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VI RACCONTO... QUALCOSA DI ME

SCRITTI AUTOBIOGRAFICI, MOMENTI DI VITA, ATTIMI DI...VERSI

Il perché dei due nomi: Giuseppe e Nicola

 

Ho scritto tanto nella mia vita, di tutto: ricordi vari, di gente di ieri, di fatti e avvenimenti di oggi, di tanti momenti belli e brutti,

gettati sulla carta, spesso in una maniera del tutto estemporanea. Ho ripercorso momenti di vario genere

e di varia natura: stati emotivi belli, tristi, drammatici, emozionanti, di gente felice, di gente triste, di ieri, di oggi.

Ho scritto, oltre a vari opuscoli e volumetti, anche una decina di libri, alcuni abbastanza

corposi e ricchi, per me molto importanti, accolti favorevolmente dagli amministratori comunali della mia città,

che mi hanno dato l’onore di patrocinarli e finanziarli per la pubblica fruizione. 

Fin dai tempi della scuola media ho sempre ricercato e raccolto di tutto: libri di autori locali,

vecchie canzoni popolari di origine riberese e siciliana, giornali e riviste varie.

Mi son sempre dedicato a varie attività a livello hobbistico e amatoriale

come la pittura, la musica, la poesia, il modellismo, dedicando anche parecchio tempo al fai da te.

Ho raccontato gli usi, i costumi, le tradizioni della mia gente del sud.  Ho ricordato le mie passioni,

scavando nei miei ricordi di gioventù e parlando con gli anziani, che mi hanno dato tanto, fin quando che,

le mie pur faticose ricerche, affrontate sempre piacevolmente, hanno costituito materia prima

per andare a riempire tante pagine bianche. Pagine, a volte sudate e sofferte,

a volte portatrici di bellissimi ricordi e di emozioni già provate e poi rivissute.

Pagine che già in tantissimi hanno letto e che spero, in tanti in futuro,  potranno ancora leggere.

Leggere senza annoiarsi, sicuri di affrontare e gradire il mio modo di scrivere, molto semplice,

quasi elementare, senza alcuna pretesa letteraria, senza paroloni ricercati, per trovarci soprattutto,

qualcosa di utile, di veramente importante. Leggere soprattutto, per accrescere la conoscenza

di un passato che, pur con tutte le miserie del tempo è sempre utile ricordare,

per trarne il meglio e, possibilmente, con la non celata speranza di poter affrontare

con più consapevolezza l’incombente futuro.

Ho scritto tanto dicevo e tanto ancora continuo a scrivere,

mai pago di quello che fino ad oggi fa parte delle mie modeste conoscenze.

 

I nonni paterni: Di Carlo Anna

e Ciliberto Sebastiano

 

Il nonno materno Macaluso Francesco,

deceduto a 26 anni durante la 1^ Guerra Mondiale

La nonna materna Di Carlo Carmela

 

 

Ma parallelamente a questa irrefrenabile voglia di raccontare la vita degli altri è cresciuta sempre

in me anche la voglia di raccontare i momenti della vita che ricordo sempre e che sono stati tanti.

I momenti brutti, ma anche quelli belli, che sono poi quelli che con più gioia mi piace riportare alla mente.

Non è stata mai, e mai sarà mia intenzione di dilungarmi inutilmente, raccontando la

quotidianità della vita, ma solo ed esclusivamente i miei momenti più importanti, quelli che mi sono rimasti

nei pur vaghi ricordi, ad iniziare da quando ero bambino, cresciuto senza mio padre, tra parenti affettuosi,

amichetti e amichette d’infanzia e amici di gioventù che mi chiamavano Nicolò,

il nome del mio caro papà, venuto a mancare solo due mesi dopo la mia nascita.

 

Permettimi solo, caro lettore, ammesso che tu ci sia, di iniziare questo mio racconto, in poche parole,

senza rischiare di annoiarti, ricordando il primo pezzetto della mia vita, purtroppo molto triste,

ma nello stesso tempo molto importante per me. Importante, poiché voglio raccontare che a quel tempo,

anch’io avevo avuto la ventura di nascere, come tanti altri erano nati, trovando un mio personale spazio

in questo mondo. Credo proprio che sia necessario riviverlo, sia pur molto brevemente, anche perchè,

da tanto tempo è stato nelle mie intenzioni di farlo, senza mai trovarne l'occasione. 

 

 

Ciliberto Nicolò (mio padre)

 

La mia famiglia nel 1938.

Francesco, Anna, Sebastiano, mia madre

e in braccio Carmela

 

Macaluso Maria (mia madre)

 

 

Comincio col dire, che sono nato sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, in un periodo

molto buio della nostra storia, in una famiglia di modeste condizioni economiche, ultimo di 5 figli

e con un padre, Nicolò, onesto lavoratore, che da solo, ha saputo badare al mantenimento e alla educazione

dei  figli.  Era una famiglia  relativamente felice la mia, almeno fino ad allora, cioè fino al momento della

mia nascita, avvenuta a Ribera, in pieno giorno, di quel sabato, 10 ottobre del 1942. 

Il parto, avvenuto nella nostra casa, sita nel quartiere storico di Sant'Antonino, come era in uso

a quei tempi, anche se con qualche inconveniente, era andato per il meglio  e quel piccolo che ero io,

è stato accolto con tanta gioia, da mio padre, da mia madre, dai miei due fratelli, dalle mie

due sorelle e dalla nonna materna, la mia adorata nonna Carmela, già vedova del nonno,

Francesco Macaluso, morto alcuni anni prima, a soli 26 anni, durante la Prima Guerra Mondiale.

Era stata una vera tragedia, ma sembrava, anche se non del tutto, quasi dimenticata. Un'altra tragedia

però, ancora più grande, era alle porte, come se il destino crudele aspettasse solo la mia nascita, per

accanirsi nuovamente e più spietatamente su di noi e su mia madre, per far cessare quella serenità che,

pur nella miseria di quell’epoca, ci dava a tutti tanta voglia di vivere e di vivere sempre in meglio.

Avevo solo due mesi e 10 giorni di vita, quando in quel giorno funesto del 20 dicembre del '42, mio padre,

a casa nostra, con una scala a pioli, era salito su un "sulareddu" (solaio) a soli due metri di altezza,

senza un parapetto di protezione, per tirare una cinghia di cuoio da sotto un mucchio di legna. 

 

A 2 anni con mia sorella Anna

dentro la Villa comunale di Ribera.

 

A 3 anni

 

1946 - A 4 anni, tra i miei fratelli:

Francesco e Sebastiano con i segni

del lutto per la morte di mio padre

avvenuta nel 1942.

 

Non volendo questa saperne di venir fuori,   s'è messo a tirare… a tirare...a tirare..... ma forse ha tirato

un pò troppo, con la tragica conseguenza che quella maledetta cinghia è venuta via di colpo !.......

Non mi sento qui, di descrivere nei dettagli ciò che quel giorno ha significato, non solo per mia madre,

per mia nonna e per tutti i figli, ma anche per l'intera cittadinanza del mio paese. 

