ANTICHI MESTIERI...

       ...ANTICHI COSTUMI

 

 

(A cura di Giuseppe Nicola Ciliberto)

 

NOSTALGIA DEL TEMPO CHE FU.....

 

...DAI RICORDI DELLE MIE NOZZE...

 

E' ancora molto forte e incancellabile il mio personale ricordo, sia del Palazzo Reale che del Museo Pitrè di Palermo, quest'ultimo

ubicato in quel magnifico Parco della Favorita che comprende, a poca distanza dal museo, anche la stupenda Palazzina Cinese.

 

Incancellabile, poichè le foto del mio matrimonio con Maria Tornetta, avvenuto in quell'ormai lontano giovedì 28 ottobre 1971,

in gran parte sono state riprese, prima nella meravigliosa Cappella Palatina, dentro al predetto Palazzo reale che fu dei Normanni,

tra una miriade di tesori d'arte e oggetti antichi, e dopo tra i numerosi reperti e le ricche vetrine del  Museo, circondati da svariati

oggetti appartenuti ai nostri antenati ed oggi elegantemente esposti per la pubblica fruizione.

 

Reperti di varie epoche,  che vanno dalle carrozze reali ai carretti siciliani e ai costumi popolari, dagli attrezzi di lavoro alle stoviglie di casa, dai mobili, a svariati oggetti casalinghi, agli arnesi appartenuti a varie categorie di contadini o artigiani. Un mondo vario, fantastico, ricco di fascino, che proietta l'osservatore, quasi sempre meravigliato, verso un mondo ormai scomparso, che ha lasciato i segni di una vita sicuramente povera, ma tanto ricca di cultura e, sovente anche di tanta saggezza. 

Maria e Nicola, dentro una carrozza reale e sopra un carretto siciliano,

 in due delle tante foto riprese il giorno delle loro nozze,

nel Palazzo dei Normanni e nel Museo Pitrè di Palermo.

 

Quel giorno non ho avuto ne il tempo, ne la giusta concentrazione per potere osservare e ammirare la enorme quantità di materiali esposti, in quanto vincolato, unitamente alla mia fresca mogliettina Mariuccia, agli ordini del nostro fotografo Giacomo Avanzato che ci manovrava a suo piacimento, per poterci ritrarre nelle pose più belle e interessanti, immersi in quel mondo antico che ci aveva tramandato tante cose interessanti e tante opere artistiche.

 

Ma ci sono ritornato in quel museo, negli anni successivi, e finalmente ho avuto più tempo per potere ammirare tutte le preziosità esposte. Non voglio e non posso soffermarmi a descrivere tutto ciò che ho potuto osservare tra le numerose stanze del Museo Pitrè, occorrerebbe un intero libro, ma ciò che ricordo bene e che vorrei tanto si facesse anche a Ribera, dove di oggetti raccolti ce ne sono tantissimi, è stato l'ordine di come gli stessi oggetti venivano presentati ai visitatori.  In pratica sono stati ricreati gli ambienti di una volta, come la cucina, la camera da letto, con tanto di "naca" per il neonato, l'angolo stalla per qualche animale, i vari tipi di lavori di campagna, che vanno dalla aratura alla semina, dalla mietitura alla lavorazione del frumento , ecc.....sistemati con molto ordine e molta sapienza.  Tantissime testimonianze di un passato più o meno recente, come: "lanceddi", "panara", falci, "aratri, "ancini e ancineddi", mazze per mazziare le spighe, piatti, pentole di coccio e di metallo, "zimmila", coffi" "rinala", càntari, arnesi di tanti mestieri, oggi scomparsi e decine di costumi popolari, compresi capi di antica biancheria intima. Un patrimonio assolutamente da salvaguardare poichè in esso è scritta gran parte della storia e degli usi e costumi dei nostri progenitori.

 

Insomma un mondo ricreato guardando al passato, che da tanta nostalgia dei vecchi tempi e  specialmente ai giovani mette in corpo tanta curiosità, sul modo di vivere e di lavorare dei propri genitori o dei propri nonni. Bei ricordi davvero, che in parte ora cercherò di riportare sul sito anche per contribuire a far conoscere un po più approfonditamente ai mie tanti graditi visitatori, gli aspetti della vita di un tempo ormai lontano, dalle quali le nuove generazioni avranno tanto da apprendere, consci che il loro tempo, anche se molto più comodo e generoso del tempo passato, deve molto a tutti coloro che ci hanno preceduto nel corso dei secoli.

Principalmente in questa nuova sezione mi soffermerò, raccogliendo notizie qua e là, sui vari aspetti dei mestieri antichi e in via di estinzione e degli abbigliamenti popolari, sia giornalieri che festivi, soprattutto dei primi anni del secolo appena trascorso e per almeno una sessantina di anni. 

Oggi molto è cambiato, sia nei mestieri che nell'abbigliamento e del lontano passato che in molti ancora ricordiamo, non ci resta che un indimenticabile

e purtroppo nostalgico ricordo.

                                                                                                                                                                             Giuseppe Nicola Ciliberto

 

 

Il Museo Giuseppe Pitrè di Palermo: l'anima del folklore siciliano in un museo

 

     Quando si parla di folklore siciliano non si può fare a meno di pensare a Giuseppe Pitrè. Medico demopsicologo studioso di tradizioni popolari,

 Pitrè nacque a Palermo nel 1841 e dedicò tutta la sua vita alla ricerca della cultura e tradizioni siciliane. Fin da giovane si dedicò agli studi folkloristici

e alla raccolta di canti, poesie, leggende, racconti, credenze e a qualsiasi forma di espressione delle tradizioni popolari siciliane.

Oltre a questa vasta ricerca Pitrè svolse studi comparativi che gli permisero di non limitare il suo lavoro alla catalogazione ma in più di inserirvi conclusioni

e ulteriori spunti di ricerca. La sua opera monumentale di ricerca e catalogazione fu pubblicata in una raccolta di 25 volumi intitolata

"Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane" scritte nel periodo che va dal 1871 al 1913.

     Si deve a questo appassionato, infatti, il museo etnografico di Palermo che raccoglie quanto di più completo e di interessante ci sia da vedere sulle tradizioni popolari dell'isola.

     Il desiderio di Pitrè, era quello di poter avere un luogo naturale dove gli oggetti potessero ancora "vivere". Infatti, egli, immaginava il museo etnografico in un ambiente speciale possibilmente immerso nella natura, in modo tale che gli oggetti, al contatto con essa, potessero prendere vita, cioè rinascere, ricrescere e nuovamente morire nei ricordi di ogni osservatore, in questo modo si crea un ciclo continuo, dove gli elementi della vita, si fondono con quelli della cultura assumendo così nel tempo, un alto valore storico.

