Che tali bestie vivono mill'anni;

Voglio veder se l'è la verità.

 

Ma lasciamo al volgo tali pregiudizi e tiriamo avanti.

Per opera della devota famiglia del signor Parlapiano, il pavimento della navata destra è stato rimpiazzato da mattoni di marmo, e ci auguriamo ch'altri, emulandone l'esempio santo ammirevole, ne compissero l'intero pavimento della chiesa.

I fratelli signori Pasciuta fu Filippo, han decorata la cappella di S. Giuseppe con legno bene intarsiato d'oro, e dai colori di madreperla, e lapislazolo, ponendovi una grossa ninfa di cristallo nell'arcata di essa cappella.

II simulacro è d'uno scultore molto ammirevole. Tiene il bambino Gesù fra le braccia che lo mira con molto atteggiamento al riso, proprio che da al naturale.

La signora Carmela Pasciuta nata Chiarenza ne ha arricchita la cappella della Vergine Immacolata con un bellissimo simulacro di scoltura in legno,

fornendola d'uno stellano e corona d'argento cesellato, in un al bambinello che tiene nel braccio (l'Immacolata non tiene nessun bambino in braccio N.d.r.).

 

Altri fedeli, a mezzo d'oblazioni, l'hanno addobbata con varie grosse ninfe di cristallo, ed altri paramenti. Vi sono diverse sepolture gentilizie, le quali per disposizione governativa, ne è stata inibita la tumulazione dei cadaveri, i quali in oggi vengono trasportati al cimitero.

Avanti la cappella di Santo Nicolo da Bari, havvi quella dei signori coniugi Tommaso Crispi, e Giuseppa Genova genitori di Sua Eccellenza Francesco Crispi, il quale dall'esiglio lontano, per la lapide, dettava la seguente iscrizione: 

 

ALLA MEMORIA DEI CARI, E DESIDERATI PARENTI

GIUSEPPA GENOVA N. IL DI XV AGOSTO 1778 - M. IL 1 ° FEBBRAIO 1853

TOMMASO CRISPI N. IL XVIII MAG. 1793 - M. IL X AGOSTO 1857

POSE QUESTA PIETRA

IL FIGLIO FRANCESCO INFELICISSIMO

A CUI L'ESIGUO LONTANO

TOLSE IL CONFORTO DELLE SUPREME PAROLE !

 

Nella sacrestia havvi un gran quadro a pennello sopra tela, di che a testimonio ne abbiamo lo Scasso Bonelli nel suo itinerario in Sicilia.

Esso rappresenta Santo Nicolo di Bari patrono del comune magnificamente dipinto, avente a sinistra l'eremita San Pellegrino, protettore di Caltabellotta, d'onde i riberesi ne provenivano, e l'Immacolata Vergine quale generale patrona di Sicilia nostra, e di Palermo.

Diremo in proposito qualche cosa intorno a San Pellegrino.

Fu egli il primo Vescovo nella città di Triocala, nato in Lucca di Grecia, da San Pietro spedito in Sicilia insieme con Mario Massimo, e Macciano.

Ignorasi il vero di lui nome, perché nato Greco, e Peregrinus latino: perciò è da credersi che gli fu dato dai Siciliani, e Triocalteri quando si arrivò ramingo, ed accattando. Ecco perché noi troviamo il menzionato quadro nella sacrestia della Madre Chiesa, qual simbolo della provenienza Ribera da Caltabellotta.

Chiesa sotto titolo di Maria SS.ma del Rosario in bellissimo disegno architettonico all'interno. Nel coro havvi una cancellata di ferro, disegno dell'Illustre Girolamo Turano di Campello, ed eseguita dal bravo artefice riberese signor Domenico Fasulo. Quale cancellata è stata tutta eseguita a colpi di martello in un'epoca nella quale s'ignorava la fusione, ed oggi chi ha occasione d'osservarla, certo riterrà essere lavoro di ferro fuso (non più esistente N.d.r.).

 

Il cennato signor Barone Turano di Campello in devozione perpetua legò per testamento l'accensione di due lampade perenni d'accendersi dinanti il simulacro della suddetta Madonna, e che gli attuali eredi ne conservano fedelmente la disposizione. Si avea la Chiesa un campanile con tre campane oggi ridotte a due, mentre una venne ritirata dal Real Governo, assieme con delle altre nella rivoluzione del 1848, in un a due lampade d'argento in detta chiesa esistenti.

La campana grande venne fatta costruire dal mentovato illustre Turano  Barone di Campello, dal signor Francesco Salerno nostro nonno, dal sig. Vito Caramella e Matteo Di Salvo. Quest'ultimo essendo un calzolaio, regalò alla Chiesa un grande quadro a pennello sopra tela rappresentante i Santi Cosmo e Damiano, che in atto trovasi in una delle pareti dell'Oratorio.

(Oggi non si ha più traccia di questo quadro - N.d.R.)