Una banale e terribile caduta, da soli due metri di altezza, un terribile, inspiegabile incidente,

ha portato via a soli 41 anni, quell'uomo stimato e rispettato da tutti a Ribera, mio padre, quel Nicolò 

(molti lo chiamavano Niculà) che aveva decine di "cumpari e San Giuanni" (Compari di San Giovanni

si diventa quando si è testimoni di nozze). Se n’era andato per sempre quel grande

uomo, onesto lavoratore, che amava tanto la sua famiglia, che suonava la chitarra e il mandolino

e cantava anche durante le occasionali festicciole, allietando parenti e amici, piccoli e grandi. 

 

Quel giorno solo io, il “cacanido” (ultimo nato) non ho avvertito la grande tragedia, avevo soltanto poco più di

due mesi e... purtroppo non potevo capire. Mi hanno raccontato tante volte che durante i primi mesi

di lutto stretto nel quale si era chiusa mia madre, che aveva perduto il suo latte, venivo spesso prelevato da

amorevoli vicine di casa, che facevano a gara per allattarmi e, sovente mi vien voglia di pensare, che i miei

innumerevoli hobby e interessi vari possano derivare dal mio avido succhiare il frutto di tanti seni diversi, 

che mi hanno quasi costretto a trarre il meglio e, forse anche il peggio, dalle tante amorevoli donne

che mi hanno aiutato a crescere e a vivere.

Non ho avuto la fortuna di conoscerlo mio padre e tralascio i particolari di ciò che è allora successo e come

è continuata la vita dell'intera mia famiglia.  Io ero già scritto all'anagrafe con il nome Giuseppe, in segno

di rispetto ad un fratello di mio padre, ma da allora, tutti  hanno cominciato a chiamarmi Nicolò e da

grandicello Nicola, per ricordare sempre la memoria di mio padre, andato via così tragicamente

e così prematuramente.

 

La mia classe di 5^ elementare

 Istituto San Calogero di Naro nel 1952 Io sono il penultimo

con la giacchetta scura nella fila centrale.

Io (a destra) in collegio a Naro nel 1952 con

un compagno di Sciacca di nome Coco Calogero.

 

 

Crescevo poi, amorevolmente assistito, e la famiglia, sostenuta anche con la povera pensione di guerra

di mia nonna che abitava con noi, tirava avanti come meglio non si potesse.

Ero per tutti "Niculineddu, lu cacanidu", non solo in famiglia, ma anche tra gli amici d'infanzia,

tra i vicini di casa. Il nome Giuseppe quasi non sapevo di averlo, fino a quando mi è stato fatto notare

a scuola, quando avevo già 6 anni, sia a Ribera che in collegio a Naro, dove non mi rendevo più conto

di quale fosse il mio vero nome. 

 

Prima tutti mi chiamavano Nicola, soprattutto in famiglia e tra gli amici di gioco e poi, improvvisamente

mi sentivo chiamare Giuseppe, dai compagni di scuola, dalla maestra,  dai preti del collegio e successivamente,

da grande, dai colleghi d'ufficio ad Agrigento. Quindi la mia vita è stata sempre caratterizzata dai due nomi 

Giuseppe e Nicola, per cui ho deciso di farli vivere entrambi. Il primo perchè è il mio vero ed unico nome

scritto all'anagrafe e su tutti i documenti: l'altro, Nicolò, anche se non scritto al comune, ma solo in chiesa,

aggiunto come secondo nome, in occasione del mio battesimo e al quale non rinuncerei mai, perchè lo porto

in memoria di mio padre, che pur non avendo conosciuto, tengo sempre nella mente fin dalla mia nascita.

Quindi, ora e per sempre, per la famiglia e per gli amici, sarò:

Giuseppe Nicola Ciliberto.

 

 

 

RICORDI D'INFANZIA E DI GIOVENTU'

 

In famiglia nel 1956

 

 

GLI ANNI DELLA SCUOLA

 

   Ribera - Scuola elementare "Francesco Crispi"

Classe 2a, A.S. 1949-50.

 

 

 

Da sinistra 1a fila (in alto):  

Alfonso Casucci, Pietro Monreale, Baldassare Fidanza, Ignazio Di Maria, Giuseppe D'Anna, Michele Guttaiano, Pietro Turano, Emanuele Zabbara, Alfonso Re, Giuseppe Miceli, Antonino Marciante, Carmelo D'Anna.

2a fila (al centro):

Filippo Calandrino, Antonino R. Di Leo, Giuseppe Arcuri, Giuseppe (Nicola) Ciliberto, Vincenzo Licata, Pasquale Calandrino, Giuseppe Miceli, Vincenzo Firetto, Pietro D'Anna, Giuseppe Buttafuoco;

 

3^ fila (in basso):  

Giovanni Mule, Giuseppe Ganduscio, Angelo Scozzali, Girolamo Nicastro, Paolo Modica, Ins. Margherita Palermo, Antonino Di Leo, Domenico Di Benedetto, Andrea Abisso, Vincenzo Puccio, Giuseppe Di Stefano;

 

 

SI GIOCAVA IN MEZZO ALLA STRADA

 

Ricordo spesso con un certo rimpianto, il periodo tra gli anni ’50  e ‘60 del secolo appena trascorso.

Erano altri tempi, sia per i grandi che per i ragazzi. Tempi molto più semplici di quelli di oggi, meno ricchi di occasioni

di svago ma non di giocattoli e divertimenti, per trascorrere i momenti liberi. I ragazzi di allora trovavamo

sempre il modo per trascorrere le giornate nella massima spensieratezza.

Tanti oggetti per il gioco ce li costruivamo da soli ed uno tra i preferiti era “lu moto pattìnu”,(monopattino)

sia a due che a tre ruote, o meglio  cuscinetti a sfera. Occorreva solo qualche tavola che era facile reperire

tra gli scarti di qualche falegnameria, i cuscinetti, che si potevano reperire dai meccanici e poi, un po’ di chiodi,

qualche bullone e tanta buona volontà e il divertimento era assicurato. Altri semplici giocattoli erano i cerchi

delle biciclette fatti ruotare con una semplice bacchetta di legno, gli archi e le frecce ricavate da vecchi ombrelli,

le trottole di varia misura, acquistate presso la bottega di carradori dei fratelli Millefiori e le “filecce”,

cioè le fionde ad elastici per tirare i sassi. Io ne costruivo sempre qualcuna

in più per qualche amico, purchè mi facesse compagnia durante le battute di caccia a lucertole e passeri

nelle periferie del quartiere di Sant’Antonino.

 

 In mezzo alle strade si giocava spesso a li prigiunera”, “a li sordi spicci”, “a li mazzi”, “a la cannedda”,

a “l’une monti”“a la tortula”, “ a lu quatrettu”, “a li pumetta”, “ a lu campanaru”, ecc. 

Quando si riusciva ad acquistare una palla con qualche colletta, si andava anche a disputare qualche partitella di calcio

o una “sfida tra quartieri”, nella cosiddetta “Strata larga”, l’attuale Via Roma,  nelle Piazze Giulio Cesare, Sant’Antonino,

Villa Isabella e Verdi, o davanti allo spiazzo del serbatoio idrico comunale, situato nella parte alta del paese.