Questo desiderio Giuseppe Pitrè non riuscì a realizzarlo a causa della sua morte nel 1916. Pitrè collaborò con altri studiosi italiani per vari lavori sulle tradizioni popolari italiane.

     Il museo venne fondato nel 1910.

Nel 1934 lo Stato cedette la Palazzina Cinese e il Parco della Favorita al Comune di Palermo. Il museo ha sede in una delle dipendenze della stessa Palazzina Cinese; la stessa, di cui sono visitabili solo alcune sale, è una deliziosa residenza dove si fondono in maniera armonica l'arte neoclassica e le "cineserie" di moda a quel tempo. Splendidamente arredata e decorata, fu la dimora preferita di Ferdinando III e Maria Carolina. 

 

     Le collezioni

    Carretti e Bordature; Casa e Pagliaio, Filatura, Tessitura, Arredi e Corredi; Costumi popolari; Ceramica popolare; Cortile della strigliata; Angolo della cucina; Magia e religione;

 Ex voto; Pani e dolci festivi; Cappella. La quotidianità delle tradizioni siciliane ritorna nelle storie dei Paladini di Francia che decorano i laterali dei carretti siciliani.

 

Vecchi mestieri oramai estinti, forse ne rimane qualcuno quasi a farci ricordare il nostro passato e la fatica dei nostri padri che giornalmente vivevano per portare a casa poche lire. Manualmente senza l'ausilio dell'elettronica e della tecnologia ma con il loro ingegno e il loro sudore. Una volta non esistevano mica le macchine e le moto e gli unici mezzi di trasporto erano gli animali, come il mulo, il cavallo e l'asino e chi poteva aveva il Carretto, mezzo indispensabile con il quale giornalmente ci si spostava dalla casa alla campagna per andare a lavorare. Ci si alzava prestissimo quando ancora fuori era buio e ci si incamminava lungo la strada che portava ai campi.

Col carretto si caricava e si scaricavano  materiali vari. Era l'antenato del camion di oggi. Era un mezzo di lavoro davvero insostituibile  e alcuni erano decorati in ogni loro parte e con essi si raccontavano storie di vita passata e leggende . Così spesso si ricorda il carretto siciliano, anche se in realtà non tutti riuscivano a farsi decorare il loro

e molti restavano soltanto semplici e spogli mezzi di lavoro. La manualità e l'artigianato regnavano una volta come l'industria regna ora, nei tempi moderni.

I campi e l'allevamento davano il modo di vivere, ma nello stesso tempo esistevano tanti altri piccoli mestieri che oggi non esistono più, come l'arrotino che passava

in tutte le strade con il suo trabiccolo, che spesso consisteva in una bicicletta modificata e resa mezzo di lavoro, con cui affilava le lame dei coltelli .

Oppure il riparapiatti che con il suo particolare fuso riparava i piatti rotti che non si buttavano, ma si mettevano da parte per farli riparare proprio da questo artigiano.

Non mancavano naturalmente i venditori ambulanti di ogni genere. I ciabattini, l'ombrellaro, il sarto, il fruttivendolo, "lu babbaluciaru",

il ricottaro, e tanti e tanti altri mestieri oggi scomparsi o quasi in via di estinzione.

 

DUE ANTICHI E CURIOSI MESTIERI: 

" Le prèfiche " e " Lu pircantaturi o procacciaturi di debiti "

Tra i tantissimi mestieri che sono stati svolti da uomini e donne da migliaia di anni e fino ad oggi, voglio dare inizio a questa interessante sezione con due di essi, quasi totalmente scomparsi, con qualche rara eccezione in alcune parti della Sicilia. Uno dei più antichi e che risale addirittura ai tempi dei romani, quindi ad oltre duemila anni fa era prerogativa delle donne, soprannominate "le prèfiche", vere attrici da teatro, il cui curioso compito era quello di piangere e strapparsi i capelli durante la veglia  e il funerale di un defunto, regolarmente pagate dai parenti, che sebbene affranti dal dolore, si servivano di esse per dare più tristezza e costernazione alla dolorosa dipartita del caro congiunto.  La prefica (dal latino praefica) era quindi una donna pagata per piangere ai funerali nell'antichità classica. Le prefiche venivano nel corteo funebre precedevano il feretro dietro i portatori di fiaccola, con i capelli sciolti in segno di lutto e cantavano lamenti funebri e le lodi del morto, accompagnate da strumenti musicali, a volte graffiandosi la faccia e strappandosi ciocche di capelli.  L'uso citato già da Omero, venne proibito, nei suoi eccessi, a Roma dalla legge delle XII tavole.

Si mantenne tuttavia anche in epoca cristiana, sebbene combattuto dalle gerarchie ecclesiastiche (l'uso venne condannato in un'omelia di Giovanni Crisostomo)

ed era praticato ancora in tempi recenti nell'Italia meridionale.

Altro curioso mestiere, scomparso da tempo, ma da ciò che si dice, presente ancora in qualche remota parte della nostra isola, era quello del "pircantaturi" o meglio

del "procacciaturi".  Il suo lavoro consisteva nel far restituire i debiti alle persone che lo chiamavano e che, ovviamente non riuscivano a convincere il debitore a farlo.

La sola presenza del "pircantaturi", continua e insistente, a pochi passi dalla porta di casa, prima o poi costringeva il debitore ad estinguere il proprio debito, anche

perchè, la sua presenza veniva prima o poi notata dai compaesani che certamente potevano "sparlittiarlo" definendolo un "malupagaturi" e queste erano cose poco gradite e che spesso facevano perdere gli amici..

G.N.C.

Le prèfiche

(in un dipinto di Franco Corlianò)

 

Erano donne attrici che venivano chiamate dai parenti di un defunto

per piangere e strapparsi i capelli durante la veglia e i funerali,

naturalmente dietro lauto pagamento.

 

"Lu pircantaturi" o "procacciaturi di debiti"

Il suo compito era quello di piazzarsi nei pressi di una casa

per costringere il suo inquilino, con la sua insistente permanenza,

 a restituire un debito alla persona che lo aveva incaricato di questa

curiosa incombenza. Un vero e proprio "procacciatore" di "affari".

 

 

MESTIERI SCOMPARSI O IN VIA DI ESTINZIONE

La vita dell'uomo è caratterizzata dal lavoro che, a seconda della civiltà e del momento storico nonché soprattutto del territorio d'appartenenza e delle risorse naturali, si connota di peculiarità singolari su cui si fondano l'economia e il commercio locale. Specie nel passato il lavoro si esprimeva in mestieri legati all'artigianato, con segreti tramandati da padre in figlio, o in piccole aziende a conduzione familiare, ai prodotti dell'agricoltura e della pesca, ai trasporti coi carretti o coi cavalli, oppure come minuto commercio stradaiolo con posto fisso o ambulante per i paesi della regione.

