I MIEI ARTICOLI

  di Giuseppe Nicola Ciliberto 

 

(Pubblicati sui giornali locali di Ribera: MOMENTI, 15 GIORNI, PAESE MIO  E NOVANTADUE 016)

 

(Raccolta di 24 Articoli, tutti inseriti su questa pagina - Scendere con il mouse verso il basso)

1

C'ERA UNA VOLTA...LA FIERA MERCATO

Per non dimenticare il nostro passato, in occasione di questa ricorrenza del 25 Aprile, ripropongo un articolo che era già stato pubblicato sul settimanale Momenti, riadattato ad oggi.

2

NASCE RIBERA

Un breve excursus storico che racconta la nascita della nostra

cittadina, iniziata nella prima metà del secolo 17°.

3

LA SICILIA DI DOMENICO MODUGNO

Un omaggio a grande Mimmo nazionale, il cantante, compositore,

attore pugliese che amava la Sicilia più dei siciliani.

4

I COGNOMI DEI RIBERESI

Curiosità e notizie sui cognomi più diffusi a Ribera.

5

IL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO

Un patrimonio di oggetti che raccontano la storia dei nostri antenati e gli usi e costumi di un passato che non può e non deve essere dimenticato.

6

PERSONAGGI : Vincenzo Navarro

Un breve profilo de Medico  poeta Vincenzo Navarro, l'uomo che con le sue denunce riuscì a far togliere le risaie di contrada Verdura che erano causa del diffiondersi di una malattia allora mortale. la malaria.

7

S.GIUSEPPE:   “La CRAVACATA DI L’ADDAURU

Una bellissima e interessante sfilata di cavalli addobbati di alloro, per le vie del paese, che veniva sempre effettuata in concomitanza della Festa di San Giuseppe e che oggi purtroppo è scomparsa.

8

I "DISAGI" DEI GIOVANI

E' colpa dei genitori se i ragazzi di oggi soffrono tanti disagi ? E' colpa dei genitori se molti di loro prendono una "brutta strada ?" Io credo proprio di no...sarà colpa della società ? o di chi ?

9

UNA GIORNATA PARTICOLARE

Racconto di una insolita e casuale passeggiata

tra le "dimore eterne" dei riberesi che ci hanno lasciato.

10

RENATO GUTTUSO A RIBERA

Quando Renato Guttuso venne a Ribera realizzò un suo disegno nei locali della Biblioteca Comunale di Ribera. L'opera è stata donata per essere venduta, utilizzando il ricavato per beneficienza. Oggi non si sa dove sia finito quel disegno che ha un certo valore artistico.

11

BELLA RIBERA, TU M’INNAMORI, MA...

Così scriveva a metà dell’’800 Vincenzo Navarro,

ma denunciava anche le "fetide vaste risiere".

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ARRIVA LA TELEVISIONE !

Era la fine degli anni '50 del secolo appena trascorso, quando è arrivata la televisione. Da allora tante cose sono cambiate nel modo di vivere della gente.

13

FRANCESCO CRISPI 

“Li tinturii” infantili di un futuro Presidente del Consiglio

14

FESTA DEL SS. CROCIFISSO

Aspetti religiosi e profani di una delle feste riberesi che da qualche anno a questa parte continua ad essere rivalutata.

15

CANTA…CHE TI PASSA

Il patrimonio canoro e musicale della Sicilia è il più vasto tra tutte le Regioni italiane ed è caratterizzato da significativi e poetici testi, spesso musicati con appassionate melodie e gustose forme armoniche di rara maestria.

16

I SOGNI:  FORTUNE E MALOCCHIO

Ancora oggi, alle soglie del terzo millennio, c'è tanta gente che crede e si affida a sedicenti maghi e fattucchiere per risolvere i propri mali.

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RISCOPRIRE Il PASSATO

"Il passato è bello per essere ricordato, non certo per essere rivissuto"

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SI CUNTA…E SI RACCUNTA

Quando non c'erano ancora il cinema e la televisione, uno dei principali divertimenti era quello di ascoltare "li cunti", che qualche solerte anziano.

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CIRCO…CHE PASSIONE !

Negli anni ’50  l’arrivo di un circo a Ribera era salutato sempre come una grande occasione di divertimento, da non perdere.

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I CANTASTORIE SICILIANI

Il cantastorie era un vero e proprio intrattenitore di folle, che si spostava di città in città, raccontando fatti di cronaca, leggende e storie varie di fantasia, portando sempre dietro il coloratissimo cartellone illustrato e la immancabile chitarra.

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I GONFALONI DI PASQUA

Quella di Pasqua, per Ribera è senz'altro una giornata unica ed indimenticabile ed occorrerà ogni volta un  intero anno, per riprovare le stesse sensazioni e lo stesso entusiasmo, offerti dal  tradizionale Incontro tra Gesù Risorto e la Madonna avvisata da San Michele.

22

STORIE RIBERESI: Tra leggenda e realtà

Tre leggende riberesi raccontate brevemente. "Lu tesoru di Munti Sara", "Gli archi della mondina" e "Ciccanninu, l'orologio del municipio".

23

OH CHE BEL CASTELLO !

Breve excursus tra le mura del Castello di Poggiodiana

dopo i primi interventi di restauro conservativo.

24

E' FINITA

Ricordi della mia vita militare

 

 

 

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RIBERA : C’ERA UNA VOLTA…LA FIERA MERCATO  !

di Giuseppe Nicola Ciliberto

 

La locandina, ormai copia unica e storica, che ha pubblicizzato

l'ultima edizione della FIERA MERCATO (25^) abbinata in quella

occasione alla 2^ edizione della SAGRA DELLE ARANCE.          

Eravamo nel 1991 (ai tempi della guerra del Golfo). .

E fino ad oggi "TUTTO TACE ! ! !"

 

 

Parafrasando le parole usate da Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Collodi, all’inizio della sua famosa favola di Pinocchio, voglio iniziare questo mio articolo in maniera inusuale:

<<C’era una volta.…. - Un re !  - diranno subito i grandi e piccoli visitatori del mio sito.

- No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta la Fiera Mercato >> .

Come fu e come non fu,  la Fiera Mercato di Ribera, nata nel 1967 e svoltasi per almeno 25 anni, quasi sempre dal 25 aprile al 1° maggio, ad un certo punto, tra il 1991 e il 1992, inspiegabilmente è stata interrotta, archiviata e ignorata da tutti coloro che si sono succeduti alla guida amministrativa della città.

La grossa manifestazione che comprendeva quattro importanti settori quali:

l’Agricoltura, la Meccanica Agricola, l’Artigianato e la Zootecnia,

è stata per tanti anni il fiore all’occhiello non solo di Ribera, ma anche dell’intero suo hinterland. E’ stata l’orgoglio di molti Sindaci, indipendentemente dal colore politico, primo tra tutti Santo Tortorici che, durante i suoi 16 anni di guida ininterrotta della città l’ha voluta, l’ha vista nascere, l’ha vista crescere e successivamente l’ha vista anche morire. Tale inspiegabile interruzione non è stata né capita, né accettata dalla stragrande maggioranza di riberesi, delusi ed amareggiati, con in primis tutti coloro che tanto si erano adoperati ogni anno per organizzarla.

 

Uno dei monumenti realizzati con le arance nel 1991

 

E’ stata l’orgoglio anche, di tanti solerti funzionari del Comune, tra i quali cito tra tutti, il Geom. Michele Cucchiara, che ne è stato anche il Direttore per vari anni e, che aveva talmente preso a cuore la Fiera che, sempre e con grande entusiasmo aveva messo la sua professionalità e il suo spirito di servizio a disposizione delle varie Amministrazioni, contribuendo tantissimo a far conoscere ed apprezzare l’importante appuntamento, non solo a Ribera, non solo in Sicilia,  ma anche nel resto d’Italia.  

Quando nella primavera del 1992,  si è riusciti a fatica ad organizzare una strana manifestazione che voleva essere una “Sagra-Fiera”, ma che in effetti, non è stata né una Sagra, né una Fiera,  il Direttore Michele Cucchiara avrà sicuramente sofferto tanto, poiché aveva intuito che l’importante avvenimento stava rischiando la fine e, infatti in una sua nota sul settimanale Momenti (N.125 del 10 maggio 1992), tra l’altro, scriveva:  <<…..La Fiera, dopo oltre 25 anni di vita, è entrata a far parte del patrimonio storico, culturale e tradizionale di Ribera e sarebbe stato imperdonabile farla fallire…..>>

Anche il giornalista Totò Castelli una settimana prima, parlando solo di Sagra, figlia della Fiera, così scriveva (vedi Momenti N. 124 del 3 maggio 1992) :

<<……La Sagra al terzo anno di vita, è “figlia” della più conosciuta Fiera Mercato dell’Agricoltura diventata “adulta” troppo presto; la Fiera tre anni fa era praticamente “saltata” e quest’anno è stata accorpata alla “sagra”, per cui è venuta fuori una manifestazione che non è né l’una né l’altra e che per questo, sarà soggetta a nuove “rivisitazioni”, soprattutto per quanto riguarda la data di svolgimento, finora ballerina….….>>.  Questi due brevi scritti, come veri e propri segni premonitori, sono stati quasi l’annuncio ufficiale della  fine della Fiera ed anche della Sagra.

La Fiera  Mercato è stata il vanto anche, di numerosi riberesi e non, primi tra tutti gli espositori, ma anche di artisti, letterati, poeti e musicisti vari, che hanno avuto sempre la possibilità di mettere in mostra le loro opere e il loro talento tra migliaia e migliaia di visitatori provenienti da ogni parte della penisola.

Oggi rimane solo un triste ricordo. Dopo la 25^ edizione del 1991, abbinata alla 2^ edizione della Sagra dell’Arancia e il tentativo del 1992 della sola 3^ Sagra dell’Arancia, non si riscontrano più segni di continuità, né tanto meno di ripresa

 ed i vari amministratori succedutisi al Comune,  stranamente demotivati, l’hanno lasciata miseramente morire.

E’ assurdo che Ribera, che da oltre 50 anni si vanta, giustamente, di produrre le più belle arance d’Italia,

non abbia la sua Fiera o la sua Sagra delle arance..

 

Lo stemma di Ribera realizzato con le arance da G.N.Ciliberto

durante una delle edizioni della "Sagra delle arance".

 

Stranamente, anziché allargare la già avviata Fiera ad altri settori come il Turismo o il Commercio e continuare con una numerazione progressiva (oggi saremmo alla 42^ edizione), negli anni successivi sono stati fatti alcuni tentativi di ripresa, sporadici e improvvisati, iniziando nuovamente da zero, come Mostre di solo Artigianato, settore peraltro già compreso, o di solo Turismo o di sola Gastronomia. Ogni volta però, si è registrata un’assenza massiccia di espositori e, soprattutto di visitatori, con un grande spreco di denaro pubblico, servito solo a riempire le pance di politici ed organizzatori, che, sempre presenti nei momenti di degustazione, quei “Prodotti Locali” da pubblicizzare, spesso se li sono gustati da soli, alla faccia della cittadinanza.  Insomma, il grande pubblico, che la vecchia Fiera Mercato, richiamava a Ribera, non si è più visto, alla faccia anche di una incomprensibile "Sagra della salsiccia ! ).

Ormai la nostra cittadina s’è fatta la fama di saper inventare Sagre, Fiere, Concorsi, Estati riberesi e Feste varie, ma che queste, prima o poi, passano immancabilmente nel dimenticatoio.Tantissime sono state le manifestazioni di un certo prestigio, nate dalle estemporanee idee di qualche “avventuroso e solerte” amministratore e che, dopo i primi entusiasmi, sono state  sotterrate e non più riprese.

A tal proposito voglio ricordare: Il Concorso Fotografico Nazionale, La Rassegna Teatrale, Il Premio di Poesia “Giuseppe Ganduscio”, Il Rally delle Arance, La Sagra della Fragola, La Sagra dei Fiori d’Arancio, La Mostra dell’Artigianato, La Rassegna Agro-Alimentare e del Turismo, Il Carnevale, i vari Festival canori e tanto altro ancora. Tante promettenti iniziative, alcune durate dai tre ai dieci anni, altre anche meno, altre ancora solo per un anno, ma tutte alla fine, spentesi come  si spegne un fuoco di paglia.

 

Spero tanto, come lo sperano tutti i riberesi che si ritorni  alla nostra brava Fiera Mercato, esclusivamente abbinata alla Sagra dell’Arancia, e riprendere a realizzare quegli originali e attraenti Monumenti all’arancia”, costruiti con il nostro pregiato frutto, già sperimentati, che costituirebbero un’attrazione unica in tutta Italia.

 

Personalmente, credo ed auspico che Ribera possa tornare a rifiorire come una volta e pertanto, suggerirei  a chi di dovere di ricominciare dalla 26^ Fiera Mercato abbinata alla 4^ Sagra dell’Arancia,  puntando, oltre che sull’Agricoltura e l’Artigianato, anche sul Turismo e riappropriandoci nel contempo, del lavoro, delle conquiste e dei traguardi raggiunti nel passato.

 

L'inaugurazione della 2^ Sagra dell'arancia

 

La gente vuole che Ribera rinasca, che ritorni a vivere come una volta e che, venga nuovamente additata agli altri comuni come l’esempio da seguire.

E’ tempo ormai, per tutti coloro che aspirano a governare, di sbracciarsi sul serio, primi tra tutti i “grossi” politici e gli amministratori comunali, dimostrando con fatti concreti di possedere la volontà  e la capacità per far tornare la nostra avvilita e umiliata Ribera

agli antichi splendori .....di un tempo che fu” .

                                                                                                      25 aprile 2008

 

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NASCE RIBERA

 

Sin dall'epoca medievale, numerosi erano gli abitanti della vicina e antica città di Caltabellotta, dediti alla coltivazione dei campi, che, a piedi, o con muli e carretti, scendevano a lavorare oltre le sponde del fiume Sosio-Verdura.

La freschezza, la purezza e la bontà delle sue acque, che sgorgavano da una copiosa sorgente nei pressi di Prizzi, in provincia di Palermo, unitamente al clima, alquanto favorevole e mite, avevano fatto di quelle terre, una delle oasi più feconde e produttive dell'intera Sicilia.

Vi si produceva di tutto, dal riso al cotone, dal grano agli agrumi, dalle mandorle alle olive, dalle numerose varietà di uva ad ogni tipo di frutta di stagione ed ogni genere di ortaggi.

 

Tante primizie, rinomate per sapore e fragranza, trovavano nel territorio di Ribera, anticamente detto "Allava", l'ambiente più adatto, facendo sì, che in breve tempo, l'agricoltura diventasse la principale fonte di reddito.

Le origini di Ribera, secondo recenti studi effettuati dallo storico locale Raimondo Lentini, si fanno risalire all'anno 1635, quando alcuni abitanti di Caltabellotta, stanchi delle immani fatiche,  durante i tortuosi e impervi percorsi, che erano costretti ad affrontare, hanno deciso di costruire in sito le proprie case, scegliendo il Piano di San Nicola, l'attuale quartiere di Sant'Antonino.

 

Una moderna cittadina, concepita con criteri urbanistici d'avanguardia per quei tempi, ha così cominciato a delinearsi, per volere supremo dell'allora Principe di Paternò Don Luigi Moncada, padrone e signore di immensi feudi. In pochissimi anni il nuovo paese si è notevolmente ampliato, fino a costituire un grosso agglomerato di case prospettanti in vie larghe e bene allineate, al quale è stato dato il nome di Ribera, forse in omaggio alla bellissima moglie del Principe, Maria Afan de Ribera, figlia del Duca di Alcalà.

Col passare del tempo, le case aumentavano e così anche gli abitanti e pertanto cominciavano a sorgere le prime Chiese, una delle quali è stata dedicata a San Nicola di Bari, che successivamente è stato eletto Patrono del nuovo paese.

La parola Ribera, nella lingua spagnola si pronuncia "rivera" ed indica per l'appunto, una riviera, una costa, un lido, ovvero un tratto di territorio lambito dalle acque.

Pertanto, considerato che il nostro territorio è bagnato per 11 km. dal Mare Mediterraneo ed è attraversato dai tre fiumi: Verdura, Magazzolo e Platani, il nome che è stato dato alla città è risultato meravigliosamente appropriato.

Ben presto, il clima, la posizione geografica, oltre, naturalmente la grande genialità ed operosità dei nostri agricoltori, hanno contribuito a creare un territorio di circa 12 mila ettari, che per prosperità e produzione agricola è considerato una perla per la Sicilia intera.

 

 

Nei primi anni, le case sorte a Ribera, sono rimaste di pertinenza del Comune di Caltabellotta, ma col passare del tempo è venuta fuori, prepotentemente, una  nuova realtà, che ha determinato la nascita ufficiale di Ribera e col tempo anche di due popolose frazioni: Borgo Bonsignore e la località balneare di Seccagrande, meta nei periodi estivi di numerosi gitanti, molti dei quali provenienti dall’estero.

 

La Chiesa Madre in una foto degli anni '60

 

Posizionato su una vasta pianura a 230 m. sul livello del mare e distante da questo circa 7 km., Ribera si trova sul percorso della S.S. 115, denominata Sud-Occidentale Sicula, che va da Trapani a Siracusa. E’ posizionata tra i due fiumi Verdura e Magazzolo, a 46 km. da Agrigento, a 20 Km. da Sciacca e a 130 km. da Palermo. A circa 3 Km. a Sud-Ovest di Ribera, sopra  un colle dal quale è possibile ammirare il mare, i lussureggianti giardini della Valle di Verdura e il panorama del paese, si trova il diroccato, ma ancora imponente Castello di Poggiodiana,  con la sua maestosa Torre merlata che, sullo stemma ufficiale, rappresenta la nostra cittadina.

 

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LA SICILIA DI DOMENICO MODUGNO

 

Domenico Modugno è considerato il padre dei cantautori italiani e come autore interprete è tra i più grandi d’Europa.

Nacque il 9 gennaio 1928 a Polignano a Mare (Bari), un paesino dalle case bianche a picco sul mare e il padre Cosimo era comandante del Corpo delle Guardie Municipali a San Pietro Vernotico (BR). Imparò fin da piccolo a suonare la chitarra e la fisarmonica ed ereditò una grande passione per la musica, componendo la sua prima canzone a 15 anni.

Insoddisfatto della vita di paese, a 19 anni, come tanti emigranti, andò via di casa recandosi a Torino, la città più a nord d'Italia, dove si adattò a fare il gommista in una fabbrica.
Ritornato al paese per fare il servizio militare, ripartì per Roma dove pur d'iniziare la sua carriera artistica si mise a fare ancora una volta i più umili mestieri. Partecipò al concorso per attori al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove fu ammesso e dove, successivamente, vinse la borsa di studio quale migliore allievo della sezione di recitazione.