Nelle giornate di freddo invernale si stava in casa, le donne a sbrigare incessantemente

(li surbizza di casa” (i lavori casalinghi), a rammendare le calze o gli abiti consumati dal troppo uso,

a preparare da mangiare, spesso in una cucina in muratura,

usando legna stagionata della quale ci si premurava sempre di tenere una buona scorta. Il riscaldamento

allora non esisteva ed era assicurato dalla carbonella infuocata, dentro un contenitore di metallo

con due manici laterali, comunemente chiamato “lu monacu” (il monaco), ma non era raro vedere qualche casa

con il classico caminetto a legna e la nonnina ad accudire i nipotini o lavorare all’uncinetto come si vede nel mio dipinto.

 

I grandi  trascorrevano il loro tempo libero nei numerosi circoli o bar, giocando a carte, fumando oppure

facendo i soliti quattro passi “chiazza chiazza” (nella piazza principale del paese). Non mancavano i “cuncumeddi”

(gruppi di persone), solitamente vicini di casa, che si sedevano fuori  a discutere del più e del meno

fino al calar del sole e  dove c’era sempre qualche anziano che raccontava la trama dei romanzi più famosi

o le avventure del bandito Salvatore Giuliano. Nei primi anni del 1950 hanno fatto la comparsa le prime radio, alcuni

anche con mobile bar e giradischi e poi è arrivata finalmente la televisione. Ricordo ancora che eravamo

all’incirca tra il 1954 e il 1956. 

I ragazzi di quei tempi, quando sentivamo parlare di televisione o di immagini che sarebbero apparse dentro la nostra casa,

stentavamo quasi a crederlo, non era possibile, ma alla fine siamo stati i testimoni diretti del grande cambiamento

che l’Italia stava attraversando.

Non c’è alcun dubbio: oggi è molto meglio di ieri, ma permettetemi una personale considerazione.

 

Sarebbe stato possibile raggiungere il benessere di oggi, senza l’impegno e il lavoro preparatorio di ieri ?

Credo proprio di no, per cui prepariamoci ad un futuro ancora migliore, senza dimenticarci però, anche

con una dovuta e comprensibile nostalgia, del nostro non rimpianto, ma pur sempre glorioso passato e

dell’immenso patrimonio culturale che generosamente ci hanno tramandato i nostri antenati e che noi

dobbiamo tramandare immutato, se non arricchito ancor di più, ai giovani di oggi e alle future generazioni.

 

 

RISCOPRIRE Il PASSATO

(La mia prefazione al libro TRADIZIONI POPOLARI - Ribera ieri, Ribera oggi)

 

Per chi non ne sia a conoscenza, o per chi, più non lo rammenta, ricordo che negli Stati Uniti e precisamente nello Stato del South Dakota, esiste una montagna chiamata Rushmore, che ogni giorno è meta di visite turistiche di persone di ogni estrazione sociale e di ogni parte del mondo.

La principale attrazione di questa suggestiva montagna è quella di avere scolpite su una delle sue pareti rocciose, le gigantesche teste raffiguranti quattro tra i più importanti Presidenti degli Stati Uniti d’America: George Washington, Thomas Jefferson, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt. realizzate dal grande scultore Gutzon Borghun.  Insieme alle figure è scolpita anche la seguente enorme scritta, che rappresenta un grande messaggio per tutti i popoli della terra :

<<Un paese che non si ricorda del proprio passato è un paese senza futuro. La memoria è nei nostri spiriti>>.

Anche il notissimo scrittore, storico e giornalista italiano Indro Montanelli scriveva spesso:

<<Un popolo che ignora il proprio passato, non capirà nulla del proprio presente>>. 

Tutto ciò che è “Passato” è anche “Folclore”,  l’insieme di tutto ciò che è la vita di un popolo, l'essenza vitale del popolo stesso, la linfa che scorre nell'animo della gente, il modo più giusto ed appropriato per accrescere la conoscenza.

Folclore, detto anche "folklore" è un termine di origine inglese, che significa “Studio della cultura popolare” ed è nato dalla fusione delle due parole “folk” (popolo) e “lore” (dottrina) e quindi, “Dottrina del popolo”, o meglio “Conoscenza del passato”.

Gli studi del folclore sono iniziati nel 1878, ma il termine era già stato usato alcuni anni prima, e precisamente nel 1846 dallo studioso e letterato William J.Thomas. La vita di un popolo e gli “usi e costumi” del passato si possono conoscere oggi, anche attraverso l’immenso patrimonio popolare di “detti”, “proverbi”, “indovinelli”, “scioglilingua”, “canti”, a noi pervenuto e dal quale si può prendere esempio in tutti i campi dello scibile umano.

Quale migliore fantasia, se non quella della gente comune, poteva produrre tanto materiale da costituire una  ulteriore ricchezza per il già ricco patrimonio culturale della Sicilia ?  Gente povera, lavoratori, contadini, spesso anche analfabeti, sono stati gli autori, che oggi hanno il merito di aver prodotto tanto materiale, qua e là raccolto e salvato per sempre. Gente che spesso, ha conosciuto solo fame e miseria, sacrifici e privazioni di ogni genere, ma che pur ha saputo affrontare le ingiustizie e i problemi della vita, sorridendo per un simpatico scioglilingua o sentendosi appagata per aver creato qualche enigmatico indovinello.

E’ mio auspicio che tutti, specie le nuove generazioni, possano scoprire,  l'amore e l'interesse per tante manifestazioni e per tanti momenti di vita popolare, cercando di contribuire a loro volta a tramandarli ai posteri, in modo tale che, il passato, fonte di semplicità e di saggezza, non solo non vada mai dimenticato, ma venga anzi capito, apprezzato e ricordato negli anni a venire. Chiedo venia per una non prevista “auto citazione”, ma reputo necessario ricordare che, dopo la mia Prima raccolta di Canti e Feste popolari intitolata “LA STRINA” del 1991, grazie, ancora una volta, al Patrocinio del Comune di Ribera, ho avuto la grande soddisfazione di stampare nel 2000 anche un secondo e più corposo volume dal titolo “TRADIZIONI POPOLARI – Ribera ieri, Ribera oggi”, che, sono nati entrambi da un immenso amore per la storia di più antiche generazioni .

Il costante, a volte faticoso, ma sempre appassionato impegno e i tanti piccoli e grandi sacrifici, oggi mi ripagano ampiamente, con l’apprezzamento da parte di tanta gente, ed ancor più di giovani studenti ed insegnanti, che in questi semplici libri hanno trovato, se non tutto, almeno qualcosa che li fa avvicinare sempre più alla natìa e amata Ribera, facendo loro riscoprire il bello e il meno bello del nostro glorioso passato.

 

 

GIOCHI  E  GIOCATTOLI  DEGLI  ANNI  ‘50

Non lo avrei mai immaginato, ma il mio sito internet,  dopo circa sei mesi che si trova in rete, risulta essere visitato oltre

che da italiani d’Italia, anche da connazionali sparsi in varie nazioni del mondo, come gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina,

il Brasile, la Germania, la Spagna, la Francia, il Belgio e di recente perfino l’Australia.

 

"Li ritrattedda di Tarzan"

(Le figurine di Tarzan)

Una macchinina di gomma

Un cavallino a dondolo in legno e carta pesta

Figurine e un manifesto relativi ad alcuni famosi  film di Tarzan (Con Jonny Weissmuller)

 

Per il sottoscritto non poteva giungere gratificazione maggiore di questa: sapere che il lavoro svolto, che quasi

giornalmente viene integrato di notizie sulla Ribera di oggi, viene visto da qualcuno.

