.Contrade e Feudi

DI RIBERA

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(Notizie tratte dall'opuscolo "Ribera ieri e oggi", edito dall'Istituto Comprensivo V. Navarro di Ribera

durante l'anno scolastico 2006/2007 - Integrazioni, foto e impaginazione grafica sul sito a cura di G.N.Ciliberto)

 

 
 

Premessa

 

Approfondire la conoscenza del territorio extra-urbano di Ribera è stato molto interessante, anche perché il lavoro ha privilegiato il fare, ovvero il metodo operativo. Infatti, a parte le ricerche iniziali sui testi di storia locale per la conoscenza storica del feudo, l'individuazione delle contrade e delle piante che fanno parte della macchia mediterranea, il lavoro successivo ha seguito un iter in cui gli alunni, guidati dagli insegnanti, sono divenuti protagonisti. In vista degli incontri con gli esperti e delle uscite programmate, sono stati elaborati questionari, relazioni propedeutiche all'acquisizione concreta attraverso le visite, la conoscenza dei problemi relativi alla distribuzione delle acque irrigue; sono state visitate case rurali e bagli, praticamente immersi nella realtà agricola del territorio per recuperare le proprie radici, acquisire una nuova consapevolezza dell'essere cittadino riberese e valorizzare il territorio attraverso la programmazione intelligente, coerente e mirata delle scelte future, sia personali che collettive.

 

Origine delle contrade di Ribera

Le notizie storiche delle nostre contrade sono indicibilmente deludenti. Le fonti sono scarsissime e così sterili di informazioni significative e rivelatrici che è quasi impossibile trarne un quadro preciso.

Il nostro territorio è stato continuamente campo di battaglia ed ha subìto, di volta in volta, l'occupazione e il dominio di tutti i popoli che l'hanno conquistato in un'epoca o nell'altra. I nostri feudi, compresi tra i fiumi Verdura e Platani, avevano nel loro nucleo dei piccoli centri abitati sorti per la deficiente viabilità, per la penuria dei mezzi di trasporto, per la scarsa sicurezza delle campagne. La gente affluiva vicino ai centri abitati, che man mano si facevano sempre più numerosi: progredivano i sistemi di coltivazione dei campi divenuti così sempre più fertili: aumentavano le case rurali ed il piccolo centro che con l'aumento degli abitanti, acquistava maggiore importanza.

E fu così che sorse su un vasto altopiano, tra il fiume Verdura e il Magazzolo, la piccola comunità di Allava. Fu questo uno dei tanti piccoli centri abitati, che sorgevano nel Piano di San Nicola, poi denominato Pozzillo.

Poco sappiamo di Allava sotto la denominazione romana: ma, pare, fosse una comunità florida e ragguardevole, dedita al commercio e all'agricoltura. Durante la dominazione romana dipendeva dalla diocesi di Triocala. Durante l'invasione bizantina scomparve definitivamente e la popolazione venne assorbita da altri centri maggiori. Verso il XIII secolo, poco distante da dove sorgeva Allava, una nuova comunità di origine locale dava vita ad un nuovo agglomerato di case. Ingrandendosi rapidamente prese il nome di Casale di Garbo di San Bartolomeo, dal nome del feudo dove era sorto. La baronia di San Bartolomeo fu posseduta in antico dalla famiglia Tagliavia, dei principi di Castelvetrano, che la tennero unitamente a Monte di Sara. Durante il regno di Alfonso il Magnifico, il diritto di proprietà del feudo fu rivendicato da Antonio de Luna,

Conte di Caltabellotta, contro Pietro Perollo, figlio del Conte Giovanni, che tanti feudi aveva acquistato da Nicolò Peralta.

I confini dell'attuale territorio di Ribera vennero definiti nel 1782, dopo aver superato le controversie con i comuni di Caltabellotta e di Calamonaci. Oggi i feudi non esistono più, ma le contrade che ritroviamo nella zona di Ribera non sono altro che terreni che facevano parte di quelle grandi estensioni che appartenevano a pochi proprietari e che furono lottizzati e divisi tra i contadini che si impegnarono a coltivarli adeguatamente.

 

I Feudi di Ribera

II territorio di Ribera è diviso in 13 feudi, ogni feudo ha un nome; essi sono:

 

CAMEMI SUPERIORE E INFERIORE

CUCI - CUCI

GULFA- PANETTERIA-GIUMMARELLA

MAENZA

MONTE SARA

SCIRINDA

STAMPACI

CASTELLANA

DONNA INFERIORE

GIARDINELLO

 POGGIODIANA detto "TORRE"

SANTO PIETRO

STRASATTO

 

Le vicende circoscrizionali del territorio riberese

 

II feudalesimo nasce in Sicilia quando il Conte Ruggero, tolti i beni (poderi, villaggi, città, castelli, casali) agli Arabi, decide di assegnarli ai suoi parenti, ai guerrieri e ai vescovati o ai monasteri da lui fatti edificare o ripristinare.

Ruggero assegna i feudi proporzionatamente alla maggiore o minore importanza dei personaggi. I feudi di grandi dimensioni vengono chiamati contadi o contee e sono formati da più baronie messe insieme.

In parecchi feudi non abitati i baroni, per ottenere più dignità, maggiori diritti e privilegi (riscuotere imposte, usufruire di servizi, amministrare la giustizia civile e criminale con l'autorizzazione dei sovrano), invitano uomini e famiglie a stabilirsi nei propri territori (vassallaggio). I baroni abusano tanto nell'uso di quei diritti, da trattare coloro che abitano nei loro territori alla stregua di servi della gleba. I possedimenti feudali di Misilcassim, assegnato a Ribera nel 1782 dai Toledo non era affatto vasto se si mette in rapporto al continuo e rapido accrescimento della popolazione e all'incremento agricolo.

Per soddisfare le continue richieste di terre degli agricoltori riberesi, bastava che i limiti del proprio territorio venissero estesi alle terre limitrofe della baronia di Magazzolo e a quella del Platani, possedute sin dal periodo normanno dalle lontane città di Sciacca e Caltabellotta. Per raggiungere quei territori gli abitanti di Sciacca e di Caltabellotta dovevano guadare ben due fiumi e attraversare impervie trazzere e tutto il territorio di Ribera.