 

Nel 1951, ancora allievo, prese parte al film "Filumena Marturano" di Eduardo De Filippo e nel 1952 a "Carica eroica" di De Robertis dove interpretava la parte di un soldato siciliano che canta la "Ninna Nanna" ad una bambina.  Da questo episodio che nacque la leggenda del "Modugno siciliano".
Sempre nel 1952 è "attore giovane" in teatro nel "Il borghese gentiluomo" di Molière (Compagnia Tatiana Pavlova) e prende parte ai films " Anni facili" di Zampa (1953) e all'episodio "La giara" con Turi Pandolfini e Franca Gandolfi, del film di Giorgio Pàstina "QUESTA E' LA VITA" (1954).

 

E’ stato anche un eccellente attore di teatro, recitando in opere di Luigi Pirandello, Edoardo De Filippo e Moliere scrivendo le musiche anche di grandi commedie musicali come “Rinaldo in campo” e “Scaramouche” interpretando vari personaggi anche nel cinema.

Nel 1953 Fulvio Palmieri della Rai gli offrì una serie di trasmissioni radiofoniche intitolate "Amuri... Amuri".

Durante questo periodo, pur essendo un pugliese, compose numerose canzoni in dialetto siciliano, delle quali scriveva spesso anche i testi e privilegiando principalmente personaggi del mondo popolare, come i minatori, i pescatori e storie d'amore molto commoventi di pesci spada innamorati, fedeli fino alla morte nel massacro della tonnara, di cavalli diventati ciechi e spinti a morire nel gran sole rovente dopo il buio delle miniere.

Tra le sue canzoni siciliane più note sono da ricordare soprattutto: "LU PISCE SPADA", "LU MINATURI", "LA SVEGLIETTA", "LA DONNA RICCIA", "LU SCICCAREDDU  'MBRIACU ecc.

 

   In cantante Domenico Modugno, soprannominato "Mister Volare"

 

Nella stagione teatrale 1955/1956 recitò al Piccolo Teatro di Milano in "ITALIA, SABATO SERA" e nel 1957 vinse il 2° Premio al Festival della Canzone Napoletana con "LAZZARELLA" (cantata da Aurelio Fierro) che gli portò il successo popolare. Ad essa seguirono: "SOLE, SOLE, SOLE", "STRADA 'NFOSA" "RESTA CU MME" "NISCIUNO PO' SAPE'", "IO, MAMMETA E TU"  ed altri canti che diedero un riammodernamento anche alle canzoni napoletane.

 

 

Nel 1958 avviene la svolta decisiva che fa entrare il “Mimmo Nazionale” nel mito, nella leggenda  e nell’universo degli artisti di livello mondiale. Infatti partecipa al Festival della Canzone Italiana a Sanremo con "NEL BLU DIPINTO DI BLU", coautore con Franco Migliacci e vince il primo premio, rivoluzionando la canzone italiana e battendo ogni record di vendite di dischi.

 

Modugno fu molto attivo nelle battaglie civili, soprattutto quelle a favore dei più deboli.
Nel 1989 si batté contro le condizioni disumane dei pazienti dell'ospedale psichiatrico di Agrigento, tenendo anche un concerto in loro favore, "CONCERTO PER NON DIMENTICARE". Nel 1990 fu eletto sempre ad Agrigento Consigliere Comunale prodigandosi molto nel sociale. Nel 1991 fu nuovamente aggredito dalla terribile malattia, ma nonostante questo nel 1993 incise il suo ultimo disco "DELFINI" insieme con suo figlio Massimo. Muore a Lampedusa il 6 Agosto 1994 nella sua casa davanti al mare.

 

 

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I COGNOMI DEI RIBERESI

 

Per lo studio dell'origine dei cognomi è importante definire come nasca il termine cognome ed il termine nome. In Latino il Nomen era l'identificativo della persona, mentre il Cognomen era l'identificatore della Gens di appartenenza. Gens è qualcosa di più che famiglia, come la intendiamo noi, ma è piuttosto il clan, cioè l'insieme di tutti quanti discendono da una stessa origine comune.

Risulta chiaro quindi anche il termine genealogia, come studio (logia) delle origini (genè), cioè come studio delle origini delle genti. Dall'uso latino, si è passati ad una definizione di origine più indiretta, quindi al concetto di soprannome. Abbiamo quindi cognomi come derivazioni di termini che indicano professioni, origini geografiche, caratteristiche fisiche ecc. I primi cognomi appaiono in Italia nel IX secolo come prerogativa distintiva di una classe privilegiata, poi man mano il fenomeno si diffonde sempre più, fino ad arrivare. in epoca rinascimentale ad essere abbastanza diffuso.

 

 La cittadina di Ribera conta circa 20.000 abitanti, suddivisi in 6/7.000 famiglie ed è caratterizzata, come tante altre città siciliane da migliaia di cognomi, molti dei quali provenienti direttamente dai nomi delle Province. Ad esempio sono parecchi i Palermo, Messina, Ragusa, Trapani, Caltanissetta, Catania ed anche i Siragusa (che sarà sicuramente una storpiatura del termine Siracusa, la località della Sicilia orientale, nota per il Santuario della Madonnina delle lacrime.

Non mancano poi i cognomi provenienti anche da piccoli paesi come: Bivona, Burgio, Tortorici, Cammarata, Canicattì ed altri ancora.

 

Una vera e propria statistica riguardante l'origine dei vari cognomi non esiste, ma si stima che un 35% derivi da nomi propri del padre o del capostipite, un altro 35% abbia relazione con la toponomastica, cioè faccia riferimento a nomi di paesi o località o zone, un 15% sia relativo a caratteristiche fisiche del capostipite, un 10% derivi dalla professione o dal mestiere o dall'occupazione o dalla carica mentre un 3% sia di derivazione straniera recente ed un 2%  sia un nome augurale che la  carità cristiana riservata ai trovatelli che, numerosi venivano abbandonati sui sagrati delle chiese o presso gli orfanotrofi. 

 

NOTIZIE E CURIOSITA’ SU ALCUNI COGNOMI RIBERESI:

Da recenti rilevamenti, naturalmente suscettibili in ogni momento di lievi variazioni, si apprende che, il cognome in assoluto più rappresentato a Ribera è TORTORICI con 484 presenze e lo stesso esiste in almeno 230 comuni italiani.

Si riportano di seguito altri cognomi diffusi nella nostra cittadina in ordine decrescente. Tra parentesi il primo numero rappresenta le persone residenti a Ribera, mentre il secondo numero si riferisce ai comuni italiani dove il cognome stesso è presente: TRIOLO con (343 a Ribera  - presente in 302 comuni d’Italia, MICELI (300 * 847), RIGGI (275 * 198), RUSSO (237 * 3.160), TAVORMINA (203  * 38), BORSELLINO (193 * 83), RUVOLO (188 * 120).

 

 

Il Sindaco Santo Tortorici, alla guida di Ribera dal 1964 al 1980,

durante l'inaugurazione di una passata edizione della Fiera Mercato.

 

Naturalmente risulta quasi impossibile poter elencare tutti i cognomi riberesi che sono migliaia, ma a puro titolo di curiosità, ne cito alcuni tra i  più conosciuti in paese, scegliendo sia tra i più diffusi che tra i meno presenti e scusandomi nel contempo con coloro i quali non vedranno scritto il proprio cognome.

Il numero che riguarda solo la presenza a Ribera, è riportato con i decimali in quanto i dati rilevati sono suscettibili di variazioni causate da nascite, decessi, trasferimenti in altri comuni ecc.:

 

SCATURRO 96,84, PALERMO 179,15,  FIRETTO 174,30,  PIAZZA 125,88,  CILIBERTO 116,20,  CASTELLI 14,52, MASCARELLA 38,73, MINIO 4,8, MANGIACAVALLO 19,36,  MANZULLO 14,52, CORTESE 116,21,  CATERNICCHIA 62,94, MESSINA 33,88, PUMA 154,93, COLLETTI 169,46, RAGUSA 150,10, CANNATA 58,10, FRIA 4,84, FERLITA 58,10, ZAMBUTO 111,36, MACALUSO 106,52, PASCIUTA 82,31, CORSO 67,79, MATINELLA 24,21, TORNAMBE’ 125,89, INGLESE 19,36, GANDUSCIO 33,89, CANDUSCIO 82,31, BRISCIANA 24,21, SMERAGLIA 111,35, CARAMAZZA 24,21, CAMPO 48,42, TRAMUTA 72,62, COTTONE 29,04, BAVETTA 29,05, CIANCIMINO 62,93, LENTINI 33,89.

 

Per ovvi problemi di spazio non è possibile riportare tutte le presenze dei numerosi cognomi dei riberesi

e spero di continuare l’elenco in un prossimo futuro.

 

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IL MUSEO ETNOANTROPOLOGICO

Se davvero si vuole il Turismo a Ribera, questa è una delle priorità

che i prossimi amministratori non dovrebbero sottovalutare.

(Numerose altre foto sono inserite nel link dedicato al Museo)

 

Il Prof. Giuseppe Puma, promotore e responsabile del Museo.

 

Di Musei della Civiltà contadina ne esistono parecchi in Sicilia e tanti, ho avuto la fortuna di visitarne, tra i quali il prestigioso “Museo Giuseppe Pitrè” che trovasi nel Parco della Favorita a Palermo, accanto alla altrettanto prestigiosa Palazzina Cinese, dei quali serbo ancora le foto ricordo del mio matrimonio. E’ un grande museo, ricco di storia, di reperti, di ricostruzioni delle case antiche e dei costumi del popolo siciliano, molto visitato e apprezzato nel mondo.

Il Museo di Ribera, per tutto ciò che oggi possiede, non sarebbe da meno, anzi potrebbe essere uno dei più grandi della intera Sicilia, solo se ci si credesse di più e gli si desse la priorità, la sistemazione, la sede e l’attenzione che merita.

Occorre assolutamente trovare un’intesa con i responsabili dell’associazione Ribera Verde, diretta da Giuseppe Puma, professore in Lettere in pensione, al quale non si può negare il suo grosso impegno, unitamente ad altri appassionati all’inizio e anche da solo ancora oggi, che ha portato alla  raccolta di decine, centinaia, se non migliaia di oggetti, che nel loro insieme costituiscono un patrimonio di enorme valore storico, prezioso, in particolare per le nuove generazioni, che avranno modo di approfondire le loro conoscenze del nostro passato. E’ impossibile descrivere l’immensa quantità di utensili, di arnesi vari, di oggetti, appartenuti ai nostri vicini e lontani antenati, dei quali appositi cartelli ne indicano il nome, anche nel gergo dialettale riberese. Oggetti in gran parte appartenenti all’agricoltura, settore al primo posto nell’economia della nostra città. Ma esiste anche un vastissimo campionario di oggetti usati da tutte le categorie di artigiani ed anche oggetti di uso domestico, che ai giovani di oggi destano grande curiosità e meraviglia.

Alcune notizie circa la raccolta dei reperti, ancora in continua crescita, mi sono state fornite direttamente dal Prof. Puma che, con orgoglio mostra il Museo, ospitato in atto nella ex Sala Congressi della Villa Comunale e che auspica, possa al più presto trovare una sede più idonea e spaziosa, per dare la possibilità di essere visitato in permanenza, sia dai riberesi che dai forestieri, in specie dai turisti che si trovano a soggiornare dalle nostre parti.

 

Riporto alcune notizie fornitemi dallo stesso Prof. Puma:

<< Il Museo Etnoantropologico, nel quale sono stati raccolti, catalogati ed esposti alla libera fruizione, i reperti della civiltà contadina, pastorale ed artigianale del territorio di Ribera,  è nato il 6 maggio del 1989, all’interno della villa comunale, nel salone dei congressi.

Gli oggetti esposti, che superano le quattromila unità, provengono alcuni dalle donazioni e altri dai componenti dell’Associazione “RIBERA VERDE” che li hanno acquistati per farne un Museo.

A partire dalla seconda metà degli anni ’60, con l’avvento della meccanizzazione agricola e artigianale, tutti gli oggetti della secolare attività contadina caddero subito in disuso.

Molti reperti furono abbandonati in campagna, all’interno di casolari e bagli, altri invece per decenni sono rimasti relegati negli angoli bui di pagliere, stalle e solai, tra polvere, tarme e ragnatele. L’Associazione, memore di una tale ricchezza patrimoniale, per non far perdere la memoria storica, per salvaguardare le radici, e per far conoscere alle giovani generazioni gli oggetti tradizionali agricoli, gli aspetti della civiltà della terra e i presupposti della moderna economia, ha creduto opportuno, nell’interesse della comunità di raccogliere, restaurare, salvaguardare ed esporre le migliaia di reperti di una civiltà che ha cambiato fisionomia.

 

Indefesso ricercatore e tutore dell’immensa mole di oggetti è, in particolare, il Prof.Giuseppe Puma, che continua a custodire e incrementare, attraverso acquisti personali e altre donazioni, il Museo in oggetto che, per numero e varietà, è superiore a qualsiasi altro della Sicilia.>>

Ci sarebbe molto da dire ancora, ma concludo queste brevi notizie, convinto che Ribera, a mezzo dei suoi amministratori, chiunque essi siano, deve approfittare di questa grande opportunità, di potere avere un Museo, ben curato, ben gestito e sempre a disposizione di chiunque voglia visitarlo.

Il sottoscritto, da sempre appassionato ricercatore di Tradizioni Popolari, Usi e Costumi del popolo siciliano, si dice convinto che Ribera debba avere il suo Museo e, per contribuire alla sua valorizzazione, non potendo fare di più, gli ha dedicato una Sezione speciale nel proprio sito Internet  già visitato da molti navigatori, in particolare dall’estero:   www.cilibertoribera.it    

 

 

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PERSONAGGI : Vincenzo Navarro

 

Medico e valente letterato, nacque il 22 giugno 1800, da Emanuele e Domenica Turano, agiata famiglia del tempo. A causa delle sue precarie condizioni di salute, trascorse il periodo della fanciullezza, costretto a soggiornare in vari paesi vicini a Ribera, come Sciacca, Caltabellotta e Burgio. Compì i suoi studi prima a Girgenti (oggi  Agrigento) ed in seguito a Palermo, dove ha conseguito la laurea in medicina.

 

Non ancora ventenne diede alle stampe due volumetti di poesie, ove traspariva tutto il suo sentimento e la sua grande voglia di comunicare.

 

Di ideali fortemente patriottici e di animo buono e sensibile era molto stimato a Ribera e nei dintorni, ed era nel contempo, apprezzato per la sua preparazione medica, che gli permetteva di ottenere guarigioni ritenute sorprendenti e miracolose. Non mancavano pero' le persone che gli si mostravano ostili con maldicenze irriguardose, ma a queste sapeva sempre rispondere con una non comune cortesia e con tali nobili maniere che le mettevano presto a tacere. Ebbe anche delusioni ed amarezze, che spesso, lo portarono fuori di Ribera.

 

A Sciacca scrisse un carme sul Monte Kronio ed una tragedia tratta dal famoso “Caso di Sciacca”, intitolata “Giacomo Perollo”. Altre pubblicazioni che regalò alla cittadina termale, furono : “La Vergine del soccorso” ed un poemetto sul “Nuovo vulcano sottomarino”, la famosa e scomparsa isola Ferdinandea,  della quale ancora oggi tanto si parla. Sposatosi a Sambuca di Sicilia, continuò la sua attività letteraria, alternandola alla professione di medico. Scrisse inoltre, i “Primi idilli di caccia”, “I sepolcri della Villa Giulia” e “Giovanni da Procida”, ottenendo ampi consensi dalla critica del tempo.

Nel 1837 subì una grave disgrazia, con la morte di una figlioletta, a causa del colera, che da Palermo si era diffuso in parecchie zone della Sicilia.

Pubblicò le sue opere, scritte tra il 1844 e il 1859, nella città di Palermo, col titolo “Poesie e Prose del Dott. Vincenzo Navarro da Ribera”.

Tra settembre e ottobre del 1856, pubblicò il suo volume più conosciuto “Intorno a Ribera, Parole”, che costituiva, oltre ad una prima storia di Ribera sin dalle origini, anche una chiara denunzia sulle condizioni sanitarie ed economiche della cittadina. Dallo stesso volume, si evince anche un chiaro tentativo di eliminare le risaie della Valle di Verdura, che erano causa di numerosi decessi, poiché provocavano la malaria.

Tale impegno, portato avanti per parecchi anni, alla fine è stato coronato da successo, in quanto, con il consenso delle masse popolari il Navarro è riuscito finalmente a farle scomparire, creando le premesse per altre più redditizie coltivazioni.

Negli anni ’50 del secolo appena trascorso, numerosi siamo stati i ragazzi a frequentare la Scuola Media Vincenzo Navarro, allora ospitata dentro l’attuale Palazzo Comunale e intestata a questo nostro illustre concittadino, autore tra l’altro di numerose appassionanti liriche, alcune dei quali dedicate alla nostra Ribera.

 

Le sue poesie, credo,  siano ricche veramente di tanta passione e tanto amore per tutto ciò che nel suo tempo ha visto ed apprezzato intorno a lui.  Come afferma Tommaso Riggio, <<il Navarro cantava la vita, l’amore, le pene d’amore, invocava per delusione la morte, piangeva sulla tomba della fanciulla amata ma, poco dopo, chiedeva di essere consolato da un’altra. L’amore era, insomma, tutto per lui>>  Dal libro POESIE SCELTE di Vincenzo Navarro, stampato a Sciacca a cura di Tommaso Riggio  riporto questi pochi versi tratti dalla poesia “RIBERA” : Bella Ribera, tu m’innamori con le riviere/ coi pinti fiori, con le colline/ coi praticelli/ che ognor verdeggiano ridenti e belli/ con le amenissime vaste pianure/ in cui biondeggiano spighe mature/ con la montagna che stassi lì / dove Triocala brillava un dì / con le fiumane che a passo lento / al mar declinano con piè di argento / e con quel mare che azzurro e lieto/ assembra un ampio vago tappeto / benché per fetide vaste risiere / talor ti annebbii di larve nere…….

 

Come si può notare da questi versi, anche il Navarro amava scrivere in rima e oltre che a vantare le bellezze di Ribera ne metteva anche in evidenza anche i lati negativi, come il pericolo delle malattie che si potevano contrarre per la presenza delle risaie.

L’illustre nostro concittadino, munito dei conforti della famiglia e di numerosi amici, muore nella vicina Sambuca di Sicilia,

il 5 agosto 1867.