Molte sono le manifestazioni di stima e di gradimento per ciò che nel sito stesso è stato inserito e tantissime sono

le lettere che pervengono al mio indirizzo di posta elettronica. Fino a qualche anno fa, ero quasi profano

di tutta questa tecnologia moderna che, a quelli non più giovani, come a tanti altri della mia età, ci obbliga a convivere

con i Computer, con i telefonini e con le macchine digitali ultra sofisticate, che farebbero girare la testa a chicchessia.

Spesso si  è costretti a ricorrere all’aiuto di figli e anche di nipoti per capire qualcosa e per giunta, i giovani di oggi,

che forse hanno pure ragione, ci definiscono arretrati, nostalgici, fuori del tempo e quindi non

in grado di capire e destreggiarci con i modernissimi marchingegni della vita moderna.

 

Foto ricordo in Via Pintaloro, 1955

Con mia madre, 1954

Con le mie nipoti Lina

e Maria Bavetta, 1954

Con le mie nipoti Lina

e Maria Bavetta, 1955

Varie immagini del mio periodo dell'adolescenza

 

Ma con la mia notoria testardaggine, la mia grande passione e con l’aiuto di libri, opuscoli e roba varia,

sono in qualche modo, riuscito a carpire quel minimo indispensabile che mi permettesse di entrare in quel variegato

e complesso mondo di INTERNET. E questo soltanto per soddisfare il mio desiderio di avere un sito tutto mio,

dedicato principalmente a Ribera,  dove poter immettere tutto quello che può risultare utile a qualcuno, in special

modo proprio ai giovani, che potranno avere modo di conoscere anche il passato e la storia che fu dei loro padri

e dei loro lontani antenati.  Ah, se sapessero, o immaginassero minimamente come ci si divertiva e si giocava,

appena una cinquantina di anni fa. Non ci crederebbero, che in molti non avevamo nemmeno i giocattoli e ce li

dovevamo costruire da noi. La mia aspirazione da bambino era molto “ardita”; pensate che in contrapposizione alla

volontà di mia madre che voleva a tutti i costi che a differenza degli altri due fratelli e due sorelle, prendessi un  diploma,

io rispondevo che da grande avrei fatto… il falegname. Proprio così, il falegname, perché mi piaceva costruire da me

i giocattoli. Poi non è stato così, perché ha vinto mia madre, che con il suo amore, la sua volontà

e il suo impegno a spronarmi e ad aiutarmi nello studio, il tanto desiderato “pezzo di carta”, che poi è stato un semplice

diploma di geometra,me lo ha fatto prendere. Ed è stato nel 1963, ad Agrigento, perché a Ribera l’istituto tecnico

era sorto da poco con la sola prima classe e i primi diplomati sono usciti, credo, tra il ‘67/’68.

Come dicevo, oggi per non far disperdere la memoria di quel lontano passato, ho pensato di raccogliere nel sito,

i ricordi della mia infanzia, dei giochi, degli amici e di tanti momenti di vita trascorsa nel mio quartiere di nascita,

il più antico di Ribera, il quartiere di Sant'Antonino. 

 

Ricordo ancora con tanta nostalgia la mia fanciullezza tra gli anni '50 e '60 del secolo appena trascorso, a giocare

a piedi scalzi e in mutandine “a lu chianu di Sant’Antuninu”, imitando i personaggi dei film di Tarzan.

Ricordo  ancora una volta i tanti giochi infantili: a li prigiunera, a li mazzi, a la cannedda, a la vecchia, a l'une monti

e tanti altri,che nel loro insieme costituiscono un capitolo affascinante e nostalgico del nostro passato.

Non dimentico i giochi “a li pumetta”, con "la tortula", o le partite a calcio in Via Roma, comunemente chiamata la

"strata larga", con palloni a volte costruiti con stracci. Non dimentico le frequenti escursioni in periferia,

"a li cumuna", “a la stazioni”, “a Santa Rosalia”, nella zona Conceria ed anche a notevoli distanze,

fino ad arrivare anche nella zona delle "Pirreri" dietro la Villa Comunale, quelle di "Martusa" ed anche tra i ruderi

del Castello di Poggiodiana. Non c'erano allora i divertimenti e i giochi di oggi ma i bambini eravamo un pò tutti

fantasiosi e molte cose ce le creavamo da noi stessi. Non mancavano mai le "filecce" per andare a "caccia" di lucertole,

di "passiature" (gechi) o di passeri ed anche “li cciappuli" (trappole), gli archi e le frecce  

con le aste dei vecchi ombrelli o i cerchi di biciclette per farli rotolare in strada con una bacchetta di legno.

E' vero che erano altri tempi, ma il divertimento infantile non mancava proprio e qualche

bel gelato o una forma di “grattatella” con sole 10 lire, la compravano dal gelataio ambulante.

Molti erano i giochi con le figurine di attori, con scene dei film di Tarzan, di calciatori  e di ciclisti che tenevamo

in grande quantità giocandocele o a carte oppure a "sciusciari", cioè a soffiare sulle stesse che, venivano vinte

se si riusciva a farle capovolgere.

 

 

PITTURA: Una grande passione

 

La mia passione per il disegno è nata negli anni ’50 del secolo appena trascorso, precisamente tra il 1955 e il 1957, durante i tre anni che mi videro frequentare  la Scuola Media Vincenzo Navarro, allora ospitata al piano terra dell’attuale Municipio di Ribera. Era Preside il Prof. Giuseppe Ciancimino e il mio insegnante di disegno

era il Prof. Giovanni Bucalo, al quale devo molto per avermi guidato e stimolato nella sua materia, per la quale mi riteneva un alunno attento, impegnato ed in grado di ottenere nel tempo buoni risultati ed un probabile successo nel campo dell’arte. Non è stato sicuramente così, se per successo avesse inteso riferirsi al raggiungimento di  una certa fama, che per la verità non ho mai cercato.

Di raggiungere traguardi, sicuramente non è mai stato nelle mie intenzioni, ma una cosa

è più che certa che, quel suo imput mi è servito tanto a continuare, oltre che nel disegno e la pittura, anche in tante altre forme d’arte, che fino ad oggi hanno sempre occupato gran parte del mio tempo libero appagandomi non poco. 

Il Prof. Bucalo, oltre ad affiggere spesso, sulle pareti delle aule o dei corridoi i miei disegni, a volte mi portava con sé per tenergli il cavalletto o la scatola dei colori, quando andava per le strade di Ribera, specialmente nel mio quartiere di S. Antonino, per dipingere dal vero persone, animali e scene di vita popolare. Io ne ero entusiasta e lo seguivo sempre con grande interesse, rubacchiando la sua maestrìa, sbirciando curioso tra i suoi arnesi  di lavoro e  cercando di carpire i tanti segreti della sua arte.

Crescendo, la passione per il disegno è via via aumentata e non è stato per caso se ho scelto di continuare gli studi presso l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento, dove nel 1963 ho conseguito il sospirato diploma di Geometra, che mi ha permesso di vincere nel 1970 a Roma, un Concorso Nazionale a 12 posti per Disegnatore al Genio Civile,  cambiando letteralmente la mia vita.

