L'ASCENSIONE A RIBERA

...e in Sicilia

 

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RICORDI DEGLI ANNI '60

(di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

A Ribera l'Ascensione, come il "Lunedì di Pasqua", a parte le normali funzioni religiose, seguite dai fedeli, dai più è considerata una ricorrenza, per poter trascorrere una giornata all'insegna dello svago, del divertimento fuori città, tra giardini profumati, molto spesso, sotto un sole quasi estivo.

Le campagne e le numerose villette delle borgate e delle zone di villeggiatura, sono meta di gitanti grandi e piccoli, forniti di ogni ben di Dio per la classica "schiticchiata di la scezza", come si usa dire fin dai tempi più remoti.

Con l'occasione vengono tirati fuori strumenti musicali di ogni genere, apparecchi radio e registratori, per cantare, ballare e divertirsi fino a tarda sera.

 

Insomma una giornata di sano divertimento con i parenti più stretti e gli amici più intimi, tutti riuniti in un'unica famiglia, attorno a grandi tavolate, possibilmente allestite tra l’erba di ridenti prati o sotto il classico "pedi di cezzu" (albero di gelso).

Fino a qualche decennio fa, gran parte dei riberesi erano soliti recarsi negli aranceti della Vallata del Verdura, ove l'omonimo rettilineo, sulla Statale 115, adombrato da un duplice filare di maestosi ed altissimi alberi di pioppo, purtroppo, oggi scomparsi, veniva letteralmente preso d'assalto e si trasformava in un luogo di passeggio per i numerosi gitanti.

 

C'era un viavai di gente allegra e spensierata, con in mano rami intrecciati di nespole, limoni o di arance e ragazze con profumatissimi mazzi di rose e fiori di vario genere. Qualche improvvisato gruppo musicale, eseguiva all'aperto, attorniato da entusiasti spettatori, brani del proprio repertorio canoro o assoli di tromba, mandolino o fisarmonica, che si diffondevano nell'aria in una magica atmosfera di spensieratezza. Prima che cominciasse a calare l'oscurità, in molti si avviavano verso casa a piedi, o sui carretti, o ancora a dorso di muli e asini, sia dalle trazzere, che dalla strada Statale, ed andavano a confluire nella zona a valle di Ribera, entrando dall'attuale Via Garibaldi, le cui case allora arrivavano un po’ più su’ dell'ex passaggio a livello, nei pressi della Chiesa di Sant'Alò, poi scomparsa, per far posto all'Arena Excelsa, da parecchi anni in uno stato di abbandono, nonchè alla Piazzetta Verdi, di recente divenuta luogo di ritrovo di tanti giovani.

 

Oggi l'Ascensione, anziché di giovedì, viene festeggiata la domenica successiva, con le solite scampagnate fuori città, nei giardini o al mare, a bordo di automobili, o di motorini. Qualcuno che preferisce pranzare a casa, nel pomeriggio, con la propria auto si reca, solitamente a Seccagrande, per andare a fare quattro passi sul lungomare e dove, con l'occasione potrà gustare un bel gelato alla fragola, che è una primizia ed una delle specialità più esclusive della nostra cittadina. Naturalmente, oggi non si respira più l'atmosfera dei tempi passati, non si vedono più le caratteristiche "nache" (altalene fatte con le corde), in mezzo alle strade, sulle porte di casa o tra gli alberi. Non si vedono più i tanti gruppi di ragazzi, che giocavano "a li mazzi" o "a lu campanaru" e non si vede più la gente che fa quattro chilometri a piedi o sui carretti siciliani, che erano numerosi negli anni '50.

I tempi cambiano, ma la voglia di allegria e di svago c'è sempre ed i riberesi lo sanno dimostrare, in tutte le occasioni che si presentano durante l'arco dell'anno, anche perché, per un momento è forte il desiderio di dimenticare i numerosi problemi che giornalmente ci riserva l'attuale nostra società.