 

"Firraiolu"

"Gilataru"

"Vinnituri di latti"

 

Alcuni mestieri anzi accompagnavano il folklore delle sagre paesane in occasione delle più importanti feste, altri invece soccorrevano alle necessità quotidiane dei passanti, come l'acquaiolo o i venditori di carbone porta a porta, o dei prodotti della campagna offerti dal produttore al consumatore con i festosi carretti. Un posto a parte merita il mestiere di "puparo" legato al teatro di antica origine in cui l'artista è non solo creatore dei personaggi, ma interprete delle storie tratte dalle Chanson de geste o dai poemi cavallereschi.

 

"Rulugiaru"

"Lustrascarpi"

"Firraru, maniscalcu"

 

A nostro avviso anche questi antichi mestieri fanno parte della storia delle tradizioni siciliane. Molti di essi sono del tutto scomparsi o divenuti rari, soppiantati dal progresso e dall'industrializzazione, dalla catena di montaggio e dalla tecnologia più sofisticata, oppure da altre abitudini di vita e costumi d'importazione straniera, da consumi diversi, dove all'acqua fresca per dissetarsi si è sostituita la Coca-Cola. I giovani d'oggi non hanno mai conosciuto l'acquaiolo, il conciabrocche, i salinari, i pastai, gli arrotini, i carrettieri, le donne addette alla salatura casalinga delle acciughe, la "pilucchera" che si recava a pettinare le clienti casa per casa, solo per ricordare alcuni mestieri di un tempo.

 

 

"LU SIGGIARU"

Costruiva e riparava le sedie

 

"VINNITURI di vasillami di crita""

 

SCALPELLINO

 

Ecco perché come specchio di costumi più semplici, dai ritmi più pacati, se pur non privo di fatica e di povertà, dove la festa giungeva come lieta pausa alla laboriosa quotidianità, abbiamo ritenuto riproporre per immagini alcuni dei più significativi mestieri di ieri diffusi in Sicilia, perché, secondo noi, anche questo passato è patrimonio di memorie da ricordare, un "come eravamo" pacatamente tinto di nostalgia o di sorridente sorpresa nel notare le mutazioni che il tempo incide nel costume e nelle abitudini dei popoli. La documentazione presentata è alla fine di offrire una rassegna abbastanza significativa, se pur non completa, degli antichi mestieri di Sicilia e un quadro dalle tinte schiette della vita di ieri, specie delle classi sociali più umili, che non vuole suggerire rimpianti ma solo testimonianze, in cui è riflessa la storia dell'evoluzione della nostra terra e della nostra gente di Sicilia.

 

"Lu conzapiatta"

 

"Li cuntadini"

 

"Vinnituri di cutedda"

"Vinnituri di bummula"

 

"Vinnituri di sardi salati"

"'Ndustria lavorazioni agrumi"

Arrotino

"Ammola forfici e cutedda"

"La cannistrara" (Ceste in canna e vimini)

 

Esistevano un tempo altri mestieri meno nobili, che a mala pena consentivano di rimediare lo stretto necessario per sopravvivere. È il caso del "conzapiatta" o "conzabrocchi", che  gridava a squarciagola per le vie del paese come un vero e proprio girovago, che invitava le massaie a far riparare (acconciàri) le grosse

conche di terracotta in cui si faceva il bucato (a Ribera dette comunemente anche "lemme" ) e quelle piccole destinate a svariati usi casalinghi, che in qualche modo si erano spaccate e che egli, con graffe di ferro e mastice, riusciva a rimettere in uso. Un tipico chiaro esempio si riscontra nella Commedia "La giara" di Luigi Pirandello, quando lu "Zi Dima" rimane chiuso dentro ad una grande giara appena riparata con mastice e filo di ferro.

 

"Ramaiu o stagninu"

"Scarparu"

"Tappizzeri di seggiolini"

"Vinnituri di robba vecchia"

Ribera: "Lu siminzaru Peppi Canta"

"Lu vuttaru"

"Lu castagnaru"

"Lu carritteri"

"Lu vinnituri di grattatella"

Negli anni '50 esisteva anche a Ribera qualcuno che vendeva la "grattatella" che era ghiaccio tritato

condito con varie essenze coloratee.

"Lu 'mpagliaturi" di sedie

"Li mititura"

"Li spagliatura"

 

Altro mestiere ambulante era quello dell’accuzzafèrri, l’arrotino, che, quando non disponeva di una bottega, andava di casa in casa, in qualunque condizione climatica,

con la sua bicicletta attrezzata di mole per affilare, per procurarsi qualche lavoretto che gli consentisse di sbarcare il lunario.

Altra figura tipica è quella del “lu maestru di lu pannu” (il maestro di panni, ossia il sarto) che esercitava anche il mestiere “brabèri” (barbiere) soprattutto nei piccoli centri.

 

Il carrozzinaio

Il cordaio

Il venditore di carbone

L'arrotino

"Mititura"

"Picuraru ca fa lu tumazzu"

"Lu picuraru"

 

La doppia professione non gli procurava grandi introiti poichè la gente, prima di ricorrere al sarto per confezionare un abito da uomo, usava rivoltare ripetutamente quelli usati o applicare pezze quando si sfondavano i pantaloni o si sgomitavano le giacche. Anche i tagli di capelli e le barbe erano impegni occasionali: i più preferivano i veri barbieri che, fra l’altro, esercitavano anche la domenica (la giornata di riposo era il lunedì). Altra caratteristica di alcuni barbieri era quella di sostituirsi agli odontoiatri (dentisti) che per la verità a quei tempi erano pochi) e si improvvisavano "dentisti" estraendo con le loro pinze o con un pezzo di spago, qualche dente cariato a pazienti

che senz'altro dovevano essere animati da molto coraggio.

"Vinnituri di cannistri e nassi pi piscari"

"Cuntadini"

""Ripara piatta"

Fra i mestieri del passato possono considerarsi quelli de “lu firraru”, il fabbro ferraio, che forgiava graticole e spiedi, zappe ed aratri, chiavi e treppiedi, ma aveva anche l’abilità di ferrare i cavalli e de “lu mastru carraduri”, il maestro carraio il quale, oltre a costruire carretti agricoli, provvedeva a rimettere in sesto quelli che avevano subito qualche danno: tutte figure che ad iniziare dagli anni '60 del secolo appena trascorso, sono  diventate sempre più rare.

A Ribera hanno operato in questo campo, ben quattro botteghe di "mastri" carradori: quella dei Fratelli Millefiori, che si trovava nella attuale Via Carradori

e successivamente quelle della famiglia Spallino, di Francesco Di Giorgi e di Giuseppe Sferlazza, quest'ultimo proveniente da Favara.

 

MANISCALCU

"Firraru di di animali quali cavalli,

muli,  asini".