 

 

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S.GIUSEPPE: LA “CRAVACATA DI L’ADDAURU

 

Parecchi anni fa, alcuni giorni prima del 19 marzo, festività vera e propria di San Giuseppe, si organizzava con grande sfarzo, una manifestazione dedicata  alla giornata "di l'addauru", cioè dell'alloro, che ancora oggi, molto ridimensionata resta in uso. Un gran numero di uomini a cavallo con in mano rami di alloro riccamente adornati di nastri multicolori, partecipavano ad una suggestiva sfilata, comunemente  chiamata "la cravacata di l'addauru" (la cavalcata dell’alloro), attraversando le vie principali del paese. Solitamente, erano gli stessi membri del Comitato della Festa, che facevano l'andatura e precedevano tutti i partecipanti, distinguendosi dagli altri per il collare con l'immagine di San Giuseppe, che portavano addosso.

 

Solitamente gran parte dei cavallerizzi, erano i cosiddetti "burgisi", cioè gli agricoltori più facoltosi che facevano a gara a chi sfoggiava il più elegante  abbigliamento, i migliori stivali o l'addobbo più sfarzoso per il proprio cavallo, per poter vincere  un ambito trofeo, assegnato ogni anno da una apposita Commissione giudicatrice.  C’era grande amore e attaccamento per i cavalli, dei quali molti riberesi erano proprietari e qualcuno anche allevatore. I cavalli venivano veramente trattati con ogni cura necessaria ed all’occorrenza preparati con le migliori bardature per esibirli con grande orgoglio in questo tipo di sfilate cittadine. L’occasione della Festa di San Giuseppe era sempre la più attesa e numerosi erano i partecipanti che facevano a gara tra di loro per attirare di più l’attenzione dei numerosi cittadini che si riversavano nelle strade del paese al loro gioioso passaggio, spesso allietato da suonatori di tamburo.

 

Avendo già descritto ampiamente la Festa di San Giuseppe nei precedenti numeri di 15 Giorni, il N. 36 del 12 marzo 2004 con “La Festa di San Giuseppe” e il  N. 61 del 11 marzo 2005 con “Le pietanze della Festa di San Giuseppe”, voglio per l’edizione di quest’anno 2006, riportare alcune notizie e curiosità sui cavalli,  portando in primissimo piano, questi bellissimi animali che hanno sempre ricoperto un ruolo determinante nella storia del progresso umano, aiutando l’uomo in numerosi lavori e partecipando, oltre che a cortei, parate e spettacolari esibizioni circensi,  anche a disastrose guerre.

 

Oggi, raramente i cavalli sono adibiti ai pesanti lavori di una volta, ma spesso impiegati per liete passeggiate o per gare di ippica, ancora oggi molto diffuse. Le prime vere competizioni ufficiali risalgono ai primi dell’800 e sono da attribuire all’Inghilterra che ha dettato norme e regolamenti che vengono applicati ancora oggi. Il cavallo, se curato bene può vivere sino a 40 anni, ma se trascurato o addirittura maltrattato si può considerato molto vecchio già a 20 anni.

 

Ecco alcune terminologie dialettali siciliane per saper riconoscere un cavallo:

 

Cavaddu palummu (con mantello bianco),  cavaddu mirrinu (con mantello grigio), cavaddu mirrinu arrutatu (con mantello bianco e macchie nere), cavaddu mirrinu corvu (con mantello scuro), cavaddu sauru (con mantello scuro tra il bigio e il dorato), cavaddu muschiatu (con mantello brizzolato di macchie nere),  cavaddu mureddu (morello, di colore moro), cavaddu baju (con mantello rossiccio chiaro o scuro), cavaddu fasolu (di qualsiasi colore ma con le zampe bianche), cavaddu ‘nsainatu (di colore grigio e con la testa scura), cavaddu facciolu (con una macchia bianca sulla fronte), cavaddu fruciuni (che ha le barbette alle zampe), cavaddu sarvaggiu ( non ancora domato), cavaddu fausu o fazu (disobbediente e recalcitrante), cavaddu scugghiu (castrato),  cavaddu rattu (che si agita alla vista di una cavalla), cavaddu currituri (da corsa), cavaddu di carrozza( adatto a tirare il calesse), cavaddu di carrettu (robusto e lento, adatto a tirare il carretto), cavaddu giannettu (da corsa, molto agile e rapido), cavaddu appagnusu (che facilmente si imbinzarrisce), e ne segnono ancora altri.

 

Per ritornare alla Festa di San Giuseppe, ricordo che la cosiddetta “Cravacata di l’addauru” era sempre accompagnata dalla “Straula”, una altissima torre su ruote, con un'immagine del Santo, tappezzata di "purciddata" e foglie di alloro, molto alta ed imponente e che appunto, per le sue notevoli dimensioni,  veniva trainata da due possenti buoi. 

 

Ancora oggi, spesso assistiamo a sfilate di cavalli e sembra che stia tornando in auge l’antico amore e interesse per questi meravigliosi animali che grande importanza rivestono da sempre nell’ambito delle nostre più belle feste e tradizioni popolari.

 

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I "DISAGI" DEI GIOVANI

 

Dall’articolo "IL RIBERESE TIPICO" a firma di Davide Cufalo, pubblicato sul N. 720 di Momenti, nel mese di luglio 2004, riporto alcuni frammenti :

 

<<…..Il riberese, in realtà, è un animale politico che davanti ti tratta bene come un amico, salvo poi sparlarti alle spalle…….

. …..Il riberese tipico è un giudice inflessibile, quando si tratta di giudicare le manchevolezze, gli errori e lo stile di vita degli altri, mostrandosi, invece, molto più docile, tollerante e conciliante nei confronti di se stesso……Non ho voluto mettere in risalto gli aspetti positivi che pure il riberese ha, onde evitare di offrirgli una comoda scappatoia per chiudere un occhio sui suoi tratti più riprovevoli……

…….Credo che ognuno di noi, svegliandosi la mattina, riconosca riflessi nella propria immagine allo specchio, alcuni degli aspetti mortiferi del riberese tipico…..>>

 

Una scritta sulla paret esterna della Biblioteca Comunale.

E' uno dei tanti messaggi, incomprensibili per molti, con i

quali molti giovani manifestano i "propri disagi". 

 

Non condividendo in parte quei "giudizi", in quella occasione di quattro mesi fa, avrei voluto chiedere lumi all’autore, per cercare di capire il perché delle sue pesanti, se pur legittime affermazioni, ma è prevalsa in me l’idea di aspettare un po’.

Da allora fino ad oggi ho sempre letto gli articoli di Davide Cufalo su Momenti, apprezzando il suo modo di scrivere, ma condividendo un po’ meno le sue "sentenze" sulle persone, specie sui padri-insegnanti, ai quali addossa tutte le responsabilità dei disagi dei giovani, che per lui sembra non abbiano colpa alcuna.

Nulla da dire circa le sue recensioni di film importanti, da me sempre molto apprezzate, per la erudita esposizione e per il notevole bagaglio culturale dimostrato.

Nulla da dire per altri suoi interessanti articoli, quali: "La profezia che si autoadempie" sul n. 732, "Il pensiero analogico nel cinema" sul n. 735, "Il mito di Medusa" sul n. 737.

Ho notato ed apprezzato come il Sig. Cufalo, forte della sua non comune preparazione letteraria, cita spesso pensieri o idee di illustri personaggi, della letteratura, della cultura in genere, del cinema, della filosofia e spazia facilmente da Rosenthal a Kafka, da Jacobson a Rutherford, da Mario Praz a Dostoevskij, da Shelley a Baudelaire, a Freud e a tanti altri.

Ed allora mi viene da pensare: -Uno così colto, perché odia tanto i riberesi ? Il suo evidente disappunto, o la sua repulsione che dir si voglia, verso i suoi compaesani, la fa ancora trasparire da un altro suo articolo riportato sul N. 726 di Momenti dal titolo: "La signorilità della Polisportiva Athlon". Raccontando la Maratona che si è svolta a Seccagrande il 1° Agosto dell’estate appena trascorsa, ad un certo punto così scrive: <<….Durante la gara è entrato in azione il solito riberese con la sua ineducazione, che a volte, ci fa vergognare di essere riberesi….>>

Anche in questa occasione ho pensato che il nostro Davide i riberesi proprio non li sopporta e non mi spiego perché, in quanto mi sono trovato presente a quella gara dall’inizio alla fine, ho anche fatto alcune foto e, sinceramente, non ho notato nulla che disturbasse la manifestazione. Anzi, parlando con uno degli organizzatori (il maratoneta-carabiniere Pietro Giardina), ho appreso che era molto soddisfatto e che contava di ripetere spesso questa importante esperienza a Seccagrande, che ha visto decine e decine di atleti provenienti da varie parti della Sicilia.

Quindi, perché infierire per fatti del tutto normali, magari avvenuti per semplice distrazione e in buona fede di qualcuno, forse infastidito dal caldo afoso ed insopportabile di quel giorno ?

In ogni modo, il vero motivo che mi ha invogliato a scrivere questa lettera è anche un altro poiché, questa volta, sono stato direttamente chiamato in causa dal Sig. Cufalo che, anche non citando il mio nome, ha scritto delle cose, che mi sorprendono un pò.

Sull’ultimo numero di Momenti, il N. 738 del 14 novembre c.m., il Sig. Davide Cufalo, che non ho ancora il piacere di conoscere personalmente, in un suo articolo intitolato "Il delirio di onnipotenza dei padri: la causa del disagio nei giovani", fa esplicito riferimento ad un mio precedente articolo dal titolo "Quegli inquietanti messaggi dei giovani", pubblicato sul N. 733 di Momenti, dove mi limito solo ad evidenziare alcune scritte dei giovani, veramente inquietanti, lette in ogni angolo della Villa Comunale. Scritte che inneggiano alla droga, al sesso, alla violenza e simili. Nell’articolo non do alcun consiglio né ai giovani né tanto meno ai loro genitori, ma auspico semmai l’intervento di sociologi e di esperti in materia per comprendere meglio quali siano i cosiddetti disagi dei giovani che io non riesco a capire. Mentre il Cufalo, che lo ha ben capito , come il novello "alter ego" degli insegnanti e dei genitori, i suoi giudizi li ha già espressi. Eccoli qui di seguito:

<<…I giovani fuggono dal paese di Ribera in cerca di lavoro ? Certo, direi però che essi rifiutano per prima cosa il progetto di vita, scelto, in vece loro, dai rispettivi padri. Accade, infatti, che tanto più grande è il delirio di onnipotenza di cui soffre l’insegnante-padre, tanto più arduo risulta il confronto con lui, reso impossibile e spesso causa di ulteriori frustrazioni in chi, da giovane, si scontra con i problemi della vita. Leggo, sulle pagine di questo giornale, il rammarico di chi ha visto gli inquietanti messaggi dei giovani sui muri della Villa Comunale (SI RIFERISCE AL MIO ARTICOLO – n.d.a.), senza che però nessuno abbia avuto il coraggio di ammettere almeno parte delle proprie responsabilità: di chi è la colpa di questo stato di disagio riscontrato nei giovani, se non dei genitori-insegnanti ?.................

Scrive ancora :

<<…….Il vuotare la bottiglia di birra nei pub o l’imbrattare i muri della Villa non sono altro che manifestazioni di un disagio giovanile che, lungi dall’autoalimentarsi con altro alcol o droghe, affonda le sue radici in ambito familiare: è qui che nascono i problemi, con genitori immaturi o assenti l’adolescente sente la propria casa come un inferno. Cosicché il minorenne cui sia stato proibito il consumo di alcolici cercherà, siatene pur certi, altre vie per farsi del male, con gesti d’autolesionismo, sempre che non cerchi un oggetto o un compagnetto per sfogare la sua rabbia……>>

E continua :

<< ……È la riprova che il paese si è svuotato della sua linfa più vitale, che i giovani rappresentano, mentre non restano altro che anziani: essi sono la misura del nostro fallimento sia come padri che come figli. Non siamo riusciti a capire i nostri padri che, a loro volta, sembrano rifuggire dal tentativo di comunicare con noi figli. Per questo, una volta che siamo cresciuti, li ritroviamo un po’ più invecchiati, seduti ad un bar o al circolo, come imprigionati nel tempo, lontani da casa come lo sono sempre stati>>.

 

Credo che, farebbe cosa gradita ai tanti genitori e ai tanti insegnanti, il Sig. Cufalo, così ricco di esperienze di vita, se spiegasse meglio quali sono questi disagi dei giovani e quali sono le colpe degli insegnanti-padri, "lontani da casa come lo sono sempre stati". Ce lo dica per favore. Anch’io sono un padre e come tanti altri padri, sono convinto di avere fatto ottimamente il mio dovere, come credo, abbiano fatto anche gli altri padri della mia generazione ed anche gli insegnanti. Ma se i giovani oggi sono frustrati e scontenti (NON TUTTI PER FORTUNA) perché addossare tutte le colpe ai genitori e agli insegnanti? E loro, i giovani, che non recepiscono nessun consiglio, di colpe non ne hanno ?

 

La verità è che i giovani di oggi, per loro fortuna, non hanno mai conosciuto i sacrifici dei loro padri e dei loro nonni, che invece sanno cosa sono stati: la fame, la miseria e il duro lavoro, spesso mal pagato, per dare proprio a loro un futuro migliore. Purtroppo sono tanti che, come si dice in dialetto riberese "sprunianu", anche se le eccezioni non mancano, di ragazzi volenterosi che sanno anche rimboccarsi le maniche e "scuttarisi la spisa".

I giovani di oggi non dovrebbero proprio lamentarsi, almeno della famiglia, perché sono nati con il telefonino dentro alla culla, la macchina, i motorini, il Computer, tre o quattro televisori e con tutte le comodità della vita. A tavola trovano spesso decine di pietanze ma hanno da ridire ugualmente. Altro che "pani e sardi salati" o "pani e olivi" che ricordano altri tempi di miseria.

In tasca hanno sempre qualche soldo da spendere nelle numerose pizzerie, pub ed altri locali di svago e quando non ce l’hanno sanno bene a chi rivolgersi.

Cosa hanno fatto la maggior parte dei giovani d’oggi per meritare tutto questo benessere ? Alla Villa non ci sono solo le scritte che inneggiano alla droga, al sesso, alla violenza, alla protesta, alla trasgressione, ma ci sono anche decine e decine di messaggi che documentano, quasi con orgoglio, le numerose "fagliate" (assenze scolastiche) come a far capire che loro della scuola se ne fregano.

E’ colpa dei padri se molti giovani freschi di patente, sprezzanti del pericolo per se stessi e per gli altri, vogliono imitare i piloti di Formula 1 e passano i semafori col rosso ? E distruggono panchine e cabine telefoniche ? E ancora peggio affogano il loro "disagio" nell’alcol o si drogano ? E’ solo dei padri la colpa delle stragi stradali del sabato sera ? E’ colpa dei padri se i figli vanno a scuola e spesso scioperano senza sapere il perché ?

E’ colpa dei padri se numerosi giovani imbrattano e rovinano con lo spray, i prospetti delle case e sono capaci di aggredire qualche anziano che si permetta di richiamarli ? Sì, è vero che da noi manca il lavoro, ma è sempre colpa dei padri se molti figli non sono disposti a continuare le loro attività agricole, abbandonando le campagne e preferendo l’emigrazione ? Al nord Italia non esiste alcuna repulsione verso i lavori agricoli, mentre a Ribera, città che da secoli vive principalmente di agricoltura, da qualche decennio è difficile trovare giovani che seguono le orme dei loro padri,che tanti sacrifici hanno fatto.

La mia modesta opinione è che tanti giovani, oltre che ad essere le vittime dirette della crisi economica che stiamo vivendo, i loro disagi forse, se li sono anche autoprocurati e quindi, potrei loro ricordare il noto proverbio "Chi è causa dei suoi mali, pianga se stesso", ma dico nel contempo, che è più che giusto dar loro tutto l’aiuto possibile, purchè loro siano disposti ad ascoltare e recepire, i consigli sia dei genitori che degli insegnanti, che sicuramente conoscono assai meglio la vita, per averla in gran parte vissuta.

Per concludere dico ancora questo: A me piace parlare o scrivere in modo chiaro, con un linguaggio semplice e popolare. Non amo molto farlo utilizzando citazioni, frasi o pensieri di illustri personaggi, ma a volte, ritengo che si possa farlo solo per colorire e dare più effetto ad un discorso o ad uno scritto. Pertanto, in questa occasione, con uno strappo alla regola, un paio di citazioni le faccio anch’io.

La prima è riferita al poeta Virgilio che avrebbe detto: "Non omnia possumus omnes" (Nessuno può fare, o sapere tutto), mentre la seconda afferma: "Nolite iudicare, ut non iudicemini" (Non giudicate per non essere giudicati) ed è stata pronunciata nientemeno che da Gesù Cristo.

Ribera, 14 novembre 2004

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UNA GIORNATA PARTICOLARE

Racconto di una insolita e casuale passeggiata tra le "dimore eterne" dei riberesi.

 

Una tra le mie tante passioni è stata sempre quella della fotografia e sono ormai più di 40 anni che la esercito, naturalmente solo in determinati momenti liberi e solo per il gusto innato di immortalare su carta i momenti più belli della mia vita, dei miei cari, degli amici e di tutto quanto mi è stato sempre intorno. Per circa un ventennio, tra il ’70 e il ’90 del secolo appena trascorso ho anche sviluppato e stampato le mie migliaia di foto in bianco e nero, conservando ancora tutti i negativi. Oggi è molto più facile fotografare, vedere subito e stampare, in quanto la moderna tecnologia ci ha messo a disposizione dei veri e propri gioielli di alta precisione. Basta una fotocamera digitale, un computer, una stampante e il gioco è fatto, purché ci sia sempre la pazienza e la necessaria passione. Posso dire di aver fotografato di tutto, sempre per hobby, dal paesaggio ai monumenti, dai momenti di vita familiare alle cerimonie, dagli spettacoli alle gare sportive, ai meravigliosi posti del mondo dove sono stato, collezionando non meno di quattro/cinquemila immagini.

Non so quanto mi è costata questa, purtroppo onerosa, passione, ma l’ho sempre coltivata perché le soddisfazioni sono sempre state tante e i miei figli oggi si ritrovano numerosissime foto, riprese in ogni momento della loro vita, mentre io avrò si e nò due o tre foto della mia primissima infanzia.

Considerati i tempi che cambiano, mi son dovuto adeguare, con buona pace del mio povero laboratorio fotografico, che pur conservando ancora numerose apparecchiature, ingranditore, tanks di sviluppo, bacinelle, lampade, termometri, pinzette, esposimetri, ecc. ormai lo considero morto e sepolto. E con lui anche le mie quattro belle macchine fotografiche a rullino, tra le quali, una Agfa 6x6 del 1957 ed una Canon reflex EF 35 mm. del 1973, corredata da teleobbiettivi, grandangolo, filtri ed altri accessori, che per tantissimi anni sono stati il mio orgoglio. Tutti oggetti ormai abbandonati a se stessi in compagnia anche di una favolosa cinepresa Chinon e proiettore entrambi sonori e vari attrezzi di montaggio, che oggi si possono solo considerare cimeli da archivio.

