Poesie per un anno

Poesie per un anno

Poesie per un anno

Poesie per un anno

Poesie per un anno

 

di Giuseppe Nicola Ciliberto

Pagina attualmente in fase di nuova impostazione delle poesie

ATTIMI   DI…VERSI

 

PRIMI VERSI DEGLI ANNI '60

 

 

PREGHIERA A DIO

 

In questa notte buia intento penso,

poscia che il vento ha rotto un dolce canto,

a tutte quelle stelle in quest’immenso

che son lontane ma sembrano accanto.

 

La loro luce in questo buio acqueta

e gli occhi miran mentre tutto tace,

ecco ! ad un tratto vedo una cometa

che al mio pensiero invoglia questa pace.

 

C’è vita in lor ? c’è gioia e sofferenza ?

c’è una speranza in ogni esser nato

di viver anche dopo la partenza

per lidi che conoscer non ci è dato ?

 

Cotanta è la possanza ch’è nel Pio

che tiene nel suo pugno il firmamento ?

non sò trattar, ma è vero che sia Dio

dell’universo il centro ogni momento ?

 

Attorno a me c’è gente in ogni lato

e credo esiste solo ciò che vedo,

de l’altro che conoscer non mi è dato,

fin quando non l’ho innanzi non lo credo.

 

La mia preghiera volgo a Te o Dio,

d’illuminar la mente a me dubbioso,

fai Tu appagar se puoi il mio disio ,

che del tuo cibo eterno son goloso.

________________________________

Pubblicata sul Giornale “Po’ tu cuntu” N. 23

del 1° dicembre 1969.

  IL TEMPO NON RITORNA

 

Passati sono ormai più di vent’anni

da quando ebbi al mondo la dimora,

son più di venti, ma non sembran tanti,

ma resterò io qui per molto ancora ?

Ancor pria che io venissi in questo

luogo, abitato un tempo dagli Achei,

nel cuor sentivo che il tempo lesto

sarìa passato e pure gli anni miei.

Il tempo fugge sempre e mai si move,

portando dolci eventi e tristi lutti,

gioia e felicità saranno altrove,

saranno altrove sì, ma non per tutti.

Rimpiango gli anni della giovinezza,

veloci son passati, ma rimpiango

d’allor felicità e spensieratezza,

meglio non ci pensar se nò io piango.

Dopo che arrivato a compimento

di quegli studi che intrapresi un giorno,

la vita subirà un mutamento,

ma il tempo a me dirà: - dietro non torno !

(1963)

 

VECCHIU

 

Poviru vecchiu comu sì arridduttu,

addivintasti peggiu d’un rilittu,

di l’anni e di la vita sì distruttu,

certu ca stù distinu è malidittu.

 

Ti dici la natura: - Ora ti buttu !

sì vecchiu, un servi cchiù, nun sì dirittu;

tu ci arrispunni: - lu tò fari è bruttu,

pirchì dopu ‘na vita m’hai scunfittu.

 DOPO LA MORTE

 

Dall’apertura breve di una tenda,

il cielo vedo e i fili della luce

e il ramo del basilico in veranda

ed una rosa che a mirarla induce.

 

            Il guardo volgo all’infinito e penso

            che mai ci sia nel vuoto intorno al mondo,

            di certo l’universo sarà immenso

            ed in circolo ricopre il mondo tondo.

 

Mentr’io seduto giro il guardo al mare,

un canarino cinquettando allieta

la stanza, interrompendo il meditare

su quello che accadrà in fin di vita.

 

            Goda chi vuol goder senza paura,

            la vita appresso non può ritornare,

            solo in eterno durerà natura

            che all’esistenza il fio farà scontare.

 

Se all’aldilà in eterno ci sia vita,

io solo in questo troverei conforto,

ma a dir lo vero a me una voce addita

che tutto finirà per chi è già morto.

(1963)

 
 

LA FINE DI TUTTI

 

Ognun l’iguale sorte subirà,

povero o ricco, onesto o malfattore,

e quando morte anch’ei raggiungerà,

a lui più non parrà che passan l’ore.

 

Umane genti ! avrem la sorte amara !

e un giorno l’ossa che coverti sono,

saran spogliati della carne e in bara

al buio di una tomba saran dono.

 

Qual pianta che i suoi rami erge al cielo,

e sovrasta qualche tempo in la natura,

qual fiore che un dì non avrà stelo,

tutti dobbiam finir, è cosa dura !

 

L’augel che cinquettando stamattina,

sul nespolo che s’erge fuor del vetro,

lo vidi, ei si cullava sulla cima,

pur lui un dì finirà nel buio tetro.

 

E’ là che gaio canta e non si chiede

se il viver suo è pari a quello umano,

saremo un giorno inerti, a noi non riede

il tempo ch’è passato ed è lontano.

 

(1963)

LA NATURA CREA E DISTRUGGE

 

Se fia che possa aver eterno un loco,

non certo quei sarà su questa terra,

solo il ricordo in essa starà un poco

ma il corpo, questo è mal, andrà sotterra.

 

L’eterno loco spero averlo in nulla,

un loco di silenzio e di riposo,

lo spirto potrà errar io credo, sulla

pianura tetra d’un sentiero ascoso.

 

Il bene e il mal che vedo in terra vivo,

sarà svanito e tutto cancellato,

del mondo e dei ricordi sarò privo,

questo è il voler impostomi dal fato.

 

Perché diciamo folle a quei ch’è intento

col cuor disioso a un’opra e molto incline

lavora, suda, stanca ed’è contento

e poi ei stesso causa la sua fine ?

 

Ma pria che tutto ciò si sia avverato

potrò io dire a te: - natura ria,

perché la gioia dai a ogni esser nato

e poscia non ti mostri così pia ?

Un fior che sia appassito in su lo stelo

non ti può dir: - natura ti ringrazio –

non hai a lui concesso eterno un cielo,

pria fosti grata ed or hai fatto strazio.

(1963)

VORREI CREDERE

 

Se miro il ciel, le stelle, l’universo

e in mezzo a tali cose il nostro mondo,

m’immetto in loro e dico:

- Chi son io in quest’immenso ?

Perché son quì ?

Che mai sarà di me ?

Com’è che tutto ciò è così perfetto ?

C’è forse qualche mente

Che guida questo spazio e le sue cose ?

 

Se la sua gloria è sì possente e grande

perché mi tiene in dubbio ?

E’ la natura a reggere ogni cosa,

o c’è fonte di sapienza in tutto questo ?

 

Dagli avi a tutti noi è tramandata

la voce che ci dice: - Questo è il vero,

è Dio che tutto ha fatto con sua legge,

la mano dell’Eterno tutto regge.

 

Allor io dico a Te o Eterno Dio:

se sei il timonier del galeone

che nel tuo regno porta chi è più degno,

illumina di Te il mio pensiero

e fammi credere.

 
 

LUOGO DI PACE

 

Sublime è questo loco tutto verde,

è ampio, vasto, empie il cor di gioia;

i pini che curvanti vanno al cielo

mi danno un senso di malinconia.

Qui vengo io, perché tutto è ridente,

l’intreccio delle foglie è un’astrattismo

perché di vario seme son le piante

che s’ergono dal suolo e lo fan lieto.

I pini volgon mesti i rami al cielo,

‘mpedendo ‘l sorpassar dei rai cocenti

e sotto il folto, l’ombra dà l’oblio

di quei pensier che mi fan tristo il core.

Qui vengo io, per dare a me più pace,

per far svanire i miei pensier nel verde;

è in questa villa che quel mal che sento

coi fiori si confonde e son contento.

Qui un vecchierel riposa e forse pensa

ai dì passati di sua gioventute,

con man tremante avvolge del tabacco,

avvolge, trema, e alfine vi riesce

e tra un sospir di fumo e un guardo attorno

trascorre di sua vita un’altro giorno.

Ed io, al par di lui, qui vengo e penso

non ai passati dì, ma ai dì futuri,

penso quel che sarà dell’avvenire,

ma la risposta a me non vuol venire.

Ma intanto il tempo passa, tutto vola,

e forse un dì verrò da vecchierello

in questa pace verde per pensare

a quel passato che or mi è futuro.

E qui, dov’è c’ognor regna la pace,

non possono le piante a me predire

il bene e il mal c’ancor deve venire.

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Pubblicata sul giornale “Po’ tù cuntu”

N. 10 del 16-5-1972

UN BAMBINO MAI NATO

 

Aleggiare con lo spirito nel buio più buio

e mai arrivare alla luce;

vagare nel silenzio, aldilà dei sogni

e vedere il mondo che gioisce,

che soffre, che ride, che piange,

e  capire di non esserci dentro.

Com’è triste mamma,

vedere un prato tappezzato di bimbi felici,

che corrono festosi,  che vivono,

e non vivere assieme a loro.

Com’è triste mamma,

intraprendere la via della vita

e mai raggiungere la meta,

concepire un bimbo da amare

e poi inesorabilmente fermarlo.

Perché ! perché hai detto no:

ad un fiore che voleva sbocciare ?

ad una nuova stella che voleva sorgere ?

ad una farfalla che voleva volare ?

Perché hai negato la pace al tuo cuore ?

Ti perdono mamma

perché forse un giorno, in cielo,

lo amerai il tuo bimbo  perduto.

Non posso odiarti,

no, non posso, non posso…sei  la mia mamma.

Lo so,  che non volevi

togliere la vita ad una parte di te

e un giorno forse, assai lontano,

in un mondo più felice

ti vedrò mamma, e sarai il mio angelo;

lo sento, che solo allora tu capirai

e solo allora ritroverai la tua pace;

quella pace negata

da un attimo di smarrimento.

Solo allora mamma ci sarà pace

per il tuo bambino negato,

per il tuo bambino mai nato.

 “ECSTASY”

 

Bagliori di luci a sprazzi

frustano a intermittenza

corpi al buio.

E qui e là sorrisi,

gioie, volti informi;

ritmi e suoni trascinanti

accompagnati da magiche illusioni.

E tu ragazzo godi, gioisci,

t’infondi d’energie

e non t’accorgi

che il buio è dentro  te,

nel tuo cuore,

nella tua anima, nella tua vita.

Fuggi ragazzo dalle orrende notti,

dai  paradisi intrisi di terrore,

dall’ èstasi nemica

che ti uccide.

Non far rigar di lacrime

il volto di chi t’ama,

di chi per te ha gioito

e tu ora affliggi.

Lotta ragazzo e vinci,

per tua madre, per tuo padre,

per te stesso.

Scaccia quell’èstasi

ed esci  da quel buio che ti inebria,

da quel buio sempre più buio.

Torna ragazzo,

presto…..non tardare,

a riveder la luce della vita.

 

 

 

 

 

DARE SOLO AMORE

(Parodia di “Perdere l’amore”)

 

Il presente brano, cantato da Nenè Fortunato,  

ha vinto il 1° Premio al  1° Concorso canoro 

“Una parodia per San Francesco”, organizzato 

dalla Parrocchia S. Francesco d’Assisi

di Ribera e dal Comitato Festa , svoltosi

il 3 ottobre 1998 e al quale

hanno partecipato  circa 20 autori.

 

No, non andate via, non voglio stare solo,

 seguiamo in compagnia la Via che porta al cielo,

l’uomo che l’ha indicata già vive in santità,

il nome suo è Francesco e sempre ci dirà:

-          Dare solo amore a ogni creatura,

dare solo amore a tutta quanta la natura;

non volle ricchezze, ma portò nel cuore

la gioia infinita per donarla a tutto il mondo.

Volle solo amare gli uomini e le cose

con la Fede immensa e con la forza di gridare a tutti i fratelli <<Amate Dio>>,

a tutti i seguaci nel cammino, per voler divino.

Amò fratello sole, amò sorella luna,

le stelle, l’universo, la morte e anche la vita,

e seppe anche portare una grande umanità,

per sempre il suo messaggio a tutti noi dirà:

- Dare solo amore a ogni creatura,

dare solo amore a tutta quanta la natura,

sorrideva al cielo, anche ai monti e al mare

e scopriva un’anima felice anche in un fiore.

Strinse in un abbraccio gli uccelli dell’aria

e anche i grigi sassi sulla terra abbandonati,

ogni sua parola, ogni suo gesto,

furono ammantati d’una luce

per voler divino.

Dare solo amore e gridarlo al mondo

credere a Francesco e alla sua vita straordinaria,

ieri, oggi e domani e in ogni giorno

Lui sarà per sempre in ogni cuore

“Dono del Signore”.

(musica…………………………..)

                  con la fede immensa e con la forza di gridare

                  a tutti i fratelli <<Amate Dio>>

                   che vi avvolge sempre nel suo velo

                  per la Gloria in Cielo.

SOFFERENZA

 

I miei pensieri dissolvo

nel buio di una notte

e un lampo di felicità

a un tratto mi abbaglia, scompare,

mi lascia a soffrire.

Perché non dura un po’ ?

Perché ?

Perché non resta

a illuminar le mie torture ?

Inutilmente cerco

di smarrire le mie pene;

le ritrovo sempre,

anche sperdute

in una notte oscura.

_____________________________________   

Pubblicata sul giornale “Po’ tu cuntu” N.22

del 16/11/1969 e sul Giornale di Sicilia

(Canzoniere)- settimana dal 6 al 12/1/1980.   

 

 

 

 

CARA MAMMA

O mamma, è la tò festa e prestamenti

ti vogliu didicari sti palori,

li scrissi pi l’eternu ‘nti la menti

e mi foru dittati di lu cori.

            Chi sinsazioni quannu dicu; “mamma” !

            tu sì pi mia la cchiù lucenti gemma,

            iu sugnu lu caminu, tu la fiamma,

            iu sugnu la bannera e tu lu stemma.

La luci tò rishiara la nuttata

e la tò gioia leva ogni tristizza,

tra tanti perli sì la cchiù disiata,

comu disiata è ogni tò carizza.

L’affettu c’haiu pi tia un si po’ spiegari

            e ti vulissi accantu a tutti l’uri,

            unn’haiu regali, ma ti vogliu dari

            o cara mamma, “tuttu lu mè amuri”.

***

Poesia recitata da una bambina della Scuola elementare S. Giovanni Bosco di Ribera, in occasione della Festa della mamma, nel mese di maggio del 1997.

QUANTA INDIFFERENZA

L’ultima briciola di luce quieta si spegne

per dare spazio alla notte;

il mio sguardo muto

vaga nel buio del silenzio.

Irreale sincronismo coi pensieri della mente,

che anelano pace, amore,

volti sereni e ridenti.

Ma immutato risorge il giorno

e muta ogni speranza in delusione.

Quanta indifferenza per la vita,

per la morte,  per il mondo;

cuori di pietra, freddi,

non osano commuoversi.

E’ svanito il senso della ragione,

non c’è più spazio per la pietà.

Cruente scie di fuoco si alzano a fendere il cielo,

illuminando solo paesaggi cupi,

di morte e di dolore;

colori irreali, intrisi di sangue innocente.

Quanta indifferenza

 per i tanti sorrisi spenti,

per i tanti popoli senza più identità,

per i tanti orrori della guerra.

Quanta indifferenza

per una madre che allatta un bimbo

ad un magro seno unto di lacrime

ma gonfio di tristezza.

Quanta indifferenza

per i tanti occhi che piangono.

Quanta…....quanta indifferenza !

 

TI VIU

Ti viu spicchiata ‘ntall’acqua di sciumi,

‘nta un prufumatu petalu di rosa,

ti viu splinnenti ‘nta un meccu di lumi

cu un velu biancu, vistuta di sposa.

 Ti viu brillari comu luna china

 e in altu di ‘ncelu ti viu vulari

 e quannu m’addivigliu a la matina

 ti viu cu mia, ridenti a cantari.

Supra ogni cosa ti viu Maria,

la tò facciuzza c’è nintra ogni sciuri

ca si lu cogliu, arridi e mi talia;

vicinu è ‘u jornu ca t’haiu a spusari

e aspettu cu disìu e tantu amuri

ca sempiri cu tia vogliu campari.

 
 

DEDICA AI LETTORI

 

Ormai cciavi tant’anni la me vita

ma st’anni sù ‘nta un’attimu vulati,

pensu a la gioventù ca ormai è svanita

e sulu li ricordi sù ristati.

 

E certi voti cu lu cori mutu

mi dicu: - quanti cosi unn’haiu pruvatu ?

pi tanti desideri c’haiu avutu

lu tempu troppu spissu m’ha mancatu.

 

Iu pensu sempri, afflittu e scunsulatu:

- l’anni cchiù beddi sunnu ormai darreri !

mi piglia lu disìu di lu passatu,

ma restu sulu cu li mè pinseri.

 

Vulissi ripruvari tanti cosi,

turnari a li mumenti cchiù ginuini,

la vita mia l’ha avutu tanti rosi

ma ccià truvatu anchi tanti spini.

 

E’ veru, lu passatu un po’ turnari

ma lu ricordu cu sti mè palori

e a  tutti quanti vogliu didicari

sti versi ca sù scritti cu lu cori.

     

   

  AMURI

 

Si pensu a tia scanusciu lu suffrìri,

mi scordu l’amarizzi e li dulura,

sulu si cciaiu a tia pozzu gudìri

la gioia di la vita e la natura.

 

     Tu sì la terra, lu suli, lu mari,

     tu sì l’oduri di la primavera,

     sì tu ca lu mè cori fai alligrari,

     iu sugnu l’orologiu e tu la sfera.

 

Sì tu l’amuri ca mi fa trimari,

‘ntra tia viu lu munnu e lu criatu,

di la tò vucca amu lu sciatari;

 

     iu t’amu comu nuddu t’ha amatu,

     ricordalu, ti pregu, un lu scurdari,

     ca senza tia lu cori miu è malatu.

_____________________________

Pubblicata sul giornale “Po’ tu cuntu” N. 5 del 1/3/1970

FRASI D’AMURI

 

Amuri, iu ti pensu ogni mumentu

la facci tò la viu supra ogni cosa,

siddu nun t’haiu pi un’attimu è un turmentu

e lu pinseru miu nunn’arriposa.

Sì bedda assai di sira e anchi di jornu,

sì duci, sì gintili, sì amurusa,

sì tu la strata mia e indietru un tornu,

sì la mè vita e anchi la mè Musa.