In cima del campanile si elevano a guglia quattro torricciole con una più alta, e più grossa nel centro pavesate di mattoni stagnati con punta adamantina in bellissimo disegno. E siccome anni or sono, minacciava il campanile rovina, vennero le torricciole demolite, e le campane vengono sorrette da piloni di pietra arenaria con intaglio.

Esisteva un confraternita sotto titolo Madonna del SS.mo Rosario con sepoltura gentilizia, per quelli che aveano giurato professione di fede, e che oggi, per disposizione Governativa, ne venne sciolta.

 

IN PRINCIPIO IL CAMPANILE: OPERA D 'ARTE D'UN GRANDE ARCHITETTO

E D'UNO STRAORDINARIO ARTISTA DELLA PIETRA

 

Alcune immagini del campanile progettato dall'Ingegnere e Architetto Francesco Valenti da Palermo e scolpito da Raimondo Lentini.

 

 

RAIMONDO LENTINI

(1888  -  1972)

con la pietra da lui scolpita rivela la sua profonda umanità e religiosità.

 

Dopo una premessa storica, le osservazioni architettoniche ed artistiche dell'architetto Sebastiano Ragusa sulle opere del Lentini nei cimiteri di Ribera e Calamonaci.  Raimondo Lentini era nato, si era sposato, ed abitava a Favara: le sue doti di scalpellino, e più ancora di artista erano conosciute ed apprezzate in tutta la provincia di Agrigento.

 

 

Ebbene quando lo straordinario arciprete di Ribera, Nicolò Licata, volle dotare di un campanile squisitamente

artistico la monumentale Chiesa Madre e Ribera che, per particolari motivi storici, era così povera di opere d'arte, invitò a Ribera, nell'agosto 1916 durante la prima guerra mondiale, l'ingegnere e architetto più celebre nell'isola:

il palermitano Francesco Valenti, conosciuto perché aveva progettato, dopo il terremoto del 1908 che lo aveva distrutto,

il nuovo campanile del Duomo di Messina: alto 60 metri, contiene un orologio meccanico, il più grande del mondo, costruito dalla ditta Negrar di Strasburgo: una delle meraviglie del mondo.

 

 

Non solo, ma ancora a Messina, con la collaborazione dell'architetto messinese Francesco Barbaro, aveva ricostruito il Santuario di Montalto, famoso nella storia

della guerra del Vespro, con una facciata fiancheggiata da 2 caratteristici campanili. Per Palermo aveva disegnato il portale del lato meridionale della cattedrale

della città. Notizie, queste, desunte dalla Guida della Sicilia del Touring Club Italiano.

 

Ebbene, progettato dall'architetto Francesco Valenti il campanile di Ribera,

la sua esecuzione richiedeva non un semplice scalpellino, ma un artista della pietra.

 

E l'intelligente e colto Arciprete riuscì a trovarlo: Raimondo Lentini di Favara; il quale venne e ricevette l'appalto assieme al valente muratore riberese 

Benedetto Trapani. E così, verso il 1923/24, l'artista si stabilì a Ribera con la sua famiglia e vi rimase anche dopo avere eseguito questo bel monumento.

 

Il 3 maggio 1926, festa del Santissimo Crocifisso, il vescovo di Agrigento mons. Bartolomeo Lagumina,

dopo aver celebra­to al mattino la santa Messa

nella Chiesa Madre, nel pomeriggio salì sul campanile. Svolto il rito della benedizione, squillarono le campane, mentre dalla piazza del Duomo e dalle vie circostanti

una moltitudine di fedeli acclamava, gridava e cantava gioiosamente agitando bianchi fazzoletti.

 

 

In occasione di un tale evento venne pubblicato il numero unico d'un giornale: // Trionfo, nel quale il prof. Michele Denaro descrive il campanile.

 

Ne riportiamo alcuni squarci:

 

«II campanile è assai più alto di qualunque edificio, come per affermare la superiorità del Divino...

E' splendente al sole nelle verdi mattonelle di smalto della guglia; è agile, lindo, gaio come un sorriso di giovinezza. È acuto, ardito, potente come l'ingegno che l'ha espresso, come la costanza indefessa che l'ha voluto. È garrulo, squillante.

È un immenso, slanciato parallelepipido, sormontato da una grande piramide: è un monumento magnifico di grazia e di armonia che appaga l'occhio e commuove il cuore: è bellissimo decoro del Tempio di Dio e del paese di Ribera».

 

A Ribera un'altra chiesa ricorda l'artista Raimondo Lentini: quella di Santa Teresa di Gesù Bambino, costruita addirittura durante l'ultima guerra mondiale: iniziata nell'estate del 1939, fu inaugurata, anche se non del tutto completata, nel Natale del 1944. Il progetto era dell'ingegnare Giosuè Fiorentino di Palma Montechiaro; costruttori i fratelli Luigi e Francesco Abisso; la parte artistica della facciata, della cornice perimetrale del tetto

e del campanile di Raimondo Lentini.