 

 

 

 

Significato religioso dell'Ascensione

17 maggio maggio 2015

Nel giorno dell'Ascensione Gesù, prima di salire al Padre, manda nel mondo i suoi testimoni: saranno loro, e tutto il popolo profetico, a manifestare Gesù Cristo salvator

L’Ascensione di Gesù al Cielo, è la grandiosa conclusione della permanenza visibile di Dio fra gli uomini, preludio della Pentecoste, inizia la storia della Chiesa e apre la diffusione del cristianesimo nel mondo.

Senso biblico del termine ‘Ascensione’
Secondo una concezione spontanea e universale, riconosciuta dalla Bibbia, Dio abita in un luogo superiore e l’uomo per incontrarlo deve elevarsi, salire.
L’idea dell’avvicinamento con Dio, è data spontaneamente dal monte e nell’Esodo (19,3), a Mosè viene trasmessa la proibizione di salire verso il Sinai, che sottintendeva soprattutto quest’avvicinamento al Signore; “Delimita il monte tutt’intorno e dì al popolo; non salite sul monte e non toccate le falde. Chiunque toccherà le falde sarà messo a morte”.
Il comando di Iavhè non si riferisce tanto ad una salita locale, ma ad un avvicinamento spirituale; bisogna prima purificarsi e raccogliersi per poter udire la sua voce. Non solo Dio abita in alto, ma ha scelto i luoghi elevati per stabilirvi la sua dimora; anche per andare ai suoi santuari bisogna ‘salire’.
Così lungo tutta la Bibbia, i riferimenti al ‘salire’ sono tanti e continui e quando Gerusalemme prende il posto degli antici santuari, le folle dei pellegrini ‘salgono’ festose il monte santo; “Ascendere” a Gerusalemme, significava andare a Iavhè, e il termine, obbligato dalla reale posizione geografica, veniva usato sia dalla simbologia popolare per chi entrava nella terra promessa, come per chi ‘saliva’ nella città santa.
Nel Nuovo Testamento, lo stesso Gesù ‘sale’ a Gerusalemme con i genitori, quando si incontra con i dottori nel Tempio e ancora ‘sale’ alla città santa, quale preludio all’”elevazione” sulla croce e alla gloriosa Ascensione.

I testi che segnalano l’Ascensione
I Libri del Nuovo Testamento contengono sporadici accenni al mistero dell’Ascensione; i Vangeli di Matteo e di Giovanni non ne parlano e ambedue terminano con il racconto di apparizioni posteriori alla Resurrezione.
Marco finisce dicendo: “Gesù… fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio” (XVI, 10); ne parla invece Luca: “Poi li condusse fin verso Betania, e alzate le mani, li benedisse. E avvenne che nel benedirli si staccò da loro e fu portato verso il cielo” (XXIV, 50-51).
Ancora Luca negli Atti degli Apostoli, attribuitigli come autore sin dai primi tempi, al capitolo iniziale (1, 11), colloca l’Ascensione sul Monte degli Ulivi, al 40° giorno dopo la Pasqua e aggiunge: “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra di voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.
Gli altri autori accennano solo saltuariamente al fatto o lo presuppongono, lo stesso s. Paolo pur conoscendo il rapporto tra la Risurrezione e la glorificazione, non si pone il problema del come Gesù sia entrato nel mondo celeste e si sia trasfigurato; infatti nelle varie lettere egli non menziona il passaggio dalla fase terrestre a quella celeste.
Ma essi ribadiscono l’intronizzazione di Cristo alla destra del Padre, dove rimarrà fino alla fine dei secoli, ammantato di potenza e di gloria; “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo sta assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra; siete morti infatti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!” (Colossesi, 3, 1-3).