Raggianti ogni notti iu ti viu,

ti stringiu, po’ ti vasu e amuri giuru

e mentri ‘nta lu sonnu ti talìu

a lu risvegliu mi trovu a lu scuru.

Iu sentu lu tò sciatu a tutti l’uri

e cridimi ca t’amu a nun finiri,

pi tia li scrissi sti frasi d’amuri,

prestu ritornu e ti li fazzu aviri.

 

 

           LU VENTU

 

L’arbuli tu accarizzi a lu passari

e iddi ti vulissiru siguìri,

s’inchinanu e ti vonnu fistiggiari

e dicinu piatusi: - un ti ‘nni iri !

            A lu tò friscu l’erba fai annacari

            e di li sciuri ti pigli l’oduri;

 o vinticeddu ti vogliu prigari

            di farimi sultantu stu favuri.

Pi tia nun ci sù munti, né chianuri

e lu tò passu nuddu pò firmari,

portaci a la me bedda lu mè amuri !

            vola supra fistusi unni di mari,

            vola supra sta ridenti natura

 e la mè amata curri a salutari.

 

 

             TALIAMI

 

E’ inutili ca cusi e un mi talii

e lu tò sguardu fissu nun distrai,

si un gestu miu lu cori tò firii

sacciu ca sai ca t’amu assai assai.

 

     Tu sai ca li tò peni sù li mii

     e godu insiemi a tia li uri gai,

     ora ti pregu, li tò occhi rii,

     taliami e nun li calari mai.

           ATTISA

  (In attesa della nascita di Silvano)

 

Cu tanta gioia m’hai fattu sapìri,

sciatuzzu miu di essiri in attisa,

chi scutimentu appi un pò capiri

pi sta nutizia d’accussì ‘mpruvvisa.

 

Ora di cchiù ti amu a nun finiri

ca dintra a tia ‘na vita ci sta misa,

‘ssa criatura ca mi farai aviri

sarà comu di ‘ncelu a mia discisa.

 

Di ‘mparadisu l’angili scinnèru

e sta bedda nutizia ‘nni purtaru

cu tanta gioia e tantu misteru;

 

stu figliu ora sarà lu nostru faru

e sarà amatu cu affettu sinceru

pirchì di Diu è lu donu cchiù raru.

 

   Il presente acrostico  è dedicato alla mia cara mamma, che è venuta a mancare pochissimi giorni prima della nascita di mia figlia Maria Luisa.

 

 

 

 

AMURI LUNTANU

 

L’occhi tò beddi ridinu a la vita

e ‘nfiammanu lu cori miu filici,

sì cara, diliziusa e sapurita

ringraziu la natura ca ti fici.

 

Tu duni all’aria noti d’armunia

e sì cchiù  luccicanti di la luna,

lu tò surrisu duci fattu a mia

m’incanta e nun lu sai chi gioia duna.

 

Amuri, lu tò sciatu iu disìu,

lu tò parlari e la tò vucca bedda,

ca sugnu assai ‘nfilici s’un ti viu:

 

affacciati cchiù spissu a la vanedda

e senti supra l’ali di lu ventu

l’amuri miu chi mannu a tia cuntentu.

 

DORMI

Dormi bidduzza, sonna lu mè amuri

ca c’è lu cori miu ca sta a vigliari,

tu sì ‘nta un munnu chi nunn’ha culuri

ca sulu in sonnu si po’ cuntimplari.

     Dormi,  ca pari un sapuritu sciuri

     e accantu iu ci vulissi stari,

     pi sèntiri di notti lu sò oduri

    e a matinata vidillu sbucciari.

_______________________________________ 

Pubblicata su “Po’ tù cuntu”, N. 3 dell’ 1-2-1972

e nel Volume “Ribera canta e comu canta canta”

 - Edizione Comune di Ribera - 1980

     

 

 

PER LA NASCITA DI MARIA LUISA

(Acrostico)

 

Mamma, tu sula nun ci sì prisenti

A gòdiri sta nascita fistanti,

Ridiri !  chiangiri ! ma tu mi senti ?

Iu sugnu tristi e insiemi esultanti.

Ancora un criu ca cciaiu sta figlia,

Lustrusa, bedda, ‘na gran meraviglia,

Una pupidda ch’è veru un’amuri

Intra la me casa purtà lu Signuri.

Si ddà di ‘ncelu a taliari sì misa

Ama e pruteggi a MARIA LUISA.

                            ***

La poesia che segue è stata recitata da Giovanni Cipolla  in un programma di “Dediche”  di Radio Torre Ribera, andato in onda il 22-12-1977,  giorno del primo compleanno di mia figlia Maria Luisa.

 

 

DEDICA A MARIA LUISA

            (acrostico)

 

Magico fu quel dì d’un anno addietro

Amata figlia, quando tu sei nata,

Ricordo col pensiero che torna indietro

Il tuo visino bello come fata.

A te che oggi compi il primo anno

L’amor di papà e mamma va infinito,

Un dolce fiore sei e i fiori lo sanno,

Il più splendente d’un giardino fiorito.

Sincero il nostro affetto va col cuore

A te MARIA LUISA con amore.

                    Papà e mamma

 

 

 

VERU AMURI

 

Nun sugnu certu un geniu di l’arti

ma iu ti sentu ‘nta li mè culuri,

ti viu ‘nta li me tili e li me carti

e ‘nti la menti t’haiu a tutti l’uri.

 

Di lu tò cori cciaiu la megliu parti

unni c’è dintra tuttu lu me arduri,

lu sulu scopu miu lu sai ? è amarti

e cridimi ca chissu è veru amuri.

 

 

 

    ‘NSEMI A TIA

 

Sunnu du stiddi ‘ss’occhi tò, Maria,

du sciammi ardenti di lustrura chiara

e iu ‘nni godu ca è sulu mia

la tò  biddizza e la tò vita rara.

‘Nnammuratu siguivu la tò via

e ti truvai accussì duci e cara,

lu cori miu pi stari ‘nsemi a tia

ti porta supra d’iddu e fa di vara.

                        ***

Pubblicata sul Giornale “Po’ tu cuntu”

N. 3 del 1/2/1972

 

A MARIA TORNETTA

                                 (acrostico)

     Tu sì pi mia l’amuri e ti disìu,

     Ogn’ura, ogni mumentu Maria mia,

     Ridasti tanta gioia a ‘u cori miu,

     Nun vogliu nenti cchiù si cciaiu a tia.

     Eratu distinata di lu celu,

     Tutta pi mia e pi tutta la vita,

     Ti viu vistuta bianca cu lu velu

     Avanti a lu Signuti cu mia unita.

     Mumenti sunnu di filicità,

     Amannuni comu ‘nn’amamu ora,

     Ricordalu sciuriddu di bontà.

     Iu di lu cori tò nun sugnu fora,

     Amari a tia è la mè vuluntà.     

  

 

  URI LENTI

 

Vulissi aviri l’ali pi vulari

comu ‘na rondini e ‘nti tia vinìri,

passari supra chiani, munti e mari

e di prisenza tanti cosi diri.

 

     Haiu di diri a tia frasi d’amuri

     e cosi chi sù scritti ‘nta lu cori,

     ma sugnu sulu cu lu mè rancuri

     e pensu a tia scrivennu sti palori.

 

T’haiu prisenti ‘nti li mè pinseri,

cu lu disìu di stàriti a parlari

pi dìriti li frasi mei sinceri;

 

     aspettu di vinìriti a truvari

     e sugnu misu cu l’occhi a li sferi,

     ma st’uri lenti nun vonnu passari.

               

 ‘NA LACRIMA

 

Chi scuru ! mi ricordu ‘dda sirata !

quannu ti dissi ca t’avia a lassari,

cu vuci di trimuri suffucata

un fremitu pruvai a lu parlari.

 

     E tu arristasti muta e scunsulata

     pirchì pi mia pruvavi un veru amuri,

     chi attimu amaru ! chi sorti spietata !

     passari di la gioia a lu duluri.

 

‘Na lacrima pò vitti luccicari

‘nti dd’occhi ca m’avianu ‘ncantatu,

la tò facciuzza fici illuminari

e lu me cori fu paralizzatu.

 

     ‘Dda lacrima ca iu vitti spuntari

     mi dissi: <<Resta sempri a lu sò latu>>.

 

 

    BEDDA SI’ TU

Lu  mari po’ canciari lu culuri,

lu celu chiaru si po’ annivulari,

po’ pèrdiri lu suli lu splinduri,

ma tu sì sempri bedda e fai ‘ncantari.

     Po’ l’acqua cchiù la siti nun livari,

     li sciuri ponnu perdiri l’oduri,

     po’ l’aria frisca cchiù nun rinfriscari,

     ma tu nun canci mai pi mia amuri.

Bedda sì tu, biddizzi ‘nn’hai a migliara,

bedda sì tu, cchiù bedda di li stiddi,

fai duci la me vita quannu è amara

cu li lucenti e granni to pupiddi.

     Bedda sì tu, e diliziusa, e cara,

     e addumi attornu a mia milli faviddi,

     bedda di tuttu, ogni cosa hai rara :

     l’occhi, la vucca e anchi li capiddi.

Chi avissi a fari sulu e senza tia ?

senza la tò biddizza e lu tò affettu ?

scopu unn’avissi cchiù sta vita mia,

parissi ‘na casuzza senza tettu,

     ‘na seggia cu tri gammi ca travìa,

     ‘na varca senza rimi in mari apertu,

     parissi un vagabunnu senza via,

     cu tantu di duluri intra lu pettu.

Bedda sì tu e tantu iu ti amu,

‘nsemmula uniti gudemu e suffremu

e anchi si sulu d’amuri campamu,

sempri felici in eternu saremu.

 

  

      LA PRIMA VASATA

Ricordu ancora la prima vasata,

ma ora semu uniti pi la vita,

ricordu quannu iu t’haiu ‘ncuntrata

cussì splinnenti, bedda e sapurita.

 

     L’occhi nun li chiuivu la nuttata

     pi ‘dda vasata data di sfuggita;

     ristà la menti mia estasiata,

     pinsannu ca ristavi a mia unita.

 

 

 SCIURI

Amuri, iu ti portu chisti sciuri

chi vennu d’un jardinu prufumatu,

li offru a tia cu tuttu lu sò oduri

ca sugnu veramenti  ‘nnamuratu.

     Cci misi: gigli, balicu e mimosi,

     galofari, gardenii e sparacedda,

     ci misi gelsominu e tanti rosi

     pi renniri la casa tò cchiù bedda.

C’è tulipani e zagara d’aranciu

e menta e margheriti bianchi e gialli,

pi nudda cosa sti sciuri li canciu

pirchì a tia dicisi di purtalli.

     E ti li portu cu sta poesia

     p’aviriti pi sempri accantu a mia.

__________________________

Pubblicata dul giornale “Po’ tu cuntu”

N. 12 del 16/6/1971

 

 

  E’  AMURI

E’ amuri quannu agghiorna e quannu scura

e quannu chiovi o ‘ncelu c’è sirenu,

è amuri quannu nasci ‘na criatura

e la matri la stringi ‘nta lu senu.

     E’ amuri quannu scansi una svintura

     e cu la fidi pò suffriri menu,

     è amuri quannu vinci la paura

     e a tanti peni pò truvari un frenu.

E’ amuri pi l’aceddi c’hannu l’ali

vulari ‘nta lu celu cu alligria

senza pinsari a tanti e tanti mali;

     è amuri si lu cori apri la via

     e pi l’amuri la voglia t’assali;

     l’amuri è propriu ‘na granni magìa.

 

 

LA MARCIA NUZIALI

Questa poesia , scritta pochi giorni prima delle mie nozze,   celebrate  nella Cappella Palatina  a Palermo il 28 ottobre 1971, è stata inviata al Giornale “Po’ tu cuntu”  che l’ha pubblicata nel N. 21 del 1° novembre 1971, facendola seguire dal seguente annuncio augurale:

NOZZE: Il giorno 28 ottobre nella Cappella Palatina di Palermo si celebrarono le nozze del Poeta  Giuseppe Nicolò Ciliberto e la Signorina Maria Tornetta, in atto residenti a Ribera. Alla felice coppia, il nostro giornale augura felicità infinita.

 

Lu jornu è già vicinu, amuri miu,

stu jornu attisu chi ‘nn’hamu a spusari,

li nozzi avemu a fari avanti a Diu

tra la magnificenza di l’altari.

Sù cincu misi ma mi pari un’annu

di quannu la tò manu tu m’hai datu,

ma sulu lu mè cori e lu tò sannu

ca chist’amuri era distinatu.

Ora è vicina la cilibrazioni

di chisti nozzi tantu disiati,

pinsamu a li participazioni

pi tutti li parenti e li ‘mmitati.

D’ottobri lu vintottu è la jurnata

‘nti la Cappella Reali Palatina

ca li Normanni l’hannu edificata

e di Palermu l’appi la Regina.

Lu “Gigliu Russu” è dittu lu saluni

unni dopu si và a fistiggiari

ringrazieremu tutti li pirsuni

e po’ prestu in America vulari.

Sta data a tutti ‘nni fa ricurdari

la marcia fatta a Roma capitali,

ma ‘nti stu jornu iu mi vogliu fari

l’armuniusa marcia nuziali.

 

LU PRIMU FIGLIU

 (Acrostico dedicato al mio primo figlio

Silvano nato ad Agrigento il 4 - 9 1972 )

 

Comu un ciuriddu biancu e sapuritu

Iu vitti a tia figliuzzu appena natu,

La nonna cu lu cori a tia unitu

Incontru a mia vinni e fui ‘ncantatu.

 

Beddu nascisti, candidu e pulitu

E di fattizzi tantu dilicatu,

Raggiu di suli ca risplenni arditu

Tu sì lu figliu miu tantu aspittatu.

 

Ora la mamma tò è assai cuntenti

Sarai prutettu sutta un granni mantu,

Idda dopu li peni e patimenti

La gioia vitti e ruppi lu sò chiantu.

 

Veru tesoru ora sì prisenti,

Amuri avrai e affettu tantu tantu,

'Nsemi a papà e mamma un focu ardenti

Ogni mumentu addumi ch'è un'incantu.

 

________________________________

Scritta il 6/9/1972, due giorni dopo la nascita

di mio figlio Silvano.

DEDICA A SILVANO            

 (Acrostico)

 

Se misi fa nascisti nicareddu,

Inchennu la me casa e lu me cori,

Lu tempu passa e tu ti fa cchiù beddu,

Vantu ‘nni fazzu e scrivu sti palori.

Amatu figliu oggi cciai mezz’annu,

Nun pari veru comu va criscennu,

Oh chi sì duci quannu sta mangiannu,

Chi sì bidduzzu quannu sta ridennu.

Iu ti taliu e ‘nni sugnu cuntentu,

Lassu ogni cosa e canzuni ti cantu,

Intra un munnu di fati mi sentu

Beddu Silvanu tu sì lu mè incantu.

E si ti vasu nun mi stancu mai,

Restu tant’uri a jucari cu tia,

Tanti pinsera scurdari mi fai

O Silvanucciu sì la gioia mia.

__________________________

Scritta il 4/3/1973, giorno in cui

Silvano ha compiuto sei mesi.

       LU ME GIOCATTULU

    (Dedicata a Silvano n. 4-9-1972)

 

Figliuzzu miu sì ancora nicareddu

ma già capisci tuttu e vò parlari,

quannu tu vidi a mia sì prianneddu

ca mi canusci e mi fai ralligrari.

     Mi dici: - ddè ddè ddè e tà tà tà -

     ma iu capisciu chiddu ca vò diri,

     vò diri: - piglia a mia caru papà -

     gioia cchiù granni iu nun pozzu aviri.

Stassi cu tia ogn’ura, ogni mumentu,

senza pinsera, senza firniscii,

ca sugnu assai filici e assai cuntentu

quannu cu ss’occhi duci mi talii.

    Ogni matina iu t’haiu a lassari

     ma lu pinseri l’haiu sempri a tia,

     intantu cu la mamma po’ jucari

     e quannu tornu jochi insiemi a mia.

Cu tia diventu comu un picciliddu

e tu sì lu giocattulu cchiù beddu,

sì lu mè spassu, sì lu mè pupiddu,

candidu e puru comu un’angileddu.

       AD ALESSANDRO

 

Di quannu stu secunnu figliu è natu

 la mè filicità assai è crisciuta,

 cchiù lu taliu e cchiù sugnu 'ncantatu

 pi st'atra criatura ch'è vinuta.

 

Nun vi lu sacciu diri quantu è beddu,

quant'è vivaci e duci stu pupiddu, 

'nta la facciuzza pari un bammineddu

e spanni oduri megliu d'un sciuriddu.

 

Di nomu Alessandru lu chiamamu

e 'nta lu cori sempri lu stringemu,

comu 'na perla rara lu taliamu

e di vasati in dù 'nni lu spartemu.

 

Cu sò fratuzzu sempri sta a jucari

e li diritti sò li fa valiri,

iu mi 'nni godu e staiu a taliari

e sempri  appressu a iddi vogliu iri.

 

Ci jocu urati sani e un pensu a nenti

e vivu d'alligrizza sti mumenti.

VERSI ESTRO...VERSI

ZITATI D’ATRI TEMPI

Questo brano è stato in parte recitato e in parte cantato dal Gruppo di Folk-Cabaret  “Sicilia canta, Sicilia frana”, nella 9^ Puntata del programma omonimo, trasmessa  da Radio Torre Ribera il 5 marzo 1978.

 

La vita di paisi ora vi cuntu,

chidda chi c’era ‘nti li tempi antichi,

nun si  facia nenti ca a ‘mumentu

s’inchìanu li quartera…. ora sintiti.

            Certuni ‘nni vulianu ‘u megliu cuntu

            pi stari a sparlittiari strati strati,

            stati ascutari chistu me raccuntu

            chiddu chi succidìa  ‘nta li zitati.

 

Quannu qualcunu s’avia a fari zitu

e una picciuttedda avìa a truvari,

anchi si era spertu e istruitu

la funcia a lu missaggeru l’avia a dari.

            Un giuvini e ‘na giuvina pi strata

            eranu malamenti taliati,

            la genti ‘nti la porta era affacciata

            e chiddi, dù…. scanazzi giudicati !

 

Stu fattu capità propriu a mia,

ca cu ‘na picciuttedda era a  parlari,

suli suliddi ‘nti ‘na stritta via

e ‘na signura si misi a gridari:

- facchini ! chi faciti misi ddocu ?