Ma, per poter ottenere ciò, bisognava modificare l'antico limite feudale, con l'emanazione di nuove leggi. Salito al trono Re Ferdinando nel 1830, per riparare alle molteplici ingiustizie e abusi territoriali commessi durante la dominazione normanna e dei re aragonesi, promulgò le istruzioni secondo le quali dovevano eseguirsi le rettifiche dei catasti comunali. In conformità al decreto dell'8 agosto 1833 alcuni feudi dovevano passare nel catasto di altri comuni. Erano concessioni feudali, però, strane e viziose: ad esempio i caltabellottesi dovevano attraversare il fiume Verdura, il feudale tenimento di Misilcassim, guadare lo stesso Magazzolo, per giungere alla fine agli ex feudi di Donna Superiore, Donna Inferiore e ai tanti altri posseduti da Caltabellotta nella nostra regione.

Lo stato di disagio della popolazione riberese per l'impossibilità di potere allargare le fonti di lavoro, perdurata per più secoli, doveva inevitabilmente cessare dopo che era entrata in vigore la legge del 1833, la quale dava la facoltà al governo delle due Sicilie di mutare

le irregolari circoscrizioni territoriali dei comuni della nostra Isola.

In virtù di detta legge e in base alle nuove esigenze della popolazione, la Giunta Comunale di Ribera avanzò reclamo al Consiglio Provinciale

di Agrigento per una nuova rettifica della circoscrizione territoriale del proprio territorio.

 

 

Sullo sfondo, vista dalla strada che da Ribera porta a Cianciana

in c/da Piccirilla. Sullo sfondo si estende la grande Contrada GULFA.

 

Il nostro Consiglio Comunale, giustamente, chiedeva l'annessione territoriale dei feudi dipendenti dall'antica baronia di Magazzolo e quelli della terra del Platani, nonché l'appartenenza pure a Ribera del feudo di Verdura, del latifondo di Torretta e degli ex feudi di Gulfa Superiore e di Donna Superiore, che distano da noi solo pochi chilometri.

Il feudatario assente aveva creato il grande affittuario: funesta figura economica, che introducendosi nel costume, nella vita intima del nostro contadino, fece in modo di separare le classi sociali, le fortune degli animi, opponendo i propri interessi a quelli del popolo lavoratore.

I postulati dell'economia liberale avevano lasciato per molto tempo senza difesa le classi agricole, che avevano ridotto in povertà il nostro contadino abbandonato a se stesso, obbligato a una catena di parassiti e sfruttatori.

Questa era la situazione, oscura e crudele, di quel triste periodo feudale, quando incominciarono a sorgere a Ribera le organizzazioni cooperativistiche ed a ingaggiarsi la perenne battaglia per la conquista delle terre.

Dopo tante lotte si sono avuti i primi vasti e profondi mutamenti sociali. Infatti, troviamo alcune famiglie ed Enti intraprendenti e coraggiosi iniziare l'assalto al vasto latifondo dei duchi di Bivona.

Con atto pubblico dell'I 1 marzo 1880, rogato dal notaio Lionti Scagliosi di Palermo, i Fratelli Parlapiano di Ribera acquistano i feudi Donna Inferiore e Donna Superiore e Ferraria. Il 7 febbraio 1882 i fratelli, dott. Gaetano Vella e l'On. Antonino Parlapiano Vella, acquistano gli ex feudi Gulfa Giummarella, Castellana e Camemi Superiore per cinque milioni,

che lottizzati, vengono venduti ai combattenti.

Tutte queste terre ed altre, un tempo abbandonate e adibite in massima parte al pascolo, sono state messe a coltura intensiva e razionale, sono state trasformate in giardini, vigneti e in splendidi uliveti.

I pagliai sono sostituiti con bianche casette; strade sorsero là dove mancava un solido sentiero; canali abbandonati ritornarono di nuovo ad irrigare le fertili terre. Con l'acquisto e la lottizzazione dei latifondi del duca di Bivona si è aperta quindi una nuova era operosa e proficua a favore dell'agricoltura e della redenzione della terra, non più brulla e incolta, ma produttiva e portatrice di futura ricchezza: orgoglio e premio alla nobilissima fatica del nostro laborioso contadino.

Nel 1922 la società agraria "La Bonifica", diretta dall'On. Francesco Di Leo, artefice per la spartizione del latifondo dei duca di Bivona ai riberesi, acquista gli ex feudi di Strasatto, Camemi inferiore, Corvo, Poggiodiana e li divide ai soci; nel 1924 i fratelli Vella acquistano per cinque milioni gli ex feudi: Gulfa Giummarrella, Castellana e Camemi Superiore, che vengono lottizzati e venduti ai reduci e ai combattenti.

 

Un'ampia veduta della Vallata del fiume Verdura ove sorgono numerosi agrumeti e nel quale

si estendono le contrade: Castello, Magone e Camemi.

 

CAMEMI - II feudo e le sue contrade.

 

II feudo del Camemi fa parte del territorio dal 1922, anno in cui la società agraria "La Bonifica" ne acquistò una prima parte, Camemi Inferiore. Due anni più tardi, nel 1924, dai fratelli Vella Parlapiano sarà acquistato anche il territorio del Camemi Superiore, che insieme agli altri feudi sarà lottizzato e venduto ai combattenti. II feudo deriva il nome dal greco Camavar.: cama , carni, camia, camemi : 1) melma di palude, fetore di terra fangosa; 2) terriccio imbevuto d'acqua, fanghiglia limacciosa. Le carne sono impaludamenti costieri nelle spiagge basse e sabbiose del litorale sul mar d'Africa. II Camemi è uno dei feudi più estesi, è situato nella zona sudovest di Ribera, è delimitato: a sud dal mar Mediterraneo, a est dal fiume Magazzolo, ad ovest dal fiume Verdura, a nord dalle contrade Donna Vanna, Castellana, Magone e Castello; è formato da numerose contrade facilmente raggiungibili   percorrendo le strade statali e provinciali, sulle quali si aprono le varie stradine a condotta agricola,

le così dette "trazzere".

Le contrade sono le seguenti:

•    Angidda ( Camemi sup.) : dal lat. Anguilla, anguis = serpe.

•    Camimeddu (Camemi inf.): Dim. Di Camemi (vedi feudo)

•    Castiddazzu (Carnami inf.): Dispr. Di Casteddu. Dalla morfologia del territorio dalla forma tronco piramidale.

•    Chianagranni (Camemi inf.): Spazio di campagna pianeggiante.

•    Cisternazza (Camemi inf. o Sup.): Dal lat. Cestus e questo dei gr. Kestos (cinto) ornato. Cavità imbutiforme di origine craterica o di altra origine che talora d'inverno forma dei laghetti naturali.

•    Crastuni, costa di (Camemi inf.): Grossa chiocciola terrestre, martinaccio, cochlea ter-restris maxima.

•    Donna Vanna (Camemi sup. o Strasatto): per donna Giovanna Parlapiano, la cui fami­glia era proprietaria della contrada.