I dati storici dell’Ascensione
Luca, il terzo evangelista, negli “Atti degli Apostoli” specifica che Gesù dopo la sua passione, si mostrò agli undici apostoli rimasti, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio; bisogna dire che il numero di ‘quaranta giorni’ è denso di simbolismi, che ricorre spesso negli avvenimenti del popolo ebraico errante, ma anche con Gesù, che digiunò nel deserto per 40 giorni.
San Paolo negli stessi ‘Atti’ (13, 31) dice che il Signore si fece vedere dai suoi per “molti giorni”, senza specificarne il numero, quindi è ipotesi attendibile, che si tratti di un numero simbolico.
L’Ascensione secondo Luca, avvenne sul Monte degli Ulivi, quando Gesù con gli Apostoli ai quali era apparso, si avviava verso Betania, dopo aver ripetuto le sue promesse e invocato su di loro la protezione e l’assistenza divina, ed elevandosi verso il cielo come descritto prima (Atti, 1-11).
Il monte Oliveto, da cui Gesù salì al Cielo, fu abbellito da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino con una bella basilica; verso la fine del secolo IV, la ricca matrona Poemenia edificò un’altra grande basilica, ricca di mosaici e marmi pregiati, sul tipo del Pantheon di Roma, nel luogo preciso dell’Ascensione segnato al centro da una piccola rotonda.
Poi nelle alterne vicende che videro nei secoli contrapposti Musulmani e Cristiani, Arabi e Crociati, alla fine le basiliche furono distrutte; nel 1920-27 per voto del mondo cattolico, sui resti degli scavi fu eretto un grandioso tempio al Sacro Cuore, mentre l’edicola rotonda della chiesa di Poemenia, divenne dal secolo XVI una piccola moschea ottagonale.

Il significato dell’Ascensione
San Giovanni nel quarto Vangelo, pone il trionfo di Cristo nella sua completezza nella Resurrezione, e del resto anche gli altri evangelisti dando scarso rilievo all’Ascensione, confermano che la vera ascensione, cioè la trasfigurazione e il passaggio di Gesù nel mondo della gloria, sia avvenuta il mattino di Pasqua, evento sfuggito ad ogni esperienza e fuori da ogni umano controllo.
Quindi correggendo una mentalità sufficientemente diffusa, i testi evangelici invitano a collocare l’ascensione e l’intronizzazione di Gesù alla destra del Padre, nello stesso giorno della sua morte, egli è tornato poi dal Cielo per manifestarsi ai suoi e completare la sua predicazione per un periodo di ‘quaranta’ giorni. Quindi l’Ascensione raccontata da Luca, Marco e dagli Atti degli Apostoli, non si riferisce al primo ingresso del Salvatore nella gloria, quanto piuttosto l’ultima apparizione e partenza che chiude le sue manifestazioni visibili sulla terra.
Pertanto l’intento dei racconti dell’Ascensione non è quello di descrivere il reale ritorno al Padre, ma di far conoscere alcuni tratti dell’ultima manifestazione di Gesù, una manifestazione di congedo, necessaria perché Egli deve ritornare al Padre per completare tutta la Redenzione: “Se non vado non verrà a voi il Consolatore, se invece vado ve lo manderò” (Giov. 16, 5-7).
Il catechismo della Chiesa Cattolica dà all’Ascensione questa definizione: “Dopo quaranta giorni da quando si era mostrato agli Apostoli sotto i tratti di un’umanità ordinaria, che velavano la sua gloria di Risorto, Cristo sale al cielo e siede alla destra del Padre. Egli è il Signore, che regna ormai con la sua umanità nella gloria eterna di Figlio di Dio e intercede incessantemente in nostro favore presso il Padre. Ci manda il suo Spirito e ci dà la speranza di raggiungerlo un giorno, avendoci preparato un posto”.

La celebrazione della festa liturgica e civile
La prima testimonianza della festa dell’Ascensione, è data dallo storico delle origini della Chiesa, il vescovo di Cesarea, Eusebio (265-340); la festa cadendo nel giovedì che segue la quinta domenica dopo Pasqua, è festa mobile e in alcune Nazioni cattoliche è festa di precetto, riconosciuta nel calendario civile a tutti gli effetti. In Italia previo accordo con lo Stato Italiano, che richiedeva una riforma delle festività, per eliminare alcuni ponti festivi, la CEI ha fissato la festa liturgica e civile, nella domenica successiva ai canonici 40 giorni dopo Pasqua. Al giorno dell’Ascensione si collegano molte feste popolari italiane in cui rivivono antiche tradizioni, soprattutto legate al valore terapeutico, che verrebbe conferito da una benedizione divina alle acque (o in altre regioni alle uova). 
A Venezia aveva luogo una grande fiera, accompagnata dallo ‘Sposalizio del mare’, cerimonia nella quale il Doge a bordo del ‘Bucintoro’, gettava nelle acque della laguna un anello, per simboleggiare il dominio di Venezia sul mare; a Bari la benedizione delle acque marine, a Firenze si celebra la ‘Festa del grillo’.