Nel campo artistico sono sempre stato un autodidatta, leggendo libri , monografie, vite ed opere di grandi pittori con la non celata speranza di imparare sempre qualcosa, studiando le tecniche e i vari stili pittorici. Nel contempo ho cercato anche di essere me stesso, sbagliando anche, ma riuscendo il più delle volte ad ottenere lusinghieri consensi di pubblico ed anche discrete vendite, nelle varie mostre che sono riuscito ad organizzare in diversi paesi.

La mia prima personale l’ho tenuta in un capannone della Villa Comunale di Ribera,  in occasione della 2^ Fiera Mercato del 1968.

Da allora e sempre nell’ambito della Provincia di Agrigento, ho tenuto almeno 25 Mostre personali, partecipando anche a numerose collettive che, per me hanno costituito un grande orgoglio, anche se non ho mai pensato lontanamente di andare oltre il mio habitat naturale che è stato sempre a Ribera e provincia.  

 

 CON LA “PINTAIOTA”  AL MARE DI SECCAGRANDE

La vecchia “pintaiota”, come comunemente veniva chiamata in stretto dialetto riberese era sempre lì, puntuale, ad aspettare l’orario della partenza,

sotto lo storico “speziu” di Piazza Duomo. Erano tante le corse giornaliere per la spiaggia di Seccagrande, raggiungibile percorrendo un strada provinciale

lunga pressappoco nove chilometri, in parte asfaltata con bitume e con vari tratti in terra battuta, specie nella parte finale in discesa presso la contrada Camemi.

Negli anni ’50 e fino ai primi anni del 1960 non c’erano ancora case abitate lungo il percorso, ma solo qualche vecchio casolare diroccato qua e là,

circondato da rigogliose piantagioni di mandorli, olivi, vigneti o da vasti campi di pomodoro o carciofi. Il vecchio autobus era il mezzo più comodo per andare al mare,

ma non mancava chi vi si avventurava con gli ultimi carretti siciliani ancora in funzione, per l’occasione carichi di tende per costruire le “logge”,  unitamente a sedie, tavoli, masserizie varie e qualche bella camera d’aria di autocarro già bella e gonfia che sarebbe servita ai meno esperti di nuoto. 

Non era raro neanche che si vedessero gruppi di giovanissimi fare la strada a volte in bicicletta o addirittura a piedi, rassegnati del fatto che,

oltre a possedere pochi soldi in tasca, erano pochissime le occasioni di trovare un provvidenziale passaggio.

 

1958 - Al fiume Verdura con due amici:

Alfonso Terranova e Santo Piazza.

Ribera, Fiume Verdura:

Imitavo la canzone "Volare" del grande

Domenico Modugno, che aveva vinto il Festival

di Sanremo del 1958.

Seccagrande, inizi anni '60

Da sinistra: Angelo Pasciuta, Gioacchino Misuraca,

G.N.Ciliberto, Pietro Pasciuta,

In basso: Antonino Colombo e Vincenzo Noto.

 

Stiamo parlando di un periodo, oggi quasi dimenticato, quando molti giovani e numerose famiglie non possedevamo

ne la televisione, ne tantomeno la sospirata automobile, che fosse anche la più piccola, come la giardinetta Fiat 500

o le prime versioni della 500, 600 e 600 multipla, che poi hanno aperto la strada alle più “potenti” Millecento, Milletre ,

Lancia Appia e alle mitiche Giuliette e Giulie dell’Alfa Romeo. Nel periodo estivo, ogni anno, dai primi di giugno a metà settembre era un

continuo viavai di pulmann, le classiche “pintaiote” della Ditta Lumia, che andavano e tornavano

dalla nostra più frequentata località balneare, dove, a poco a poco cominciavano a sorgere le prime case unifamiliari

e le prime caratteristiche ville circondate da giardini.

Noi giovani di allora, con il costume da bagno già indossato e con in mano la sola asciugamano, conoscevamo molto

bene gli orari delle partenze mattutine e ci recavamo numerosi al capolinea per partire verso il divertimento assicurato per quasi l’intera giornata.

Stesse scene si ripetevano a Seccagrande nel tardo pomeriggio, nel lungomare per ritornare in paese, mentre era costantemente affollato

di gente il lungomare che arrivava si e no dove attualmente c’è la caratteristica lingua di sabbia. A tarda sera, dopo i bagni della giornata erano

sempre in molti che facevano delle rilassanti passeggiate in attesa di risalire sulla provvidenziale “pintaiota”, quasi sempre affollata.

Allora c’era lo chalet di Greco, una robusta impalcatura in legno, costruita per metà in mezzo al mare, dove tutti

facevamo sosta per gustare un buon gelato, giocare con i bigliardini o per ascoltare le canzoni più in voga in quegli anni

con i modernissimi Juke Box. Erano gli anni di Gianni Morandi che lanciava “La fisarmonica”  “In ginocchio da te”,

"Non son degno di te”, o di Rita Pavone con “Cuore”, “Il ballo del mattone” o ancora  di Adriano Celentano che

imperversava con la sua “Storia d’amore”,  “Il ragazzo della Via Gluck”,. “Il tuo bacio è come un rock” e tanti

altri famosi cantanti, che ancora oggi, anche i giovanissimi conoscono bene.

La giornata trascorreva sempre nella massima allegria e divertimento, intervallando vari bagni e nuotate con qualche

ora sdraiati al sole e qualche pausa pranzo, mangiando un bel panino con la mortadella acquistato sul posto,

quando da casa non ci si portava nulla.

Non c’erano allora le pizzerie, non c’erano i ristoranti, non c’erano neanche i paninari di oggi che si piazzano

nei punti strategici del lido seccagrandino vendendo panelle, milza, salsiccia e patatine fritte.

Comunque il necessario si riusciva sempre a trovarlo e con poche lire si trascorreva una bella giornata, ritornando

a Ribera molto appagati e con il proposito di ritornare all’indomani.

 

 

LA MIA VITA MILITARE

La partenza: 7 Aprile 1964 (Martedì)

 

 

La cartolina precetto per la chiamata alle armi, l’ho ricevuta a casa il 9 marzo u.s.  Sulla stessa era indicato che avrei

dovuto presentarmi nella destinazione assegnatami il 9 aprile 1964.  Da quel giorno non ho avuto altri pensieri nella mente che quelli della partenza. I miei discorsi preferiti con gli amici avevano sempre come argomento la vita militare e, spesso mi soffermavo a discutere, preferibilmente, con amici che già il servizio militare lo avevano prestato, per sapere tutto o quasi di ciò che anch’io avrei dovuto iniziare a provare quanto prima.

Sapevo, ed ero ben convinto che non sarei andato certamente in villeggiatura, ma non vedevo lo stesso l’ora di partire, tanto prima o poi avrei dovuto affrontare quel periodo di “Servizio alla Patria” che la gran parte dei giovani della mia età , desiderio di partire, che non quello di farla franca, o meglio di “scacagnarimilla”, come si usa dire in dialetto riberese.

Forse era la mia innata curiosità, forse la voglia di conoscere altra gente, altri luoghi, altri modi di vivere, ma desideravo veramente di fare il servizio militare. A tal proposito mi ritorna in mente quel momento di due anni prima, quando a Palermo, durante la visita di leva, presso l’ Ospedale Militare di Corso Calatafimi, cercavo di gonfiare il torace per paura che una misura troppo esigua avrebbe potuto farmi riformare. Ricordo bene che l’addetto alla misurazione, non so se era un medico o un infermiere, mi aveva richiamato, dicendomi di non inspirare aria e di stare in perfetto rilassamento. In ogni modo, anche se ero di corporatura alquanto esile e cioè, circa 63 Kg. per un’altezza di mt.1,72, le mie misure e le mie generali condizioni fisiche,  erano state sufficienti a farmi dichiarare idoneo. Dopo quasi un mese di trepidante attesa, finalmente il tanto “desiderato” giorno della partenza è arrivato.