 

PARANINFU (  Missaggeru)

Era il mestiere di intraprendenti uomini

ed anche donne che combinavano

i matrimoni.

 

 

RIPARATORE di PENTOLAME

"VINNITURI" DI SEDIE

 

 

COSTRUTTORE DI SCOPE

 

 

SCRIVANO AMBULANTE

"LU VANNIATURI"

Annunciava in mezzo alle strade, dopo avere suonato una trombetta, i

comunicati del sindaco o  avvisi vari

di commercianti, o di gente che aveva smarrito qualcosa (di solito animali).

 

"STAGNATARU" (Stagnino)

Provvedeva ad applicare una

stagnatura all'interno di pentole

 

"STAZZUNARU"

Lavorava l'argilla costruendo: tegole,

piatti, vasi ed altri oggetti per la casa.

 

"VINNITURI DI ANCIDDI"

(Venditore di anguille)

 

 

COSTUMI POPOLARI

II costume popolare, la cui stessa definizione si è prestata a vari equivoci, è uno degli aspetti della nostra cultura che, più di altri, ha subito fasi di alterna fortuna, passando dagli entusiasmi più esaltanti, fino alla retorica, all'oblio più totale e altrettanto immeritato.

Negli anni Ottanta del secolo appena concluso (il 1900), insieme alla rinascita dell'interesse per i manufatti tessili antichi, si sono andati via via rivalutando anche argomenti ad essi correlati quali la moda e il costume popolare.

Gli studi recenti tra i quali riteniamo fondamentali i cataloghi delle mostre "il costume popolare abruzzese fra '700 e '800" a cura di De Rosa, Trastulli e Spedicato Iengo, del 1985, e "il merletto nel folklore italiano" a cura di Davanzo Poli, del 1990 - hanno chiarito molte problematiche e soprattutto fatto piazza pulita della retorica e degli atteggiamenti di condiscendente demagogia che avevano finito per stravolgere, edulcorare, fino all'invenzione e alla creazione di falsi storici, il costume popolare.

In Abruzzo e a Vasto, come per il resto del Paese, quando si parla di "costume popolare" non si tratta di indumenti indossati quotidianamente dalla gente comune.


Per i contadini e pastori dei secoli scorsi si tratta di stracci o poco più: pelli di pecora o tessuti grezzi portati un giorno dopo l'altro per ripararsi dalle intemperie.
Il "costume" è l'abito "buono", usato nei giorni di festa e nelle grandi occasioni della vita, prima fra tutti il matrimonio, per cui di solito viene appositamente confezionato e deve poi durare praticamente per il resto della vita.

 

 

La Moda e i suoi cambiamenti non incidono molto sui costumi tradizionali festivi, la moda è un concetto legato al Lusso, riguarda le classi dominanti, soprattutto i benestanti che vivono in grandi città, dove arrivano le novità delle grandi corti d'Europa.
Nonostante queste premesse permangono delle caratteristiche degne di nota nel costume abruzzese, che lo distinguono da altri costumi regionali e lo rendono unico.
Ne troviamo testimonianze nelle incisioni e negli acquerelli delle famose serie volute da Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli.
Su suggerimento di Domenico Venuti da Cortona, direttore della Reale Fabbrica di Porcellane di Capodimonte, il re decise di inviare in missione artistico-scientifica

dei pittori stipendiati, per rilevare le fogge del vestito popolare del regno, in acquerelli da riprodurre in miniatura sulle porcellane.

 

Abbigliamento per bambini dei primi anni del '900


La missione, che durò quindici anni (1783-1797), vide l'avvicendamento di artisti che lavoravano in coppia: Alessandro d'Anna, Saverio della Gatta, Antonio Berotti,

Stefano Santucci, viaggiando per tutto il regno dal Napoletano alla Puglia, poi in Abruzzo, in Calabria, in Sicilia.

Terminati gli acquerelli il re decise, con lungimirante senso imprenditoriale, di trarne delle incisioni su rame, da vendere a viaggiatori e curiosi sempre in cerca

di "souvenirs", con privativa reale.
La fortunata serie sarà più volte copiata e falsificata, diventando insostituibile fonte iconografica di cui si servirà il romano Bartolomeo Pinelli (1781-1835) per delineare, senza muoversi da casa, i costumi abruzzesi nelle sue famose serie "Raccolta di costumi pittoreschi" del 1809 e "Raccolta di Cinquanta Costumi  -

li più interessanti delle Città, Terre e Paesi, in Province diverse del Regno di Napoli" del 1814".

Grazie a studi e mostre recenti, sono ora chiariti gli scopi e la metodica seguiti per la realizzazione di queste serie, le loro valenze turistiche e folkloriche oltre che di documentazione storica, nonché la loro dimensione artistica.


Incisioni e dipinti colgono, oltre che i dati che hanno in comune i costumi festivi dei vari centri abruzzesi, i particolari che li differenziano uno dall'altro.Vale la pena di cercare di individuare quelle differenze, perché esse sono la testimonianza dello sforzo individuale di differenziarsi e di mantenere una propria identità,

anche facendo parte di un gruppo, di esprimere una propria creatività in dettagli solo apparentemente marginali.

Il costume maschile festivo abruzzese è meno appariscente e differenziato di quello femminile, tanto che anche Ferdinando IV si trovò più volte

a richiederne dettagli più accurati ai suoi disegnatori.


Elementi comuni sono dati da una giacca che scende a metà coscia di panno blu o marrone con gilet sottostante derivati dalla marsina nobiliare settecentesca, cosi come i calzoni al ginocchio. Spesso compare un'alta fascia avvolta in vita di tessuto di colore contrastante.
Ai piedi le "ciocie" i cui lacci si legano intorno ai polpacci coperte da grosse calze di lana bianca o scarpe di cuoio con fibbia d'argento.
Sul capo un cappello a tesa larga, a "pan di zucchero" con nastri e fibbie nel caso il copricapo sia indossato da un pittoresco brigante o da uno zampognaro.

 

ABBIGLIAMENTO POPOLARE

 

 

Costumi di uomini:

I costumi degli uomini si dividono in due categorie: giornalieri e festivi. Il costume più primitivo

è quello dei pastori; essi venivano cuciti con una stoffa molto pesante di lana, l’orbace, che si può considerare una delle stoffe più indispensabili nella storia dell’arte della lana.

 

I costumi venivano accompagnati dai giubboni e da calzoni (vrachi), lunghi fino al ginocchio,

che possono essere di panno, d’orbace e di altra stoffa.

I calzoni (càusi o cazi), il panciotto ( gileccu), la giacca (bunaca o rubbuni), il berretto (birritta) sono alcuni elementi del costume festivo invernale.