‘nti ‘n’atra banna itivi a raspari !

scantàti ‘nni tuccà canciari locu,

ca chidda l’acqua stava pi ghittari !

 

‘N’atra fattata vogliu raccuntari,

ca fu la notti di lu Capu d’Annu,

comu sapiti ccà s’usa vasari

parenti e amici e s’augura Bon Annu.

            Iu vasu e vasi tu e cu vasa vasa,

            lu zitu anchi la zita appi a vasari,

            chi ‘nfernu chi successi ‘nti dda casa !

            pi sta vasata s’appiru a lassari !

 

 Vularu seggi e puru tavulina

e sulu pi ‘na simplici vasata,

lu soggiru di “testa supraffina”

fici finiri tuttu a vastasata !

            A la cummari di me zia Fulippa

            ci succidì un veru parapiglia,

            sintiti si lu sangu un vi s’aggrippa,

            si ‘nni fuì Gilormu cu sò figlia.

 

Viditi chi succedi ‘nti stu modu ?

a cu ‘na figlia voli ‘ncatinari ?

anchi un picciottu ca vi pari sodu

cu idda quannu voli pò scappari !

            Nufriiddu e Sarafina eranu ziti

            comu li galioti cuntrullati,

            doppu sé misi ca iddi eranu uniti

            nun canuscianu ancora li vasati !

 

Pinsava a Sarafina e smaniava

lu zitu quannu a latu era assittatu,

‘na vasatedda assai disidirava

ma a vista era sempiri guardatu.

            Du  ziti suli nun putianu stari

            né a parlari e mancu a passiari,

            la cuda appressu avianu a trascinari:

            soggiri, zii, niputi, soru e…cummari !

Vasi, carizzi e amuri a l’ammucciuni

era l’usanza di li paisani,

lu ‘nnamuratu comu un gnucculuni

avìa a stari fermu cu li mani.

            Qualcunu anchi li ‘ntressi taliava

            e a lu figliu chissu ci dicia,

            si la picciotta doti un si purtava,

            in seguitu pò lustru un si vidìa.

 

Era ‘na vera farsa e lu capiti,

sordi, tirrena, casi e cullaneddi

nun davanu la gioia a li dù ziti

e spissu eranu causa di maceddi !

Quannu li ziti un sù l’una pi l’atru

è megliu ca cangiassiru partitu,

unn’hannu a diri po’: - distinu latru ! –

quannu lu matrimoniu è fallitu.

 

Ora ca sta arrivannu lu finiri

di chisti versi vogliu arricurdari

a chiddi ca nun lu vonnu capiri

ca senza dota c’è lu veru amuri.

            Tri sarmi di tirrenu a milingiani

            oppuru lu jardinu a lu ‘Ccavadduni

            nun sunnu nenti si c’è veru amuri

            ca duna sempri gioi a tutti l’uri.

 

Lassamuli tranquilli li picciotti

ca vonnu agiri cu la sò pinsata,

si zitu e zita un sunnu propriu cotti,

rinunzianu a la doti e a la zitata .

 

 

PICCIOTTI DI RIBERA

Cu veni a visitari stu paisi

arresta ccà cu l’occhi stralunati,

pirchì s’incanta e ammira li surrisi

di sti picciotti beddi strati strati.

 

      ‘Sti fimmineddi schetti rivilisi

      ca fannu taliari estasiati,

      beddi comu li rosi e li narcisi

      sunnu lu vantu di chisti cuntrati.

 

Sù ‘na rarizza sti fimmini beddi,

cu labbra di curadda assai lucenti,

ridiri fannu li nostri vaneddi

e smaniari l’occhi e anchi la menti.

 

      Cu zagara adurnati li capiddi,

      illuminati d’un suli splinnenti,

      di chistu firmamentu sù li stiddi

      ca brillerannu ‘ncelu eternamenti.

 

A.A.A. :  SINNACU 

       “SALVATURI”  CERCASI

Ma quantu ‘nn'amu avutu di sinnachi a Ribera !

di varia estrazioni, di varia bannèra.

Di la democrazia, o di li comunisti,

di destra, di sinistra e anchi socialisti.

Ognunu assai cummintu di cunquistari gloria,

e forsi, anchi illusu di passari a la storia.

Però è risaputu, la virità è chissa:

a natri rivilisi, ‘nni piglianu pi fissa.

Ognunu d’iddi ha dittu: << Vi giuru avanti a Diu,

ca chiddu ca un s’ha fattu ora lu fazzu iu !!! >>

Ricordu lu sissanta, l’ottanta o lu novanta,

ca acqua sutta ‘i ponti nun ci ‘nn’ha statu tanta.

E natri puvurazzi, sempri li stamu a crìdiri,

nun ‘nni piaci chianciri, e la pigliamu a rìdiri.

Finisciu cu stu mònitu  a sinnachi e assissuri :

“ Ribera ancora aspetta  lu veru “Salvaturi”

 

 

  LI PREZZI

Il presente brano cabarettistico, scritto il 2/3/1973, si riferisce naturalmente, ai prezzi  praticati a Ribera in quel periodo.

 

Unn’è ca m’arrivari cu sti prezzi,

Diu sulu sapi unn’è ca m’arrivari,

‘nn’arridduceru cu lu cori a pezzi

ca ogni cosa và ad’aumintari.

Li deci liri stannu scumparennu

e pi restu li cciunchi ora ‘nni dannu,

sta situazioni criu ca jennu jennu

‘nni farà  aviri un grossu malannu.

 

Sissanta liri ci vonnu p’un ovu

e pi un vròcculu cchiù di tricentu,

centu e cchiù mila pi un vistitu novu,

cchiù d’un miliuni pi ‘na cincucentu.

Aumentaru: carni, frutta e pisci

cu la calunia di sta nova I.V.A.

nun si po’ cchiù campari tuttu crisci,

di chistu passu ccà unni s’arriva ?

 

Aumenta lu petroliu a vista d’occhiu

e di riflessu nafta e benzina,

iu sempri mi disperu e mi scunocchiu,

ma un jornu finirà ad’ammazzatina.

Cussì nun po’ durari stu sistema

c’avi bisognu d’una sistimata,

s’avà pinsari prestu a stu problema

e dari a chisti prezzi ‘na calata.

 

Nun sacciu cchiù com’è la cutuletta

e la bedda sazizza di maiali

e li carduna ‘mmezzu a la pastetta

ca si ci pensu lu disìu m’assali.

Ma intantu s’avà inchiri la panza

e ricurremu spissu a li patati

ca sunnu puru chini di sustanza

comu l’olivi e li sardi salati !

 

Cu deci liri si putìa cumprari

un mazzu di cipuddi o pitrusinu,

ma ora chistu nun si po’ cchiù fari

ca è divintatu cibu supraffinu.

Lu pani, la benzina e anchi lu vinu

già superaru centuntrenta liri,

ducentu liri e cchiù pi un paninu

e cu secentu a cinima po’ ghiri.

 

E li vurpuna si fannu li grana

e fannu e sfannu comu iddi vonnu,

lu risultatu è ca ogni simana

criscinu tuttu e di cchiù chi ponnu.

Guvernu fraccu, guvernu sfasulatu,

mettilu un frenu a sta situazioni,

si nun vò essiri prestu sfasciatu

di tutti chiddi cu mali ‘ntinzioni.

 

Tutti su stuffi e ‘nni vonnu vinnitta,

ormai la pasta è stracotta ed’è sfatta,

cchiù nun durmìri, mettiti addritta

a cuntrullari a cu vinni e cu accatta !

 

L’OMU ‘NCINTU  

(fatto realmente accaduto)

 

Recitata nella 1^ punt.-2^serie di “Sicilia canta,Sicilia frana” 

in onda su R.T.R. il 18/12/’77

 

Vi raccuntu  ‘na fattata,  cosa di rincretiniri,

attisativi l’aricchi pi chiddu ca vogliu diri.

Semu già ‘nti lu dumila, ‘nnamu ‘ntisu boni e tinti,

ma un c’è nuddu c’ha sintutu, ca anchi l’omini su ‘ncinti !

Carmi !  nun vi ‘mprissiunati,   ora veni lu cchiù bellu,

mi dispiaci sulamenti ca nun sugnu Pirandellu.

Lu sintivu frisculiari e ascutavu cu interessi,

ma ora vegnu a lu discursu e vi cuntu chi successi.

Un maritu, un fazzu nomu,  ma pirsuna assai liali

apprinnì di sò muglieri un ritardu mistruali;

preoccupatu lu mischinu ch’era patri di tri figli

a un valenti farmacista ci và chiedi li cunsigli.

Chiddu, granni sapiintuni, ch’ è anchi “chimicu e inventuri“

dici: - portami l’orina -  e ci ‘mpara anchi li curi.

Fa l’analisi e rivela  “risultatu pusitivu”,

- tò muglieri aspetta un figliu, ca a dù botti lu scuprivu -

Dd’omu, un pocu scunsulatu,  cchiù sicuru vulia stari

e di un veru analista n’atra analisi fa fari.

Quannu leggi lu refertu, resta assai meravigliatu,

pirchì l’esitu sta vota negativu è risultatu.

Pi ‘na manu era cuntentu,  ma lu dubbiu lu rattrista,

e pi aviri cchiù cirtizza torna ‘nti lu farmacista.

Si riprova, si ritenta, n’atra analisi, un si scanza,

chiddu duna la risposta: - tò muglieri è in gravidanza !

- Porcu Giuda,  nesciu pazzu !  - si dispera lu mischinu -

cu sta storia và finisci ca cuminu un gran casinu !

Và ‘nti ‘n’atru analista e riprova novamenti,

la muglieri nunn’è ‘ncinta e si vidi chiaramenti.

Pi risolviri stu giallu ca la testa ci fumìa,

piscia dintra ‘na buttiglia e ritorna ‘nfarmacia.

- Sugnu ccà duttù  scusassi,  me muglieri è fasturnata,

voli prestu n’atra vota chista orina analizzata -

E lu “chimicu scenziatu” e pirsuna assai distinta,

fa l’analisi e  ribatti  - sò muglieri è propriu ‘ncinta ! -

Si scatena ddu maritu: - farabuttu iu ti scannu,

latru e sceccu ti dinunziu, ‘nta lu carzaru ti mannu !

Puru iu risultu ‘ncintu ?  ‘gnurantuni appatintatu !

era mè chidda pisciazza ca tu hai analizzatu !

E finisci a parapiglia sta gran farsa amici cari

raccumannu a tutti quanti di nun farivi ‘mbrugliari.

C’è cu è farsu e cu è cuscenti, c’è cu è saggiu e cu è ‘gnoranti,

di li pazzi stati attenti, ca purtroppu ci ‘nn’è tanti !

 

 

 

UN CIPRESSU IN PIAZZA DUOMU

(Pubblicata sul quindicinale locale "Ribera, Città del RISO"

 

Sta Ribera è ‘nta ‘n’abbissu,

trascurata e troppu in bassu,

lu distinu è propriu chissu:

- la purtaru a lu cullassu !

Si prutesta a “cchiù nun possu”

ma “iddi” storcinu lu mussu,

arrivamu propriu all’ossu

e spireru spassi e lussu.

 

Vannu e vennu l’autobussi

cu emigranti ca sù spersi

tra tedeschi, belgi e russi

pirchì ccà un c’è cchiù ‘nteressi.

Già ‘nfussamu ‘nta lu fossu

e si vidi troppu spessu,

lu bilanciu è sempri “in rossu”,

mancu carta pi lu cessu !

 

Pi li festi chi sù appressu

‘mpiazza Duomu cciannu messu,

fora chiummu e assai scunnessu

un titanicu cipressu !

 

E’ la prova pi davveru

 

ca Ribera è un cimiteru !

 

 

LU ‘MBRIACU

Pubblicata sul giornale “Po’ tu cuntu”

N.2 del 16/1/1970

Sugnu suliddu ‘nta ‘na strata scura,

quannu un ‘mbriacu viu ca và traviannu;

ci ‘ncugnu, lu taliu senza paura

dicennuci: - chi ghiti rampiannu ?

Rispusi ca un truvava cchiù la via,

stunatu barcullava a passi strammi,

si vippi troppu vinu all’osteria

e ci ammusceru: occhi, rini e gammi.

 

Pinsai, avi  tant’uri chi s’annaca,

            nun  lu sbarìa mancu la nuttata,

allura l’affirrai pi la bunaca

e l’accumpagnu ‘nsina a la so strata.

Cussì arrivamu ‘nfacci di la porta

ed iu ci dissi: - piglia lu chiavinu;

rispusi ca ‘nn’avia ‘na bona scorta

e nesci un sicarru tuscaninu !

 

Ristavu ‘ntuntarutu a lu vidìri

‘nfilari lu sicarru e nò la chiavi,

cu stu sicarru vulìa grapìri

e iu pinsavu: forsi chiavi unn’avi.

Lu sbagliu prestu ci fici nutari

e dissi, mentri si sbattì la testa,

ca ‘nveci d’un sicarru di fumari,

la chiavi si fumà...e ora prutesta.

 

 

 

 L’ITALIA IN EUROPA

Già la Prima Repubblica

è morta e sippilluta

di tanti facci novi

l’Italia s’è arriccuta.

Fu causa di li tempi ?

fu causa di Di Pietru ?

chiddu ca ‘mporta a tutti

è ca un si issi indietru.

D’Alema e Berlusconi,

Prodi, Veltroni e Fini,

cu Bertinotti e Bossi

fannu li paladini.

L’Italia in Europa

vonnu tutti purtari,

ma troppi sacrifici

‘nni fannu dispirari.

Tassati e tartassati

di spisi e di bulletti,

la varca è a la deriva

e intantu speri e aspetti.

Pagamu lu telefunu

e la televisioni,

acqua, munnizza e luci

e l’assicurazioni.

Tuttu s’avà pagari,

spitali e assistenza,

visiti, midicini

e nuddu fa cridenza.

Nun si pò cchiù campari,

li ricchi tra li spassi

e tanti puvureddi

mangiati di li tassi.

Si paga cara l’I.V.A.

si paga troppu l’I.C.I.

ed ogni cittadinu

è niuru comu pici.

Ormai su tutti in bollu

li tanti documenti

‘nti li sacchetti a ognunu

nun sta ristannu nenti.

Chi munnu fasturnatu

è roba d’un ci crìdiri,

sugnu preoccupatu

ca nun si po’ cchiù vìviri.

Spiriamu ca l’Europa

nun porta ancora guà

ca l’italiani vonnu

paci e sirinità.

 

 

 

BLEK: LU ME FIDILI AMICU

 

Haiu scrittu tanti versi pi l’amuri

e pi l’affettu a li familiari,

mannannu a tutti sintimenti puri,

ca senza affetti nun si pò campari.

 

Versi d’amuri pi la donna mia,

pi la mè mamma, figli e li niputi,

l’ispirazioni sempri mi vinìa

e centu e cchiù quaderni haiu linchiuti.

 

Ma mai m’avia passatu pi la menti

di fari ‘na puisia a lu mè canuzzu,

ca sta cu mia in tutti li mumenti;

è ‘ntilligenti, forti e anchi bidduzzu.

 

Si chiama Blek e cciavi dudici anni

e sta ‘nfamiglia megliu d’un parenti,

vigila attentu e osserva in tutti banni

e quannu è sulu è sempri sull’attenti !

 

M’ascuta e si lu chiamu iddu è filici

si strica ‘nta li gammi e mi cudìa,

cu l’occhi tanti cosi iddu mi dici

ca lu capisciu quannu mi talìa.

 

Amici cari amamu l’animali

ca inchinu li casi d’alligria,

dùnanu affettu e un sannu chi è lu mali

portanu gioia e tennu cumpagnìa.

 

E a Blek adasciu e forti ci lu dicu:

-Lu megliu sì….. fidili e granni amicu !

 

 

POESIE DEGLI ANNI "2.000"

 

LA MIA DONNA

 

La vita è un lentu scùrriri di uri,

di anni, di simani, misi e jorna,

ma è sempri forti e crisci chistu arduri

ca st’unioni l’accarizza e adorna.

Mariuccia mia, o forsi è megliu Mary ?

       ricordu ancora quannu ti ‘ncuntravu,

      scuitasti li mè sonni e li pinseri

       e a un’attimu di tia mi ‘nnamuravu.

 

E quanti versi iu ti didicava

ca di un jardinu eri lu megliu sciuri,

ogni minutu ti disidirava,

o DONNA ca mi dasti tantu amuri.

 Puisii chini d’affettu ti scrivìa

e tu stavi cu mia assai raggianti,

lu cori miu battìa sulu pi tia

e anchi tu m’amasti sull’istanti.

 

Iu ti dicia: bedda, duci e cara,

            pirchì brillavi cchiù di milli stiddi,

            di tia ogni cosa m’appariva rara:

            l’occhi, la vucca e anchi li capiddi.

Ricordu quannu chiesi la tò manu

          ca l’ansia la mè menti mi struggìa,

         ‘ddu desideriu mi parìa luntanu

        ma lu tò “sì” cangià la vita mia.

 

Truvai un tesoru chinu di splinduri,

la cchiù lucenti perla di lu mari,

la DONNA ca pi mia è lu veru amuri

ca prestamenti iu purtai all’altari.

 D’allura tantu tempu è già passatu

 cu vera gioia e cu felicità,

 tri beddi figli tu m’hai rigalatu

 e in più una vita di sirinità.

 

            St’amuri natu granni ora è cchiù granni

            e la biddizza tò unn’è cangiata,

            pi un veru amuri nun cuntanu l’anni,

            sì la mè rosa ch’è appena sbucciata.

Ti offru l’auguriu d’una lunga vita

pi dari luci e affettu a lu mè cori,

         e anchi a li figli e a la famiglia unita…

         e infini senti chisti mè palori:

 

<< Tu m’ispirasti chista poesia,

                     ca sempri t’amu o dolce mia Maria >>.

A MIA MOGLIE

                     (Per il 50° compleanno)

            La vita è un lentu scùrriri di uri,

            di jorna, di simani, misi e anni,

            nun pari veru ma oggi lu mè amuri

            è in festa pirchì compi cinquant’anni.

Mariuccia mia, o forsi è megliu Mary,

            ricordu ancora quannu ti ‘ncuntravu,

            scuitasti li mè sonni e li pinseri

            e a un’attimu di tia mi ‘nnamuravu.