La mia destinazione indicata sulla cartolina era la seguente:

 84° Rgt. Ftr. (C.A.R.) Distaccamento di Pistoia. L’Arma specialità era: Art. camp. D.A.T.  A.V. - Gruppo di specializzazioni ed incarichi: 3/O.  Inoltre sulla cartolina vi era scritto: “Dichiara parente B”.

Essendo la mia data di nascita il 10/10/1942, avrei dovuto essere chiamato alle armi nel mese di Luglio 1963,

ma ciò non è stato possibile poiché in quel periodo stavo sostenendo gli esami di maturità per conseguire il Diploma di geometra presso l’Istituto Tecnico Michele Foderà di Agrigento. Qualche tempo prima avevo fatto la domanda al Distretto Militare per un rinvio e così ho dovuto aspettare le successive partenze.

Ero certo comunque che sarei partito con il contingente del mesi di  novembre 1963, ma non so per quale motivo non avevo ricevuto la chiamata.

In seguito, da informazioni assunte presso il Distretto di Agrigento avevo saputo che sarei partito con il Primo scaglione del ’64, cioè nei primi di Marzo,

ma la partenza, a causa delle festività di Pasqua è stata ancora rinviata ai primi di Aprile.

 Il “fatidico amato giorno” della partenza, per dare inizio a quei “temuti ma desiderati” quindici mesi di “naja” era arrivato. 

Ora bisognava solamente prepararsi a  partire ed affrontare i quindici mesi di naja.

 

Il sottoscritto militare, con in mano una armonica a bocca.

Foto ripresa al C.A.R di Pistoia, 84°Rgt. Fanteria, nel 1964.

 

LA MIA PASSIONE PER LA MUSICA

I primi approcci con la musica e le note musicali li ho avuti durante la permanenza in Collegio, all'età di circa 10 anni, precisamente

presso l'Istituto San Calogero di Naro, dove avevo frequentato le classi quarta e quinta elementare e superato gli esami di ammissione

per accedere successivamente, tornando a Ribera, nella Scuola Media "Vincenzo Navarro", ospitata allora dentro il Palazzo comunale.

In quel periodo ero venuto in possesso di un piccolo xilofono con 8 tasti dal quale ad orecchio, servendomi di un piccolo bastoncino

con pallina in legno, riuscivo a suonare dei motivetti allora molto in voga. Ricordo che la canzone che mi piaceva di più e che riuscivo ad

eseguire bene era "Papaveri e papere" .  Altre canzoni simili riuscivo ad eseguirle, senza capire come, con un organetto che credo mi avesse

portato mia madre in una delle sue visite nel collegio. Insomma, la passione è nata quasi per caso e da allora, crescendo ho scoperto sempre

di più di avere un certo orecchio musicale ed ho  desiderato sempre di più, senza mai volere studiare musica, di cimentarmi in

molti altri strumenti quali la chitarra, il mandolino, il marranzano,  per arrivare infine all'organo elettronico, molto in voga tra i complessi degli

anni '60 e 70 del secolo scorso, del quale avevo imparato da solo tutti gli accordi, trasportando le note che già conoscevo sulla chitarra.

Dopo solo un paio di mesi dalla fine del servizio militare sono subito entrato a far parte del mio primo vero complesso musicale. 

I miei ricordi personali si riferiscono principalmente al periodo che va dal 1965 in poi, quando sono entrato a far parte del “Complesso Azzurro”,

chiamato direttamente dal Maestro Ignazio Marino che, casualmente passando vicino a  casa mia, mi ha visto seduto fuori in strada a strimpellare

con la mia inseparabile chitarra: un modello classico acquistato nel 1959, presso la fabbrica "Estudiantina" di Catania,

al prezzo di lire 7.500 oltre le spese di spedizione. Così dopo un pò nacque la mia prima chitarra elettrica Eko con relativo amplificatore Binson

da 20 Watt, che allora erano il massimo che un ragazzo, appassionato di musica quale ero io, potesse desiderare.

I componenti del predetto complesso, già molto impegnato in matrimoni, trattenimenti vari e feste danzanti, era composto dal Maestro

Ignazio Marino al sax tenore,  Matteo Tornetta al sax contralto, Ignazio Maraventano alla chitarra solista, Vito Favarò alla batteria

e Tony Tortorici alla chitarra basso. Per poco tempo era rimasto con noi anche Gaetano Termine che suonacchiava un organo elettronico

dei primissimi modelli, ancora non abbastanza sofisticati come quelli che sono stati costruiti in quegli anni. 

Ma il Termine, per motivi suoi personali ha lasciato subito il complesso, per andare a lavorare all'estero e cosi il sig. Marino ha pensato

di rimpiazzare l'organo con una seconda chitarra, chiamandomi direttamente a far parte del suo complesso.  A cantare era Tony Tortorici,

soprannominato simpaticamente “’Ntoni Vuccuzza” e di tanto in tanto anche il nostro batterista Vito si cimentava nel canto di brani

che richiedevano un’ampia estensione della voce.

 

Io (il primo a sinistra con il banjo)

con il Gruppo Folkloristico Val d'Akragas

alla Sagra del mandorlo del 1963.

 

 

1970 - Con il Gruppo folkloristico

"Città di Ribera".

 

Ribera 1966 - Complesso Azzurro.

Da sinistra: Matteo Tornetta, Ignazio Marino, Ignazio Maraventano, (nascosto alla batteria Vito Favarò),

Maria Randazzo, Tony Tortorici, G.Nicola Ciliberto.

 

Dopo circa un anno di piena attività, il “Complesso Azzurro” ha cambiato nome ed anche qualche elemento. Infatti ha adottato un nome più modernizzato

“Le perle azzurre” e sono entrati Mimmo Poggio con la tromba al posto di Matteo Tornetta, emigrato negli Stati Uniti e

Ottavio Presti al posto di Ignazio Maraventano che, per le sue spettacolari esibizioni con la sua formidabile chitarra era stato adocchiato

dal Complesso dei “Cardinali” che, praticamente se lo sono accaparrato. Ma il virtuoso Ignazio non è rimasto per molti anni con i

Cardinali perché anche lui è dovuto emigrare in America dove oltre al suo normale lavoro ha trovato posto anche in

 una orchestrina locale composta da musicisti italiani.

 

 

 

Un'altra interessante esperienza è stata quella con il Gruppo "Folk-Cabaret Sicilia Canta, Sicilia Frana"

che dopo avere proposto per  un paio di anni presso l'emittente locale Radio Torre Ribera,

un seguitissimo programma a cadenza settimanale, ha continuato poi per circa 10 anni tenendo

spettacoli inogni parte della Sicilia, coronando la bella esperienza anche con una tourneè di una

settimana in Germania, tra gliemigrati riberesi e non di Colonia. La foto è stata ripresa in Germania 1979 -

Da sinistra:Io (mandolino), Giuseppe Smeraglia (chitarra), Vincenzo Ruvolo (chitarra basso),

Enzo Argento (chitarra).

