Ribera: Castello di Poggiodiana

 

 CASTELLI,  TORRI,

MITI  E  LEGGENDE

IN TERRITORIO DI AGRIGENTO

(A cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)

Sciacca: Torre di Verdura

 

NOTIZIE

La maggior parte dei castelli medievali oggi è in rovina, le fortificazioni sono a pezzi, le mura spoglie, i grandi saloni silenziosi, tranne forse per il vento che vi soffia dentro. Si riescono però a scorgere utili indizi che, analizzati alla luce delle attuali conoscenze, ci fanno capire come era

un castello medievale ai tempi degli antichi splendori.

Molte dominazioni e differenti civiltà si sono succedute in Sicilia, sia per l'importanza strategica del luogo, sia per la singolare bontà del clima.

Tutte le dominazioni hanno lasciato segni tangibili come i castelli, che raggiunsero il loro massimo splendore nel medioevo.

Molti furono edificati da Normanni e Svevi. Con Federico II il Regno di Sicilia raggiunse livelli invidiabili di prosperità, mai conseguiti fino a quell'epoca da nessun paese europeo e le più importanti casate nobiliari come i Chiaramonte, i Ventimiglia ed altri, si impegnarono in una vasta opera di edificazione.

Nati per scopi di difesa e di potere, oggi i castelli sono luogo di attrazione per i numerosi turisti  che visitano la Sicilia e  per i tantissimi amanti dell'arte.

 

Giuseppe Nicola Ciliberto  -  Castelli e Torri agrigentini

Dipinto ad olio su tela, cm. 60 x 80

(Sono rappresentatati: Il Castello Luna di Sciacca, Torre Macauda, Il Castello di Burgio,

La Torre di Poggiodiana e la Torre Verdura con gli "Archi della mondina".

La storia dei castelli e delle torri, in Sicilia ........

............racconta della lotta tra poteri.
 

  Il superbo e ardito Castello di Mussomeli (Caltanissetta),

uno tra i più conosciuti che sono stati costruiti in Sicilia.


Quando diciamo "castello", la fantasia porta ad evocare un universo fantastico e meraviglioso popolato di dame e cavalieri, di assedi e di duelli, di amori e di delitti, di veleni e tradimenti. Nelle pietre dei castelli sono incisi secoli di storia. La Sicilia, di castelli, ne vanta tanti perché tanti sono gli invasori che si sono succeduti, e che con gli edifici hanno lasciato un segno del loro passaggio.

Sono oltre duecento quelli sopravvissuti, e già un tale numero la dice lunga sulla longevità e sulla particolare struttura che il feudalesimo assunse in Sicilia. Se durante il regno normanno i castelli sono poco più che singole torri cintate da un muro, grandiose e raffinate sono le regge costruite dagli Altavilla, con quel Ruggero che conquistò la Sicilia agli Arabi e fondò il Regnum Siciliae, nel 1130. Ago della bilancia in tutta la storia castellana dell'isola è la lotta tra Baronaggio e Corona, che si rifletterà sul numero, la grandezza e l'importanza degli edifici. Così, se sarà il XIV il secolo d'oro dei castelli dei ricchissimi baroni siciliani (i Ventimiglia, i Chiaramonte, i Peralta), complice la debolezza della casa d'Aragona, è stato il Duecento con Federico II di Svevia e il genio costruttivo di Riccardo da Lentini a vedere l'erezione di un grandioso sistema di fortificazioni che annovera i più bei castelli regi del Duecento italiano.


Alcuni furono costruiti ex novo, altri nacquero dal riadattamento di strutture precedenti, come quello di Milazzo, in provincia di Messina.
Per restare sulla costa tirrenica del Messinese, uno splendido colpo d'occhio lo offre il castello feudale normanno di Caronia, tuttora abitato: assai ben tenuto, è racchiuso in un recinto con torri e vanta una splendida chiesetta. Tornano invece a portare la firma del grande imperatore svevo il castello di Santa Lucia del Mela, nell'entroterra, e, sulla costa ionica, quello di Scaletta Zanclea, dal magnifico dongione.
Anche quello di Montalbano, sui monti Nebrodi, rientra nel grande progetto federiciano di dotare la Sicilia di "circuiti forti" a difesa del territorio. Edificato nella forma attuale tra il 1302 e il 1311, è l'unico esempio riconosciuto, nell'isola, di palazzo residenziale trecentesco.
Lasciamo il Messinese ammirando la suggestiva rocca di capo Sant'Alessio, arroccato come un nido d'aquila sull'omonimo promontorio, con la parte antica medievale a strapiombo sullo Ionio.

Nero per i suoi conci lavici contro il mare blu cobalto, alle porte di Catania si staglia l'imponente castello di Aci. Ed  è proprio qui, sulla costa ionica, che Federico crea i suoi gioielli, unici per l'originalità delle concezioni volumetriche rispetto agli edifici di età normanna. Uno è il castello Ursino di Catania, che nel XIV secolo fu la residenza dei reali aragonesi. Spostandoci nell'entroterra, ecco il dongione di Paternò, il più grande dell'isola, attribuito a Ruggero il Normanno: dalle gigantesche bifore aperte forse da Federico II che vi soggiornò a più riprese, si ha un panorama mozzafiato sull'Etna e sulla piana di Catania. A fargli il paio, la vicina torre di Adrano: molto simile per tipologia, è anch'essa una creatura di Ruggero il Gran Conte (1073), pur se quello che vediamo è forse un rifacimento trecentesco.


Avanziamo verso il mare e di quattro secoli di storia, con la fortezza di Brucoli, nel Siracusano, il cui nucleo originario costruito tra il 1462 e il 1467 venne munito di bastioni e di torri angolari nel XVI secolo, a difesa dai corsari. Ma a dominare la scena ionica è ancora Federico; più oltre, infatti, incontriamo altri due capolavori del grande imperatore svevo. Si tratta del fortilizio di Augusta, a pianta quadrata con torri quadrate agli angoli; e del castello Maniace di Siracusa, che differisce dal precedente per le torri che qui sono rotonde. Per quanto notevolmente alterato, l'edificio conserva quasi integra la struttura esterna duecentesca.
 

Il Castello di Donnafugata
In tanta severità costruttiva, una nota di dolce eleganza e bizzaria la fornisce il castello di Donnafugata, presso Ragusa: assai più recente perché edificato nella seconda metà dell'Ottocento dal barone Corrado Arezzo, anche se incorpora costruzioni preesistenti. È un misto di gotico veneziano, nelle bifore sormontate da trine e rosoni, e di stile tardo-rinascimentale nei massicci torrioni.

Il lussureggiante parco (con tempietto, fontane e una "coffee-house" con logge e colonne ioniche), unitamente alla ricca sequenza degli ambienti del piano nobile lo rendono la più grande e raffinata dimora patrizia di campagna della Sicilia sud-orientale.

Entrando nel cuore dell'isola, in quel di Enna, da sempre la più potente piazzaforte dell'interno, fu Federico II d'Aragona a restaurare la svettante torre ottagonale che presenta caratteri dell'architettura federiciana, mentre il poderoso Castello di Lombardia, risalente agli imperatori svevi, venne sensibilmente modificato da Federico III d'Aragona, che lo scelse a propria dimora. Ottimamente conservato,

occupa con la sua pianta irregolare l'intera vetta del colle.
Nell'Ennese, spettacolare la fortezza di Sperlinga, scavata in una rupe dei monti Nebrodi. Qui, durante la guerra del Vespro (1282), si rifugiarono gli Angioini e per tredici mesi il castello oppose strenua resistenza alle armate dei ribelli siciliani. Un sanguinoso capitolo di storia sicula, i Vespri, che ha segnato una tappa importante nella storia castellana dell'isola, perché da inizio a un progressivo sviluppo del potere economico dei baroni.
Ma è alla fine del Medioevo, quando il castello viene a perdere la sua funzione difensiva, che assistiamo alla loro trasformazione in palazzi. A cominciare da Castelbuono, Caccamo, Carini, grandi monumenti che ci parlano della potenza baronale palermitana.
Il primo appartenne da sempre alla famiglia dei Ventimiglia, che lo rifondò nel 1316. Oggi, la sua cappella di Sant'Anna, decorata con stucchi, appare come la più grande e sontuosa di tutti i castelli feudali siciliani. Sconosciuta è invece là data di fondazione del castello di Caccamo, il maniero feudale più grande dell'isola; ma a cominciare dal 1094, data in cui si hanno le prime notizie, le vicende che lo hanno visto protagonista costituiscono una vera e propria pagina di storia siciliana: rifugio di Matteo Bonello e dei congiurati della rivolta dei baroni del 1160-61, confiscato dalla Corona, ampliato nel 1300 da Manfredi I Chiaramonte, ulteriormente fortificato alla fine del secolo da Giaimo de Prades e trasformato in palazzo dagli Amato, nel XVII secolo.


 Il superbo Castello di Carini,

molto noto per

l'amaro caso di una altrettanto nota baronessa

uccisa dal padre assieme al suo amante.


Eroici assedi ma anche infelici tresche. Come "l'amaro caso della baronessa di Carini", la storia del duplice omicidio, tramandato ai posteri in un poemetto in vernacolo siciliano, che ha consegnato il castello alla leggenda popolare. Fu lì, in quelle stanze, alte sull'omonimo golfo, che il 4 dicembre del 1563 si consumò l'eccidio di Laura Lanza e del suo amante Ludovico Vernagallo, uccisi per mano del padre di lei, don Cesare Lanza, e del marito. Due anni dopo Vincenzo II La Grua, che si era risposato subito, diede l'avvio alla trasformazione dell'edificio in palazzo, facendo apporre su di una trave il motto "Et nova sint omnia", che non chiarisce però se i lavori si fossero resi necessari per risanare l'edificio malconcio o, come vuole una tradizione romantica, per cancellare l'aspetto del maniero che era stato teatro di una vicenda d'amore e di sangue.

Tappa d'obbligo è Erice, l'antica città fortificata alle spalle di Trapani, dove la turrita cinta triangolare racchiude il castello di Venere (XII-XIII secolo) e quello del Balio (XII secolo). Ancora nel Trapanese spiccano il castello di Alcamo, proprio nel centro abitato: costruito molto probabilmente dal conte Raimondo Peralta sotto Pietro II d'Aragona, richiama atla mente la struttura dei castelli regi siciliani del XIII secolo; e quello di Salemi, provvisto di due torri quadrate e una cilindrica, quest'ultima eretta da Federico II di Svevia.
Indomiti costruttori o "trasformatori" di manieri in terra agrigentina furono i Chiaramonte. Sono lì a ricordarlo la massiccia mole del castello di Naro, d'origine normanna ma più volte rifatta e ampliata (la grande torre mastia fu voluta da Federico II d'Aragona nel 1330) e quello di Montechiaro, l'unico dei castelli chiaramontani fatto costruire in vista del mare.
Venne ribattezzato così per cancellare l'uscita di scena dei Chiaramonte, all'indomani della decapitazione di Andrea (1392), l'ultimo discendente che naveva osato opporsi alla restaurazione del potere regio.
Ma è forse a quello di Mussomeli (vedi foto in alto a sinistra), fatto erigere da Manfredi III nel 1370, che spetta la palma del più ardito maniero feudale dell'isola: i suoi corpi di fabbrica, disposti su quote diverse, sembrano creare un tutt'uno con il magnifico sperone da cui emergono, che s'innalza isolato nella campagna di Caltanissetta, provincia disseminata di castelli. Tant'è che il nome stesso della città vuol dire in arabo "castello delle donne".

 

La Baronessa di Carini:  TRA STORIA E LEGGENDA

 

 

La leggenda narra la morte di Donna Laura Lanza che a soli 14 anni andò sposa, per volere del padre, al barone di Carini. Ben presto, delusa dalla vita matrimoniale e dai continui abbandoni del marito impegnato nella cura della sua proprietà, la baronessa si innamora di Ludovico Vernagallo, e ne diventa l'amante. Scoperta dal marito e dal padre, Laura viene uccisa insieme a Ludovico. La stanza dell'assassinio, situata nell'ala ovest del castello, è crollata completamente e si narra che su una parete vi fosse l'impronta insanguinata della baronessa.
Adesso tutto ciò che resta della leggenda sono: il fantasma di Laura, che si dice si aggiri ancora senza pace nel castello e un enigma particolare... in una delle metope del torrione principale, proprio in direzione del luogo ove sorgeva l'ala ovest, è scolpita... una manina!!!!

Fuori dalla leggenda si può affermare che Laura era una ragazza che poteva dar lustro sia ai La Grua - Talamanca che ai Vernagallo, ma i La Grua bruciano i tempi la chiedono in sposa per il figlio Vincenzo. All'età' di quattordici anni, il 21 dicembre 1543 viene celebrato il matrimonio. Non era possibile farsi precedere dai Vernagallo, anche se era nota a tutti la grande tenerezza di Laura per Ludovico. Tuttavia il fatto, almeno in apparenza, non turbò l'amicizia fra le famiglie. Infatti, nonostante tutto, Ludovico era considerato come uno di famiglia.
A poco a poco però, gelosie e vecchi rancori emersero fra i La Grua, Lanza e Vernagallo, ed ecco le insinuazioni, le calunnie ed infine il tragico evento.

Nella realtà, esistono dei documenti dai quali risulta che il Vicerè di Sicilia, informa, all'epoca, la Corte di Spagna che Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, ha ucciso la figlia Laura e Ludovico Vernagallo. Questo documento avvalora l'atto di morte della baronessa, redatto il 4 dicembre 1563 e che si conserva nell'archivio della Chiesa Madre di Carini insieme a quello di Ludovico Vernagallo. Non esiste, invece, alcuna prova che tra Laura Lanza e Ludovico Vernagallo ci fosse qualcosa di diverso dall'amicizia. Quindi Cesare Lanza di Trabia, complice il genero, uccise per leso onore della famiglia, la figlia Laura e fece uccidere da un sicario Ludovico Vernagallo.

La leggenda racconta che fu un frate del vicino convento, infatti, ad informare il padre ed il marito della sposa, e questi, assieme, freddamente meditarono e prepararono l’assassinio.
 Fu preparato l’agguato e quando l’ignobile spia si accorse che i due amanti stavano insieme, avvertì don Cesare Lanza, che corse nella stessa notte a Carini, accompagnato da una sua compagnia di cavalieri, e fatto circondare il castello, per evitare qualsiasi fuga dell’amante di sua figlia, vi irruppe all’improvviso, e sorpresili a letto, li uccise.


L’atto di morte di Laura Lanza e Lodovico Vernagallo, trascritto nei registri della chiesa Madre di Carini, reca la data del 4 dicembre 1563. Nessun funerale fu celebrato per i due amanti, e la notizia della loro morte, o per paura o per rispetto, fu tenuta segreta. La cronaca del tempo lo registrò con estrema cautela senza fare i nomi degli uccisori, scrive Luigi Maniscalco Basile, senza dire nemmeno che cosa era accaduto, mentre il Paruta riporta il fatto nel suo diario, così: "sabato a 4 dicembre. Successe il caso della signora di Carini". Ma nonostante la riservatezza d’obbligo, la notizia si divulgò lo stesso ed il "caso" della baronessa di Carini divenne di dominio pubblico.

Il Salomone Marino, nel secolo scorso, raccolse da un esaltatore questi versi in cui si fa rivivere l’efferatezza del delitto:

 

 

 

 

IL CANTASTORIE la  racconta così............

Versione in dialetto

Chiangi Palermu, chiangi Siracusa:
a Carini c'è lu luttu in ogni casa.
Attornu a lu Casteddu di Carini,
ci passa e spassa un beddu Cavaleri.
Lu Vernagallu è di sangu gintili
ca di la giuvintù l'onuri teni.

Amuri chi mi teni e do quanni,
unni mi porti - lu chiamo - amuri unni?

Viu viniri la cavalleria.
Chistu è me patri chi veni pi mia,
tuttu vistutu a la cavallerizza.
Chistu è me patri chi mi veni ammazza.
- Signuri patri chi vinisti a fari?
- Signura figlia, vi vegnu ammazzari.

Lu primu corpu la donna cadiu,
l'appressu corpu la donna muriu.
Un corpu a lu cori, un corpu 'ntra li rini,
povira Barunissa di Carini.
 

Versione in italiano

Piange Palermo, piange Siracusa:
a Carini c'è il lutto in ogni casa.
Attorno al Castello di Carini,
passa e ripassa un bel cavaliere.
Il Vernagallo è di sangue nobile
e tiene all'onore della gioventù.

Amore che mi prendi e di quanto,
dove mi porti - lo chiamo - amore, dove?

Vedo venire la cavalleria.
Questo è mio padre che viene per me,
tutto vestito da cavaliere.
Questo è mio padre che mi viene ad ammazzare.
- Signor padre che sei venuto a fare?
- Signora figlia, sono venuto ad ammazzarti.

Al primo colpo la donna cadde,
al colpo successivo la donna morì.
Un colpo al cuore, un altro alla schiena,
povera Baronessa di Carini.

Il viceré, appena venuto alla conoscenza dei delitti, immediatamente adottò per don Cesare Lanza ed il barone di Carini i provvedimenti previsti dalla legge; furono banditi ed i loro beni vennero sequestrati.