 

            E quanti poesii ti didicava

            ca di un jardinu eri lu megliu sciuri,

            ogni minutu ti disidirava

            ca lu mè cori era chinu d’arduri.

E tanti e tanti versi ti scrivìa

            e tu cu mia eratu raggianti

            l’amuri miu era sulu pi tia

            e anchi tu m’amasti sull’istanti.

 

Iu ti dicia: bedda, duci e cara,

            pirchì brillavi cchiù di milli stiddi,

            di tia ogni cosa m’appariva rara:

            l’occhi, la vucca e anchi li capiddi.

Ricordu quannu chiesi la tò manu

            ca l’ansia la mè menti mi struggìa,

            ‘ddu desideriu mi parìa luntanu

            ma lu tò “sì” cangià la vita mia.

 

            Truvai un tesoru chinu di splinduri,

            la cchiù lucenti perla di lu mari,

            capii lu sensu di lu veru amuri

            e prestamenti ti purtai all’altari.      

Di allura tantu tempu è già passatu

            cu vera gioia e cu felicità,

            tri beddi figli tu m’hai rigalatu

            e in più una vita di sirinità.

 

            St’amuri natu granni ora è cchiù granni

            e la biddizza tò unn’è cangiata,

            pi un veru amuri nun cuntanu l’anni,

            sì la mè rosa ch’è appena sbucciata.

T’offru l’auguriu d’una lunga vita

pi dari luci e affettu a lu mè cori,

            e anchi a li figli e a la famiglia unita

           e infini senti chisti mè palori:

 

            <<Tu m’ispirasti chista poesia

            ca sempri t’amu o dolce mia Maria>>.

       LI NONNI RINGRAZIANU

 

Qualunqui età è bedda ‘nti la vita

di quannu nasci ‘nsina a quannu mori,

cu è nicu crisci, convivi o si marita,

e cciavi un disideriu ‘nta lu cori.

 

Chiddu d’aviri figli e niputeddi,

chi granni gioia !  chi filicità !

avrà tanti mumenti troppu beddi

ca finu a vecchiu un si li scorda mà.

 

Nonni paterni… un pozzu ricurdari,

ca prestu la lassastivu sta terra,

iu era nicu…nun lu sacciu cuntari…

e ‘u patri di mé matri è mortu in guerra.

 

Sulu un ricordu cciaiu di mè nonna,

chi fù pi mia ‘na secunna mamma,

nonna Carmela, ‘na stupenda donna

ca in casa fù una splinnenti fiamma.

 

Ricordi tristi ca un vogliu pinsari

e chista vita mi la vogliu gudiri,

figli e niputi m’aiutanu a campari,

sugnu filici e ci lu vogliu diri.

 

Iu cciaiu sei niputi ca sù meli:

Giuseppi, Salvatore e anchi Nicola,

Miriam, Nicole e Gabrieli,

criscinu a vista… e lu tempu vola.

 

E oggi lu dù d’ottobri è granni festa

di li nonnini…e tutti  ‘nni pinsaru,

d’auguri, baci e abbracci ‘na gran cesta,

cu amuri la incheru e la purtaru.

 

-Grazii niputi, di li vostri nonnini,

ca a chistu jornu dastivu culuri

grazii a li vostri papà e a li mammini

ca vi ‘nsignaru l’affettu e anchi l’amuri.

 

La vostra vita felici sempri sia…

semu li nonni:  Nicola e Maria.

 

Giovedì 2 Ottobre 2014

TUTTI PAZZI PI FACEBUCCHI !!!

Di quant’avi chi a lu munnu inventaru stu Facebucchi,

tutti quanti addivintamu comu tanti mammalucchi.

Nun c’è cchiù televisioni, nun c’è cchiù ‘na passiata

tanta genti a lu computer pari propriu abbarsamata !

Si cummenta cu “l’amici”, quasi sempri sù virtuali,

d’ogni parti di lu munnu: -  “ Bona Pasqua e Bon Natali”.

Ci su “amici” d’ogni razza e si tennu scritti in fila,

‘mpari Ciccu si ‘nni prega ca cinn’avi cincumila !

Ma lu guaiu amici cari lu sapiti quali è

ca ora l’amicizia vera nun si sapi cchiù qual è !

Và di moda ‘u sparlittiu, forti è la curiosità,

qualchidunu si ci scrivi pi taliari ccà e ddà !

Nun si stira, nun si lava e a voti nun si mangia:

-Mamminè nun mi chiamari, cciau a Vanessa di la Francia !

Sugnu in linea cu Mauriziu e cu Katia me cummari,

ti prumettu ca cchiù tardu li surbizza vaiu a fari.

Ogni ura e ogni mumentu mi piaci assai chattari

staiu sulu tri o quattr’uri e ti  vegnu ad’aiutari !

Ma pacenzia ormai è ‘na moda, tutti sù modernizzati

Facebucchi è tantu beddu e ‘nni semu affascinati.

Si ci scrissi Sarafina, si ci scrissi Cuncittina

e pi ghiunta l’atru aieri ci scrissi mè muglieri.

A smuntalla un ci po’ nenti sempri è misa a lu Piccì

Facebucchi l’ha ammagata e un si sapi lu pirchì.

Nun si mangia cchiù puntuali, nun mi duna cchiù sintura

si la chiamu pi qualcosa l’aspittari cchiù dun’ura.

E mi dici: - Sulu iu…  nun ccià stari a Facebucchi ?

c’è Giuannina, c’è Cuncetta e a iddi ti l’ammucchi .

E’ ‘na moda è ‘na manìa ca mi piglia puru a mia,

par-condiciu maritu miu….ci sì tu…e ci sugnu iu !

 

    NON SON POETA

Al  pari esser vorrìa di que grandi

c’han dato al mondo versi assai sublimi,

è arduo rimembrar, perché son tanti,

ma quei ch’io vò citar sono li primi.

 

“Nel mezzo del cammin di nostra vita”

è un verso che obliar non potrò mai,

ah quanto io vorria mente ‘struita,

per poetar al pari,  ma  giammai !

 

“Cantami o diva del pelìde Achille”,

e come Omero tu fammi cantare,

dettami le parole a mille a mille,

“che naufragar m’è dolce in questo mare ! ”

 

Con tanti eccelsi che sto mondo ha avuto,

io me ne sto meschino ad ammirare,

l’alloro nel mio capo avrei voluto,

ma sto disio non si può mai avverare.

 

Allor  rimango  qui,  deluso e solo

a leggere e ammirar le grandi menti,

geni  che nell’immenso han preso il volo

portando un gran tesoro tra le genti.

 

Lode io do a li poeti tutti

a li sapienti e a li meno sapienti,

li versi son momenti belli e brutti

e a loro affido li miei sentimenti.

 

Sperando almen che Voi cara Anna Grazia

non vi burlate del mio decantare,

non son poeta, ma il mio cor si sàzia

quando ci siete voi ad ascoltare.

ME MUGLIERI A LU MERCATU:

 

E' la poesia con la quale avevo vinto il Primo Premio nel Concorso indetto dal giornale "Ribera, Città del riso" nel mese di Agosto del 2001. Mi è stato richiesto di ripubblicarla da alcune amiche e amici del Gruppo RISCOPRIAMO IL DIALETTO DI RIBERA e......la pubblico con vero piacere per RIDERE UN PO'.......visto che ce n'è tanto bisogno.

 

ME MUGLIERI…A LU MERCATU

Ogni jovidi matina,  propriu immancabilmenti,

sempri allegra mè muglieri, si pripara  sveltamenti,

è un mumentu assai aspittatu, ccà a Ribera c’è mercatu !

Nun pò certu sistimari: letti, càmmari e cucina,

iu mi cercu d’arrangiari pirchì è un ‘nfernu 'dda matina.

Mi rassegnu e com’e gghè,  mi priparu lu cafè.

 

Avi sempri gran primura e veloci avà scappari,

curri lesta a prima ura, sinnò nenti po’ attruvari;

Pò mi dici: - Ciau ciau...Centu Euru e mi 'nni vaiu !

Sta muglieri appatintata ca a guidari è un giuellu,

metti in motu la sò Puntu, e parti comu a Barrichellu !

‘mmezzu a sterru e strati rutti, di li scaffi… si ‘nni futti !

 

Gaia e allegra è arrivata,  ‘mmezzu a centu e cchiù barracchi,

ch’è filici !  ch’è prigata ! e aumentanu li sacchi.

Và in cerca sulamenti, di li prezzi cchiù  pirnenti !

- Talìa ccà chi bella offerta ! setti  pacchi di mottini !

ottu scatuli di tunnu e quaranta  formaggini !

Spissu nun ci ‘mporta nenti, si li cosi sù scadenti !

 

Piglia olivi e mandarini, passuluna e anchi patati,

cascavaddu e salamini,  e anchi li sardi salati.

E un si scorda quasi mà lu gran beddu baccalà !

Spenni sordi pi cazetti, pi tuvagli e pi tendini,

                cerca scampuli, collant, gonni, cazi  e anchi vistini.

Dici: - Sunnu  rinfurzati !  e pi ghiunta sù scuntati !

 

E’ già l’una e nun si vidi e iu mettu la pignata,

a cuntallu un si ci cridi,  si tirà ‘na matinata.

Finalmenti fa ritornu  cu la testa ‘nta un fastornu.

Sfirnisciata piglia appunti, d’ogni cosa ca ha accattatu

e s’un  quàtranu li cunti scappa arrè ‘nta lu mercatu.

Torna sempri, mancu mali… senza un'euru pi signali !

 

Mentri vuddi la pignata  ricontrolla li sacchetti :

- Matri mia chi fù stunata, mi scurdavu li spachetti !

Anchi oggi a quantu pari, arrè ‘nsiccu amà mangiari !

 

 

     

        

RIBERA: CITTA’ DI LI BALOCCHI

 

Ribera è un paisi d’alligrizza,

ca sciala ‘mmezzu a balli e festi in piazza,

nuddu ca si siddìa mancu ‘na stizza,

tutti cuntenti e filici chiazza chiazza.

 

Nun ci si pensa cchiù a li muntarozza,

né a li fossi e mancu a la schifizza,

gridanu tutti: - forza, damu forza,

vulemu li balocchi…e la sazizza !

 

Verrannu cu li taxi e li carrozzi

tanti turisti e ci sarà ricchizza,

nun cercheranno frutta, trigli o cozzi

ma vennu pi la Sagra di la pizza.

 

Aria di festa ca spiegari nun pozzu,

tutti a passiari: anziani e picciuttazzi,

a Siccagranni, a lu Duomu e a lu Cozzu,

tra centu bancarelli in tanti spazi.

 

Sempiri “eventi”, ma quanti spisi pazzi !

forsi chi sordi ci ‘nni sunnu un puzzu ?

stamu assai beni e facemu sprazzi

ca è sempri assai fistanti “lu patruzzu” !

 

A via di tassi addivintamu “pazzi”,

qualcunu l’avi larghi li manuzzi,

di fari festi un sunnu mai sazi,

tantu pagamu cu li nostri surduzzi.

 

Ma ora lu Guvernu ‘nni strapazza;

-Basta a li festi e basta anchi a sta pizza,

nun c’è un centesimu mancu pi ‘na ramazza

e la Regioni lu schinu ‘nn’addirizza.

 

Nun ci sù cchiù balocchi ma amarizzi,

e tutti l’hannu unchi li ‘mmarazzi,

su tutti ‘ncatinati a li capizzi

pi lu piaciri di tanti aciddazzi.

 

Rivela nostra è arriddutta a pezzi,

fineru ormai li sordi e li sullazzi,

avemu sulu li pregi e li bellezzi,

ma unn’arristaru: né cazzi e né mazzi !

 

Povira mia Ribera…chi tristizza !

L’ARANCI li lassaru ‘nti la munnizza !

      

 

*

  CI VOLI ‘N’ATRA POSTA

Il brano  è  stato  recitato  nella 10^  Puntata  del  programma  radiofonico“Sicilia canta, Sicilia frana”, andato in onda a Radio Torre Ribera, in data

10 aprile 1977, domenica di Pasqua. Il problema di un secondo ufficiopostale, dopo la predetta trasmissione è stato seriamente affrontato dalla

Direzione delle Poste Italiane e dopo non molto tempo è stata realizzatala succursale di Via Verga, a tutt’oggi operante.

 

Passanu l’anni, lu paisi crisci,

di casi, d’abitanti, d’estensioni,

l’ufficiu postali ormai ‘mpazzisci,

pi li pirsuni è la dispirazioni.

Si si và a fari ‘na raccumannata

si perdi quasi tutta la jurnata,

e siddu un paccu espressu vò spidiri

cu pani e cubanaggiu tu ccià ghiri !

Quannu c’è la pinsioni di pagari

li vicchiareddi di prima matina

pacinziusi vannu ad’aspittari

anchi si ci fa mali la carina.

Qualcunu si prinota un jornu avanti,

ci lassa lu librettu a lu ‘mpiegatu,

ma a fari chissu sunnu sempri tanti,

quantu sudura pi essiri pagati.

A lu ‘nnumani, prestu, a matinata,

tutti davanti l’ufficiu postali,

‘na granni fudda è tutta radunata,

cu è mezzu bonu e anchi cu sta mali.

Juntu l’orariu trasi la gran fudda,

finisci ammutta ammutta cu li spaddi,

si perdinu li sensi e la midudda,

qualcunu avi pistati anchi li caddi.

Comu li sardi, tutti ammunziddati

aspettanu di essiri chiamati

e appena inizia lu pagamentu

sù tutti all’erta e unn’hannu abbentu.

Lu zù Fulippu ca veni chiamatu

grida:- prisenti – cu tuttu lu sciatu,

chiedi : - pirmissu – a centu pirsuni,

ammutta e trasi comu lu scursuni.

Scaccia li pedi a cu nun s’arrassa,

suda e si stanca fina ca passa,

ittannu vuci e facennu burdellu

doppu mezz’ura è a lu sportellu.

Sta situazioni nun pò ghiri avanti,

ci voli ‘n’atra posta sull’istanti,

in Via Fazellu o in Via Chiarenza,

in Via Scilinna o in Via Indipendenza.

Unni de gghè, abbasta ca si fa,

ca pi Ribera …..è ’na nicissità.

 

 

 

 

QUANTU E’ BEDDA

…LA CULTURA  !

 

‘Nti la me vita, di quann’era nicu

di libra sempri liccu haiu statu,

è tuttu veru chiddu ca vi dicu:

- cchiassà di milli iu ‘nn’haiu accattatu !

 

Libra di ogni generi e natura,

di Musica, Poesia, Hobby ed Arti,

di Storia, Scienza e Letteratura

ca tegnu in bella vista in ogni parti.

 

Scaffala e libreria cciaiu chini

e tegnu libra puru ‘nti lu bagnu,

li tegnu urdinati: grossi e fini

e di quantu haiu spinnutu nun mi lagnu.

 

Ci vivu e sguazzu ‘mmezzu a ‘sta “cultura”

e sugnu circundatu di “sapienza”,

tanti “capolavori” tegnu in cura

e l’Enciclopedia ‘nti la cridenza.

 

‘Nta li cassetti, seggi e scrivania,

mobili bar e ‘nti la rinalera

“tanta cultura” mi fa cumpagnia :

Estati, Autunnu, Invernu e Primavera.

Ma di sti libra, ammettu amaramenti :

- sugnu orgogliosu…ma unn’haiu liggiutu nenti !!!

 

 

 

 

STRATUZZA MIA

 

 Stratuzza mia tu sì tantu bedda

pi li casuzzi chini d’alligria,

pi li to’ sciuri avanti ogni vanedda,

pi l’aria ca d’attornu ti firria.

     ‘Ntempu d’estati, di sira a la friscura,

     cu tantu oduri comu in primavera,

     li vicineddi ‘nsinu a tarda ura

     stannu assittati a la vecchia manera.

 

Lu me passatu mi fai ricurdari

stratuzza mia d’un tempu chi fu,

quannu filici iu stava a jucari;

     ora canciavu, ma nun canci tu

     e ‘nvanu speru ‘nn’arreri turnari,

     ma lu passatu nun ritorna cchiù.

__________________

Poesia pubblicata nel volume

“Ribera canta e comu canta canta”

Edizioni Comune di Ribera - 1980     

 

 

 

LA  VALLI  DI  VIRDURA

 

Spunta lu suli ‘nfunnu a la chianura

e manna ‘nterra li sò raggi d’oru,

è ‘mbrillantata tutta la natura

pi chista Valli ch’è un veru tesoru.

 

Sta Valli di Virdura è  ‘na rarizza

ca fu pittata d’un granni pitturi;

all’occhi di li genti è ‘na biddizza,

cu sti  primizii è terra di l’amuri.

 

Limuna, aranci, fraguli e racina,

sù frutti ca la fannu ‘nvidiari,

vistuta a festa pari ‘na regina

ca ‘nta lu munnu nun ci nn’è a la pari.

 

     Stu solu accarizzatu di lu mari

     tutti li furastera fa ‘ncantari,

     e cu la sò lucenti primavera

     è vantu pi li genti di Ribera.

CERCARE LA PACE

 

Cercare la pace

e vedere occhi di bimbi

lucidi di lacrime,

bocche di fuoco

che trasudano morte e terrore,

grida disperate, senza ascolto,

di volti innocenti

che hanno perduto il senso della vita.

 

Cercare la pace

e sentire nel cuore della gente

il vuoto di ogni speranza.

Si può...si deve trovare la pace !

per far vincere l’amore sull’odio,

il bene sul male,

la ragione sulla pazzia;

ogni arma far tacere

e ascoltare canti di gioia.

 

Pace è non dar spazio alla tristezza;

pace è portare luce ove c’è   il buio;

e poi sereni guardare nel futuro,

per ridare il sorriso a chi piange,

una nuova via

a chi la propria ha smarrito

e ai nostri intenti un solo fine:

<<cercare la pace, sempre, dovunque,

cercare la pace.....

anche  sperduta

nel silenzio della notte>>.

 

 

 PACE, SEMPRE PACE

                                  (sonetto-acrostico)

Paci vol diri  “Amari ‘u munnu interu,

Aviri fratillanza tra li genti,

Cridiri ca la vita è un donu veru

E togliri la guerra di la menti.