•    Ficaredda ( Camemi Sup.): Dal lat. Ficarius = di fico, vezz. di ficara.

•    Giammaria (Camemi sup.): Zammataria dall'ar. Za'mat - vacca ; cascina luogo dove si tengono e si pasturano le vacche o le pecore e si produce il formaggio.

•    Mazzarinu Camemi sup.): Dnll'ar. Mazarì = campi coltivati.

•    Pini ( Camemi inf.) : Dal lat. Piru ( m). Pirum tema meditar. Gr. Apios = pero; op.dal gr. Piros = sozzura, squallore, lezzo, ruggine.

•     Pupi ( Camemi inf.): Dai lat. Pupus = fanciullo. In siciliano pupu significa fantoccio.

•    Sgarbata isula (Camemi sup): Da) sic. Loc. Sgarbari= rendere il terreno pianeggiante per la coltura, in questo caso per il riso.

•    Sicca Granni marina di (Camemi sup): Per il fondale marino bassissimo proprio nella punta di Seccagrande.

•    Sparacia ( Camemi sup): Dal gr. Asparagos parolam mediterraneo sparaciu = Asparago

•    Stincazzu marina di lu, oggi di lu "Corvu" (Camemi inf.); da siciliano stincu, = alberello di frondi perpetue, lentisco.

 

Borgo Bonsignore: Veduta panoramica del borgo con le prime case e la chiesa, costruite dall'Ente di

colonizzazione del latifondo. La foto è stata riprodotta su una cartolina del 1946

 

SANTO PIETRO - Oggi Borgo Bonsignore

Borgo Bonsignore sorge accanto alle rovine dell' antica Inico, capitale dei Sicani. Il ritrovamento di antiche vestigia indicano chiaramente che Inico dovette sorgere veramente sul piano dell' ex feudo Santo Pietro, a cavallo tra i fiumi Magazzolo e Platani prospiciente il mare Mediterraneo. Vi si accede dalla strada nazionale SS. 115 Ribera - Montallegro o dallo scorrimento veloce Sciacca-Montallegro da cui dista circa un chilometro. Nel Borgo risiedeva una popolazione stabile di 250 persone, mentre nella zona circonvicina, alloggiata in numerose case coloniche, sparse nei feudi vicini, vivevano circa 2000 persone.

Era amministrato da un delegato del sindaco di Ribera e si componeva di nove isolati:

1) Casa dell' E.SA

2) Edificio dell'artigianale

3) Trattoria ed albergo

4} Palazzo comunale

5) Edificio comunale

6) Casa del medico con ambulatorio

7) Chiesa e canonica

8) Caserma dei carabinieri

9) Ufficio postale e telegrafico

 

II Borgo è servito di un comprensorio di 5000 ettari, posto tra il fiume Magazzolo e il Platani.

Nel 1934 la cooperativa "la Bonifica" assunse in affitto l'ex feudo S. Pietro di proprietà degli Ospedali Riuniti di Sciacca e lo suddivise in 79 quote.

Il suo primo lavoro fu la trasformazione in rotabile della via d'accesso. Seguirono lavori d'estirpazione della palma nana, costruzione di strade interne, canali di irrigazione, stalle, silos per foraggio, case per l'amministrazione dell'azienda ecc... Alcune famiglie riberesi vi si trasferiscono. Così interviene l'Ente nazionale per la colonizzazione del latifondo, distante dal Comune tredici chilometri e denominato "Antonio Bonsignore", nome del capitano dei carabinieri, nato ad Agrigento, medaglia d'oro, caduto in combattimento a Gemu Gador il 24 aprile 1936. Il borgo era costituito da un complesso imponente di opere costruite dall'Ente: Municipio, Scuola elementare, ristorante, venticinque case coloniche, Ufficio postale, Caserma dei carabinieri, ecc...

Vi furono destinati, con obbligo di residenza, un medico, una levatrice, un ufficiale d'ordine e due guardie con attribuzione anche di fontanieri. Dopo qualche anno vennero a far parte del Borgo anche alcune terre dell'ex feudo Cuci-Cuci, gli ex feudi S. Pietro della Palma e Giardinello. La prima pietra fu posta nel 1939.

Il territorio è molto fertile, ricco di acque, produce vino eccellentissimo. L'aria è saluberrima e le campagne fiorite e verdeggianti sono punteggiate da una miriade di casette bianche sparse tra gli alberi che ne occultano la vista del mare azzurro che si affaccia dietro la folta e rigogliosa pineta. Le sue meravigliose colline si specchiano nel più incantevole azzurro marino, mentre nel suo più vasto piano sorgono civettuole ville, casette, vigneti, meravigliosi frutteti, fioriscono giardini, scorrono acque negli acquedotti, splende la vita. Oggi è prevalentemente una borgata estiva.

Attorno a Borgo Bonsignore si estende l'ex feudo di Santo Pietro. Esso è diviso in due parti: Santo Pietro Superiore,

che comprende le contrade di: Mano Superiore di Santo Pietro

Giardinello (tra Borgo e il Magazzolo) - Pietre Cadute;

Santo Pietro Inferiore, che comprende le contrade di:

Fazeddu. accanto alla strada statale, formata da terreno argilloso e poco fertile.

Piano Campana, una volta coltivata a cotone e frumento, ora ad agrumeti.

Vaddacii. coltivata a frutteti ed agrumeti.

Fuggitella, che comprende la foce del fiume Platani e l'oasi naturale;

Li Rini, a ridosso della zona boschiva, con terreno sabbioso, coltivata a vigneto.

La zona boschiva, lungo il litorale del mare.

•    Li Farmi, ad Est di Borgo, dove tuttora c'è il caseggiato che una volta era masseria del feudo.

Le due altissime palme accanto al caseggiato hanno dato il nome alla contrada. La superficie boscosa confina

a Sud con la foce del fiume Platani, a Nord con Borgo,

a Ovest con il mare e ad Est con proprietà private.

La crescita del bosco ha avuto un ruolo molto importante nello sviluppo economico di Ribera. Infatti,

ha creato una barriera contro la salsedine del mare.

Il bosco è diviso in tre fasce:

•    nella prima vegetano l'acacia saligna, le tamerici, la ginestra comune, il ginepro comune e il ginepro coccolone.

•    nella seconda crescono il pino domestico e il pino d'Aleppo. Questa fascia ha un sottobosco di specie erbacee ed arbustive, tipiche della macchia come il lentisco, il mirto, la palma nana e l'olivastro.