Don Cesare Lanza ancora una volta si rivolse a re Filippo II; spiegò i motivi che lo avevano portato assieme al genero a trucidare i due amanti ed avvalendosi delle norme, in quel tempo in vigore,

sulla flagranza dell’adulterio, chiese il perdono che fu accordato. Liberato da ogni molestia, don Cesare Lanza riebbe i suoi beni; ancora una volta la Giustizia non lo aveva neanche toccato e giustamente,

come scrisse il Dentici, "l’aristocrazia del tempo era al di sopra delle leggi e della giustizia". Anche il barone di Carini, marito di Laura, fu assolto con formula piena, e visse indebitato sino alla sua morte,

dopo avere portato al Monte dei Pegni gli ultimi gioielli della sua famiglia.  Memoriale presentato da Cesare Lanza al Re di Spagna per discolparsi del delitto della figlia Laura

Sacra Catholica Real Maestà,

don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini,

suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia

di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati.

Don Cesare Lanza conte di Mussomeli.

 

La bellezza delle pietre
Ciò che fa soprattutto di essa una terra che è indispensabile visitare ed unica al mondo, è il fatto che la Sicilia è, da un capo all'altro uno strano e divino museo d'architettura.

<< L'architettura è morta oggi in questo secolo

che ha ancora il gusto delle arti ma che tuttavia sembra aver perduto il dono di produrre bellezza attraverso le pietre, il misterioso segreto della seduzione attraverso le linee, il senso della grazia nei monumenti >>. 

 

Cosi scrive Guy de Maupassant nel suo libro: «La Sicilia». La provincia di Enna si caratterizza per una ricca architettura castellana ma anche per la presenza di numerosi aggrottati e borghi fortificati di cui oggi sopravvivono solo poche vestigia spesso di non agevole "lettura".

La nostra panoramica comprende alcuni dei castelli che hanno meglio conservato larga parte della propria fisionomia, costituendo ancora oggi la testimonianza migliore di un modo diverso di intendere l'architettura, in armonia e quasi in simbiosi con il terreno e la natura circostante. Suggeriamo un itinerario fantastico attraverso la , bellezza della natura, nella varietà del paesaggio.

 

(Nella foto: Una antica immagine della Torre di Verdura in territorio di Sciacca, oggi

inglobata all'interno del nascente complesso turistico denominato Golf Resort di Rocco Forte)

 

IL TERRITORIO: TORRI E CASTELLI

nelle vicinanze di Ribera

(A cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

(Alcune notizie e foto sono  tratte da "Monografia sopra Ribera" di Giuseppe Salerno

da un manoscritto del 1894, trascritto, annotato e integrato da Raimondo Lentini  - Ediz. 2007)

 

Torre Macauda, ubicata dentro l'Hotel

omonimo,  tra Sciacca e Ribera.

 

Avendo noi fatta menzione della Torre esistente nella chiesa di S. Antonio di Padova, crediamo utile dire qualche cosa su di esse, molto più che delle altre ne abbiamo nel territorio, e nel vicino litorale.

Le torri, ai tempi dei greci, servivano come segni, per mezzo del fuoco, a comunicare gli annunzi con un concerto stabilito, tra coloro che davano, con quello che ricevevano, e tali torri vennero costruite lungo il litorale, scegliendo luoghi acconci, ed alla portata della visuale.

Or nel nostro litorale, ed alla portata della vista, ne contiamo, una nel promontorio capo San Marco presso Sciacca (Capo Ras Malek in Africa) è rimpetto il capo bianco, ch'è la punta di Siculiana. Le altre due in ex feudo Verdura, cioè una con la denominazione di Macauda ed una con la denominazione di Verdura, che sta a cavaliere del vasto caseggiato esistente nello stesso feudo, sopra il ciglione della vicina spiaggia.

 

La quarta infine in contrada Salza, Sauza, appo il comune di Montallegro. Quella di Macauda, per una frana avvenuta verso il 1883 venne essa spaccata a metà, una parte rimase ferma nel ciglione della balza, ov'era costrutta, e l'altra metà è smottata a pochi metri, mostrando da lungi ancora l'incolumità.

Nello stesso giorno che avvenne la citata frana, anco in Sciacca, ebbesi a risentirne la scossa, dappoicché, parte del piano di San Domenico, ed alcuni tratti di terra vicini, vennero ben'anco smottati, e quell'amministrazione comunale, bisognò riparare con forti baluardi a muratura. A quanto pare la erezione di tali torri rimontasse all'epoca della battaglia di Lepanto, 1530, perché?

 

 

Re Carlo, approdò in Trapani il 20 agosto 1535. Di là s'introdusse in Palermo per la Porta del Sole, aprì il parlamento, e ne chiese sussidi per la guerra; fece accrescere le fortificazioni della capitale erse 37 torri lungo il litorale, creò la milizia urbana, e il 14 ottobre passò in Messina, di qual luogo partissi il 3 novembre, dopo di essere stato acclamato con grandissimi festeggiamenti.

Un'altra torre con dei ruderi d'un vasto castello nei pressi di Ribera, nominato di Pugdiana, oggi Poggiodiana nel territorio della nostra Ribera appo il giardino, e molini omonimi, di spettanza dei prenominati Duchi di Bivona, sito sopra un poggio che sta a cavaliere di esso giardino, e molini, avanzo del fasto feudale dei Luna Conti di Caltabellotta, che tanto ebbesi a parlare per la sua fellonia contro l'altra feudale famiglia Perollo.

Tale castello, in una colla Contea di Caltabellotta, pervenne ai signori Duchi di Bivona, per come abbiamo dinanzi accennato, e ci rincresce manifestare, che costoro mai han curato di ristorarlo, lasciandolo nel totale abbandono. Di esso ora altro non esistono, che la torre con la sdentatura dei merli, e la colombaia, ed un ammasso di macerie in tutto il locale.

Il castello di ch'è parola, venne costrutto dai Conti di Luna dietro aver abbandonato il magnifico palazzo esistente in Caltabellotta, che andò in rovina, la cui amministrazione ivi risiedeva, e venne poscia trasferita in Ribera, nel volgere del secolo decimo ottavo, a noi affidata tale amministrazione dal 1873.

Il punto del mentovato Castello è incantevole, pittoresco, perché costruito all'orlo d'un'alta, e ripida balza. A basso della profonda gola, si vede sinanco scendere il fiume della Verdura, o di Caltabellotta scrosciante fra le serrate spalliere, o gola, della gran valle, a sud del castello sotto ai suoi piedi vedesi il verde giardino omonimo di Pugdiana carico di dorate melarance e limoni dai molti rami pendenti, nel cui suolo distesa, come a largo, e lungo lenzuolo, la candida zagara, che il grato olezzo tramanda in tutta la contrada, e vi alterna il canoro canto l'usignolo, il cardillo, e il solitario merlo.

I burroni che circondano il castello coperti sempre del verde ampedolesmo, e palma nana, formano sorprendente panorama, perché vedonsi inerpicare le capre che si pascolano, ed i capretti saltellanti, e che dimenano la coda nel poppare, che l'alterno belato, ti sveglia l'idillio.

Nella soprastante pianura, i mansueti buoi, nel pascolare, ti mandano all'orecchio il tintinnio della campane pendenti dalle loro giogaie, ed il muggire spesso delle vacche in chiamare col linguaggio della Natura i propri vitelli, ti danno l'incanto, e la semplicità pastorale, e quasi pare di trovarti fra i dorsi dei monti della Svizzera, sempre freschi, e verdeggianti.

 

Colà l'alma s'allieta, e si rinfranca, e trova tutto il fascino che la provvidenza seppe di meglio adattare al luogo, in appagare la vista, ed obbliare la tetra melanconia.

 

Ecco sentire ben da lungi gli stridenti concenti della cornamusa, che strimpella l'umile, e solitario pastore, assise sul duro macigno, lontano dal rumore della cittade, dove la vita contrasta col lusso, con l'invidia, con la prepotenza, e quindi gode la sua quiete, senza che rimorsi vengono ad intorbidarlo, e ti sta con l'innocuo gregge accanto, che belando gli rivela la felicità della solitudine.

Senti tu la cornamusa, ed echeggiare di tratto in tratto infra la vallea il rompo per lo sparo dell'archibuso che projetta l'insidioso cacciatore al mansueto coniglio, ovvero alla maligna volpe, alla pernice, al colombo selvatico, all'istrice.

Ora il solitario castello con l'alta torre gotica rotonda, che mostra gli sdentati logori merli, viene solamente abitata dai conigli, che fra le macerie scavan con le zampine le profonde tane, e nelle tarlate pareti svolazzano le colombe selvatiche, i gufi, e vi stramazzano nella valle i pipistrelli, che ve ne hanno di quelli di larga ala come a vampiri. Esiste tutt'ora la colombaia, che l'insidia del cacciatore appiattato, projetta col suo formidabile moschetto.

 

 

Torre Salsa in contrada Salsa del comune di Montallegro

 

Nell'interno del diruto castello, vi si rinvengono alcuni scavi dalla mano dell'uomo, dappoicché la credenza popolare induce esservi dei danari sepolti, ed ecco perché di tanto in tanto viene il ticchio in testa a qualche avido di tentare la sorte, facendovi degli scavi, ma nulla si rinviene per essere, come dicono i gonzi ed i creduloni, il danaro incantata, cioè resosene padrone il demone infernale.

Si rapporta infatti sul riguardo, ed è diceria tradizionale, esservi stati due maestri murifabbri del nostro comune, dei quali non facciamo nome, per non attaccare direttamente la suscettibilità degli odierni parenti, e che trovato il denaro, sentirono i medesimi delle scosse di sassi nelle loro spalle lanciati da mano invisibile, ed una voce cupa, tremulante: Las...sa...li! Las...sa...li! pel che impauriti, lasciarono il visto tesoro, e dati di corsa a rompicollo, se la

svignarono con affannata lena. Noi in buona fede non possiamo darne di tutto ciò la conferma, e non ci lusinghiamo a tanto vedere. Resti però al popolino la credenza, e procuri di tentar la sorte pure di notte!

Ai piedi della balza sonvi dei ruderi d'un ponte, e degli altri rimpetto ai mulini di Poggiodiana.

Fra le macerie del castello, nel lato che guarda il mezzogiorno, cioè Sud, vi si scorge una fossa in forma circolare bene intonacata, con gradinata fabbrile, e si dice per tradizione, essere quella bocca un sotterraneo, che dalla torre conduceva nel nominato giardino di Pugdiana, Poggiodiana. Infatti, una parte del giardino viene chiamata "Lu chianu di la Signura", cioè la Signora forse che abitava nel castello, quando vi si trovava per diporto, per mezzo di quel sotterraneo, si recava nel giardino, per sentire l'odore soave della zagara dei copiosi melaranci, e limoni, e passeggiare fra le deliziose ajuole, compiacendosi del chiaro, dolce, e fresco biviere, dove l'acqua zampilla, inargentando il capelvenere, e l'alloro vicini, e potresti, lettor mio dire, essere quel luogo l'Eden dai carichi cedri.

Tal'altri sono d'avviso, esser quella bocca l'entrata d'un trabocchetto, del quale servivansi i Baroni del medioevo, per sfogare le proprie vendette!

Notizie esatte sul castello di Poggiodiana o Misilcassim (del cui feudo o nome il Salerno non fa nessun accenno non sapendo nemmeno che era una Baronia) si possono trovare in: R. Lentini -G. Scaturro, Misilcassim seu Poggiodiana - Un castello a Ribera, Ribera 1996. Riportiamo qui di seguito un articolo sul Castello di Poggiodiana pubblicato in "Kalos arte in Sicilia" Ed. Ariete -bimestrale - Anno 11 - n. 3 - Maggio-Giugno 1999, pagg. 18-21, dal titolo "Antiche rovine nella valle del Verdura"di Raimondo Lentini, Ferdinando Maurici, Giuseppe Scaturro "La piana costiera attraversata dal tratto terminale del fiume Verdura, appena ad ovest di Ribera, è un luogo di eccezionale bellezza.

La grande fertilità, l'abbondanza di acque ne hanno consentito la trasformazione in un lussureggiante aranceto che si estende fin quasi alla battigia. Verso nord, lungo il corso del fiume, il paesaggio sale con respiro solenne verso le serre di Caltabellotta e, ancora più in là, verso i monti di Burgio e le rupi di Gristia. Prima di slargarsi nella piana, a pochi chilometri dalla foce, il fiume scorre incassato fra ripide e vertiginose pareti di roccia calcarenitica.Tre grandi anse si susseguono: l'ultima, isolando su tre lati un grande costone roccioso lo trasforma in una sorta di promontorio, in un bastione naturalmente difeso. Sul punto più alto di questo rilievo scaturisce dal banco roccioso sottostante una bellissima torretta cilindrica ancora ornata del suo coronamento di beccatelli. Ai suoi piedi si affolla un caos di rovine assediate dalla vegetazione spontanea: mura, portali, bastioni, finestre, feritoie. Sono i ruderi di un castello, certamente. Ma di un castello singolare, anomalo, nel quale convivono un'esile e slanciata torretta di gusto gotico e bastionature cinquecentesche sopra le quali si aprono ampie ed eleganti finestre, più adatte ad un palazzo, sia pur fortificato, che ad un castello vero e proprio.

 

La torre del Castello di Poggiodiana

in territorio di Ribera in una vecchia foto.

 

La torre di Misilcassim

Un monumento unico inserito in un contesto ambientale e paesaggistico altrettanto particolare: è il castello di Poggiodiana, sorto nel XVI secolo sul sito di un antico casale dal nome arabo, là dove ancora sopravviveva la torre di Misilcassim.

Misilcassim è ricordato una prima volta come casale (villaggio rurale) da un documento del 1293. È però assolutamente fuor di dubbio che il toponimo arabo in misilmanzil ('casale') rimanda almeno al XII secolo, quando queste contrade erano ancora abitate da genti di lingua araba, forse anche a prima. La seconda parte del toponimo potrebbe ipoteticamente essere un nome o, piuttosto, un soprannome: alQasim, infatti, è il soprannome portato da alcuni esponenti della famiglia degli Hammuditi, nobile casato della Sicilia islamica, ancora onorato e ricchissimo (e con possedimenti proprio in Sicilia occidentale) nel tardo XII secolo.

Dopo l'attestazione del 1293 il feudo dai Maletta (1327-35) passa a Graziano de'Yvar e Giovanni Calvelli jr. (1336), a Scabro degli Uberti (1337-41), a Palmeri e Riccardo Abate (1341-48), ai Monterosso (1348) e infine ai Chiaramente (1348-72). È ipotizzabile che siano stati proprio i Chiaramente a fortificare il casale con l'erezione di una torre (la stessa che ancora oggi è possibile ammirare) documentata già nel 1356. Nel 1374-75 a Misilcassim è attestato un cappellano: ciò dovrebbe significare che, oltre agli edifici del casale e alla torre, esisteva anche una chiesa o almeno una cappella.

Dopo la fine dei Chiaramonte, Misilcassim fu concessa a Guglielmo Peralta, per pervenire quindi, nel 1398, a Bernardo Berengario de Perapertusa. Nell'atto di vendita al Perapertusa si parla ancora del casale, della torre, di un giardino e, per la prima volta, di un castrum. E però improbabile che alla fine del XIV secolo il casale fosse ancora abitato. Il sito era probabilmente privo di popolazione stabile ed anche se la denominazione 'legale' di casale continuava ad essere in uso, Misilcassim era ormai un.semplice feudo.

Dai Perapertusa Misilcassim passò ai Luna, conti della vicina Caltabellotta, e per tutto il XV e parte del XVI secolo i documenti parlano solo del feudo, del castello e della torre: non è più menzionato il casale, evidentemente scomparso.

Il castello di 'madonna' Diana

Intorno agli anni '60 del XVI secolo i documenti d'archivio registrano il cambiamento di denominazione della località. Si parla ora, infatti, feudum et castrum Misilcassim seu Poggiodiana. Il nuovo nome, tipicamente cortese e rinascimentale, unisce alla toscanissima parola 'Poggio' il nome femminile Diana. Si tratta con ogni probabilità di una gentildonna di casa Luna: forse Diana Moncada, moglie di Giovan Vincenzo de Luna o Diana Luna, sorella del conte Pietro, entrambe vissute nella prima metà del XVI secolo. In onore di una delle due dame, Misilcassim divenne Poggiodiana.

Al cambio di denominazione fece riscontro anche la profonda ristrutturazione del castello o piuttosto la sua vera e propria ricostruzione. Il medioevo viene superato e cancellato tanto nella toponomastica che nell'architettura. Ma con l'ingresso del nuovo secolo (il XVII), il passaggio di Poggiodiana alla famiglia Moncada, la fondazione della vicinissima terra di Ribera e di altri nuovi centri nella zona, il castello di Poggiodiana iniziò una rapida parabola discendente. Il centro della vita economica del feudo si spostò definitivamente nella nuova fondazione di Ribera. Il castello, con l'allentarsi della minaccia turca e barbaresca, divenne militarmente sempre meno utile e, di fatto, venne declassato al rango di un baglio agricolo. La sua manutenzione, d'altra parte, comportava pesanti esborsi di denaro, ben documentati dalle carte d'archivio; mentre la difficoltà d'accesso rendeva decisamente scomoda anche l'utilizzazione di Poggiodiana come masseria agricola. Non si può escludere, infine, che il terremoto del 1693, avvertito anche in Sicilia occidentale, abbia recato danni alla fabbrica ormai fatisciente. Nuove strutture architettoniche al servizio dello sfruttamento agricolo dei feudi sorgevano un po'ovunque nella zona. Alla fine, il castello di Poggiodiana venne in parte smantellato e, ad esempio, le sue tegole vennero utilizzate per la costruzione del baglio noto come'il Casino', ubicato a sud di Ribera.