 

Scupriri ca la paci è un gran misteru

E l’odiu e la violenza sù turmenti.”

Moriri, no, nun po’ chistu pinseru,

Paci vol diri “giusti sintimenti”.

 

Ricchizzi, ambizioni ed arruganza

E’ megliu cancillari ‘nta ‘na braci

Pi dari a chista terra l’esultanza;

 

A tutti ora dicu a taci maci :

C’avemu a fari un munnu d’uguaglianza

E po’ gridari a coru: <<PACI...PACI>> !

 

 

 

  UN SONETTU PI LA PACI

 

Pueti, littirati, eccelsi menti,

puisii ‘nn’hannu scrittu chi sa quanti,

pi dari paci ad’ogni cuntinenti

e dibillari suffirenzi e chianti.

 

     Ah, si iu fussi un pueta di talentu !

     di versi ‘nni scrivissi tanti e tanti

     e l’affidassi all’ali di lu ventu

     pi distinalli a certi guvirnanti.

 

<<Livati odiu, guerri e ogni lamentu !>>

chissu iu ci dicissi sulamenti;

e l’urtimu disiu ca in cori sentu,

 

è: <<dari gioia e surrisu a li ‘nnuccenti

e onuri e gloria all’omini sagaci

ca vonnu PACI.....e sulamenti PACI !>>

_______________________________________

 3° Premio per la sezione in vernacolo

al Concorso di poesia G.ppe Ganduscio,

indetto dal Comune di Ribera nel 1998.

 

 LUNTANANZA

(Poesia non autobiografica, dedicata ai numerosi emigrati)

 

Nun pensu cchiù quant’avi chi lassavu

la terra mia, e vinni a la stranìa;

tutti l’amici già mi li scurdavu

e cchiù nun sacciu stari in alligria.

 

Mammuzza, pensu quannu ti lassavu,

chiangennu forti ti strincisti a mia,

cu li palori mè t’assicuravu

ca prestu avìa a turnari arrè cu tia.

 

Ricordu lu tò biancu fazzulettu

di lacrimi vagnatu svintulari,

mentri s’alluntanava lu direttu

ca all’estiru mi vinni a suttirrari.

 

‘Nti tanti nazioni haiu giratu:

Germania, Francia e puru all’Inghilterra,

quanti amarizzi c’haiu suppurtatu !

pinsannu di cuntinu a la me terra.

 

E la spiranza ca iu tegnu ‘mpettu

è chidda di putiri riturnari,

truvannu a lu paisi lu rizzettu

e stari sempri insiemi a li me cari.

 

L’anni cchiù beddi cca l’haiu lassatu

cu tanti cumpagneddi di svintura,

ah ! quantu voti l’haiu disidiratu

di ribillarimi a sta vita dura.

 

Ma siddu tornu, chi vita haiu a fari ?

nun pozzu certu viviri di ventu,

iu criu ca n’atra vota haiu a scappari

pirchì sta vita mia nunn’avi abbentu.

 

Sugnu emigratu, chi bruttu distinu !

e lu me cori sempri soffri assai,

sulu lu mè pinseri è a tia vicinu,

Sicilia, iu nun ti scordu mai.

        

 

 

 

ORGOGLIU SICILIANU

 

Nun c’è pirsuna ca lu pò smintìri,

nun c’è pirsuna ca lu pò nigari,

in ogni tempu s’ha sintutu diri

ca comu la Sicilia un c’è la pari.

 

In Sicilia l’omu crisci cu l’amuri

 e la sò terra sempri voli amari,   

ci nasci, ci travaglia cu suduri

e soffri s’è custrittu ad’emigrari.

 

Li siciliani tennu un gran rispettu

pi tutti quanti li connazionali,

nun ‘mporta siddu sunnu oltri lu Strettu,

l’Italia è una e semu tutti uguali.

 

Ma a voti sentu un fremitu a lu pettu

e ‘nta lu cori la rabbia m’assali,

quannu “quarchi nordista” assai scurrettu

di li siciliani parla mali.

 

Sù tanti l’episodi di razzismu,

‘nni chiamanu tirruna e arritrati,

sta genti fa cchiù dannu du fascismu

ca di troppa ‘gnuranza sù ‘nfittati.

 

Si vantanu ca sunnu di Torinu,

di Mantova, Venezia o di Milanu,

chi vantu misirabili e mischinu !

si ‘nni vergogna un veru italianu.

 

All’apparenza onuri e perbenismu

dimostranu di tanti e tanti lati,

ma ‘nsutta ‘nsutta l’odiu e lu cinismu

si leggi ‘nti la menti a sti sfacciati.

 

Chista Sicilia è arti ed’è cultura

e tanti omini illustri già ‘nn’ha datu,

artisti e dotti d’alta livatura

ca ficiru l’Italia un granni Statu.

 

A la Sicilia spetta un granni inchinu

e lu pozzu gridari forti e pianu,

di pregi chistu solu è propriu chinu,

         chistu è l’orgogliu d’ogni sicilianu.          

 

  SICILIA CANTA, SICILIA FRANA

 

Questo brano apre l’Album (LP 33 giri e Musicassette) daltitolo omonimo, che è stato inciso nel 1978 dal Gruppo Folk-Cabaret “Sicilia Canta, Sicilia Frana”

ed è stato finanziatodalla locale Radio Torre Ribera.Inoltre è stata inserita nel mio volume “La strina” – EdizioneComune di Ribera – Anno 1991.

 

(cantato)

E’ bedda assai sta terra di Sicilia,

cu li sò meravigli fa ‘ncantari,

lu sò profumu sempiri strabilia

ed’è ‘na gran rigina ‘mmezzu mari.

Nun manca nenti: suli, celu e mari

e d’aria frisca ‘nni fa ‘mbriacari,

Sicilia bedda sì un jardinu in ciuri,

si nun cciai nenti, cciai tantu splinduri.

 

(recitato)

Cadinu ponti e frananu stratuna,

mancanu brigli, mura e gabbiuna,

tutti li sciumi sunnu abbannunati

e trasinu di tutti li latati.

Frana Giurgenti e Caltanissetta

a Trapani si mori appena chiovi,

lu Bèlici li casi ancora aspetta,

a Gela e a Priolu l’inquinamentu trovi.

Tanti paisi sunnu abbannunati,

senz’acqua pi simani su lassati

e comu s’un bastassiru li mali

pi donu cciannu l’epatiti virali.

Li strati sù trazzeri e nò stratuna,

chini di fossi, curvi e allavancuna,

mentri li nostri treni, chi tirruri !

viaggianu sulu......a rallintaturi.

 

(cantato)  E’ bedda assai sta terra di Sicilia...ecc....

 

(recitato)

Nun ‘ni parlamu po’ di li spitala,

mischina dda pirsuna chi s’ammala,

parinu magasena di cuncimi

e pi murtalità sunnu li primi.

Cu è malatu e si voli curari

cu sacrifici fora avà scappari,

pirchì si trasi ccà ‘nti stu burdellu

lu scancianu pi carni di macellu.

  

Li scoli po’ sù propriu eccellenti

e vannu avanti a via di peni e stenti,

c’è cu fa trì mistera e c’è cu nenti

e semu ‘mmezzu a tanti listufanti.

Sunnu miliuna ormai li diplomati

e tanti e tanti li laureati,

aumenta sempri la disoccupazioni,

lu risultatu è l’emigrazioni.

 

(cantato)  E’ bedda assai sta terra di Sicilia...ecc......

 

(recitato)

Guvernu fraccu, talii allampanatu

e nun pruvvidi pi sta situazioni,

ma chi vò essiri propriu sfasciatu

di tutti chiddi cu mali ‘ntinzioni ?

Svigliativi pupazzi e marionetti,

spizzati chistu filu chi vi reggi,

sta lagnusia cu è ca vi la detti ?

lu culu sullivati di li seggi.

Pinsati a la Sicilia salvari

e l’emigranti fari riturnari,

sciuglitila pi sempri sta marredda

cussì cantamu:..........................

 

(cantato)   E’ bedda assai sta terra di Sicilia....ecc.......

 

 

PIGLIA TRI’…E PAGA DU’  !

 

Iu vogliu didicari a mia cugina

sti versi pi ci dari tantu onuri,

è sperta assà, si chiama Sarafina

ed è ‘na donna di granni valuri.

            Si fici in pochi anni ‘na cultura

            pirchì a fari la spisa è prufissura.

 

Cciavi lu sensu di l’economia,

è brava sulamenti a sparagnari,

prima ca spenni euri ci studia

e sapi unni e quannu avà ‘ccattari.

            Li cummircianti s’hannu a rassignari,

a idda mai la ponnu frigari.

 

Tanti cooperativi sù in concorrenza

e ‘mbrattanu di carti lu paisi,

fannu volantinaggiu cu insistenza

e a caccia di clienti sunnu misi.

            Ma Sarafina, scaltra e ‘ntilligenti

            capisci a volu zoccu è convenienti.

 

Di iovidi và sempri a lu mercatu,

canusci ogni baracca e vinnitura,

lu gira tuttu e osserva in ogni latu

e si c’è scontu arriva cu primura.

            Pi lu mercatu avi ‘na voglia strana,

piccatu ca è ‘na vota a la simana !

 

Ogni matina và a fari la spisa

passa ‘nti CASA MIA e anchi ‘nti FERRI,

a la CONAD, a la CRAI e ‘nti la SISA

e nun si scorda mai la Pi Vi ERRI.

            Si visita FORTE’, Ci ESSI e MAR

            e infini  a la SMA e a la DESPAR.

 

Va in tutti quanti li cooperativi,

‘nta li putii e li Supermercati,

tutti li prezzi osserva e si li scrivi

e accatta quannu sunnu ribassati.

Vigila attenta e si teni all’erta

quannu certi prodotti sù in offerta.

 

Canusci tutti quanti li prodotti,

li casalinghi e l’alimentari,

pasta, profumi o generi precotti

e scegli sempri chiddi menu cari.

            E ci cummeni assà, giura e spergiura

            si strati strati accatta la verdura.

 

L’offerti li studìa attentamenti

e spissu  piglia trì e…paga dù,

latti, salami e tutti l’ingredienti,

và lesta prima ca un ni trova cchiù.

            Quannu cu la sò Puntu sta a girari

fa cchiù firmati di la circolari.

 

Ajeri so maritu assai siddiatu,

ci dissi: - Sarafì, un ni pozzu cchiù !

e idda: - Ma sa quantu haiu sparagnatu ?

- Lu sacciu, dù o tri euru e nenti cchiù !

            Però ristasti persa ‘na matina…

            e ti futtisti tutta la benzina !

 

***

 

 

 

 

 

  VINITI A SICCAGRANNI

Viniti a Siccagranni,

ccà viniti !

‘nti st’acqua unni lu suli si spicchìa,

unn’è ca spira un ventu di sciroccu

ca ‘nti stu mari porta la magìa.

Viniti a Siccagranni e taliati,

ca l’aria è chiara

e l’acqua è cristallina,

‘nti st’angulu di paci e di misteru

ca incanta a tutti cu la sò marina.

A Siccagranni nasci ogni mumentu

un granni amuri,

quantu stu gran mari;

e ogni attimu d’amuri

è cosa granni

ca sempri cchiù Ribera

fa disiari.

Purtativi ‘na petra di stu mari,

pigliativi tanticchia di st’oduri,

‘na goccia d’acqua

e un raggiu di lu suli,

ca ‘nti lu cori

vi duvrà ristari.

E quannu c’è un mumentu

‘nti la vita,

ca vi pigliati di malincunìa,

viniti a Siccagranni

e lu surrisu ritornerà

e puru l’alligria.

 

 

 

TERRA AMATA

O terra mia tu sì tantu bedda,

pittata cu jardina e prati in ciuri,

cciai tanti frutti avanti ogni vanedda

e brilli ‘mmezzu a splendidi culuri.

Lu cori fai gudìri e ralligrari

e l’aria attornu è donu du Signuri,

li picciutteddi tu fai ‘nnamurari

e sì ‘na tila di un granni pitturi.

Quanti biddizzi cciai Ribera mia,

ca offri a rivilisi e furastera,

li pregi tò,  iu sempri li vurrìa :

estati, invernu, autunnu e primavera.

Di tutti quanti ogn’ura sì disiata

e di li figli tò… sì tantu amata  !

 

 

    A GIUSEPPE

            (acrostico)

Giuiusu, vispu e beddu sì arrivatu,

Intra ogni cori dunasti un sorrisu,

Un angilu di ‘ncelu t’ha purtatu,

Scinnutu apposta di lu Paradisu.

E ora iu nonnu sugnu addivintatu,

Provu gran gioia e ammiru lu tò visu;

Pi tia scrissi sti versi emozionatu

E li trasmettu a la <<CITTA’ DEL RISU>> .

Il neo nonno - 24 febbraio 2003

 

AUGURI  GIUSEPPE

(Sonetto-Acrostico dedicato al mio nipotino

Giuseppe Ciliberto per il suo 1° Compleanno)

 

Affetto, gioia e amore proprio immenso

Un dolce nipotino mi ha donato,

Giuseppe mio a te sempre io penso,

Unico fiore che mi hai incantato.

 Raro hai il sorriso, bello è il tuo visino,

 Infondi luce e sei uno splendore,

 Gioisce tanto il tuo caro nonnino,

 In mille modi ti tiene nel cuore.

 Un anno come il vento è già passato

 Semplice fiore intriso di purezza,

 E   mentre scrivo sono emozionato

 Perché ogni verso è una mia carezza.

Per te dal nonno: Auguri e lunga vita

E  a papà e mamma Una gioia infinita.

IL NONNO

 

Ribera, 24 Febbraio 2004 

 

 

TERRA DI SICILIA

 

‘Na pala di ficudinnia spinusa,

‘na pagnuttedda di pani di casa,

‘na pampina di zagara adurusa,

‘na tavula di ficu sicchi rasa.

     ‘Na picuredda ca l’irbuzza annusa,

     un carritteddu ca tra lu fangu ‘ntasa,

     la terra nostra cu vesti di spusa,

     mentri lu suli l’accarizza e vasa.

_____________________________

Questa ottava, dedicata alla Sicilia

è stata inserita tra gli inserti letterari del

Vocabolario Siciliano-Italiano Illustrato in due volumi,

 a cura di Eugenia Bono e Antonino Uccello. 2^ Edizione - 

 Edizioni  Sedilis - Palermo  1977.

Inoltre, è stata pubblicata  su:

- Volume “Ribera canta e comu canta canta” -

Ediz. Com. di Ribera – 1980.

- Giornale “Po’ tù cuntu”,  N. 4 del 16-2-1972.

- Antologia  “Primavera nel mondo” - Ediz. Insieme

nella Valle - Agrigento 1981.

        

 

 

AMARI RIBERA

Ribera, quannu ‘nchiara la matina

e lentu lentu lu suli ‘ncelu acchiana,

sì bedda e prufumata d’aria fina

ca si senti pi ‘nsinu a tramuntana.

La Valli tò di tanti aranci è china

e vantu sù di scelti cuntadini

ca ti criaru stu regnu, o rigina

ittannuci lu sangu di li vini.

Tu sarai digna di onuri e di vantu

cara mè terra in eternu si spera,

iu li tò lodi a lu munnu li cantu

pi la magìa di la tò primavera.

Pi sti biddizzi ca sunnu un’incantu

invitu tutti ad “amari Ribera”.

 

 

NATIA RIBERA

Ribera, quannu ‘nchiara la matina

e lentu lentu lu suli ‘ncelu acchiana,

sì bedda e ti circunna un’aria fina

ca si senti pi ‘nsinu a tramuntana.

 

     La valli tò di tanti frutti è china,

     ca sunnu vantu di scelti urtulani

     ca ti criaru stu regnu o Rigina,

     a sacrifici e a forza di mani.

 

Tu sarai digna di onuri e di vantu,

cara me terra in eternu si spera,

iu li tò lodi a lu munnu li cantu

pi lu tò incantu e la tò primavera;

 

     e pirchì vesti d’un sciurutu mantu

     iu t’amu tantu, natia Ribera.

 

 

 

O MIA RIBERA

Ribera è bedda, è bedda veramenti

è ‘na gran terra, ricca di misteru,

iu la dipingiu cu li sintimenti

e la offru a lu munnu tuttu interu.

 

Vistuta a festa pari ‘na regina,

la fama sò ‘nSicilia è propriu granni,

ci sù jardina,  suli e la marina

ca è canusciuta ormai in tanti banni.

 

Scurdamu si c’è quarchi strata rutta,

scurdamuni  si c’è quarchi difettu,

Ribera è bedda, è sempri bedda tutta

orgogliu è pi ogni figliu sò dilettu.

 

Nun ‘mporta si sù tanti ad emigrari,

pirchì nun c’è travagliu e c’è la crisi,

cu nesci prima o poi voli turnari

ca  nun si scorda mai chistu paisi.

 

Lassamu pi un mumentu l’amarizza

spirannu di iri sempri a migliurari,

sulu alligria vulemu e nò tristizza,

ca stu tesoru a tutti amà mustrari.

 

Iu la vulissi ogn’ura cchiù splinnenti,

cchiù rispittata e cchiù valurizzata,

‘na perla rara, un zaffiru splinnenti

comu ‘na picciuttedda ‘mprufumata.

 

Li pregi e li ricchizzi sunnu tanti,

c’è aria d’una eterna primavera,

amamula sta terra tutti quanti

chiamannula a gran vuci: - O mia Ribera !

 

Bedda Ribera, bedda a tutti l’uri,

farini un paradisu ognunu spera,

o terra d’oru, o terra di l’amuri,

sì bedda sì, sì bedda:  O mia RIBERA.     

          

21 maggio 2007

 

LU ‘NCONTRU DI PASQUA A RIBERA

 

            Chi amuri! Chi alligria sta jurnata,

            ‘ntall’aria: canti, soni e tanti vuci,

            la Risurrezioni è fistiggiata

            di lu Signuri mortu ‘nta la Cruci.

            E’ Pasqua e pi Ribera è ‘na gran festa,

            li genti sunnu tutti ‘nta li strati,

            li surbizzedda sù fatti a la lesta

            e li pitanzi tutti priparati.

            Si fa lu ‘Ncontru, genti in tutti lati,

            la fudda crisci a vista ogni mumentu,

            tirrazzi e barcuna sù affuddati,

    picciotti, addevi e vecchi unn’hannu abbentu.