Ma lasciamo stare i nostalgici ricordi di un passato più o meno recente e pensiamo al futuro.

La passione continua e nei limiti di tempo disponibile mi piace ancora andare in giro a fotografare qualcosa di interessante e naturalmente con una moderna fotocamera digitale a cui non manca proprio nulla.

Come già detto, fino ad oggi, mi è capitato di riprendere foto di ogni genere, molte anche inutili, ma mai mi era capitato di portare una macchina fotografica dentro ad un cimitero. Sì, proprio così, non mi era mai venuta l’idea di far foto in quel luogo sacro e degno del massimo rispetto, luogo che accoglie ciò che resta di tutti i nostri cari e che domani, lo sappiamo, sarà purtroppo l’ultima dimora per tutti.

L’occasione è nata da una richiesta di alcuni parenti, residenti in America di riammodernare una tomba gentilizia di famiglia per cui, ho ritenuto di fotografarla allo stato attuale, spedirla oltre oceano e decidere poi, di comune accordo, quali interventi operare. Ed è appunto così che andando a svolgere questa doverosa incombenza, "armato" di foto camera, non ho saputo resistere all’idea di fare una inconsueta passeggiata e immortalare quanto di più artistico e interessante ci fosse nel nostro Camposanto riberese, considerato, se ciò si può dire, uno dei più "belli" di tutta la provincia.

 

Visto anche, che siamo nell’imminenza del 2 novembre e tutta la cittadinanza si riverserà lì per la tradizionale visita ai cari defunti, ho pensato bene di far conoscere meglio, tramite alcune significative foto, uno degli aspetti più singolari del cimitero, che tanti non hanno mai preso in considerazione, quello artistico.

In una serie di immagini ho ripreso cappelle e monumenti caratterizzati da notevole eleganza architettonica, alcune progettate e intagliate da Raimondo Lentini, un grande artista, molto religioso, poeta di grande talento, padre di Don Gerlando Lentini, direttore de "La Via" e autore tra l’altro del Campanile della Chiesa Madre di Ribera.

Decine e decine di monumenti, cappelle gentilizie, lapidi, altarini, svettano fieri tra migliaia di altri sepolcri a terra, per la verità tenuti tutti nella massima pulizia, adornati di luci, fiori e statuette di ogni tipo e che nel loro assieme contribuiscono a creare un luogo che invita immancabilmente ad un doveroso rispetto.

 

Viali, vialetti e relativi spazi verdi sono tenuti abbastanza in ordine, salvo, qua e là qualche necessaria pulizia che in atto si sta per eseguire e un inconsueto recipiente in eternit, adibito a deposito di rifiuti vari e fiori secchi che, sarebbe prudente togliere al più presto (allego anche una foto). Ma i riberesi, da quanto emerge dalla mia modesta osservazione, tengono molto in considerazione i loro cari defunti e si mostrano molto attenti, premurosi e ordinati nel tenere in cura questo luogo di eterno riposo.

D’altronde, "loro", cioè i nostri cari defunti, sono tutti lì, presenti, in migliaia di foto e sembrano vigilare e osservare coloro che si trovano a passare, invitandoli quasi, a non dimenticarli ed andare a trovarli più spesso.

Per le forti sensazioni di smarrimento, di curiosità, di paura, di apprensione ed anche di riflessione, che ho provato durante questo inusuale "excursus cimiteriale" (mi scuso per l’involontaria rima), credo che sia doveroso ed utile, per tutti, andare a far visita ai cari defunti.

A chi non l’ha mai fatto o lo fa una volta all’anno, per i Morti, consiglio, se possibile, di farlo più spesso, perché solo così, daranno più valore alla vita, onoreranno tutti coloro che oggi non sono più con noi e arricchiranno nel contempo il loro bagaglio culturale con un caleidoscopico, istruttivo ed artistico "Viaggio tra le dimore eterne".    

Ribera, 17 ottobre 2004

 

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RENATO GUTTUSO A RIBERA

Dove si trova oggi l’opera "La pace", realizzata direttamente dall’artista bagherese

presso la Biblioteca Comunale nel 1976, e donata per aiutare i portatori di handicap ?

 

  La mia passione per il disegno è nata negli anni ’50 del secolo appena trascorso, precisamente tra il 1955 e il 1957, durante i tre anni che mi videro frequentare la Scuola Media Vincenzo Navarro, allora ospitata al piano terra dell’attuale Municipio di Ribera. Era Preside il Prof. Giuseppe Ciancimino e il mio insegnante di disegno era il Prof. Giovanni Bucalo, al quale devo molto per avermi guidato e stimolato nella sua materia, per la quale mi riteneva un alunno attento, impegnato ed in grado di ottenere nel tempo buoni risultati ed un probabile successo nel campo dell’arte.

Non è stato sicuramente così, se per successo avesse inteso riferirsi al raggiungimento di una certa fama, che per la verità non ho mai cercato.

Di raggiungere traguardi, sicuramente non è mai stato nelle mie intenzioni, ma una cosa è più che certa che, quel suo imput mi è servito tanto a continuare, oltre che nel disegno e la pittura, anche in tante altre forme d’arte, che fino ad oggi hanno sempre occupato gran parte del mio tempo libero appagandomi non poco.

Il Prof. Bucalo, oltre ad affiggere spesso, sulle pareti delle aule o dei corridoi i miei disegni, a volte mi portava con sé per tenergli il cavalletto o la scatola dei colori, quando andava per le strade di Ribera, specialmente nel mio quartiere di S. Antonino, per dipingere dal vero persone, animali e scene di vita popolare. Io ne ero entusiasta e lo seguivo sempre con grande interesse, rubacchiando la sua maestrìa, sbirciando curioso tra i suoi arnesi di lavoro e cercando di carpire i tanti segreti della sua arte.

Crescendo, la passione per il disegno è via via aumentata e non è stato per caso se ho scelto di continuare gli studi presso l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento, dove nel 1963 ho conseguito il sospirato diploma di Geometra, che mi ha permesso di vincere nel 1970 a Roma, un Concorso Nazionale a 12 posti per Disegnatore al Genio Civile, cambiando letteralmente la mia vita.

Nel campo artistico sono sempre stato un autodidatta, leggendo libri , monografie, vite ed opere di grandi pittori con la non celata speranza di imparare sempre qualcosa, studiando le tecniche e i vari stili pittorici. Nel contempo ho cercato anche di essere me stesso, sbagliando anche, ma riuscendo il più delle volte ad ottenere lusinghieri consensi di pubblico ed anche discrete vendite, nelle varie mostre che sono riuscito ad organizzare in diversi paesi. La mia prima personale l’ho tenuta in un capannone della Villa Comunale di Ribera, in occasione della 2^ Fiera Mercato del 1968.

Da allora e sempre nell’ambito della Provincia di Agrigento, ho tenuto almeno 25 Mostre personali, partecipando anche a numerose collettive che, per me hanno costituito un grande orgoglio, anche se non ho mai pensato lontanamente di andare oltre il mio habitat naturale che è stato sempre a Ribera e provincia.

Nel 1974, attraverso i normali mezzi d’informazione, ho avuto modo di conoscere meglio il già famoso Renato Guttuso, pittore di Bagheria, che, era annoverato tra tanti uomini vicini alla sinistra, tra cui Pier Paolo Pasolini, Arrigo Benedetti e Franco Fortini, considerati grossi esponenti della cosiddetta "cultura impegnata" allora molto in voga in Italia.

Ma non certamente per le sue idee politiche il mio interesse è stato calamitato su Guttuso, ma per la sua arte che andavo scoprendo di giorno in giorno. L’opera che maggiormente mi ha affascinato è stata da lui realizzata nel 1974 ed è "La Vucciria", un caleidoscopico e fantastico dipinto ad olio di cm. 300 x 300, che rappresenta il famoso mercatino di Palermo, e che oggi viene conservata presso l’Università della stessa città. Tanto mi aveva colpito questa meravigliosa tela che qualche anno dopo ho voluto provare a riprodurla nei minimi particolari, sicuro che da essa avrei potuto apprendere numerose nozioni tecniche, entrando nel magico mondo cromatico del Grande Maestro. Bene o male, dopo circa un paio di mesi di attento ed appassionante lavoro di "imitazione" il mio quadro di cm. 100 x 100 ha visto la fine ed ho avuto l’onore di apporvi la mia firma, preceduta da una doverosa dedica in omaggio a Renato Guttuso.

Tale "falso d’autore", che pensavo di tenere per sempre con me, qualche anno fa, ho purtroppo dovuto venderlo per una cifra comunque soddisfacente, ad un signore del Nord Italia, orafo e gioielliere di professione, che vistolo esposto presso una Mostra collettiva tenuta a Seccagrande, ne è rimasto colpito, convincendomi a cederglielo.

Da allora in poi Renato Guttuso è diventato il mio pittore preferito, a cui spesso mi sono ispirato ma senza più copiarne le opere che appartengono solo a lui ed alla sua grande arte.

Figurarsi il giorno in cui ho saputo che il Maestro era stato invitato a Ribera, presso la Biblioteca Comunale e che aveva accettato l’invito. Era il 13 giugno del 1976, una assolata domenica e presso i locali della nostra Biblioteca Comunale c’eravamo in tanti ad aspettarlo nella tarda mattinata, primo tra tutti il Sindaco Santo Tortorici, poi il Direttore Santo Palermo, alcuni funzionari comunali e qualche estimatore come il sottoscritto, pronto con tanto di macchina fotografica a tracolla per immortalare l’evento.

A parte il fatto che eravamo in piena campagna elettorale per le imminenti elezioni regionali e Guttuso era anche impegnato politicamente, uno dei motivi principali della sua presenza è stato anche quello di contribuire anch’egli, con la sua arte a donare un’opera ad una nascente organizzazione di volontari, guidata dalla infaticabile Signora Teresa Romano Ciccarello, che raccoglieva fondi, per aiutare i portatori di handicap ai quali aveva dedicato la propria vita.

La Biblioteca Comunale da giorni aveva invitato tutti i pittori riberesi e non, a far dono di un loro quadro che avrebbe fatto parte di una Mostra Collettiva per la raccolta di fondi.

Ricordo che alla lodevole manifestazione a scopo benefico, anche il sottoscritto aveva aderito, donando un quadro che rappresentava la Piazza Duomo di Ribera con la Chiesa Madre. Grande è stata allora la mia soddisfazione, poiché all’apertura della Mostra la mia modesta opera, come riferitomi dagli organizzatori, era stata subito venduta per la non indifferente somma di lire 200.000. Il grande maestro Guttuso, non aveva portato con sé alcuna opera da donare, ma conscio della nobile iniziativa ha voluto dare il suo contributo diretto, offrendosi di disegnare qualcosa lì, sullo stesso tavolo della Biblioteca, davanti a tutti coloro coi quali stava discutendo del più e del meno. Occorreva solo un foglio di carta e qualche pastello e la sua magica arte sarebbe venuta fuori come d’incanto, sotto lo sguardo attento del sindaco Tortorici, che per tutto il tempo gli ha tenuto compagnia.

Sono stato io ad offrirmi di procurargli il necessario e senza perdere tempo mi sono recato a piedi, presso la cartoleria Palermo-Fallea del Corso Umberto, acquistando un foglio di carta da disegno semiruvido, di formato cm. 35 x 50 ed una modesta scatola con dodici pastelli a cera, portandoli al grande pittore che, intanto aveva fumato mezzo pacchetto delle sue inseparabili sigarette.

L’opera è nata subito, sotto i nostri occhi ed io non perdevo occasione di scattare foto da ogni posizione per documentare l’avvenimento, mentre il sindaco Tortorici, non staccava per un solo attimo i suoi occhi dalla scorrevole mano che tracciava le sicure linee e le varie sfumature di colore sulla carta.

Alla fine è stata evidenziata la mano sinistra di Guttuso, usata come modello, che regge un garofano proiettato verso il cielo, dove una svolazzante colomba annunciava la pace. Bella opera ! ci siamo subito detti tutti, autentica, reale e con tanto di firma e data. Ho saputo allora che, a quel foglio "guttusiano", subito incorniciato e affisso assieme alle altre opere, era stato data, non so da chi, una iniziale quotazione di lire Un milione, cifra per quei tempi, equivalente ad almeno quattro stipendi di un normale impiegato di concetto.

Da allora non ho più avuto modo di sapere se quell’opera, realizzata da uno dei più grandi artisti del ‘900 sia stata venduta o sia rimasta di proprietà del Comune di Ribera .

Sarei molto grato ai beneficiari della donazione ed a chiunque fosse a conoscenza di tale iniziativa che ormai conta 28 anni di far sapere, specialmente ai pittori aderenti di allora ed anche alla collettività riberese, dove oggi si trova l’opera di Guttuso, chi è il suo fortunato possessore e se la sua eventuale vendita si sia tramutata in un sostanziale e benefico aiuto per chi allora ne aveva tanto bisogno.

Ribera, 26 dicembre 2004

 

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BELLA RIBERA, TU M’INNAMORI, MA...

Così scriveva a metà dell’’800 Vincenzo Navarro,

ma denunciava anche le "fetide vaste risiere".

 

Anche Vincenzo Navarro, illustre personaggio nato a Ribera e vissuto dal 1800 al 1867, amava scrivere versi e, non disdegnava certo, nelle sue poesie, oltre che ad esaltare i pregi e le bellezze della nostra città, di denunciare anche, le cose che non andavano. Una sorta di "Sicilia Canta, Sicilia Frana" di quei tempi, insomma "il bello e il brutto" di una terra, ancora oggi immersa in questa pura ed attualissima realtà. Anche oggi, esaltiamo orgogliosi le nostre bellezze, i nostri giardini, il nostro mare, il nostro sole, ma basta tuttò questo ? Certamente no, fino a quando non saranno risolti i numerosi problemi e riprese tantissime lodevoli iniziative del passato, per ridare quel lustro e quell’antico splendore, che oggi sembrano inesorabilmente ed inspiegabilmente perduti.

Dal limpido e azzurro mare africano, come lo definiva il grande drammaturgo Luigi Pirandello, sovente sale in paese un dolce e soave venticello, che porta con sé un delizioso ed indescrivibile odore di zagara. E’ il profumo di Ribera, emanato dall’incantevole Valle di Verdura, ricca di pregiati giardini di arance, uniche per bontà e fragranza in tutta l’Europa.

Ribera ne gioisce ed è orgogliosa di questo grande dono che la natura unisce alla non meno grande genialità dei suoi agricoltori. Non è molto, è vero, ma è già tanto se anche per un breve attimo, tale magico odore può far dimenticare i numerosi ed immancabili problemi che attanagliano la vita dei cittadini in vari settori della vita pubblica.

Godiamocelo allora, questo raro ed inimitabile profumo di zagara, in quanto è un vero dono, prezioso e raro, che Dio, in mancanza di altro ci ha voluto dare.

Non c’è molto a Ribera di cui vantarci, ma quel poco che ci ritroviamo, opportunamente capito e valorizzato, potrebbe senz’altro, contribuire a dare una diversa immagine della nostra pur sempre bella, ma tanto trascurata cittadina, a ragione o a torto, ribattezzata "Città delle arance".

Una cittadina che, comunque, vuole andare avanti, che non vuole essere passiva, che non vuole rassegnarsi ad un progresso lento che non riesce a decollare definitivamente. Occorre valorizzare ciò che si ha e creare ciò che non si ha, sfruttando ed integrando al meglio quello che altri magari ci invidiano.

Non solo di arance però, deve vivere Ribera, anche se uniche, ma che rischiano spesso di rimanere sconosciute al resto del mondo, se non vengono addirittura schiacciate sotto impietosi trattori per mancanza di mercato. Le intelligenze di sicuro non mancano, ma sono necessari gli sforzi di tutti, con in prima linea gli amministratori che si alternano alla guida della città. Il futuro non può ignorare il Turismo, che è una via che si può senz'altro intraprendere, sfruttando sia i pochi ma significativi monumenti, che i siti archeologici, di notevole interesse artistico, oltre alle bellezze naturali quali possono essere i meravigliosi agrumeti, i frutteti, i boschi attrezzati e le limpide acque delle nostre incontaminate spiagge.

Il massiccio flusso turistico che ci passa sotto gli occhi e che fa capo ad Agrigento, Eraclea Minoa, Sciacca e Selinunte, non chiederebbe nulla di meglio che essere dirottato verso di noi, per una magica escursione agri-turistica, tra innumerevoli percorsi, che si potrebbero creare nel territorio, toccando arte, storia e natura, misti , perché nò ? ad una succulenta spremuta d’arancia o ad una inimmaginabile "mangiata di ricotta e tuma" presso " la mànnara" di qualche pastore locale.

Chi andrà ad amministrare la nostra città, non può che mettere in programma la necessaria e non più rinviabile risoluzione di annosi problemi, come la riapertura di una Casa Anziani, da tempo completata e miseramente abbandonata a se stessa, il completamento del Teatro, la funzionalità di Stadi e Palestre, per un rilancio dello sport, la realizzazione di un porticciolo a Seccagrande e tanto altro ancora.

Sarebbe anche auspicabile l’apertura definitiva e permanente del Museo etnoantropologico, di cui si parla da anni, ma che non si riesce ancora ad attuare.

 

Si potrebbero esporre al pubblico i numerosi reperti archeologici ritrovati nelle nostre zone, sia terrestri che sottomarini ed anche quel famoso scheletro della balena "Corvina" che, venuta a morire nelle nostre spiagge, non si sa verso quali lidi sia andata ad approdare.

Anche le nostre Feste popolari, le Tradizioni, le iniziative culturali a vario livello, se, opportunamente pubblicizzate, potrebbero essere valorizzate per diventare un veicolo di flussi turistici, che darebbero a Ribera un sicuro ritorno economico.

Sappiamo anche che l’Italia è il paese delle Sagre, che pubblicizzano i più svariati prodotti come: il carciofo, il pesce, le castagne, le pesche, i tartufi, le mele, le noccioline, l’aglio, le cipolle, le zucche, la ricotta....e chi più ne ha più ne metta. Pertanto è assurdo che Ribera, che da almeno 50 anni produce le più belle arance d’Italia, non abbia la sua Sagra o se l’ha avuta, miseramente l’ha lasciata scomparire. Sicuramente, lavorando bene, senza fretta, ma costantemente e con il massimo impegno e diligenza, i frutti prima o poi arriveranno e non potranno che essere succosi e ricchi, portando sicuramente un maggiore benessere economico e sociale.