Poggiodiana, ormai disabitato e spogliato, andò incontro alla totale fatiscienza, si immedesimò sempre più con l'ambiente circostante, divenne il complesso di imponenti e pittoresche rovine oggi visibile.

 

La miniatura gotica ed i bastioni cinquecenteschi

Sull'ammasso di ruderi spicca da lontano un'alta e sottile torretta cilindrica, quasi una miniatura isolata dal resto del complesso e resa ancora più svettante dal fatto di essere impiantata direttamente sul banco di roccia opportunamente tagliato. La simbiosi fra l'ambiente naturale e il costruito è perfetta, assoluta. La muratura di piccoli blocchi squadrati di calcarenite bionda disposti in assise regolari ripete e continua la successione degli strati rocciosi: la torre scaturisce dalla roccia, ne è la naturale continuazione, elevandosi dal piano di calpestio per oltre venti metri. Lo slancio ascensionale è ulteriormente esaltato dalle due riseghe che diminuiscono sensibilmente il già ridotto diametro di base della torretta (7 metri) in corrispondenza dei due piani e dei due ambienti interni.

 

Il piano inferiore, oggi accessibile attraverso una breccia, è costituito da un unico ambiente a pianta circolare (diametro di 3 metri) e sezione campanata. In origine costituiva la cisterna della torre ed era collegato al piano superiore da una botola d'attingimento. Al piano superiore si accedeva grazie ad una stretta scaletta a chiocciola esterna al corpo principale della torre, oggi del tutto scomparsa ma evocata inequivocabilmente dalla concavità ricavata nel muro esterno della torre.

 

Torre di Capo San Marco in territorio di Sciacca

 

 

La piccola arrampicata oggi necessaria per raggiungere il piano superiore è ampiamente ricompensata. L'ambiente superiore è un piccolo gioiello di architettura gotica: una stanzetta ottagonale larga 4 metri coperta da una bellissima volta ad ombrello sorretta da robusti costoloni poggianti su mensole a piramide rovesciata. Le reminiscenze e le citazioni dai grandi monumenti di età sveva sono evidenti. L'ottagono è, per così dire, la cifra dell'architettura sveva: basti pensare alla torre di Enna, a Castel del Monte, agli ambienti interni della torre cilindrica del castello di Salemi. In tutti questi monumenti il problema della copertura è risolto, come a Poggiodiana, con volte a spicchi costolonate. La torretta di Misilcassim, databile con buona probabilità in base alle fonti d'archivio alla metà del XIV secolo, si colloca quindi alla fine di una lunga tradizione architettonica. Oltre che fisicamente isolata dal resto del complesso, la torretta se ne separa totalmente stilisticamente e cronologicamente.

L'atmosfera che si respira fra i ruderi degli altri ambienti del castello è completamente diversa. All'esterno prevalgono le strutture bastionate, scarpate fino al cordone marcapiano, che difendono il castello sul lato ovest, ove si apre l'ingresso. Il riferimento d'obbligo è alle torri costiere cinquecentesche del viceré de Vega e di Camillo Camilliani. La relativa vicinanza di Poggiodiana al mare Africano rese indispensabili, nel XVI secolo, la costruzione dei due bastioncini scarpati con cannoniere casamattate. Quasi di fronte all'ingresso del castello, così fortemente difeso, si erge una curiosa torretta merlata che, vista la posizione, sembrerebbe svolgere quasi funzione di barbacane.

La costruzione, in realtà, è soltanto una grande piccionaia, come dimostrato dalle moltissime nicchiette ricavate nelle pareti interne. Tornando indietro, si entra nel castello attraverso il portone che immette in un'ampia corte quadrangolare ingombra, oggi di ruderi e vegetazione spontanea. Sulla corte interna si aprivano gli ambienti di abitazione e rappresentanza del castello, di cui sopravvivono solo i ruderi delle mura esterne con ampi finestroni ed accenni di grandi volte a crociera e a schifo. Lusso, comodità, ambienti vasti ed ariosi, grandi e scenografiche finestre: il castello cinquecentesco di Poggiodiana, per quanto ben protetto dai suoi bastioncini, aveva poco in comune con i rudi fortilizi medievali e con lo stesso castrum Misilcassim suo diretto precedente.

Sulle rive del Verdura, in vista del mare Africano, convivono due epoche, due civiltà, due grandi stagioni artistiche in straordinaria armonia e in totale simbiosi con l'ambiente naturale e il paesaggio."

Recentemente il Castello è stato acquisito e parzialmente restaurato dalla Soprintendenza di Agrigento. Durante i lavori sono venute alla luce delle tombe preistoriche e un ampio chiostro all'interno del cortile cinquecentesco, costruito non con l'arenaria gialla ma con pietra calcarea bianca.

 

Torre Verdura in territorio di Sciacca. Sullo sfondo

si intravedono i resti di un antico casale adibito alla

lavorazione del riso con gli ormai famosi "Archi della mondina"

della quale si narra una interessante leggenda.

 

IL TERRITORIO DI ALLAVA

Era stato nostro intendimento di non .trattare più a lungo sulle altre particolarità del nostro comune, ma poicché l'egregio Giovanni Caruselli da Cattolica Eraclea, Osservazioni e vicende sulla storia della Sicilia antica, ci ha dato il destro, toccando la nostra Ribera, apprestandoci qualche lume, scrivendo, che alle mura della quale, se la congettura non fosse sbagliata, si dovrebbe trovare Aliava, perché era sita a 12 miglia di distanza da Cena sulla linea Lilibeo; che in contrada Pozzillo, il Barone Francesco Pasciuta da Ribera, nell'occasione d'avere piantata la vigna, ebbe egli a scoprire un vasto sepolcreto Romano, giusta a 12 miglia da quel sito, dove sembra esser stata Cena, ed è indizio sicuro d'esservi stata vicina abitazione, da canto nostro, non possiamo trasandare di ringraziarlo, per la conoscenza che ci ha voluto dare. Da ciò ci indusse ad altre ricerche, e possiamo avvalorarne l'asserto perché, oltre al cennato Barone Pasciuta, i fratelli Caramella nella piana di S. Nicola contrada Tanazzi, a pochi passi distante da quella di Pozzillo, rinvennero pure nello scavare propaggini per piantarvi vigna, altri sepolcreti, con dentro degli scheletri umani, ed in essi rinvenuti dei torelli, ed elefanti di bronzo, nonché altri grossi pezzi di intaglio di pietra arenaria.

Ed altri proprietari pure di terre vicine, piantando della vigna, ebbero a trovare lo stesso, e quindi siamo inclinati a credere, che corrispondendo gli oggetti trovati, simili a quelli in contrada Pozzillo, pare evidente la conferma dell'esistita Aliava.

Ma volendo stare a quanto opinano gli storici sulle varie denominazioni del Macasoli, Tolomei l'appellava /sòl/ras Diodoro Alba e Kamicos di Dori. L'/A/ba è lo stesso che Aliava.

Ha origine dalle fonti di S. Stefano di Bivona, ed il monte delle Rose. Gli si unisce quasi a mezzo corso il ruscello Refesio, e poi scaricasi nel mare Libico, tra le foci dei fiumi Isburo, ed Alico, che diconsi volgarmente di Caltabellotta il primo e Platani il secondo.

Il Capriano, oggi appellato monte Refesio, è quello sotto cui verso occidente scorre il Macasoli, che Diodoro dice Alba. Alba del resto nello itinerario di

Antonino appellavasi Aliava, Allaba.

Ritenuto per tanto, non essere il Macasoli \'lsburo, come l'appellava Tolomeo, ma invece VAÌba, o VAIIava, secondo Cluverio, mentre Vlsburo è il fiume di

Verdura, o di Caltabellotta.

Aliava di che parla il sig. Caruselli, corrisponde perfettamente alla destra del Macasoli, ed alla distanza di 12 miglia da Cena. Se ciò si volesse mettere d'alcuno in forse, noi possiamo aggiungere, che in occasione d'avere fatto scavare un acquedotto nel 1890 nell'interesse dei signori Duchi di Bivona nell'ex feudo Gulfa Giummarella nella qualità di procuratore degli stessi, si ebbero a rinvenire degli scheletri umani, taluni con delle monete di bronzo in bocca, dinotanti l'obolo che regalavasi al canuto nocchiero Caronte pel guado dell'anima del defunto all'opposta sponda del Lete; crani, ed ossa di stinchi e lacerti umani di smisurata lunghezza e grossezza; come ancora pezzi di pietra arenaria con intaglio, che fanno bene supporre l'esistenza di sicura abitazione vicina.

E tale località non dista dalla supposta Aliava, che appena due kilometri, ed è alla destra del Macasoli, anco presso a 12 miglia da Cena.

 

Per conseguenza ammessa l'esistenza d'Allava, o dovea essere in contrada Pozzilo, per come congettura il sig. Caruselli, ovvero in Gulfa Giummarella,

l'una e l'altra vicine all'attuale Ribera, che presentano gli stessi oggetti rinvenuti, lontana da Cena 12 miglia. Che Aliava dovea esistere nei pressi di Pozzillo, un'altra conferma ci porta a crederlo, perché non distante dalla contrada Tanazze, abbiamo nel nostro territorio quella di Magone, e questa contrada ebbe a prendere il nome di Magone, per uno dei capitani cartaginesi, spedito in Sicilia a ripigliare la lotta con gli agrigentini collegati con quelli di Reggio, coi messeni diTindari, e coi Siculi di Tauromenio, i quali ruppero l'alleanza di Dionisio, ne espulsero dalla città i partigiani e rivendicandosi a libertà, due anni dopo 394 a.C. Scorsi nove anni, l'irrequieto Dionisio riprese a combattere i Cartaginesi, fisso nell'antico disegno di cacciarli al tutto dalla Sicilia. Costoro con un'armata considerevole spedirono Magone, il quale in una campale giornata presso la borgata Cabala fu rotto, ed ucciso; sicché i Cartaginesi spaventati rifugiaronsi sul Cronio, e si affrettarono a chiedere la pace.

La nostra contrada Magone vicina alla Piana di S. Nicola, certamente ebbe ad acquistare tal nome dal cennato capitano Magone per le sopra descritte ragioni e che la contrada Magone non dista dal Cronio che appena 12 miglia. Come pure soggiungiamo, che il territorio di Ribera sia stato abitato in ogni tempo, ne fan fede gli scheletri umani trovati in varie parti, aventi delle monete in  bocca, rinvenute monete greche, romane, musulmane, e normanne, bronzi storiati, tanto nello scavare dei fossati per piantagioni di vigne, di acquedotti, con la zappa, e con l'aratro.    Più rinvenuti dei vasetti stile saraceno, pezzi di stoviglie, ciammarite, giammarite, e pezzi di tegole rotte.

 

Citiamo le contrade .  Noi nel piantare la vigna in contrada Cannuscio alle mura del nostro comune. Il Barone Francesco Pasciuta in Piana S. Nicola contrada Pozzillo. I fratelli Caramella in Piana S. Nicola contrada Tanazzi. II sig. Francesco Tavormina Leotta nel piantare vigna in Piano contrada Fontana di Campo, ed altri. In Gulfa Giummarella nella scavazione dell'acquedotto sopra cennato.

Nel cortile di questa casa dei Duchi Bivona scavando fossi per spegnere calce. Dall'anzi esposto, non siamo perciò lontani dal credere quanto ha voluto asserire il sig. Caruselli, d'essere esistita l'Allava alle mura dell'attuale nostra Ribera, o se non altro nei pressi. Infine facciamo osservare, che volendo stare all'itinerario dell'Imperatore Antonino, di che sopra abbiamo fatto cenno, che l'attuale Macasoli, Maghasolus è \'Alba, o I''Allava, mentre \'lsburo, Isburus, è il Verdura altrimenti detto fiume dì Caltabellotta, secondo il citato Amico, Navarro, e Di Giovanni, Allava dovea essere in ex feudo Gulfa Giummarella, dove si sono rinvenuti i suddetti scheletri con delle monete, con stinchi, e lacerti di grossa e lunga ossatura, e pezzi di intaglio, il cui punto lambisce il Macasoli a destra dello stesso, ed è pure distante da Cena 12 miglia, per quanto ne conta dalla contrada Pozzillo.

A buoni conti non è dubbia l'esistenza di Allava, e quindi dovea essere o in Piana S. Nicola contrada Pozzillo, Tanazze, Magone, ovvero in ex feudo Gulfa Giummarella per le ragioni su esposte.

 

 

CASTELLI E TORRI IN PROVINCIA DI AGRIGENTO

Ribera

 

CASTELLO DI MISILCASSIM O POGGIODIANA


E' ubicato sul colle Poggiodiana (a circa 4 km dal centro abitato; e raggiungibile percorrendo la strada comunale in direzione del torrente Verdura).
Cronologia delle principali fasi storico-costruttive:
XIV (?) - impianto originario. XVI (1511) - Carlo d'Aragona expendiderit per riparatione dicti castri et turris Misilcassimi onze 260 - Lentini, Scaturro 1996, p. 50. 1569-1571 - grandi lavori di restauro e trasformazione o piuttosto di vera e propria costruzione del castello cinquecentesco - ivi, p. 54. XVIII (1727) - il castello subisce gravi danni a causa di scosse telluriche - ivi, p. 70.
Notizie storiche:
1293 - casale in territorio di Sciacca -Acta Siculo-Aragonensia, I, 1, p.123 (Maurici l993,p. 54). 1296 - casale - Gregorio 1791-92, II, p. 468.
1337 - casale e salina - ASPA, Archivio private Montaperto di Santa Elisabetta 66, c. 27 (Maurici 1993, p. 54). 1356 - torre - Cosentino 1886, p. 222. 1366 - torre col solo custode - Sella 1944, p. 133.1392 - feudo e torre - Scaturro 1925-26, p. 554. 1408 - feudo e torre - Gregorio 1791-92, II, p. 490.
1453 (nov. 10) - Antonio de Luna si in­vest! del feudo e del castello di Misilcassim - ASPA, Archivio Moncada, 3464.
1464 (ago. 30) - Carlo de Luna eredita il castello o torre di Misilcassim -ASPA, Regia Cancelleria, reg. 420, cc. 362- 374.
1499 - castrum - ACA, Cancilleria 2807, c. 69 v. (Maurici 1993, p. 54).
1510 - Giovanni Vincenzo de Luna si investì della torre e del feudo di Misil­cassim poi chiamato Poggio Diana probabilmente in onore della moglie di lui Diana Moncada - Lentini, Scaturro 1996, p. 60.
1672 (apr. 24) - prese investitura del castello e del feudo Ferdinando di Aragona Moncada Luna e Cardona, figlio di Luigi Guglielmo Moncada.
Resti fuori terra visibili consentono una lettura ricostruttiva parziale dell'impianto. Impianto planimetrico a pianta trapezoidale e corte interna.
Il castello è ubicato a circa 4 km da Ribera, su un'altura dominante la pianura attraversata dal fiume Verdura; dal lato nord svetta su uno strapiombo di oltre 150 m, mentre dai lati sud e ovest domina la valle sottostante che scende dolcemente verso il mare.
L'ingresso si apre sul lato ovest ed è protetto da due torri o piccoli bastioni a base scarpata certamente dovute al rifacimento cinquecentesco. Il portone è preceduto da una torre a pianta quadrata in apparente posizione di rivellino ma che in realta svolgeva più modeste funzioni di colombaro. All'interno il castello presentava grandi ali edilizie (oggi totalmente in rovina) parallele ai muri di cinta e un cortile centrale a pianta quadrangolare. Sull'angolo sud-orientale del complesso cinquecentesco sorge, impiantata su un affioramento roccioso, una splendida torretta cilindrica (diametro alla base 7 m), probabile nucleo originario del complesso fortificato. Il paramento e realizzato in opera isodoma di blocchetti di pietra arenaria locale. La torre (h complessiva ca. 11 m, escludendo il banco di arenaria su cui la costruzione è impiantata) presenta due piani il primo dei quali, adibito originariamente a cisterna, e coperto da calotta a profilo ogivale e presenta spessori murari di due metri.
II piano superiore era originariamente accessibile mediante una scaletta a caracol in muratura alloggiata in un corpo scala cilindrico esterno alla torre (diametro originario 2 m) oggi completamente scomparso di cui rimane pero 1'incavo d'alloggio nelle murature esterne della torre.
Il piano elevato, caratterizzato da una modesta risega che restringe il diame­tro a m 6,60, presenta un unico locale ottagonale coperto da una bella volta ad ombrello con costoloni su mensole a piramide rovesciata. Mediante una scaletta inserita nello spessore murario si perviene alia terrazza, dalla quale aggetta ancora gran parte del coronamento a beccatelli lapidei.
Proprieta attuale: privata.   Uso attuale: in abbandono.