    Largu! Ca passa ‘na chiurma di carusi

    cu friscaletti, cappeddi e banneri,

    mani manuzzi, satànnu fistusi,

     ‘sprimennu gioia in centu maneri.

    Po’ ‘n’atra banda, tutti picciuttuna

    appressu a un paliu granni e maistusu,

    ‘ntall’aria,  scrusciu di trona e mascuna

    ca unu quasi si senti cunfusu!

    Un paliu, ‘n’atru paliu, ‘n’atru ancora

    s’innalzanu a lu celu a svintulari,

    pi discrivilli nun trovu palora

    ca quannu passanu fannu ‘ncantari.

            C’un velu nivuru sta l’Addulurata

            c’ancora cridi ca sò Figliu è mortu,

            ma San Micheli fistanti l’ha avvisata

            ca Gesù Cristu l’aspetta ch’è risortu.

Idda s’allegra, lu nivuru lu etta,

l’Arcangilu la porta ‘nta lu Figliu;

chinu di sciuri è prontu chi l’aspetta

cu lu splinduri d’un biancu gigliu.

Si fa lu ‘Ncontru, quanta emozioni!

Migliaia d’occhi di lacrimi vagnati,

la Madunnuzza fa tri flissioni

e a sò Figliu ci duna tri vasati.

Un battimani davveru esultanti

vibra pi l’aria cu granni arduri,

cori ca battinu, cori fistanti,

sunnu scurdati li peni e duluri.

Ora si torna a la casa filici

ca la Madonna ‘ncuntrà lu Signuri,

‘nti chistu jornu tutti sù amici,

si fussi eternu,  chi paci!  chi amuri 

_____________________

Pubblicata:

- nel volume “Ribera canta...e comu canta canta”  Edizione: Biblioteca comunale di Ribera - 1980.

 - nel volume “La strina” di G.Nicola Ciliberto - Ediz. Comune di Ribera - 1991

 - inserita sulla copertina della litografia  

“La Pasqua a Ribera” di Lillo  Bavetta  –  Anno 1998

 

 

 

 

PASQUA A RIBERA

 

E’ Pasqua e l’aria odura di splinduri,

gioia e letizia regna ccà a Ribera,

priziusu donu d’una primavera

ca ‘nti stu jornu porta sulu amuri.

            E’ Pasqua e lu paisi è assai ‘ncantatu,

            a discrivillu quasi un si ci cridi,

            mumentu eccelsu di misteru e fidi

            ca fa ristari quasi senza sciatu.

Tutti fistanti, tutti, nichi e granni,

manu cu manu sàtanu cuntenti,

pari magia st’oceanu di genti

pi chista usanza antica di tant’anni.

            Si grida <<largu, largu>> e San Micheli

            davanti a la Madonna accumpagnatu,

            annunzia ca Gesù è risuscitatu

            tra un svintuliu di palii ‘nta li celi.

Curri Maria tra genti chi si scanza

e fa lu ‘Ncontru cu lu Sarvaturi,

ca beddu, e urnatu di milli culuri

a ognunu metti in cori l’esultanza.

            Sublimi attimu chi ‘nfunni spiranza

            ca odiu e peni fussiru scurdati,

            tant’occhi sù di lacrimi vagnati;

Pasqua è amuri...è paci...è fratillanza.

 

Poesia vincitrice del Concorso “La Pasqua a Ribera. Fede, tradizione e folklore”

organizzato nel 1998 da: COMUNE DI RIBERA, -

COMITATO FESTA DI PASQUA e DISTRETTO SCOLASTICO N. 2  di  RIBERA.

E’ stata riprodotta  nel retro dei Santini della Festa di Pasqua negli anni 1998 e 1999, 

stampati in circa 20.000 copie e distribuiti fino al 2002 a tutta la cittadinanza,

durante la raccolta delle offerte.

E’ stata inserita nel libro curato da Enzo Minio : “La Pasqua a Ribera” -

Poesie e bozzetti - Ediz:  Com. Festa di Pasqua 1998 

e  Distretto Scolastico N. 2 – Ribera.

GABRIELE: Un dono d'amore

 

 (Acrostico dedicato al mio secondo nipotino)

 

 

Grande è la gioia per il lieto arrivo

Amor che tanti cuori hai rallegrato,

Bello hai il sorriso, splendido e giulivo,

Radioso è il tuo visino vellutato.

Immensa e grande gioia tu ci hai dato

E in special modo a mamma ed a papà,

Letizia a nonni e zii hai portato

E tutto attorno a te sorriderà.

Un dono vero hai fatto al fratellino,    

Nella sua vita l’aria hai profumato,

Da ora innanzi il vostro cammino

Orgoglio mi darà e vi sono grato.

Non so perché mi prende l’emozione

Ogni qualvolta osservo questo fiore,

Di certo provo intensa sensazione

Averti qui e sentire il tuo calore.

Meriti auguri e gioie in quantità,

Ogni fortuna e ogni felicità,

Raggio di sole, dolce più del miele,

E bello il nome tuo: GABRIELE.

 

 Ribera, 15 Agosto 2004 

 

 

 

DOLCE ATTESA

Che incanto, che magìa,  che meraviglia !

apprender la notizia già aspettata,

una gioia grande hai dato alla famiglia

che è in grembo, la creatura da te amata.

Un fremito e un disìo ognor mi piglia

e presto ti vorrei a me abbracciata,

felice marcerei per miglia e miglia

pur di vederti presto figlia amata.

Due angeli, due cuori, un gran tesoro,

sui quali riversare immenso amore,

due stelle luccicanti più dell’oro,

dalla tua pianta nasce un nuovo fiore.

Lo accoglieremo con festoso coro

gridando al mondo: - E’ nato Salvatore !

_____________________________

Scritta durante l'attesa di M.Luisa

 

 

    E’ NATO SALVATORE

 (dedica a Maria Luisa da parte del papà)

 

Felice io lasciai tutto il mio mondo

per ammirarti o figlia e starti accanto,

ad aspettar quell’angelo giocondo

che tu hai portato in te tra risa e pianto.

Tra ansia, tra speranza ed emozione,

col dolce desiderio sol d’amare,

quel volto che all’immaginazione

era un bel volto tutto d’ammirare.  

Ed ora è qui, tra chi ha tanto aspettato,

tra chi gli ha dato parte della vita,

tra chi ha gioito ed anche sospirato,

quando la sua vocina s’è sentita.

Il dono, il grande frutto dell’amore,

per  te e il suo papà… è Salvatore.

Sciacca 12 agosto 2010

 

MIRIAM, PICCOLO FIORE

 

Miriam è il nome tuo dolce angioletto

bellissimo com’è anche il tuo visino,

siam qui per darti tutto il nostro affetto

e star con te, stupendo tesorino.

Ora sei qui con noi e sei un diletto,

splendida rosa di un grande giardino,

venuta a profumare il nostro tetto

portando immensa gioia … “dono divino”.

Nel firmamento eri fulgente stella,

e sei arrivata come una magìa,

mamma e papà ti han fatta tanto bella,

di certo la più bella che ci sia.

“Ben arrivata” sei piccolo fiore,

grande sarà  per te… il nostro AMORE !

  Mamma e papà

 

    

 

    UN FRATELLINO …PER  MIRIAM

 

Un lampu fu davveru inaspettatu

chista nutizia bedda e sconvolgenti,

ristai senza parola, emozionatu,

mentri  ‘ntisi affuscata la me menti.

 

Arriva un niputeddu disiatu

ca porterà la gioia prestamenti,

cu li mè nomi iddu sarà chiamatu:

Nicola e Giuseppe… veramenti !

 

Discriviri nun pozzu lu me statu

quannu sappi sta nova assai gradita,

nun vidu l’ura ca sarà ammiratu

st’angilu… pi alligrari la me vita.

 

Sugnu felici e un sacciu diri quantu,

ma sentu ca pi  mia è un veru onuri,

nun vidu l’ura ca ci l’haiu accantu

pi ìnchilu d’affettu e tantu amuri.

 

Chi meraviglia !  chi immensa surprisa,

aviri stu tesoru assai priziusu;

-Grazii Alessandru, grazii o Elisa,

stu donu è granni…e mi sentu cunfusu.

 

E Miriam prestu avrà stu fratellinu,

meritu e vantu di mamma e papà.

Giuiusu  auguru a stu  nipotinu:

-gioia in famiglia…e serenità.

                                     27 giugno 2012

 

BENVENUTA NICOLE

 

Ancor era Natale e in pieno sonno

fui risvegliato piano e dolcemente,

confuso io girai lo sguardo intorno

ansioso assai, ma non capivo niente.

 

Ricorderò per sempre quel momento,

quando la notte di luce fu allietata,

più non dormii, chiudevo gli occhi a stento,

una nuova Stella di Natale  era arrivata.

 

E poi le udii  quelle parole attese:

-Nicole è nata…è tutta uno splendore;

ma che emozione, che fremito mi prese !

provai delizia… e gran letizia al cuore.

 

Presto volevo veder la nipotina,

per ammirarla e scoprir la sua bellezza,

e quando poi  io l’ebbi  a me vicina

le diedi un bacio e le feci una carezza.

 

Che immensa gioia per mamma e per papà,

più grande ancora il felice fratellino,

or nella casa:  gran festa ci sarà !

è pronto il posto per questo tesorino.

 

Parenti e amici la salutiamo in coro

ed accogliamo gioiosi il gran tesoro,

brillan le stelle, la luna e pure il sol

per festeggiare l’arrivo di NICOLE.

_____________________________

Treviso, 28 dicembre 2012

 

 

 

 

*

TRA HUMOUR E SATIRA

 MURMURIU GINIRALI

(Questo brano cabarettistico è stato eseguito per la prima volta il 3/4/1977 a Radio Torre Ribera, nella nona delle 25 trasmissioni settimanali, effettuate dal Gruppo di Folk-Cabaret “Sicilia Canta, Sicilia Frana”,  che successivamente,  per circa dieci anni, ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia nei numerosi spettacoli che ha portato in giro per la Sicilia ed anche in Germania tra i connazionali emigrati. La parte scritta in corsivo veniva recitata e la rimanente cantata. Successivamente il lungo pezzo di cabaret, notevolmente ridimensionato e rielaborato negli arrangiamenti, è  stato  anche  inserito nel  Disco  a 33  giri  e  nelle  musicassette dell’Album “Sicilia Canta, Sicilia Frana”,  finanziato dalla emittente locale Radio Torre Ribera e che ha riscontrato un notevole successo a Ribera e all’estero tra gli emigrati).

- Oggi un c’è nuddu ca è cuntentu, tutti hannu guai ogni mumentu,

l’arma si dànnanu, corli si pìglianu e di cuntinu si murmurianu.

E’  un murmuriu ginirali !

Si murmuria lu putiaru

ca li clienti lu ruvinaru,

vinni a cambiali, vinni a cridenza,

dici ca è forti la cuncurrenza.

- Vuliti un cunsigliu di unu scompetenti ? chiuditi putia !

Si murmurianu ddi ‘mpiegati

ca sù burocrati strapagati,

iddi vulissiru sempri aumenti,

di cu un travaglia un ci ‘mporta nenti.

- E comu li fannu difficili li cosi…si nun si ci portanu li panarati !

Qualcunu dici : - chi malasorti !

pirchì nun sunnu cchiassà li morti,

cussì pò fari li furnituri :

musica, cascia, carrozza e sciuri.

- Vatri atà pinsari sulu a mòriri,

ca a lu restu c’è cu ci pensa !

Si  murmuria lu muraturi,

li novi liggi sù propriu duri

e cchiù abusivu un pò travagliari

ca c’è piriculu di ‘ncagliari.

- Facemu li progetti signuri mei !

ca li cosi nivuri addivintaru !

Si murmuria l’agriculturi,

picca guadagna e cu suduri,

vinni la frutta a centu liri

ma a la putia è a milli liri .

- Ci voli controllo! Controllo signori miei !

Signor capo guardia controllo !

Li macillara sù puru beddi,

vinninu:  carni, ossa e vudeddi,

anchi salami, anchi prosciuttu

e murtatella, pancetta e struttu.

- Tutti beddi sù, un ci abbasta vinniri sulu carni,

a n’atri quattru jorna puru la frutta vivvinu !

Tanti barristi sù ‘nta li guai

ca lu cafè sempri crisci assai

e tanti genti pi sparagnari

di la muglieri lu fannu fari.

- Accuntintamuni di chiss’acqua nivura…lavatura pari !

Si murmurianu li duttura,

ma nun la ‘nsertanu mai la cura,

hannu la clinica e lu spitali

e sempri aumentanu lu capitali !

- Un sannu cchiù unni mèttili li sordi,

appena ti toccanu lu puzu, vintimila liri !

Si murmurianu li benzinara

ca la benzina è troppu cara

e tanti e tanti pi sparagnari

cu chidda agricula stannu a girari.

- E d’accussì campanu li meccanici,

pirchì tutti scassanu li mutura .

 

Si murmurianu tanti genti

ca la buticchi un ci frutta nenti,

ma si unu trasi nuddu lu sarva,

ci fannu: sciampu, capiddi e varba .

- Però c’è di bonu ca vinninu capi esclusivi!

Quann’è di turnu si murmuria

anchi lu medicu via via,

si li malati và a visitari

s’inchi la borsa cu li dinari !

- Un sannu cchiù unni mèttili li sordi !

Si murmurianu li scarpara,

fannu capiri ca la peddi è cara

e tanti scarpi di deci mila

po’ si li vinninu a trentamila.

- Sordi assà…e caddi pi tutti!

Cu vinni dischi è ‘nta lu ‘nfernu

ca nun li smercia e stannu ammuffennu,

li radiu libiri sù in aumentu

e li trasmettinu ogni mumentu.

- Ci vulia la radiu libera, eccomu ci vulia !

Si murmuria lu noleggiaturi

ca tutti cciannu l’autovetturi,

cchiù nun lu chiamanu e ogni tantu

porta curuni a lu campusantu.

- Vidi ad esempiu ‘mpari Ninu e ‘mpari Peppi !

Si murmuria lu mulinaru

ca lu furmentu l’accatta caru,

vinni:  caniglia, farina e pasta,

guadagna bonu ma mai ci abbasta.

- Unn’hannu cchiù sapuri li cavatuna !

Chiddi ca hannu la farmacia

la trasfurmaru tutti a putia,

vinninu tuttu, nenti ci manca,

ma si lamentanu ca assai si stanca.

- Vinninu: scarpi, giocattuli, libra…

sulu li zappatrici ci mancanu !

Si murmuria Patri Agustinu,

dici ch’è strittu lu sò villinu,

pi farisinni unu cchiù granni

và scrocca sordi di tanti banni.

- Và dicennu ca serbinu

pi dari ‘na sistimata all’artaru maggiuri!

Si murmurianu: li varbera,

l’orologiaia e li furnara,

l’industriala, l’appartatura,

li fallignami e li nutara.

- Ma propriu tutti si murmurianu ?

Ma mancu unu ‘nti sta terra ci ‘nn’è cuntentu ?

Si murmurianu tutti quanti,

poviri, ricchi e anchi li santi,

s’aviti guai ascutati a mia,

pigliativilla cu alligria.

- Iu dicu ca quarcunu  nun s’avissi a murmuriari… purtroppu c’è !

Anchi lu Sinnacu si murmuria,

tanti prugetti sù via via,

quanti sulleciti e caminati

prima di vìdili finanziati.

- Ma finemula cu sta burocrazia,

puru cu lu capu di lu paisi vi mittiti ?

Ma ora ccà vi vogliu citari

cu è ca unn’avissi mancu a parlari,

anchi si fannu sordi a palati

nun sù mai sazi sti sbriugnati.

- C’avissiru a diri chiddi ca a palati

un ponnu aviri mancu pali di ficudinnia ?

Si si finanzia quarchi prugettu

zoccu succedi è prestu dettu,

tanti pirsuni cciannà manciari

e li travagli un si ponnu fari.

- Viditi ad esempiu

chiddu chi successi ‘nti la Valli di lu Belici !

L’Italia oggi è mezza distrutta,

quarchi Ministru dici: - ch’è brutta !

ma si ci scappa la bustarella

dici ca in fondu l’Italia è bella .

- Anchi la Svizzera è bella…Pi cu ci porta li miliardi !

Gui, Tanassi e Marianu

si murmurianu pianu pianu,

si dici ca appiru tanti ccecchi

di ‘na gran fabbrica d’apparecchi.

- Sulu quarchi miliardu, p’accattarisi li sicarri .

Si murmuria anchi lu Guvernu

ca lu bilanciu è ‘nta lu ‘nfernu

e pi frinari la granni crisi

c’è ‘na stangata ogni tri misi .

- A furia di stangati avemu la crozza vozzura vozzura !

L’industriala e appartatura

ca pi liccari sù prufissura,

cu la pulitica ci sannu fari,

mancianu iddi e fannu manciari.

- Cu mancia mancia…anzi, cu licca licca !

Cu quali facci sti sbriugnati

sù sempri mali accuntintati,

iu li mannassi tutti a spitrari

cussì finissiru d’arragliari!

Iu li mannassi tutti a spitrari

cussì finissiru d’arragliari!

       POVIRU E RICCU ALL’ALDILA’

(Libero riadattamento ed elaborazione in dialetto siciliano della poesia  “A livella”,  scritta dal Principe Antonio De Curtis, in arte Totò.

Il brano è stato inserito nella 10^  puntata del programma cabarettistico  dal titolo “Sicilia canta,  Sicilia frana”,   andata   in  onda il 12-3-1978 dalla locale emittente Radio Torre Ribera).

 

Lu dù novembri ogni annu c’è l’usanza

di iri tutti a lu Cimiteru,

pi cu avi morti è ‘na bona crianza

e nun si scorda mai chistu pinseru.

Anch’iu ogni annu acchianu a visitari

e portu lumi e sciuri a li parenti,

li tombi di l’amici vaiu a truvari

e fazzu sosta avanti a tanti genti.

Chist’annu mi successi un’avvintura,

doppu c’avia fattu lu mè omaggiu,

iu mi pigliavu ‘na granni paura

e mi mancaru, la forza e lu curaggiu.