•    nella terza fascia cresce l'eucalipto camaldulense, che fa da frangivento e blocca l'avanzata della sabbia del mare. Sulla spiaggia c'è la flora pioniera, tra cui spiccano la Santolina delle spiagge, il profumato Giglio marino comune, la Salsola erbacali.

 

CUCI CUCI

L'etmologia di Cuci Cuci viene probabilmente dal greco "Chusis " che vuoi dire "Cumulo" o "Mucchio ", per la morfologia del terreno che è cosparso di colline.

Non sappiamo se il nome primitivo di questo feudo è stato Cuci Cuci, poiché nel documento, rogato dal Notaio Gerardo Calandrino di Sciacca il 28 dicembre 1398 dove sono descritti i confini dell'antica baronia di Misilcassim, non viene nominato.

Ci viene detto soltanto che le terre successive al "Roccazzo " (Maenza) appartenevano al fu Gandolfo Zaffuto che, in quel periodo, possedeva anche il feudo di Giardinello.

Secondo il Giaccio, nel 400, un certo Antonio Arnao, regio castellano molto ricco, comprò il feudo di Cuci Cuci e metà del Monte Sara.

Antonio Arnao fondò l'ospedale S. Antonio di Sciacca, annettendolo alla chiesetta omonima, dotando sia la chiesa che l'ospedale del feudo di Cuci Cuci.

Questo feudo ad est appartiene alla Chiesa dei Padri Carmelitani; inoltre, per la legge del censimento fu diviso in 83 lotti i cui proprietari risultavano: Agnello Francesco di Siculiana, Pasciuta Vito ed altri proprietari di Ribera, Imbornone Rosa di Sciacca, Sanacore Agostino e Messina Pietro di Menfi, Parlapiano Franco di Ribera, Agnello Nicolo di Siculiana, Pasciuta Michele di Ribera, Crispi Nicolò e Spoto Francesco di Ribera.

In questo feudo si trovano i "Pizzi di la Cruci ", così chiamati dalla morfologia delle colline a forma di croce.

Il feudo di Cuci Cuci confina con Maenza, il Fiume Platani, S. Pietro Inferiore, Giardinello, Strasatto.

Il terreno, generalmente, è argilloso per cui non si nota la presenza di colture. Sono sorti negli ultimi anni: il piano di insediamenti produttivi (P.I.P.), un cimitero di auto in demolizione e lo stabilimento I.L.S.O., Industria Lavorazione Sostanze Oleaginose; nella stessa zona e, precisamente, nel territorio denominato Cruci di li Pizzi si trova una grande vasca, che raccoglie le acque per irrigare i terreni circostanti.

Nella zona, dove il terreno è privo di colture, si trova un ovile, mentre nei territori più vicini al Fiume Platani il terreno è più fertile con presenza di vigneti, agrumeti, uliveti, frutteti.

Nel territorio sparse qua e là ci sono delle case coloniche costruite a spese dello stato nel periodo della riforma agraria; alcune sono state ristrutturate, seguendo il progetto originario e nel periodo estivo sono abitate da nuclei familiari; molte, invece, sono diroccate e versano in condizioni precarie.

Il feudo è attraversato da una strada costruita qualche secolo fa, ma ancora funzionante, che congiunge Ribera con Montallegro.

 

SCIRINDA

 

La contrada Scirinda vista dalla Villa Comunale. Sullo sfondo la città di Caltabellotta.

 

II feudo Scirinda, così chiamato per la qualità del terreno magro, renoso, tufaceo, asciutto, secco, detto anche «trubba», comprende i fogli di mappa n. 1,2,3,4, 5, 6, 8, 9. A questo feudo oltre alla località omonima, appartengono anche le contrade: «Canale», «Arbanu» , «Garufù», «Mancusi» e «Dirittusi».

Confina a sud e a sud-est con il centro abitato del Comune di Ribera, a nord-est con la contrada Belmonte, a nord con il territorio di Calamonaci e ad ovest col fiume Verdura, i territori di Caltabellotta e di Sciacca.

 

Una vasta superficie di terreno appartenente a questo feudo è comunemente chiamata «Pirrera» per la presenza, nella zona di cave di pietre di natura tufacee (banchi di rena), da dove si estraevano, nel recente passato, i cosiddetti conci di tufo arenario, utilizzati in edilizia per la costruzione di muri perimetrali e portanti. Nel feudo ci sono molte grotte che fanno pensare a quelle dove visse S. Rosalia e in alcune di queste si è rifugiato il brigante saccense V. Craparo, vissuto nella seconda metà dell'ottocento.

 

Nel feudo Scirinda sono presenti diversi torrenti, uno dei quali, chiamato Vadduni di lu lupu, fa pensare alla presenza, nella zona, di numerosi lupi; mentre un altro torrente è chiamato Vadduni vasu di l'apa, perché nel luogo vi si trovava una massiccia quantità di api selvatiche. Scirinda si trova alla sommità di un profondo vallone di fronte al quale, da una parte si vede Ribera, a nordovest Caltabellotta e non è un posto facile da trovare pur essendo a pochi centinaia di metri da Ribera: un vallone la separa dalle ultime case del quartiere di San Antonino.

 

L'insediamento preistorico, adagiato su un altopiano calcarenitico di Scirinda, che domina la gola di Santa Rosalia, è oggi discretamente nascosto sotto un uliveto e protetto dalla recinzione, ma si può raggiungere con una buona guida, percorrendo un dedalo di trazzere. La zona è immersa negli oliveti, protetta da un recinto che è stato messo dalla Sovrintendenza Archeologica di Agrigento.

 

Guardando il terreno adiacente, è possibile notare la presenza di numerosi resti osteologici umani ed animali, di varia forma e grandezza, frammenti di ossidiana e onice. Il primo scavo è stato condotto dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Agrigento nel 1989 e ha messo in luce una grande capanna ovale di 6 metri di ampiezza, munita di banchina, e una serie di ciotole di terracotta.

 

Altra veduta della Contrada Scirinda.

 

Tali ritrovamenti dimostrano come Scirinda sia stata abitata in un lungo arco di tempo, che va dall'età del bronzo medio (1400 A.C. - prima fase) all'età del Ferro (Vili - VII secolo A.C. - sesta fase). La prima fase è da attribuire alla cultura dei Thapsos del medio bronzo. La seconda si caratterizza per la presenza di grandi capanne di forma circolare. L'analisi del terreno ha messo in evidenza una strada lastricata di cui rimangono 28 metri di lunghezza e 1,90 metri di larghezza. La terza fase presenta strutture materiali della cultura Thapsos II.