 

Agrigento

CASTELLO DI BORANGI O CAPO DI DISI

Ciò che resta del castello di Capo di Disi è ubicato in contrada Borangio, case Borangio del comune di Agrigento, (da Agrigento, strada statale 115 per Sciacca, uscita Montallegro per Cattolica Eradea; 6 km prima di Cattolica Eradea, carreggiabile a destra per case Borangio).
Il castello medievale è stato trasformato in una piccola masseria fortificata, oggi totalmente abbandonata. Dai ruderi, si può presumere che il castello fosse in origine in realtà una semplice torre di forma quadrangolare, forse rinforzata da un muro di cinta. Tra le strutture residue esiste ancora una botola che metteva in comunicazione il primo livello della torre con una piccola grotta sottostante. I muri conservati hanno uno spessore di ca. 0,50 m e sono costruiti in pietrame legato con abbondante malta. Anche se lo stato di conservazione del complesso, in disfacimento totale, non consente di approfondire la descrizione, riteniamo che Borangi appartenga alla classe delle torri rurali isolate del Trecento.
I resti fuori terra visibili non consentono una lettura ricostruttiva dell'impianto.
Nel 1211 - il tenimentum di Captedis (poi Capo di Disi) è confermato alla chiesa di Palermo da Federico II.
Nel 1305 ca. - castrum de Capo di Disi ecclesie panormitanae.
Nel 1355 ca - il castrum Barangij è annoverato nella lista di terre e castelli siciliani.
Nel 1456 ante - la chiesa di Palermo cede il castello di Capo di Disi a Gispert d'Isfar.
Nel XV secolo (prima metà) - Capu di Disi è annoverato fra i castelli situati in feudi disabitati.
l'edificio fortificato, costruito su una piccola rupe con una grotta, sfruttava al massimo il rilievo roccioso, assecondandone l'andamento. Questo sito, di poca rilevanza, è circondato da colline molto più alte, che limitano la visuale ad un territorio agricolo piuttosto ristretto.
L'impianto planimetrico era presumibilmente rettangolare.
La proprietà attuale è privata e versa in stato di abbandono.

 

 

Burgio

 

IL CASTELLO

 

CASTELLO DI BURGIO

Storia: Burgio, dall'arabo "Burg" fortezza, è uno dei centri più antichi dell'agrigentino (guerre servili del 104 a.C.). La data di fondazione è incerta, tuttavia la presenza del castello saraceno potrebbe indicare una possibile origine araba. Situato sul declivio meridionale del monte San Nicolò a 317 metri sul livello del mare, Burgio ha una superficie di 4222 ettari e dista 72 chilometri circa dal capoluogo. La popolazione è quasi interamente dedita all'agricoltura e alla zootecnica. Le colture più rappresentative sono l'olivo, l'arancio, il mandorlo e il pesco tardivo. Burgio accoglie un'ampia superficie forestata (più del 50% del territorio comunale) all'interno della quale è godibile un'area attrezzata chiamata "Rifesi", molto frequentata anche dagli abitanti dell'hinterland. Burgio vanta un antico e tradizionale artigianato che va dalla produzione delle caratteristiche ceramiche (famose sono le Quartare e i Cantari) alla fonderia delle campane, unica in Sicilia e risalente a ben quattro secoli orsono. Il monumento più antico del paese è indubbiamente il castello, tutt'oggi il monumento più antico, che con la conquista del conte Ruggero dovette essere riedificato, ed attorno al quale sorsero i primi nuclei abitativi. Altro luogo antico del paese è la Chiesa Madre dedicata a Sant'Antonio Abate, dovrebbe risalire al XII secolo, rimaneggiata poi nel XVI. Da notare, nella fiancata sinistra, il portone rinascimentale sormontato da una lunetta con bassorilievo della Madonna fra S. Antonio e S. Nicolò. Ha un impianto tipicamente medievale, nel cui interno è custodita una pregevole statua, scolpita dal Gaggini, dedicata alla Madonna di Trapani, un crocifisso ligneo databile al XIII secolo, che la tradizione vuole intagliato da un pastore con un coltello. La seconda domenica di agosto il crocifisso viene portato in processione al santuario di Rifesi, a pochi chilometri dal paese, e lì custodito fino al mese di ottobre.  Il santuario, con annesso il monastero, fu edificato nel 1170. Interessante è il prospetto della chiesa, caratterizzato da una serie di arcate cieche che la distinguono dalle analoghe architetture della stessa epoca. Molto bello il portale ogivale in cui spiccano due mascheroni. Non lontano dalla chiesa Madre si eleva la mole rettangolare del castello, attualmente in restauro. La fortezza dal XIV secolo è sempre stata la residenza delle famiglie feudali succedutesi fino al 1812, data dell'abolizione del feudalesimo; in seguito fu adibita a carcere. Sulla facciata si aprono il portale ogivale e tre finestre, di cui quella centrale archiacuta con doppia cornice in conci di tufo. Sul piano del castello, recintato da una cancellata, è stato realizzato un  Calvario.  Il patrimonio urbano presenta un buon numero di chiese tra le quali la più prestigiosa è la chiesa di San Vito in cui si trova l'altra preziosa statua del Gaggini dedicata al santo. Il centro abitato è ricco di portali: manufatti di pietra bianca locale intagliata dalle mani di valenti scalpellini burgitani dell'ottocento. In Piazza Roma è la chiesa di S. Giuseppe dei secoli XVII-XVIII.   Le feste religiose più importanti sono il Venerdì Santo e la Pasqua, quella di San Giuseppe, della Madonna del Carmine e di Santa Lucia.

Burgio, città d'arte e della ceramica

 Il Castello, la Chiesa Madre, i tanti portali ottocenteschi solo alcuni dei tesori artistici della città
A circa 60 km da Agrigento, poco distante da Sciacca sorge Burgio, antico borgo medioevale ricco di arte e di tradizioni, situato nell'entroterra agrigentino. La città offre  mille motivi per essere visitata ospitando un centinaio di portali in pietra lavorata dell'800, chiese normanne, un castello di epoca araba e ancora conventi del '500. Burgio è il luogo ideale dove trascorrere un soggiorno culturale all'insegna di passeggiate ecologiche e gastronomiche.

Il luogo inoltre, si presta favorevolmente a scampagnate domenicali rilassanti e serene, rese ancora più piacevoli dalla possibilità

di gustare piatti tipici dal sapore genuino.
Chi volesse visitare Burgio può iniziare dal
Castello che si innalza possente sul promontorio che si affaccia sul fiume Verdura. Di forma rettangolare, si presume che l'altezza originale, compresi i merli, fosse di circa 20 metri. Non si può stabilire con precisione la data di fondazione ma alcuni storici pensano che il maniero sia di origine saracena; di sicuro c'è solo che si tratta del più antico monumento della città. Girando per le vie del centro storico è possibile ammirare tantissimi portali che fanno immaginare quanto erano valenti gli scalpellini locali dell'800 e del '900. La pietra infatti, a Burgio ha rappresentato il settore trainante dell'economia locale e  intere generazioni l'hanno lavorata trasformandola in veri e propri capolavori. Il portale del palazzo De Michele, nella piazza Umberto I, il palazzo De Martino o Mannile, nel corso Vittorio Veneto, sono opere dove i maestri della pietra di Burgio hanno espresso tutta la loro bravura. Tra tutti i portali comunque, quello che si distingue appartiene alla famiglia Leovirisario, chiamato dei ''gendarmi napoleonici'' del 1814, in corso Vittorio Veneto caratterizzato da due soldati che fiancheggiano l'ingresso della porta. Ma il nucleo fondamentale della storia di Burgio sono le tantissime Chiese e i palazzi signorili. La Chiesa Madre ad esempio, è di origine normanna e si presenta internamente con tre absidi e pareti affrescate probabilmente nel XVII secolo. Si accede all'interno attraverso un portale in legno sulla cui archivolta si raffigurano i ritratti del castellano Ansaldo e del Vescovo Gentile. All'esterno è visibile il campanile a torre ed al suo interno una cappella con un altare. Intorno invece, rimangono soltanto i ruderi dell'antico monastero. Osservandoli, è possibile immaginare la grandezza che doveva avere il tutto, con ampie arcate, il chiostro ed il pozzo ad esso annesso. La Chiesa e l'antico monastero erano uniti dal lato sinistro e attorno ad essi doveva sorgere una barriera difensiva costituita, probabilmente, da possenti mura come testimonia l'ampio fossato circostante. All'interno della Chiesa è possibile ammirare, sul terzo altare, la cappella della Madonna di Trapani con l'omonima statua di Vincenzo Gagini del 1566, mentre le decorazioni e gli stucchi, sono opera di Orazio Ferraro di Giuliana.
Nella cappella è custodito il
crocifisso di legno detto di ''Rifesi'', di povera fattura ma importante per la devozione che  ad esso prestano gli abitanti del paese. Si narra infatti, che il Crocifisso ligneo sia stato scolpito nel 1200 da un pastore che  riuscì a realizzare tutto il Cristo tranne la testa. Secondo la leggenda infatti, la testa già scolpita fu trovata dal pastore ai piedi di una quercia detta la ''celsa di lu Signuri'', ma l'incredibile è che quella stessa quercia, in seguito, fu colpita da un fulmine e di essa rimase un fusto dalle sembianze di una croce. Un'altra leggenda che si racconta ancora oggi è che il Crocifisso doveva essere trasferito definitivamente a Bivona ma, durante il percorso, un violentissimo temporale abbattutosi su Burgio ingrossò il fiume di un torrente impedendo ai suoi trasportatori il proseguimento del cammino.

L'evento fu interpretato come un segno che il Crocifisso stesso non volesse allontanarsi dal paese.
Sempre all'interno della cappella della Madonna di Trapani, c'è un altare in marmo decorato in oro dal pittore
Francesco Vetrano di Villafranca Sicula del 1931. L'altare, chiuso da un'inferriata del '700, è adornato da 10 candelieri in legno e da vasi di ceramica di Burgio.
Da non perdere inoltre, la Chiesa di San Giuseppe, di stile barocco, edificata nel XVII secolo, una delle tantissime Chiese che, in città, conservano tesori di inestimabile valore. Si tratta di opere dei fratelli Gagini, del Marabitti, dello Zoppo di Gangi, del Ferraro che rendono questa cittadina un punto di riferimento per approfondire la diffusione delle scuole artistiche in Sicilia. La Chiesa di San Vito è esistente già dal 1522 quando la confraternita omonima fece scolpire da Antonio Gagini una pregevole statua in marmo di San Vito, opera ancora custodita nella Chiesa. Nel 1616 la Chiesa venne restaurata e nel 1738 iniziarono i lavori per il rifacimento interno. Essa si presenta ad unica navata, con decorazioni e stucchi bianchi e conserva pure la bara processionale di S. Vito, in legno dorato, opera, forse, di Benedetto Marabitti (XVII sec.).
La
Chiesa della Misericordia, risale al 1175 ma  l'attuale costruzione è del 1828 e ospita la statua della Madonna Addolorata che è portata in processione in occasione del Venerdì Santo. All'interno del restaurato convento dei Cappuccini, dove si trova anche una preziosa pala dello Zoppo di Gangi, troviamo il Museo delle Mummie. Queste ultime sono tornate alla luce grazie alla maestria dell'architetto Umberto Di Cristina, che le ha restaurate insieme a vestiti e monili originari. Si tratta di una suggestiva ed inquietante passeggiata tra scheletri ed arredi funebri risalenti al XVIII ed al XIX secolo, mummificati secondo le tecniche antiche dei frati francescani. Nel Convento dei Cappuccini si trovano anche la cella e gli strumenti di correzione utilizzati dal Venerabile Andrea da Burgio, frate cappuccino in odore di santità, vissuto tra Burgio, il Portogallo e l'Africa.

Una tappa obbligatoria per chi visita la città è inoltre, una salubre passeggiata nel ricco e variegato Bosco di Rifesi, che  ospita querce centenarie e dove si trova l'importante Santuario Normanno di S. Maria delle Grazie e l'Area attrezzata della Menta per i pic-nic.
L'artigianato di Burgio
Burgio è una delle 33 città appartenenti alla rete nazionale della
''Città della ceramica''. Da sempre, infatti, la fortuna di questo luogo è stata l'arte artigiana che, nei secoli passati, ha raggiunto livelli elevatissimi. La vera ricchezza del paese è la varietà di materie prime disponibili tra cui la pietra dura e la terracotta, da cui si sono sviluppati, nei secoli, mestieri e tradizioni. Qui esistono ancora delle antiche botteghe artigiane in cui gli artisti locali
lavorano la terracotta a mano ricavandone prodotti esportati in tutto il mondo. La pietra veniva estratta dalla pirrera cioè dalla zona delle cave (dal francese pierre cioè pietra) nella quale i pirriatura (picconatori) estraevano i blocchi da vendere agli scalpellini. A questi ultimi, le facoltose famiglie locali commissionavano la manifattura di portali ornamentali. Burgio inoltre, è l'unico centro della Sicilia che ancora oggi costruisce campane. L'arte della realizzazione delle campane, che risale al 1500, è stata acquisita dai discendenti del fondatore della fonderia Virgadamo che lavorano tuttora il bronzo secondo l'antica, segreta fattura. Nei giorni in cui si effettua la colata è possibile partecipare alla fusione del bronzo ed alla realizzazione finale delle campane. Arte antica ed ancora fiorente è pure  la lavorazione del ferro, oggi a Burgio in notevole espansione. Ad essa si affianca la realizzazione di vetrate artistiche dai colori luminosi. Dal connubio di queste tradizioni con quella della ceramica, oggi sono venute fuori opere di fattura pregevole.

 

Caltabellotta


IL CASTELLO

Nel 1274 - terra e castello demaniali.  All'inizio del secolo XIV - Caltabellotta è feudo di Federico d'Antiochia.
Nel 1392 - i Peralta sono titolari della contea di Caltabellotta. 
Le strutture del castello trovavano potenziamento da tutta la posizione dell'abitato e dal sistema di corridoi scavati nella roccia della struttura poi divenuta l'eremo di San Pellegrino. La posizione elevata e mimetica lo rendeva inespugnabile, ponendolo contemporaneamente in condizione di controllo del versante marino mediterraneo per un orizzonte molto vasto e in corrispondenza, attraverso collegamenti visivi con il sistema dei castelli dell'interno dell'isola, con il versante tirrenico.
L''impianto planimetrico del castello si presenta molto articolato, anche se quanto rimane di esso è estremamente ridotto.

Si snodava a tornanti sul fianco della montagna, con più ambienti allineati quando i pianori lo consentivano.
Lo scavo archeologico effettuato agli inizi degli anni '80 dall'architetto S. Braida, incaricato del restauro attuato poi nel 1984, ha messo in luce la base di un corpo aggettante a lato della torre con funzione di porta. Esso si presenta come un robusto contrafforte a scarpa, proteso verso il
pendio. Oltrepassato il varco ogivale della porta, questa ci rivela un corpo a tre elevazioni.

Dalla lettura effettuata per il restauro è emerso che sono stati connessi due diversi momenti costruttivi. Al portale ogivale esterno, per tutto lo spessore del muro, corrisponde all'interno una volta a botte a pieno centro che cela modifiche ad un manufatto di epoca precedente. Ciò si nota per le incongruenze non altrimenti spiegabili in un'opera costruita in unica soluzione. Il corpo della torre presenta un paramento murario a piccoli conci. La scansione dei tré piani è segnata dai fori dei solai, ora crollati, e distinta da nicchie e aperture. La più importante è una nicchia ogivale tanto vasta da costituire alloggiamento per un arciere; è visibile l'incasso per il posizionamento della balestra, denunciato all'esterno da una feritoia in asse con il portale.
La porta-torre è stata restaurata in anni imprecisati, in quanto è visibile, come si ricava da alcune fotografìe di inizio secolo

pubblicate da V. Giustolisi (1981), un crollo sullo stìpite sinistro. In proseguimento all'ingresso si sviluppano alcuni muri affioranti

che occupano un pianoro, detto 'Lugetta'.
Lo scavo ha riportato alla luce un ambiente quasi quadrato, con le pareti rivestite di cocciopesto, probabile silos, e un altro ambiente di più ampie dimensioni, come si ricava dalla relazione di restauro dell'architetto Braida. Nell'intervento è stata ripristinata anche la via d'accesso al castello

sul lato nord-est.La tecnica muraria della porta si presenta a sacco con rivestimenti in conci squadrati e riempimento di pietrame

a pezzature regolari legato da malta grassa.  I resti fuori terra consentono una lettura parziale dell'impianto.

Nel 103 a.C. - il territorio di Caltabellotta, chiamata Triokala nell'antichità, fu roccaforte nella rivolta degli schiavi -

Diodoro, XXXVI, 7,2-4 (Manni 1981, pp. 238-239).
Nel 840 - la località cade in mano dei musulmani che la chiameranno in arabo qatat al-ballùt (la 'rocca delle querce',

da cui il toponimo attuale) - Amari 1933-39,1, p. 443.
Alla fine del secolo X - Caltabellotta è annoverata fra le 'città fortificate' (mudun) di Sicilia - al-Muqaddasi in Amari 1880-81, II, p. 672.
Nel 1150 ca. -
Idrisi riferisce che la popolazione di Caltabellotta (presumibilmente musulmana) era stata trasferita a Sciacca,

mentre nel "torreggiante fortilizio costruito sopra alta vetta in sito scosceso" venne insediata una guarnigione - in Amari 1880-81,1, p. 78.

Nel 1194 - si rifugia nel castello, fuggitiva da Palermo, Sibilla, vedova di Tancredi, con Guglielmo III e i suoi fédelissimi.

E' raffigurata piangente, fra le mura del castello, in una celebre miniatura del Liber ad honorem

La roccaforte è stata la muta testimone di innumerevoli tristi eventi storici, come quelli legati alla morte del Re Tancredi, quando suo figlio e diretto successore Guglielmo III fu inizialmente qui nascosto insieme alle sorelle dalla madre, ma successivamente e disgraziatamente catturato dal nobile svevo Arrigo VI e dai suoi seguaci che inizialmente lo accecarono e poi ucciso.