 

Esistevano anche diversi tipi di cappelli, legati alla vita di strada e dei campi, come ad esempio

il cappeddu di curina, la coppula, lu cappeddu di mitituri, lavorato con filamenti di paglia.

Le camicie e le mutande appartengono ad un corredo più recente.

 

Di lino finissimo, la camicia è ampia e larga, mentre le mutande sono sempre lunghe e bianchissime.

 

 

 Costumi di donne:

Le donne siciliane si compiacevano di far trasparire, attraverso le loro vesti, tutte le forme del loro corpo. Solitamente nei musei si trovano diversi costumi composti da un busto di cotone (spenseri), dalla sottana (baschina) e da un grembiule (falaro).

 

Nel costume delle contadine non cambiano che i colori, mentre nei vestiti delle venditrici ambulanti, la gonnella è ornata da due strisce.

 

In questi costumi, in Sicilia, al tessuto di cotone si sostituisce la lana, mentre, a volte, il busto si chiude con un colletto piuttosto alto; e, spesso, un pezzo di merletto abbellisce il busto. Nelle sue vesti la donna siciliana ama soprattutto applicare il  macramè, cioè una trina di fili annodati, che copre la scollatura lasciata dal busto di seta rossa, con fiorami a vari colori. Lavorati ad ago, i merletti a reticella, in Sicilia, prendono il nome di cartillio.

 

Il crascëtë è un bustino ricamato di seta dalle donne albanesi di Sicilia. Attaccate al crascëtë, sono le mënghëtë,

cioè le maniche, anche esse ricamate. Vi sono esposti anche molti esemplari di mantelline e scialli, che sono

fra i più caratteristici dell’abbigliamento popolare, denotando un influsso arabo.

 

  

ABBIGLIAMENTO ETNICO

Nell'analisi dell'abbigliamento popolare  si isolano quattro tipi di abiti: il quotidiano, il festivo, il solenne ed il rituale.
Indicano povertà, ricchezza, gusto del bello, appartenenza sociale ecc. L'abito quindi è un veicolo d'informazione, rappresentativo dei simboli e dei sentimenti in una società e in un determinato tempo. Nella raccolta Piraino sono custoditi anche alcuni di questi reperti, i loro accessori, oggetti d'uso quotidiano, biancheria intima e di casa, tutti  esempi,  però,  di un'eccellente operosità artigianale casalinga. Negli abiti provenienti dalle aree più interne della Sicilia sono riscontrabili particolari ispirati ai modelli aulici, sia nel taglio, sia nei tessuti sia nei decori, perché, le grandi famiglie aristocratiche, per sovrintendere ai loro possedimenti, periodicamente lasciavano le città e si trasferivano in campagna portando, con le loro presenze, informazioni sulle  mode cittadine.

 

 

A volte, soprattutto negli abiti domenicali, furono evidenti, persino, elementi d'ispirazione militaresca. Le guarnigioni che arrivavano rappresentavano, infatti, un collegamento con il mondo esterno e loro divise erano apportatrici di suggerimenti sia per il taglio, sia per la disposizione dei bottoni, sia per i decori. Nella società contadina, gli abiti femminili da lavoro erano sempre spezzati in vita - anche quando le mode auliche suggerivano quelli interi - e si componeva essenzialmente di una gonna stretta in vita, di una camicia in tela, di un grembiule, di calze confezionate ai ferri, di scarpe prive di tacco. Era assente la sottogonna, mentre le mutande, cosiddette igieniche, erano prive della parte posteriore. L'abito festivo, invece, comprendeva anche un corpino allacciato sul davanti, un sottocorpino senza maniche  la cui funzione era soprattutto igienica e protettiva della pelle contro la ruvidezza dei tessuti, un grembiule, calze colorate, scarpe di pelle con  tacco appena accennato ed un fazzoletto colorato da portare al collo. La sottogonna era presente e le mutande, in lino o cotone, erano lunghe al ginocchio, con aperture laterali chiuse da cordelle e arricciate posteriormente. L'abito si completava con uno scialle o manta per coprirsi la testa, forse retaggio della colonizzazione greca che imponeva alle donne la copertura della testa con l'himation.

 

ABITI DEL PRIMO '900

 

Si racconta che la bisbetica Santippe, moglie di Socrate, si ostinava a non volersi coprire, tanto che il marito fu costretto a redarguirla: "tu non esci da casa per vedere ma per essere vista". L'abito maschile da lavoro era composto di una camicia priva di polsini e colletto, di mutande di tela legata con lacci, di calzoni di fustagno al ginocchio che si sbottonavano sui fianchi, di gambali strettissimi d'albagio, di un berretto a mortaio, di scarpe a punta arrotondata senza tacchi e di un mantello in orbace con cappuccio per proteggersi dai rigori invernali, chiamato scappularu. L'abito domenicale invece era composto di una giacca di velluto corta in vita con maniche strette e svolta ai polsi, di un panciotto in velluto, di un calzone corto al ginocchio fornito di brachetta, di calze bianche di cotone per l'estate e di lana per l'inverno, di un berretto a doppia punta, una delle quali si capovolgeva e s'introduceva nell'altra, di scarpe di vitello ad un buco per il legaccio e numerose bullette sotto la pianta e sotto il tacco.
Queste tipologie abbigliamentarie potevano variarsi, ma non sostanzialmente, nei diversi paesi siciliani.

 

 L'abbigliamento infantile si affermò, come categoria a sé stante, solo nella seconda metà del secolo XVIII, in Inghilterra  certamente grazie ai rivoluzionari insegnamenti pedagogici di Rousseau. Prima di allora i vestiti per bambini erano stati sempre copie su scala ridotta di quelli per adulti, particolarmente, è ovvio, nelle famiglie benestanti;

e, d'altra parte, finché l'abbigliamento si mosse nei limiti della naturalezza ereditata dall'antichità, l'esigenza di una moda propria ai bambini non fu avvertita.

Ma quando, sul finire del Medioevo, il vestiario cominciò a farsi sempre più complicato, una versione in miniatura dell'abbigliamento degli adulti era in contrasto stridente

col modo di vivere dell'infanzia.