 

La quarta fase presenta materiali della cultura Pantalica nord. La quinta fase è caratterizzata da una capanna ovale simile alla capanna rinvenuta nell'isola di Lipari. La sesta fase presenta capanne rettangolari con banchine e con un grande recinto usate per le funzioni sacre. Queste indagini, condotte a Scirinda, hanno messo in luce diversi aspetti della presenza sul territorio di culture differenti. Questa area era, senza dubbio, una zona ricca.

 

DONNA INFERIORE

La contrada Donna inferiore si trova ad est del centro urbano di Ribera. Il terreno è di natura argillosa ed il territorio è prevalentemente collinare. Le colture principali sono: la vite che occupa il 35% del territorio, l'ulivo il 55%, e gli agrumi il 10%.

La coltura dell'ulivo richiede molta manodopera; è fondamentale almeno una potatura all'anno, una concimazione, tre arature ed una irrigazione durante il periodo Luglio-Agosto .Nella zona si pratica, oltre alla coltura con trattamento chimico, quella biologica, per cui parte dell'olio, che se ne ricava, viene venduto con tale marchio. Le qualità di olive pre­senti nel feudo sono: Biancolilla, Nocillaro del Belice e, in minima parte, la Carolea. La pianta dell'ulivo ha una caratteristica: un anno fa il pieno dei frutti, un anno ne produce quasi la metà. Il terreno più idoneo alla coltura dell'ulivo è il terreno cretoso (trubba). L'ulivo, essendo una pianta grassa, è meglio irrigarlo con l'impianto a farfalla o a gocciolatoio.

 

Nel feudo è presente un oleificio con la denominazione SI .TE. (Simonaro-Territo), che è all'avanguardia. Le olive vengono macinate con macchinari moderni e l'olio che se ne ricava viene prima controllato dall'ACCE e poi imbottigliato ed esportato in tutta Italia, Svizzera, Germania ed Inghilterra, con il marchio Sl.TE. s.r.l. Ogni giorno, vengono imbottigliate circa cinque quintali di olio e, in un'ora, in media cinquecento bottiglie. L'imbottigliato viene classificato in base all'acidità: da O a 0,8 grado è olio extra vergine; da 0,8 in su è olio di oliva.

 

In questo feudo si pratica anche la coltivazione della vite. Le qualità più diffuse sono: Insolia, Catarratto e Trebbiano. La vite ha bisogno di terreno argilloso, uguale, quindi, a quello dell'ulivo, anche se richiede manodopera. La vite richiede almeno un' irrigazione annua, ma l'acqua che arriva in questo feudo non è sufficiente per l'irrigazione della vite, nonostante il Consorzio di Bonifica "Laghetto Gorgo" abbia predisposto gli impianti, che sono già funzionanti. La vendemmia avviene nel mese di Settembre. Per una maggiore resa e per combattere i parassiti si usano i pesticidi; come per l'ulivo, anche per la vite, si pratica il trattamento biologico nella maggior parte dei casi.

 

Nella contrada è possibile coltivare anche gli agrumi, ma scarseggia l'acqua per l'irrigazione. Le specialità di arance coltivate sono il Navelino e il Brasiliano in minima parte. Gli agrumi hanno bisogno di quattro irrigazioni annue. Le arance di Ribera sono state denominate "Riberella". Attualmente gli agrumi "Riberella" non trovano sbocco commerciale, perché subiscono la concorrenza di quelli della Spagna, Algeria e Marocco. Le nostre arance vengono esportate in tutto il Nord Italia, le arance più piccole alle industrie di trasformazione di Palermo, Bagheria, Messina e Catania, per ricavarne aranciate.

Concludendo, possiamo dire che queste colture, oggi, non sono molto redditizie sia per la manodopera molto costosa, sia perché non hanno molti sbocchi commerciali. Se si vuole migliorare l'agricoltura, quindi, si deve mirare soprattutto alla coltura biologica e alla pubblicizzazione.

 

GIARDINELLO

II feudo Giardinello che costeggia tutto il litorale da Seccagrande a Borgo Bonsignore, faceva parte della Baronia di Monte Sara. Il feudo è appartenuto, fino al secolo scorso, al territorio di Sciacca e molti dei possessori lo abitarono. Sin dal 1303 il feudo apparteneva a Gandolfo Zaffuto, primo possessore saccente, che pagava per il feudo 20 onze l'anno. Poi a Zaffuto venne tolto perché ribelle e devoluto alla curia e,quindi, da Re Martino concesso a Filippo Sparlitta, palermitano, con privilegio dato a Catania il 24 novembre 1394.

 

Questo feudo è stato riscontrato steso dal notaio Gerardo Calandrino da Sciacca il 28 dicembre 1398, dove sono descritti i confini dell'antica Baronia di Misilcassim ed è nominato il primo possessore Giovanni Zaffuto. Il feudo appartenne anche alla nobile famiglia Borsellino di Cattolica Eraclea e Gaspare Borsellino in data 10 aprile 1908, abolita la feudalità, ne fu investito per cinque anni. Altra proprietaria del feudo è stata l'illustre famiglia dell'Onorevole Antonino Parlapiano Velia, alla quale venne tolto dall'Ente di Riforma Agraria Siciliana nel 1957.

 

Il Casale Giardinello

Posto su un vasto piano, lambito dal fiume Magazzolo, di fronte al mare Africano in posizione amena e suggestiva sorgeva anticamente il casale Giardinello. Assai incerta è l'origine del casale, ma dalle molte scoperte archeologiche avvenute nei dintorni pare che sia stato costruita nell'epoca romana come stazione di posta per il cambio dei cavalli. Esso faceva parte del secondo compartimento stagno della nostra contrada. Posto tra il fiume Magazzolo e il Platani, serviva anche quale posto di ristoro per i soldati e per la gente di passaggio costretta a fare sosta per lungo tempo nei periodi invernali per la inguadabilità nelle perduranti piene dei fiumi.

 

Le colture del feudo

Dopo che il feudo fu concesso, 7 settembre 1946, dal duca di Bivona alla cooperativa agricola "Francesco Crispi", alcuni contadini appartenenti alla cooperativa "La terra", il 16 settembre dello stesso anno, occuparono le terre del feudo, iniziando l'estirpazione della palma nana e cominciarono a praticare l'allevamento e le colture seminative. Da un ventennio in qua si pratica un'agricoltura promiscua, che va dalla vite ai frutteti e agrumeti, che fino a pochi anni fa era redditizia, cosa che non sta succedendo in questi ultimi anni, sia per la scarsa commercializzazione sia per la crisi idrica, nonostante il feudo sia attraversato dal fiume Magazzolo.