Una novella del Decamerone del Boccaccio ci narra che Lisa Puccini s'invaghì di Re Pietro D'Aragona e chiese ad un trovatore di raccontare la sua tragedia in versi che successivamente arrivarono alle orecchie del nobile re che poi le procurò un nobile marito ed una notevole dote costituita dal castello in questione e di alcune terre presenti nella contrada.
Un evento lieto che va a bilanciare quelli tristi legati a questo sito è la famosa "Pace di Caltabellotta" qui siglata tra Federico II e Carlo di Valois che va menzionata come conclusione della famosa Guerra siciliana del Vespro e che lasciò il dominio siciliano a Federico.
Di questo nobile sito ricco di tanta storia oggi, malauguratamente, rimangono pochi resti.

 

Racalmuto

IL CASTELLO
 


Ubicazione: centra urbano, piazza Umberto I.
Localizzazione storica: Val di Mazara.
Cronologia delle principali fasi storico-costruttive:
XIV - costruzione del castello su probabili preesistenze.
XX (seconda meta) - una parte del castello viene acquistata da diversi privati che lo trasformano in struttura residenziale, stravolgendo il carattere monumentale dello stesso. La parte di proprieta del Comune viene adibita ad Istituto Professionale per Meccanici.
XX (seconda meta, 1983) - il castello è oggetto di un intervento di salvaguardia strutturale.
Notizie storiche:
1178 - casale - Cusa 1868-82, II, p. 657 (Maurici, 1993, p. 60). 1271 - casale -1 Registri, VIII, p. 65. 1296 - casale - Gregorio 1791-92, II, p. 467.
1311 - il castello passa a Costanza, moglie di Antonino del Carretto - Carita 1982, p. 99.
1355 ca. - castrum cum habitacione -Librino 1928, p. 208. 1408 - casale - Gregorio 1791-92, II, p. 490.
1716 - il castello e la baronia passano a Brigida Schittini Galletti che prese investitura il 10 luglio - Carita 1982, p. 100
1771 (gen. 28) - si investe del feudo e del castello Giuseppe Antonio Requesenz di Napoli - ibidem.
1930 - il castello risulta di proprieta del sacerdote Cipolla che inizia alcuni lavori di trasformazione (Archivio Comunale di Racalmuto).
Stato di consistenza: complesso architettonico conservato nelle parti principali.
Impianto planimetrico: pianta pentagonale con torri a pianta circolare.
Rapporti ambientali: il castello è ubicato nel cuore del centro storico di Racalmuto, all'interno di un tessuto viario di impianto medievale.
Descrizione: il castello si articola su tre elevazioni fuori terra e ripete in tutte le elevazioni il medesimo schema distributivo, consistente nella successione di vani intercomunicanti che delimitano una corte interna.
La parte meridionale del castello è caratterizzata dalla presenza di due grandi torri a pianta circolare.
II castello è circondato sul lato sud-ovest da minute costruzioni e da un muro di cinta che racchiude un appezzamento di terreno.
Lo stato di conservazione del complesso è mediocre.
Proprieta attuale: pubblica (Comune) - privata.
Uso attuale: in parte civile abitazione visitabile parzialmente.

 

 

Sciacca

IL CASTELLO LUNA

Castello Luna di SCIACCA

Sciacca è una delle città di nota importanza tra le più rilevanti della Sicilia. La sua fama la deve ai suoi incantevoli monumenti, alle sue affascinanti storie, al buon popolo, alla sua antichità, il suo clima magnifico e la sua buona posizione  presso il mar mediterraneo. Furono le terme selinuntine e l'Acquae Labados che hanno dato la qualità di far conoscere Sciacca come la città delle terme. Sciacca ha origini molto antiche e per insufficienza di scoperte è difficile porre una data precisa di fondazione. Per quanto riguarda il suo nome, i primi furono i greci che scoprendo le acque calde per impiego termale la nominarono "therma" poi  a causa della varietà dei popoli giunti e di pronunzia fu detta Xacca poi Sacca ed in dialetto Sciacca, che è il suo nome attuale. Facendo presente, inoltre, che ci sono state delle attività per mutare il nome Sciacca in "Sciacca terme". Furono i Greci che per primi usufruirono delle acque termali e delle stufe vaporose di monte Kronio formando la prima cittadina.Distrutta Selinunte (409 a.C.) da parte dei cartaginesi i superstiti cercano rifugio ad Agrigento e a Sciacca portando quindi l'incremento della popolazione e delle attività commerciali. Dopo la prima guerra punica (264-241 a.C.) la Sicilia passò sotto il dominio di Roma, in quel periodo a Sciacca si formò la più importante stazione postale dell' isola e dal porto partivano continuamente navi cariche di grano per munire tutto l'impero. Sciacca subì anche gli attacchi barbariche, che successivamente sconfitti dai generali Giustiniano la Sicilia, ormai libera, passa sotto il dominio Bizantino. Nel periodo del dominio di Bisanzio vi fu una presenza di monaci eremiti fra cui San Calogero che, dopo aver cristianizzato in diversi paesi della Sicilia, si fermò a Sciacca in vita eremitica in una grotta di monte Kronio (detta anche S.Calogero) ancora oggi venerata.Dopo tre secoli di dominio bizantino la Sicilia passa, dopo una lunga guerra tra musulmani e bizantini, sotto il dominio arabo e seguì quello normanno.In questi due periodi Sciacca vede crescere un grande livello commerciale e la costruzione di palazzi, monumenti, piazze, chiese e le prime mura che racchiudevano tutta la città contro gli attacchi esterni. Seguì un periodo Svevo; poi scoppiata la guerra del Vespro seguì un periodo Angioino, un periodo Aragonese e poi la dominazione Spagnola che in questo periodo avveniva il "caso di Sciacca". Il "caso di Sciacca" fu una, secolare, lotta sanguinosa che vedeva in contrasto la famiglia dei Luna (Catalana) e quella dei Perollo (Normanna) in conflitto per un amore segreto di Giovanni Perollo per Margherita (potente Fam. Peralta) sposata con Don Artale Luna ma, anche per interessi politici ed economici. La fine del "caso di Sciacca" giunse con un violente attacco da parte di Sigismondo Luna uccidendo Giacomo Perollo e gran parte dei suoi fedeli. Dopo la dominazione spagnola vi fu la volta del regno dei borboni.Il' 13 maggio del 1860 a Sciacca arrivò la notizia dello sbarco dei Mille da parte di Garibaldi a Marsala, vi fu una grande manifestazione in tutta la città e molti giovani saccensi partivano in aiuto a Garibaldi, cadeva così il regno dei borboni e si ebbe la proclamazione del Regno D'Italia.Nel 1875 grazie alla scoperta di banchi di corallo Sciacca vedeva potenziare l' economia.Si risentirono molto le guerre mondiali come daltronde tutte le città italiane, poi migliorò di passo fino ad oggi, mettendosi sempre in avanguardia in campo socio-economico-culturale.

Caratteristica architettonica del periodo feudale italiano, fu la costruzione dei castelli che ancor oggi chi in buone chi in ormai decadenti condizioni sono giunti ai giorni nostri. Anche a Sciacca, si trova anche se in condizioni non del tutto ottime un castello risalente a tale periodo. Costruito dal Conte di Caltabellotta Guglielmo Peralta, se ne impossessò la famiglia Luna, dopo il matrimonio della nipote Margherita con il Conte Artale di Luna. Caratteristica di molte costruzioni simili era quella di sorgere sulla parte dominante del territorio. Il castello luna segue questa tipologia d'ubicazione, infatti, sorge nella parte alta di Sciacca, sulla roccia grezza, inserito all'interno dell'area perimetrale delle antiche mura di cinta costruite a difesa della città, di cui ancor oggi è possibile apprezzarne alcuni resti. Ormai deteriorato e abbandonato nel tempo, oggi dopo interventi di restauro per recuperare quanto possibile, hanno fatto in modo che le parti ancora presenti quali, le mura di cinta, il mastio, il palazzo comitale e la torre cilindrica, siano visitabili e non più pericolanti e quindi fruibili anche dai turisti.

Pochi resti rimangono anche di un altro castello agrigentino, precisamente quello presente a Sciacca e noto col nome di Luna. Attualmente, a causa di due potenti terremoti avvenuti nel XVIII secolo, dell'antica struttura della roccaforte rimane la cinta muraria, ma di tale castello ci rimane la sua storia. Esso fu edificato alla fine del 1300 da Guglielmo Peralta, marito di Eleonora d'Aragona. Anche in questo caso, la roccaforte è stata la muta testimone di eventi nefasti legati alle lotte intercorse tra la famiglia dei Luna, i successori dei Peralta nel dominio del Castello, e la famiglia dei Perollo.
Alla fine la truce contesa si concluse con la confisca dei beni della famiglia Luna ed il loro rappresentante Sigismondo, reo di aver barbaramente ucciso il suo avversario Giacomo Perollo, non ottenne la grazia e si suicidò. I beni della Famiglia Luna furono inizialmente confiscati ed in un secondo momento ai figli di Sigismondo fu restituito il Castello di Caltabellotta e quello di Sciacca fu lasciato al demanio.

Siculiana

IL CASTELLO DI CHIARAMONTE

 

Storia: Il castello di Siculiana

è un monumento all'anonima e ricca architettura castellana. Costruito sull'estremita della cresta rocciosa di un promontorio, forse sede dell'antica Cena, dominava con le sue torri, un tempo merlate, il paese che porta il medesimo nome e la vallata dolcemente adagiata sul mare Mediterraneo. L'origine del fortilizio è araba. Fu Federico Chiaramonte che lo ricostruì e gli diede splendore. Nel 1311, con grande pompa di apparati, si celebrò, nel castello, il secondo matrimonio tra l'unica figlia di Federico, Costanza, ed il nobile genovese Brancaleone Doria, il quale nel 1335 divenne governatore di Sardegna. Numerosi furono gli sposalizi ed accordi nobiliari celebrati nel castello, incoraggiati da un'antichissima credenza che vuole benedetti dalla Provvidenza i patti conclusi sulla "Rocca di Siculiana". Nel mezzo della piazza d'armi alla fine del '300 fu realizzata una profonda cisterna, ancora intatta, per la conservazione di acqua piovana, vitale in caso di assedio. La chiesa di S. Lorenzo, posta sull'ala Sud del Maniero è la più antica del paese, fu edificata nel XVII sec. Essa fu la prima sede di culto del SS. Crocifisso, che è attualmente custodito nell'omonimo santuario del paese. Il fortilizio fu adibito in diverse epoche anche a carcere. L'ultimo barone di Siculiana riconosciuto con regio decreto fu Antonio Perez. Il barone Agnello agli inizi del nostro secolo demolì il "Quarto Nobile", l'ala di maggiore interesse artistico del castello, per costruirvi una sontuosa residenza. In quest'ultima dimorò, ospite del barone Francesco Agnello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, insigne scrittore del '900. Qui, secondo diversi studiosi, scrisse pagine del Suo capolavoro "Il Gattopardo".
Il castello, in quanto articolato a varie quote in aderenza simbiotica con la roccia della montagna, ha determinato l'importanza del sito come arroccamento nei periodi di crisi, dall'antichità all'età del vescovato bizantino di Triokala, al regno normanno, agli angioini.

Ubicazione: centro urbano, via Castello
Localizzazione storica: Val di Mazara
Cronologia delle principali fasi storico-costruttive:
XIV (prima metà) - costruzione del castello.
XIX-XX - probabili interventi conseguenti alla trasformazione in carcere. XX (secondo quarto) - demolizione della parte del castello destinata ad abitazione, ai locali di rappresentanza e costruzione sullo stesso sito di un edificio in stile neogotico. Su di un pilastro del cancello di accesso alla corte interna, si trova incisa la data MCMXLII da riferirsi all'anno di ultimazione della costruzione neogotica.
XX (1997) - restauro parziale (pareti esterne sulla corte).
1310 - secondo Fazello il castello viene edificato nel 1350 da un Federico Chiaramonte (Fazello, I, VI, p. 310 : la data 1350, tuttavia, dovrebbe essere un errore (forse solo tipografico. come notato da Vito Amico); molte probabilmente sta per 1310 e cio dal momento che il Federico in questione dovrebbe essere figlio di Federico Chiaramonte e Marchisa Prefolio. mono nel 1311 - Inveges 1651-1709. p. 227; Amico 1855-56, II, pp. 499-500; SMDS, VII, p. 387.
1311 - alla morte di Federico Chiaramonte gli succede l'unica figlia, Costanza - Inveges 1651-1709, pp. 227-232;
1350 - testamento di Costanza che lascia erede il figlio di primo letto Antonio del Carretto - SMDS, VII, p. 388.
1398 (ante) - si investe di Siculiana Gerardo del Carretto, figlio di Antonio -ibidem.
1401 - re Martino I conferma il possesso della baronia e del castello a Matteo del Carretto che lo aveva acquistato

dal fratello Gerardo per 3250 fiorini -ibidem.
1408 - la terra di Siculiana passa per metà a Giovanni del Carretto figlio di Matteo e per metà ad Andrea Caro, maritali nomine - ibidem. 1427 -

la terra ed il castello di Siculiana vengono acquistati dal nobile catalano Giliberto Isfar - ibidem.
1430 - viene concesso da re Alfonso V il mero e misto impero a Giliberto Isfar sopra Siculiana - Pirri 1733, p. 762.
1438 - nuova concessione del mero e misto imperio - ACA Cancilleria 2830, c. 98r (Maurici 1993, p. 70).
1457 - si investe della baronia e del castello il figlio di Gilberto, Giovanni Gaspare Isfar - SMDS, VII, p. 388.
1491 ca. - Vincenzo Isfar, figlio di Giovanni Gaspare, vende la baronia di Siculiana a Guglielmo Valguarnera - ivi p. 389.
1526 (mag. 26) - Giovanni Isfar riacquista la baronia di Siculiana ed il castello e ne prende investitura - ibidem.
1542 (mar. 9) - per donazione da parte del padre Giovanni, Francesco Isfar si investe della baronia, terra e castello - ibidem.
1553 - si investe Giovanni Isfar, minorenne che si reinveste nel 1558 - ibidem.
1561 (?) - si investe il fratello di Giovanni, Blasco - ibidem (la data riportata, di certo per errore, è 1661).
1616 (ott. 1) - Giovanna Isfar, figlia di Blasco, si investe dei possedimenti di Siculiana che porta in dote a Vincenzo del Bosco duca di Misilmeri - ibidem.
1642 - si investe Francesco del Bosco Isfar, figlio di Giovanna - ibidem.
1669 - si investe Giuseppe del Bosco, primogenito di Francesco - ibidem.
1721 (mag. 12) - Francesco Bonanno del Bosco, principe di Roccafiorita, acquista la baronia dopo la morte dello zio materno

Giuseppe del Bosco- ibidem.
1740 - Giuseppe Bonanno Filingeri, figlio di Francesco, succede al padre nella signoria di Siculiana - ibidem.
1781 (mar. 24) - la baronia passa a Francesco Antonio Bonanno Borromei - ivi, p. 390.
1798 (lug. 9) - la baronia passa a Giuseppe Bonanno Branciforti, figlio di Francesco Antonio - ibidem.
1899 - Antonino Bonanno Perez, figlio di Giuseppe viene riconosciuto barone di Siculiana con decreto ministeriale del 26 dicembre - ibidem.
XX - la proprietà del castello sino agli anni '70 appartiene alla famiglia Agnello che successivamente la cede per compravendita.
Proprietà attuale: privata.
Uso attuale: la parte originaria superstite del complesso è visitabile per gentile concessione dei proprietari.
Stato di consistenza: complesso architettonico distrutto parzialmente da eventi recenti; di esso rimane documentazione fotografica (all'interno di uno degli ambienti rimasti si trova una foto risalente agli anni '30 dove si puo vedere il castello prima della sua distruzione); parti originarie superstiti.
Impianto planimetrico: attualmente composto ad 'Y'.
Rapporti ambientali: posto all'estremità nord-ovest di un costone roccioso, il castello è stato il fulcro di sviluppo urbano

della parte più antica dell'abitato di Siculiana.
Descrizione: del complesso architettonico originario rimane soltanto la parte occidentale ove si trovano gli ambienti di servizio

un tempo destinati a magazzini, stalla, ed una chiesa dedicata a San Lorenzo.
La parte restante presenta un impianto planimetrico composto da due corpi longitudinali convergenti, costruiti lungo i margini del costone roccioso, che formano una corte interna aperta. L'ala meridionale consta di un corpo longitudinale ad una elevazione; l'ala settentrionale presenta una articolazione più complessa e doppia elevazione. Tutta la costruzione è realizzata in pietrame di gesso legato con abbondante malta.
La muratura che definisce lo spazio interno della corte è stata recentemente restaurata lasciando la pietra a vista; la finitura originaria tuttavia, doveva essere uguale alla superficie muraria esterna che è definita con un intonaco in malta di gesso disposto a raso con la pietra che resta a vista solo a tratti. Non sono present! decorazioni di rilievo; lo stato di conservazione della parte originaria superstite è discreto.
 

 

Palma di Montechiaro

CASTELLO DI MONTECHIARO

 

A Palma di Montechiaro si può ammirare il Castello di Montechiaro in stile chiaramontano e risalente al XIV secolo ed edificato a ridosso del mare.
Dopo il tradimento ai voleri del re effettuato da Andrea Chiaramonte, tutti i beni appartenuti a tale famiglia furono confiscati

ed il Castello passò nelle mani di Guglielmo Moncada al quale si deve l'attuale nome dato alla struttura.
Il Castello vide ulteriori proprietari, come Giovanni de Grixo. L'attuale proprietario è Giuseppe Tomasi Mastrogiovanni,

principe di Lampedusa.Come spesso accade per queste strutture, dell'antico fasto rimane ben poco, come il simulacro della "Madonnina "

detta "Maria di Montechiaro" presente all'interno di una cappella, statua che contiene nel suo piedistallo alcuni serafini

e lo stemma dei Caro insieme a quello d'Aragona, evento possibile grazie ad un reale privilegio.