Non si pretende certamente di creare dei "business", come sanno fare gli americani con "Disneyland", i francesi con "Euro Disney" e come altri in Italia, che hanno creato turismo dal nulla come "La città di Pinocchio", "L’Italia in miniatura", "Gardaland" , AcquaPark, Zoo e immensi Giardini botanici.

 

Il suggerimento più forte e concreto che, tutti i riberesi farebbero non può essere che quello di ritornare ad organizzare la "Sagra dell’arancia" , abbinando anche "Agricoltura, Artigianato e Turismo" e caratterizzarli sempre più e sempre meglio, riprendendo la realizzazione di quei monumenti ed opere d’arte "all’arancia", molto suggestivi ed attraenti, già sperimentati con enorme successo.

A Ribera occorre qualcosa di unico, e questa sarebbe un’idea unica; i monumenti all’arancia costituirebbero davvero una esclusiva, in tutta la Sicilia e potrebbero a breve tempo diventarlo per tutta la Nazione. Ci vuole solo impegno, costanza e continuità come, ad esempio hanno fatto altri con "La Sagra del Mandorlo in fiore" di Agrigento, "Il Carnevale" di Sciacca, "Gli Archi di Pasqua" di S. Biagio Platani ed anche "Il Presepe vivente" di Caltabellotta, diventati ormai appuntamenti fissi e imperdibili, ricchi di fascino e spettacolarità.

 

La "Sagra dell’Arancia", per Ribera, che sui cartelli stradali viene presentata come la Città delle Arance, a parere del sottoscritto, è una occasione unica, una scelta quasi obbligata, che non doveva essere interrotta e, pertanto, dovrebbe essere subito ripresa e istituzionalizzata, facendola tornale al successo degli anni passati.

 

A Ribera si sà, anche se tanto si è fatto in anni più o meno recenti, quasi sempre ogni iniziativa, anche lodevole è sempre caduta nel dimenticatoio. Sembra che nel nostro paese, ogni cosa si fa solo per il gusto e il capriccio dell’amministratore di turno, per poi essere totalmente ignorata da chi viene dopo. Ed esempi di Fiere, Feste, Rassegne, Iniziative culturali varie ed anche sportive da tempo scomparse, ce ne sarebbero a decine, ma non li voglio ricordare nel dettaglio, perché tante di queste "meteore" ce le ricordiamo molto bene, e spesso, qualcuna la rimpiangiamo.

 

Naturalmente si deve fare ciò che è possibile, e qualcosa sicuramente si potrebbe fare, affinchè una valvola di sfogo, creata da un turismo di massa, possa incrementare di più anche le produzioni agricole e facilitare la commercializzazione dei nostri pregiati prodotti, oltre che creare nuove fonti di occupazione.

Tra il "dire e il fare", si dice, che c’è di mezzo il mare, ma sappiamo che i riberesi vogliono, che il loro paese cresca, che sia ancora additato in tutto il circondario, come quello trainante e dal quale prendere esempio e per questo, non è più tempo di "fare poesia" ed agire seriamente.

Anche dei piccoli passi o dei segni tangibili in questa direzione, potranno mettere in luce all’occhio degli stessi riberesi e naturalmente anche degli eventuali turisti, qualcosa di nuovo e di diverso di cui oggi ha tanto bisogno la nostra tanto bistrattata, ma sempre cara e BELLA RIBERA…..

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L'articolo è stato pubblicato su MOMENTI  N. 798 del 5 Febbraio 2006

 

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ARRIVA LA TELEVISIONE !

Ricordo spesso con un certo rimpianto, il periodo tra gli anni ’50 e ‘60 del secolo appena trascorso. Erano altri tempi, sia per i grandi che per i ragazzi. Tempi molto più semplici di quelli di oggi, meno ricchi di occasioni di svago ma non di giocattoli e divertimenti, per trascorrere i momenti liberi. I ragazzi di allora trovavamo sempre il modo per trascorrere le giornate.

Tanti oggetti per il gioco ce li costruivamo da soli ed uno tra i preferiti era "lu moto pattìnu", sia a due che a tre ruote, o meglio cuscinetti a sfera. Occorreva solo qualche tavola che era facile reperire tra gli scarti di qualche falegnameria, i cuscinetti, che si potevano reperire dai meccanici e poi, un po’ di chiodi, qualche bullone e tanta buona volontà e il divertimento era assicurato. Altri semplici giocattoli erano i cerchi delle biciclette fatti ruotare con una semplice bacchetta di legno, gli archi e le frecce ricavate da vecchi ombrelli, le trottole di varia misura, acquistate presso la bottega di carradori dei fratelli Millefiori e le "filecce", cioè le fionde ad elastici per tirare i sassi. Io ne costruivo sempre qualcuna in più per qualche amico, purchè mi facesse compagnia durante le battute di caccia a lucertole e passeri nelle periferie del quartiere di Sant’Antonino.

In mezzo alle strade si giocava spesso a "li prigiunera", "a li sordi spicci", "a li mazzi", "a la cannedda", a "l’une monti", "a la tortula", " a lu quatrettu", "a li pumetta", " a lu campanaru", ecc. Quando si riusciva ad acquistare una palla con qualche colletta, si andava anche a disputare qualche partitella di calcio o una "sfida tra quartieri", nella cosiddetta "Strata larga", l’attuale Via Roma, nelle Piazze Giulio Cesare, Sant’Antonino, Villa Isabella e Verdi, o davanti allo spiazzo del serbatoio idrico comunale, situato nella parte alta del paese.

I grandi trascorrevano il loro tempo libero nei numerosi circoli o bar, giocando a carte, fumando oppure facendo i soliti quattro passi "chiazza chiazza". Non mancavano i "cuncumeddi" , cioè gruppi di persone, solitamente vicini di casa, che si sedevano fuori a discutere del più e del meno fino al calar del sole.

Esisteva già la radio, ma erano in pochi a possederne una, mentre i grammofoni a tromba, solitamente, venivano noleggiati per allietare fidanzamenti, "bellivate" e feste varie.

Poi è arrivata la televisione. Ricordo ancora che è stato all’incirca tra il 1954 e il 1956. I ragazzi di quei tempi, quando sentivamo parlare di televisione o di immagini che sarebbero apparse dentro la nostra casa, stentavamo quasi a crederlo ma alla fine siamo stati i testimoni diretti del grande cambiamento che l’Italia stava attraversando.

Da contatti avuti con il Sig. Rosario Quartararo, apprendo che il primo in assoluto a Ribera a possedere un televisore è stato il Sig. Francesco Avola, titolare di uno Studio fotografico davanti alla Villa Comunale. Alcuni, anche potendoselo permettere, spesso evitavano l’acquisto dell’apparecchio televisivo, per il timore si diceva, di creare "il cinema in casa" e di vedersi arrivare parenti e amici per assistere a qualche trasmissione …perdendo così la pace e la tranquillità !

I sessantenni di oggi ricorderanno sicuramente gli assembramenti che si formavano proprio davanti al negozio dei fratelli Quartararo davanti alla Piazza Duomo, per ascoltare i dischi con le canzoni del Festival di Sanremo ed anche le primissime trasmissioni televisive, molto seguite da grandi e piccoli come: Telematch con Enzo Tortora e Silvio Noto, "Lascia o raddoppia" con Mike Bongiorno o "Il musichiere" con Mario Riva. Imperversava anche il sempre atteso "Carosello", che pur essendo un breve appuntamento serale che presentava alcuni spot pubblicitari, calamitava si di sé l’attenzione di tutti i telespettatori.

A quei tempi, i giovani, per vedere i programmi più in voga andavamo in gran parte presso i bar più noti di Ribera come, il bar Vassallo, il Tre Stelle, il Mille Luci o nel locale sotterraneo del Chiosco Di Leo in Piazza Duomo. Era richiesta solo una semplice consumazione di un cartoccio, una genovese, un cialdone o qualche bibita e si poteva trascorrere una bella serata in compagnia degli amici, spendendo non più di 50 lire.

Solo con gli anni ’60, si può dire che la televisione è entrata di prepotenza in quasi tutte le famiglie ed oggi, in piena era tecnologica, non desta più alcuna meraviglia, se sono in molti ad avere in casa anche 4 o 5 televisori.

Non c’è alcun dubbio: oggi è molto meglio di ieri, ma permettetemi una personale considerazione. Sarebbe stato possibile raggiungere il benessere di oggi, senza l’impegno e il lavoro preparatorio di ieri ?

Credo proprio di no, per cui prepariamoci ad un futuro ancora migliore, senza dimenticarci però, anche con una dovuta e comprensibile nostalgia, del nostro non rimpianto, ma pur sempre glorioso passato.

 

 

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FRANCESCO CRISPI 

“Li tinturii” infantili di un Presidente del Consiglio

 

Sembra strano, quasi inverosimile e per certi versi alquanto riduttivo, pensare che un grande personaggio della levatura di Francesco Crispi, abbia giocato e vissuto la propria infanzia nelle periferie del nostro paese, alla pari di quella del sottoscritto e di tanti altri ragazzini di circa mezzo secolo fa.

Il nostro illustre concittadino era nato il 4 ottobre 1818 a Ribera,  dove venne battezzato dopo soli due giorni, dal sacerdote di rito greco Don Francesco Alessi della Reale Commenda di Palazzo Adriano, secondo  le procedure allora previste dalla Santa Chiesa Orientale.

Per qualche anno, gli storici più accreditati, non sono stati unanimemente concordi, sia sulla data effettiva di nascita, che del luogo; infatti, v'era forte il dubbio tra il 1818 e il 1819 e tra Ribera e Palazzo Adriano, dove la famiglia del Crispi possedeva alcune aziende agricole e caseggiati.

Ma alla fine la verità è venuta fuori e l'illustre statista, viene oggi considerato, nativo di Ribera a tutti gli effetti.

Il Crispi, nato nella casa ancora oggi esistente, posta all'angolo tra la Via omonima e il Corso Umberto, oggi sede di una inopportuna farmacia, sorta nei primi anni del 1990, dopo alcuni lavori di consolidamento, ha vissuto gli anni della sua primissima infanzia nel nostro paese, con i genitori Tommaso e Donna Giuseppa Genova.

Dalla sua casa, a quel tempo, si poteva ammirare in tutta la sua bellezza la florida e verdeggiante Valle di Verdura ed il vivace ragazzino era solito andare a giocare nella estrema periferia Nord della già popolata cittadina, oggi denominata quartiere Canale o alle cave di tufo  dette "li pirreri", ed anche presso le sorgenti di Santa Rosalia,  poste nella zona a Nord-Ovest della Villa Comunale. Dette cave di tufo, abbandonate negli anni '50, con i suoi numerosi cunicoli e gallerie sotterranee, erano servite da rifugio alla popolazione durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e per questo sono state da allora, soprannominate, "li grutti di li sparati".

Mi ritorna alla mente con una certa nostalgia il ricordo della mia fanciullezza, tra gli anni dal 1948 al 1952 scolaro della nuovissima scuola elementare intestata proprio a F. Crispi, oggi sede del 1° Circolo. Spesso a quei tempi si marinava la scuola per andare proprio in quei posti, dove andava il nostro illustre concittadino. Spesso ci si recava a Santa Rosalia, per raccogliere rami di sommacco con cui si costruivano spade giocattolo, si raccoglieva la “caracitola” , vari tipi di fiori,  e si dava  la caccia a una specie di calabrone  che i ragazzini di allora chiamavamo “cardubbulu” per succhiare un po di miele.

Altri tempi davvero, ma tempi che difficilmente potranno essere dimenticati. Per tornare al piccolo Crispi, si racconta che, a volte si spingeva, unitamente ai suoi coetanei, a giocare fino all'allora esistente Chiesa di Sant'Eligio, prospiciente l'attuale Piazzetta Verdi, di cui  oggi rimane solo un inaridito cipresso dentro le mura dell’ex Arena Excelsa.

Quando Ribera contava circa 5 mila abitanti, si apprende ancora che un giorno, il nostro irrequieto "Ciccio", come veniva chiamato dagli amici, con altri ragazzini della sua stessa età si è recato a piedi fino alla vicina Calamonaci, distante circa 4 Km. e lì è andato a suonare le campane dell'unica chiesetta esistente, facendo accorrere in piazza, oltre al parroco, numerosi e incuriositi cittadini. Per le frequenti scappatelle che era solito fare, la madre spesso gli proibiva di uscire di casa ed ogni tanto lo "spediva in esilio", presso alcuni parenti residenti a Caltabellotta, da dove una volta, addirittura è scappato via, ritornando a piedi a Ribera, dopo avere attraversato campagne, trazzere, percorsi impervi ed anche il fiume Verdura, allora copioso di limpide acque.

Sono tanti i riberesi che oggi rimproverano al Crispi Presidente del Consiglio, un disimpegno totale nei confronti della sua città natale, ma sono anche tanti coloro che gli riconoscono un grande ruolo nella  storia d’Italia.

Morto a Napoli l'11 agosto 1901, durante il “ventennio fascista”, il “duce” Benito Mussolini, ha fatto incidere su una lapide marmorea, oggi scomparsa, le seguenti parole:

<<Noi ricordiamo Francesco Crispi. E ricordandolo, intendiamo di onorare il patriota, il cospiratore, lo statista; intendiamo di onorare la Sicilia, che gli dava i natali e intendiamo di onorare il popolo italiano. Benito Mussolini >>

 

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FESTA DEL SS. CROCIFISSO

 

Il SS. Crocifisso a Ribera viene festeggiato da oltre 350 anni e cioè fin dai primi anni della nascita ufficiale della nostra cittadina che si fa risalire all’incirca al 1636. Si narra che a quei tempi i “Giurati” di Ribera avevano avuta in prestito la statua lignea del Crocifisso, appartenente alla Chiesa di Santa Maria di Montevergine di Sant’Anna, con l’obbligo di restituirla, pena una grave sanzione.

Per diversi anni la sacra statua, venne prestata ai riberesi in occasione dei festeggiamenti, fino a quando, come si apprende da antiche testimonianze, avvennero fatti a dir poco prodigiosi per cui il SS. Crocifisso è rimasto per sempre ai riberesi ed ha trovato la sua sede, prima nella Chiesa del Rosario e poi,  definitivamente  presso la Chiesa Madre.

Numerosi fatti miracolosi si attribuiscono al SS. Crocifisso,  che ha salvato varie volte dalla carestia le nostre popolazioni ed è stato sempre considerato il “Protettore” della nostra agricoltura.

Racconta una antica leggenda che l'attuale Crocifisso di Ribera in tempiu remoti sia stato trovato nel quartiere di Sant'Antonino, dentro ad un cortile detto "lu firriatu" e portato nel Duomo ove gli è stato eretto un apposito altare. Si racconta anche che, quando ogni anno il simulacro veniva portato in processione, si verificava un fatto strano ed inspiegabile: infatti arrivando davanti al predetto cortile, i portatori non riuscivano più ad andare avanti poiché la Vara con il Crocifisso si appesantiva inverosimilmente. Il popolo aveva interpretato tale prodigio, come una volontà di Gesù a che si erigesse una Chiesa in quel luogo, ma quando successivamente, al costato dell'immagine è stato apposto un ex-voto d'argento, il fatto non si è più ripetuto e quindi la Chiesa non è stata più eretta.

Si racconta ancora che nei primi anni del 1900 avvenne a Ribera un’altro fatto miracoloso attribuito al SS. Crocifisso. Durante una grave siccità che rischiava di far morire l'agricoltura, la sacra statua venne condotta nella vicina Seccagrande, posta sopra di una grande pietra, ancora oggi chiamata "la rocca di lu Signuri" e lì per alcuni giorni i fedeli hanno pregato con grande fervore invocando la pioggia. Poco dopo è arrivato un acquazzone molto provvidenziale e abbondante che, come una manna dal cielo ha prodotto eccezionali raccolti.

Alcuni devoti del SS.Crocifisso, in quegli anni, per una grazia ricevuta, giravano a piedi scalzi per le vie del paese, chiedendo l'elemosina al grido di "Stinniti li manuzzi o divò" (Stendete le mani o devoti) e con le somme raccolte si compravano ceri da portare in Chiesa. 

Dal 1994 la festività del SS.Crocifisso, che si svolge a Ribera nei primi giorni del mese di maggio, grazie al prodigarsi di alcuni membri del Comitato, ha assunto una veste molto innovativa rispetto al passato. Infatti, oltre alle tradizionali funzioni religiose in Chiesa, la processione della Vara nell'ultimo giorno di festa, le varie attività collaterali, come, l'illuminazione del Corso principale e della Chiesa del Rosario, la banda, i fuochi artificiali, simili in tutto e per tutto alle altre feste religiose, la Festa è stata caratterizzata dal gemellaggio con Comitati dei paesi vicini.

Inoltre, hanno contribuito al rilancio della festa: la diffusione tra i fedeli, di litografie, pubblicazioni, una Via Crucis in ceramica ed una riproduzione in bronzo a grandezza naturale del SS. Crocifisso, posta nella Piazza Sant'Antonino. Tali opere, realizzate da artisti e scrittori, sia di Ribera che di altri comuni, sono state largamente apprezzate, oltre che dalla cittadinanza intera, anche dalle più alte autorità religiose della provincia.

Altre notizie molto interessanti e più esaurienti, sono riportate in due pregevoli pubblicazioni stampate a Ribera. Trattasi dei libri: <<Il SS. Crocifisso di Ribera>>  di Raimondo Lentini ed Enzo Minio del 1993 e <<Il SS. Crocifisso di Caltabellotta, Ribera e Sant’Anna>> di Enzo Minio del 1994.

 

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 CANTA…CHE TI PASSA

 

In uno studio critico dell’illustre cultore, ricercatore e studioso di Tradizioni Popolari siciliane, che risponde al nome di Giuseppe Pitrè (Palermo 1841-1916), sono riportati i seguenti versi di autore ignoto:

“Cu voli puisia vegna ‘n Sicilia / ca porta la bannera di vittoria / canti e canzuni ‘nn’avi a centumilia”.

Tali versi, sono stati anche ripresi dallo scrittore Santi Correnti, autore di oltre 70 pubblicazion ed inseriti nella sua presentazione che apre il mio libro “LA STRINA” – Canti, Musiche, Immagini e Feste popolari intorno a Ribera”, stampato nel 1991, con il patrocinio e il finanziamento del Comune di Ribera.

Credo, sia una pura e sacrosanta verità che la nostra bella isola mediterranea sprizza e regala musiche e canti da qualunque angolazione la si osservi.