 

CAPPELLI PER LE SIGNORE

 

 

NOTIZIE VARIE SUI COSTUMI
La liberazione dei bambini, iniziata nel secolo XVIII e sostenuta con vigore da tutti i riformatori del XIX, diverrà piena ed effettiva solo nel XX .
Nelle sue memorie, Johanna Schopenhauer, così descrive l'imprigionamento che provava da bambina nell'armatura dei vestiti: ".... una spaventosa torre di capelli sostenuta con filo metallico e crine, coronata con grandi mazzi di piume, fiori e nastri, aggiungeva con filo metallico e altezza, mentre all'altra estremità della mia persona, tacchi bianchi alti più di un pollice sotto le scarpe da ballo, cercavano di equilibrare questa sproporzione. Una corazza di stecche di balena, inoltre, abbastanza forte e rigida da resistere ad una pallottola di fucile, spingeva braccia e spalle fortemente all'indietro e il petto in avanti creando, con l'allacciatura sopra i fianchi la cosiddetta vitina di vespa."
Era un grande passo avanti se alla fine del XIX secolo si poteva leggere nella rivista  La donna di casa elegante: ".....è terribilmente inelegante e di cattivo gusto dare all'abbigliamento di bambini piccoli e più grandicelli il taglio e l'ornamentazione dei vestiti degli adulti, anche se ancora si riconosceva all'abbigliamento dei bambini, l'uso del velluto, del raso e degli stivaletti con tacchi. 
Nel secolo XX, a buon diritto definito anche " secolo del bambino", il problema di un abbigliamento leggero, igienico e pratico per l'infanzia è stato finalmente risolto.

Il visibile e ...l’invisibile
Con rara capacità descrittiva, Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro Il Gattopardo descrive il corredo di Concetta inutilmente preparato: "..le quattro casse verdi contenevano dozzine di camicie da giorno e da notte, di vestaglie, di federe e di lenzuola suddivise in “buone” ed “andanti”. Quei chiavistelli non si aprivano mai per timore che saltassero fuori demoni incongrui, e sotto l’ubiquitaria umidità palermitana, la roba ingialliva, si disfaceva, inutile per sempre e per chiunque". Non per me che ho voluto ricercare le memorie del passato anche attraverso questi reperti suddivisi in “visibili” ed “invisibili”.


Esiste un codice che regola i così detti “indumenti invisibili” perché, essendo esclusi dallo sguardo collettivo, le loro dimensioni sono meno sociali e più morali, meno mondane e più sessuali. Intimi per essenza, di essi non si potrebbe parlare né separandoli dal corpo nudo – che avvolgono e modellano, simulandolo e dissimulandolo – né dall’abbigliamento visibile col quale intrattengono rapporti sotterranei di reciproca dipendenza, né dagli spazi – straordinariamente privati – in cui fanno sfoggio di sé.
In realtà, Philippe Perrot nel suo libro “Il sopra e il sotto della borghesia” dice:
"..la cauzione morale dell’abbigliamento visibile permette di parlare, mentre quella dell’abbigliamento nascosto reclama il silenzio". L’abbigliamento intimo toccava troppo da vicino il desiderio o l’indegnità del corpo, di conseguenza oltre a non esser visto, non era conosciuto e non era detto (i mutandoni femminili furono chiamati “gli innominabili” come pure non furono mai citati nelle conversazioni dei tempi più vicini a noi il bidè o il Water-closet, oggetti per pratiche nascoste).
Il nome latino mutandae (da mutare) c’indica l’uso antichissimo di quest’indumento e la sua destinazione ad essere lavato di frequente, ma i romani usavano anche la subligatula, una sorta di fascia che cingeva i fianchi, come attesta Marco Tullio Cicerone nel “De Officiis”.

La biancheria, nel senso moderno, era ancora sconosciuta nel Medioevo, sebbene vi fosse già una certa tendenza, soprattutto presso il ceto nobiliare, a portare indumenti più fini sotto l’abito. In rogiti medievali stesi in Italia si può leggere: 'recepi camisiam unam' nel 1120 e altrove nel 1147 'ad Iemma, cognata mea, detur ei camisia'. Nella novella di Martellino da Firenze del Boccaccio, il poveretto si ritrova in camicia, modo ancora in uso per indicare uno stato d’indigenza. In Francia e in Italia nel Rinascimento, le camicie erano una parte elegante del corredo della sposa o del guardaroba del gentiluomo. Nel corredo d’Isabella D’Este, duchessa di Mantova, infatti, sono elencate e descritte, con dovizia di particolari, i ricami e le trine delle camicie da notte confezionate con tele di lusso tra le più fini.

 

La parola biancheria s’incontra per la prima volta in Francia all’inizio del Seicento. Comprende anche i caleçon che divennero obbligatori per le donne quando andavano a cavallo e per le attrici (a Venezia e a Genova le prostitute, quando uscivano per la città, dovevano obbligatoriamente indossare le brachesse veri e propri mutandoni). Le cronache dei secoli XVI e XVII c’informano che la camicia rappresentava ancora un lusso riservato ai più abbienti e, all’epoca della Rivoluzione francese, le donne portavano una maglia aderente sotto l’abito trasparente. Con la congiuntura che andò dagli anni ’30 del secolo XIX fino alla guerra del '15-'18, gli indumenti intimi femminili furono oggetto, però, di un culto frenetico. La loro invasione andò ad iscriversi in un movimento più generale. A mano a mano che s’insediava il nuovo secolo, la borghesia era angosciata dall’ossessione di ricoprire, di avvolgere, d’imbottire o di seppellire ad ogni costo la nudità. Ma quanto più forte fu quella paura più gli indumenti segreti furono ampi, ricchi e numerosi, tanto che quel secolo – definito il secolo delle pruderie – fu invaso da una vera massa di sottogonne (nel 1860 se ne indossarono fino a dieci, una sull’altra, per gonfiare le gonne), di mutandoni, giarrettiere, calze, busti, sotto-busti e camiciole che richiedevano un lento éffeuillage, uno sfoglio simile alla cipolla.

 

COSTUMI DA BAGNO (Primi anni del 1900)


La storia della biancheria intima è parallela a quella della liberazione femminile. Il busto con le stecche di balena, gli stringi-seno, i mutandoni e le giarrettiere che segavano le gambe, costituirono elementi di guscio e di corazza; tutte quelle legature strette, quei nodi e quei bottoni sottolineavano la schiavitù, l’impaccio, l’impossibilità a camminare speditamente. La Grande Guerra indusse all’economia e alla semplificazione e furono forse le suffragette a liberarsi per prime dal busto a stecche. Il grande sarto francese Paul Poiret decretò infine, negli anni ’20 del XX° secolo, la definitiva liberalizzazione della donna. Finalmente le gambe femminili furono esposte e guizzarono per le strade in una marcia inarrestabile. Con capelli e gonne cortissime le donne si mostrarono  impertinenti, fumarono sigarette e usarono un libero vocabolario. Oggi, quella biancheria intima ha sempre più smarrito il concetto di necessità igienica per diventare solo un’eleganza segreta; un omaggio che l’industria e l’alta moda fanno al sesso femminile per favorire il risalto e l’esibizione. Anche la biancheria intima maschile ha subito importanti cambiamenti. Dagli inizi del XX° secolo, i polsini e il colletto, fortemente inamidati come lo sparato, si attaccarono alla camicia e le mutande e le calze si accorciarono.

Dopo il 1918 in America cominciarono ad apparire gli slip, mutande sempre più accorciate e attillate. 