 

Bivona

IL CASTELLO

Il castello di Bivona(torre di Bivona; castrum o turris Bibonae) è ubicato nel centro urbano, tra la via Panepinto e la via Benedettini.
Il castello sarebbe stato fondato nella prima metà del XIV secolo.
Nel 1355 ca., la terra Bibone è annoverata in una lista di terre e castelli siciliani.
Nel 1359, la terra è quasi distrutta da
Francesco e Guido Ventimiglia e la torre ibi de novo rehedificata ad opera di Corrado de Aurea, Sicilie admirato, quam proposuit custodire.
Nel 1397,
Nicolò Peralta riceve la terra e il castello di Bivona e nel 1406, Francesco Castellar è titolare della terra di Bivona.
Oggi i resti sono inglobati in strutture successive, che rendono non rilevabile l'impianto planimetrico.
La proprietà è pubblica.

Il comune conta 4.449 abitanti e ha una superficie di 8.860 ettari per una densità abitativa di 50 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona montana interna, posta a 510 metri sopra il livello del mare.

Piccolo paese montano, Bivona vanta una copiosa produzione agricola di agrumi, grano, olive, mandorle, ortaggi e ottime pesche. Tale frutta viene esposta nella annuale Sagra della Pescabivona che si tiene nel mese di agosto.

Sviluppato è l'allevamento di bovini, ovini e suini. Nel settore dell'artigianato spicca la produzione di sedie in legno, di ricami e merletti e di piatti in terracotta.

Il nome Bivona forse deriva da Ippona che era l'originaria cittadina sorta in quel posto. Verso la fine del 1200 essa fu feudo prima della famiglia Chiaramonte ma e dopo dei Peralta.

Nel 1400 circa passò alla dinastia dei Luna, quindi dopo sanguinose lotte interne il borgo fu in possesso dei Perollo.

Nel 1812 venne abolito il regime feudale e Bivona divenne capoluogo del Distretto agrigentino.

Dal 1818 al 1927 Bivona fu elevata a Sottintendenza successivamente anche a Sottoprefettura a cui facevano riferimento ben 12 comuni di Agrigento.

Singolare è il Portale dei Chiaramonte di stile gotico costruito nel XIV secolo. Rilevante è il Palazzo Marchese Greco simbolo del barocco siciliano.

Notevoli sono anche la Chiesa Madre eretta nel XVII secolo che conserva un esemplare Crocifisso Nero e la Chiesa di Santa Rosalia con all'interno la statua dell'omonima Santa

 

Naro

IL CASTELLO DI CHIARAMONTE

Il Castello di Chiaramonte è presente a Naro. Le prime notizie certe relative a tale roccaforte risalgono alla guerra dei Vespri quando i francesi che vi risiedevano furono uccisi ed i loro cadaveri appesi ai muri della roccaforte. Eleonora Lancia lo portò in dote al marito Artale Alagona.
Successivi proprietari furono i Chiaramonte, fino alla già citata confisca dei loro beni. Durante la reggenza della Regina Bianca, il Conte Cabrera lo voleva espugnare, ma visto che ciò fu impossibile, vi penetrò a tradimento.
Ultimi cenni storici relativi a tale Castello risalgono ai tempi di Re Filippo III di Sicilia, durante il XVII secolo, quando il castello rientrava nelle proprietà dell'università di Naro. Dell'attuale struttura rimangono il grosso muraglione, una torre cilindrica più antica ed una seconda torre posteriore

e di forma quadrata risalente, pare, a Federico II d'Aragona, una porta trecentesca interna che permette l'accesso ad un bel salone

ed un'ampia cisterna aperta usata talvolta come prigione.

 

Porto Empedocle

TORRE DI CARLO V

La torre di Carlo V, detta anche "TORRE DEL CARICATORE",  fu costruita a presidio della costa agrigentina ed in particolare

del caricatore granario, nucleo della futura Porto Empedocle.

Nel 1355 è citata come turris maritimae Agrigenti.
Nel 1361, è concessa da Federico IV a Federico Chiaramonte con diritto di un grano per salma di grano esportato.
Nel 1578 lo Spannocchi (c. XL) la raffigura più o meno nel suo aspetto attuale.
La torre (26,20 m per lato) possiede una struttura solidissima con muri molto spessi (da 1,50 a 2,00 m); ha la forma di una piramide tronca,

con profilo perpendicolare al piano orizzontale nelle mura dell'ultimo livello.
Le sale sono coperte da volte a crociera e sono illuminate da feritoie.
L'ingresso principale è di recente costruzione, mentre originariamente si accedeva alla torre da una scala esterna che raggiungeva

l'ampio portone situato a circa 7,00 m di altezza dal piano di calpestio.
Il complesso architettonico è conservato nelle parti principali.  La proprietà è pubblica.

 

La Torre ha la forma di piramide tronca, sebbene dalla cordolatura in su le sue mura assumano un profilo perpendicolare. Sul lato orientale sta ancora la seguente iscrizione: "Carlo V imperatore semper augusto Ispaniarum et utrjusque Siciliae rage catholico loannes Vega prorex post mumtionem totius orae maritimae propulsatanque Turcorum classem hanc quoque turrim erexit munivitque ANNO MDLIV" Sotto l'iscrizione campeggia uno stemma araldico con un cane levriero che tiene con le quattro zampe un magnifico scudo, nel cui centro sono tre ordini di torri accostate fra loro e piantate su una larga scogliera. Nel cimiero del cane risulta scritto il motto: "Malo mori quam foedari" ( voglio piuttosto morire che essere disonorato) All'interno, ampie camere coperte da volte a crociere, ma molte basse, si aprono al piano superiore. Si tratta di ambienti poco illuminati che ricevono la luce da finestre feritoie, quasi incastonate tra pareti di circa sei metri di spessore. Alle lontane origini del "caricatore" di Girgenti risale quello che è considerato il monumento storico più rappresentativo e caratterizzante di Porto Empedocle: la torre di Carlo V. Fino a poco tempo fa le sue origini risalivano al 1554 e alcuni studiosi ne attribuivano la costruzione al vice Re spagnolo Don Giuseppe Vega che aveva voluto la costruzione del massiccio edificio per difendere le coste dalle scorrerie dei pirati saraceni. Ma ulteriori e più approfondite ricerche storiche hanno portato altri studiosi ad accertare che la torre della marina di Girgenti preesisteva, invece, a Carlo V di Spagna. E' stato il prof. Baldassare Marullo che, per primo, in uno studio pubblicato nel 1928 ha avanzato tale ipotesi, successivamente confortata da due preziosi documenti pubblicati uno nel XVII secolo da G. E. Barbieri, l'altro nella seconda metà dell'Ottocento dal Picone. A completare la ricerca sono stati altri studiosi, tra cui un empedoclino, appassionato di storia civica, il dr. Arturo Attanasio, che qualche anno fa, sulla base di notizie, documenti editi ed inediti, è arrivato alla conclusione che la torre è una riedificazione di un'altra che esisteva già qualche secolo prima della dominazione spagnola, e certamente sin dalla dominazione Normanna. Esistono alcuni documenti del XII secolo che dimostrano l'intenso traffico commerciale del caricatore di Girgenti, per la cui difesa fu edificata appunto la torre che, nel 1360, venne concessa in feudo dai re Federico d'Aragona a Federico Chiaramonte, conte di Modica, con l'obbligo di custodirla e di provvedere alle eventuali riparazioni. Alla morte di re Federico e per la ribellione del Chiaramonte contro la regia corona. secondo quanto ha accertato Arturo Attanasio la torre ritornò al demanio (1399, regnanti Martino e Maria) fino a quando, con re Giovanni, la torre venne concessa a Federico di Montaperto, il quale ottenne dall'autorità regia di potervi apportare delle modifiche. Morto Federico, castellano della torre, divenne il figlio Gaspare (1511). In seguito il "caricatore" conobbe un lungo periodo di crisi, così pure la torre che ne ha sempre seguito le sorti. Fu in questo periodo che i girgentini chiesero che si riedificasse, proponendo di tassare le navi alla fonda per racimolare le somme occorrenti ai lavori di ripristino. Ancora in un manoscritto del 1453, pubblicato nel "Libro Verde di Agrigento" viene lamentato il totale abbandono della torre. L'autore del manoscritto (vissuto a cavallo de secoli XVI e XVII) ci fa sapere che a causa delle condizioni di degrado in cui si trovava la torre, il traffico portuale si era quasi del tutto esaurito per la paura delle continue rappresaglie dei corsari. Questa situazione si protrasse fino al 1539, allorché i cittadini chiesero al re, tramite l'ambasciatore della città di Agrigento, Vincenzo Cammarino, di riedi con urgenza la torre e di munirla con cannoni di bronzo. Il che avvenne nel 1554. Da allora la torre seguì le alterne vicende della storia del centro marinaro senza momenti di particolare rilievo. Bisognerà arrivare alla dominazione borbonica, dopo l'unificazione nazionale, per sentire riparlare della torre a proposito di un oscuro sanguinoso episodio; Smilitarizzata e adibita a carcere, così come anche a bagno penale l'avevano già destinata i Borboni a partire dal 1780, la torre, nella notte tra il 25 e il 26 gennaio del 1848 fu teatro della strage di 114 detenuti, fatti uccidere per soffocamento ufficio che comandava la casa di pena, il maggiore Ignazio Sarzana. I 114 detenuti, che per molti studiosi erano di più, furono uccisi perchè, essendo scoppiata la rivolta a Palermoed essendoci alcuni loro familiari dinanzi alla torre che ne reclamavano la libertà, il maggiore Sarzana per evitare la rivolta diede ordine di metterli assieme in una fossa comune. Per impedire poi che le loro grida si sentissero fuori, fece chiudere l'unica presa d'aria della fossa, non prima di aver fatto gettare dentro tre petardi. Fumo e mancanza d'aria soffocarono i 114 sventurati. Ben presto le grida, prima di rabbia, poi di disperazione spensero.

La fossa secondo la descrizione che ne ha fatto Andrea Camilleri nel suo libro "La strage dimenticata" era "un cunicolo lungo tre metri e alto poco più di un metro e venti nel primo tratto, quello più vicino alla porta, così che per entrarci si doveva quasi strisciare, e nel secondo tratto la cella vera e propria, alto non più di uno e sessanta, lungo si e no due metri e mezzo, le pareti senza intonaco rozzamente scavate all'interno del perimetrale, un grosso anello da catena, una finestrella a livello del pavimento munita di una doppia inferriata. Fu una strage orrenda. Sui morti venne poi gettata della calce che non bastò a coprirli, per cui, per seppellirli, si dovette procedere a trasportarne alcuni sulla spiaggia del Caos. Ancora più grave della strage, fu il silenzio delle autorità dell'epoca che occultarono la sorte tragica dei 114 detenuti. Gli assassini e i complici silenziosi fecero la loro carriera sotto i Borboni prima,e poi nell'Italia unita. Il maggiore Sarzana fu promosso e trasferito al comando della piazza militare di Licata, come governatore del real Castello a mare S. Giacomo. Da questo punto di vista alla Torre è legata la pagina più nera della storia di Porto Empedocle. In anni più vicini e meno tristi la torre ha accolto nelle sue sale, ormai fatiscenti diverse iniziative culturali, diventando un punto di riferimento per operatori e studiosi. Vi è stata trasferita la biblioteca comunale, è diventata sede di un centro culturale e di manifestazioni di un certo livello artistico e culturale, finché l'umidità che ha aggredito le strutture portanti non ne ha consigliato la chiusura. Qualche anno fa l'Amministrazione Comunale, presieduta dal Sindaco on. Giuseppe Sinesio, aveva chiesto il restauro totale della torre e il suo utilizzo per la realizzazione di un museo di archeologia subacquea.

 

 

I MITI E LE LEGGENDE DI SICILIA

La Sicilia, una delle isole più importanti del Mar Mediterraneo, è forse la terra che più delle altre offre uno dei migliori scenari culturali e folcloristici in grado di provocare nel visitatore grande suggestione ed emozione.

Culla di passate e varie dominazioni come quella dei remoti Fenici, Greci e Bizantini e dei “più vicini” Normanni, Spagnoli ed Austriaci.

Crocevia di miti, leggende e tradizioni sacre e profane millenarie dalle radici che affondano nelle tradizioni greche, nella religione e nelle più profane credenze popolari.

Queste sono solo alcune definizioni di tale isola che offre un’alta concentrazione artistica ed umana dai significati e contenuti elevati e profondi che contribuiscono ad aumentarne il fascino e la magnificenza.

Contribuiscono ad aumentarne l’importanza e l’imponenza, inoltre, la sua storia millenaria, il fatto d’essere la patria di filosofi, santi, artisti, scienziati e poeti, le sue tradizioni ed i suoi valori.

Se a tutto questo si unisce la maestosità delle sue caratteristiche ambientali, la bellezza del suo mare e delle sue montagne, lo splendore dei suoi monumenti, la bontà della sua cucina e la cordialità e forte senso dell’ospitalità dei suoi abitanti, si evince che la Sicilia offre uno scenario complessivo davvero unico nel suo genere.

 

TRA REALTA' E FANTASIA

(Storie, Cunti, Favole, Miti e Leggende siciliane)

 

(A cura di  Giuseppe Nicola Ciliberto)

(Articolo pubblicato sul periodico riberese 15 GIORNI)

 

SI CUNTA…E SI RACCUNTA

Quando non c'erano ancora il cinema e la televisione, uno dei principali divertimenti era quello di ascoltare "li cunti", che qualche solerte anziano di fertile memoria, era solito raccontare con una chiarezza di esposizione che a volte faceva rimanere senza fiato i numerosi ascoltatori, che lo seguivano in religioso silenzio. A volte, era anche qualche compagno di giochi a raccontare una storia fantastica o la trama di un romanzo che aveva imparato a memoria, avendola sentita dal padre o dal nonno. Non era raro fino agli anni '50 vedere un "cuncumeddu" formato da persone di ogni età  che, sedute o in piedi, si accalcavano attorno al "cuntastorie" di turno.

Spesso questi racconti, data la loro lunghezza e l'enorme successo che riscuotevano negli ascoltatori, venivano esposti in varie riprese, fissando di volta in volta il successivo appuntamento. Era come seguire una telenovela di oggi, sempre con l'ansia di sapere come andava a finire. Più era bella e ricca di avvenimenti la storia, più era la voglia di non perdere una sola "puntata" del racconto. A volte qualche ragazzo veniva chiamato dalla propria madre per rientrare a casa,  ma il racconto non si voleva perdere e quasi sempre si rispondeva "ora ca finisci lu cuntu vegnu". Insomma, a questi appuntamenti si partecipava sempre con grande entusiasmo ed era un modo di trascorrere un po’ di tempo nell'arco della giornata, che allora non riservava certo molte occasioni per divertirsi. Altro che computer, altro che televisione, altro che telefonini, erano proprio altri tempi.

Andavano di moda racconti fiabeschi o biblici, fatti di cronaca e di guerra, le storie dei paladini di Francia e quelle di Giufà e Bertoldo.

Ricordo ancora alcune delle storie romanzesche che venivano raccontate: Giulietta e Romeo, Il fornaretto di Venezia, Le due orfanelle, Genoveffa, La sepolta viva, Le Avventure di Gulliver o dei Tre Moschettieri ed anche storie terribili dentro ai castelli e le gesta vere o inventate del bandito Salvatore Giuliano, che veniva quasi considerato un "eroe" che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, come Robin Hood. Si riporta qui di seguito, una breve e semplice storiella di tanti anni fa,  che la buonanima di mia nonna mi raccontava spesso: Si tratta di un albero di pero che non faceva frutti e dal quale è stato scolpito un santo che… avrebbe dovuto far miracoli.

Tali racconti spesso molto brevi, comunemente chiamati “cunti” venivano declamati in dialetto, ma qui per una più facile comprensione adotterò la lingua italiana. Un "cuntu" molto simpatico che spesso mi raccontavano sia mia nonna che mia mamma era quello dell'albero di pero.

 

“LA STORIA DI LU PIRU”

C'era una volta un contadino, che nella sua campagna aveva tante belle piante che producevano frutti meravigliosi: arance, mele, susine, melograni e tante varietà di ortaggi. Ogni giorno zappava, concimava e curava tutte le sue piante che erano l'orgoglio del suo giardino. Possedeva anche un pezzo di pereto ove raccoglieva frutti grandi e squisiti di cui andava fiero.

Ma in mezzo al pereto, fra tutte le piante, solo una era lì, curata e accudita come le altre, ma che non aveva mai prodotto una sola pera e pertanto il contadino sfiduciato decise di eliminarla. Un giorno tale contadino conobbe un artista scultore che era molto abile nell'intagliare il legno e decise di regalare a lui il tronco di quel pero inutile, affinché questi ne potesse ricavare almeno un'opera d'arte. L'artista non se lo fece ripetere due volte e si prese l'albero ben tagliato e ripulito dei rami, portandolo presso il suo laboratorio artistico. Dopo qualche tempo il contadino seppe che da quel tronco di pero, l'artista aveva ricavato una statua di un santo e l'aveva donata alla Chiesa del paese. Così un giorno, incuriosito, decise di andarla a vedere. Giunto di fronte alla statua, si mise ad osservarla da tutti i lati, notando che era un vero e proprio capolavoro, ma nutrendo qualche dubbio in merito al suo potere di fare miracoli, storse un poco la bocca e pronunciò i seguenti versi:

Piru, ca nascisti 'nta un'ortu eccellenti,

  piru, ca pira mai a lu munnu hai fattu,

 ora ca sì santu e ti fai adurari,

  pira unn'ha fattu e miraculi vò fari?