 

 

 

Verso il 1967 è avvenuta la separazione di alcuni elementi delle “Perle Azzurre” dal maestro Marino, in quanto si era

venuta a creare la possibilità di formare un nuovo complesso formato tutto di giovani dai venti ai 25 anni e introdurre l’organo elettronico.

Così è nato il mio nuovo gruppo musicale con il nome “Gli Arcangeli”, fomato in un primo tempo dal sottoscritto,

passato dalla chitarra all’organo elettronico, da Mimmo Poggio, Pino Coniglio, Vito Favarò, Ottavio Presti

e Tony Tortorici con inserimenti successivi di altri elementi.

 

Ribera 1967 - Con il Complesso

"Le perle azzurre" (io sono il penultimo conla chitarra)

Ribera 1969 - Io all'organo con

il Complesso "Gli Arcangeli".

Ribera 1978 - Io (mandolino) e Lillo Zito (chitarra)

durante uno spettacolo alla Villa comunale.

 

Dello stesso gruppo degli Arcangeli, in tempi diversi hanno fatto parte anche i fratelli Di Dio di Cattolica Eraclea,

Giovanni alla batteria, Paolo al sax e Giulio eccellente trombettista, passato dopo circa un anno in una prestigiosa orchestra diretta da Luciano Fineschi

che si esibiva spesso in televisione. Anche Paolo Borsellino con la sua voce e la sua tromba per un certo periodo è stato un componente del Complesso Gli Arcangeli e dopo l’uscita del sottoscritto, trasferitosi ad Agrigento nei primi mesi del 1971

per motivi di lavoro, vi hanno fatto parte anche Giuseppe Smeraglia alla chitarra e Francesco Zito all’organo.

 

Ribera 1990 - Con il Gruppo folk "Cantafolk '90) . (Io sono l'ultimo a destra con il mandolino).

 

Ci vorrebbe molto spazio e molto tempo per raccontare quanti e quali gruppi musicali si sono succeduti in quegli anni, rimasti ancora vivi nei nostri ricordi

e, non volendo fare torto a nessuno, cito sommariamente i gruppi che per certi versi sono stati protagonisti nel panorama musicale riberese.

 

IL MIO MAGICO MANDOLINO

Quanti ricordi, quanti bei momenti trascorsi con il mio magico, stupendo, eccezionale mandolino. 

Quante musiche popolari da esso sono uscite per allietare grandi e bambini, quante note maestose hanno

scandito le meravigliose musiche che esaltano la Sicilia. Che gioia per me essere stato l’esecutore di tanti brani

che in gioventù avevano catturato la mia passione di ascoltatore e poi essere io stesso ad eseguirli, a inciderli

su dischi, musicassette e CD. Spero tanto che se non per me stesso, i tanti brani che da esso sono usciti facciano la gioia di chi li ascolterà anche in futuro e soprattutto facciano dire domani ai miei cari nipotini che il nonno ha amato veramente la musica siciliana e l’ha anche eseguita. Come non essere felici ed entusiasti pensando alle note di "SCIURI SCIURI" , di "VITTI ’NA CROZZA", "SI MARITAU ROSA", "LA CAMPAGNOLA", "COMU SI LI CUGLIERU LI BEDDI PIRA", "SICILIA BEDDA" "ABBALLATI ABBALLATI"ed altri ancora, non escluse le tantissime tarantelle, polke, mazurche  e contradanze per far ballare e divertire tanta gente. Ancora oggi il mio mandolino è uno dei migliori, prodotti dalla rinomata liuteria di Carmelo Catania di Mascalucia, un paesino ai piedi dell’Etna, dove circa 30 anni fa sono andato a prenderlo direttamente.

Ho suonato tanto e in tanti complessi musicali: la chitarra ed anche l’organo, ma lo strumento che più di tutti mi ha dato le migliori soddisfazioni

è stato proprio il mandolino, che è quello rappresentato in un mio dipinto (vedi foto a sinistra). Il vecchietto dal viso nostalgico lo immagino

come se  fossi io stesso, quando sarò ancora più vecchio, anche  se con la speranza di non invecchiare mai  e con la mia crescente voglia

di donare ancora un po di buona musica siciliana a tutti coloro che avranno la bontà di ascoltare il dolce suono di uno strumento che nel mio cuore

ci resterà per sempre e le mie dita sempre vorranno accarezzare.

 

 

IL PRIMO INCONTRO CON MARIUCCIA

 

Avevo già preso servizio il 15 aprile di quell’anno 1971, presso l’Ufficio del Genio Civile di Agrigento.

Mi sembrava di toccare il cielo con tutte e due le mani, tanto mi sentivo felice e sicuro di poter andare incontro ad una vita senza problemi economici. Un posto statale in quell’importante palazzo di Agrigento era stato da sempre il desiderio di mia madre, che una volta, trovandoci proprio in quella cittadina, quando ero da poco diplomato geometra, mi aveva detto : - Come sarebbe bello se un giorno tu potessi entrare e lavorare in quell’Ufficio. Il desiderio di mia mamma ed anche il mio si erano avverati, appena 8 anni dopo aver terminato gli studi e dopo aver vinto un Concorso nazionale a 12 posti per Disegnatore/Geometra, recandomi addirittura a Roma presso il Ministero dei Lavori Pubblici.

 

Ribera 1971: Da poco fidanzato

con Maria Tornetta

 

 

      Non ci avrei creduto a superare quel difficile concorso, ma ci speravo tanto e il mio piccolo miracolo ed il grande desiderio mio e di mia madre, si erano avverati. Sapevo già di dover prendere servizio ad Agrigento, a metà aprile di quell'anno 1971, quando una sera al bar Vassallo di Ribera avevo salutato Maria, la sorella del mio amico e collega dello stesso Complesso musicale. Lei era partita due anni prima per l’America ed improvvisamente era tornata per un viaggio di piacere, assieme al solo padre. La sua visione mi aveva quasi accecato, mi aveva impressionato quasi, di quanto era tornata bella, luminosa, con i suoi meravigliosi occhi azzurri che brillavano di luce propria, al centro di un delicato trucco che mai prima ricordo che avesse adoperato. I due anni oltreoceano l’avevano talmente cambiata, che mi sono meravigliato di non essermi mai accorto prima, di quanta bellezza c’era dietro a quella semplice ragazza, vestita in maniera molto “alla paesana” e sempre senza trucco. Eppure era la stessa ragazza, la sorella del mio grande amico Matteo, con il quale per almeno 4 anni ci siamo frequentati, quasi giornalmente, vuoi per motivi inerenti l’attività musicale, vuoi per soli motivi di amicizia, in quanto tutte le sere eravamo soliti con altri amici ritrovarci tutti al bar.  Non mi aveva mai sfiorato l’idea di rivolgere un pensiero a quella sua sorella, chiusa sempre in casa e che avevo vista pochissime volte.

 

 

 

I tre figli Silvano (1972), Maria Luisa (1976)

e Alessandro (1974)

 

Ma quella sera, la mia presenza dentro il bar, la sua venuta assieme allo zio per fare una telefonata, quel saluto ammaliatore con tanto di bacio (sulle guance), sono stati gli elementi che hanno determinato una svolta decisiva e radicale nel percorso della mia vita. Prima di incontrare lei, non era nelle mie intenzioni di intraprendere un fidanzamento ufficiale subito dopo essermi messo al lavoro. Ero felice del concorso vinto e avevo programmato di godermi per qualche anno e con un reddito sicuro, la mia gioventù, senza pensieri e legami di alcun genere. 