Lu fattu è chistu, statimi a‘scutari,

era quasi già l’ura di chiusura,

lu Cimiteru stava pi lassari,

ma l’occhi mi eru supra ‘na scrittura:

<<CCA’ DORMI IN PACI UN NOBILI MARCHISI,

SIGNURI DI CIANCIANA E FICARAZZI,

ARDIMINTUSU EROI DI MILLI ‘MPRISI,

RICCU DI ORU, TERRI E DI PALAZZI>>.

Supra ‘dda tomba c’era un monumentu

ca di stu riccu avia li fattizzi,

statui e candilabri cchiù di centu,

lumini, sciuri e pò mirletti e pizzi.

Putìa custari centu miliuna

sta sipultura di granni valuri,

dù angili di brunzu e dù liuna

spiccavanu tra tanti atri figuri..

Ma propriu a latu a chistu gran signuri

c’era ‘na tumbicedda abbannunata,

mezza distrutta, senza mancu un sciuri,

sulu ‘na cruci c’era ‘mpiccicata.

E supra di sta cruci si liggiva:

<<AFFRONZIU TABBARANU, NETTURBINU>>,

taliannula chi pena mi facia,

‘ddu mortu ca unn’avia mancu un luminu.

- Chista è la vita - a menti mè pinsavu -

cu appi assà e cu unn’appi nenti -

stu poviru diavulu  nutavu,

anchi ‘nti l’atru munnu era pizzenti.

Mentri ca mi scuitava stu pinseru,

si fici scuru, era quasi notti,

ristavu ‘nchiusu ‘nti lu Cimiteru

chinu di scantu tra li morti morti.

             Tuttu ad un trattu vitti di luntanu

‘na saguma ca avvicinava a mia,

li gammi mi trimavanu e li manu:

-Forsi mi sonnu ? dormu ? o è fantasia !

Oh bedda Matri Santa ! è lu Marchisi !

cu lu cilindru ‘ntesta e lu pastranu !

po’ a latu d’iddu n’atru si ci misi,

tuttu sciardatu e cu ‘na scupa in manu.

Po’ quannu cchiù vicini si truvaru

li vitti ca si misiru a parlari,

di la prisenza mè un si ‘nn’addunaru

e prestamenti mi ivu ad’ammucciari.

Vicini ci l’avia, menu d’un parmu

e lu Marchisi si firmà di bottu,

cu priputenza dissi carmu carmu

a lu spazzinu: - Senti giovinottu !

(marchese)

Fammi sapiri tu, vili carogna,

strazzatu, puvurazzu e babbasuni,

pirchì sì sippillutu ,  è ‘na vrigogna !

accantu a mia ca sugnu gran riccuni ?

Chista è un’offisa pi la mè casata

e tu pirdisti propriu la misura,

la tò pirsuna iva suttirrata,

nò ccà cu mia, ma ‘nti la spazzatura !

             La tò prisenza un pozzu suppurtari

pirchì sì comu fangu puzzulenti,

‘nti ‘n’atra fossa vatti a tumulari,

‘mmezzu li misirabili e pizzenti !

(netturbino)

Signor Marchisi, nunn’è curpa mia,

iu nun l’avissi fattu stu gran tortu,

mè mogli fici chista fissaria,

iu nenti potti fari, ch’era mortu !

Si fussi vivu vi farìa cuntentu,

pigliassi la mè cascia e li quattr’ossa

e po’ circassi in giru ‘nta un mumentu,

spirannu di truvari ‘n’atra fossa.

(marchese)

E chi è c’aspetti gran sdisanuratu

a ghiritinni cu li pizzintuna ?

ca si nun fussi pi lu mè casatu

t’avissi già pigliatu a pagnittuna.

(netturbino)

Pirchì Marchisi a mia mi disprizzati ?

sù assà li guai ca appi ‘nti la vita,

e ora anchi vui mi maltrattati ?

anchi di mortu perdu la partita. 

(marchese)

La tomba mia ca ‘na gran reggia pari

vicina chidda tò nun voli aviri,

cu tia accantu mi fai sfigurari,

vattinni ! e cchiù nun ti lu vogliu diri .

(netturbino)

Ma di cu si vrigogna, sua eccillenza !

nuddu la voli la sò  gran ‘mpurtanza,

ma ora ci lu dicu in cunfidenza,

mi sta siddiannu chista sò  arruganza.

Ora già mi stuffà sta priputenza,

la virità è ca troppu m’ha scucciatu,

pirdivu veramenti la pacenza,

finiscila, ca già sugnu ‘ncazzatu !

(marchese)

Ma comu osi fari stu parlari !

a un Marchisi nobili e putenti ?

cu li mè sordi ti pozzu accattari,

rugnusu nitturbinu e gran fitenti.

(netturbino)

Ma chi ti cridi di essiri un Diu ?

ccà dintra tutti quanti semu uguali,

mortu sì tù e mortu sugnu iu

e tù ed iu semu tali e quali.

(marchese)

Porcu fitusu ! comu ti pirmetti ?

diriti uguali a mia c’appi natali

illustri, nobilissimi e perfetti,

di fari ‘mmidia a principi e reali ?

 

La sciarra prusiguìa assai accanita

ed iu scantatu stava ad’ascutari,

un sacciu s’era mortu, o s’era in vita

ma nun vidìa l’ura di scappari.

Giravu l’occhi in tanti latati

e tanti tombi stava a taliari,

cruci, cannili, statui e balati

 e chiddi già si stavanu aggrampari.

 

Pugna, pidati e anchi muzzicuna,

‘ddi dù fantasmi s’eranu acchiappati,

a via ti timbulati e cazzuttuna

parianu diavuli ‘nfuriati.

Ma nuddu ca piscava vastunati

e a lu ventu stavanu a scattiari

e quannu vitti vani li mazzati,

lu netturbinu accumincià a parlari:

 

(netturbino)

Marchisi eratu vivu, gran minchiuni !

e tanti puvureddi tu sfruttasti,

ora sì mortu pezzu di latruni

e tutti li ricchizzi li lassasti.

Ccà dintra nun c’è re, né magistratu,

nun fariti illusioni, macabbunnu !

nenti ti resta cchiù di lu passatu

e nun ti trovi cchiù ‘nta chiddu munnu.

Riccazzi e sdisonesti comu a tia

ancora tra li vivi ci ‘nn’è assà,

jornu verrà ca chisti, cridi a mia

‘nsemmula a n’atri ci l’avemu ccà.

Li spassi ti gudisti ‘nti la terra,

vigliaccu, sbrigugnatu e farabuttu,

finiscila di farimi la guerra,

nun sà ca cinnirazzu sì arridduttu ?

Scordati la tò gran nubilitati,

rassegnati anchi tu a chista sorti;

sulu li vivi fannu pagliazzati,

siamu cchiù serii...ca ‘n’atri semu morti !

 

***

ULTIME POESIE SCRITTE fino a tutto il 2015

        A PAPA FRANCESCU

 

Papa Francescu ti chiedu un favuri,

si Tu ‘ntercedi cu lu Patreternu,

sarbi lu munnu di tantu tirruri,

ca sta pricipitannu ‘nta lu ‘nfernu.

 

Iu invitu tutti a prigari pi tia,

ca si parli cu Diu,  Diu ‘nni scanza,

di attintati, guerri e caristia,

facennu riturnari la spiranza.

 

Spiranza di aviri un munnu in Paci,

spiranza di campari in Libertà,

Tu parlaci cu Diu, ca sì capaci;

     tu sulu lu po’ fari Santità.

     E si la tò prighera a Diu piaci,

     sarà salvata chista umanità.

 

 

Traduzione: A PAPA FRANCESCO

 

Papa Francesco ti chiedo un favore,

se Tu intercedi con il Padreterno,

salverai il mondo da tanto terrore,

perché sta precipitando all’inferno.

 

Io invito tutti a pregare per Te,

poiché se parli con Dio, Dio ci salverà,

da attentati, guerre e carestia,

facendo ritornare la speranza.

 

Speranza di avere un mondo in Pace,

speranza di vivere in Libertà,

Tu parla con Dio, perché ne sei capace;

Tu solo lo puoi fare Santità.

E se la tua preghiera a Dio piacerà,

sarà salvata questa umanità.

 

22 novembre 2015

 

 

 

A GIUSEPPE RUVOLO

 

Lu tempu scurri e nun si ferma mai,

criscemu e canuscemu gioi e chianti,

ma siddu tanti amici attornu cciai

la vita ti surridi ad ogni istanti.

 

E ajeri iu nun pinsai a li cosi brutti,

ca tantu affettu mi vosiru mannari..

Ma quanti amici !   iu v’abbrazzassi a tutti,

pi tanti auguri ca mi vitti arrivari.

 

E pi li beddi frasi chi liggivu

iu stetti ‘na jurnata a ringraziari,

du paruleddi a tutti li scrivivu

ma un gran puema iu putia fari.

 

Però lu tempu spissu un basta mai,

ma ringraziari a ognunu sempri s’usa

e quannu ajeri stancu tirminai,

truvavu ‘na puisia assai affittusa.

 

Scrivi Giuseppi, pi mia un granni amicu,

figliu di Ninu Ruvulu ca adurava,

è un giuvini sinsibuli vi dicu

ca tempu fa all’estiru emigrava.

 

Li frasi scritti fannu emozionari,

pirchì iddu li scrissi cu lu cori,

di chissu iu lu vogliu ringraziari

e ci arrispunnu cu sti dù palori.

 

-GRAZIE GIUSEPPE: - Ti auguru lunga vita,

tanta saluti e ‘na gioia infinita.

_____________________

Giuseppe Nicola Ciliberto

11 ottobre 2014

 

 

 

                         POLITICA PAISANA…

 

Chi cosa è la politica nun si pò mai sapiri,

spiegari è propriu inutili ca c’è d’incretiniri.

 

Cu è lestu in oratoria e si sapi arrabbattari

 si metti ‘nti la politica ca voli cumannari.

 

Nun ‘mporta s’è struitu, s’è bruttu oppuru beddu,

arriva debbutatu anchi senza cirveddu.

 

E cugliunia a Nofriu, a Carminu e a Sariddu

e tutti hannu a pinsari comu la pensa iddu.

 

Si quarchidunu arrisica tanticchia a cuntistari

fora di lu palazzu è fattu accumudari.

 

La sciarra è assai accanita, lu scopu è lu putiri,

cu è fora di lu casdaru chistu l’avà capiri.

 

Si joca a futti futti e a cu s’arrangia arrangia

                   è chista la politica e nuddu ca la cangia.

 

Finitila ch’è inutili sìnnachi e assissura

la corda si po’ rùmpiri cun gran mala figura !

 

Vuliti la poltrona pi stari ‘nti la reggia ?

ma tutti lu caperu: - la sciarra è pi la seggia !

 

E’ farsa ‘sta politica,  ormai finì a schifiu,

ognunu dici : - LEVATI…. CA MI CI METTU IU !

 

A CLARISSA MARCHESE…

(Miss Italia 2014)

 

Ma quanti versi cciaiu didicatu

a chista nostra terra di Ribera,

li tanti sò biddizzi haiu cantatu:

d’estati, autunnu, ‘mmernu e primavera.

 

Ma ora di cchiù iu vogliu puitari,

pi lu successu sò miravigliusu,

‘na bedda donna ca fici ‘ncantari

cu un gran surrisu duci e maistusu.

 

Chi festa e chi dilizia ‘dda jurnata,

quannu turnà sta bambula bidduna,

Clarissa la lassà la terra amata,

ma riturnà cu ‘ntesta la curuna.

 

Bedda di tuttu, colta e ‘ntelligenti,

‘nn’illumini cu l’occhi e lu surrisu;

risplenni ‘nta li cincu cuntinenti

anchi Ribera e lu sò Paradisu.

 

Ma chi rarizza, chi splendida picciotta,

bannèra di la terra italiana,

‘nti stu paisi gioia a ognunu porta,

ch’è orgogliu di la terra siciliana.

 

Chistu è l’Auguriu di Filicità:

- Tu “portavuci” sì…..di stà città.

 

 

IL PRIMO ANNO DI NICOLE

 

Sei arrivata dopo una notte Santa

col tuo sorriso unico e splendente,

la gioia che hai diffusa è proprio tanta

perché sei molto dolce, immensamente.

 

Un anno intero ormai è già passato

da quando sei arrivata in mezzo a noi,

la tua bellezza a tutti ci hai portato

e in cambio c’è l’affetto che tu vuoi.

 

Cara Nicole, meravigliosa e bella,

pensando a te un brivido ci assale,

del firmamento sei fulgente stella,

che dà allegrìa alla Festa di Natale.

 

Unico cruccio essere lontani,

non stare insieme a te a festeggiare,

da qui tendiamo invano queste mani

cercando di poterti accarezzare.

 

Ma lo attendiam quel giorno che saremo

a te vicini, col palpito nel cuore,

nonno e nonnina accanto ti saremo

per darti tanti baci e tanto amore.

 

E poi ti porterem tra il mare e il sol

e il nostro affetto avrai… dolce NICOLE.

 

Dicembre 2013

 

  I nonnini di Ribera Nicola e Maria

 

                   PRIMAVERA

Già ridi ‘ntunnu tuttu lu criatu,

ca di sciuri e d’oduri s’è vistutu,

vinni lu tempu cchiù disidiratu

ca porta assai fistanti lu salutu.

 

     Lu suli prima si tinia ammucciatu

     ‘nnarrè ‘na nuvulidda, ‘ntimurutu,

     ma ora cu li raggi ha ricamatu

     la terra cu culura di villutu.

 

E’ primavera, stagiuni di sciuri

ca li biddizzi ‘nni fa cuntimplari

comu ‘na tila d’un granni pitturi;

 

     la primavera ci ‘mmita ad amari,

     a gòdiri lu veru so splinduri

     e a Diu pi stu gran donu ringraziari.

 

RIBERA E’ UN CABARE’

A li tanti storturi di Ribera

ormai ci semu tutti abituati,

‘sta cittadina ca era ‘na bannera

s’arridducì ca propriu fa pietati.

Nuddu ca parla, nuddu ca prutesta

e lu paisi disulatu arresta.

 

Un c’è cchiù munnu ! un c’è cchiù religioni !

nun c’è spiranza e ne tranquillità !

nun si fa mancu l’opposizioni,

la quaglia di stu versu un volerà !

Si cancianu e si scancianu li “seggi”

e lu timuni trema a cu lu reggi.

 

Ribera era un esempiu di grannizza,

“Regina” ditta di stu territoriu,

ora è regina sì…ma di munnizza

e lu sò regnu è tuttu un purgatoriu.

Fistini e festi pagamu cu li tassi,

aumenta l’acqua, la luci e anchi lu gassi !

 

Fa propriu pena, paremu tutti a luttu

e tanti già scapparu ‘ncuntinenti,

si persi lu prestigiu propriu tuttu

e l’abitanti sunnu assai scuntenti.

 A voti c’è Totò c’assai cuntesta,

ma senza ‘na risposta sempri arresta.

 

Ma stannu zzitti Peppi e anchi Pitrinu,

nun parlanu né Ciccu e nè Mattè,

nun vidinu ca è peggiu ogni matinu ?

nun vidinu ca è tuttu un cabarè” ?

Totò ca scrivi spissu è maluvistu,

‘nnuccenti è cunnannatu comu a Cristu.

 

Passa la voglia anchi a signalari,

ca tutti fannu aricchi di mercanti,

li laminteli nun vonnu ascutari

pirchì hannu sempri cosi cchiù ‘mpurtanti.

E’ veru, quannu unu sta in politica

nun digirisci mai prutesti e critica !

 

Di zoccu fannu Melu o Pauliddu,

pari ca nun ‘nteressa a nuddu cchiù,

e anchi s’addumanni a Don Sariddu

ti dici: - futtitinni puru tu !

Vulisti a bricichetta, ora pidala,

si vò scavari piglia picu e pala.

 

Pacenzia, fra cinc’anni eleggeremu

un sinnacu davveru  “Sarvaturi”,

filici tutti quanti arrè saremu

e torneremu all’anticu splinduri.

La vòzimu ‘sta sarda non proprio fresca ?

Ora ammuccamunilla… cu tutta la resca !

 

  TUTTI PAZZI PI FACEBUCCHI !!!

Di quant’avi ca  a lu munnu inventaru Facebucchi,

tutti quanti addivintamu comu tanti mammalucchi.

Nun c’è cchiù ‘na passiata,  nun c’è cchiù televisioni,

pirchì avemu sempri ‘mmanu….lu mudernu smartfoni !

Si contattano “l’amici”, c a in gran parti sù virtuali,

d’ogni parti di lu munnu:  -  “ Bona Pasqua e Bon Natali”.

Ci sù genti d’ogni razza e si tennu scritti in fila,

‘mpari Ciccu si ‘nni prega ca cinn’avi cincumila !

Ma lu guaiu amici cari lu sapiti  zzoccu è

ca ora l’amicizia vera  nun si sapi cchiù qual è !

Và di moda ‘u sparlittiu, crisci la curiosità,

qualchidunu si ci scrivi pi taliari ccà e ddà !

Nun si stira, nun si lava e a voti nun si mangia:

-Mamminè nun mi chiamari, cciau a Katia di la Francia !

Sugnu in linea cu Mauriziu e cu Mimma  me cummari,

ti prumettu ca cchiù tardu li surbizza vaiu a fari.

Quannu  c’è la connessioni mi piaci assai chattari

staiu sulu tri o quattr’uri e pò vegnu a travagliari !

Ma pacenzia ormai è ‘na moda, tutti sù modernizzati

Facebucchi è tantu beddu e ‘nni semu affascinati.

Si ci scrissi Sarafina, si ci scrissi Cuncittina

e pi ghiunta l’atru ajeri si ci scrissi me muglieri.

A smuntalla un ci po’ nenti,  sempri è misa a lu Piccì

lu smartfoni l’ha ammagata e un si sapi lu pirchì.

Nun si mangia cchiù puntuali, nun mi duna cchiù sintura

si la chiamu pi qualcosa l’aspittari cchiù dun’ura.

E mi dici: - Sulu iu…nun ccià stari a Facebucchi ?

c’è Giuanni, c’è Caliddu e a iddi ti l’ammucchi .

E’ ‘na moda è ‘na manìa ca mi piglia puru a mia,

par-condiciu amuri miu….ci sì tu…e ci sugnu iu !