L’Ascensione nell’arte
Il racconto scritturale dell’Ascensione di Gesù Cristo e la celebrazione liturgica di questo mistero, ispirarono numerose figurazioni, che possiamo trovare in miniature di codici famosi, fra tutti l’Evangeliario siriano di Rabula nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, e in mosaici ed avori a partire dal sec. V.
Il tema dell’Ascensione, si adattò bene al ritmo verticaleggiante dei timpani, sovrastanti le porte delle chiese romaniche e gotiche; esempio insigne il timpano della porta settentrionale della cattedrale di Chartres (XII sec.). Ma la rappresentazione, raggiunse notevole valore artistico con Giotto (1266-1337) che raffigurò l’Ascensione nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Si ricorda inoltre un affresco di Buffalmacco (XIII sec.) nel Camposanto di Pisa; una terracotta di Luca Della Robbia (1400-1482) nel Museo Nazionale di Firenze; un affresco di Melozzo da Forlì († 1494) ora nel Palazzo del Quirinale a Roma; una tavola del Mantegna (1431-1506) a Firenze, Galleria degli Uffizi; una pala del Perugino († 1523) ora nel Museo di Lione; il noto affresco del Correggio († 1534) nella cupola della Chiesa di S. Giovanni a Parma; l’affresco del Tintoretto († 1594) nella Scuola di S. Rocco a Venezia; ecc.
In un’ampolla del tesoro del Duomo di Monza, Cristo ascende in cielo, secondo una tipica iconografia orientale, assiso in trono; in altre raffigurazioni Egli ascende al Cielo fra uno stuolo di Angeli, di fronte agli sguardi estatici degli Apostoli e della Vergine.

Autore: 
Antonio Borrelli (Dal sito www. santiebeati.it)

 

 

 

 

L'Ascensione in Sicilia

Riscopriamo le tradizioni popolari

 


Le tradizioni popolari e religiose sono state strettamente connesse alla realtà sociale ed economica dei nostri luoghi. L'Ascensione in Sicilia assieme alle novene, le processioni, i pellegrinaggi è una delle tradizioni e delle manifestazioni del sentimento di religiosità popolare ancora vivo nella cultura sicliana.
In alcune regioni le tradizioni sono state tramandate da un secolo all’altro, sono rimaste intatte.
Il passato non è morto ma vive e accompagna le generazioni nelle feste, nei giochi, nelle ricorrenze sociali e religiose, nei riti e nelle tradizioni, ovunque vive e parla. Ogni festa diventa un evento. Il passato rivive nei simboli : il grano, l’alloro, i dolci, le palme, il pane, i ceri, i fiori.
In altre regioni invece molte tradizioni sono già sbiadite e pian piano tendono a scomparire . 
E’ bello andare a recuperare le antiche tradizioni del passato con tutte le loro ricchezze.
Vi invitiamo cari amici e amiche a comunicarci le vostre belle tradizioni, possibilmente corredate da qualche foto, in modo da condividerle con tutta la nostra comunità di lettori. 
Avrete il piacere di vederle pubblicate in questo spazio con il vostro nome.
 


Ascensione in Siclia | Tradizioni 
 

L'Ascensione



L'Ascensione di Gesù non è altro che la sua salita al cielo dopo la risurrezione. 
L’evangelista Luca ci racconta: “Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. 
Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.”


Se vi capita di passare per le vie siciliane al crepuscolo, potrete ammirare nei balconi, alle finestre e nei giardini delle bacinelle e contenitori vari con tante rose immerse nell’acqua.
Si tratta di una bella e delicata tradizione siciliana, ma forse anche di altre regioni.