 

La linea architettonica è alquanto moderna sia all'interno che all'esterno. La facciata presenta

un frontone scorniciato con ampia soprapporta e finestra; dello stesso stile semplice e solenne pure

il campanile, purtroppo non completato, ed anzi ricoperto ed intonacato: le pietre mastodontiche di tufo

arenario perfettamente squadrate della facciata, con semplici elementi ornamentali, le conferiscono

la solennità e la possanza di una fortezza. 

 

Il Lentini lavorò, dopo la esecuzione del campanile di Ribera, in diversi comuni della provincia, ma principalmente a Ribera, Caltabellotta e nella vicina Calamonaci.

In questi comuni è stato possibile individuare tutte o quasi le sue opere monumen­tali tramite i suoi familiari, nonché qualche suo collaboratore ancora in vita;

mentre negli altri non è stato possibile: mancavano quelli che avrebbero potuto sapere; infatti egli non usava incidere il suo nome di artista nelle sue opere.

 

(Notizie e foto tratte dal volume "Raimondo Lentini: l'uomo, il cristiano, l'artista" scritto dal figlio Sacerdote Don Gerlando Lentini)

 

 

Biografia e opere di Raimondo Lentini - CLICCA QUI'

 

 

RIBERA: Vista dal campanile della Chiesa Madre

 

(Foto di Giuseppe Nicola Ciliberto, eseguite in data 17 gennaio 2009)

 

Le mie foto dall'alto.............

 

E' stata una grande emozione per me, salire per la prima volta nella mia vita, sul maestoso e superbo campanile della nostra Chiesa Madre. Quante volte lo avevo pensato, quante volte lo avevo desiderato, ma mai avevo

avuta l'occasione e, diciamo anche la "fortuna",  di potere soddisfare quella specie di sogno che nutrivo

fin da bambino, quando andavo a giocare, scivolando con il mio motopattìno, sulla gradinata del sacro tempio,

che prospetta magnificamente, sulla antistante grande Piazza Duomo (oggi Piazza Giovanni XXIII),

centro e cuore vitale per tutti i cittadini di Ribera.

Qualche giorno fa, precisamente nella giornata di sabato 17 gennaio 2009, dopo vari tentativi

non andati in porto, sono riuscito finalmente a soddisfare questo mio grande desiderio e di questo sono

molto grato al caro amico Arciprete Don Pasqualino Barone, che gentilmente mi ha fatto accompagnare da una altrettanta gentile persona, molto pratica del luogo, su per i numerosi gradini, con un pò di affanno, ma molto piacevolmente, tra scale e scalette tortuose

e vetuste di storia...e tra innumerevoli depositi di poco graditi escrementi di colombi e piccioni, fino ad arrivare al pianerottolo

dove da circa un secolo, sono collocate  le tre splendide ed intonate campane.

E' stato così che finalmente, sono riuscito a scattare numerose foto dall'alto, riprendendo i vari lati della nostra vasta cittadina, subendone

un fascino che mai avevo provato prima. Ribera vista dall'alto è diversa, è fantastica è unica e, sembra una città mai vista prima,

una località ancora tutta da scoprire. Da questa opportunità è scaturita in me la voglia e l'interesse di raccontare nel sito, molto più

ampiamente di quanto già avevo fatto prima, una parte importante che riguarda la nostra grande e antica Chiesa: dalla sua nascita,

alla sua parziale distruzione, a seguito del terremoto del 1968 e successivamente alla sua inaugurazione e alla sua riapertura al culto,

dopo essere stata chiusa ai fedeli per trenta lunghi anni, dal 1968 al 1999.

Per la fastosa cerimonia di inaugurazione della nuova chiesa restaurata, in parte ricostruita e riconsolidata, ho avuto anche l'onore

e il piacere di ricevere da parte del Comitato "Pro Chiesa Madre"ed accettare, gratuitamente,  il gradito incarico di realizzare una

litografia, dal titolo appunto "LA CHIESA MADRE di RIBERA" (vedi sopra), che, stampata in centinaia di copie, tutte numerate

e firmate dal sottoscritto, è stata donata alle varie autorità presenti, tra i quali il Presidente della Regione Siciliana del tempo che era

l'On. Angelo Capodicasa, al Vescovo di Agrigento Monsignor Carmelo Ferraro, al Sindaco, agli amministratori

del Comune di Ribera e a numerose altre autorità civili e militari.

 

(Giuseppe Nicola Ciliberto - Domenica 25 gennaio 2009)

 

 

Fotogallery

(Foto ed elaborazione grafica di Giuseppe Nicola Cilibero)

 

 

 

 

 

       

 

 
 

 

        

 

 
 

 

       

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le foto sono state riprese in data 17 gennaio 2009  

 

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(Parte delle notizie e delle foto sono tratte dai libri di Raimondo Lentini  dal titolo  "Chiese di Ribera - vol. II"

e dal libro di Don Gerlando Lentini, dal titolo: "Raimondo Lentini: L'uomo, il cristiano, l'artista"

 

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(G.N.C.)

 

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