 

RICAMI E MERLETTI

  I n ogni paese siciliano le ragazze, oltre che in casa, apprendevano l'arte del ricamo e del merletto presso una maestra, che accoglieva le apprendiste insegnando loro i vari punti da eseguire. Un altro centro d'insegnamento era costituito da qualche convento di suore, dove si formavano vere e proprie scuole di ricamo, di disegno e di pittura per coperte. A queste ricamatrici, ormai espertissime, si commissionavano i corredi nunziali che, alla vigilia delle nozze si solevano esporre per meravigliare e per costituire motivo d'orgoglio e di prestigio non solo per i vicini di casa ma per l'intera comunità. Anche presso le famiglie dei ceti più poveri era possibile ritrovare pregiati capi di biancheria per la casa, anche se in numero ridotto rispetto a quelli confezionati per le famiglie benestanti che fornivano la roba alle spose a venti o a trenta. Il corredo preparato per tempo si riponeva nella cascia (cassa dotale), un prezioso scrigno di legno, a volte dipinto con scene allegoriche e figure scaramantiche come quelli di Sciacca, e il più delle volte si tramandava da madre in figlia. L'attrezzatura  della tipica  ricamatrice siciliana era di estrema semplicità: un telaio composto da quattro asticelle, tra le quali essa tendeva la tela da ricamare con una vasta scelta di punti; un altro telaio rotondo per il ricamo dei fazzoletti; la balla o cuscino sul quale muoveva i fuselli ricavando, col semplice incrocio dei fili i merletti e le applicazioni per le lenzuola e, il più piccolo degli arnesi, l'ago, lo strumento con cui le sue agili mani realizzavano dei veri capolavori.

Cuffia da notte eseguita all'uncinetto

 

A Palermo, assai ricercata fu l'opera delle ricamatrici della Kalsa (un antico quartiere di pescatori) per allestire principeschi corredi (quando l'esigentissima aristocrazia isolana non li commissionava a Firenze), ma altrettanto apprezzata dalla ricca borghesia fu quella delle ricamatrici di Borgetto e Montelepre, paesi dai quali provengono molti capi della collezione Piraino, mentre altri fanno parte del corredo di una nobildonna e sono stati eseguiti a Petralia, paese montano delle Madonie.

 

IN SARDEGNA COME IN SICILIA
Pochi gli esemplari la cui fisionomia denuncia origini modeste; In particolare in Sardegna tra questi figurano diverse ammurgate, coperte bianche di cotone tessute al telaio con disegni a rilievo ed alcuni copriletto di cotone della fine dell'Ottocento realizzati ad ago, all'uncinetto o al tombolo.

Anche a Ozieri la varietà di fogge dell'abbigliamento popolare rispecchia fedelmente la suddivisione in classi della società tradizionale al cui interno, analogamente alle altre comunità isolane, il vestiario tradizionale ha la funzione non secondaria di rappresentare visivamente, con modalità consolidate, la collocazione sociale e quindi l'appartenenza a una determinata classe dei suoi componenti. Un attento esame dei documenti d'archivio può fornire numerose informazioni sull'abbigliamento popolare tradizionale degli ozieresi a partire dal 1600 almeno. In alcuni di questi documenti sono citati diversi capi di vestiario maschile e femminile (gabbanu, colete, jupone, corittu, calçones, bonete, sapatones, faldetta, imbustu). Immagini e riproduzioni del vestiario tradizionale di Ozieri in incisioni e stampe si trovano a partire dal XIX secolo, anche se in numero abbastanza ridotto. Numerose sono invece le cartoline illustrate e le fotografie soprattutto per il Novecento. Due delle 48 tavole (precisamente le tavole 45 e 46) della Collezione Luzzietti (Luzzietti è il cognome dell'antiquario romano dal quale la Biblioteca Universitaria di Cagliari nel 1907 acquistò la raccolta) databili tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800 sono dedicate all'abbigliamento di Ozieri. La prima tavola (Donne d'Ozieri) rappresenta due figure femminili, una di fronte e l'altra di spalle: entrambe indossano presumibilmente lo stesso tipo di vestiario. Nella prima sono visibili l'ampia camicia bianca chiusa al collo con due bottoni, il busto a struttura rigida chiuso con stringhe rosse sul davanti, il giubbetto di broccato azzurro a fiorami dorati con lunghe aperture sulle maniche, la gonna rossa con piccola balza gialla, un corto grembiule dello stesso tessuto del giubbetto e il copricapo a manto di tessuto a quadri bianchi, rossi e celesti; nella seconda figura vista di spalle sono evidenti la gonna rossa, simile a quella indossata dalla prima figura e il copricapo a quadri bianchi e rossi. La seconda tavola (Uomo d'Ozieri) presenta una figura maschile che indossa il copricapo nero a sacco (birritta), camicia bianca con gemelli al collo, corpetto rosso, "cappottinu" nero foderato d'azzurro, "ragas" nere, calzoni bianchi, cintura di cuoio con coltello, uose e scarpe nere. L'uomo tiene un archibugio con la mano sinistra.
Altre immagini dell'abbigliamento ozierese maschile e femminile vengono fornite dal piemontese Nicola Tiole per gli anni 1819-1826.

 

 


Per la metà dell'Ottocento sono preziose le informazioni fornite da Vittorio Angius alla voce Ozieri del Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli Stati

di S.M. il Re di Sardegna. L'abbigliamento appare diversificato a seconda della classe sociale di appartenenza; i nobili vestivano indumenti comuni nelle città maggiori mentre i "notevoli" della borghesia usavano indossare abiti tipici della tradizione sarda in quanto ritenuti più idonei e anche più belli di quelli appartenenti alla "moda straniera". L'Angius annota però che alcuni indumenti del vestiario tradizionale quali "su saccu de coberri e sa veste e pedde" non erano più usati.

Per quanto riguarda poi il coietto (ovvero su collettu) ricorda che veniva indossato soltanto da alcuni vecchi in quanto dai giovani era ritenuto "barbaro" e per questo deriso e disprezzato. L'insieme costituito da calzoni bianchi di lino, ragas di orbace o di panno, e borsacchini (gambali di cuoio) era stato ormai sostituito dai pantaloni a tubo.

Altro indumento molto usato era il "cappottino" fornito di cappuccio e risvolti di velluto nero, lungo fino alle anche. Il "gabbano", lungo fino ai talloni, veniva indossato per andare in campagna sia a piedi che a cavallo. Come copricapo, ricorda ancora Vittorio Angius, si indossava la "berretta" nera e il "giubbone" di colore rosso, verde o azzurro era di uso comune. Le donne appartenenti alla classe borghese vestivano "robe di molto pregio e piuttosto con lusso"; anch'esse però avevano abbandonato il modo di vestire tradizionale. Le donne avanti negli anni si coprivano "con manto di seta nera" simile a quello portato dalle donne spagnuole. Gli uomini appartenenti alle classi popolari vestivano come i printzipales, ma con tessuti meno pregiati; le donne conservavano ancora il modo di vestire tradizionale e amavano molto il colore verde.