 

Questo feudo è stato lottizzato in piccoli appezzamenti di terreno ed ogni contadino può possederne da mezzo ettaro a quattro. Nel feudo si trova un casale che anticamente, come il feudo, era di proprietà della famiglia Parlapiano-Vella. Con la riforma agraria anche il casale è stato frazionato. Oggi i proprietari del casale sono i signori Micalizzi, Giordano, Renda, Ciliberto, Caramella, Gentile e Tortorici. Lungo le strade del feudo Giardinello si trova la fabbrica di confezionamento dei prodotti ortofrutticoli regionali. La società, costruita da quattro soci, è sorta per la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli e in particolare delle arance Washington Navel prodotte nel territorio di Ribera.

 

La sigla della fabbrica è A.P.A.R., (Associazione Produttori Agricoli Riberesi). Nella fabbrica si confezionano arance, cantalupi, pomodorini ciliegino, melanzane.

Nella zona è presente anche una fabbrica di polistirolo. La materia prima, il pentano, che è come lo zucchero, passato in una macchina con il vapore, viene gonfiato e raffreddato, poi viene stagionato per un giorno. La prima fase è la pressatura e la stagionatura, poi il pentano viene messo nelle macchine che, con il vapore acqueo, danno la forma desiderata. La seconda fase si chiama stampaggio. Il polistirolo non è biodegradabile e neanche tossico. Viene usato nell'edilizia, perché è termico e isolante; nel bar, per conservare la tavola calda e le torte gelato; nella pesca per conservare e trasportare il pesce. Il polistirolo può essere facilmente tagliato grazie a fili di ferro collegati ad un generatore elettrico che li fa riscaldare. Il polistirolo non può essere riciclato.

 

CASTELLANA

 

La contrada della Castellana è situata quasi al centro del territorio di Ribera. Corrisponde ai fogli di mappa catastale nn. 51,65,66,67 ed è delimitata a Nord dalla strada statale Ribera-Agrigento, ad Est dal fiume Magazzolo e dalla valle della Ficarella, a Sud dalla contrada Camemi Superiore, ad Ovest dalla strada provinciale Ribera-Seccagrande. La sua estensione è di ettari 250 circa. Due strade, una interpoderale e l'altra vicinale, equidistanti, si dipartono dalla statale Ribera-Agrigento in direzione Sud, consentendo un facile accesso ai vari punti della contrada.

Il territorio della Castellana è in gran parte collinare; soltanto lungo il Magazzolo il terreno si fa pianeggiante. Si tratta di un breve tratto di pianura di origine alluvionale, soggetta nel passato, quando il Magazzolo aveva una portata d'acqua consistente e i suoi argini non erano ancora ben protetti, agli straripamenti e al frequente cambiamento di letto del fiume. A che cosa e a chi è legato il toponimo "Castellana" non si sa. Un fatto è certo: la denominazione è antica ed esisteva ancor prima della nascita di Ribera. Infatti, in un atto notarile del 21 gennaio 1573 si legge: "Don Pietro Luna Peralta e Sclafani, duca di Bivona, conte di Caltabellotta e signore o barone del feudo e del castello di Misilcassim e del (feudo) Magazzolo, riscatta da Chiara de Floreno le terre chiamate Castellana, esistenti nel detto feudo Magazzolo e nella baronia di Misilcassim, adesso chiamata Poggiodiana".

 

Nel documento, appena citato, la Castellana viene definita "terre" ; nel contratto di affitto del 15 gennaio 1636 "feudum". Perché questa diversa indicazione ? Nella terminologia antica tra "terre" e "feudo" esisteva una netta differenza. Al feudo solitamente era legato un titolo nobiliare (la signoria o la baronìa); le "terre" erano una parte del feudo, cioè un latifondo (la "terra" significava insediamento abitativo di una certa consistenza).

 

Nell'accezione popolare dialettale, invece, il termine "feudu o feu" veniva usato per indicare un vasto "latifondo". Questo uso popolare estensivo veniva trasferito anche negli atti notarili che redatti in un misto di latino-italiano-siciliano, registravano le parole di particolare importanza così come erano intese e pronunciate da coloro che stipulavano quegli atti per evitare "malintesi".

 

Questo potrebbe spiegare perché la Castellana nel 1573 viene definita "terra" e nel 1636 "feudo". Secondo la ricostruzione di Lentini-Scaturro, i passaggi, a vario titolo, di proprietà del feudo di Misilcassim, che si estendeva dal Verdura al Magazzolo, e che comprendeva la Castellana, furono i seguenti: 1250- 1330 i Maletti 1330- 1340 gli Uberti 1340 - 1348 i Monterosso 1348 - 1392 i Chiaramonte 1392- 1398 i Peralta 1398- 1450 i Perapertusa 1450 - 1497 i Luna-Peralta 1497 - 1510 gli Alliata Settimo Aragoa 1510 - 1600 i Luna-Peralta (per transazione) 1600 - 1736 i Moncada Aragona Luna Cardona 1736 - 1950 gli Alvarez de Toledo Moncada Aragona.

 

Le campagne che dalla vallata del fiume Magazzolo si estendono sullo sfondo dando il nome alle Contrade:

Gulfa, Donna, Strasatto, Castellana ed ancora più in fondo, Maenza, Cuci Cuci, Santo Pietro ed altre.

 

Per avere un'idea di come si presentavano i latifondi gravitanti nella valle del Magazzolo, basta guardare la parte collinare della contrada Camemi: terreno scosceso, brullo, arido, adatto solo per il pascolo e per la coltura di granaglie, quest'ultime, poco produttive, per la natura del terreno e per gli strumenti primitivi come la zappa, l'aratro a chiodo e la trebbiatura con animali

Come nel resto della Sicilia, anche a Ribera la gestione dei latifondi era così organizzata:

 

il proprietario:  Per la Castellana, il duca di Bivona;

 

l'amministratore:

Persona di fiducia che doveva curare gli interessi del Duca e riscuotere dai gabellotti il canone di affitto, di solito della durata di nove anni.

 

il gabellotto:            

Ricco agricoltore che prendeva in affitto i latifondi. Scaduto il contratto, il gabellotto tratteneva per sé parte del feudo (ovviamente la parte migliore) in proprietà. Qualche volta il gabellotto riusciva a far elevare questa proprietà in baronia (es. la baronia di Magone).

Con questo sistema tanti "grossi" gabellotti si "nobilitarono"..

 

il campiere:              

Persona di fiducia del gabellotto che curava i suoi interessi, soprattutto al momento del raccolto. Durante la trebbiatura il padrone o il campiere vigilava i lavori, perché non si derubasse il grano.