La notte che precede la festa dell’Ascensione si colgono le rose più belle e più varie. Chi ne ha tante nel proprio giardino ne regala a chi non ne ha. 
Si preparano delle bacinelle piene d’acqua e vi si immergono i petali delle rose. 
In qualche zona si aggiunge anche della menta profumata e del biancospino. 
Le bacinelle poi si espongono sui balconi, nei davanzali delle finestre e nei giardini e si tengono fuori tutta la notte, in omaggio a Gesù che sale al cielo. 
La tradizione vuole che Gesù, salendo al cielo, benedica questi fiori e le persone che con amore li hanno messi in suo onore.
La mattina tutti corrono a bagnarsi il viso con l’acqua profumata e benedetta, con gran soddisfazione e piacere.
Sarebbe bello risalire alle origini di questa tradizione. Sicuramente si tratta di una usanza antichissima, che rivela tutta la profonda sensibilità religiosa dei siciliani.

 

 

Salvo Arianodi Salvo Ariano
Webmaster Regina Mundi

 

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L'Ascensione : Un anello tra cielo e terra

(da "firriando.it)

 

È la seconda solennità delle celebrazioni pasquali, parte di quei cinquanta giorni che andavano sotto il titolo di "Beata Pentecoste”. Negli Atti degli Apostoli (1,3-9) è scritto che, dopo aver subito la Passione, Gesù apparve vivo, in carne e ossa, agli Apostoli per ben quaranta giorni. Proprio al quarantesimo gli chiesero: «Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno d’Israele?». E così rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e sarete testimoni a Gerusalemme, in Giudea e Samaria e fino agli estremi confini della terra». Dette queste parole volò in alto sotto i loro sguardi stupefatti finché una nube non lo sottrasse alla loro vista. Così è scritto.

È per questo motivo che quaranta giorni dopo la Pasqua si cominciò a celebrare questa “Ascensione”, già a partire dal IV secolo. Non è però festa di precetto per cui può essere spostata anche alla settima domenica dopo Pasqua. Questa festa, in ogni caso, celebra il momento del trionfo cosmico di Cristo. Nella Lettera agli Efesini San Paolo scrisse che Dio «lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei Cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione. Tutto ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose Capo della Chiesa che è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza in tutte le cose».
 

ASCENSIONE a Ribera, 1961: Al rettilineo di Verdura


Una volta la religiosità popolare attribuiva all’Ascensione la stessa sacralità di Natale e Pasqua. Era, infatti, una specie di anello di congiunzione fra le cose del cielo e quelle della terra. Per i siciliani fu la “notte della Scèusa” perché si diceva che allo scoccare della mezzanotte un angelo scendeva a benedire le acque (dolci e non) dotandole di poteri taumaturgici.

La Marina palermitana diventò una specie di Lourdes. Anche se per una sola notte. Sciancati, guerci, storpi, malati di ogni ordine e specie, venivano tuffati in quelle benefiche acque non ancora inquinate. Ma non solo gli uomini beneficiavano di quelle acque portentose. Pure pecore e capre che, per l’occasione, venivano portate a fare il bagno a mare. Scrisse nel 1882 Enrico Onufrio: «Codesta consuetudine, cioè di condurre gli armenti al mare nella notte dell’Ascensione, può dirsi davvero che si perda nel buio dei secoli; sembra rimonti all’epoca dei patriarchi... Le greggi discendono da Porta Nuova per tutto il Corso, e poi si fermano al Foro Italico, presso alla riva... Il vasto marciapiedi è tutto illuminato a festa, sparso di baracche e di fornelli ambulanti, dove si scaldano delle focacce». Aggiunge Salamone Marino: «Tutti vogliono far entrare nell’acqua gli animali a mondarli e guarirli da reali o supposte infermità, a preservarli da quelle altre che possibilmente potrebbero avere nell’anno. E qui, alla dubbia luce notturna, la confusione attinge il colmo; tanto più che gli animali sono restii a quel freddo insolito bagno e ricalcitrano e fuggono, mentre i padroni ve li spingono a forza in tutt’i modi, per diritto, di sbieco, a ritroso, cavalcandoli, tirandoli, spingendoli, sollevandoli di peso».