Altra versione più estesa, in uso nel territorio agrigentino è la seguente:

 Piru  ca, nascisti 'nta un'ortu eccellenti,

chi pira e pira mai avisti a fari,

piru, parlu cu tia, ma tù mi  senti?

cu un ti canusci ti veni ad adurari.

Dici Sant'Agustinu di li venti

ca di natura nun si pò canciari,

ora di piru, Santu ti prisenti, pira un facisti e miraculi vò fari? >>

 

ALTRE STORIE RIBERESI

LU TESORU DI LI MUNTI DI SARA

In tempi molto remoti si era sparsa la voce a Ribera, che nei pressi del Monte Sara, il più elevato del nostro territorio, esistesse un grandissimo

e favoloso tesoro nascosto dagli Arabi, detti anche Saraceni o Musulmani, i quali, avidi e feroci, lo avevano razziato con le loro scorrerie

in tutta la Sicilia, dopo l'invasione dell'anno 827.

Si pensava che, numerosi gioielli, monete d'oro ed oggetti di inestimabile valore fossero stati sotterrati nelle falde del monte. Nessuno ne conosceva l'esatta ubicazione a parte gli stessi Arabi, che però, dopo numerosi assalti alla nostra isola sono stati respinti e per sempre ricacciati nelle loro terre al di là del Mediterraneo, costretti a lasciare qui il frutto delle loro ruberie. Si diceva persino che, per poter disseppellire tanta ricchezza, occorreva ricorrere a crudeli stregonerie, una delle quali, forse messa in giro da qualche mago mandato dal diavolo, era quella di immolare cento innocenti fanciulli e versare il loro sangue sulla vetta del monte.

Solo così si sarebbero aperte le viscere della terra liberando l'ambito tesoro. Ma tale credenza, fortunatamente, non è mai stata presa in alcuna considerazione dall'intelligente popolazione riberese e pertanto, ancora oggi l’inestimabile tesoro "di li munti di Sara" giace sepolto chissà dove, con tutto il suo  mistero e nessuno certamente si sognerà mai di andarlo a cercare. 

 

GLI ARCHI DELLA MONDINA

Una delle storie più belle e commoventi che ci è stata tramandata di generazione in generazione, nell'arco di due o tre secoli è quella della mondina, una bellissima ragazza che, si dice, lavorasse nelle risaie della Valle di Verdura. Ancora oggi c'è chi afferma che nelle notti di luna piena, alla mezzanotte in punto, un melodioso canto misto a rintocchi di campane, proviene dal mare, nei pressi della foce del fiume Verdura e si diffonde in tutta la vallata. Si dice che sia la voce della mondina, una dolce fanciulla di 20 anni, con gli occhi cerulei e i capelli biondissimi, che viveva in un caseggiato, vicinissimo al mare, di cui oggi rimangono alcuni muri perimetrali ed alcuni archi, chiamati per l'appunto "Gli archi della mondina" e che molto probabilmente era stato costruito con il tufo proveniente dalle vicine cave, chiamate "li pirreri" di Martusa".

La suggestiva storia che gira attorno agli archi della mondina, narra del grande e struggente amore nato tra la giovanissima ragazza ed uno scrittore poeta straniero, molto dotto, che nelle sue peregrinazioni in Sicilia dopo averla incontrata, se ne era subito pazzamente innamorato.

Da allora, il giovane innamorato non faceva altro che scrivere bellissimi versi dedicati alla ragazza, che dopo alcune indecisioni, aveva corrisposto in pieno a tutte quelle attenzioni, ricambiando con il proprio immenso amore. Però un crudele destino ha voluto che il fidanzamento tra i due giovani innamorati fosse molto breve. Infatti, colpito dalla contagiosa malaria, che numerose vittime aveva fatto a causa del contagio proveniente dalle risaie, lo sfortunato giovane scrittore era morto e la povera mondina, che da quel giorno non avrebbe avuto più pace e affranta per la grande perdita, lo  avrebbe seguito di lì a pochissimi giorni, morendo anche lei, non di malaria ma per il troppo dolore. Sarà leggenda, sarà realtà, questo non è dato di saperlo, ma una cosa è certa, che di questo grandissimo, breve e sfortunato amore si parla ancora oggi e non c'è da meravigliarsi più di tanto se a qualcuno potrà venire la voglia di recarsi a mezzanotte, quando c'è la luna piena, sulla spiaggia di Verdura a godersi l'incanto di una magica notte siciliana. Chissà, forse se avrà fortuna, porta' ascoltare la sublime e misteriosa voce della mondina, accompagnata da magici rintocchi di campane e sommessi rumori di spumose onde che si infrangeranno sulla riva ghiaiosa.

 

Le leggende ed i miti profani che si tramandano da padre in figlio

 

La storia di Mata e Grifone

A Messina , dentro un maestoso e superbo Castello, viveva una bella ragazza dalla grande fede cristiana, figlia di re Cosimo II da Casteluccio; il suo nome Marta in dialetto si trasforma in Matta o Mata. Verso il 970 dopo Cristo il gigante moro Hassan Ibn-Hammar sbarcò a Messina, con i suoi compagni pirati e incominciò a depredare nelle terre in cui passava. Un giorno il moro vide la bella fanciulla e se ne innamora, la chiede in sposa ma ottiene un rifiuto. Ciò provocò l'ira del pirata che uccise e saccheggiò più di prima. I genitori, preoccupati, nascosero Marta, ma il moro riuscì a rapirla con la speranza di convincerla a sposarlo. Marta non ricambiava il suo amore trovando nella preghiera la forza a sopportare le pressioni del moro. Alla fine, il moro si converte al cristianesimo e cambia il suo nome in Grifone. Marta apprezza il gesto e decide di sposarlo. La tradizione ci tramanda che furono loro a fondare Messina.

 

La leggenda di Pippa la catanese

Popolana e lavandaia d’origine catanese, visse a cavallo tra il XIII e il XIV secolo. Il suo vero nome era Filippa. Giovanissima, diventa nutrice di Luigi, figlio di Roberto d’Angiò e Violante d’Aragona e svolge la sua attività sempre tra le lussuose sale del Castello in mezzo ai nobili blasonati. Allorché gli Angioini furono cacciati dalla Sicilia e ritornarono a Napoli, Pippa seguì la Corte. Nel 1343 sul trono salì Giovanna I d’Angiò che aveva sposato il principe Andrea d’Ungheria che volle essere consacrato re di Napoli. I numerosi dissidenti facevano affidamento sull’antipatia che la sovrana, innamorata del cugino Luigi duca di Taranto, nutriva per il marito contro il quale fu ordita una congiura; in effetti, Andrea fu strangolato. Il Papa, supremo signore feudale sul Regno di Napoli, cominciò la caccia dei congiurati; la prima ad essere indiziata fu Pippa che era diventata confidente della Regina. L’ex lavandaia fu atrocemente torturata, per farle confessare quanto sapeva e la donna disse solo di sapere della congiura ma di non avervi partecipato. Coloro che avevano assassinato Andrea restarono impuniti.

 

La leggenda del vascellazzu

Grazie ai Vespri siciliani Messina e Palermo si liberano dal dominio Angioino chiamando come re della Sicilia, nell’ordine, Pietro III d' Aragona, Giacomo e Federico II d'Aragona. Prima della pace di Caltabellotta, gli Angioini cercarono di riconquistare le città perdute, soprattutto Messina. Roberto D'Angiò, per conquistare tale città, mandò il suo esercito a Catona e assediò Reggio Calabria, in modo da bloccare gli aiuti per Messina che al momento era governata da Federico II D'Aragona. La città soffriva una grossa crisi alimentare. Nicolò Palizzi suggerì di andare da Alberto da Trapani, già considerato Santo per dei grandi prodigi che aveva effettuato. Il giorno seguente, Federico II e la sua corte si diressero alla Chiesa del Carmine in cui Sant'Alberto celebrava la messa. Egli cominciò a pregare ed alla fine delle sue preghiere una voce dal cielo gli confermò che le sue preghiere erano state esaudite: si videro arrivare tre navi i cui equipaggi scaricarono del grano. I messinesi si convinsero che le navi fossero state mandate dalla Madonna. L’evento determinò la nascita della tradizione del "vascelluzzo". Tutti corsero ai piedi del Santo per ringraziarlo, lui li benedì e lì esortò a credere in Dio e nella Madonna della Lettera. Qualche giorno dopo arrivarono altre quattro navi cariche di vettovaglie. Roberto d'Angiò capì che non poteva più sconfiggere la città per la fame e si convinse ad arrendersi e stabilì un trattato di pace con Federico II D'Aragona La leggenda narra che in quei giorni accadde un altro prodigio: una signora vestita di bianco passeggiava sugli spalti delle mura con lo stendardo di Messina, un francese lanciò una freccia contro di lei ma la freccia ritornò indietro. Anche in questa occasione la Madonna della Lettera difese Messina. Sant'Alberto morì nel 1307. Quando Federico II fece alloggiare i suoi cavalli nel convento del Carmine, trasformando in stalla la chiesa in cui era il Santo era sepolto, un male misterioso portò alla morte i cavalli ed i soldati. Aprendo la tomba di Sant'Alberto, questi fu trovato in ginocchio per chiedere la punizione per i profanatori.

 

 

La storia di Aretusa
Aretusa, figlia di Nereo e di Doride, amica della dea Diana, fu trasformata da quest’ultima in una fonte di acqua dolce che sgorga lungo la riva bagnata dalle acque del porto grande di Siracusa.

La metamorfosi fu attuata per sottrarre la timida ninfa alla corte del dio Alfeo. Costui, però, è la divinità fluviale, quindi scorrendo sotto le acque del mare Egeo, arriva in prossimità della fonte nella quale era stata trasformata la sua amata per consentire alle sue acque di raggiungere quelle della fonte stessa e quindi mescolarsi con loro.

In realtà, Alfeo era un piccolo fiume della Grecia che effettua un breve tragitto in superficie per poi scomparire sotto terra.

Quando i Greci trovarono la piccola sorgente nei pressi della fonte di Aretusa, trovarono la spiegazione fantasiosa alla scomparsa del fiume Alfeo in Grecia, che sarebbe riapparso in superficie in Sicilia.

 

La leggenda di Aci e Galatea

Tale leggenda ha un’origine greca e spiega la ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea.

Aci era un pastorello che viveva lungo i pendii dell’Etna.

Galatea, che aveva respinto le proposte amorose di Poliremo, lo amava. Poliremo, offeso per il rifiuto della ragazza, uccide il suo rivale nella speranza di conquistare la sua amata. Ma Galatea continua ad amare Aci.

Nereide, grazie all’aiuto degli dèi, trasforma il corpo morto di Aci in sorgenti d’acqua dolce che scivolano lungo i pendii dell’Etna.

Non lontano dalla costa, vicino l’attuale Capo Molini, esiste una piccola sorgente chiamata dagli abitanti del luogo "il sangue di Aci" per il suo colore rossastro.

Sempre nei pressi di Capo Molini esisteva un modesto villaggio chiamato, in memoria del pastorello, Aci.

Nell’undicesimo secolo dopo Cristo un terremoto distrusse il villaggio, provocando l’esodo dei sopravvissuti che fondarono altri centri. In ricordo della loro città d’origine, i profughi vollero chiamare i nuovi centri col nome di Aci al quale fu aggiunto un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro. Si spiega così, ad esempio, l’esistenza di Aci Castello (appellativo dovuto alla presenza di un castello costruito su di un faraglione che poi fu distrutto da una colata lavica nell’XI secolo) ed Acitrezza (la cittadina dei tre faraglioni).

 

La storia di Colapesce

Cola o Nicola è di Messina ed è figlio di un pescatore di Punta Faro. Cola ha la grande passione per il mare. Amante anche dei pesci, ributta in mare tutti quelli che il padre pesca in modo da permettere loro di vivere. Maledetto dalla madre esasperata dal suo comportamento, Cola si trasforma in pesce. Il ragazzo, che cambia il suo nome in Colapesce, vive sempre di più in mare e le rare volte che ritorna in terra racconta le meraviglie che vede. Diventa un bravo informatore per i marinai che gli chiedono notizie per evitare le burrasche ed anche un buon corriere visto che riesce a nuotare molto bene. Fu nominato palombaro dal capitano di Messina. La sua fama aumenta di giorno in giorno ed anche il Re di Sicilia Federico II lo vuole conoscere e sperimentarne le capacità. Al loro incontro, il Re getta una coppa d’oro in mare e chiede al ragazzo di riportargliela. Al ritorno Colapesce gli racconta il paesaggio marino che ha visto ed il Re gli regala la coppa. Il Re decide di buttare in mare la sua corona ed il ragazzo impiega due giorni e due notti per trovarla. Al suo ritorno egli racconta al Re d’aver visto che la Sicilia poggia su tre colonne, una solidissima, la seconda danneggiata e la terza scricchiolante a causa di un fuoco magico che non si spegneva. La curiosità del Re aumenta ancora e decide di buttare in acqua un anello per poi chiedere al ragazzo di riportarglielo. Colapesce è titubante, ma decide ugualmente di buttarsi in acqua dicendo alle persone che avessero visto risalire a galla delle lenticchie e l’anello, lui non sarebbe più risalito. Dopo diversi giorni le lenticchie e l’anello che bruciava risalirono a galla ma non il ragazzo, ed il Re capì che il fuoco magico esisteva davvero e che Colapesce era rimasto in fondo al mare per sostenere la colonna corrosa.

 

La storia di Scilla

Scilla, figlia di Crateide, era una ninfa stupenda che si aggirava nelle spiagge di Zancle (Messina) e fece innamorare il dio marino Glauco, metà pesce e metà uomo. Rifiutato dalla ninfa, il dio marino chiede l’aiuto della maga Circe, senza sapere che la maga stessa era innamorata di lui.

La maga, offesa per il rifiuto del dio marino alla sua corte, decide di vendicarsi preparando una porzione a base di erbe magiche da versare nella sorgente in cui Scilla si bagna usualmente.

Appena Scilla si immerge, il suo corpo si trasforma e la parte inferiore accoglie sei cani, ciascuno dei quali con una orrenda bocca con denti appuntiti. Tali cani hanno dei colli lunghissimi a forma di serpente con cui possono afferrare gli esseri viventi da divorare.

A causa di questa trasformazione, Scilla si nasconde in un antro presso lo stretto di Messina. Decide anche di vendicarsi di Circe privando Ulisse dei suoi uomini mentre lui stava attraversando lo stretto. Successivamente ingoia anche le navi di Enea.

La leggenda vuole che Eracle, attaccato dalla ninfa mentre attraversa l’Italia con il bestiame di Gerione, la uccide, ma il padre della ragazza riesce a richiamarla in vita grazie alle sue arti magiche.

Il suo nome ricorda “colei che dilania”. Insieme a Cariddi, per i greci impersona le forze distruttrici del mare. Queste due divinità, localizzate tra le due rive dello stretto di Messina, rappresentano i pericoli del mare.

 

La storia di Cariddi

Tale mostro impersona, nell’immaginario collettivo, un vortice formato dalle acque dello stretto. Tale ninfa mitologica greca è figlia di Poseidone e di Gea ed era tormentata da una grande voracità. Giove la scaglia sulla terra insieme ad un fulmine. E’ abituata a bere grandi quantità di acqua che poi ributta in mare Anche in questo caso, come il precedente, il passaggio di Eracle dallo stretto di Messina insieme all’armento di Gerione è provvidenziale: quando essa gli rubò alcuni buoi per divorarli, Giove la colpisce con il fulmine e la ninfa precipita in mare trasformata in un mostro. Il primo a raccontare questo mito fu Omero spiegando che Cariddi si trova di fronte a Scilla. Anche Virgilio parla di Cariddi

nel suo poema Eneide.

 

La storia della Fata Morgana

La leggenda ci tramanda che, dopo aver condotto suo fratello Artù ai piedi dell'Etna, Morgana si trasferisce in Sicilia tra l'Etna e lo stretto di Messina, dove i marinai non si avvicinano a causa delle forti tempeste, e si costruisce un palazzo di cristallo. Sempre in base alla leggenda, Morgana esce dall'acqua con un cocchio tirato da sette cavalli e getta nell'acqua tre sassi, il mare diventa di cristallo e riflette immagini di città. Grazie alle sue abilità, la Fata Morgana riesce ad ingannare il navigante che, illuso dal movimento dei castelli aerei, crede di approdare a Messina o a Reggio, ma in realtà naufraga nelle braccia della fata. La Fata Morgana non è altro che un fenomeno ottico che si ammira spesso nello stretto di Messina e nell'isola di Favignana a causa di particolari condizioni atmosferiche. Guardando da Messina verso la Calabria, si vede come sospesa nell'aria l'immagine di Messina e, viceversa, guardando da Reggio Calabria verso Capo Peloro, si vede nello stretto Reggio.

 

La leggenda del gigante Tifeo

E’ la leggenda che stabilisce che la Sicilia è sorretta dal gigante Tifeo che, osando impadronirsi della sede celeste, fu condannato a questo supplizio.