                  

 

RIVELA: CITTA’ DI LI ZANZARI

Ogni matina propriu all’agghiurnari

mi grapu lu piccì allegramenti,

lu situ comu sempri haiu aggiurnari

pi dari li NUTIZII a tanti genti.

 

Però da quarchi tempu a chista parti

mi tocca fari lu cumbattimentu,

Rivela sta subennu tanti assarti

di li zanzari ca sunnu un turmentu.

 

Sti ‘nsetti assai schifusi e scanazzati

nun mi lassanu ‘mpaci pi  un mumentu,

mi squaglia a scattiaricci ciampati

Ma nunn’azziccu una….chi spaventu !

 

Li vrazza l’haiu tutti muzzicuna

E staiu uri sani pi mi raspari,

su assà affamati  chisti  laparduna

rumpinu palli… e mi fannu ‘ncazzari.

 

Ma stamatina ‘nn’aducchiavu una

ca mi pusà supra lu gangularu,

ci scattiavu ‘na  timbulatuna

“scassannu a idda e anchi…lu gangularu !!!!

 

 

    E’ SOLO UN SOGNO

 

Vorria solcar lo mar, scalar li monti,

e anche volar nel ciel come l’augelli,

passar li fiumi, traversar li ponti

per ammirar li vostri occhi belli.

Più belli assai dell’albe e dei tramonti,

più rari inver dei più rari gioielli,

più chiari di tant’acqua de li fonti

e preziosi al pari di due perli.

Ma resto a rimembrarvi da lontano,

a disiar lo volto ch’è ridente,

vorria accarezzar la vostra mano:

e dirvi che vi penso intensamente,

ma sento che sto disio è tanto strano,

è un gran bel sogno…un sogno solamente !

 

Giuseppe Nicola Ciliberto

26 novembre  2008

 

TUTTI PAZZI PI FACEBUCCHI !!!

Di quant’avi chi a lu munnu inventaru stu Facebucchi,

tutti quanti addivintamu comu tanti mammalucchi.

Nun c’è cchiù televisioni, nun c’è cchiù ‘na passiata

tanta genti a lu computer pari propriu abbarsamata !

Si cummenta cu “l’amici”, quasi sempri sù virtuali,

d’ogni parti di lu munnu: -  “ Bona Pasqua e Bon Natali”.

Ci su “amici” d’ogni razza e si tennu scritti in fila,

‘mpari Ciccu si ‘nni prega ca cinn’avi cincumila !

Ma lu guaiu amici cari lu sapiti quali è

ca ora l’amicizia vera nun si sapi cchiù qual è !

Và di moda ‘u sparlittiu, forti è la curiosità,

qualchidunu si ci scrivi pi taliari ccà e ddà !

Nun si stira, nun si lava e a voti nun si mangia:

-Mamminè nun mi chiamari, cciau a Vanessa di la Francia !

Sugnu in linea cu Mauriziu e cu Katia me cummari,

ti prumettu ca cchiù tardu li surbizza vaiu a fari.

Ogni ura e ogni mumentu mi piaci assai chattari

staiu sulu tri o quattr’uri e ti  vegnu ad’aiutari !

Ma pacenzia ormai è ‘na moda, tutti sù modernizzati

Facebucchi è tantu beddu e ‘nni semu affascinati.

Si ci scrissi Sarafina, si ci scrissi Cuncittina

e pi ghiunta l’atru aieri ci scrissi mè muglieri.

A smuntalla un ci po’ nenti sempri è misa a lu Piccì

Facebucchi l’ha ammagata e un si sapi lu pirchì.

Nun si mangia cchiù puntuali, nun mi duna cchiù sintura

si la chiamu pi qualcosa l’aspittari cchiù dun’ura.

E mi dici: - Sulu iu…  nun ccià stari a Facebucchi ?

c’è Giuannina, c’è Cuncetta e a iddi ti l’ammucchi .

E’ ‘na moda è ‘na manìa ca mi piglia puru a mia,

par-condiciu maritu miu….ci sì tu…e ci sugnu iu !

***

LU MEGLIU SCIURI

 

Ch’è bedda sta pupidda ‘nzuccarata

c’allegra ogni mumentu di la vita,

la mamma sò la teni ‘nchiffarata

c’arridi cu ‘dda vucca sapurita.

 

Un annu già passà di quannu è nata

cchiù dilicata di la megliu sita,

‘nni resta ogni pirsuna assai ‘ncantata

vidennu chista gemma ‘mpriziusita.

 

D’un gran jardinu chinu di splinduri,

cara Nicole, sì tu lu megliu sciuri.

Il nonno Giuseppe Nicola Ciliberto

 

 

LI  TEMPI ANTICHI

 

Ormai cciavi tant’anni la me vita

e st’anni sù ‘nta un’attimu vulati,

pensu a la gioventù ca ormai è svanita

e sulu li ricordi sù ristati. 

E certi voti cu lu cori mutu

mi dicu: - quanti cosi unn’haiu pruvatu

pi tanti desideri c’haiu avutu

lu tempu troppu spissu m’ha mancatu. 

Cu nustalgia ricordu lu passatu,

li tempi antichi chi sù ormai darreri !                       

mi piglia lu disìu …e scunsulatu

arrestu sulu cu li mè pinseri. 

Vulissi ripruvari tanti cosi,

turnari a li mumenti cchiù ginuini,

la vita mia l’ha avutu tanti rosi,

ma ccià truvatu anchi tanti spini. 

E’ veru, lu passatu un po’ turnari

ma lu ricordu cu sti mè palori,

è storia di ddi tempi duci e amari

ca sempri iu li tegnu ‘nta lu cori.

 

     NON SON POETA

Al  pari esser vorrìa di que grandi

c’han dato al mondo versi assai sublimi,

è arduo rimembrar, perché son tanti,

ma quei ch’io vò citar sono li primi.

 

“Nel mezzo del cammin di nostra vita”

è un verso che obliar non potrò mai,

ah quanto io vorria mente ‘struita,

per poetar al pari,  ma  giammai !

 

“Cantami o diva del pelìde Achille”,

e come Omero tu fammi cantare,

dettami le parole a mille a mille,

“che naufragar m’è dolce in questo mare ! ”

 

Con tanti eccelsi che sto mondo ha avuto,

io me ne sto meschino ad ammirare,

l’alloro nel mio capo avrei voluto,

ma sto disio non si può mai avverare.

 

Allor  rimango  qui,  deluso e solo

a leggere e ammirar le grandi menti,

geni  che nell’immenso han preso il volo

portando un gran tesoro tra le genti.

 

Lode io do a li poeti tutti

a li sapienti e a li meno sapienti,

li versi son momenti belli e brutti

e a loro affido li miei sentimenti.

 

Sperando almen che Voi cara Anna Grazia

non vi burlate del mio decantare,

non son poeta, ma il mio cor si sàzia

quando ci siete voi ad ascoltare.

 

 

MA CHI TEMPU !

 

Pensu a un pruverbiu anticu di tant’anni

ca mi ‘nsignà lu nannu miu paternu,

di tutti è canusciutu, nichi e granni:

<< Agustu e Rigustu è capu di ‘nvernu >>.

 

Ma aguannu sta sintenza s’è strammata

e li jurnati pari ca ‘mpazzeru,

friddu ogni sira e a prima matinata,

ma di jornu casdu ca nun pari veru.

 

Pi farimi l’estati a Siccagranni

lassai Rivela c’avi cchiù d’un misi,

pinsava di scialarimi in tanti banni,

ma cu stu tempu staiu trasennu in crisi.

 

<< Lugliu e Rilugliu >> ora s’avà diri ?

lu dittu d’ora ‘mpò s’è stracanciatu,

l’estati è assai luntana di viniri

e tanti vacanzera ha scuitatu.

 

Duranti jornu c’è un gran caluri ,

li spaddi l’haiu abbrusciati pari pari,

cciaiu li gammi chini di duluri

e l’umitu ogni sira m’ha pigliari.

 

E’ un tempu pi daveru scanazzatu

e pari ca arrivà già l’autunnu,

sira e matina staiu ‘mbacuccatu,

taliu lu mari e dicu: - Ma chi munnu !

 

L’estati sta finennu e ancora aspettu

di farimi un bagnu ‘nta lu mari,

m’arrestu nintra e a pittari mi mettu

o lu mandulinu accuminciu a sunari.

 

Canciu ‘ncuntinu magli e pantaluna,

pigliu ‘mmisturi e fazzu gargarismi,

stu tempu sta rumpennu li…..palluna

e staiu pigliannu li “romanticismi”.

 

E’ un tempu pazzu e tantu mi siddiu,

ma chissu unn’è sistema e né manera,

li tavuli e li trispa li schifiu

e forsi mi ‘nn’acchianu arrè a Ribera.

 

Lassu la Siccagranni e lassu tuttu

e di lu Pizza Fest… mi ‘nni futtu.

 

MA QUANT’E’ BEDDU

LU SMARTFONE

 

Amici si sti versi ora liggiti,

sicuru ca vi faciti dù risati,

vi pregu, continuati, un vi ‘nni iti

e si graditi po’ li cummintati.

 

Onuri dugnu a lu mè parintatu

chi cciaiu attornu in tutti li jurnati,

iu a tanti cosi staiu sempri affunnatu

ma iddi cchiù di mia sù ‘nchiffarati.

 

Figli, niputi, nori granni e nichi

cu l’occhi a li smartphoni ‘mpiccicati,

nun pensanu a li tanti cosi antichi

pirchì a li cellulari sù appizzati.

 

La menti cci hannu a un munnu virtuali

mentri iu suliddu staiu a taliari,

chiamu a Mariuccia ma l’ansia m’assali:

mi dici – Aspetta, ca cciaiu a mè cummari !

 

Talè ch’è bedda !  - mi dicu cu pacenza,

cciaiu davveru ‘na granni cumpagnia,

chidda ca ciatta, chiddu ca pensa

e sta muglieri affunnata un mi talìa.

 

Nun la cuntrolla cchiù la lavatrici,

ferru e scaldinu sù sempri addumati,

cuntanu sulu li virtuali amici,

tutti ca legginu: “auguri” e “minchiati”.

 

Unu cummenta, l’atra ca sfoglia

e a mia suliddu mi lassanu in paci,

a lu cchiù granni ci passa la voglia

si stuffa a scriviri e clicca “mi piaci”.

 

Me nora naviga comu un’esperta,

cerca l’amici e qualcosa ci metti,

pi li notifichi sta sempri all’erta

e ghetta lìzzari si ssi scunnetti.

 

O chiovi o nivica nun ‘mporta nenti

‘ddu smartfoni è ‘na cosa bona,

sù tutti quanti filici e cuntenti

e mancu sentinu nè lampi e nè trona.

 

Ma chi spittaculu, ma chi alligria,

tutti ca naviganu cu l’occhi e la menti,

stu smartfoni è ‘na vera magìa

ca teni uniti “amici…e parenti”.

 

 

 

 

        LA MIA DONNA

 

La vita è un lentu scùrriri di uri,

di anni, di simani, misi e jorna,

ma è sempri forti e crisci chistu arduri

ca st’unioni l’accarizza e adorna.

 

            Mariuccia mia, o forsi è megliu Mary ?

                        ricordu ancora quannu ti ‘ncuntravu,

                        scuitasti li mè sonni e li pinseri

                        e a un’attimu di tia mi ‘nnamuravu.

 

E quanti versi iu ti didicava

ca di un jardinu eri lu megliu sciuri,

ogni minutu ti disidirava,

o DONNA ca mi dasti tantu amuri.

 

Puisii chini d’affettu ti scrivìa

e tu stavi cu mia assai raggianti,

lu cori miu battìa sulu pi tia

e anchi tu m’amasti sull’istanti.

 

Iu ti dicia: bedda, duci e cara,

            pirchì brillavi cchiù di milli stiddi,

            di tia ogni cosa m’appariva rara:

            l’occhi, la vucca e anchi li capiddi.

 

            Ricordu quannu chiesi la tò manu

                        ca l’ansia la mè menti mi struggìa,

                        ‘ddu desideriu mi parìa luntanu

                        ma lu tò “sì” cangià la vita mia.

 

            Truvai un tesoru chinu di splinduri,

            la cchiù lucenti perla di lu mari,

la DONNA ca pi mia è lu veru amuri

            ca prestamenti iu purtai all’altari.

 

            D’allura tantu tempu è già passatu

                        cu vera gioia e cu felicità,

                        tri beddi figli tu m’hai rigalatu

                        e in più una vita di sirinità.

 

            St’amuri natu granni ora è cchiù granni

            e la biddizza tò unn’è cangiata,

            pi un veru amuri nun cuntanu l’anni,

            sì la mè rosa ch’è appena sbucciata.

 

            Ti offru l’auguriu d’una lunga vita

            pi dari luci e affettu a lu mè cori,

                        e anchi a li figli e a la famiglia unita…

                        e infini senti chisti mè palori:

 

<< Tu m’ispirasti chista poesia,

                            ca sempri t’amu o dolce mia Maria >>.

 

 

 

 

LI BEDDI FAVI COTTI

 

Nun cercu baccalà e mancu sazizza

né pasta a fornu, pisci o suppizzata,

nun vogliu né castratu e mancu pizza

ma sugnu prontu pi sta gran manciata.

Cciaiu pinsatu tantu iornu e notti:

-  Stasira manciu sulu FAVI COTTI  !

 

***

                          BON’ANNU 2015 A LI RIVILISI

 

Semu a l’iniziu già di n’atru annu

ca lu Dumila e Quinnici è arrivatu,

spiriamu nun purtassi troppu dannu

e fussi megliu di chiddu passatu.

Scurdari iu vulissi ogni malannu

e soffru si Ribera è umiliata,

vulissi ca si leva ogni malannu

e vidiri la genti ralligrata.

 

La menti nostra nun lu pò accittari

quannu sta cittadina è trascurata,

spiramu di vidilla sullivari

ca è bedda assà ed’è di tutti amata.

Ma  ora iu vi pregu di scurdari

li tanti cosi brutti già passati

ca lu Bon Annu iu vogliu augurari

a chiddi ca stu Gruppu l’apprizzati.

 

Bon Annu a li maestri e a li ‘mpiegati

ca vonnu li stipendi aumentati,

Bon Annu dugnu puru vulinteri

a li negozianti e pannitteri.

Bon Annu a tanti e tanti macillara

ca vinninu la carni troppu cara,

è veru, la fatica è propriu grossa

ma nun pisati puru caddi e ossa !

 

Bon Annu a pizzerii e ambulanti,

a cu avi sordi assà e a cu unn’avi nenti,

Bon Annu all’autisti e cummircianti,

a li malati e a li suffirenti.

Bon Annu a li netturbini ca sù tanti,

spirannu ca facissiru cuntenti

li cittadini e li puliticanti,

livannu la munnizza prestamenti.

 

Bon Annu a li guardii municipali

ca stannu ‘nta lu Corsu principali,

a voti fannu la multa a cu ci pari,

ma a quarchidunu la fannu scansari.

Bon Annu a chiddi ca sù preoccupati

e a tutti chiddi ca sunnu emigrati,

Bon Annu e auguri puru a li “carusi”

E a li studenti ca sunnu ‘mpignusi.

 

Bon Annu a li Circula vogliu dari,

unni c’è jocu, chiacchiari e cultura

e puru a chiddi ca stannu a sciamari

o d’ogni cosa sunnu prufissura.

Bon Annu a tutti li cultivatura,

a li sciurara e puru a li varbera,

a cu si trova in villeggiatura

e a cu travaglia di matina a sera.

 

Auguri dugnu a tutti l’abbucati

ca cciannu causi vinti, ma anchi persi,

e puru a li medici e mutuati

e a tanti pueti ca scrivinu versi.

Bon Annu a cu custruisci li stratuna

ca sempri sunnu chini di fussuna,

tra curvi, buchi e frani ad’ogni passu

s’abballa senza sonu ch’è un spassu.

Bon Annu a cu avi cambiali e tratti

ca persi a bacarà o a zicchinetta,

pi st’annu nun jucati cchiù a li carti

sinnò nun vi pagati mai la detta.

Bon Annu a chiddi di li sindacati

e a chiddi ca sfasciaru li partiti,

un beddu schiticcheddu organizzati,

vinu e sazizza e v’addivirtiti.

 

Bon Annu auguru a li puliticanti

pi fari ricchi e poviri cuntenti,

Bon Annu a li sperti e a li ‘gnoranti,

‘nti sta jurnata nun pinsati a nenti.

Auguri dugnu a tutti assai sinceri,

a masculi, fimmini, addevi e puru granni,

di la Varianti a tutti li quarteri,

‘nzina a lu Cozzu di Mastru Giuanni.

 

Bon Annu a Peppi, a Neli e a Gasparinu,

a Santu, a Valentina e a Marianu,

a Binidittu, Amabili e Antuninu,

a cu è vicinu e anchi a cu è luntanu.

Bon Annu a Giuannina e anchi a Cciali,

a Davidi, a Carmelu e a Paulinu,

a Ina a Giusippina e a Pasquali,

Baldassari, Silvana e a Tomasinu.

 

Bon Annu all’artigiani e picurara,

a sarti, fallignama e muratura,

a li villera e anchi a li firrara,

meccanici, gummista e agricultura.

Bon Annu a tanti genti di cultura,

maestri, musicanti e anchi ‘ngignera,

scenziati, farmacisti e prufissura,

‘nfirmera e anchi nutara e ragiunera.

 

Ribera veramenti avà canciari,

vulemu ‘na splinnenti cittadina.

l’esempiu ancora a tutti l’avà dari

e riturnari a essiri  regina,

Bon Annu a tutti chiddi c’ascutati,

parenti, canuscenti e tanti amici.

e a tutti chiddi ca disidirati

ca l’annu novu fussi cchiù filici.

 

Bon Annu a lu Sinnacu e Assissura

e anchi a lu Cunsigliu cumunali,

Ribera è malatedda e voli cura,

idda voli vulari e voli l’ali.

Pinsati a cu è ca soffri e cu è malatu,

in special modu  a li disoccupati,

a cu è sulu e a cu è dispiratu

e a tanti puvureddi emarginati.

 

Chiudiri vogliu cu stu beddu “Dettu” :

<< Viva Ribera e lu sò DIALETTU >>.

 

 

 

Giuseppe Nicola Ciliberto

 

 

Pagina in fase di aggiornamento

 

 

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