In ogni angolo di Sicilia si svolgevano processioni che partivano a mezzogiorno in punto perché si riteneva fosse quella l’ora esatta in cui gli Apostoli avevano accompagnato Gesù al Monte degli Ulivi, dove era avvenuta la sua salita al cielo. 

Accanto all’acqua purificatrice conviveva il fuoco; sebbene sia ormai scomparsa la fumata che «procura sanità e prosperità agli animali e alle piante e abbondanza e bellezza delle produzioni campestri; e come attira la protezione e benedizione del Cielo sui campi, così pur l’attira su le case» (Salomone-Marino), fino a agli anni Sessanta, la sera della vigilia, si usava fare a Siracusa, e nel Siracusano, il falò (fucàta, vampanìgghia o pampanìgghia a Siracusa; faràta a Lentini, Carlentini, Sortino) con il tradizionale salto dei ragazzi.

Non mancavano i giochi popolari come l’albero della cuccagna, i pignatèddi e a cursa chê sacchi. La scampagnata era d’obbligo in tutta la Sicilia, come d’obbligo era l’altalena (vòcula, vòcula-nzìcula, vocanzìta, vocanzìtula) che, scriveva Vincenzo Dorsa, «appo i Greci era un giuoco simbolico di purificazione» .

A Vita si celebra la festa della Madonna di Tagliavia. Le origini della festa risalgono al XIX secolo quando, per l'Ascensione, i contadini conducevano il bestiame al Santuario di Tagliavia, a Corleone, per ottenere la benedizione degli animali. Il momento clou della festa si ha nel pomeriggio, quando per le vie del paese sfilano il "carro del vino e delle olive", la "cavalcata", il "carro dei Burgisi" e la "carrozza del pane".

Sui balconi fioriti e per le strade affollate vengono lanciate buste di vino e di olive, confetti e soprattutto i caratteristici cucciddati, tipico pane la cui lavorazione zigzagata ricorda i solchi della terra dopo l'aratura.

La festa è stata da sempre meta dei pii carrettieri della Sicilia occidentale. Migliaia di carretti e calessi convenivano nella vasta conca che sta di fronte al celebre Santuario. Alla fine del Settecento si rinvenne da quelle parti una sacra immagine di «Nostra Signora del Rosario posta a sedere, ed Essa inchinata, porge con la destra una corona del rosario al patriarca San Domenico e a Santa Caterina da Siena, posti genuflessi d’ambo i lati». Così venne descritta quella icona che, nel luogo stesso dei ritrovamento, per ringraziare, fece sgorgare una sorgente con acque miracolose, benefiche sia per uomini che per armenti. Riaffiorano quindi il mito delle acque salvifiche dell’Ascensione e il motivo di quel pellegrinaggio. Che dovette avere effetti salutari vista la quantità di ex voto: PGR, per grazia ricevuta.

Si staccavano i cavalli e attorno ai carretti, con le aste rivolte verso il cielo, si attaccavano lenzuola bianche che li trasformavano in tende. Un vero accampamento beduino: cavalli, asini e muli accanto a migliaia di tende bianche; giorno e notte s’innalzavano i fumi biancastri, grassi, odorosi dei mille fuochi su cui si arrostivano “crasti”, agnelli castrati, ancestrale ricordo di antichi sacrifici pagani. Quei poveri animali venivano portati vivi e attaccati a dei pali piantati in terra: l'acquirente, a vista, li faceva scannare e fare a pezzi per nutrirvi la famiglia per quei due o tre giorni di camping d’epoca.

Divenne quasi un obbligo quel rito: “crastu”, vino e tante devozioni alla Santa Madre del Rosario. Sulle strade siciliane non si vedono più carretti e muli con la "varda”, ma l’antico pellegrinaggio a Tagliavia per l’Ascensione si continua a fare con la devozione popolare di una volta. Oggi sono furgoni, camioncini e “lapi” (Ape della Piaggio...) decorati con pitture, fregi e decorazioni sottratti agli antichi carretti.

(Dal sito www.firriando.it)

 

LE SCAMPAGNATE DELL'ASCENSIONE

 

(Pagina in aggiornamento)

 

 

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