<<I canti popolari – disse Herder,  un altro illustre studioso di tradizioni – sono gli archivi del popolo, il tesoro della sua scienza, della sua religione, della vita dei suoi padri, dei fasti della sua storia, l’espressione del suo cuore, l’immagine del suo interno, nella gioia e nel pianto, presso il letto della sposa e accanto al sepolcro>>.

Tantissimi sono stati gli storici, da Diodoro Siculo a Plutarco, dai Sacerdoti d’Egitto ad Erodoto, dai primitivi Longobardi a Paolo Diacono, che nello scrivere la Storia, non hanno trascurato la vita quotidiana dei popoli, le loro usanze, i loro dialetti, i loro proverbi, i loro canti, le loro musiche e quanto altro avesse potuto contribuire ad una maggiore e più approfondita conoscenza.

 

Il TRIO CILIBERTO:

Nicola G., Silvano e Alessandro

 

  Il patrimonio canoro e musicale della Sicilia è il più vasto tra tutte le Regioni italiane ed è caratterizzato da significativi e poetici testi, spesso musicati con appassionate melodie e gustose forme armoniche di rara maestria.

L’immenso Canzoniere siciliano spazia dai canti d’amore ai canti di lavoro, da quelli di sdegno a quelli di carcere, dai canti fanciulleschi alle serenate, dai canti di carrettieri alle ninne nanne, dalle filastrocche alle nenie, fino ai canti  religiosi.         

Molti brani, specie quelli d’amore, lasciano trasparire barlumi di vera poesia e versi di notevole bellezza e suggestione, creati da autori, spesso sconosciuti,  che hanno dimostrato di possedere una grande sensibilità artistica e poetica.

Alcuni dei classici siciliani tra i più noti, sono stati interpretati da artisti e gruppi folkloristici che li hanno portati fuori i confini della nostra terra.  Ricordo: Vitti ‘na crozza, colonna sonora del film di Pietro Germi “Il cammino della speranza”, la cui paternità, dopo tanti anni è stata attribuita al compianto maestro agrigentino Franco Li Causi, E vui durmiti ancora, dei maestri catanesi Formisano e Calì, e tanti altri di autore ignoto come: Mi votu e mi rivotu, Sciuri sciuri, E la luna ‘mmezzu mari, Si maritau Rosa, Comu si li cuglieru li beddi pira, La campagnola,  ecc.

Ed ancora voglio citare: Abballati abballati, una simpatica diatriba tra “masculi e fimmini”, ‘A curuna, il pietoso lamento di una giovane ragazza innamorata, A la vigna, un’allegra rievocazione della raccolta dell’uva.

 

Si potrebbe continuare all’infinito, ma per motivi di spazio, mi limito a citarne pochi altri molto belli ed oggi abbastanza conosciuti nella nostra Ribera, sia dai grandi che dai bambini, grazie al lavoro di ricerca e di recupero effettuato da parte di alcuni appassionati che tra gli anni ’70 e ’90  hanno dato vita a Gruppi musicali popolari, come “Sicilia Canta, Sicilia frana”,Cantafolk ‘90”, “Diario”, “Poggiodiana”, “Trio Ciliberto”,” Idea Musica”,  ecc.

Molti sono stati i canti riscoperti, rielaborati, arrangiati e incisi su dischi e musicassette, diffuse anche in Stati d’Europa, America e  Canada.

Solo così non sono andati perduti prestigiosi brani come: “La strina”, “La sveglia”, “Cara Ninetta”, “Dammi ‘na manu c’appiccicu”, “’Ntonia c’è lu bummardamentu”, “Lu basilicò”, “Grattatilla cu la grattalora”, “Sirinata ciancianisa”, “Paci facemu” e tanti altri.

Tanta buona musica e tanti bei momenti di allegria e spensieratezza che, secondo il noto detto popolare “ Canta che ti passa”, saranno utili se non altro, per superare o per dimenticare, anche per un solo momento, i troppi malesseri, le delusioni e  le vicissitudini della vita di tutti i giorni.

 

 

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I SOGNI:  FORTUNE E MALOCCHIO

I sogni, nella tradizione popolare rivestono grande importanza, in quanto, a seconda dei casi, possono essere interpretati come segni di buono o di cattivo auspicio e quindi, dai vari popoli della terra, sono stati tenuti sempre in grandissima considerazione. Naturalmente ognuno è libero di crederci o no, e solo per un fatto meramente di curiosità se ne riportano alcuni, tra quelli più conosciuti nelle nostre zone:

 

Un rito magico per liberare una giovane ragazza dal malocchio.

 

E' di buon auspicio sognare:

 - Di essere morti, in quanto questo sarà segno di lunga vita;

- Le pecore con la lana nera, che simboleggiano la ricchezza;

- I pidocchi, che portano fortuna e denaro;

- I pesci, che annunciano buone notizie;

- Le persone decedute, che assicurano protezione e fortuna;

- Una persona in punto di morte. Ciò equivale ad allungargli la vita;

- I bambini piccolissimi, che simboleggiano  purezza, sincerità e gioia di vivere;

- Il carbone, che indica buona salute;

-  L'acqua sporca, che rappresenta: pulizia, ordine e una casa molto ben curata;

- Un vigneto carico d'uva, che è segno di abbondanza e ricchezza;

- Un corvo nero, in quanto, al contrario di ciò che si possa pensare, quando appare in sogno è    portatore di buone notizie che verranno da parenti lontani.

 

E' di cattivo auspicio sognare:

- I serpenti, che rappresentano i dispiaceri;

- Il denaro, che simboleggia miseria e disperazione;

- L'uva bianca, che è portatrice di lacrime;

- I dolciumi, che indicano le amarezze della vita;

- Di ricevere regali e vestiti eleganti, che indicano miseria;

- La carne di qualsiasi tipo, che vuol dire fame, cattiva sorte e sfortuna;

- L'oro, che è un segnale di inganno e di tradimento;

- L'argento, che è segno di ingiurie e maldicenze;

- Le uova, che porteranno chiacchiere, dicerie varie e cattive notizie;

- L'acqua pulita e cristallina, che indica future lacrime e sofferenze.

 

Alcuni rimedi contro il malocchio:

- Tenere un sacchetto appeso al collo, con dentro sale benedetto, un chiodo, uno spicchio d'aglio ed inoltre un pezzetto di palma o ramoscello di ulivo, benedetti durante la Domenica delle Palme.

- Portare in tasca almeno una di queste cose: un chiodo, un cornetto rosso, un amuleto con un gobbetto, un vecchio ferro di cavallo, o cucirsi sui vestiti un pezzetto di nastrino rosso.

- Munirsi di un pezzetto di spago con attaccato un peperoncino rosso o un cavalluccio marino essiccato.

- Alla vista di uno jettatore,  sputare a terra per ben tre volte di seguito in direzione della sua casa o   gettare, dove questi é passato da poco, un vaso di "pisciazza" ( orina).

- Toccare ferro o se si è uomini, le proprie parti intime, al passaggio della persona dalla quale ci si vuole proteggere.

- Tenere la mano destra nella tasca dei pantaloni, ponendo il pollice tra l'indice ed il medio piegati su se stessi, oppure fare le corna di nascosto, possibilmente con tutte e due le mani.

- Farsi il segno della croce, utilizzando, per non essere visti, la punta della lingua anziché la mano destra.

 

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RISCOPRIRE Il PASSATO

 

Riporto uno stralcio della  Prefazione al mio libro “TRADIZIONI POPOLARI – Ribera ieri, Ribera

oggi”, stampato e distribuito nell’anno 2000 con il patrocinio e il finanziamento totale da parte della

Amministrazione Comunale della quale era Sindaco Giuseppe Corte se e Assessore alla Cultura il Geom.

Pasquale D’Anna che aveva anche le funzioni di vice sindaco.

<<Per chi non ne sia a conoscenza, o per chi, più non lo rammenta, ricordo che negli Stati Uniti e precisamente nello Stato del South Dakota, esiste una montagna chiamata Rushmore, che ogni giorno è meta di visite turistiche di persone di ogni estrazione sociale e di ogni parte del mondo.

La principale attrazione di questa suggestiva montagna è quella di avere scolpite su una delle sue pareti rocciose, le gigantesche teste raffiguranti quattro tra i più importanti Presidenti degli Stati Uniti d’America: George Washington, Thomas Jefferson, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt. realizzate dal grande scultore Gutzon Borghun.

Una camera da letto di una modesta famiglia siciliana degli anni '40

 

Insieme alle figure è scolpita anche la seguente enorme scritta, che rappresenta un grande messaggio per tutti i popoli della terra :

“Un paese che non si ricorda del proprio passato è un paese senza futuro. La memoria è nei nostri spiriti”.

Anche il notissimo scrittore, storico e giornalista italiano Indro Montanelli scriveva spesso:

“Un popolo che ignora il proprio passato, non capirà nulla del proprio presente”. 

Tutto ciò che è “Passato” è anche “Folclore”,  l’insieme di tutto ciò che è la vita di un popolo, l'essenza vitale del popolo stesso, la linfa che scorre nell'animo della gente, il modo più giusto ed appropriato per accrescere la conoscenza.

Folclore, detto anche "folklore" è un termine di origine inglese, che significa “Studio della cultura popolare” ed è nato dalla fusione delle due parole “folk” (popolo) e “lore” (dottrina) e quindi, “Dottrina del popolo”, o meglio “Conoscenza del passato”.>>

La vita di un popolo e gli “usi e costumi” del passato si possono conoscere oggi, anche attraverso l’immenso patrimonio popolare di “detti”, “proverbi”, “indovinelli”, “scioglilingua”, “canti”, a noi pervenuto e dal quale si può prendere esempio in tutti i campi dello scibile umano.

Quale migliore fantasia, se non quella della gente comune, poteva produrre tanto materiale da costituire una  ulteriore ricchezza per il già ricco patrimonio culturale della Sicilia ?

Gente povera, lavoratori, contadini, spesso anche analfabeti, sono stati gli autori, che oggi hanno il merito di aver prodotto tanto materiale, qua e là raccolto e salvato per sempre.

Gente che spesso, ha conosciuto solo fame e miseria, sacrifici e privazioni di ogni genere, ma che pur ha saputo affrontare le ingiustizie e i problemi della vita, sorridendo per un simpatico scioglilingua o sentendosi appagata per aver creato qualche enigmatico indovinello.

E’ mio auspicio che tutti, specie le nuove generazioni, possano scoprire,  l'amore e l'interesse per tante manifestazioni e per tanti momenti di vita popolare, cercando di contribuire a loro volta a tramandarli ai posteri, in modo tale che, il passato, fonte di semplicità e di saggezza, non solo non vada mai dimenticato, ma venga anzi capito, apprezzato e ricordato negli anni a venire.

Chiedo venia per una non prevista “auto citazione”, ma reputo necessario ricordare che, dopo la mia Prima raccolta di Canti e Feste popolari intitolata “LA STRINA” del 1991, grazie, ancora una volta, al Patrocinio del Comune di Ribera, ho avuto la grande soddisfazione di stampare nel 2000 anche un secondo e più corposo volume dal titolo “TRADIZIONI POPOLARI – Ribera ieri, Ribera oggi”, che, sono nati entrambi da un immenso amore per la storia delle più antiche generazioni .

Il costante, a volte faticoso, ma sempre appassionato impegno e i tanti piccoli e grandi sacrifici, oggi mi ripagano ampiamente, con l’apprezzamento da parte di tanta gente, ed ancor più di giovani studenti ed insegnanti, che in questi semplici libri hanno trovato, se non tutto, almeno qualcosa che li fa avvicinare sempre più alla natìa e amata Ribera, facendo loro riscoprire il bello e il meno bello del nostro glorioso passato.

 

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SI CUNTA…E SI RACCUNTA

 

Quando non c'erano ancora il cinema e la televisione, uno dei principali divertimenti era quello di ascoltare "li cunti", che qualche solerte anziano di fertile memoria, era solito raccontare con una chiarezza di esposizione che a volte faceva rimanere senza fiato i numerosi ascoltatori, che lo seguivano in religioso silenzio. A volte, era anche qualche compagno di giochi a raccontare una storia fantastica o la trama di un romanzo che aveva imparato a memoria, avendola sentita dal padre o dal nonno. Non era raro fino agli anni '50 vedere un "cuncumeddu" formato da persone di ogni età  che, sedute o in piedi, si accalcavano attorno al "cuntastorie" di turno.

Spesso questi racconti, data la loro lunghezza e l'enorme successo che riscuotevano negli ascoltatori, venivano esposti in varie riprese, fissando di volta in volta il successivo appuntamento. Era come seguire una telenovela di oggi, sempre con l'ansia di sapere come andava a finire. Più era bella e ricca di avvenimenti la storia, più era la voglia di non perdere una sola "puntata" del racconto. A volte qualche ragazzo veniva chiamato dalla propria madre per rientrare a casa,  ma il racconto non si voleva perdere e quasi sempre si rispondeva "ora ca finisci lu cuntu vegnu". Insomma, a questi appuntamenti si partecipava sempre con grande entusiasmo ed era un modo di trascorrere un po’ di tempo nell'arco della giornata, che allora non riservava certo molte occasioni per divertirsi. Altro che computer, altro che televisione, altro che telefonini, erano proprio altri tempi.

Un nostalgico volto di un anziano siciliano che sembra

pensare ad un passato che non può ritornare.

 

 

Andavano di moda racconti fiabeschi o biblici, fatti di cronaca e di guerra, le storie dei paladini di Francia e quelle di Giufà e Bertoldo.

Ricordo ancora alcune delle storie romanzesche che venivano raccontate: Giulietta e Romeo, Il fornaretto di Venezia, Le due orfanelle, Genoveffa, La sepolta viva, Le Avventure di Gulliver o dei Tre Moschettieri ed anche le gesta vere o inventate del bandito Salvatore Giuliano, che veniva quasi considerato un "eroe" che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, come Robin Hood.

Si riporta qui di seguito, una breve e semplice storiella di tanti anni fa,  che la buonanima di mia nonna mi raccontava spesso: Si tratta di un albero di pero che non faceva frutti e dal quale è stato scolpito un santo che… avrebbe dovuto far miracoli.

Tali racconti spesso molto brevi, comunemente chiamati “cunti” venivano declamati in dialetto, ma qui per una più facile comprensione adotterò la lingua italiana.

“LA STORIA DI LU PIRU”

C'era una volta un contadino, che nella sua campagna aveva tante belle piante che producevano frutti meravigliosi: arance, mele, susine, melograni e tante varietà di ortaggi. Ogni giorno zappava, concimava e curava tutte le sue piante che erano l'orgoglio del suo giardino. Possedeva anche un pezzo di pereto ove raccoglieva frutti grandi e squisiti di cui andava fiero.

Ma in mezzo al pereto, fra tutte le piante, solo una era lì, curata e accudita come le altre, ma che non aveva mai prodotto una sola pera e pertanto il contadino sfiduciato decise di eliminarla. Un giorno tale contadino conobbe un artista scultore che era molto abile nell'intagliare il legno e decise di regalare a lui il tronco di quel pero inutile, affinché questi ne potesse ricavare almeno un'opera d'arte. L'artista non se lo fece ripetere due volte e si prese l'albero ben tagliato e ripulito dei rami, portandolo presso il suo laboratorio artistico. Dopo qualche tempo il contadino seppe che da quel tronco di pero, l'artista aveva ricavato una statua di un santo e l'aveva donata alla Chiesa del paese. Così un giorno, incuriosito, decise di andarla a vedere. Giunto di fronte alla statua, si mise ad osservarla da tutti i lati, notando che era un vero e proprio capolavoro, ma nutrendo qualche dubbio in merito al suo potere di fare miracoli, storse un poco la bocca e pronunciò i seguenti versi:

Piru, ca nascisti 'nta un'ortu eccellenti, / piru, ca pira mai a lu munnu hai fattu, / ora ca sì santu e ti fai adurari, / pira unn'ha fattu e miraculi vò fari?

Altra versione più estesa, in uso nel territorio agrigentino è la seguente:

 Pir ca, nascisti 'nta un'ortu eccellenti, / chi pira e pira mai avisti a fari, / piru, parlu cu tia, ma tù mi senti? / cu un ti canusci ti veni ad adurari. / Dici Sant'Agustinu di li venti / ca di natura nun si pò canciari, / ora di piru, Santu ti prisenti, / pira un facisti e miraculi vò fari? >>

 

 

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CIRCO…CHE PASSIONE !

 

Non c’era ancora la televisione e il cinema muoveva i suoi primi passi, calamitando spesso l’attenzione di intere generazioni dei primi nostalgici anni del secolo appena trascorso. I divertimenti erano pochi, sia per i grandi che per i bambini e pertanto era considerato un grande avvenimento, quando in paese arrivava uno dei tanti circhi equestri che girovagavano qua e là per la penisola, portando un po’ di svago e di buonumore ad intere famiglie.

I miei ricordi personali si riferiscono agli anni ’50 quando l’arrivo di un circo a Ribera era salutato come una grande occasione da non perdere. Ricordo le carovane di camion, carrozze,  roulottes e carri-zoo con numerosi animali che lentamente, seguiti da stuoli di ragazzini andavano a “cunsari lu circu” nella piazzetta di Sant’Antonino, a Villa Isabella, nella Piazza G.Cesare e in altri occasionali punti periferici della città. Ricordo poi il lavoro di tutti per issare il tendone e la pubblicità per le vie del paese a dorso di elefanti, di cammelli, dromedari o cavalli con le immancabili scimmiette al seguito, che costituiva di per sé un modo per divertirsi dei bambini di allora che andavamo dietro agli artisti, felici come stessimo assistendo ad un vero spettacolo.

Forse la passione per il circo era dovuta al fatto che non c’era altro con cui divertirsi e pertanto, anche un semplice acrobata era considerato un angelo capace di volare, un domatore di tigri diventava un eroe, un pagliaccio era un grande attore comico. Alcuni ragazzini, spesso, a corto di soldi tentavamo il tutto per tutto per entrare furtivamente da sotto il tendone ed a volte ci riuscivamo.

Non ricordo la prima volta che sono entrato in un circo per assistere allo spettacolo, se ho pagato o no, ma sicuramente non avevo più di una decina di anni ed ancora oggi mi sembra di risentire il particolare odore degli animali che sovente erano cavalli, leoni, elefanti, scimmie ed anche foche, cani o addirittura serpenti. Ricordo i venditori di calia e semenza, di gelati, di bandierine del circo ed altri gadget.

Molti sono stati i circhi, noti e meno noti che hanno fatto tappa a Ribera, lasciando nei ricordi, ognuno qualche cosa di particolare, un numero sensazionale, un personaggio, una farsa comica ed altro.