Con la mano destra sorregge Peloro (Messina), con la sinistra Pachino, Lilibeo (Trapani) poggia sulle sue gambe e sulla sua testa l'Etna. Tifeo vomita fiamme dalla bocca. Quando cerca di liberarsi dal peso delle città e delle grandi montagne la terra trema.

 

La leggenda del cavallo senza testa

Nasce nella Catania del 700. Leggenda ambientata nella Via Crociferi ed in passato residenza di nobili che vi tenevano i loro notturni incontri o intrighi amorosi che dovevano esser tenuti nascosti. Quindi, essi fecero circolare la voce che di notte vagasse un cavallo senza testa, voce che intimorì la cittadinanza ed impediva alle persone di uscire di casa una volta calate le tenebre. Soltanto un giovane scommise con i suoi amici che ci sarebbe andato nel cuore della notte, e, per provarlo, avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle Monache Benedettine. Gli amici accettarono la scommessa ed il giovane si recò a mezzanotte sotto l’arco delle monache, e vi piantò il chiodo ma non si accorse di avere attaccato al muro anche un lembo del suo mantello, quindi, quando volle scendere dalla scala, fu impedito nei movimenti e, credendo d’esser stato afferrato dal cavallo senza testa, morì. Pur vincendo la scommessa, la leggenda fu confermata.

 

 

Il clima della Sicilia - il ratto di Proserpina

Cerere, sorella di Giove e dea che aveva insegnato agli uomini come coltivare i campi, era la madre della bella Proserpina, amante dei fiori.

La leggenda mitologica ricorda che un giorno di primavera il Dio Plutone rimase colpito dalla vista della giovane Proserpina, se ne innamora e la rapisce portandosela negli inferi. Plutone era il più odiato fra gli dei, perché il suo regno era quello delle ombre. Proserpina era morta con lui e tutto ciò era avvenuto con il consenso di Giove. Plutone, in onore della sposa, aveva creato la fonte azzurra Ciana.Il ratto fu così improvviso che nessuno seppe informare bene la madre della ragazza, Cerere che per tre giorni e tre notti la cercò ininterrottamente per tre giorni e tre notti. La verità le fu rivelata da Elios, il dio Sole, che le confessò anche il consenso di Giove agli eventi.

Alla fine, Cerere si adirò e cominciò a far soffrire gli uomini provocando siccità, carestie e pestilenze. Gli uomini, privati dell’aiuto della Madre Terra, chiesero aiuto a Giove. Ma Proserpina aveva gustato il melograno, simbolo d'amore, donatole da Plutone e quindi a tuttii gli effetti sua sposa, e non poteva più tornare definitivamente da sua madre. Giove, commosso dal dolore della sorella, risolse il problema decidendo che Proserpina stesse per otto mesi, da gennaio ad agosto, sulla terra assieme alla madre; e per quattro mesi da settembre a dicembre, sotto terra col marito Plutone, creando così l’alternanza di due stagioni nel clima della Sicilia. La leggenda spiega che Proserpina risalga alla terra in primavera per portare all’isola l’abbondanza e per poi scompare ai primi freddi invernali.

 

Gli scongiuri del popolo siciliano

Tra le credenze popolari c’è la convinzione che dei poteri soprannaturali possono difendere e proteggere e per questo esistono vari scongiuri: contro il malocchio, contro varie malattie come quelle degli occhi e quelle esantematiche dei bambini, contro gli animali nocivi e le tempeste e per le questioni amorose. Buona parte di queste credenze popolari sono oggi raccolte nel Museo Etnografico Siciliano a Palermo, Museo fortemente voluto da Giuseppe Pitrè.

 

La pantofola della regina Elisabetta

Maletto è in provincia di Catania. Quando nel 1603 i diavoli gettarono la regina dentro il cratere dell’Etna sulla rupe "Rocca Calanna" cadde una pantofola della regina Elisabetta.

Molto tempo dopo, un pastorello ritrova tale pantofola, la volle toccare, ma si bruciò.

Fu chiamato un frate esorcista e la pantofola volò su una torre del castello di Maniace, presso Bronte.

Nel 1799 tale castello fu donato dai Borbone all’ammiraglio inglese Orazio Nelson, durante una festa da ballo a Palermo. In quell’occasione una dama misteriosa, si dice il fantasma della regina Elisabetta, donò a Nelson un cofanetto contenente la fatidica pantofola; e gli raccomandò di non farla mai vedere a nessuno.

Ma l’amante dell’ammiraglio, Emma Hamilton, riesce a trafugarla. La stessa notte l’ammiraglio vede in sogno la misteriosa dama che gli ricorda che ha perso tutta la sua nfortuna. Pochi giorni dopo Nelson morì nella battaglia di Trafalgar, esattamente il 21 ottobre 1805.

 

La leggenda della bella Angelina
Spiega il toponimo di Francavilla di Sicilia (ME)

La leggenda popolare racconta della nobile fanciulla Angelina di cui era innamorato il delfino di Francia. Questi, durante il Vespro, la rapì ed Angelina raccomanda alla sua ancella Franca di vegliare (Franca, vigghia!), per essere pronte al momento dell’atteso segnale di partenza.

 

La leggenda dei due fratelli
Spiega l’origine del monte Mojo, in provincia di Messina, monte che ha l’aspetto di un cumulo di grano.

Essa parla di due fratelli, di cui uno era cieco e l’altro profittatore il quale, al momento della spartizione del grano, cercava di imbrogliare il fratello cieco riempiendo il moggio completamente quando toccava a lui e dal fondo quando toccava al fratello cieco. Quest’ultimo, passando la mano sul misero mucchio, si raccomandava agli occhi del Signore che attuò le giuste vendette: alla fine della fraudolenta spartizione una folgore bruciò il fratello ladro e trasformò il mucchio di frumento nell’attuale monte Mojo.

 

L’elefante di Catania
Il simbolo di Catania dal 1239 è legato ad un’antica leggenda legata alla sua origine. Questa leggenda narra che quando Catania fu abitata per la prima volta, tutti gli animali feroci furono allontanati da un elefante al quale i catanesi, per ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata “liotru”, correzione dialettale del nome Elidoro, un dotto catanese dell’VIII secolo bruciato vivo nel 778 dal vescovo di Catania San Leone II il Taumaturgo, perché, non essendo designato vescovo della città, disturbava le funzioni sacre con magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra. Diverse ipotesi sono state fatte per spiegare l’origine e il significato di tale statua, oggi visibile in Piazza Duomo.

Di queste ipotesi, due sono meritevoli di menzione:

1) quella dello storico Pietro Carrera da Militello che lo spiegò come simbolo di una vittoria militare dei catanesi sui libici;

2) quella del geografo arabo Idrisi nel XII secolo secondo la quale l’elefante è una statua magica costruito in epoca bizantina per allontanare da Catania le offese dell’Etna.

 

Pietra del mal consiglio

Ricorda gli eventi legati alla morte di Ferdinando il Cattolico (23 gennaio 1516), quando il viceré Ugo Moncada rifiutò di lasciare la carica e scatenò una guerra civile partì da Palermo e che funestò la Sicilia per tre anni. A Catania, dove la rivolta aveva numerosi seguaci, i nobili ribelli scelsero per le loro riunioni un giardino nel piano dei Trascini vicino un capitello dorico e un pezzo di architrave, entrambi in pietra lavica.La lotta continuò finche i fautori del Moncada non furono sconfitti. Il nuovo viceré, Ettore Pignatelli, stroncò le ribellioni colpendo direttamente e ferocemente i responabili. Il Senato della città, a ricordo di questi avvenimenti, spostò i due avanzi lavici: il capitello, da allora chiamato "Pietra del mal consiglio" fu innalzato nel piano della Fiera (oggi Piazza Università) mentre l’architrave fu sistemata all’ingresso del palazzo della Loggia. La pietra del mal consiglio nel 1872 fu posta nella corte del Palazzo Carcaci ai Quattro canti. L’architrave si trova nel cortiletto posteriore del teatro Massimo Bellini.

 

Il Viceré e la Baronessa

Alla fine del XVI secolo don Marcantonio Colonna era viceré in Sicilia. Quando giunse a Palermo si innamorò della nobildonna Eufrosina Valdaura, moglie del nobile Calcerano Corbera e baronessa del Miserendino. Il marito e il suocero pronunciarono minacce contro il viceré durante un ricevimento. Il viceré, temendo per la sua vita, fece arrestare il suocero della baronessa per debiti non pagati; l’uomo morì di li a poco nel carcere della Vicaria. Il marito fu trovato ucciso. Dopo un breve periodo di lutto la baronessa celebrò il suo amore con il viceré che fece preparare alcune stanze su Porta Nuova per i loro incontri amorosi e fece costruire una grande fontana nei pressi di piazza Marina adorna di sirene, putti e creature marine dove spiccava l’immagine di una sirena che ricorda l’effige della baronessa Eufrosina del Miserendino.

 

La leggenda di Jana di Motta

Nel 1409 Bianca di Navarra divenne Vicaria del regno, e il Conte di Modica Bernardo Cabrera avrebbe voluto sposarla per aumentare il suo potere. La regina Bianca non volle sposarlo ed il conte la inseguì per tutto il regno. La regina chiese aiuto al suo ammiraglio Sancio Ruiz de Livori che catturò Giustiziere facendolo rinchiudere nel Castello di Motta. Una congiura era in atto contro il Conte: Jana, una fedele e astuta damigella della regina Bianca, d’accordo con l’ammiraglio Sancio e della regina, si travestì da paggio e si fece assumere dal conte convincendolo a tentare un’evasione per cercare di sposare la regina Bianca. Il conte abboccò e una notte, fattolo travestire da contadino, Jana lo fece calare da una finestra del castello con una corda; ma ad un certo punto, Jana mollò la corda,e il conte cadde dentro una grossa rete preparata precedentemente dove rimase tutta la notte; al mattino Jana, rivelatasi,lo fece imprigionare al Castello Ursino di Catania.

 

Il fiume di latte

A Catenanuova in provincia di Enna, ed esattamente in contrada Cuba, esiste un’antica masseria che in passato fungeva anche da albergo e da stazione di posta. Una lapide sotto il balcone ricorda che in quella stazione pernottarono un re e una regina nel 1714 ed il poeta tedesco Wolfgang Goethe con l’amico e pittore Crisoforo Kneip.

La coppia regale vi pernottò nel 1714 a causa del marchingegno del cavaliere Ansaldi da Centùripe, il proprietario della masseria-albergo, che voleva ossequiare personalmente il re Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sicilia dal 1713, che con la regina Anna d’Orlèanns si stava recando a Messina per tornare in Piemonte. Quando il corteo reale stava per giungere alla sua masseria, il cavaliere ordinò ai suoi dipendenti l’ordine di versare nel torrente vicino tutto il latte che avevano munto quel giorno. Quando il re fu avvisato dalle sue guardie, incredulo, volle assaggiare e riconobbe che i suoi uomini avevano ragione. Il cavaliere Ansaldi si rivelò ed ammise tutta la storia ed il suo desiderio. L’invito fu gradito al re che alla partenza nominò Ansaldi Capitano onorario delle Guardie reali.

 

L'isola Ferdinandea

Fra Pantelleria e Sciacca nel 1831 spuntò un’Isola vulcanica.I fenomeni eruttivi si presentarono a metà luglio per cessare nei primi di agosto quando l’isola raggiunse il suo massimo sviluppo. Nella parte nord c’era il cratere con due bocche eruttive dalle quali uscivano i materiali vulcanici. L'eruzione durava da mezz'ora ad un'ora ed era ad intermittenza. Cessata l'eruzione, le due bocche del cratere si riempirono di acqua marina formando due laghetti. L'analisi di questi laghetti dimostrò che erano formati da acqua marina con sali ferrosi ed idrogeno solforato.

All'isola furono dati vari nomi (Sciacca, Nertita, Corrao, Hotham, Giulia, Graham, Ferdinandea), ma ebbe una breve vita perché,

flagellata dalle onde, scomparire negli abissi.

 

La grotta delle colombe

La Grotta delle Colombe si trova a Santa Maria La Scala (frazione di Acireale, in provincia di Catania) e raccoglie due leggende. In base alla prima tale grotta era il rifugio segreto dei due innamorati Aci e Galatea. L'altra racconta la storia della ninfa Ionia che curava dei colombi che ogni inverno si rifugiavano in questa grotta. Purtroppo altre ninfe invidiose ne ostruirono l'entrata facendo morire i colombi e suscitando la disperazione della ninfa che fece crollare la grotta rimanendo seppellita insieme ai suoi amici.

 

La leggenda della Zisa

A Palermo c’è il Palazzo La Zisa. Questo palazzo fu costruito al tempo dei pagani e custodiva i tesori dell’imperatore. Qui c’è un incantesimo per tutelare un tesoro nascosto costituito da monete d’oro. Tale incantesimo è stato fatto dai Diavoli che non vogliono che il tesoro sia preso dai Cristiani. All’entrata della Zisa ci sono dipinti dei diavoli: chi li guarda nel giorno della festa dell’Annunziata (25 di marzo) vede che essi si muovono e non si finisce di contarli. Non si conosce neanche l’esatta quantità delle monete e nessuno è mai riuscito a prenderle.

 

Il terremoto del 1693

A questo cataclisma sono legate due leggende catanesi: quella di "Don Arcaloro" e quella del vescovo Carafa.

La prima narra che nella mattina del 10 gennaio 1693 si presentò al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scamacca una fattucchiera locale che gridò a Don Arcaloro di affacciarsi perché gli doveva dire una cosa di grande importanza. Don Arcolaio ordinò che la facessero salire. La vecchia strega confidò al barone che quella notte aveva sognato Sant’Agata che supplicava il Signore di salvare la sua città dal terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi rifiutò la grazia. Il Barone si rifugiò in aperta campagna, dove attese che la profezia della strega si verificasse.

Un vecchio quadro settecentesco di Salvatore Lo Presti rappresenta il barone con l’orologio in mano in attesa dell’evento.

La seconda leggenda è quella del vescovo di Catania Francesco Carafa, capo della diocesi dal 1687 al 1692. La leggenda dice che questo vescovo, mediante le sue preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua città il terremoto. Ma nel 1692 egli morì e l’anno dopo Catania fu distrutta. L’iscrizione posta sul suo sepolcro ricorda proprio tale evento ed il ruolo incisivo delle sue preghiere.

 

 

Tradizioni  e leggende religiose

 

La leggenda della messa interrotta

Riguarda la distruzione di Gulfi (Rg) nel 1299.In base a tale leggenda, dei soldati francesi penetrarono nella Chiesa dell’Annunziata uccidendo i fedeli ed il sacerdote interrompendo la messa durante l’elevazione del calice per poi andare a godere dei frutti del loro saccheggio. Allo scoccare della mezzanotte si sentì suonare messa nella stessa Chiesa ed appare il prete col calice in mano seguito da tutti i fedeli. Come trascinati da una forza misteriosa, tutti i soldati francesi entrarono in Chiesa insieme ai fedeli uccisi, la messa ricominciò dal punto in cui era stata interrotta; alla fine un turbine scosse la Chiesa e fece aprire una voragine nel pavimento dove precipitarono tutti i soldati francesi, voragine che poi si richiuse su di loro.

 

 

Il miracolo di Suor Eustochia Calafato

Tale miracolo avviene a Messina, esattamente nel monastero di Montevergine ed al cadavere di tale suora morta del 1491: le crescono le unghie e i capelli che ogni anno, nel giorno a lei dedicato, le vengono tagliati. Esmeranda Calafato nacque nel 1837. Nonostante fosse una ragazza molto bella ed appartenente ad una ricca famiglia, si dedicava esclusivamente alla vita spirituale. Nell'adolescenza un giovane signore si innamorò di lei, ma la ragazza, per evitare le tentazioni, entrò nel monastero di Basicò. Non contenta delle ristrettezze e della vita spirituale di quel monastero, ottenne dei soldi da un ricco zio per fondare il monastero di Montevergine. Si dice che il suo spirito avverta le suore della loro prossima morte parecchie settimane prima attraverso un rumore cupo.

 

La Madonna dei Mirti

Nella campagna di Villafranca Sicula (AG) esiste una chiesetta dedicata alla Madonna dei Mirti la cui origine è spiegata da una leggenda locale. Un vecchio frate stava rientrando al suo convento di Bugio recando sul suo asinello due quadri sacri, di cui uno dedicato alla Madonna. Quando fu nei pressi del convento, si accorse di aver perduto proprio tale quadro.

Ritornando sui suoi passi, lo ritrova dentro un cespuglio di mirti. Arrivato al convento raccontò agli altri frati l’avventura; ma, quando volle mostrare il quadro in questione, esso scomparve per la seconda volta per essere nuovamente ritrovato dentro lo stesso cespuglio di mirti.Si capì che la Madonna voleva essere onorata in quel punto e così fu costruita la chiesetta.

 

San Corrado Gonfalonieri

Il Santo Patrono di Noto è tale santo d’origine piacentina che si ritirò a vita eremitica a Noto, dove visse dal 1343 fino alla morte nel 1351.T

tra i suoi miracoli c’è quello di avere allargato la sua grotta a forza di spallate Si dice che le campane delle chiese, alla sua morte suonarono da sole.

 

Si riporta uno stralcio di un servizio speciale sui Castelli in Sicilia,

pubblicato sul quotidiano LA SICILIA del  27 luglio 2008

 

 

 

 

 

 

 

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