 

il "mitateri" :           

Contadino che otteneva dal gabellotto, in subaffitto per un anno, un

lotto di terra, spesso il meno produttivo, pagando fino a 8,9 terraggi (8,9 parti del raccolto);

 

"li jurnatara" :         

Braccianti nullatenenti che, dall'alba al tramonto, quando erano fortunati, lavoravano la terra del gabellotto o del mitateri, ricevendo una misera paga o, più frequentemente, del cibo. Si capisce facilmente che al povero contadino mitateri rimaneva ben poco: tanto quanto non morire di fame, se l'annata era buona. Se, invece, si aveva un cattivo raccolto o se il terreno era poco produttivo, come quello della Castellana, al contadino non restava altro che chiedere l'elemosina o, se era fortunato, emigrare. Queste le condizioni in cui visse la povera gente per secoli: da veri "servi della gleba". A volte la rabbia popolare esplodeva. A Ribera si registrarono due episodi:

•  1820: incendio dell'archivio notarile;

•   13 febbraio!848:  saccheggio della casa del ricco possidente (gabellotto) Filippo Pasciuta.

 

L'assalto ai......latifondi (1860 - 1890)

Fino al 1860 la maggior parte del territorio riberese apparteneva agli Alvarez de Toledo. Dopo l'Unità d'Italia, grazie alle nuove leggi contro i latifondi e alla disponibilità di capitali liquidi (denaro), le "grosse" famiglie riberesi (i Parlapiano-Vella, i Bonifacio, i Pasciuta, ecc.), iniziarono l'assalto ai latifondi dei Duchi di Bivona, profittando, soprattutto, del fatto che costoro risiedevano in Spagna.

Ecco due casi:

•    11 marzo 1880: i fratelli Parlapiano acquistano i feudi di Donna Superiore, di Donna Inferiore e della Ferraria;

•    7 febbraio 1882: i fratelli Parlapiano acquistano il feudo Pinocchio.

In sostanza, in questo periodo, le terre "più fertili" del territorio riberese finirono in mano di nuovi "latifondisti", che cominciarono a gestire le proprietà con sistemi più duri, facendo pesare, con la loro presenza, il rapporto proprietari jurnatara/mitateri.

 

La terra ai contadini 1890-1893:1 fasci Siciliani

La prima forma di protesta organizzata dei contadini furono i Fasci, costituitisi tra il 1890 e il 1893.

Anche a Ribera nacque un Fascio di cui era segretario Baldassare Castelli. I Fasci dei contadini chiedevano:

•    la riforma dei patti agrari;

•    l'assegnazione ai contadini nullatenenti (jurnatara) delle terre demaniali e dei latifondi incolti.

Non risulta che a Ribera sia arrivato "il pugno di ferro" di Crispi. Ma altrove, il celebre riberese, capo del governo,

ordinò l'arresto dei dirigenti di Fasci e decretò per la Sicilia lo stato d'assedio.

 

1900-1919: Le cooperative agricole

I primi anni deP900 furono molto importanti per la lotta al latifondo. Si comprese che solo uniti e associati i contadini potevano ottenere un "pezzo" dì terra da coltivare, per uscire dalla miseria dello "jurnataru".

Le terre che i contadini speravano di ottenere, almeno in affitto, erano i latifondi incolti di proprietà del duca di Bivona, e cioè: Belmonte, Gulfa Giummarrella, Gulfa Panetteria, Castellana, Camemi, Corvo, Camimello (comprendente Torretta e Cannagrande), Strasatto, Piccirilla, Piano Pupi, Donna Inferiore. Allora, erano tutti terreni scoscesi, improduttivi, buoni solo per il pascolo, quasi tutti lungo il fiume Magazzolo. Le terre migliori ormai erano nelle mani delle "grosse," famiglie riberesi: i Parlapiano-Vella, i Bonifacio, i Chiarenza, i Pasciuta ecc.. Nel 1903 fu costituita legalmente la Cooperativa di Lavoro "S. Giuseppe". Lo scopo era quello di prendere in affitto gli ex feudi, lottizzarli e assegnarli ai soci. Nel 1906 la Cooperativa prese in affitto i latifondi di Belmonte e della Castellana, per un totale di 250 salme di terreno, corrispondendo al Duca di Bivona £. 36.000. Don Nicolò Licata, arciprete di Ribera dal 1907 al 1932, diede un forte impulso alle rivendicazioni dei contadini, soprattutto attraverso l'istituzione della Cassa Rurale di Prestiti (1908), che doveva fornire ai soci della Cooperativa i capitali. Il 28 Agosto 1914 la Società Agricola S. Giuseppe, che sostituì la Cooperativa di Lavoro (sciolta nel 1909), prese in affitto per 6 anni la Castellana, Gulfa Panetteria, Gulfa Giummarrelle e Belmonte (in pratica, per la Castellana e per Belmonte si trattò di un rinnovo di affitto). Il canone per i primi 5 anni era di £. 49.000.

 

1919-1920: II biennio rosso

La Prima Guerra Mondiale era appena finita. L'Italia, oltre ai suoi morti, contava le sue ferite economiche: il carovita e la crisi dell'Industria e dell'Agricoltura. A tutto ciò si aggiungeva una "forte tensione sociale": i reduci di guerra, operai e contadini, tentavano il loro reinserimento. Anche Ribera ebbe i suoi reduci. Erano, in prevalenza, braccianti della terra (jurnatara) e piccoli contadini.

Il Governo aveva loro promesso la distribuzione dei latifondi incolti. Ma, dopo oltre un anno di attesa, non avevano visto ancora niente. Intanto, ad opera di Giuseppe Cagliano, veniva aperta una Sezione del Partito Socialista che, interpretando le aspirazioni dei contadini, guidava dimostrazioni di piazza e occupazioni simboliche dei latifondi. Il 4 Settembre 1919 il Governo autorizzò, anche se a condizioni molto limitative, l'occupazione dei latifondi (Decreto Visocchi). Dal 26 al 30 Gennaio 1920 Ribera visse 5 giorni, forse i più turbolenti della sua storia. Il duca Antonio Alvarez de Toledo dall'autunno precedente si trovava a Ribera per vendere - si disse - le sue terre ai più "grossi agricoltori".

La rabbia popolare esplose. I più esagitati invasero il palazzo ducale (in via Saponeria) e lo saccheggiarono. Il Duca si salvò a stento rifugiandosi nella casa del farmacista Liborio Friscia.

Perdurando l'agitazione, il Duca, nella sede della Cooperativa "S. Giuseppe" in via Castelli, firmò, anche se contro la sua volontà, un documento con il quale si impegnava a cedere gli ex feudi Castellana, Camemi Soprano, Gulfa Giummarrella e Gulfa Panetteria.