Tra i tanti i più famosi sono stati quelli della famiglia Orfei, tra i quali Nando, Moira, Liana e Rinaldo. Da meno non sono stati quelli di Walter Nones, marito di Moira Orfei che, se non a Ribera, in altre città vicine ha portato anche il circo su ghiaccio.

Poi ancora ricordo il Circo Togni, il Circhi Embell e Riva ed il Circo Americano, che portavano numeri di grande acrobazia e di grande spettacolarità mai visti prima.

Nelle grandi città il Circo Americano si presentava con tre piste e la sua maggiore attrazione era quella degli elefanti, ammaestrati da un ragazzino, considerato la principale star dello staff degli artisti circensi. Quel ragazzino rispondeva al nome di Darix Togni ed ancora oggi i suoi figli vanno in giro per l’Italia e per il mondo a portare la magica atmosfera del circo.

Altri circhi molto noti sono stati, il circo Medrano, il  Tribertis,  Arata e tanti altri, in uno dei quali lavorava il nano Bagonghi divenuto popolare anche a Ribera e che gli ultra cinquantenni credo, ricorderanno ancora.

Nei circhi di oggi  molto è cambiato rispetto a quelli degli anni passati. Per esempio si paga molto, manca l’orchestrina che suonava in diretta durante tutto lo spettacolo e non c’è più quell’ interesse di una volta da parte di un pubblico modernizzato, molto più frettoloso ed indifferente, forse perché la televisione ha dato e continua a dare, (per dirla come in un noto spot pubblicitario) di tutto…e di più.

In Italia oggi si possono annoverare circa  duecento circhi che, in parte aiutati con contributi dello Stato e con convenzioni con le scuole, continuano ancora a mantenere alta l’antica tradizione circense e ad allietare  le presenti generazioni di spettatori, sia giovani che  adulti.

A titolo di curiosità cito alcuni dei circhi ancora in attività ed altri che per motivi vari sono stati costretti a chiudere.

Tra quelli in attività: Moira Orfei, Liana e Rinaldo Orfei, Amedeo Orfei, Miranda Orfei, David Orfei, Dea Orfei, Happy Circus, Jumbo, Larible, Lidia Togni, Martini, Acrobatico Triberti, Arata, Arbell, Circo di Mosca, Città di Roma, Errani,  Montecarlo, ecc.

Alcuni circhi che hanno chiuso: Andalucia, Apollo, Circo della Padania, Città di Milano, Girardi, Giannuzzo, Katty Orfei, Magic Circus Meskal, Miranda Orfei, Storico Tribertis, ecc.

 

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I CANTASTORIE SICILIANI

 

Trattare l’argomento dei cantastorie siciliani, è per me un vero e proprio invito a nozze. Infatti, fin dalla più tenera età è nata la mia passione per tutto ciò che è musica, folklore, canto popolare in genere. Ricordo ancora con una certa nostalgia i vari cantastorie che negli anni ’50 del secolo appena trascorso venivano a Ribera a cantare le loro storie. Il posto preferito era sotto le enormi piante di ficus, davanti la nostra villa comunale. La gente che accorreva, piccoli e adulti, uomini e donne, era sempre numerosa. Il cantastorie era un vero e proprio intrattenitore di folle, che si spostava di città in città, raccontando fatti di cronaca, leggende e storie varie di fantasia, portando sempre dietro il coloratissimo cartellone illustrato e la immancabile chitarra.

 

Era per me un vero e proprio spettacolo, da non perdere, anche per il fatto che il mio strumento preferito di allora e che desideravo possedere era proprio la chitarra. Il solo fatto di vederne una mi dava una certa soddisfazione e, crescendo, a 16 anni, finalmente ho potuto averne una tutta mia, acquistandola presso una nota liuteria di Catania.

Per dare solo qualche breve cenno storico dirò, che i primi cantastorie si fanno risalire ai tempi  di Omero e di Esiodo. Anche se è improprio difinirli dei veri e propri cantori come noi oggi li intendiamo, loro in ogni caso furono i primi che iniziarono questo tipo di comunicazione orale ancor prima dell’avvento della stampa.

 

 

Il cantastorie Vito Santangelo mentre racconta e canta

una delle tante storie popolari siciliane.

 

 

  In seguito, nel Medioevo, fu la volta dei Menestrelli, poi dei Giullari di Corte dei Trovatori ed infine dei veri e propri cantastorie ambulanti e dei “Cuntastorie” che rappresentavano spettacoli teatrali con l’Opera dei pupi.

Uno dei cantastorie di una certa valenza nella storia della letteratura italiana è stato Giulio Cesare Croce, autore tra l’altro della versione italiana delle famose storielle di “Bertoldo e Bertoldino”.

I cantastorie di piazza hanno fatto la loro comparsa nel 17° secolo e rappresentavano l’unico tramite culturale tra il popolo analfabeta ed il mondo epico e poetico, con i quali rivivevano le gesta, le avventure o le malefatte di briganti, di paladini, di avventurieri in genere che, addirittura erano molto cari alla fantasia popolare.

Nel loro lungo cammino, dal medioevo ad oggi si sono succedute, in Europa varie forme di cantastorie, una diversa dall’altra, ma tutte accomunate dal principale intento di portare leggende e fatti reali in città, paesi e borgate.

In Francia si rappresentavano le “Chanson de Geste”, in Spagna il “Romancero” con i “Cantares de gesta”, in Finlandia le saghe del “Kalevala”, in Russia le “Boline” ed anche le storie  dei “Bakelsa” in Germania, addirittura ripresi da Bertold Brecht nel suo Teatro Dialettico.

 

Per quanto riguarda i cantastorie siciliani, a noi molto più vicini e familiari, si sa da sempre che, come i loro più antichi colleghi, giravano in lungo e in largo per la Sicilia, soprattutto in occasione di festività, di fiere paesane o in periodi di raccolta del grano e altri prodotti della terra, quando  il popolo era più disponibile a spendere qualche soldo.

Alcuni dei più noti cantastorie siciliani, molti dei quali passati anche da Ribera furono: Gaetano Grasso di Paternò, Paolo Garofalo di San Cataldo, Orazio Strano, caposcuola catanese indiscusso, che si accompagnava oltre che con la chitarra, a volte anche con il mandolino.

Seguirono poi altri illustri artisti come: Cicciu Busacca, Francesco Paparo detto Rinzinu e Vito Sant’Angelo, tutti di Paternò ed infine altri più recenti come Franco Trincale di Militello Val di Catania, Peppino Castro di Dattilo (TP) e Saru Cavagna di Niscemi, per arrivare a Nonò Salomone di Sutera, che ancora oggi è in attività con altre forme di spettacolo.

Le storie più seguite dagli attenti spettatori erano quelle che raccontavano le gesta del bandito “Turiddu Giulianu”, del brigante “Peppi Musulinu”, di  “Minicu Cardiddu, ‘ntisu lu bastardu” ed anche “La barunissa di Carini” e tanti altri fatti di cronaca più o meno recente.

Verso la fine degli anni ’50  i cantastorie, che prima vendevano soltanto il fogliettino con la storia scritta ed illustrata, si adeguarono ai tempi e cominciarono a produrre dischi e musicassette dei quali il sottoscritto possiede ancora alcuni esemplari, che tiene gelosamente conservati, come segni tangibili del nostro passato che non tornerà più, ma che non potrà e non dovrà mai essere dimenticato.

 

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I GONFALONI DI PASQUA

 

Quella di Pasqua, per Ribera è senz'altro una giornata unica ed indimenticabile ed occorrerà ogni volta un  intero anno, per riprovare le stesse sensazioni e lo stesso entusiasmo, offerti dal  tradizionale Incontro che risale a parecchi secoli fa.

La città, in questa particolare occasione, si risveglia, in una atmosfera di magia e di grande gioia, durante la quale tutti i cittadini, dai più piccoli, ai più grandi, vivono un momento di indescrivibile emozione, ansia, e felicità.

La giornata, come  tante altre feste religiose, inizia con la solita "arburata", e in ogni parte del paese si odono spari di mortaretti, accompagnati dalle allegre note della banda musicale.

Negli anni passati e in particolar modo tra gli anni ’60 e ‘70, le manifestazioni di contorno all’Incontro, sono state molto più spettacolari poiché i gonfaloni, preceduti e seguiti da massicci gruppi di ragazzi, maschi e femmine, giovani e adulti, facevano la loro comparsa in piazza molto presto e ci restavano per ore ed ore, ammirati e salutati dalla enorme folla che si ingrossava a vista d’occhio.

Dai vari quartieri di origine, cominciavano a muoversi questi coloratissimi vessilli, comunemente detti “palii”, che rappresentano ancora oggi, varie Associazioni, Comitati di Feste, Enti religiosi, Congregazioni, o sono stati voluti da semplici cittadini,  per qualche grazia ricevuta.

Il tradizionale "Incontro" tra Gesù Risorto e la Madonna, era preceduto durante tutta la mattinata, dalla festosa sfilata dei predetti gonfaloni, interrotta qua e là, da varie esibizioni folkloristiche di gruppi di ragazzi.

 

Un palio realizzato dalla Gioventù Maschile di Azione Cattolica

in occasione della Festa di Pasqua a Ribera nel 1946.

 

Negli ultimi anni, molti dei tanti gonfaloni non hanno più partecipato alla Pasqua riberese e ciò è stato causa forse, di mancanza di volenterosi giovani che si prestassero alla cura del “palio” nonché al suo addobbo floreale ed alla partecipazione alla manifestazione.

Pertanto oggi, devo dire a malincuore che, tutto si svolge in maniera molto più approssimativa di una volta. I “palii” si vedono solo un’oretta prima dell’Incontro vero e proprio e non assistiamo più a tante allegre esibizioni, come quella di tenerli in equilibrio sulla bocca tra l’entusiasmo dei presenti. Non si vedono più quelle allegre piramidi umane formate da numerosi ragazzi che sembravano acrobati circensi. Non si vedono più quei bellissimi bastoni addobbati di fiori che, ben retti da qualcuno durante la corsa del “largo largo”, sembravano cadenzare la faticosa ma allegra corsa.

Poco prima delle ore 14, appare, portata a spalla da forzuti giovani, la splendida Vara di San Michele, che con la sua luccicante spada sguainata e adornato di bellissimi fiori e fave verdi appena raccolte, scende lungo il Corso per andare ad annunziare alla Madonna Addolorata la Resurrezione del Figlio.

A questo punto, davanti alla Madonna, alla quale è stato fatto cadere il velo nero, vengono ricostituiti i vari gruppi dei gonfaloni e di San Michele e tutti, saltellando con passi cadenzati, si portano davanti al Cristo Risorto, dove avviene l’atteso ed emozionante Incontro della Madre con il Figlio, tra gli applausi, misti a gioia e commozione di una enorme marea di spettatori felici.

Fino a qualche anno fa, l'Incontro si concludeva con una breve processione, che attraversava il quartiere di Sant'Antonino, dopodiché le tre vare rientravano nelle rispettive Chiese. Oggi tale processione del dopo incontro è stata rinviata alla sera.

L’auspicio mio e, credo di tutta la popolazione riberese è quello di poter ritrovare tutti i gonfaloni che si sono succeduti nel tempo e farli tornare a partecipare alla nostra più bella tradizione dell’anno che è, e resta sempre la Festa di Pasqua.

 

 

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STORIE RIBERESI: Tra leggenda e realtà

LU TESORU DI LI MUNTI DI SARA

 

In tempi molto remoti si era sparsa la voce a Ribera, che nei pressi del Monte Sara, il più elevato del nostro territorio, esistesse un grandissimo e favoloso tesoro nascosto dagli Arabi, detti anche Saraceni o Musulmani, i quali, avidi e feroci, lo avevano razziato con le loro scorrerie in tutta la Sicilia, dopo l'invasione dell'anno 827.

Si pensava che, numerosi gioielli, monete d'oro ed oggetti di inestimabile valore fossero stati sotterrati nelle falde del monte. Nessuno ne conosceva l'esatta ubicazione a parte gli stessi Arabi, che però, dopo numerosi assalti alla nostra isola sono stati respinti e per sempre ricacciati nelle loro terre al di là del Mediterraneo, costretti a lasciare qui il frutto delle loro ruberie. Si diceva persino che, per poter disseppellire tanta ricchezza, occorreva ricorrere a crudeli stregonerie, una delle quali, forse messa in giro da qualche mago mandato dal diavolo, era quella di immolare cento innocenti fanciulli e versare il loro sangue sulla vetta del monte. Solo così si sarebbero aperte le viscere della terra liberando l'ambito tesoro. Ma tale credenza, fortunatamente, non è mai stata presa in alcuna considerazione dall'intelligente popolazione riberese e pertanto, ancora oggi l’inestimabile tesoro "di li munti di Sara" giace sepolto chissà dove, con tutto il suo  mistero e nessuno certamente si sognerà mai di andarlo a cercare. 

 

GLI ARCHI DELLA MONDINA

 

Una delle storie più belle e commoventi che ci è stata tramandata di generazione in generazione, nell'arco di due o tre secoli è quella della mondina, una bellissima ragazza che, si dice, lavorasse nelle risaie della Valle di Verdura. Ancora oggi c'è chi afferma che nelle notti di luna piena, alla mezzanotte in punto, un melodioso canto misto a rintocchi di campane, proviene dal mare, nei pressi della foce del fiume Verdura e si diffonde in tutta la vallata. Si dice che sia la voce della mondina, una dolce fanciulla di 20 anni, con gli occhi cerulei e i capelli biondissimi, che viveva in un caseggiato, vicinissimo al mare, di cui oggi rimangono alcuni muri perimetrali ed alcuni archi, chiamati per l'appunto "Gli archi della mondina" e che molto probabilmente era stato costruito con il tufo proveniente dalle vicine cave, chiamate "li pirreri" di Martusa".

 

Ciò che rimane di un antico "magasenu" accanto a Torre Verdura,

utilizzato quando in quelle zone si coltivava il riso. Gli archi ancora

esistenti sono detti "Gli archi della mondina", della quale esiste

una suggestiva leggenda.

 

La suggestiva storia che gira attorno agli archi della mondina, narra del grande e struggente amore nato tra la giovanissima ragazza ed uno scrittore poeta straniero, molto dotto, che nelle sue peregrinazioni in Sicilia dopo averla incontrata, se ne era subito pazzamente innamorato.

Da allora, il giovane innamorato non faceva altro che scrivere bellissimi versi dedicati alla ragazza, che dopo alcune indecisioni, aveva corrisposto in pieno a tutte quelle attenzioni, ricambiando con il proprio immenso amore. Però un crudele destino ha voluto che il fidanzamento tra i due giovani innamorati fosse molto breve. Infatti, colpito dalla contagiosa malaria, che numerose vittime aveva fatto a causa del contagio proveniente dalle risaie, lo sfortunato giovane scrittore era morto e la povera mondina, che da quel giorno non avrebbe avuto più pace e affranta per la grande perdita, lo  avrebbe seguito di lì a pochissimi giorni, morendo anche lei, non di malaria ma per il troppo dolore. Sarà leggenda, sarà realtà, questo non è dato di saperlo, ma una cosa è certa, che di questo grandissimo, breve e sfortunato amore si parla ancora oggi e non c'è da meravigliarsi più di tanto se a qualcuno potrà venire la voglia di recarsi a mezzanotte, quando c'è la luna piena, sulla spiaggia di Verdura a godersi l'incanto di una magica notte siciliana.

Chissà, forse se avrà fortuna, porta' ascoltare la sublime e misteriosa voce della mondina, accompagnata da magici rintocchi di campane e sommessi rumori di spumose onde che si infrangeranno sulla riva ghiaiosa.

 

"CICCANNINU",  L'OROLOGIO DEL MUNICIPIO

 

C'è una vecchia storia a Ribera che ha come protagonista l'antico orologio del Municipio, conosciuto da tutti con il simpatico nome di "Ciccanninu".

Oltre a suonare con rintocchi di campane ogni quarto d'ora, esegue una musica in ore prestabilite, di solito, alla mezzanotte, alle cinque di mattina, a mezzogiorno ed all'Ave Maria, cioè alla fine della giornata lavorativa.

Si racconta che nei primi decenni dell'attuale secolo, vivevano due compari di nome Ciccu e Ninu, che insieme lavoravano presso un'impresa che eseguiva lavori relativi alla ferrovia, nella periferia ad Ovest del paese. Quando l'orologio del municipio suonava la ormai famosa musichetta di mezzogiorno, un altro operaio buontempone ed in voglia di far conoscere le proprie doti canore, cantava dietro ai rintocchi, una frase poi divenuta famosa: <<Ciccanni', mazzio'...Ciccanni', mazziò>>. Quell’improvvisato paroliere aveva adattato il suo testo alla situazione del momento in quanto, solitamente a mezzogiorno si deve mangiare.

 

L'orologio del Municipio di Ribera, soprannominato "Ciccannino)

per i suoi caratteristici rintocchi che segnano le ore.

 

Con quelle brevi e semplici parole era come voler dire ai due compagni di lavoro <<Ciccu e Ninu è mezzogiorno, Ciccu e Ninu è mezzogiorno>> e che quindi era sottinteso che si doveva smettere di lavorare e mettersi a mangiare.

Naturalmente i due compari non se lo facevano mai ripetere due volte e smettevano subito di lavorare, seguiti subito da tutti gli altri lavoratori.

 

Altro aneddoto che si racconta in merito al nostro "Ciccannino",  narra che, se una persona si fosse trovata in strada a mezzanotte in punto e avesse ascoltato i rintocchi dell'orologio, avrebbe dovuto conficcare a terra un coltello, un chiodo o un pezzo di legno appuntito, per preservarsi in futuro dal malocchio, dagli spiriti maligni e da possibili jettatori.

 

 

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OH CHE BEL CASTELLO !

Breve excursus tra le mura del Castello di Poggiodiana

dopo i primi interventi di restauro conservativo.

 

Era una bellissima giornata di aprile di quest’anno, una domenica per la precisione, e dopo avere rinviato per varie volte, finalmente avevo trovato sia la voglia che il tempo per recarmi tra i ruderi del castello di Poggiodiana, non tanto per curiosare tra quelle storiche mura, dove spesso andavo a giocare da bambino, ma anche per documentare, con apposite immagini i cambiamenti che allo stesso sono stati apportati con i recenti lavori di restauro conservativo.

Erano almeno vent’anni dall’ultima volta che vi ero stato, con i miei figli ancora piccoli e ricordo di avere scattato qualche foto e girato alcune scene con la video camera.

 

 

Il Castello di Poggiodiana dopo i primi lavori

di restauro conservativo eseguiti tra il 2005 e 2006.

 

 

Per la verità ho scelto una giornata festiva, per non disturbare eventuali lavori in corso, ma ero convinto di trovare almeno un custode che non solo mi permettesse di visitare l’opera, ma che mi accompagnasse anche tra i ruderi del maniero per evitare eventuali pericoli.