L'Angius mette in evidenza le trasformazioni che all'epoca erano in atto nell'abbigliamento.


Questo modo di vestire ottocentesco è rimasto in uso, naturalmente con qualche modifica, fino agli inizi del Novecento, quando come in molti centri sardi sono intervenuti

altri cambiamenti che in successione hanno portato alla definitiva scomparsa delle fogge dell'abbigliamento popolare.

Il costume femminile, come ha sottolineato in uno studio del 1996, l'etnologa Ernesta Cerulli, esprime bene la funzione essenziale e discreta della donna.
In apparente contrasto con la sua posizione sociale appartata e sottomessa, la donna in Abruzzo conserva un ruolo centrale, all'interno della famiglia ed ha una funzione economica non secondaria.


Nel costume festivo si esprime la sua operosità, il suo attaccamento alla tradizione, la sua modestia e la sua eleganza basata sul gusto del particolare.

Il costume popolare delle donne abruzzesi infatti "dimostra come una produzione di artigianato casalingo e autarchico, se trattato con competenza e amore, possa assurgere ai livelli di arte". Le maniche sono staccate e trattenute alle spalle da nastri colorati.
La gonna è arricciata in vita e la parte inferiore, la "pedana", presenta di solito una decorazione fatta con l'applicazione di galloni e nastri di colori contrastanti. Elemento molto importante è il grembiule che la sposa, nella cerimonia nuziale, regge con le mani per ricevere i doni.

Anche il grembiule è ricamato e trattenuto in vita da nastri colorati.

 

A Vasto il grembiule è decorato con preziosi pizzi a fuselli, così come la tovaglia o velo da testa, appuntato con uno spillone d'argento sui capelli.
Alcuni elementi descritti, come le maniche staccate e la "pedana" della gonna, sono mutuati dal costume napoletano che ha risentito a lungo dell'influenza della moda spagnola tra Cinquecento e Seicento, e ne ha conservato la memoria.

A Napoli si chiama "mantiero" il grembiule ricamato e "mappa" il drappo da testa (a Scanno l'amplissimo grembiule di panno scarlatto si chiama "maniera").
Inoltre l'uso di tessuti operati, come damaschi o broccati, che si rileva anche dagli acquerelli e dalle stampe settecentesche raffiguranti i costumi di Vasto, è assai probabilmente collegato alla diffusione delle pregiate stoffe di seta prodotte dalla manifattura di S. Leucio, iniziata nel 1776 presso la Reggia di Caserta, che fornisce tessuti a tutto il Regno. 

 

Altri elementi sono invece il prodotto dell'artigianato locale come i grembiuli decorati a coppie affrontate di animali, tipici delle tovaglie umbre, che tanta diffusione hanno avuto dalla fine del Medioevo in poi, mentre i merletti al tombolo sono tipici di importanti centri abruzzesi, primo fra tutti Pescocostanzo. Tra gli ornamenti femminili ricorrenti troviamo orecchini, collane e la "presentosa", un monile con un pendente a disco sospeso a una catena, eseguiti in filigrana d'oro di gusto orientaleggiante. Molte sono le collane, i pendenti e gli amuleti in corallo, materiale a cui sono attribuite virtù curative e magiche.

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(di M. Daniela Lunghi)

L'ABBIGLIAMENTO DEL '900 E DEL 2000 

L'ABBIGLIAMENTO ALL'INIZIO DEL '900

Con l'inizio del secolo, nel periodo che precede la prima guerra mondiale, vengono via via accentuandosi, pur fra contrasti e alterne vicende, le caratteristiche che differenzieranno profondamente l'abbigliamento moderno da quello dei secoli scorsi. Essi sono: la semplificazione delle fogge e degli ornamenti e una attenuazione delle differenze tra abbigliamento maschile e abbigliamento femminile, la sempre minor diversità tra l'abbigliamento delle donne delle classi sociali elevate e delle donne del popolo. Favorirono questi fenomeni l'aumento del livello medio di vita delle classi popolari e la maggior diffusione di tessuti meno costosi ma di bella apparenza grazie allo sviluppo dell'industria e dei commerci. L'attenuazione delle differenze non portò tuttavia ad un livellamento del gusto o ad una spiacevole mancanza di fantasia e differenziazione estetica.

Tra i tipi di abiti che si affermarono ricordiamo il tailleur, abito in due pezzi di ispirazione maschile nella foggia, inizialmente diffusa in Inghilterra.

A questa semplificazione e mascolinizzazzione dell'abito che si accentuò via via fino al 1930, si aggiunse una radicale novità, la gonna corta, che verso il 1927 giunse addirittura a scoprire le ginocchia. L'imitazione dell'abbigliamento maschile fu poi più decisa nell'uso della gonna-pantalone e si accentuò sino ad identificarsi con quello nell'abbigliamento sportivo.

 

LE CARATTERISTICHE DELL'ABBIGLIAMENTO CONTEMPORANEO

Il culto tutto moderno per l'igiene, l'interesse sempre più vasto per lo sport, danno luogo ad una vera e propria moda sportiva.

 

Lo sviluppo della grande industria appoggiata alle conquiste della scienza e i facili spostamenti mettono alla portata di tutti le novità della moda, e le possibilità di diffusione rapida offerte dalla stampa specializzata. D'altra parte nel mondo d'oggi le differenze nell'abbigliamento tra paese e paese, almeno nel mondo occidentale, tendono a minimizzarsi, come pure stanno molto attenuandosi tra le varie classi sociali, e possono distinguersi non più dalle fogge, come in passato, ma solo dall'impiego di materiali, fatture ed ornamenti più o meno di lusso.

Si vanno abbandonando anche abbigliamenti indicativi di particolari condizioni, come il lutto o di mestiere, salvo l'uso della "tuta" protettiva.

 

 Nemmeno i contadini indossano più i loro costumi regionali, se non in occasione di feste folkloristiche.

Oggi più che mai la moda dà luogo ad industrie assai fiorenti, alle calzature, ai feltri, alla bigiotteria, ai cosmetici, le quali devono il loro incremento al fatto che anche le classi popolari seguono la moda. Il mercato delle vendite si è quindi enormemente ampliato ed è per l'Italia di grande importanza dal punto di vista economico, per la quantità, la qualità ed il valore dei prodotti esportati in tutto il mondo.

 

Si può prevedere la moda del futuro? Non frivola sovrastruttura, ma aderente rivelatrice della società che la crea, la moda sfugge alle profezie.

 

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