Tornato in Spagna, il Duca, per via diplomatica, chiese al Governo Italiano il risarcimento dei danni materiali e morali. Il 29 e il 30 Gennaio Ribera fu setacciata dalle forze di polizia. Oltre 70 Riberesi finirono condannati a pene varie. Ma ormai le rivendicazioni dei contadini non potevano più essere tacitate. Il 22 Aprile 1920 il Governo fu costretto a legalizzare le occupazioni. Nel 1922 l'Agricola acquistò i latifondi aggregati di Belmonte ( Belmonte e Castellana) di ettari 250 per £. 850.000.

Le due contrade furono divise in 68 quote di circa 3,5 ettari ciascuna. Per ogni ettaro bisognava pagare £: 3.066. Sempre nel 1922, la Cooperativa "La Bonifica" (ex S. Giuseppe) acquistò gli ex feudi di Strasatto e di Camemi Inferiore e i Giardini di Poggiodiana. Nel complesso, tra il 1920 e il 1922, furono distribuiti 339 lotti di terreno per un totale di 90.000 ettari di latifondi gravitanti nella valle del Magazzolo.

 

La Castellana dopo il 1922

II contadino, realizzato il suo sogno di diventare "piccolo proprietario", in breve tempo riuscì a trasformare la Castellana. Dove prima pascolavano mandrie di ovini e bovini sorsero mandorleti, oliveti, vigneti e, nelle vicinanze del Magazzolo, orti, sfruttando le acque del fiume per caduta.

Lungo i tornanti della statale che da Ribera scende al Magazzolo, mattina e sera sfilavano i "carretti" cigolanti, mentre carovane di muli e di appiedati si servivano della vecchia strada Sciacca-Agrigento, sconnessa, ma utile scorciatoia.

Attorno al 1960 gradualmente la contrada subì una trasformazione di colture.

 

Agli oliveti, mandorleti e ai vigneti andò sostituendosi l'agrumeto.

Ciò fu possibile, grazie alla costruzione di una fitta rete di canali in cemento, entrata in funzione nel 1963, e ai più moderni mezzi di coltivazione. Anche la parte confinante con il Magazzolo, dopo la costruzione di imponenti argini, venne occupata dagli agrumeti.

Da alcuni anni il sistema di irrigazione si è ulteriormente modernizzato, con la costruzione di una rete interrata, dalla quale si dipartono le "bocche di presa". Adesso l'acqua (quando .... c'è! ! !) arriva in pressione negli impianti e non si sente più il rumore assordante delle "motopompe".

Oggi gli agrumeti occupano circa l'80% dell'intera contrada. Per avere una visione d'insieme della contrada, bisogna guardare da due posizioni: dalla strada Ribera-Seccagrande e dalla strada Ribera-Borgo.

 

Purtroppo, il verde degli agrumeti è "spezzato" da un elemento estraneo: un enorme edificio dal quale si innalza un pennacchio di fumo: sono di un'industria che estrae olio di sansa dal nocciolo dell'oliva e lo raffina, scaricando nell'aria un fumo innocuo ma maleodorante e che si speri non inquinino l'aria e non distruggano le colture della contrada.

Data la sua considerevole estensione, il "feudo" della Castellana fu diviso nei seguenti "quarti" o contrade, le cui denominazioni esistono a tutt'oggi:

•       Bellanca: da Barranca (burrone, baratro, precipizio);

•       Costa della Castellana;

•       Vadduni di Garrubbeddu: dall'arabo kharrub=garrubbo;

•       Harcia: dall'arabo harg=crepaccio.

 

 

MONTE SARA: Aspetti storici

 

II feudo Monte Sara riveste un interesse storico e perfino archeologico.

La nascita del feudo di Monte Sara risale al periodo 1061-1091, quando i Musulmani vennero cacciati dalla Sicilia ad opera del conte Ruggero: fu in quel periodo che nacquero i latifondi (terreni di grande estensione, tenuti in pascolo e a scarsa coltura produttiva) che poi vennero chiamati feudi. II territorio di Ribera venne diviso in 16 feudi, i quali differivano tra loro per estensione e dignità. II feudo di Monte Sara (dall'arabo Sa'ra = irsuta e in sostituzione "luogo coperto di piante e bosco" o secondo un'altra interpretazione "roccia sabbiosa") occupa la zona Nord-Est del territorio di Ribera e confina con i tenitori di Cattolica Eraclea, Bivona e Cianciana.

Del feudo Monte Sara non si hanno molte notizie. Secondo gli storici e i geografi, sul monte Sara vi era un Castello di Musulmani " Kalut Iblatam". Infatti, verso l'altura vi sono segni, ancora evidenti, di una costruzione e di diversi insediamenti lungo il pendio del versante meridionale.

 

La posizione geografica del Monte Sera con i suoi 434 m. tra le due valli dei fiumi Magazzolo e Platani, dominava, in maniera strategica, il territorio, controllandone le due importanti vie di comunicazione tra l'interno e il mare. Sul monte sono state rinvenute, in tombe a grotticelle artificiali, vasi a bacino e a doppio tronco di cono databili al 1° periodo siculo, mentre contadini, nei terreni circostanti, hanno ritrovato monete di età punica.

Per qualche periodo il monte Sara venne chiamato, Monte d'Oro, perché restituiva reperti archeologici.

Il demanio forestale di Monte Sara, situato sul sistema collinare agrigentino, compreso tra le vallate attraversate dai fiumi Platani e Magazzolo, rappresenta un'oasi di verde che attira l'attenzione dell'automobilista che si ritrova a percorrere la strada a scorrimento veloce Agrigento-Castelvetrano, nei pressi dello svincolo per Eraclea Minoa o in prossimità del ponte sul fiume Platani.

 

II bosco di Monte Sara appartiene interamente al territorio di Ribera, in quanto posto sulla sponda destra dei fiume Platani che fa da confine con il territorio di Cattolica Eraclea. I ruderi di un fortilizio e tracce, tuttora evidenti, di antiche abitazioni testimoniano che il colle fu abitato e che la sommità fu un importante centro strategico per il controllo dei territorii da Caltabellotta a Burgio, da Cianciana ad Eraclea Minoa.

Pare, inoltre, che Monte Sara fu chiamato così dai Saraceni per via della roccia sabbiosa, specialità rilevante anche tra le colline vicine. Tanto è vero, che il nome «Shara» in lingua araba significa appunto sabbia.

 

L'area boschiva riberese, molto vicin