 

Ma non c’era nessuno, nemmeno autoveicoli e mezzi meccanici. Inoltre, all’ingresso della stradella privata che si diparte da quella pubblica, dove necessariamente si deve lasciare la macchina, non c’era alcuna chiusura, né alcuno che ne vietasse l’ingresso. Era tutto aperto e completamente sgombro da qualsiasi persona. Pertanto, piano pianino, mi sono incamminato lungo viottoli, sull’erta salita, tra anfratti e stradelle, scattando qua e là alcune foto di opere murarie già realizzate e scorci vari del Castello, che vedevo sempre più vicino.  

 

Dopo avere arrancato un pò a fatica, in mezzo a bellissime siepi di margheritine gialle, a filari di fichid’india e ad agrumeti, in parte ancora carichi di bellissime arance, ero giunto proprio in mezzo a quelle che un tempo furono delle lussuose sale del castello. Non c’era alcuno a cui rivolgermi, per avere qualche notizia circa la situazione dei lavori, che sembravano ultimati o sull’eventuale loro proseguimento. In ogni modo, riservandomi di acquisire in seguito notizie sullo stato dei lavori stessi, mi sono messo a scattare un po’ di foto, qua e là, notando subito che molti particolari architettonici, erano rinnovati e cambiati, rispetto ai ricordi di tanti anni prima.

 

Tale prezioso maniero, che era stato costruito nel XII Sec. dai normanni, a difesa delle piccole comunità che risiedevano e lavoravano nella zona, apparteneva in un primo tempo ai Conti Luna di Poggiodiana. Federico II d'Aragona, nel 1392 lo concesse al Conte Guglielmo Peralta, Signore di Caltabellotta, figlio di Guglielmo I e nipote di Raimondo Peralta, potente e ricchissimo feudatario.

In seguito, passo' ad un nobile di Sciacca, Artale Luna, che aveva sposato Margherita Peralta, erede della Contea di Caltabellotta.

L'investitura del Castello passò poi, al figlio di questi, Antonio Luna in data 10 novembre 1453, in virtù del regio privilegio concessogli da Alfonso il Magnanimo.

Nel 1565 infine, il maniero divenne di proprietà della famiglia Moncada e nel 1578, a causa di alcune forti scosse di terremoto, che hanno interessato tutto il territorio agrigentino, ha subìto gravissimi danni.

Oggi più che mai, il prezioso monumento, aveva la necessita di indifferibili opere di consolidamento. Solo così, credo non si vivrà ancora l’incubo dei tempi passati, di temere il crollo della superba torre, che alta e fiera, a ricordo di un passato che non può essere cancellato, campeggia sullo stemma ufficiale della nostra città.

Le immagini che fanno parte di questo breve articolo potranno più delle parole, evidenziare il nuovo look che si appresta ad  avere in futuro, il nostro storico e leggendario monumento. Il Castello di Poggiodiana , anticamente detto di Patagianu, unitamente ad altri interessanti siti archeologici e a tante altre risorse, principalmente, le località estive e il Museo Etnoantropologico, che potrebbero essere valorizzati, può sicuramente contribuire molto a far decollare quella famosa valvola dell’auspicato Turismo, di cui tanto si parla, e sul quale confidiamo molto, tutti quei riberesi che amiano Ribera, la nostra bella cittadina, troppo spesso trascurata e depredata di antichi splendori…che, è necessario far presto ritornare.

 

 

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…E’ FINITA ! MOMENTI DI  VITA…  MILITARE

  

 

 

Pistoia, C.A.R. Il saluto militare

 

Dopo un paio di rinvii per motivi di studio, la tanto attesa cartolina era finalmente arrivata il 9 marzo.  Destinazione l’84° Reggimento Fanteria-C.A.R. di Pistoia, dove avrei dovuto presentarmi il 9 aprile successivo. Da quel giorno i miei pensieri erano rivolti solo  alla vita militare,  alla prossima partenza che aspettavo e desideravo come se avessi dovuto andare in villeggiatura. Ero felice, la Toscana mi andava bene. Volevo ad ogni costo provare quell’esperienza, anche se tanti  miei amici già congedati me l’avevano descritta negativamente.

Io mi proponevo di affrontarla ed accettarla con molta serenità, con entusiasmo quasi e con non poca curiosità di conoscere  e provare sensazioni nuove.  Con il desiderio non celato anche, di avere  tante cose in più da poter raccontare. Infatti, avevo già deciso da tempo che, sul periodo militare avrei scritto un diario e per questo, avevo già acquistato un paio di libretti per appunti. Durante il corso dei 15 mesi poi, i libretti  sono diventati  ben otto, per un totale di circa 400 pagine  manoscritte.

Anziché l’8 di aprile,  avevo deciso di lasciare Ribera il 7,  per poter rimanere una giornata a Roma, città che da tempo sognavo di visitare.

La mattina della partenza era arrivata, puntuale, come puntuale era stata la sveglia puntata la sera precedente che, alle tre e mezzo esatte aveva  trillato implacabile buttandomi giù dal letto.

Salutati nei giorni precedenti parenti e amici, quella tranquilla mattina di aprile,  abbracciai mia madre che baciandomi e raccomandandomi tantissime cose, non aveva potuto trattenere e nascondere qualche lacrima.  A stento avevo cercato di frenare una certa commozione, premurandomi di prendere una piccola valigia di cartone che, oltre a contenere poche cose per il viaggio, sarebbe servita a rispedire a casa i miei abiti civili.  Mi accompagnavano alla stazione, mio fratello Sebastiano e un suo amico vicino di casa. 

A piedi, lasciando la mia casa ubicata nel quartiere di Sant’Antonino, tra le vie Pintaloro, Castronara e Indipendenza ci siamo incamminati  per il Corso Umberto, per poi discendere lungo il Viale Garibaldi. 

Le ultime case abitate finivano poco più sotto dell’ Arena Excelsa dal lato sinistro e del vallone “di lu Capiddu Venniri” dal lato destro.

Nel silenzio più assoluto di quelle strade senza gente, con una temperatura mite ed un cielo stellato, siamo arrivati alla stazione ancora immersa nell’oscurità. La littorina proveniente da Sciacca era già lì, con le luci e il motore accesi. Pare che aspettasse solo me, era quasi vuota, due o tre passeggeri in tutto. Altri abbracci per mio fratello e il vicino di casa, dopo di che non ho avuto che l’imbarazzo della scelta per scegliere il mio posto.

 

Il fischio del Capo Stazione, una paletta che si alza e puntuale la vecchia littorina  parte esattamente alle 4 e 25, molleggiando  e stridendo senza fretta, su una linea a scartamento ridotto, che da lì a pochi anni sarebbe stata dismessa per sempre, lasciando Ribera esclusa da qualsiasi collegamento ferroviario.  Non riesco a vedere la vetusta  galleria di Santa Rosalia e le campagne tappezzate qua e là di mandorleti e vigneti già verdeggianti, ancora immersi nel buio. Attraversando le Stazioni di Cattolica Eraclea, Montallegro, Siculiana, Realmonte e Porto Empedocle, dove comincia ad albeggiare,  alle 6 e 50 si arriva  alla Stazione Bassa di Agrigento. E’ la coincidenza di un’altra littorina a portarmi fino a Termini Imerese e da lì, alle 11 e 45, con il direttissimo proveniente da Palermo,  eccomi finalmente a Roma nelle primissime ore della mattinata successiva. Era  l’8 di aprile 1964, un mercoledì.

Non pensavo più  alla caserma presso cui mi dovevo presentare all’indomani, ma pregustavo già le bellezze artistiche della Città Eterna. Appena il tempo di ammirare l’elegante copertura ondulata in cemento armato di quella immensa Stazione Termini brulicante di gente e mi sono unito a due compaesani  incontrati sul treno, che dovevano presentarsi in altre caserme il giorno dopo. Uno dei due, Giuseppe Soldano, era un mio amico e vecchio compagno di classe durante i tre anni dal 1955 al 1957, alla Scuola Media Vincenzo Navarro di Ribera, allora ospitata al Piano Terra dell’attuale Palazzo Comunale. 

 

 

Durante i primissimi giorni al C.A.R. di Pistoia

 

Dopo esserci sistemati in una pensione poco distante dalla stazione, con entusiasmo, ci siamo messi a girare per la città. Dentro di me ho pensato: - Eccomi Roma, sei tutta mia -  Avevo finalmente la fortuna di visitare la Capitale. - Merito della chiamata alle armi - mi dicevo. Avrei voluto avere a disposizione almeno una settimana, ma in ogni modo, in quella intensa giornata ho potuto ammirare e restarne meravigliato, il maestoso Altare della Patria, il Colosseo, i Fori Imperiali, il Vaticano, varie chiese e fontane, palazzi ed opere d’arte quali la Pietà e il Mosè di Michelangelo ed anche, presso qualche museo o galleria: importanti dipinti, disegni, sculture ed altri tesori che, solo in parte, avevo  ammirato  sui libri d’Arte.

Peccato, lo Stato mi aspettava; e lo Stato non poteva più aspettare.  In quella immensa Caserma Piave di Pistoia, dovevo arrivare entro il giorno dopo, il 9 ed infatti puntuale vi sono arrivato alle 17 e 40. “Benvenuti all’84° Fanteria” era scritto a grandi lettere su uno striscione posto all’ingresso della caserma. Da quel momento e per i futuri 15 mesi la mia vita civile lasciava il posto ad un’altra vita, molto diversa, quella  militare.

I primi giorni di naja non mi pesarono affatto, tanta era la voglia di provare e conoscere qualcosa di diverso. Sopportavo ed accettavo con tranquillità le sveglie mattutine, le innumerevoli e spesso inutili adunate, le lunghe attese sotto il sole, le marce a volte faticose e interminabili ed anche il rancio,  definito a torto o a ragione sempre “ottimo e abbondante” .

Mi ero anche commosso varie volte durante l’alzabandiera e durante il discorso di benvenuto da parte del Comandante del Battaglione, che esaltava i grandi valori della Patria.

Qualche lacrima mi è anche spuntata quando, durante la prima Messa domenicale, il Cappellano nella sua intensa predica, parlando alle reclute da poco arrivate, tra l’altro aveva detto:  << …So che voi tutti conservate ancora forte nel cuore il ricordo della vostra casa e della persona più cara che avete lasciato, la vostra mamma…>> .  Non pochi, oltre a quelli miei, erano stati gli occhi bagnati, o lucidi di pianto nel sentire pronunciare la parola “mamma”.

Seguivano giorni intensi di fatiche, di  addestramenti, di angherie anche, da parte di qualche istruttore, istruito a sua volta ad essere arrogante, minaccioso, a volte sgarbato e senza alcun rispetto per i tanti giovani che eravamo come pesci fuori dall’acqua. Qualche parola buona, per fortuna, ci veniva detta, anche se raramente, da qualche alto ufficiale.

Ma certi caporali, sergenti o "ufficialotti" col grado di Sottotenente di complemento,  spesso “firmaioli”, offendevano  noi militari, senza alcun motivo plausibile, come fossimo animali, come individui senza nome, senza identità, da insultare a loro piacimento, forse per sfogare qualche loro represso desiderio.

Ecco qualche breve appunto del mio diario, dopo i primi 10 mesi di naja:

<<…..Posso dire di avere imparato tante di quelle cose che non basterebbe un intero libro a far comprendere a tutti la triste realtà della caserma….. Nei  primi giorni, per me, era tutto come una fiaba, ogni cosa mi appariva importante e ricca di  grande significato patriottico. Mi emozionavo facilmente all’alzabandiera, alla Messa domenicale e al suono della tromba durante  il silenzio. Tutto sembrava avere  un proprio  fascino particolare….. Seguivo ogni avvenimento con interesse, con entusiasmo, ma, nello stesso tempo, come uno che nulla sapeva veramente di cosa si celasse nella mente di chi  aveva in mano l’esercito e con esso, le sorti e la sicurezza della Nazione. Non si celava sicuramente né il senso del dovere, né tanto meno quello patriottico…. Ogni cosa ora mi appare diversa e penso a quanti momenti di sconforto ho dovuto superare, chiuso in me, con tanti ricordi incancellabili…..

…..Di giorno in giorno cova in me l’odio per ogni cosa e mi convinco sempre più che non è questo il modo  di trattare i giovani chiamati alla leva.  Non è questo il sistema per formare un esercito di soldati coscienti e convinti di adempiere un sacrosanto dovere per il tanto decantato “amor di Patria”. Con questi sistemi si ottiene solo il contrario, cioè il rifiuto più totale per tutto ciò che concerne la vita militare.

 Mi conforta solo  l’idea che, fra 5 mesi  potrò  gridare  finalmente: E’ FINITA ! >>.

Con incredibile lentezza passavano i giorni, l’originario entusiasmo per quell'esperienza andava lasciando il posto a sempre più crescenti delusioni, a momenti di irrefrenabile rabbia.

Mi risollevavano il morale solo i pochi momenti di libera uscita, quando avevo qualche occasione di vedere luoghi per me nuovi, monumenti e opere d’arte di grandissimi artisti del passato. Due mesi a Pistoia, tre mesi a Civitavecchia e dieci mesi a Brescia, con qualche trasferimento di alcuni giorni al Quartier Generale di Milano, a Pinerolo in Piemonte per un campo estivo ed a Sacile in Friuli, come “Aiuto Topografo” durante alcune esercitazioni con militari della NATO, mi avevano dato modo di vedere e provare tantissime cose, tutte prontamente annotate nel mio inseparabile diario.

Ho visto città, luoghi meravigliosi ed ho conosciuto ragazzi di diverse regioni d’Italia, ma spesso, al prezzo di tante umiliazioni, tante amarezze, tanti gratuiti rimproveri  tra le mura delle varie caserme.

Rivivo tra le pagine del diario il ricordo di quel sottotenente, che in un momento di adunata in cortile per la libera uscita, forse perché ancora assonnato per un’interrotta pennichella pomeridiana, si era affacciato ad una finestra delle camerate, sbraitando a squarciagola come un ossesso, oltre a minacce di punizioni, parole come cafonipecoroni, teste di c….,  ed altre non meno offensive e volgari. E’ stato il peggiore di tutti, sovente nervoso, forse esaurito, scontroso, stressato, sempre minaccioso e credo ne godesse quando elargiva punizioni e  scartava  per un nonnulla, almeno il 50 per cento dei militari che si apprestavano ad andare in libera uscita; solo per puro sfizio, per un personale capriccio, senza alcun valido motivo. Personalmente, anche comportandomi sempre correttamente, anche perché non volevo essere punito, ho subìto parecchi torti da questo losco e malvisto personaggio; e non nascondo che in particolari momenti di frustrazione, ne ho desiderato persino la morte, tanto era l’odio accumulato. Le mie erano reazioni a caldo è vero,  ma puntualmente, con amarezza e senza concedere attenuanti, il mio diario le registrava e questo costituiva per me l’unico naturale sfogo che mi dava la forza di continuare.

 

 

Foto ricordo al Porto di Civitavecchia

 

Quante volte ho pensato alla sospirata fine di quei tristi giorni. La mia vita ormai apparteneva allo Stato ed io ero solo un nome, una matricola, un individuo che non aveva alcuna possibilità di sottrarsi a quella triste realtà. Ogni cosa era ormai regolata da orari, da appelli e contrappelli, da falsi allarmi, da servizi, spesso faticosi e non sempre necessari: sveglia, adunata, addestramento, servizi, intervallo, rancio, libera uscita quando era possibile, ritirata, silenzio e poi….e poi un altro giorno uguale, e poi un altro e un altro ancora. Tanti, tantissimi lunghi giorni. Le belle sensazioni ed i pochi momenti felici svanivano nel nulla, poco alla volta, lasciando sempre più spazio ai momenti brutti che andavano prendendo il sopravvento.

Il Corso per Aiuto-Topografo a Civitavecchia, riservato solo a Geometri, Ingegneri e Tecnici vari, che tanto mi aveva inorgoglito, si era rivelato solo una inutile esperienza. Tre mesi di servizi quasi giornalieri, di fatiche, di rimproveri, trattati come somari.  Meno male che i provvidenziali periodi di libera uscita presso le affollate spiagge di Santa Severa e Santa Marinella riuscivano, per qualche momento a far dimenticare le angherie che ci fiaccavano moralmente.

Ma il giorno dopo si ricominciava, si tornava alla ramazza, al piccone, al badile, al rastrello, alle fatiche fisiche, alle angherie d'ogni genere, anche senza alcun motivo.  Le lezioni in aula per lo studio di materie interessanti come la topografia, la cartografia e i sistemi moderni di rilevamento dei terreni, utili, in caso di guerra, alle operazioni di artiglieria pesante,  erano sempre più un miraggio.

Non c’era un solo soldato che accettasse o sopportasse quei sistemi trogloditi, che riuscivano solo a formare uomini pervasi solo da una giustificata repulsione per tutto ciò che era “vita militare”. Non c’era più alzabandiera o predica di prete che potesse far commuovere. Altro che emozioni ! altro che “senso del dovere”! altro che “amor di Patria”!  Il  congedo era il solo desiderio di ognuno di noi,  per fuggire da quella vita ormai inutile e senza senso. 

 

 Oggi, dopo  quasi 40 anni, so che la vita militare è molto cambiata e bene accettata.  Parecchi giovani vi s'indirizzano ed anche i sistemi di preparazione, il rancio ed il trattamento in generale, sono molto migliorati.

A me resta l’incancellabile ricordo di quei non rimpianti 15 mesi, durante i quali le mie attese, come quelle di tanti altri giovani erano state ampiamente deluse.  Sono certo e convinto in ogni modo, che alcune cose dovevano andare per come sono andate, che certi istruttori purtroppo, erano obbligati ad usare severità, anche contro la loro volontà.

Per fortuna, col tempo, i miei vecchi rancori,  oggi sono di molto affievoliti e quasi del tutto dimenticati.

Avrei voluto conservare solo un bel ricordo della mia vita militare, lo avrei voluto veramente, ma non mi è stato possibile.  La delusione aveva sopraffatto l’originario entusiasmo. Ma una cosa mi conforta ed è  la consapevolezza che oggi non è più così, perché si va verso scelte volontarie di tanti giovani che nell’esercito, sicuramente troveranno una loro ragione di vita. 

Ed è questo il mio più grande auspicio, che questi giovani,  preparati a dovere ed opportunamente motivati, possano diventare una garanzia ed una sicurezza per la nostra amata e bella Italia. 

Solo così credo, in futuro, non ci sarà  più alcun valido motivo di  esultare felici, gridando: - E’ FINITA ! 

 

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