 

 

Non è stato così invece, per niente, perché il mio destino era segnato e quell’anno, l’indimenticabile  1971, quando avevo 28 anni, è stato forse il più importante della mia vita, naturalmente dopo quello della nascita. Avevo paura di perderla quella dolce ragazza e senza chiedere alcun consiglio  a casa, ho approfittato del fatto che suo zio Nino, quello che l’aveva accompagnata al bar, mi aveva chiesto un passaggio sulla mia macchina, per andare ad Agrigento l’indomani mattina.  Era da circa una ventina di giorni che avendo preso servizio, mi recavo tutte le mattine nel capoluogo agrigentino e ritornavo a fine lavoro, in attesa di trovare presto una “pensione” o una “casa in famiglia”,

nella stessa città. L’indomani quel signore anziano, zio di Maria, era con me in macchina e durante la strada, lunga

una cinquantina di chilometri, che si percorreva in poco meno di un’ora, il mio pensiero continuo era per la nipote.

Fra me e me pensavo di dirlo a lui, che era mia intenzione di chiedere la mano della ragazza, la bellissima nipote

tornata dall’America. Ma non trovavo il coraggio  e per tutta l’andata si è parlato di altro. Lasciandolo scendere

ad Agrigento nei pressi della Previdenza Sociale, dove aveva qualcosa da sbrigare, ci siamo dati appuntamento

alle ore 14, per il ritorno in paese. Tutta la mattinata in ufficio, dove ero ancora alle prime armi,

pensavo a quella ragazza, che non riuscivo a cancellare dalla mia mente,

proponendomi di trovare il coraggio di chiedere la sua mano. 

 

 

Durante il viaggio di ritorno pensavo in continuazione di dire in maniera chiara e decisa al sig. Nino che volevo

fidanzarmi con la nipote, ma non trovavo ne le parole, ne il coraggio per iniziare la mia timida richiesta.  L’ho trovato

solo pochi chilometri prima di arrivare in paese  e non so cosa io abbia detto, ma le mie imbarazzate parole erano

state capite e recepite molto benevolmente dall’anziano signore, che, per nulla scompostosi, quasi se l’aspettasse

quella mia richiesta, mi aveva promesso di darmi una risposta in serata. 

Nel frattempo avevo avvertito mia madre della cosa e quando, nel tardo pomeriggio, il signor Antonino è venuto a casa mia, quasi con il sorriso sulle labbra, ho capito che la risposta era positiva. Non ho intravisto per la verità un grande entusiasmo da parte di mia madre che, forse, avrebbe desiderato che ci pensassi un po’, prima di fare quel passo, ma il mio desiderio di quella ragazza era forte ed avevo paura di perderla, per sempre, caso mai fosse ripartita per l’America.  Il fidanzamento era già fatto e la sera, io e mia mamma, ora contenta anche lei, eravamo a casa del signor Antonino, dove, felicissima e gioiosa, tra i vari parenti, con un sorriso dolcissimo sulle labbra,  c’era lei, in tutto il suo splendore, in eleganti abiti, ad aspettarmi. Facevo fatica a tenere gli occhi miei sui suoi.  Erano i primi giorni del mese di maggio e da allora per cinque mesi i miei incontri con lei, avvenivano sempre a casa dello zio, che la aveva ospitata insieme al proprio papà, che era suo fratello, in quanto loro, da quando erano emigrati, non avevano più una loro casa in paese. Da allora tutte le mattine prima di recarmi ad Agrigento passavo da lei, che mi aspettava sempre, di primo mattino per prendere il caffè nell’adiacente bar. 

 

 

...DAI RICORDI DELLE MIE NOZZE...

 

(Nella foto sotto a sinistra:

Maria e Nicola,  sopra un carretto siciliano esposto nel Museo etnoantropologico

dedicato a Giuseppe Pitrè, sito a Palermo dentro al Parco della Favorita).

 

E' ancora molto forte e incancellabile il mio personale ricordo, sia del Palazzo Reale che del Museo Pitrè di Palermo, quest'ultimo ubicato in quel magnifico Parco della Favorita che comprende, a poca distanza dal museo, anche la stupenda Palazzina Cinese.

 

Incancellabile, poichè le foto del mio matrimonio con Maria Tornetta, avvenuto in quell'ormai lontano giovedì 28 ottobre 1971, in gran parte sono state riprese, prima nella meravigliosa Cappella Palatina, dentro al predetto Palazzo reale che fu dei Normanni, tra una miriade di tesori d'arte e oggetti antichi, e dopo tra i numerosi reperti e le ricche vetrine del  Museo, circondati da svariati oggetti appartenuti ai nostri antenati ed oggi elegantemente esposti per la pubblica fruizione.

 

Reperti di varie epoche,  che vanno dalle carrozze reali ai carretti siciliani e ai costumi popolari, dagli attrezzi di lavoro alle stoviglie di casa, dai mobili, a svariati oggetti casalinghi, agli arnesi appartenuti a varie categorie di contadini o artigiani. Un mondo vario, fantastico, ricco di fascino, che proietta l'osservatore, quasi sempre meravigliato, verso un mondo ormai scomparso, che ha lasciato i segni di una vita sicuramente povera, ma tanto ricca di cultura e, sovente anche di tanta saggezza. 

 

Quel giorno non ho avuto ne il tempo, ne la giusta concentrazione per potere osservare e ammirare la enorme quantità di materiali esposti, in quanto vincolato, unitamente alla mia fresca mogliettina Mariuccia, agli ordini del nostro fotografo Giacomo Avanzato che ci manovrava a suo piacimento, per poterci ritrarre nelle pose più belle e interessanti, immersi in quel mondo antico che ci aveva tramandato tante cose interessanti e tante opere artistiche.

Il banchetto di nozze è stato tenuto sempre nella città di Palermo, nel  Corso Calatafimi ed il locale era "Il giglio Rosso".

 

 

 

Dal matrimonio nascono i miei 3 figli:

Silvano (1972), Alessandro (1974) e Maria Luisa (1976).

 

 

Il TEMPO PASSA, I FIGLI ...CRESCONO E...SI SPOSANO

 

Silvano si sposa con Rosalba Romano

il 16 ottobre 2002

Maria Luisa si sposa con Vincenzo La Martina

l'8 agosto 2008

Alessandro si sposa con Elisa Terrana

il 5 agosto 2009

 

.... POI ARRIVARONO I NIPOTINI...

...E' ARRIVATA LA GRANDE GIOIA DI DIVENTARE NONNI...

MA   SOPRATTUTTO  E' ARRIVATA LA CONVINZIONE CHE :

LA VITA, LA STORIA, LA CULTURA E  LE NOSTRE TRADIZIONI

CONTINUINO A VIVERE, CON TUTTO QUELLO CHE E' STATO POSSIBILE

RACCOGLIERE, SCRIVERE, FOTOGRAFARE E...PUBBLICARE SU QUESTO SITO:

 

 

Giuseppe Nicola Ciliberto

 

 

 

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